HOME PAGE
CRONOLOGIA

DA 20 MILIARDI
ALL' 1  A.C.
1 D.C. AL 2000
ANNO x  ANNO
PERIODI STORICI
E TEMATICI
PERSONAGGI
E PAESI

( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNI 1814-1815

LE RESTAURAZIONI - CONGRESSO DI VIENNA


PRIMA PARTE
RITORNO DI PIO VII A ROMA - REAZIONE DEL GOVERNO PONTIFICIO - LA NOTA DIPLOMATICA DEL CARDINAL CONSALVI ALLE POTENZE - LA RESTAURAZIONE NEI DUCATI DI MODENA E REGGIO E DI PARMA E PIACENZA - LA RESTAURAZIONE IN TOSCANA: GOVERNO DEL ROSPIGLIOSI - GLI AUSTRIACI IN PIEMONTE - VITTORIO EMANUELE RITORNA A TORINO - LORD BENTINEK IN LIGURIA. --UNIONE DI GENOVA AL REGNO DI SARDEGNA. - IL TRATTATO DI PARIGI DEL 30 MAGGIO 1814 - IL CONGRESSO DI VIENNA - CONGIURA DI PATRIOTTI PER INNALZARE NAPOLEONE SUL TRONO DELL' ITALIA UNA ED INDIPENDENTE - L'INDIRIZZO DIMELCHIORRE DELFICO - II PROGRAMMA DI NAPOLEONE -- COSPIRAZIONE LOMBARDA DEL 1814 - ANSIE DEL MURAT - NAPOLEONE SBARCA A CANNES -

NELLA SECONDA PARTE
IL RE GIOACCHINO MUOVE VERSO IL PO - IL PROCLAMA DI RIMINI -- BATTAGLIA DEL PANARO - RITIRATA DEI NAPOLETANI - BATTAGLIA DI TOLENTINO - IL COMMODORO CAMPBELL. - TRATTATO DI CASA LANZA - PARTENZA DI GIOACCHINO MURAT -- L'ATTO FINALE DEL CONGRESSO DI VIENNA - ARTICOLI RIGUARDANTI L' ITALIA - FERDINANDO DI BORBONE E IL REGNO DELLE DUE SICILIE - LA SANTA ALLEANZA - FINE DI GIOACCHINO MURAT
---------------------------------------------------------------------------------------

RITORNO DI PIO VII A ROMA -
NOTA DEL CARD. CONSALVI ALLE POTENZI: EUROPEE
LA RESTAURAZIONE NEI DUCATI DI MODENA, PARMA, PIACENZA, LUCCA
LA RESTAURAZIONE IN TOSCANA E IN PIEMONTE
RITORNO DI VITTORIO EMANUELE I A TORINO
UNIONE DI GENOVA AL REGNO SARDO


Con un Breve del 4° maggio 1814, inviato a Cesena, Pio VII diceva ai Romani che "nutriva ardente brama di migliorarne le sorti e stringerli al seno, come un tenero padre stringe con trasporto figli amorosi dopo lungo ed amaro pellegrinaggio" ed annunziava loro l'arrivo del cardinale RIVAROLA.

Questi - secondo quel che il Breve diceva - doveva riprendere per il Pontefice e "…rispettivamente per la Santa Sede Apostolica, tanto in Roma quanto nelle province, col mezzo di altri subalterni delegati, dal Papa prescelti, l'esercizio della sua sovranità temporale legata con vincoli tanto essenziali con la sua indipendente supremazia. Egli procederà di concerto con una commissione di stato dal Papa nominati. alla formazione di un governo interino, e darà tutte quelle disposizioni le quali potranno condurre, per quanto le circostanze lo permettono, alla felicità alci fedelissimi sudditi …"

L' 11 maggio il Rivarola assumeva il governo dei dipartimenti (del Tevere e del Trasimeno e due giorni dopo pubblicava un editto con il quale dichiarava abolito il codice napoleonico, civile, commerciale, penale e di procedura, richiamava in vigore l'antica legislazione civile, criminale e giudiziaria, sopprimeva i diritti di registro, la carta bollata e il demanio e sospendeva fino ad ulteriore determinazione i diritti feudali.

Per provvedere temporaneamente agli affari urgenti dello stato il Rivarola nominò una commissione di governo che fu composta di mons. RUSCONI, cui fu affidata l'amministrazione dell'Archiginnasio, della Sapienza, dell' Università gregoriana, delle altre scuole e biblioteche, delle poste, delle antichità e dell'edilizia; di mons. SANSEVERINO, che fu preposto alla guerra, alla marina, alle acque, alle strade, agli archivi e alla zecca; di mons. PEDICINI e di mons. BARBERI, cui fu data la cura degli affari ecclesiastici della sacra consulta e delle santità, e di mons. CRISTALDI, incaricato agli affari del buongoverno e della beneficenza.
Il cav. GIUSTINIANI fu eletto governatore di Roma e presidente delle carceri, il marchese ERCOLANI tesoriere generale, il conte PARISANI direttore dell'annona e della grascia.

Il 24 maggio fece il suo solenne ingresso a Roma Pio VII, che il giorno dopo concedeva un generale perdono con un bando in cui vi erano anche enunciate parole di ammonimento: "… La giustizia reclami la punizione di chi si era reso disubbidiente alle istruzioni ed ai decreti del Capo visibile della Chiesa e infedele ai doveri verso il legittimo sovrano; ma la pietà alzando più potente la voce fa tacere il meritato rigore della legge. Ora non potendo il Santo Padre resistere agli impulsi del suo animo pietosissimo, condona generosamente ai suoi sudditi ogni pena corporale fossero incorso per infedeltà al pontificio governo; ma protesta peraltro che se taluno si abbandonasse a nuova colpa consimile, cesserebbero per lui i benigni effetti di questo perdono e si riunirebbero a suo carico insieme con i nuovi anche i passati trascorsi, né potrebbe andare esente dalla severità del meritato castigo…".

Col suo ritorno a Roma PIO V1I volle cancellare nel suo Stato ogni traccia del governo napoleonico, ed anziché dedicarsi, come mons. GIUSEPPE ANTONIO SALA lo esortava, alla " grande opera di quella universale riforma, che Iddio vuole da noi e che tutti i buoni ardentemente sospirano", rimise in vigore tutto quel che cinque anni di dominazione francese avevano fatto dimenticare. Così il 30 luglio erano rimessi in vita i diritti feudali e il 7 agosto, con la famosa bolla "Solecitudo ecclesiarum", era ristabilito in tutto il mondo cattolico l'Ordine dei gesuiti, che lo stesso Pontefice con breve del 7 marzo 1801 aveva ristabilito nell'impero Russo e con breve del 30 luglio 1804, nei regni di Napoli e Sicilia.

"""" La Bolla di Pio VII
Sollicitudo omnium

Roma, 7 agosto 1814

Il Vescovo Pio, servo dei servi di Dio. A futura memoria.

1. Il governo di tutte le Chiese affidato da Dio alla Nostra umiltà, benché insufficiente per meriti e per forze, Ci obbliga a mettere in opera tutti i mezzi che sono in Nostro potere e che Ci vengono forniti dalla Divina Provvidenza onde sovvenire opportunamente alle necessità spirituali del mondo cristiano, per quanto lo comportano le diverse e molteplici vicende dei tempi e dei luoghi, senza differenza di popoli e di nazioni.

2. Desiderosi di soddisfare al dovere del Nostro ufficio pastorale, tostoché l’allora vivente Francesco Kareu, ed altri preti secolari viventi da molti anni nel vastissimo Impero Russo, e un tempo aggregati alla Compagnia di Gesù, soppressa dal Nostro Predecessore Clemente XIV di felice memoria, Ci presentarono le loro preghiere con cui supplicavano con la Nostra autorizzazione di restare uniti in un solo corpo, onde, secondo il loro Istituto, adoperarsi più agevolmente nell’istruire la gioventù nelle cose della Fede, e nell’educarla ai buoni costumi, esercitare l’ufficio della predicazione, ascoltare le confessioni e amministrare gli altri Sacramenti, Noi giudicammo opportuno aderire alle loro istanze, tanto più volentieri in quanto l’imperatore Paolo Primo, allora regnante, Ci aveva caldamente raccomandato tali sacerdoti con una sua umanissima lettera dell’11 agosto 1800, a Noi indirizzata, nella quale, significando la singolare sua benevolenza verso di loro, dichiarava che gli sarebbe stata cosa gradita se, per il bene dei cattolici del suo Impero, la Società di Gesù fosse ivi stabilita per Nostra disposizione.

