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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNI 1814-1815

RESTAURAZIONI IN ITALIA - CONGRESSO DI VIENNA
GIOACCHINO MURAT - LA SANTA ALLEANZA


LA SECONDA PARTE
IL RE GIOACCHINO MUOVE VERSO IL PO - IL PROCLAMA DI RIMINI -- BATTAGLIA DEL PANARO - RITIRATA DEI NAPOLETANI - BATTAGLIA DI TOLENTINO - IL COMMODORO CAMPBELL. - TRATTATO DI CASA LANZA - PARTENZA DI GIOACCHINO MURAT -- L'ATTO FINALE DEL CONGRESSO DI VIENNA - ARTICOLI RIGUARDANTI L' ITALIA - FERDINANDO DI BORBONE E IL REGNO DELLE DUE SICILIE - LA SANTA ALLEANZA - FINE DI GIOACCHINO MURAT


Il proclama di Bellegarde (12 giugno 1914) Il ritorno della Lombardia all'Austria

IL RE GIOACCHINO MUOVE GUERRA ALL'AUSTRIA
IL PROCLAMA DI RIMINI - LA BATTAGLIA DEL PANARO
RITIRATA DEI NAPOLETANI - BATTAGLIA DI TOLENTINO
TRATTATO DI CASA LANZA - PARTENZA DI GIOACCHINO MURAT


Mentre a Milano i patrioti cospiravano contro l'Austria e Napoleone dall' isola d' Elba prendeva accordi con i suoi partigiani di Francia, GIOACCHINO MURAT viveva incerto della sua sorte. Sapendo che non sarebbe stato mai abbastanza forte se non avesse avuto tutta con sé la popolazione del suo regno, aveva cominciato a liberaleggiare, perdonando ai carbonari, alleviando i dazi e promettendo la costituzione; ma ben presto si era accorto che non dalla situazione interna era minacciato il suo trono, ma dalla politica degli stati d' Europa, i cui rappresentanti erano riuniti in Congresso a Vienna.

FERDINANDO IV di Borbone brigava attivamente per riottenere dal Congresso il regno di Napoli ed era riuscito ad accaparrarsi, forse con il denaro, l'appoggio del TAL1EYRAND, molto più potente certo di quello dello zar il quale diceva che non avrebbe mai tollerato sul trono napoletano un re carnefice. Anche il Murat aveva cercato di tirar dalla sua il Talleyrand, ma non vi era riuscito, e al Congresso non aveva proprio nessuno che lo sostenesse, ad eccezione dell'Austria, la quale del resto solo perché alleata ambiguamente con lui mostrava di appoggiarlo, anche se era sospettosa. Il congresso aveva stabilito di decidere per ultima la questione napoletana. Ciò teneva sulle spine il Murat, che, osteggiato dai sovrani europei, sollecitato dai patrioti italiani (che non sapevano il suo doppio gioco), minacciato da Ferdinando IV che faceva preparativi per riconquistare il regno perduto, indispettito dalla debole difesa che di lui faceva l'Austria, andava rivolgendo disegni di guerra e intanto rafforzava il suo esercito nelle Marche, non ancora restituite alla Chiesa, e fortificava Ancona.

Volendo sperimentare l'amicizia dell'Austria, il Murat, con il pretesto di doversi difendersi alle minacce borboniche dalla parte di Terracina, chiese facoltà di occupare temporaneamente lo Stato romano, ma l'Austria (più sospettosa di prima) gli fece sapere in modo chiaro e incombente (28 febbraio 1815) che avrebbe considerato come atto d'ostilità qualsiasi mossa dell'esercito napoletano oltre i confini del suo regno, contro il quale in questo caso (e siamo alla minaccia) avrebbe mandato un esercito di centomila uomini.

Oramai il re di Napoli sapeva fino a che punto poteva contare sull'alleanza austriaca ed aveva in cuor suo deciso di prevenire i suoi nemici e muover guerra all'Austria non appena Napoleone, con cui si era rappacificato (relativamente, il cognato restava sempre sospettoso, più ancora degli austriaci), fosse sbarcato in Francia. Ma quando gli giunse la notizia che il cognato era sbarcato a Cannes (10 marzo 1815), non volle subito dichiarar guerra alla sua alleata e, per guadagnar tempo, fece sapere ai gabinetti di Vienna e di Londra che, di fronte al ritorno di Napoleone, egli non avrebbe mutato politica, ma contemporaneamente scriveva al cognato che si preparava a muovere contro gli Austriaci e che, se fosse stato aiutato dalla fortuna, presto sarebbe corso in suo aiuto con un formidabile esercito.

Napoleone ricevette il messaggio del cognato ad Auxerre il 17 marzo e gli rispose consigliandolo di non assalir l'Austria e di aspettare che lui gliene indicasse il momento opportuno; ma il consiglio prudente giunse troppo tardi: il Murat, non badando alle parole dei ministri e degli amici, fra cui il generale COLLETTA, aveva ordinato all'esercito di mettersi in marcia verso il Po.

L'esercito napoletano era forte di cinquemila uomini di cavalleria, trentacinquemila fanti e sessanta cannoni; comandavano le legioni della Guardia il principe PIGNATELLI-STRONGOLI e il LIVRON, la fanteria di linea i generali CARASCOSA, D'AMBROSIO, GIUEPPE LECHI, ROSSETTI, il genio il COLLETTA, l'artiglieria il PEDRINELLI; capo di Stato Maggiore era il MILLET. L'esercito si mosse il 22 marzo, diviso in due colonne: una diretta verso le Marche, l'altra verso Roma. Pio VII che aveva rifiutato al re il permesso di passare attraverso lo Stato della Chiesa, all'avvicinarsi dei Napoletani riparo Viterbo, poi a Firenze e infine a Genova; ma il Murat non entrò in Roma e proseguì verso le Romagne.

Giunto ad Ancona, il re fece dichiarare a Vienna che, marciando verso il Po, egli intendeva soltanto premunirsi da un eventuale attacco di Napoleone ! Ma l' imperatore FRANCESCO comprese che cercava di guadagnar tempo e non gli credette, anzi gli dichiarò guerra e firmò una convenzione con FERDINANDO, che, pagandogli venticinque milioni, riceveva la promessa di essere riposto sul trono di Napoli. Contenporaneamente anche l'Inghilterra si muoveva, rompeva l'armistizio e ordinava alla sua flotta di assecondare i movimenti del Borbone, il quale già si preparava a sbarcare nella terraferma dove si faceva precedere da bandi e proclami. Allora il Murat inalberò la bandiera dell' indipendenza, quella bandiera, che, innalzata cinque mesi prima, avrebbe fruttato alla sua impresa il prezioso concorso dell'esercito dell'ex-regno italico, e di tutti i patrioti, il 30 marzo, da Rimini, lanciò il famoso proclama:

IL PROCLAMA DI RIMINI DI MURAT

"… Italiani ! E' giunta l'ora in cui si debbono compiere gli alti destini d' Italía. Provvidenza vi chiama infine ad essere una nazione indipendente. Dalle Alpi allo stretto di Sicilia si ode un grido solo: "l'indipendenza dell' Italia !" E a qual titolo popoli stranieri pretendono togliervi questa indipendenza, primo diritto e primo bene d'ogni popolo ? A qual titolo signoreggiano nelle vostre più belle contrade? A qual titolo si appropriano delle vostre ricchezze per trasportarle in regioni ove non nacquero? A qual titolo finalmente vi strappano i figli, destinandoli e servire, a languire, a morire lungi dalle tombe degli avi ?
Invano dunque levò per voi la natura le barriere delle Alpi? Vi circe invano di barriere più insormontabili ancora, la differenza di linguaggi e de' costumi, l' invincibile antipatia dei caratteri ? No, no. Sgombri dal suolo italico ogni dominio straniero. Padroni una volta del mondo, espiaste questa gloria perigliosa con venti secoli di oppressioni e di stragi. Sia oggi vostra gloria di non aver più padroni.
Ogni nazione deve contenersi nei limiti che le diede la natura. Mari e monti inaccessibiili, ecco i limiti vostri. Non aspirate mai ad oltrepassarli, ma respingetene lo straniero che li ha violati, se non si affretta di tornare ne' suoi.
Ottantamila Italiani degli Stati di Napoli marciano comandati dal loro re, e giurano di non più domandare riposo, se non dopo la liberazione dell' Italia. E' già provato che sanno essi mantenere quanto giurarono. Italiani delle altre contrade, assecondate il magnanimo disegno. Torni alle armi deposte chi le usò tra voi, e si addestri ad usarle la gioventù inesperta.
" Sorga in sì nobile sforzo chiunque ha cuore ed ingegno, e snodando voce, parli in nome della patria ad ogni petto veramente italiano. Tutta insomma spieghi, ed in tutte le forme, l'energia nazionale. Trattasi di decidere se l' Italia dove esser libera, o piegare ancora per secoli la fronte umiliata al servaggio.
" La lotta sia decisiva, e vedremo assicurata lungamente la prosperità di una patri sì bella, che lacera ancora ed insanguinata, eccita tante gare straniere. Gli uomini illuminati di ogni contrada, le Nazioni intere degne d'un governo liberale, i Sovrani che si distinguono per la grandezza di carattere, godranno della vostra intraprendenza, ed applaudiranno al vostro trionfo.
Potrebbe non applaudirvi l' Inghilterra, quel modello costituzionale, quel popolo libero, che vanta e si gloria di combattere e di profondere i suoi tesori per l' indipendenza delle nazioni? " Italiani, voi foste lunga stagione sorpresi di chiamarci invano; voi ci tacciaste di inazione, allorché i vostri voti ci suonavano intorno da ogni parte. Ma il tempo opportuno non era ancora venuto; non per questo aveva io fatto prova della perfidia de' vostri nemici; e fu utile che l'esperienza smentisse le bugiarde promesse, di cui vi erano sì prodighi i vostri antichi dominatori, nel riapparire tra voi. Esperienza pronta e fatale ! Me ne appello a voi, bravi ed infelici italiani di Milano, di Bologna, di Torino, di Venezia, di Brescia, di Modena, di Reggio e d'altrettanti illustri ed oppresse regioni. Quanti prodi guerrieri e patrioti virtuosi svelti dal paese natio ! Quanti gementi tra i feriti! Quante vittime d'estorsioni ed umiliazioni inaudite! Italiani! riparo a tanti mali. Stringetevi in salda unione, ed un governo di vostra scelta, una rappresentanza veramente nazionale, una Costituzione degna del secolo che a voi garantisca la vostra libertà e prosperità interna, appena che il vostro coraggio, avrà garantita la vostra indipendenza.
" Io chiamo d'intorno a me tutti i bravi per combattere; io chiamo quelli a me pari che hanno profondamente meditato sugli interessi della loro patria, alfine di preparare e disporre la costituzione e le leggi che possono reggere la "felice Italia", "l' indipendente Italia…".

Il proclama era bello e i veri patrioti fremettero nel leggerlo e s'illusero i poeti che finalmente fosse suonata per l' Italia l'ora fatidica della liberazione; ma le moltitudini, sfiduciate da tante promesse non mantenute, scettiche intorno alle sorti della penisola, diffidenti, e non a torto, verso quanti per il proprio interesse si appellavano all' indipendenza, stanche da molti anni di guerre, rimasero indifferenti all'appello del re di Napoli, il quale non vide venire sotto le sue bandiere che poche centinaia di volontari, gente, i più (credendolo sincero) che avevano militato sotto le insegne napoleoniche. Le prime operazioni del Murat nelle Romagne furono felici. A Cesena il generale CARASCOSA, che comandava l'avanguardia dell'esercito napoletano, venne a battaglia con gli Austriaci e li sconfisse, quindi si spinse fino a Bologna, ne scacciò il generale austriaco BIANCHI, lo costrinse a ripiegare su Modena e lo inseguì fin sulle rive del Panaro.

Il 2 aprile il re Gioacchino entrava a Bologna e il giorno dopo emanava un decreto con il quale istituiva nel distretto di Ravenna e nei tre dipartimenti del Reno, del Basso Po e del Rubicone un commissario civile incaricato di presiedere all'amministrazione. A reggere il commissariato il Murat chiamò il prof. PELLEGRINO ROSSI, che subito anche lui lanciò un altro patriottico proclama:

"…Il tempo dell'inazione e del sommesso lamentarsi e quasi disperarsi è cessato. L'Eroe, a cui tutti eran volti gli sguardi degli Italiani, ne esaudì i caldi voti. Circondato da prodi, volò fra noi, levò altissimo il grido della nazionale indipendenza; Egli di schiavi vuol farne italiani. Potremmo noi non accorrere alla voce del Grande che ci vuol salvi? Di Lui, che con l' invitta sua destra vuol toglierne quella macchia che da tanti secoli ne disonorava? Chi non fremeva di noi, se scintille pur gli restava di santo fuoco italiano, al vedere l'orgoglio straniero passeggiare minaccioso e sprezzante per le nostre belle contrade, e noi calpestare, noi d'ogni maniera opprimere e vilipendere, e a noi insultare come a schiavi nati per esserlo e incapaci di non. esserlo ?... "
E il proclama si chiudeva con il grido: "Viva il Re Gioacchino ! Viva l'Italia !"

Quello di PELLEGRINO ROSSI non fu il solo proclama; altri se ne fecero e tutti avevano lo stesso scopo, quello di scuotere gli Italiani e farli accorrere alle armi. Il 5 aprile i colonnelli CASPI e PAIELLA, i maggiori RICCARDI, BARBIERI, FERRI e sei capi-battaglioni. veterani delle guerre napoleoniche, rivolgevano un appello ai loro compagni di armi.
"… vostri capi, i compagni, gli amici vostri, sono quelli che ora vi chiamano. Udite la loro voce, o valorosi soldati! Quella voce che altamente vi risuonava un giorno nelle campagne di Germania, Spagna, Polonia, Moscovia, quando a un grido animatore correvate con noi alle vittorie, allo sterminio dei nemici, la stessa voce vi chiama e vi grida: accorrete! Non marceremo in lontane regioni, non affronteremo climi perversi, a difendere l' interesse di uno straniero; resteremo in Italia, e dall'Italia cacceremo ogni straniero .... Se a tanto vi sprona l'amore di libertà, se l'onorata impresa per voi avvenga, vi ridonerete dopo ai vostri focolari, vi rivedrete in seno alle vostre famiglie.. pacificamente vivrete. Allora, quasi obliando i primi da voi riportati trionfi, ambirete di ricordare questo solo, il massimo, l'ammirevole, l'immortale: noi fummo i liberatori della patria…"

. A rendere più efficace l'appello dei veterani il re Gioacchino con decreto del 9 aprile richiamava in servizio i soldati dell'ex-regno italico con il grado da loro ricoperto e con promessa di rapidi avanzamenti, ed esentava le famiglie dei militari tornati in servizio dall'intera contribuzione personale per il periodo almeno di tre anni e per tutto il tempo in più in cui sarebbero rimasti sotto le armi. Contemporaneamente si decretava l' istituzione della coccarda italiana dai colori amaranto e verde, e il presidente della Commissione di Guerra, ARCOVITO, pubblicava a Bologna un manifesto:

" Italiani, all'armi ! Questo grido che mosse dai confini più meridionali d'Italia si ripeta e rimbombi fino alle Alpi, ed infiammi di santo entusiasmo ognuno che nemico non sia della gloria e dell'onore nazionale …"

Le operazioni di guerra intanto continuavano. Gli Austriaci si erano ritirati dietro il Panaro ed avevano munito di poderose artiglierie la testa di ponte di Sant'Ambrogio. Il 4 aprile, mentre un battaglione di Napoletani cercava di passare il fiume a Spilamberto per prendere di fianco il nemico, il re Gioacchino giunto al campo, ordinò che il suo esercito assalisse frontalmente le posizioni avversarie. Il ponte di Sant'Atnbrogio fu allora teatro di una lotta epica: i Napoletani si lanciarono all'assalto del ponte con furia straordinaria, ma furono respinti, tornarono all'attacco ma furono ancora ributtati indietro e così parecchie altre volte. Alla fine si slanciò alla carica, alla testa di un reggimento di cavalleria, il generale FILANGERI, e riuscì a passare il ponte con ventiquattro dei suoi, ma circondati da una folla di Austriaci, si difesero eroicamente poi caddero tutti accanto al loro generale, mentre il Murat, partito in soccorso, assaliva, con tanta furia i Tedeschi da costringerli alla ritirata.

In quella battaglia ottomila Napoletani, perdendo settecento uomini, avevano sconfitto e sloggiato da una posizione fortissima dodicimila Austriaci, causando loro la perdita di mille e duecento soldati. Nei giorni seguenti gli Austriaci continuarono a ritirarsi e i Napoletani si impadronirono di Modena, di Reggio, di Cento, di Ferrara e altre cittadine e paesi, presentandosi davanti ad Occhiobello e a Borgoforte dove il nemico aveva costituito due fortissime teste di ponte sul Po. Intanto il BELLEGARDE ammassava truppe alla sinistra del fiume e il 5 aprile lanciava un proclama, in cui accusava il re di Napoli di volere accendere dappertutto, mediante il vano simulacro dell' indipendenza italiana, l' incendio devastatore della rivoluzione, che gli spianava le vie della potenza per salire dalla condizione di privato a quella di sovrano
.
"Non meno straniero dell' Italia - continuava il proclama - che nuovo nell'ordine dei sovrani, egli volge con ostentazione agli Italiani parole che appena si addirebbero ad un Alessandro Farnese, ad un Andrea Doria, ad un Trivulzio il Grande; e si dà per capo della nazione italiana; la quale pure possiede proprie dinastie, regnanti da secoli, ed ha veduto nascere nelle più liete sue contrade tutta l'augusta famiglia, che regge con il paterno suo freno un sì gran numero di nazioni. E questo re dell'estremità dell' Italia vorrebbe traviare gli Italiani con la speciosa idea dei naturali confini e farli correr dietro al fantasma di un unico regno, cui sarebbe appena possibile assegnare una capitale: tanto è vero che la natura stessa vuol che l' Italia sia partita in più stati; ammaestrandoci con ciò, non dall'ampiezza del territorio, non dal massimo numero della popolazione, non dalla forza dell'armi assicurata essere la felicità dei popoli; ma piuttosto dalle buone leggi, dalla reverenza degli antichi costumi e dallo stabilimento di una parca amministrazione. Ond' è che la Lombardia ricorda tutt'ora con sensi di ammirazione e di gratitudine i nomi immortali di Maria Teresa, di Giuseppe II e di Leopoldo …"

Il giorno 7 aprile il re Gioacchino fece assalire la testa di ponte di Occhiobello, ma la resistenza nemica fu salda; il giorno dopo per sei volte i Napoletani tornarono all'assalto, ma non sostenuti dalle grosse artiglierie che non gli erano ancora giunte, furono sempre respinti. La sera dell' 8 il Murat si recò a Bologna e lì gli giunsero notizie dalla Toscana dove da Perugia aveva mandato seimila uomini della Guardia Reale con i generali PIGNATELLI-STRONGOLI e LIVRON per conquistare il paese e riunirsi poi al grosso dell'esercito per l'Appennino modenese. Questo corpo aveva occupato Firenze ma poco dopo n'era stato cacciato dalle truppe austriache del NUGENT, cui s'erano unite quelle granducali, e quindi si trovava a mal partito.

Il re ordinò alle truppe distaccate in Toscana di ritirarsi a Pesaro attraverso Perugia e Foligno. Intanto non meglio andavano le operazioni sulla linea del Po, dove gli Austriaci ricevuti grandi rinforzi, passavano all'offensiva. Uno dei loro primi obiettivi fu Carpi, presidiata dal generale GUGLIELMO PEPE con tremila uomini. Accanito fu il combattimento e in un primo tempo positivamente per i Napoletani tali da respingere il nemico con gravi perdite, ma, ritornati gli Austriaci con forze fresche e soverchianti, il Pepe fu costretto a ritirarsi e, dietro di lui, tutte le truppe napoletane, ch'erano sotto gli ordini del CARASCOSA, abbandonate Reggio e Modena, ripiegarono dietro la linea del Panaro. Il 15 aprile questa linea fu forzata dagli Austriaci, cogliendo i Napoletani alla sprovvista; questi dovettero abbandonare precipitosamente le posizioni di Spilamberto.
Allora il re Gioacchino ordinò la ritirata di tutto l'esercito su Lugo, Forlì e Ravenna, e la sera del 15 partì da Bologna, dove la mattina del giorno dopo, entrò l'avanguardia austriaca condotta dal conte di STAHREMBERG e, più tardi, il luogotenente generale d'armata STEFANINI e il tenente generale, comandante il secondo corpo austriaco, BIANCHI, il quale ristabiliva con pubblico bando "… i metodi di amministrazione pubblica, di finanza e di ogni altro qualunque articolo esistente al tempo del governo austriaco, rimanendo escluso qualunque funzionario eletto nel periodo murattiano…".

Mentre veniva eseguito il movimento di ritirata, gli Austriaci, imbaldanziti, assalirono i Napoletani sulle sponde del Reno. Le truppe del re che erano fuggite da Spilamberto, volendo riabilitarsi, chiesero di combattere e dopo tre ore di scontri accaniti respinsero il nemico. Dopo questo combattimento la ritirata proseguì per un buon tratto senza che gli Austriaci, i quali in due colonne comandate dal Bianchi e dal Neipperg seguivano i Napoletani, osassero disturbarla; ma tra Cesena e Forlimpopoli, sulle rive del Ronco, i regi furono improvvisamente assaliti di notte; anche se sostennero con tanta bravura l'attacco tale da respingerlo nettamente dopo avere inflitto alle truppe del Neipperg grosse perdite .

Un altro combattimento con esito favorevole agli Italiani avvenne a Cesenatico tra gli Austriaci e un reparto regio di circa duemila uomini comandato dal generale NAPOLETANI.
Il 3o aprile l'esercito del Re Gioacchino, ridotto a ventiquattromila uomini, si trovava accampato tra Ancona e Macerata; il Neipperg occupava con tredicimila austriaci Fano e Pergola e aveva per obiettivo Jesi; il Bianchi invece, che mirava a Macerata, aveva i1 quartier generale a Tolentino e occupava con ventimila uomini Camerino, Materica,, Fabriano e Monte Milone.