3. Per la qual cosa, considerando Noi con animo attento quanto grandi utilità sarebbero derivate a quelle vastissime regioni quasi prive di operai evangelici, e quanto accrescimento avrebbero recato alla Religione Cattolica Ecclesiastici di tal fatta, i probi costumi dei quali venivano elogiati con tante lodi per il continuo impegno, per il fervido zelo dedicato alla salute delle anime e per l’indefessa predicazione della parola di Dio, Noi abbiamo reputato ragionevole assecondare i voti di un Principe così grande e benefico. Pertanto, con Nostra lettera in forma di Breve, il 7 marzo 1801 abbiamo concesso al predetto Francesco Kareu ed ai suoi soci dimoranti nell’Impero Russo, o a coloro che colà fossero giunti da altre parti, la facoltà di unirsi in corpo, o Congregazione di Società di Gesù, ed accordato la libertà di raccogliersi uniti in una o più case, ad arbitrio del Superiore, ma soltanto entro i confini dell’Impero Russo, e abbiamo deputato, a beneplacito Nostro e della Sede Apostolica, quale Preposito generale di tale Congregazione lo stesso prete Francesco Kareu, con le facoltà necessarie e opportune per mantenere e seguire la Regola di Sant’Ignazio di Loyola, approvata e confermata con le sue Costituzioni dal Nostro Predecessore Paolo III di felice memoria. Ciò, affinché in tal modo i soci riuniti in un gruppo religioso si occupassero ad educare la gioventù nella Religione e nelle buone arti, a reggere seminari e collegi e, con l’approvazione e il consenso degli Ordinari dei luoghi, ascoltare le confessioni, annunziare la Parola di Dio, e liberamente amministrare i Sacramenti. Accogliemmo la Congregazione della Compagnia di Gesù sotto la diretta tutela e soggezione Nostra e della Sede Apostolica, e riservammo a Noi ed ai Nostri Successori di prescrivere e stabilire quelle cose che Ci fossero sembrate nel Signore efficaci a rafforzarla, a presidiarla, e a purgarla da quegli abusi e da quelle corruttele che per avventura avessero potuto introdurvisi. A tale effetto Noi abbiamo espressamente derogato alle Costituzioni Apostoliche, statuti, consuetudini, privilegi ed indulti in qualunque modo concessi e confermati in opposizione alla premessa Nostra lettera, specialmente alla lettera Apostolica del citato Clemente XIV, che comincia "Dominus ac Redemptor Noster" in quelle parti, solamente, che fossero contrarie alla detta Nostra lettera in forma di Breve, il cui principio è "Catholicae" e rilasciata per il solo Impero della Russia.

4. Le decisioni che abbiamo stabilito di prendere per l’Impero Russo, abbiamo giudicato opportuno estenderle non molto tempo dopo al Regno delle Due Sicilie, su richiesta del carissimo figlio Nostro in Cristo, il Re Ferdinando, il quale domandò che la Società di Gesù fosse stabilita nella sua giurisdizione e nei suoi Stati nello stesso modo in cui era stata da Noi stabilita nel predetto Impero, dato che in quei tempi luttuosissimi egli pensava di servirsi dell’opera specialmente dei chierici regolari della Società di Gesù per ammaestrare nella cristiana pietà e nel timore di Dio – che è il principio della Sapienza – e per istruire nelle lettere e nelle scienze la gioventù nei collegi e nelle pubbliche scuole. Noi, desiderosi di aderire ai pii desideri di così illustre Principe, che miravano unicamente alla maggior gloria di Dio e alla salute delle anime, per dovere del pastorale Nostro ufficio abbiamo esteso la Nostra lettera, redatta per l’Impero Russo, al Regno delle Due Sicilie, con nuova lettera in simile forma di Breve, che comincia "Per alias", spedita il 30 luglio 1804.

5. Calde e pressanti istanze per la restaurazione della stessa Società di Gesù, con unanime consenso di quasi tutto il mondo cristiano Ci pervengono ogni giorno dai Venerabili Nostri Fratelli Arcivescovi e Vescovi, e dall’ordine e dal ceto di tutti i personaggi insigni, specialmente da quando si diffuse ovunque la fama dei frutti ubertosi che questa Società aveva prodotti nelle menzionate regioni; poiché essa era feconda di giorno in giorno di prole in aumento, si riteneva opportuno adornare e dilatare ampiamente il campo del Signore.

6. La stessa dispersione delle pietre del Santuario dovuta alle recenti calamità e vicende (le quali giova più deplorare che richiamare alla memoria), la disciplina fatiscente degli Ordini Regolari (splendore e salvezza della Religione e della Chiesa Cattolica) a riparare i quali tutti i Nostri pensieri e tutte le Nostre cure sono ora dirette, esigono che diamo il Nostro assenso a voti così giusti e così diffusi. Pertanto, Noi Ci crederemmo rei di gravissimo delitto al cospetto del Signore se in necessità così gravi della cosa pubblica trascurassimo di mettere in opera quegli aiuti salutari che Iddio, con singolare Provvidenza, Ci fornisce e se Noi, collocati nella navicella di Pietro agitata e scossa da continui turbini, rigettassimo i remiganti esperti e valorosi, i quali si offrono a rompere i flutti del pelago, che ad ogni momento Ci minaccia naufragio e rovina.

7. Indotti dal peso di tante e così forti ragioni e da motivi cosi gravi che scuotevano l’animo Nostro, Noi abbiamo deliberato di mandare finalmente ad effetto ciò che grandemente desideravamo di fare nel principio stesso del Nostro Pontificato. Dunque, dopo aver implorato con fervide preci l’aiuto Divino, uditi i pareri e i consigli di molti Venerabili Fratelli Nostri, Cardinali della Santa Romana Chiesa, di certa scienza e con la piena potestà Apostolica abbiamo deliberato di ordinare e stabilire, come di fatto con questa Nostra Costituzione, che dovrà valere perpetuamente, ordiniamo e stabiliamo che tutte le concessioni e tutte le facoltà da Noi accordate unicamente per l’Impero Russo e per il Regno delle Due Sicilie, ora s’intendano estese, e per estese si abbiano, così come veramente le estendiamo, a tutto il Nostro Stato Ecclesiastico e a tutti gli altri Stati e Governi.

8. Pertanto concediamo e accordiamo al diletto figlio prete Taddeo Borzozowski, attuale Preposito generale della Compagnia di Gesù, e agli altri da lui legittimamente deputati, tutte le necessarie ed opportune facoltà, a beneplacito Nostro e della Sede Apostolica, di poter ammettere ed aggregare liberamente e lecitamente in tutti i predetti Stati e Governi tutti coloro i quali chiederanno di essere ammessi ed aggregati all’Ordine Regolare della Compagnia di Gesù i quali, uniti in una o più case, in uno o più collegi, in una o più province, e distribuiti secondo l’esigenza delle circostanze sotto l’obbedienza del Preposito generale pro tempore, conformino la loro maniera di vivere alle prescrizioni della Regola di Sant’Ignazio di Loyola approvata e confermata dalle Costituzioni Apostoliche di Paolo III. Concediamo ancora e dichiariamo che per attendere ad istruire la gioventù nei rudimenti della Religione Cattolica e per addestrarla nei buoni costumi, sia loro lecito di liberamente e lecitamente reggere seminari e collegi, e col consenso e l’approvazione degli Ordinari dei luoghi in cui avvenisse loro di soggiornare, ascoltare confessioni, predicare la parola di Dio e amministrare Sacramenti. Tutti poi i collegi, le case, le province e i Soci in tal modo uniti, e che in avvenire si uniranno e aggregheranno, Noi li riceviamo sin da questo momento sotto l’immediata tutela, presidio ed obbedienza Nostra, e di questa Apostolica Sede, riservando a Noi, ed ai Romani Pontefici Successori Nostri lo stabilire e prescrivere quelle cose, che si troverà conveniente stabilire e prescrivere per maggiormente consolidare, munire e purgare la Società stessa da quegli abusi, che per avventura si fossero intrusi, il che tolga Iddio.

9. Per quanto possiamo nel Signore, esortiamo tutti e ciascuno, superiori, prepositi, rettori, soci ed alunni di questa ristabilita Società a mostrarsi in ogni luogo e tempo fedeli seguaci e imitatori di un così grande loro padre e fondatore, ad osservare accuratamente la Regola da lui redatta e prescritta, ed a procurare di eseguire con sommo fervore gli avvisi e i consigli da lui lasciati ai suoi figliuoli.

10. Infine raccomandiamo grandemente nel Signore la predetta Società, e ciascuno dei suoi figliuoli, ai diletti figli in Cristo, gl’illustri e nobili Principi e Signori temporali, come pure ai Venerabili Fratelli Arcivescovi e Vescovi, e agli altri costituiti in qualunque dignità, e li esortiamo e preghiamo non solo a non permettere e tollerare che siano da chicchessia molestati, ma a riceverli benignamente e con quella carità che si conviene.