Il re di Napoli, persuaso che un'ulteriore ritirata avrebbe abbassato maggiormente il morale delle sue truppe e ne avrebbe assottigliato il numero, decise di affrontare separatamente le due colonne nemiche e di sbaragliarle prima che si inoltrassero nel regno. Il suo piano era: assalire con sedicimila uomini il corpo del Bianchi e, sconfittolo, farlo inseguire da ottomila dei suoi, quindi con gli altri ottomila unirsi al resto dei Napoletani rimasti sotto il comando del Carascosa e dare addosso al corpo del Neipperg. Il 12 maggio, il re Gioacchino, lasciato il generale Carascosa a fronteggiare con ottomila soldati il Neipperg sulle rive del Cesano, assalì col resto dell'esercito le posizioni del Bianchi e ad una ad una le prese d'assalto spingendo il nemico verso Tolentino. La sera interruppe la battaglia, che fu ripresa il giorno dopo. Si distinsero per il loro valore i reggimenti della Guardia Reale napoletana, che, assalito con impeto il nemico, lo scacciarono da alcune colline, e, quando gl'imperiali tornarono al contrattacco, seppero con grande bravura mantenere le posizioni occupate. La giornata sarebbe senza dubbio finita con la vittoria dei regi se fossero giunti a tempo quattromila uomini che si trovavano di riserva in Macerata; ma nonostante questo sul fare della sera, quando la battaglia fu interrotta neppure gli Austriaci potevano dire di aver vinto.

Durante la notte gravi notizie giunsero al Murat dal regno: il generale francese MONTIGNY, lasciato negli Abruzzi; scriveva che il NUGENT con dodicimila Austriaci aveva espugnato Antrodoco ed Aquila ed era ormai padrone di tutta la regione; il ministro della guerra, poi annunciava che il nemico era comparso sul Liri e che tumulti erano scoppiati in Calabria. La verità era invece diversa: i dodicimila uomini del Nugent non erano che cinquemila e Antrodoco ed Aquila erano state occupate solo perché il Montigny, malgrado fosse più forte, era fuggito senza battersi; sul Liri poi i Tedeschi non erano ancor giunti, anzi il generale Manhes, che guardava da quel lato il confine, aveva invaso lo stato romano, occupando Ceprano, Veroli e Frosinone.

Ma il re Gioacchino, impressionato da quelle notizie, ordinò quella stessa notte la ritirata. Questa dapprima, sebbene molestata dagli imperiali , fu eseguita con ordine: si mutò poi in rotta a causa delle piogge, della fatica, della mancanza dei viveri, della indisciplina e dello sconforto di capi e gregari. Molti soldati, dopo che essere entrati nei confini del regno, disertarono e se ne tornarono alle loro case.

E intanto l'Abruzzo, il Molise, la Capitanata e la Terra di Lavoro gli si ribellavano e tornavano all'obbedienza di Ferdinando; gli Austriaci, penetrati nel regno, cingevano d'assedio Capua e accoglievano il principe Leopoldo, secondogenito della Casa di Bordone, che assumeva la carica di Reggente; e infine il commodoro inglese CAMPBELL con due vascelli e due fregate spadroneggiava nel golfo di Napoli e con la minaccia di bombardare la capitale faceva sì che la regina Carolina, spaventata dal rumoreggiar della plebe, stipulasse una convenzione con la quale consegnava agli Inglesi il navigli napoletano, teneva sequestrati negli arsenali gli attrezzi e le armi e veniva assicurata di esser trasportata con i figli in Francia.
Questa convenzione, che per la parte riguardante il trasporto della regina non fu poi riconosciuta dall'ammiraglio Exmouth, fu segnata l' 11 maggio. Contemporaneamente il Murat, sperando d'ingraziarsi i sudditi, spediva da Pescara a Napoli perché Ari fosse promulgato con la data del 30 marzo, uno statuto costituzionale. Questo però non potè esser pubblicato e diffuso che il giorno 18 maggio, quando gli avanzi dell'esercito, battuti a Mignano il 17, non erano più capaci di contenere il nemico.

Il 18 maggio Gioacchino conferì incarico ai generali CARASCOSA e COLLETTA di trattare con il nemico. Le trattative avvennero alla Casa Lanza, presso Capua, e si chiusero il 20 con una convenzione sottoscritta dai due generali napoletani, dai generali austriaci BIANCHI e NEIPPERG e da lord BURGHERSH, rappresentante britannico.
Il 21 doveva esser consegnata agli Austriaci la fortezza di Capua, il 23 Napoli, quindi tutto il resto dei regno ad eccezione di Gaeta, Pescara ed Ancona; alle truppe che uscivano dalle fortezze dovevano essere resi gli onori militari; garantito doveva essere il debito pubblico, mantenuta la vendita dei beni dello Stato, conservata la nuova e l'antica nobiltà, confermati nei gradi, onori e pensioni i militari che passassero al servizio di Ferdinando giurandogli fedeltà. A questi patti i generali austriaci aggiunsero che il Borbone accordava perdono ai sudditi che avevano agito contro di lui e che, dimenticate le trascorse vicende, ogni napoletano potesse aspirare agli uffici civili e militari. L' imperatore Francesco consolidava il trattato con la sua formale garanzia.

Due giorni dopo la conclusione del trattato, Gioacchino si recò ad Ischia e di là fece vela verso la Francia. La plebaglia della capitale, sperando nel saccheggio forse, si diede a tumultuare, e la regina Carolina, che era rimasta come reggente, chiese ed ottenne che il CAMPBELL mandasse trecento marinai a tutelare l'ordine insieme con le truppe del presidio. Quel giorno stesso (22), essendosi rinnovati i tumulti, furono chiamati da: Capua alcuni squadroni di usseri austriaci.
La sera del 22, Carolina, insieme con i ministri Agar, Magdonald e Zurlo, monto a bordo di una nave inglese; il giorno dopo il principe Leopoldo, alla testa delle truppe austriache entrava a Napoli: "… E poiché - scrive il Colletta - per corrieri, per telegrafi per fama gli avvenimenti di Casa Lanza e di Napoli furono in quei giorni medesimi, divulgati ed il mutato governo in ogni luogo riconosciuto e festeggiato, tutte le apparenze scomparvero del regno di Gioacchino, nomi, immagini, insegne: solamente la regina prigioniera sul vascello stava ancora nel porto, spettacolo e spettatrice della sua miseria…"

CAROLINA infatti dovette, il 23 stipulare una nuova convenzione, e obbligarsi con l'Austria e l' Inghilterra a deporre il titolo di regina e trasferirsi a Trieste, da dove non si sarebbe mossa senza il consenso di Vienna e Londra. Sotto il nome di contessa di Lipona, Carolina partì dalla capitale del regno ai primi di giugno, proprio quando FERDINANDO IV salpava da Messina alla volta di Napoli, in cui doveva fare il suo ingresso il 9 giugno del 1815

CONGRESSO DI VIENNA - ARTICOLI RIGUARDANTI L'ITALIA
FERDINANDO DI BORBONE E IL REGNO DELLE DUE SICILIE
LA SANTA ALLEANZA - FINE Di GIOACCIIINO MURAT

Il giorno stesso che FERDINANDO IV di Borbone rientrava nella sua capitale, i plenipotenziari delle potenze europee, eccettuati quelli del Pontefice e della Spagna, firmavano l'atto finale del Congresso di Vienna, composto di centoventun articoli, di cui riportiamo solamente quelli che si riferiscono all'Italia.

Articolo 80 -- Sua Maestà il re di Sardegna cede la parte della Savoia che si trova tra le riviere d'Arve, il Rodano, i limiti della Savoia ceduta alla Francia e la montagna di Salève fino a Veiry inclusivamente, più quella che si trova compresa tra la strada, grande detta del Sempione, il lago di Ginevra, l'attuale territorio del cantone di Ginevra, da Venezas fino al punto in cui il fiume Hermance traversa la strada suddetta, e di là continuando il corso di quella riviera fino al lago di Ginevra, a levante del villaggio d'Ermance (l' intera strada del Sempione continuerà ad esser posseduta da S. M. il re di Sardegna), perché quei paesi siano riuniti al cantone di Ginevra, salvo a determinarsi più precisamente i limiti dai rispettivi commissari, soprattutto per ciò che riguarda Veiry e la montagna di Salève, rinunziando la suddetta Maestà, in perpetuo, senza eccezioni né riserve, per sé e i suoi successori, a tutti i diritti di sovranità ed altri che possono appartenerle nei luoghi e territori compresi in quella designazione. Sua Maestà il re di Sardegna consente inoltre a che la comunicazione tra il cantone di Ginevra e il Vallese per la strada del Sempione sia stabilita nel modo stesso che la Francia l' ha accordata tra Ginevra e il cantone di Vaud per la strada di Versoy. Vi sarà ancora in tutti i tempi una comunicazione libera per le truppe ginevrine tra il territorio di Ginevra e il mandamento di Jussy, e saranno accordate le facilitazioni che potrebbero essere necessarie per giungere dal lago alla strada del Sempione. D'altra parte sarà concessa esenzione di qualunque diritto di transito a tutte le mercanzie e derrate che, venendo dagli stati sardi e dal porto franco di Genova, traverserebbero la strada del Sempione in tutta la sua estensione per il Vallese ed il Ginevrino. Questa esenzione si limiterà al transito e non si estenderà né ai diritti stabiliti per la manutenzione della strada, né alle mercanzie e derrate destinate ad essere vendute o consumate all' interno.

Articolo 85 -- I confini degli .stati di S. M. il re di Sardegna saranno: dal lato della Francia quali esistevano il 1o gennaio 1792; ad eccezione dei mutamenti recati dal trattato di Parigi del 30 maggio 1814. Dal lato della confederazione Elvetica quali esistevano il 10 gennaio 1792, ad accezione del cambiamento avvenuto con la cessione in favore del cantone di Ginevra, contemplata nell'articolo 80. Dal lato degli stati di S. M. l' Imperatore d'Austria quali esistevano il 1° gennaio del 1792.
La convenzione conchiusa tra Maria Teresa e il re di Sardegna il 4 ottobre 1751 sarà mantenuta in tutti i suoi stati. Dal lato degli Stati di Parma e Piacenza il confine, per ciò che riguarda gli antichi stati di S. M. il re di Sardegna, continuerà ad essere come si trovava al 1° gennaio 1792. I confini dei cessati Stati di Genova e dei paesi detti feudi imperiali, riuniti agli statî del re di Sardegna, secondo i seguenti articoli saranno quelli stessi che al 1° gennaio 1792 separavano questi paesi degli stati di Parma e Piacenza e quelli di Toscana e di Massa. L'isola di Capraia, quale possesso dell'antica repubblica di Genova, passa al re di Sardegna.

Articolo 86. Gli stati che componevano la cessata repubblica di Genova sono riuniti in perpetuo a quelli del re di Sardegna, per esser posseduti in tutta sovranità, come proprietà ed eredità di maschio in maschio, per ordine di primogenitura, nei due rami della sua famiglia, il reale e quella di Savoia-Carignano

Articolo 87 - - S. M. il re di Sardegna aggiungerà ai suoi titoli attuali quello di duca di Genova.

Articolo 88 - - I Genovesi godranno di tutti i diritti e privilegi specificati nell'atto intitolato: Condizioni che debbono servire di base alla riunione degli stati di Genova re. quelli di S. M. il re di Sardegna ...."

Articolo 89 - - I paesi, detti feudi imperiali, che erano stati riuniti alla cessata repubblica ligure, sono riuniti definitivamente agli stati del re di Sardegna .... gli abitanti di questi paesi godranno dei medesimi diritti e privilegi, come quelli designata nel precedente articolo di Genova

Articolo 90. La facoltà che le potenze firmatarie del trattato ili Parigi del 30 maggio 1814 si sono riservate all'articolo terzo di fortificare quel punto dei loro stati che crederanno conveniente alla sicurezza loro, ma è ugualmente riservata senza restrizione al re di Sardegna.

Articolo 92 - - Le province del Cialbese e del Fossigny e tutto il territorio a nord di Ugine appartenente al re di Sardegna faranno parte della neutralità svizzera, quale è riconosciuta e garantita dalle potenze. Per ciò, ogni qualvolta le potenze vicine alla Svizzera si troveranno in stato di ostilità aperta o imminente, le truppe di S. M. il re di Sardegna che si trovassero in queste province si ritireranno, passando, se è necessario, pel Vallese. Nessun'altra potenza potrà stanziare truppe nelle province suddette, eccettuata la Confederazione Elvetica, purché questo stato di cose non intralci l'amministrazione del paese, in cui gli agenti civili del re sardo potranno, per il mantenimento dell'ordine, usare la guardia municipale.

Articolo 93 - - In seguito alle rinunzie (della Francia) stipulate nei trattato di Parigi del 3 maggio 1814, le potenze firmatarie del presente trattato riconoscono S. M. l' imperatore d'Austria e i suoi eredi e successori come sovrano legittimo delle province e territori che erano stati ceduti, in tutto o in parte, coni trattati di Campoformio del 1700, di Luneville, del 1801, di Presburgo del 1805, con la convenzione addizionale di Fontainebleau e con il trattato di Vienna del 1809, e nel possesso delle quali province e territori S. M. I. e R. è rientrata in seguito all'ultima guerra; quali sono l' Istria, sia austriaca che veneta, la Dalmazia, le isole già venete dell'Adriatico, le bocche di Cattaro, la città di Venezia, le lagune, come pure le altre province e distretti della terraferma degli stati già veneti sulla sponda sinistra dell'Adige, i ducati di Milano e di Mantova, i principati di Brigen e di Trento, il contado del Tirolo, il Voralberg, il Friuli austriaco, il Friuli già veneto, il territorio di Monfalcone, il governo e la città di Trieste, la Carniola, l'alta Carinzia, la Croazia alla destra della Sava, Fiume e il litorale ungherese e il distretto di Castua.

Articolo 94 - - S. M. I. e R. riunirà alla sua monarchia, per essere posseduta da loro e dai suoi successori in tutta proprietà e sovranità:
1° Oltre le parti della terraferma degli stati veneti, di cui all'art. precedente, le altre parti degli stessi stati, come qualunque altro territorio situato fra il Ticino, il Po e il mare Adriatico;
2° le valli della Valtellina, di Bormío e di Chiavenna;
3° i territori che formavano la cessata repubblica dj Ragusa.

Articolo 95. In conseguenza di quanto è detto nei precedenti articoli, le frontiere austriache in Italia saranno: dal lato degli stati sardi, quali erano il l° gennaio del 1792; dal lato di Parma, Piacenza e Guastalla, il Po, la linea di demarcazione secondo il "thalweg" di questo fiume; dal lato di Modena, quali erano al 1° gennaio 1792; dal lato degli Stati della Chiesa, il corso del Po sino all' imbocco del Goro; dal lato della Svizzera l'antica frontiera della, Lombardia e quella che separa le valli della Valtellina, di Bormio e di Chiavenna dei cantoni dei Grigioni e del Ticino. Là dove il thalweg del Po costituirà il confine è stabilito che i mutamenti futuri del corso di questo fiume non influiranno sulla proprietà delle isole che vi si trovano.