11. Decretiamo che la presente lettera e ogni cosa in essa contenuta siano e debbano essere sempre ed in perpetuo valide, ferme ed efficaci, e che sortiscano ed ottengano i loro pieni ed interi effetti, e siano da tutti, e da ciascuno, ai quali compete e in qualunque modo competerà, inviolabilmente osservate. In pari guisa, e non altrimenti, determiniamo che in tutte le cose premesse ed in ciascuna di esse si giudichi e si definisca per mezzo di qualsiasi giudice, di qualunque autorità investito, e se qualcuno per qualunque autorità, scientemente o ignorantemente, ardisse di procedere differentemente sopra tali cose, vogliamo che tutto resti inutile e di nessun valore.

12. Nonostante le Costituzioni e le Ordinazioni Apostoliche, e specialmente la menzionata lettera in forma di Breve di Clemente XIV di felice memoria, la quale incomincia "Dominus ac Redemptor Noster", sotto l’anello del Pescatore del 21 luglio 1773, ad essa per gli effetti suddetti espressamente e specialmente intendiamo derogare, ed a qualunque altra cosa contraria analoga.

13. Vogliamo poi che ai transunti o agli esemplari della presente lettera, ancorché stampati, sottoscritti per mano di qualche pubblico notaio, e muniti del sigillo di qualche persona costituita in dignità ecclesiastica, si presti la medesima fede, tanto in giudizio che fuori di quello, che si avrebbe per lo stesso presente originale, se fosse esibito o mostrato.

14. Non sia dunque lecito ad alcuno rompere od opporsi con temerità a questa carta di Nostra ordinazione, statuto, estensione, concessione, indulto, facoltà, dichiarazione, riserva, avviso, decreto e deroga; se alcuno presumesse tentare ciò, sappia che incorrerà nell’indignazione di Dio e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, nell’anno dell’Incarnazione del Signore 1814, il 7 agosto, nell’anno quindicesimo del Nostro Pontificato. """"

Intanto il cardinal Consalvi, nell'attesa di recarsi al Congresso di Vienna, inviava da Londra, in data del 23 giugno 1814, alle potenze europee una nota diplomatica con la quale il Pontefice chiedeva che fosse rimesso nel possesso delle Legazioni, delle Marche, di Benevento e Pontecorvo, di Avignone e del Venosino e riaffermava i suoi diritti sul ducato di Parma e Piacenza. "Non è certamente - concludeva la nota - per spirito di dominazione (crede averne date sufficienti attestazioni) che il Santo Padre richieda che la Santa Sede sia reintegrata nella totalità dei suoi possessi. Il Santo Padre obbligato dai suoi più stretti doveri, come amministratore del Patrimonio di San Pietro e per i giuramenti solenni da lui fatti, a conservarlo, a difenderlo, a recuperarlo. Egli vi è obbligato altresì dalla necessità di provvedere convenientemente alla sua dignità e per sovvenire alle gravi spese, le quali, siccome è noto al mondo, vi sono attaccali non meno per il servizio dei fedeli, che per il bene della religione. Perduto quasi tutti gli altri mezzi per poterle sopportare, il Santo Padre, sempre in questo intendimento, non saprebbe esser privato dei mezzi che Egli potrebbe trovare, almeno conservando la totalità delle sue proprietà, alle quali ha i diritti più incontestabili e più antichi di tutti…"

. Contemporaneamente a Roma, erano restaurati i vecchi governi negli stati dell'Italia centrale e settentrionale. Il 9 febbraio del 1814 il generale austriaco NUGENT occupò Modena e in nome di FRANCESCO IV d'Austria-Este nominò un governo provvisorio fino all'arrivo del duca. Questi giunse il 16 luglio e subito emanò quattro decreti con i quali ristabiliva il codice estense promulgato nel 1771 e le altre leggi vigenti prima del 1797, ma aboliva i fidecommessi e le torture e conservava il sistema ipotecario. La madre di Francesco IV, MARIA BEATRICE D' ESTE, riebbe il principato di Massa e Carrara.

Il ducato di Parma, Piacenza e Guastalla doveva tornare sotto MARIA LUISA DI BORBONE, ma a questa fu dato, con il titolo di duchessa, il dominio di Lucca, e lo stato parmense fu dato a MARIA LUIGIA D'AUSTRIA, moglie di Napoleone. Il 6 giugno il Nugent, recatosi a Parma, annunciò le decisioni delle potenze alleate e poco dopo fu chiamato a reggere lo stato, con l'incarico di commissario, il conte FERDINANDO MARESCALCHI, il quale doveva tener le redini del governo fino all'arrivo di Maria Luigia, che intanto si era stabilita a Vienna ad aspettarvi che fosse risolta la contestazione sollevata dalla Spagna: circa il dominio del ducato.

Sul trono della Toscana fu rimesso il granduca FERDINANDO III. Nell'aprile del 1814 il paese fu occupato militarmente dalle truppe del generale austriaco STAHRENBERG, che, il 27 dello stesso mese, lanciò al popolo toscano il seguente manifesto:
"…Sua Maestà l' Imperatore d'Austria, mio augusto Sovrano, mi ordina di prender possesso di questo florido stato in nome di S. A. I. e R. il granduca Ferdinando III, conferendomene il comando militare generale, e di proclamare con tutta solennità Sua Eccellenza il benemerito sig. principe Don GIUSEPPE ROSPIGLIOSI cav. del Toson d'oro, gran croce dell'Ordine di S. Giuseppe, consigliere intimo attuale di stato e gran ciambellano di S. A. Imperiale e Reale, con l'incarico di plenipotenziario del medesimo sovrano. Per soddisfare ad una sì onorevole incombenza, io mi sono recato tra voi, o bravi e fedeli Toscani. Ma prima che vi annunziassi il nobile oggetto della mia missione, il vostro cuore seppe presentirlo, e la vostra sincera esultanza al mio ingresso nella capitale fu una prova luminosa che mai non tacque in voi la dolce rimembranza della vostra passata felicità, che sarà certamente uguale a quella che vi si prepara per il tempo avvenire. Sì, voi rivedrete quanto prima (e ben io ne affretto col più vivo desiderio il fortunatissimo istante) quell'augusto personaggio, che fu il custode e il difensore delle vostre leggi, e vi fu non meno principe che padre. La Provvidenza, che ha saputo vegliare alla sua conservazione, lo rimanda tra voi onde siano finalmente soddisfatti i fervidi voti della tenerezza vostra.."

Anche il "maire" BARTOLOMMEI e il ROSPIGLIOSI si servirono del nome della Provvidenza per annunziare ai Toscani la restaurazione. Il primo scriveva infatti: "La Provvidenza, per uno di quegli accidenti non prevedibili dalla più oculata ragione politica, corona i voti dei buoni Toscani, rendendoli alla dinastia Austro-Lorenese ";
e il secondo : "…La Divina Provvidenza ha secondato i magnanimi disegni delle grandi potenze alleate, disegni fondati sulle solide basi della giustizia, diretti dallo spirito di concordia e di sollievo alla umanità desolata …"

Nel manifesto il Rospigliosi scriveva inoltre: "… S. A. I. <; P. il Granduca, considerando nella di lui saviezza che l'andamento del governo e dell'amministrazione non può restare interrotto e sospeso, mi ha accordata la facoltà di confermare, come confermo attualmente, tanto le leggi ed ordini attualmente veglianti nei suddetti suoi Stati, quanto provvisoriamente pur gl'impiegati nei medesimi con titoli regolari; ben inteso però che questa provvisoria conferma non si estenda a quelle disposizioni che per leggi divine ed umane meritassero di essere immediatamente abrogate …"

Inesperto delle cose di governo ed ostile ad ogni idea liberale, il Rospigliosi abolì tutto quanto poteva ricordare il dominio francese: rimise in vigore le vecchie prescrizioni di polizia (maggio), riformò l'amministrazione politico-economica (giugno), tolse di mezzo la legge forestale francese, abolì il codice napoleonico e i tribunali collegiali (luglio) e perché fossero fatte nuove leggi nominò una commissione di cui furono chiamati a far parte VITTORIO FOSSOMBRONI, BARTOLOMMEO RAFFAELLI, BERNARDO LESSI, PIETRO PARDINI, AURELIO PUCCINI, GIOVANNI FINI, GIOVANNI ALBERTI, TOMMASO MAGNANI,FILIPPO DEL SIGNORE, MICHELE NICCOLINI, VINCENZO SERMOLLI, OTTAVIO LANDI, GIUSEPPE POSCHI e FRANCESCO CEMPINI.
Il governo del Rospigliosi, che non godeva le simpatie dei Toscani, cessò nel settembre dello stesso anno. Il 15 di quel mese giunse FERDINANDO III, che nella villa di Cafaggiolo accordò un'amnistia ai condannati per reati lievi e nominò suoi ministri il FOSSOMBRONI (affari esteri), il principe NERI CORSINI (interni) e l'avv. LEONARDO FRULLANI (finanze). Due giorni dopo faceva il suo ingresso in Firenze.

Anche in Piemonte fu restaurato il vecchio principe, ma come nelle altre città d' Italia, ad eccezione di Roma, la restaurazione fu preceduta dall' occupazione militare austriaca, così gli stati di terraferma del re di Sardegna furono anch'essi occupati dalle truppe austriache.
Il 25 aprile del 1814 il generale SCHWARTZENBERG lanciava ai Piemontesi un proclama in cui era detto: "… I vostri desideri sono appagati non meno di quelli di tutta Europa. Vittorie prodigiose hanno coronato gli sforzi nobili e costanti delle alte potenze alleate. La Divina Provvidenza ha benedetto le loro generose intenzioni, e l' Europa è ristabilita in quell'ordine politico che le è naturale. Buoni e fedeli sudditi del re di Sardegna, vi troverete di nuovo sotto il dominio di quei principi che hanno fatto la vostra felicità e la vostra gloria per tanti secoli. Rivedrete fra voi quell'augusta famiglia, che ha sostenuto con il coraggio e con la fermezza che le é propria, le sventure di questi ultimi anni…"

. Il proclama si chiudeva annunciando l'occupazione austriaca del paese. Governatore militare fu nominato il generale BUBUA, governatore civile e presidente del Consiglio di Reggenza il marchese di SAN MARZANO. L'esodo dei Francesi cominciò subito - Mano a mano che partivano i soldati di guarnigione nel paese cui si aggiungevano quei che venivano dal Regno d' Italia, scomparivano le coccarde tricolori e i più cercavano di ingraziarsi, riesumando le vecchie fogge, i padroni che ritornavano dopo sì lunghe assenza. "…Gli antichi impiegati - "scrive il Brofferio - gli antichi nobili, gli antichi cortigiani aprivano i polverosi armadi, spazzavano le vecchie gualdrappe da tanti anni sepolte fra i ragni e le tignole, e se le mettevano indosso come bandiera di vittorioso capitano…" .

Intanto Vittorio Emanuele I, lasciato il governo della Sardegna alla regina Maria Teresa, veleggiava lieto alla volta della terraferma. Ed ecco, durante il viaggio, un incontro inaspettato: quello della nave francese che portava Napoleone al breve esilio dell'isola d' Elba. Il re sabaudo avrebbe potuto amareggiare la sconfitta dell'esule ostentando la gioia del ritorno, ma sarebbe stata una vendetta meschina, indegna di un re, e Vittorio Emanuele, fra la delusione dei cortigiani, ordinò che la nave sarda si allontanasse da quella francese.
A Genova ebbe accoglienze non certo spontanee, ma quelle del Piemonte furono straordinarie. A Novi, ad Alessandria e ad Asti moltitudini plaudenti e commosse festeggiarono l'arrivo del sovrano. Il giorno 20 maggio, sulla via, che da Moncalieri conduce a Torino erano due fittissime ali di popolo acclamante. Giunto presso il Valentino, Vittorio Emanuele I montò a cavallo e fra il tuonare delle artiglierie e il suono delle campane, s'incamminò verso la porta della sua capitale dove erano ad ossequiarlo i generali BUBNA e NEIPPERG e i magistrati. Fra il delirio dei Torinesi il re attraversò la città e si recò nella chiesa di S. Giovanni a ringraziare Iddio, che gli aveva concesso di ritornare nella terra degli avi.

Il giorno dopo, Vittorio Emanuele I annuncíò ai suoi sudditi che aveva deciso di "… ristabilire come era prima della rivoluzione, il sistema antico di governo, riservandosi poi di farvi quelle variazioni, che, dopo un più maturo esame gli sarebbero sembrate adattate ai tempi ed alle circostanze…". Con un colpo di penna, il sovrano aboliva le leggi e le istituzioni francesi e ristabilì i vecchi codici, i vecchi tribunali, i fidecommessi, i maggioraschi, i privilegi nobiliari, i diritti feudali, le inquisizioni religiose e provvedeva alla nomina dei dignitari di Corte e dei grandi Ufficiali dello Stato, indicando i nomi pubblicati nell'almanacco del Palmaverde del 1798.

In una parola, Vittorio Emanuele I
faceva indietreggiare il Piemonte di diciotto anni.

I soli paesi, in cui l'antico regime non fu ripristinato, furono, oltre Lucca, il Napoletano e la Liguria. Questa cadde in potere degli Inglesi nell'aprile del 1814. Il 21 quello stesso mese il generale FRESIA, assalito da Lord BENTINK ed ostacolato nella difesa dalla popolazione, cedette Genova e, con undicimila e cinquecento uomini, si sifugiò in Francia.

Il Bentinck, non conoscendo forse le idee del suo governo nei riguardi della Liguria, appena venuto in possesso di Genova, ristabilì la costituzione del 1797 e istituì un governo provvisorio di tredici membri, presieduto da GEROLAMO SERRA. Ben presto però i Genovesi seppero che l'Inghilterra non intendeva mantenere quanto il Bentinck aveva fatto. Difatti, essendo stato mandato a Parigi, , il senatore AGOSTINO PARETO, per ottenere (come avevano fatto illusoriamente a Milano) dai sovrani alleati il riconoscimento della repubblica ligure, questi seppe dal ministro inglese CASTLEREAGH che era già stata decisa l'annessione della Liguria al Piemonte.
Genova fece tutto il possibile per non passare sotto lo scettro sabaudo, ma non vi riuscì. Il 12 dicembre del 1814 il Congresso di Vienna stabili l'unione di Genova al Piemonte con un atto di cui riportiamo gli articoli:

L'UNIONE DI GENOVA


"… I) - Genovesi saranno in tutto assimilati agli altri sudditi del re; parteciperanno, come loro, degli impieghi civili, giudiziari, militari e diplomatici della monarchia, e salvo i privilegi che, come qui appresso, vengono a loro concessi ed assicurati, saranno sottoposti alle medesime leggi e regolamenti, nonostante le modificazioni che Sua Maestà crederà convenienti. La nobiltà genovese sarà ammessa, come quella delle altre parti della monarchia, alle grandi cariche e impieghi di corte.
II) -. I militari genovesi, componenti attualmente le truppe genovesi, saranno incorporati nelle truppe reali; gli ufficiali e bassi ufficiali conserveranno i rispettivi gradi.
III) - Le armi di Genova entreranno nello scudo reale, ed i suoi colori nella bandiera di Sua Maestà.
IV) -. Il porto franco di Genova sarà ristabilito con le regole che esistevano sotto l'antico governo. Ogni facilità sarà accordata dal Re per il transito nei suoi stati delle mercanzie che escono dal porto franco, prendendo quelle precauzioni che Sua Maestà crederà opportune, perché quelle stesse mercanzie non siano consumate e vendute in contrabbando nell' interno. Esse saranno soggette ad un modico diritto d'uso.
V) - Sarà ristabilito in ciascun circondario d'intendenza un consiglio provinciale, composto di trenta membri, scelti fra i notabili delle diverse classi, nella lista di trecento dei più imposti di ciascun circondario. Essi saranno nominati la prima volta dal Re e rinnovati ogni due anni. L'organizzazione di questi consigli sarà regolata da Sua Maestà. Il presidente, nominato dal Re, potrà essere scelto fuori del consiglio: in questo caso non avrà diritto alla votazione. I membri non potranno essere nuovamente scelti se non passati quattro anni dopo la loro uscita. Il consiglio non potrà occuparsi che dei bisogni e dei reclami dei comuni della intendenza per ciò che concerne la loro amministrazione particolare, e potrà fare delle rappresentanze su questo argomento. Sarà riunito ogni anno nel capoluogo dell'intendenza, nell'epoca e per il tempo che Sua Maestà determinerà. Sua Maestà oltre a ciò potrà riunirlo stragiudizialmente se lo crede opportuno. L' intendente della provincia, o colui che lo rappresenta, assisterà di diritto alle adunanze come commissario del Re. Qualora i bisogni dello stato esigessero di stabilire nuove imposte, il Re convocherà i diversi consigli provinciali in tali città dell'antico territorio di Genova che Sua Maestà indicherà e sotto la presidenza di quella persona che avrà a tale effetto delegata. Quando il presidente sarà preso di fuori non avrà voce deliberativa. Il Re non manderà alla registrazione del senato di Genova nessun editto d'imposta straordinaria, senza aver precedentemente ottenuto i voti di approvazione dei consigli provinciali come qui sotto. La maggiorità di una voce determinerà il voto dei consigli provinciali, adunati separatamente o insieme;
VI) - . Il massimo delle imposizioni che Sua Maestà potrà stabilire negli Stati di Genova, senza consultare i consigli provinciali riuniti, non potrà eccedere la proporzione attualmente stabilita per le altre parti dei suoi stati. Le imposizioni attualmente precettate saranno condotte a queste tasse; e Sua Maestà si riserva di fare quelle rettificazioni che la sua saviezza e la sua bontà verso i suoi sudditi genovesi potranno dettargli relativamente a quel che può essere ripartito, sia, negli aggravi finanziari, sia nelle percezioni dirette o indirette. Il "maximum" delle imposizioni essendo così regolato, ogni qualvolta il bisogno dello stato potrà esigere che siano decretate nuove imposizioni o degli aggravi straordinari, Sua Maestà domanderà il voto d'approvazione dai consigli provinciali per la somma che crederà conveniente di proporre per la specie d'imposizione da stabilirsi.
VII) - . Il debito pubblico tale quale esisteva legalmente sotto il cessato governo, è garantito.
VIII) - Le pensioni civili e militari accordate dallo stato a tenore delle leggi e regolamenti, sono mantenute per tutti i sudditi genovesi abitanti negli stati di Sua Maestà. Sono mantenute, sotto la medesima condizione, le pensioni accordate ad ecclesiastici o antichi membri di case religiose dei due sessi; come pure quelle che, sotto titolo di soccorso, sono state accordate a nobili genovesi dal governo francese.
IX) - Vi sarà in Genova un gran corpo giudiziario o tribunale supremo, avente le medesime attribuzioni e privilegi di quelli di Torino, di Savoia e di Nizza, che come essi porterà il nome di Senato.
X) - Le monete correnti d'oro e d'argento dell'antico stato di Genova, attualmente esistenti, saranno ammesse nelle casse pubbliche in concorrenza delle monete piemontesi.
XI) - Le leve di uomini, dette provinciali, nel paese di Genova, non eccederanno in proporzione delle leve che accadranno negli altri stati di Sua Maestà.
XII) - Sua maestà creerà una compagnia genovese di guardie del corpo, la quale formerà una quarta compagnia delle sue guardie.
XIII) - Sua Maestà stabilirà in Genova un corpo di città composto di quaranta nobili: venti cittadini, viventi d'entrata o esercenti arti liberali e venti dei principali negozianti. Le nomine saranno fatte per la prima volta dal Re e il loro rimpiazzo si farà per nomina dello stesso corpo di città, con riserva dell'approvazione di Sua Maestà. Questo corpo avrà i suoi regolamenti particolari dati dal Re per la residenza e per la divisione del lavoro. I presidenti prenderanno il titolo di Sindaci e saranno scelti fra i membri. Il Re si riserva, ogni qualvolta lo crederà opportuno, di far presiedere il corpo della città da un personaggio altamente distinto. Le attribuzioni del corpo della città saranno l'amministrazione delle rendite della città e la sorveglianza dei pubblici stabilimenti di carità della città. I membri di questo corpo avranno una foggia di vestiario ed i sindaci il privilegio di portare la zimarra o toga come i presidenti dei tribunali.
XIV) - L'università di Genova sarà mantenuta e godrà degli stessi privilegi e quella di Torino. Sua Maestà penserà ai mezzi di provvedere ai bisogni. Prenderà questo stabilimento sotto la sua protezione speciale, come pure gli altri istituti d' istruzione, di educazione, di belle lettere e di carità che saranno parimenti mantenuti. Sua Maestà conserverà in favore dei sudditi di Genova le borse che hanno nel collegio del liceo, a carico del governo, riservandosi di adottare in proposito dei regolamenti che crederà opportuni.
XV) - Il Re conserverà a Genova un Tribunale ed una camera di commercio con le attribuzioni attuali di quelle dei due stabilimenti.
XVI) - Sua Maestà prenderà particolarmente in considerazione la situazione degli attuali impiegati degli Stati di Genova. XVII. Sua Maestà accoglierà i progetti e le proposizioni che gli saranno presentati sui mezzi di ristabilire il Banco di San Giorgio.
 


Il 20 dicembre del 1814, lord DALRYMPLE, che comandava il presidio di Genova, assunse il governo provvisorio per rimetterlo nelle mani del cav. IGNAZIO DI REVEL, nominato dal Re governatore. Vittorio Emanuele si recò a visitare Genova, insieme con i ministri VIDUA e VALLESA, il 17 febbraio del 1815.
La Liguria era la prima delle regioni d'Italia che unendosi per volontà altrui al Piemonte, segnava il principio della costruzione di quell'edificio nazionale che doveva esser compiuto molti anni dopo.

CONGIURA DI PATRIOTI PER INNALZARE NAPOLEONE SUL TRONO
DIRIZZO DI MELCHIORRE DELFICO
IL PROGRAMMA DI NAPOLEONE - COSPIRAZIO LOMBARDA DEL 1814

Nel Congresso di Parigi, con trattato sottoscritto il 30 maggio del 1814, i sovrani alleati deliberavano che si restituissero al re di Sardegna, i suoi stati accresciuti del territorio dell'antica repubblica di Genova, che fosse dato a MARIA LUIGIA D'AUSTRIA, moglie di Napoleone, il ducato di Parma e Piacenza, e a MARIA LUISA di Borbone il territorio di Lucca, che FRANCESCO IV d'Austria-Este riavesse il ducato di Modena e Reggio, FEDINANDO III d'Austria-Lorena il Granducato di Toscana aggiungendovi il principato di Piombino, e a BEATRICE d' ESTE fosse accordato il ducato d i Massa Carrara. Al Pontefice erano restituiti i dipartimenti del Tevere e del Trasimeno ma non si faceva parola delle Romagne occupate dagli Austriaci e delle Marche ancora in mano dei Napoletani.
Neppure del re GIOACCHINO MURAT si faceva menzione e a FERDINANDO IV si riconosceva solo il dominio dell' isola di Sicilia. La decisione delle cose lasciate insolute a Parigi si rinviava al CONGRESSO DI VIANNA: " ....entro due mesi, tutte le potenze che, dall'una e dall'altra parte, furono interessate nella guerra, manderanno a Vienna dei plenipotenziari per prendere, in un congresso generale, le disposizioni che sono necessarie per completare le norme di questo trattato…"

Il Congresso di Vienna, indetto per il 1° di agosto, non si apri che il 1° di ottobre. Nella capitale austriaca erano convenuti i sovrani di Russia, Prussia, Baviera, Sassonia. Danimarca, Wurtemberg e i plenipotenziari di tutti gli Stati d'Europa ad eccezione della Turchia. Vi erano il METTERNICH per l'Austria, il CASTLEREAGH per l'Inghilterra, il NESSELRODE per la Russia, l' HARDENBERG per la Prussia, il TALLEYRAND per la Francia, il LABRADOR per la Spagna, il conte di PALMELLA per il Portogallo, il conte AXEL di LOEWENHIELM per la Svezia.
Quanto agli stati d'Italia, il Pontefice era rappresentato dal cardinal CONSALVI, il re di Sardegna dal marchese di SAN MARZANO e dal conte ROSSI, il re di Sicilia dal RUFFO, dal SERRA CAPRIOLA e dal MEDICI, il re di Napoli dal duca di CAMPOCHIARO e dal principe di CARIATI, il granduca di Toscana dal principe NERI CORSINI, il duca di Modena dal principe ALBANI, la duchessa di Lucca dal plenipotenziario spagnolo LABRADOR.

Dal Congresso di Vienna doveva nascere la nuova carta politica d'Europa; per l' Italia si trattava in sostanza di ratificare le restaurazioni già avvenute, definire alcune particolari questioni, fra cui le più importanti erano quelle territoriali riguardanti il Piemonte e lo Stato della Chiesa, e infine decidere della sorte di GIOACCHINO MURAT la cui corona solamente l'Austria si era impegnata a mantenere. Il Congresso, tutto rivolto a stabilire un "durevole equilibrio europeo" per mezzo di compensi e ad instaurare la pace, tornando il più possibile all'antico, non doveva tener conto del profondo rivolgimento che un ventennio di guerre e di rivoluzioni aveva prodotto nei popoli e, nei riguardi dell'Italia, intento com'era a restaurare i vecchi regimi, non doveva curarsi del sentimento di nazionalità e d'indipendenza che ormai sempre di più pulsava nel cuore di molti italiani.

Ma già prima ancora che i sovrani alleati avessero sottoscritto il trattato di Parigi i patrioti italiani pensavano di salvare l' Italia dalla schiavitù imminente e concepirvi quell' l'arduo disegno -risvegliato e già concepito da Napoleone, da non confondere con "i francesi"- di dare unità e indipendenza alla penisola sotto lo scettro di Napoleone Bonaparte stesso. Nel maggio del 1814, quattordici deputati (possiamo considerare questo il primo in assoluto atto del Risorgimento italiano - e il primo disegno), della "Carboneria italiana" (da notare che inizialmente era nata in funzione antibonapartista) si radunavano a Torino per studiare un disegno teorico e pensare ai mezzi per metterlo in pratica.