Articolo 98. - S. A. R. l'arciduca FRANCESCO d' Este, i suoi eredi e successori poi, siederanno in tutta proprietà e sovranità i ducati di Modena, di Reggio e di Mirandola nell'estensione medesima in cui si trovavano all'epoca del trattato di Campoformio, S. A. R. l'arciduchessa Maria Beatrice d' Este, i suoi eredi e successori possederanno in tutta proprietà e sovranità il ducato di Massa e il principato di Carrara e i feudi imperiali della Lunigiana. Questi ultimi potranno servire a istituire cambi o altre transazioni con S. A. I. il granduca di Toscana, secondo la reciproca convenienza.. I diritti di successione e di reversione stabiliti nei rami degli arciduchi d'Austria, relativamente,al ducato di Massa, Modena, Reggio e Mirandola, come pure dei principati di Massa Carrara, sono riservati.

Articolo 99 - - S. M. l' imperatrice MARIA LUISA possiederà in tutta proprietà e sovranità i ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, eccettuati i distretti incuneati negli Stati austriaci sulla sinistra del Po. La reversibilità di questi paesi sarà determinata di comune consenso fra le corti d'Austria, di Russia, di Francia, di Spagna, d'Inghilterra, e Prussia, avuto però riguardo ai diritti di reversione delle case d'Austria e di Sardegna.

Articolo 100. S. A. I. l'arciduca FERDINANDO d'Austria è ristabilito, per sé e per i suoi eredi e successori, tutti i diritti di proprietà e sovranità sul granducato di Toscana e sue dipendenze, quali erano prima del trattato di Luneville. Le stipulazioni l'art. 20 del trattato di Vienna del 3 ottobre 1736 tra l' imperatore Carlo VI e il re Francia, cui consentirono le altre potenze, sono pienamente ristabilite in favore di S. A. e suoi discendenti, come pure le guarentigie risultanti da queste stipulazioni. Saranno inoltre riuniti al detto granducato lo Stato dei Presidii, le parte dell' isola dell'Elba, e sue pertinenze che erano sotto la sovranità del Re di Napoli e Sicilia prima del 1801, principato di Piombino e i cessati feudi imperiali di Vernio, Montalto e Monte S. Maria. Il principe LUDOVISI BUONCOMPAGNI conserverà per sé e suoi successori legittimi tutte proprietà che la sua famiglia possedeva nel principato di Piombino, nell'isola d' Elba e sue dipendenze, prima dell'occupazione francese del 1799, comprese le miniere, usine e saline. I principe LUDOVISI conserverà egualmente il diritto di pesca e godrà di esenzione da ogni diritto, sia per l'esportazione dei prodotti dei suoi domini che per importazione del necessario ai lavori delle miniere.

Articolo 101 - - Il principato di Lucca sarà posseduto in tutta sovranità dall'Infanta. l' infanta Maria Luisa e i suoi discendenti in linea retta e mascolina. Questo principato viene eretto in ducato e conserverà una forma di governo basata su quella che aveva nel 1805. Alle rendite del principato di Lucca si aggiungerà una rendita di cinquecentomila lire che S. M. l' imperatore d'Austria e S. A. I. il granduca di Toscana si obbligano di pagare regolarmente finché le circostanze non permetteranno di procurare a S. M. l' Infante Maria Luisa e a suo figlio un altro stabilimento.

Articolo 102 - - Il ducato di Lucca sarà reversibile al granduca di Toscana, sia nel caso ch'esso divenga vacante per la morte di S. M. l' infanta Maria Luisa o di suo figlio Don Carlos e loro discendenti maschi e diretti, sia nel caso che l' infanta e suoi discendenti ottenessero un altro stabilimento o succedessero ad un altro ramo della loro dinastia. In caso di reversione il granduca si obbliga di cedere al duca di Modena i distretti di Fivizzano, Pietrasanta, Barga, Castiglione, Galligano, Minucciano e Montignoso.

Articolo 103 - - Le marche con Camerino e dipendenze, il ducato di Benevento e principato di Pontecorvo sono restituiti alla Santa Sede, che rientrerà in possesso delle Legazioni di Ravenna, di Bologna e di Ferrara, eccettuata quella parte del ferrarese posta sulla sinistra dal Po. L'imperatore d'Austria avrà diritto di guarnigione in Ferrara e Comacchio. Gli abitanti dei paesi tornati alla S. Sede godranno dei benefici dell' articolo 16 del trattato di Parigi del 30 maggio 1814.
Tutti gli acquisti fatti dai privati in virtù di un titolo riconosciuto legale dalle leggi attualmente esistenti, sono mantenuti; e le disposizioni proprie a garantire il debito pubblico e il pagamento delle pensioni saranno stabilite da una convenzione particolare fra la Corte di Roma e quella di Vienna.

Articolo 104 - - S. M. il re FERDINANDO IV è riconosciuto per sé e per i suoi eredi e successori sul trono di Napoli, e riconosciuto dalle potenze come re del regno delle Due Sicilie.

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FERDINANDO DI BORBONE, tornando a Napoli, si fece precedere da proclami pieni di lusinghe e di paterne promesse, di cui ci piace riportarne qualcuna:

"…. Docili figli del Sebeto, venite con gli stendardi della concordia,
venite innanzi al vostro padre, al vostro liberatore, che sta già sotto le vostre mura.
Esso non aspira che al vostro bene ed alla vostra durevole felicità.
Esso travaglierà per rendervi oggetto d'invidia al resto d' Europa.
Un governo stabile, saggio e religioso vi è assicurato.
Il popolo sarà il sovrano, ed il principe depositario delle leggi,
che detterà la più energica e la più desiderabile delle costituzioni .... ".

Vedremo poi in seguito come il vecchio re di Napoli manterrà tutte queste promesse!!! Il primo atto di politica estera del Borbone dopo la restaurazione fu una convenzione con l'Austria, firmata il 12 giugno. Con questo trattato, che fu detto di "amicizia di unione, e di alleanza difensiva", l'imperatore FRANCESCO e il re FERDINANDO dichiaravano di volere "…assicurare la pace e la tranquillità dei reciproci possessi con il mezzo dei rapporti più stretti e provvedere alla pace e alla tranquillità esterna ed interna d' Italia …", e stabilivano di scendere in armi, l'uno in difesa dell'altro, con un esercito di ottantamila, uomini il primo, di venticinquemila il secondo, non appena uno dei due sovrani fosse aggredito da terzi.

Sei giorni dopo la stipulazione di questo trattato, aveva luogo la battaglia di Waterloo e la definitiva caduta di Napoleone, e Ferdinando di Borbone impartiva ordine che si agisse subito e usando ogni mezzo per costringere alla resa la piazza di Gaeta (Pescara ed Ancona si erano arrese) dove il presidio comandato dal generale BEGANI teneva ancora inalberata la bandiera di Gioacchino Murat. Gaeta era stretta dal mare dalla flotta inglese e da terra da una divisione capitanata dall'austriaco LAVER. Questi impiegò gli ultimi giorni di giugno e i primi di luglio nei lavori d'approccio e il 16 luglio, piazzate sei batterie, cominciò a battere la città con un tiro martellante che continuò ininterrotto fino al 19.