Erano due Córsi, due Genovesi, quattro Piemontesi, due Lombardi, due Romani e due Napoletani; ma non di tutti si conoscono i nomi. Forse tra loro c'era UGO FOSCOLO; certo vi erano l'abruzzese MELCHIORRE DELFICO, storico ed economista di gran valore, il conte genovese LUIGI CORVETTO, economista e giureconsulto, e il carrarese PELLEGRINO ROSSI, professore di diritto nell' Università di Bologna.
I quattordici formarono uno statuto di sessantatre articoli, sotto il titolo di "Basi fondamentali della futura costituzione del rinascente Impero Romano". Napoleone sarebbe stato, "per la grazia di Dio e la volontà nazionale", imperatore dei Romani e re d'Italia, una e indivisibile con Roma capitale; due sarebbero state le camere: quella dei senatori di nomina regia, e quella dei deputati, elettiva; ogni legislatura avrebbe avuto la durata di un triennio, risiedendo alternativamente a Roma, a Napoli e a Milano; nelle quattro più grandi città. Esclusa la capitale, vi sarebbero stati quattro viceré; la nazione avrebbe adottato per bandiera il "tricolore, bianco, rosso e verde"; avrebbe con una legge dato compensi al Papa, non si sarebbe intromessa negli affari d'Europa, avrebbe avuto libertà di culto e di stampa - e per citare soltanto i punti principali - sarebbe stata contraria ad ogni ingrandimento territoriale. Quanto ai mezzi per tradurre in realtà il loro sogno, i patrioti potevano disporre in un primo tempo di dodici milioni assicurati da un gruppo di banchieri genovesi, che erano contrari al dominio sabaudo.

Nei primi dell'ottobre del 1814 fu presentato a Napoleone, a Portoferraio da uno dei congiurati, il disegno di costituzione e con questo un nobile scritto in quanto a espressioni, dettato da MELCHIORRE DELFICO, che vogliamo qui riportare integralmente e letteralmente in lingua originale:

"…Sire, un piccolo numero di Italiani, i primi che salutarono in Voi il liberatore della loro Patria, i primi costanti ammiratori della gloria Vostra, non mai adulatori del Vostro potere, né disertori della Vostra causa, è deciso e risoluto a tentare un ultimo sforzo per far risorgere dalla lunga ignominia l'abbattuta fronte della Penisola italiana.
Essi vengono, o Sire, in nome della Patria a chiedere il Vostro nome, la Vostra spada e ad offrirvi invece la corona del rinascente Impero Romano. Le condizioni dunque , devono essere così degne del gran popolo che le propone, come dell' Eroe che deve accettarle e che da un tal popolo è chiamato all'onore di reggerlo. Che Cesare sia grande, ma che Roma sia libera ! L' Italia, Sire, ha bisogno di Voi e, per quanto dicano il contrario i Trattati, la natura Vi fece Italiano: Voi risponderete alla sua voce.
Una gran forza è necessaria. Solo il Vostro braccio è potente per dispiegarla. Nuovo Archimede, appoggiato sulla rocca del Vostro esilio, istruito dalla esperienza dei Vostri disastri, Voi rialzerete il Campidoglio; ma là, Sire, bisognerà fermarsi: stanco della creazione l' Onnipotente stesso non sdegnò riposarsi.
L' impresa non è gigantesca soltanto, bensì ardua e perigliosa. Essa non sarà che più degna di farVi proseguire quella carriera di prodigi che già percorreste dal Tevere al Nilo, dall' Ebro al Volga. "Sire, che almeno le grandi lezioni del passato servano all'avvenire; allora l'avvenire sarà scevro ed esente da quelli stessi errori che sì spesse volte hanno rimesso in questione ciò che peraltro tanto stabilmente consolidato sembrava.
È necessario, Sire, rinunciare per sempre e sinceramente a quel sistema di strage universale che seco loro recano le conquiste. La Vostra esistenza sarà bastantemente compiuta, la Vostra gloria bastantemente risplendente, se dal canto Vostro adempite l' impresa cui la Patria Vi invita ad accingervi.
Voi mostraste all'attonita terra ciò che poteva la Vostra spada. Terminate di provarle ciò che può il Vostro genio, come legislatore e come re cittadino.
Sire, un sol grido Vostro, un sol passo basteranno a far sorgere la Nazione intera. Dite, come Dio alla luce: Si faccia l'Italia, e l' Italia si farà. Se mai nella tomba scender poteste prima di averne spezzati i ferri, la terra dei Vostri primi trionfi sarebbe schiava in eterno.
Voi avete offerto all'ammirazione dell'universo la gloria delle pugne: non sdegnaste d'adottare oramai la gloria di Washington.
Finalmente, giudicar dovete, Sire, quale immenso partito trar potevate da due popoli generosi, l'uno e l'altro smembrati, che da voi aspettavano la loro rinascenza nazionale, e che accorsi sarebbero dalle due estremità dell' Europa per rendervi sulle rive della Senna ciò che Voi fatto aveste per essi su quelle della Vistola e del Tebro
Non della sola Italia, Sire, forse oggi si tratta: già l'aurora delle restaurazioni si annuncia in modo ostile, minaccevole almeno, per la libertà dei popoli; e non impossibile sarebbe che i destini del mondo intero trovarsi ai Vostri alti destini subordinati nuovamente dovessero.
Voi vinceste l' Europa finche foste l'alleato delle nazioni. Voleste divenire l'alleato dei Re, di cui eravate già l'arbitro: e fu allora che cadeste.
Egli è per anco in Vostro potere di porVi alla testa della civilizzazione europea. Se mai il moto retrogrado giungesse ad esserVi impresso, forse ci ritroveremmo al secolo delle Crociate.
Giammai, Sire, per quanto Vi sorpassaste Voi stesso, potreste andare né al di là né al di sopra dei prodigi di Marengo e di Austerlitz. Non può dunque essere nelle guerre che la Maestà Vostra debba ricercare nuovi allori.
Noi non verghiamo, o Sire, ad offrirvi il sangue dei popoli come l'appannaggio dei troni. Noi porgiamo ai Vostri sguardi una nazione sottomessa che chiede di nuovo un Liberatore, che acconsente a farne il suo Re, se questo Re consente lui stesso di non veder nello scettro che le insegne della Magistratura Suprema.
Prima di tutto è indispensabile che Vostra Maestà conosca le basi fondamentali che sono di una necessità sine qua non alla vostra piena cooperazione. Se essa le accetta, Vostra Maestà potrà disporre del nostro braccio, della nostra vita e delle nostre sostanze. Siamo, è vero, in piccolo numero; ma, Voi lo sapete, o Sire, la nostra anima è intrepida: ciascuno di noi, nella maggior parte nei campi di battaglia, spesse volte fissò gli sguardi della morte, e non noi, bensì la morte li abbassò. Quei fra noi, la cui carriera fu estranea alle armi, fecero ugualmente peraltro le loro prove. Né i pugnali, né i supplizi ci faranno impallidire. Nessun ostacolo potrà arrestarci: nessun pericolo ci farà vacillare. Mossi da uno stesso spirito, uniti da un medesimo giuramento, animati da un ugual pensiero, una parola di Vostra Maestà sarà bastante a decidere delle azioni nostre.
Confidiamo al più giovane di noi il periglioso onore di recare a Vostra Maestà queste sommarie proposizioni. Voi conoscete, Sire, nella di lui persona uno dei bravi di Marengo e di Jena: esso potrà mostrarvi le sue cicatrici di Eylau e di Friedland e non avrete certo dimenticata la nobile condotta che tenne a Brienne-Montmirail.
Allorchè Vostra Maestà avrà dato le sue istruzioni a questo ufficiale per i mezzi ulteriori di corrispondere, noi supplichiamo di rimandarlo sul Continente più presto possibile: e come sarebbe utile che esso andasse nel Mezzogiorno, Vostra Maestà potrebbe confidargli una missione per il Re di Napoli, all'oggetto di accreditarlo presso di quel governo e per farglielo personalmente conoscere come investito in questa occasione della Vostra piena confidenza e della nostra pure: poiché, per il resto, il Re ben lo conosce d'antica data come un vecchio soldato su cui si può contare…""


A Napoleone, questa lettera e questo disegno piacque, perché grande ed arduo e concepito dai patrioti italiani, la maggior parte dei quali, come il DELFICO stesso dichiarava, erano suoi vecchi soldati; il Bonaparte qua e là lo corresse, quindi inviò a Torino una sua persona di fiducia per accordarsi con i capi del movimento. Altre persone furono mandate in varie parti d' Italia per vedere di prendere accordi, spronare, e Napoleone si teneva quasi quotidianamente in contatto con i promotori e a due di essi, andati a trovarlo a Portoferraio nell'ottobre del 1814, esponeva chiaro e conciso il suo programma in cui mostrava di aver fatto tesoro dei consigli del Delfico e più ancora della sua stessa esperienza:

"… Sono stato grande sul trono di Francia principalmente per la forza delle armi e per l'estensione della mia influenza sull' intera Europa. Ho dato alla Francia codici e leggi che vivranno quanto il mondo; ma carattere distintivo del mio regno era sempre la gloria delle conquiste. A Roma io volgerò ad altro e miglior fine questa medesima gloria, splendida come la prima, ma non guidata dagli stessi principi; meno rumorosa, ma certo più durevole e proficua, perché nessuna si potrà ad essa paragonare. Farò degli sparsi popoli d'Italia una sola nazione: darò loro l' unità di costumi che ad essi manca, e sarà questa l' impresa più difficile che io m'abbia tentato fin qui. Aprirò strade e canali, moltiplicherò le comunicazioni: nuovi e copiosi spacci si apriranno alle rinate industrie italiane, mentre l'agricoltura mostrerà la prodigiosa fecondità dell' italo suolo e gli immensi vantaggi che se ne possono ritrarre. Darò all' Italia leggi adatte agli Italiani. Finora io non sono riuscito a dar loro che provvedimenti temporanei: tutto sarà da ora innanzi compiuto: e ciò che io farò sarà eterno quanto l'Impero. Napoli, Venezia, La Spezia saranno immensi cantieri di costruzioni navali, e in pochi anni avrà l' Italia una marina imponente. Farò di Roma un porto di mare. Fra venti anni avrà l' Italia una popolazione di trenta milioni di abitanti e sarà allora la più potente nazione d' Europa. Non più guerre di conquista. Nondimeno avrò un esercito prode e numeroso sui cui vessilli farò scrivere il motto: "Guai a chi lo tocca" e nessuno l'oserà. Dopo essere stato Scipione e Cesare in Francia, sarò Camillo a Roma: cesserà lo straniero di calpestare con il suo piede il Campidoglio, né più vi ritornerà. Sotto il mio regno, la maestà antica del popolo-re si unirà alla civiltà del mio primo impero, e Roma uguaglierà Parigi, serbando tuttavia intatta la grandezza delle sue memorie passate. Sono stato di Francia il colosso della guerra: sarò in Italia il colosso della pace…".

Andavano e venivano da Genova a Portoferraio i messi; ma frequenti giungevano all' Elba anche inviati dalla Francia, dove amici e commilitoni lo invitavano a ritentare la fortuna. Napoleone, ora, più che a quelle d' Italia porgeva ascolto alle voci di Francia e, considerando che la restaurazione dell'impero francese avrebbe presentato minori difficoltà che l' impresa italiana, già cominciava a vagheggiare l'idea di uno sbarco in Provenza e a rallentare i rapporti con i cospiratori della penisola.
Questi però non erano uomini da rassegnarsi alla servitù e, anche senza Napoleone, erano decisi ad agire, specie gli ufficiali dell'esercito italico, fra cui i liberali più ardenti erano i generali LECHI, FONTANELLI, ZUCCHI, DEMESTER, BELLOTTI, i colonnelli MORETTI, OLLINI, VARESE. PAVONI e il caposquadrone RAGANI. L'idea di una rivolti militare risorse; si mandarono (sbagliando personaggio) messi al MURAT perché lo inducessero ad unire le sue forze con quelle dell'esercito italiano, le quali, così riunite, avrebbero facilmente, cacciato gli Austriaci; ma il re Gioacchino era dubbioso e d'altro canto non si riusciva a trovare un uomo che volesse mettersi alla testa della rivolta, essendosi rifiutati il FONTANELLI, TEODORO LECHI e lo ZUCCHI.

Allora si accantonò l'idea d'una ribellione prettamente militare sostenuta dai Napoletani e si riprese il disegno dell' insurrezione. Fra i congiurati lombardi, in gran parte appartenenti alla massoneria, vi erano dei piemontesi, fra cui il generale FELLONI, i quali, si crede, informarono della congiura il conte piemontese ALESSANDRO GIFFLENGA, generale dell'ex regno italico, per averlo dalla loro parte e lo incaricarono di recarsi in Piemonte per farvi proseliti.
Il Gifflenga si recò, il 6 novembre del 1814, a Vercelli e invitò il conte AVOGADRO della MOTTA, sindaco di quella città, a recarsi a Milano per accordarsi con i congiurati. Il della Motta invece, quello stesso giorno, diede comunicazione del fatto al conte di VALLESA, ministro degli esteri di VITTORIO EMANUELE I, con una lettera che riportiamo:

"….Stamane si è presentata da me una persona, proveniente da Milano, che mi ha invitato a portarmi colà, onde essere presente ad una conferenza avente per scopo un movimento generale in Italia contro i Tedeschi. Questa persona doveva andare a Torino, per vedere se vi erano malcontenti e far causa comune. Ammonito da me il suo viaggio a Torino essere inutile, perché i malcontenti erano pochi e di natura ad avere un malcontento personale e non generale, esso, in queste ed altre riflessioni, ritornò a Milano. Si sono fatte deputazioni al Re di Napoli, ma segrete; si sono invitati parecchi personaggi a riunirsi: il progetto è di disarmare a un certo punto i Tedeschi in Lombardia, di impadronirsi del parco dell'artiglieria di Pavia e di offrire la corona al Re di Napoli o a chi venisse da fuori (Napoleone), tagliare la strada e portarsi sull' Isonzo. Il piano è mal concertato, ma può riuscire in un primo momento, ma poi certamente fallire. L'affare deve scoppiare in cinque o sei giorni. Si precipitano le operazioni, onde avvalersi dei reggimenti italiani prima che questi partano dalla Lombardia …"

Il conte di VALLESA, allarmato da quelle notizie, informò della congiura il re di Sardegna e il maresciallo BELLEGARDE e, tramite il Conte DELLA MOTTA, indusse il GIFFLENGA a raccoglier maggior notizie sulla congiura. Credendo di salvare la patria, un ministro sabaudo cooperava così a ribadire i ceppi della restaurazione. Messo sull'avviso, il Belleguarde fece il 18 novembre partire i reggimenti italiani per l' Ungheria, rafforzò il presidio di Milano e, per conoscere i congiurati, di cui ignorava i nomi, si rivolse a un suo parente savoiardo, abilissimo nel tender tranelli.
Questi, assunto il nome e il titolo di visconte di SAINT-AGNAN e fingendosi segretamente inviato da LUIGI XVIII, dal reggente d' Inghilterra e dal duca di Angouléme per sollevare l' Italia dal giogo austriaco, entrò in relazione con il lorenese GIAMBATTISTA MARCHAL, massone e congiurato, e da lui fu presentato ad altri membri della cospirazione: il celebre medico parmigiano GIOVANNI RASORI, l'avvocato LATTUADA e il colonnello GASPARINETTI.

Considerato che per procedere contro i congiurati occorrevano delle prove, il finto visconte se le procurò con un abile stratagemma. La sera del 26 novembre il Marchal, il Lattuada, il Gasparinetti e il Rasori erano riuniti in casa di quest'ultimo per prendere gli ultimi accordi, quando giunse il falso Saint-Agnan, il quale, asserendo che la casa era circondata dalla polizia, si fece consegnare i documenti compromettenti per metterli al sicuro. I documenti invece passarono nelle mani del Bellegarde, il quale, la notte dal 3 al 4 dicembre, fece arrestare i generali TEODORO LECHI, bresciano, GASPARE BELLOTTI, torinese, e FILIPPO DEMESTER, di Milano, i colonnelli ANTONIO GASPARINETTI, di Ponte a Pieve, SILVIO MORETTI e CARLO OLINI, bresciani, e PIETRO VARESE, milanese, il tenente-colonnello PIETRO PAVONI, di Orzinuovi, il caposquadrone CESARE RAGANI, di Bologna, l'ufficiale di Stato Maggiore BARTOLOMEO CAVEDONI, modenese, il commissario straordinario dell'esercito UGO BRUNETTI, lodigiano, il RASORI, il LATTUADA, il MARCHAL, GEROSIO SANTINI di Lecce e ANTONMARIA CAPROTTI, milanese.

Indizi di complicità si raccolsero intorno ai generali FONTANELLI, ZUCCHI, PALOMBILLI, PAOLUCCI, al conte PORRO, ai professori REZIA e ROMAGNOSI e altri; mancando però le prove su quest'ultimi della loro partecipazione alla congiura, non furono arrestati né processati. Sotto processo furono messi invece quelli ch'erano stati arrestati, i quali, solo dopo circa due anni (17 settembre 1816) di prigione, seppero di essere stati condannati a cinque anni di carcere duro e che l'imperatore aveva commutato la pena in diciotto mesi.

Il fallimento dell'impresa, con l'opera degli infiltrati in cerca di facili prebende nelle nuove corti, e con i cospiratori poi finiti tutti in galera, anche perché erano pochi oltre che i primi, non favorì certamente l'opera di proselitismo. Ma non è che terminò il "nuovo" "patriottismo". (* - sul termine vedi sotto). Nei moti del 1820 a Salerno e Napoli (PEPE, MORELLI, SILVATI ecc), e poi in quelli del 1821 in Piemonte, nelle file dei "ribelli" (detti "patrioti", ma sarebbe meglio dire "costituzionalisti") ritroveremo molti ufficiali che erano in questi anni nelle file dell'esercito bonapartista (e fra questi, c'era anche un giovane cadetto e ammiratore di Napoleone: Carlo Alberto.