Il Begani si difese con molta bravura, ma considerando infine che era inutile la sua resistenza e che non poteva sperare soccorsi dal Murat, il quale se ne viveva nascosto in Provenza, decise di capitolare alle seguenti condizioni: "….Avesse egli facoltà di fare un viaggio fuori del regno; il presidio napoletano godesse dei patti accordati nella capitolazione di Casa Lanza; i sudditi dell'imperatore d'Austria (s'erano rifugiati a Gaeta molti profughi di varie nazioni) e del re di Francia restassero a piena disposizione dei loro sovrani; i soldati toscani, romani e piemontesi fossero vivamente raccomandati alle potenze alleate e fossero intanto trasferiti a Livorno; nessun individuo, civile o militare, potesse essere molestato per le passate opinioni politiche …"

Intanto da Vienna, finite le feste del Congresso, lo zar di Russia, l'imperatore d'Austria e il re di Prussia andavano a Parigi e qui, il 26 settembre, stipulavano il famoso

TRATTATO DELLA SANTA ALLEANZA

Nel preambolo così i tre sovrani scrivevano:

"….In nome della Santissima e Indivisibile Trinità, le loro Maestà Francesco, Alessandro e Federico Guglielmo, in conseguenza dei grandi avvenimenti che segnalarono in Europa il corso dei tre ultimi anni e principalmente dei benefici che la Divina Provvidenza si piacque diffondere negli Stati, i cui Governi hanno posto in Essa sola la confidenza e la speranza, avendo acquistata l' intima convinzione che è necessario stabilire l'andamento da adottare dalle Potenze nei reciproci rapporti sopra le verità sublimi che ci insegna l'eterna religione di un Dio Salvatore, dichiarano solennemente che il presente atto ha unicamente per scopo di manifestare alla faccia dell' Universo la loro irremovibile determinazione di non prendere per norma della loro condotta, sia nell'amministrazione dei rispettivi Stati, sia nelle politiche loro relazioni con altro qualsiasi Governo, che i precetti di giustizia, di carità e di pace, i quali non che essere unicamente applicabili alla vita privata, devono al contrario influire direttamente sopra le risoluzioni dei Principi e guidare tutti i passi loro, come unico mezzo di consolidare le istituzioni umane, di rimediare alle loro imperfezioni …".

Il trattato era composto di tre soli articoli.
Con il PRIMO i tre sovrani stabilivano, conforme alle parole della Sacra Scrittura che ingiungono a tutti gli uomini di considerarsi fratelli, di rimanere uniti con i vincoli di una fraternità vera e indissolubile e di prestarsi reciprocamente in ogni occasione assistenza ed aiuto.
Con il SECONDO promettevano ai sudditi di governare paternamente, proteggendo la religione, la pace e la giustizia, e dichiaravano di considerarsi come i delegati della Provvidenza per governare i tre rami della grande famiglia europea, Austria, Russia e Prussia, confessando così che la nazione, cristiana, di cui essi e i loro popoli facevano parte, non aveva realmente altro sovranità che quello cui solo appartiene in proprietà la potenza, perché in lui solo si trovano tutti i tesori dell'amore, della scienza e della saviezza infinita, cioè Iddio Nostro Salvatore Gesù Cristo, Verbo dell'Altissimo, Parola della Vita.
Con il TERZO articolo i sovrani dichiaravano che tutte le potenze, le quali volessero solennemente riconoscere i sacri principi del trattato, sarebbero ricevute con prontezza ed affetto nella Santa Alleanza.

Mentre i sovrani alleati stringevano a Parigi la Santa Alleanza, un monarca spodestato rivolgeva in mente l'arduo disegno di riacquistare il regno perduto. Era questi GIOACCHINO MURAT, il quale, dopo di essere rimasto per qualche tempo nascosto nella Francia meridionale, era riuscito a trasferirsi in Corsica e, rifiutato l'asilo concessogli dall'imperatore d'Austria a condizione che si stabilisse in una città della Boemia, della Moravia o dell'Austria superiore, aveva deciso di effettuare un audace sbarco a Salerno e così ricacciare, con l'aiuto dei suoi partigiani, il Borbone.
Con duecentocinquanta compagni, raccolti in sei navi leggere, di cui aveva il comando il maltese BARBARÁ, da corsaro divenuto, per opera di Gioacchino, barone e capitano di fregata, il Murat salpò, la notte del 28 settembre 1815, da Aiaccio; ma dopo sei giorni di prospera navigazione, investito da una tempesta che imperversò dal 4 al 7 di ottobre e disperse i legni, si trovò con la nave comandata dal Barbarà nel golfo di Sant' Eufemia.

Sebbene fosse rimasto con soli vent'otto compagni, decise di tentar l'impresa e l' 8 ottobre sbarcò al Pizzo in una zona appartata. Cercò di sollevare in suo favore la popolazione e la milizia urbana, ma sia l'una che l'altra lo accolsero con ostilità; Gioacchino Murat la sera pensò bene di allontanarsi di quella zona e recarsi a Monteleone dove sperava di trovare accoglienze migliori.
Ma intanto al Pizzo, dopo aver commesso la sciocca imprudenza di aver avvicinato la polizia urbana, un capitano pensando indubbiamente a qualche premio, un certo TRENTACAPILLI, la mattina dopo all'alba radunato una gruppetto di militi, si metteva sulle tracce del drappello murattiano, lo raggiungeva, prendevano il gruppetto che si era dato alla fuga, a fucilate, uccidevano il capitano Moltedo e ferivano il tenente Pernice. Gioacchino, vedendo inutile la resistenza, con alcuni di loro riuscì a guadagnare la costa dov'era il veliero per imbarcarsi, ma quando giunse alla riva, il Barbarà che aveva sentito i primi spari aveva levato subito le àncore e da pochi istanti già veleggiava; ladro ed ingrato, fingeva di non udire i richiami dalla riva, non avendo proprio nessuna intenzione di tornare indietro per imbarcare il suo sovrano, che era ormai senza scampo.

Raggiunto dalle milizie borboniche, il Murat fu arrestato e con i compagni condotto al castello del Pizzo. La notizia di quell'arresto si sparse rapidamente nella regione e fece accorrere prima il capitano STRATTI con un nerbo di soldati, poi il generale NUNZIANTE, comandante militare delle Calabrie. Giunta come un fulmine alla capitale la notizia che era stato arrestato l'ex-re, fu nominata d'urgenza una Commissione militare di sette membri, davanti ai quale Ferdinando ordinò che fosse tradotto il Murat per esservi giudicato, disponendo "…che accordava al condannato mezz'ora di tempo per ricevere i conforti della religione…".
L'ordine equivaleva ad una sentenza di morte, e Gioacchino Murat comprese di esser perduto quando, la mattina del 13, il generale Nunzíante, recatosi nella cella del prigioniero, gli comunicò che doveva essere giudicato da un tribunale militare. Allora egli si ricordò dei "suoi processi" e scrisse l'ultima sua lettera alla moglie:

"… Mia cara Carolina, l'ultima mia ora è suonata: tra pochi momenti io non sarò più, e tu non avrai più marito. Non dimenticarmi mai; io muoio innocente; la mia vita non è macchiata da alcuna ingiustizia. Addio, mio Achille; addio, mia Letizia; addio mio Luciano; addio, mia Luisa; mostratevi al mondo degni di me. Io vi lascio senza regno e senza beni, tra numerosi nemici. Siate miti, e maggiori dell'infortunio, pensate a ciò che siete, non a quel che foste, e Iddio benedirà la vostra modestia. Non maledite la mia memoria. Sappiate che il mio maggior tormento in questi estremi momenti è il morire lontano dai figli. Ricevete la paterna benedizione, ricevete i miei abbracci e le mie lacrime. Sempre presente alla vostra memoria sia il vostro infelice padre. Gioacchino …" .

Pur sapendo di dover condannare il prigioniero, il tribunale volle salvar le apparenze e nominò difensore d'ufficio il capitano STARACE, il quale si recò dal Murat per annunziargli di essere stato incaricato di quel doloroso ufficio dai giudici, ma Gioacchino - secondo il Colletta - rispose: "…Non sono miei giudici, ma soggetti; i privati non giudicano i re, né altro re può giudicarli perché non vi ha impero sugli eguali; i re non hanno altri giudici che Iddio e i popoli. Se poi sono riguardato qual maresciallo di Francia, un consiglio di marescialli può giudicarmi, e se come generale, da generali. Prima che io scenda alla bassezza degli eletti giudici, molte pagine dovranno strapparsi dalla storia d'uropa. Quel tribunale è incompetente; io ne arrossisco …".
E poichè lo Starace, insisteva nel volerlo difendere, aggiunse: "…Voi non potrete salvare la mia vita; fate che io salvi il decoro di un re. Qui non si tratta di giudizio, ma di una condanna; e costoro che chiamano miei giudici sono solo i miei carnefici. Non parlerete in mia difesa, io ve lo vieto…".

Parole più franche e non meno altere rivolse ad uno dei giudici anche lui andato a interrogarlo. Chiestogli, secondo il regolamento, nome e cognome, rispose: "…Sono Gioacchino Murat, re di Napoli e vostro; andate …".
Con il capitano STRATTI, suo benigno custode, si lamentò dell' ingratitudine dei sudditi: "…Nel Pizzo c'è gioia e la mia sventura. E che ho fatto io ai Napoletani per averli ora nemici ? Ho speso a per loro tutto il frutto di lunghe fatiche e di guerra, e ora lascio povera la mia famiglia. Quanto c'è di libero nei codici è opera mia. Io diedi fama all'esercito, grado alla nazione fra le più potenti d'Europa. Io per amor vostro dimenticai ogni altro affetto; fui ingrato ai Francesi, che mi avevano guidato sul trono, da dove io scendo senza rimorsi. Alla tragedia del duca d' Enghien, che il re Ferdinando oggi vendica come altra tragedia, io non presi parte, e lo giuro a quel Dio, che in breve mi terrà nel suo cospetto…".
Al sacerdote Masdea che gli diede i conforti religiosi, lasciò un foglio in cui era scritto: "…Dichiaro di morire da buon cristiano…".

Intanto il tribunale dichiarava il Murat reo di aver tentato di provocar tumulti, di avere spinto il popolo alla rivolta, di avere offeso la legittima sovranità, di avere voluto sconvolgere il regno e l' Italia, e lo condannava a morte con fucilazione immediata, come nemico pubblico.
Gioacchino Murat presente udì la sentenza con grandissima calma; scese, senza dare alcun segno di agitazione, nel cortile del castello, si collocò di faccia ad una schiera di soldati, che aspettava con le armi in pugno, e ritto sulla persona, esclamò con voce ferma:
"…Salvate il viso, mirate al cuore! …".
Si udì una scarica e il Murat stramazzò esanime al suolo.

"…Questa fine - scrive il Colletta (*) - ebbe Gioacchino nel quarantesim'ottavo anno di vita, settimo di regno. Era nato in Cahors di genitori poveri e modesti; nel primo anno della rivoluzione di Francia, giovanetto appena, fu soldato ed amante di libertà, ed in breve tempo ufficiale e colonnello. Valoroso ed infaticabile in guerra, lo notò Bonaparte e lo pose al suo fianco; fu generale, maresciallo, granduca di Berg e re di Napoli. Mille trofei raccolse (da secondo più che da capo) in Italia, Alemagna, Russia ed Egitto; era pietoso ai vinti, liberale con i prigionieri, e lo chiamavano l'Achille della Francia, perché era prode ed invulnerabile al pari dell'antico; ebbe il diadema quasi in dote della sorella di Bonaparte, lo perdette per ignoranza di governo. Due volte fatale alla Francia, nell'anno 14 per provvido consiglio, nel 15 per insano. Ambizioso, indomabile, trattava con le arti della guerra la politica dello Stato. Grande nell'avversità, tollerandone il peso; non grande nelle fortune, perché intemperante e audace. Desideri da re, mente da soldato, cuore da amico. Decorosa persona, grato aspetto, immondizie troppe, e più nei campi che nella reggia. Perciò vita varia, per virtù e fortuna, morte misera, animosa, compianta …"

(*) Paolo Colletta che abbiamo citato molte volte, fiorentino, uomo politico, nel suo lungo esilio si trasformò in grande storico. Nel 1796 era ufficiale nell'esercito borbonico. Fu poi esonerato per la sua adesione alla Repubblica Partenopea. Con Murat ricopri elevate cariche nell'amministrazione, nel 1809-12 intendente in Calabria, poi nel 1815 appoggiò la rivoluzione costituzionale, nel 1820 fu nominato comandante generale in Sicilia, poi ministro della guerra (febbraio 1821). Arrestato ed esiliato nella seconda Restaurazione, fu esponente del gruppo liberale toscano (con Capponi e C.) morì a Firenze nel 1831. Postuma uscì l'opera che citiamo spesso, e che riportiamo in calce. Con quella del PAPI, è il Colletta, uno dei più affidabili storici del periodo napoleonico; vista la sua molteplice partecipazione ai fatti, da una parte e dall'altra dlla barricata.

Di Murat, scrisse un altro storico del tempo: L. C. Farini: "…Combattè in cento battaglie, raccolse cento trofei, fu pietoso ai vinti, umano a tutti; fu capitano valoroso, intrepido, talvolta temerario; fu un re buono ma non sagace, fu uomo di gran cuore, largo a meritare, generoso e beneficiare. Era alto e ben fatto della persona, aveva occhi vivacissimi, aspetto maestoso e dolce, leggiadria e nobiltà negli atti, affabilità nel parlare, vestiva sfarzoso, amava le pompe ed il fasto. Dinanzi alla sua tomba, lo storico piange di commiserazíone, non adula, non vitupera, suffraga allo sventurato e si ricorda che combattè per l'indipendenza d'Italia…".

Termina così, il 1815. Arrivano in Italia i nuovi "PADRONI".

La "dottrina" dell'Austria è una sola, quella che gli italiani devono "servire i padroni".
Mi piace riportare qui il libro distribuito nelle scuole dagli austriaci a Milano intitolato "Doveri dei sudditi verso il loro monarca per istruzione ed esempio di lettura nella seconda classe delle scuole elementari".

Al capitolo IV si legge:
Domanda. Come si debbono comportare i sudditi verso il loro Sovrano?
Risposta. I sudditi si debbono comportare verso il loro Sovrano e in tutto ciò che egli comanda nella sua qualità di Sovrano, come si comportano i fedeli servitori in tutto ciò che comanda il loro padrone.
Domanda. Perchè debbono i sudditi riguardare il Sovrano come loro padrone?
Risposta. I sudditi debbono riguardare il Sovrano come loro padrone, perché in realta egli ha diritto di essere da loro obbedito, e perché ha l'alto dominio sulle sostanze e sulle persone dei sudditi, e può legittimamente disporre nell'esercizio della sovranità.
(dalla prima edizione del 1848 dei I martiri, della Libertà italiana dal 1794 al 1848, di Atto Vannucci. (che possiedo). Stampato in Francia con i tipi di Lemonnier. Ma alcune pagine erano già state pubblicate su L'Alba, dell'anno prima, 1847. Suscitando nelle anime il breve incendio del '48).

Lasciamo gli eventi di guerra sul campo che sembrano terminati
e andiamo ora dentro quell'ambiente
dove stanno nascendo associazioni e sette segrete
che daranno poi origine ai primi moti del 1820-21 e del 1830-31...

che rinuniamo nel periodo che va dal 1815 al 1831 > > >


( VEDI ANCHE I SINGOLI ANNI )

Fonti, citazioni, e testi
Prof.
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia -
P.COLLETTA - Storia (Napoleonica) del Reame di Napoli 1734-1825- 1834
NAPOLEONE - Memoriale di Sant'Elena - (origin.
1a Ed. -1843
R. CIAMPINI - Napoleone - Utet - 1939
E. LUDWIG - Napoleone - Mondadori 1929
A. VANNUCCI - I Martiri della Libertà - Dal 1794 al 1848 - Lemonnier 1848
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (14 vol.) Einaudi
+ ALTRI VARI DELLA BIBLIOTECA DELL'AUTORE  

 

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