Era cresciuto in due mondi incompatibili fra di loro, ma non riusciva ad appartenere né all'uno né all'altro; i due poli di questi due mondi lo attiravano, ma nello stesso tempo, nel momento di sprigionare l'energia necessaria per appartenervi, i due poli lo respingevano e lui annaspava; zoppicava da una parte o dall'altra, tradendo prima di tutto se stesso, poi tradiva le aspettative degli altri. Sia quelle dello zio come quelle dei liberali.
Prima bonapartista, poi timido liberale, poi duro conservatore e filo-clericale, poi nuovamente liberale; infine non credendo alla sua forza e alla sua anima democratica, indeciso, attanagliato dai dubbi e dalle contraddizioni, in una poco chiara battaglia, come re e come uomo dopo venti anni si dichiarò sconfitto; abdicò, partì per l'esilio, per morire pochi giorni dopo di crepacuore a soli 50 anni. Non riuscì nel suo grande progetto; non divenne un grande sovrano di un grande regno, ma morì da uomo, e nonostante le ricchezze, come un uomo comune: di dolore.
Una fine che ci appare come il riscatto di una vita enigmatica; una signora morte che si portava via un re intelligente ma molto orgoglioso, ma che ci restituiva un uomo umile, soffocato dal dolore di un'esistenza vuota. Quindi più umano. Fino al punto che, vissuto e uscito dalla scena storica con intorno tanto odio, iniziò a guadagnarsi tanta stima, affetto, simpatia, anche da chi lo aveva odiato. Fu l'ultima onorevole, intelligente, ammirevole e anche commovente uscita di scena di un Savoia in Italia.
A dire il vero la leggenda del "martire di Oporto" fu poi costruita retrospettivamente da quegli stessi individui che avevano contribuito a portarlo alla rovina; oltre che (questo é comprensibile) dagli eredi della sua dinastia che poi "governarono" (?! Dicendo si quando dovevano dire no, e no quando dovevano dire si) ininterrottamente (?) fino al 1945 l'Italia (con il suo Statuto (l'"Albertino"), che se applicato prima, come poi fu applicato dopo, avrebbe evitato all'Italia una serie di tragedie, oltre che a restituire altissimo prestigio agli stessi Savoia.

Che due secoli prima furono i soli in Italia a "osare" (Emanuele Filiberto, Carlo Emanuele I) a dire quasi trecento anni prima, di "aver cuore e forze per opporsi contro tutti", o ""Sebbene questi re sono grandi...io non voglio esser schiavo di nessuno", o quell'altro detto davanti a Filippo III nel 1621: "il nome di umiliazione non si intende nel linguaggio piemontese". Erano altri tempi! Forse con meno cultura, ma il coraggio non mancava proprio.

(*) I moti "patriottici" popolari, erano forse ancora esigui, ma stavano per nascere e c'erano. Ma bisogna fare un distinguo con questo termine. Fu usato (e lo si usa ancora oggi in certi ambienti) e mistificato anche nel senso di giacobino, quindi sostenitore dei francesi (che poi era una élite)e parliamo di quelli che non esitarono (e lo abbiamo visto, nel sud come nel nord) a combattere e a tartassare le stesse popolazioni che volevano "liberare", per favorire, in ultima analisi, gli interessi delle truppe di occupazione francesi (e spesso per interessi personali). E così pure nel sud i sostenitori dei Borboni quando questo il termine patriota fu usato e abusato quando i Borboni erano in Sicilia, per indicare i componenti delle "bande" di Ruffo o di Fra Diavolo, mercenari e avanzi di galera, sostenuti dai Borboni stessi, dalla Chiesa e appoggiati o meglio dire utilizzati da una grande potenza come l'Inghilterra per i propri interessi). Ben diverso fu poi il "patriottismo" successivo. Nel nord i patrioti veri erano i "costituzionalisti" o se vogliamo chiamarli in un modo più acconcio "indipendentisti" (pur essendoci dentro anche ufficiali dell'esercito bonapartista), ma non filo-francesi e nemmeno "giacobini". Come erano costituzionalisti e indipendentisti quelli del sud (pur essendoci dentro anche ufficiali dell'esercito filo-borbonico) chiamati poi tutti "briganti".

In comune -quelli del nord come quelli del sud- avevano la rinascita di una coscienza "nazionale", che allora -non nel termine di oggi- aveva confini ben precisi. L'Italia non era UNA da più di 16 secoli, quindi lingua, tradizioni, costumi, e soprattutto carattere erano diversi, legati al proprio territorio. E se ancora oggi abbiamo "localismi" estremi (la cui componente principale non è quasi più la "coscienza locale", ma l'egoistica "economia locale") figuriamoci allora quando il potere dominava le masse ignoranti, analfabete, contadine, senza alcuna altra risorsa, se non quella della "pagnotta" in cambio del proprio cieco e inconscio servilismo, e sempre pronte a gridare o "Viva Maria", o viva questo o quell'altro in determinate e improvvise mutevoli circostanze, dove il motto era nei poveri: "Poca lagna se no, non se magna", e nei ricchi "Dire sì a questo a quello e a tutto, purchè si possa tenere tutto".
Del resto come abbiamo già letto, e leggeremo ancora, anche i peggiori assolutisti si appellavano all'indipendenza, alla libertà, al benessere della nazione, che avevano conquistata con le armi, che dominavano e terrorizzavano con le armi, e poi trattavano come una colonia.

Come vedremo d'ora in avanti dentro le file dei "ribelli", inizia ad esserci di tutto, dal bottegaio, al contadino, dall'imprenditore al professionista, rischiando spesso l'attività economica e la propria vita per un ideale che nulla ha più a che vedere con i mercenari che abbiamo visto fino ad ora.
Questi nuovi martiri della libertà non hanno una targa di appartenenza, ma ne hanno una che è quella della dignità della persona umana.
Anche se non possiamo tacere che pure dopo il 1849, oltre che questa componente idealistica seguitò a prosperare quella della strumentalizzazione delle masse; in quella meridionale, come in quella ligure, piemontese, lombarda, toscana e pontificia, e che in certi casi (alcuni di questi, "patrioti", "avventurieri", "mercenari" ) vendettero la propria regione con tutta la sua popolazione a vantaggio di pochi. L'etichetta di "cospiratori" nel nord, come quella di "briganti" nel sud, seguitò ad essere comoda da applicare, per non vedere una realtà molto più complessa, e che i sovrani e i loro governanti non erano in grado né di capire e tanto meno di risolvere. La chiamarono "questione" quella meridionale, invece era un "problema" che bisognava risolvere, e non certo né con le chiacchiere e tanto meno con le armi in mano. Ricordiamoci che nel 1860 l'esercito piemontese entrò nelle Due Sicilie (uno Stato formalmente alleato, "amico" e riconosciuto internazionalmente) senza neppure una dichiarazione di guerra come se fosse già un suo territorio da domare. Cioè una invasione illegittima di uno stato sovrano, prima fatta con un migliaio di avventurieri, poi sostenuta (come avrebbero potuto altrimenti) da un regolare esercito, e infine aiutata e poi sdoganata questa invasione da una potenza straniera (il cui ricordo di questi anni 1806-1814 non poteva essere stato dimenticato sull'isola - cioè Beatnick).
Dimenticò invece il "patriota" Garibaldi, ciò che avevano fatto i francesi in Italia, dimenticò Mentana, l'indignazione della rapina della "sua" Nizza, la "svendita" del Veneto, gli accesi comizi per liberare Roma dai francesi, i morti ancora caldi, e nel 1870 andò aiutare come mercenario e non come "patriota italiano" proprio Napoleone III, e che (fortuna per l'Unità d'Italia)- fu poi sconfitto.

PROSEGUI CON LA SECONDA PARTE > > >

IL RE GIOACCHINO MUOVE VERSO IL PO - IL PROCLAMA DI RIMINI -- BATTAGLIA DEL PANARO - RITIRATA DEI NAPOLETANI - BATTAGLIA DI TOLENTINO - IL COMMODORO CAMPBELL. - TRATTATO DI CASA LANZA - PARTENZA DI GIOACCHINO MURAT -- L'ATTO FINALE DEL CONGRESSO DI VIENNA - ARTICOLI RIGUARDANTI L' ITALIA - FERDINANDO DI BORBONE E IL REGNO DELLE DUE SICILIE - LA SANTA ALLEANZA - FINE DI GIOACCHINO MURAT

( QUI TUTTI I RIASSUNTI STORIA D'ITALIA )

RITORNA AL TABELLONE ANNI E TEMATICO