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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1820-1821

IL DOPO LUBIANA - L'INVASIONE AUSTRIACA IN ITALIA

PARTENZA, DEL RE PEL CONGRESSO DI LUBIANA - LETTERA DEL RE AL FIGLIO - DECISIONI DEL CONGRESSO DI LUBIANA - LETTERA DI FERDINANDO AL PRINCIPE FRANCESCO - II CONTE ZURLO E IL DUCA DI CAMPOCHIARO IN ISTATO D'ACCUSA - UCCISIONE DEL GIAMPIETRO - IL PARLAMENTO DECIDE LA GUERRA - PROCLAMA DELL'ASSEMBLEA NAZIONALE - PIANO DI GUERRA - AVANZATA DEGLI AUSTRIACI - GUGLIELMO PEPE AL COMANDO DELL'ESERCITO D'ABRUZZO - PROCLAMA DI FERDINANDO I AI NAPOLETANI - PROCLAMA DEL GENERALE FRIMONT - BATTAGLIA DI RÍETI - BATTAGLIA DI ANTRODOCO - INDIRIZZO DEL PARLAMENTO AL RE - PROTESTA DI VENTISEI DEPUTATI
GLI AUSTRIACI A NAPOLI - FINE DELLA RIVOLUZIONE
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IL CONGRESSO DI LUBIANA
LA SPEDIZIONE AUSTRIACA NEL NAPOLETANO
BATTAGLIA DI RIETI - GLI AUSTRIACI A NAPOLI


Il precedente riassunto lo abbiamo chiuso, quando il 20 novembre, a Troppau, Metternich, dopo aver discusso con le altre potenze, sui "mali" che affliggevano l'Europa, per liberarla dal flagello della rivoluzione, sanciva il "principio di intervento" sugli stati minacciati o quelli che con la minaccia erano già stati costretti a concedere costituzioni "contrarie ai principi dell'ordine e della morale". L' allusione a Napoli, pur non nominandola, era evidente; gli occhi dell'Europa erano tutti rivolti al Regno delle Due Sicilie. E con altri occhi anche da tutti i rivoluzionari.
Metternich, fingendo di voler sperimentare le "misure conciliative" indusse i tre sovrani d'Austria, di Russia e di Prussica a invitare il re di Napoli, a un nuovo congresso da tenersi a Lubiana ai prossimi primi di gennaio del 1821, per ricevere da lui "nuove testimonianze dell'amicizia nostra e di quella lealtà verso il fondamento massimo della nostra politica".
Facciamo notare che a Trappau, dove erano state prese quelle decisioni, Ferdinando I non era stato invitato; e lui piuttosto infastidito, aveva ribadito che "solo il re in persona, e non altri, poteva trattare una questione che riguardava il suo stato e il suo popolo". Quindi a parte questo invito di Metternich, era desiderio del Re delle Due Sicilie, volersi recarsi a Lubiana. Questa una versione, ma secondo altri questi scatti d'orgoglio erano falsi, che Ferdinando già premeditava di comportarsi come poi si comportò.

C'era da risolvere solo un ultimo problema. La costituzione da lui concessa a luglio, vietava al re di allontanarsi dal regno senza il consenso del parlamento, e Ferdinando I temeva che il permesso gli fosse negato. Né i suoi timori erano infondati. Le notizie delle deliberazioni di Troppau, giunte nel regno, avevano messo in grave agitazione i Carbonari; l'Alta vendita centrale di Napoli aveva invitato tutte le "vendite" delle province a mandare i loro delegati alla capitale e, qui adunatasi, l'Alta assemblea carbonara aveva deciso di sedere in permanenza; i giornali ispirati dalla setta assumevano accenti bellicosi; a Napoli giungevano ogni giorno persone di fuori; il parlamento, lasciandosi influenzare dalla Carboneria, assumeva atteggiamenti d'intransigenza e il 6 dicembre respingeva la proposta del duca di Campochiaro di modificare quanto nella costituzione menomava l'autorità regia.
Consigliato dai ministri, che si erano dati da fare per assicurare al re i voti favorevoli alla partenza, Ferdinando I, inviò il giorno 7 dicembre il seguente messaggio al parlamento:

" I Sovrani d'Austria, di Prussia e di Russia m'invitano a recarmi personalmente a Lubiana, per interpormi come mediatore fra loro e la Nazione. Penetrato l'animo mio dallo stato delle circostanze, sono risoluto ad accettare prontamente l'invito per evitare alla Nazione il flagello di una guerra. Lungi da voi e da me il pensiero che l'adesione a questo progetto possa farmi per un momento dimenticare il bene del mio popolo. Allontanandomi da voi, è degno di me il darvene una nuova e solenne garanzia. Dichiaro perciò a Voi ed alla Nazione che farò di tutto onde i miei popoli abbiano una costituzione saggia e liberale. Qualunque misura presa sarà esattamente conforme alle circostanze dell'attuale nostro stato politico, ed ogni mio sforzo sarà adoperato perché rimanga sempre fondato sopra le seguenti basi: assicurata per legge fondamentale dello Stato la libertà individuale o reale; nella composizione dei corpi dello stato non si abbia alcun riguardo ai privilegi di nascita; non possano essere stabilite imposte senza il consenso della nazione legittimamente rappresentata; sia al medesimo reso il conto delle pubbliche spese; le leggi siano fatte d'accordo colla rappresentanza nazionale; il potere giudiziale sia indipendente; resti la libertà della stampa, salvo le leggi restrittive dell'abuso della medesima; i ministri siano responsabili e sia fissata la lista civile. Dichiaro inoltre che non aderirò mai a che alcuno dei miei sudditi sia molestato per qualunque fatto politico avvenuto. Desidero poi che una Deputazione, composta di quattro membri a scelta del Parlamento, mi accompagni e sia testimonio del pericolo che ci sovrasta e degli sforzi fatti per schivarlo".

Alla lettura del messaggio reale seguì un benigno ma infiammato tumulto nelle tribune gremite di popolo. "Costituzione di Spagna o morte !" si gridava, e quelle grida furono ripetute minacciosamente nelle vie da turbe di Carbonari ingrossate da elementi venuti di fuori. La seduta del parlamento fu sospesa e la Commissione parlamentare, alla quale fu dato da esaminare il messaggio, decise di respingerlo.

Il giorno dopo, all'esterno del parlamento una gran folla, fra cui molti con i pugnali sguainati, si era messa ai lati dell'entrata dove passavano i deputati e ripeteva le grida del dì precedente; all'interno le tribune erano di nuovo affollate di gente e si urlava di non modificare la costituzione. Aperta la seduta, fu letto un secondo messaggio, nel quale Ferdinando I diceva ai suoi fedeli Deputati di

"…non aver mai avuto intenzione di violare la costituzione giurata; ma siccome nel decreto del 7 luglio aveva riservato al parlamento il diritto di proporre alla costituzione spagnola le modifiche giudicate necessarie, per questa ragione aveva creduto e credeva ancora che il suo intervento al congresso di Lubiana poteva esser utile alla patria, impegnandosi nel far gradire alle potenze straniere tali modifiche, senza recare alcun danno ai diritti della nazione, anzi eliminavano un qualsiasi pretesto di guerra; inoltre era beninteso che in qualunque caso nessun mutamento a Lubiana potrebbe essere accettato senza il consenso della nazione e suo; inoltre, indirizzandosi al parlamento, aveva voluto conformarsi alle prescrizioni dello statuto; che non si sospendessero, durante la sua assenza, gli atti legislativi del governo, ma unicamente quelli attinenti alle modifiche della costituzione".

Il parlamento prese in esame il messaggio reale e dopo ampia discussione, ad unanimità di voti, deliberò che la costituzione spagnola rappresentava la base del diritto pubblico del regno e diede facoltà al sovrano di recarsi a Lubiana, a patto però che promettesse solennemente di sostenervi la costituzione di Spagna. Inoltre, metteva in stato d'accusa il duca di CAMPOCHIARO per aver firmato il messaggio reale del giorno 7 e il conte ZURLO per averlo spedito agli intendenti delle province prima ancora di farlo esaminare dal parlamento.

Questa deliberazione fu presa la sera del 9 dicembre e provocò le dimissioni di tutti i ministri. Il giorno dopo, il Vicario Generale accettava le dimissioni e nominava interinalmente il duca di GALLO segretario di Stato per gli affari esteri, e per la marina DOMENICO ACCLAVIO segretario di Stato per gli affari interni, GIACINTO TROYSE segretario di Stato per la grazia, giustizia e culti, il tenente Generale GIUSEPPE PARISI segretario di Stato per la guerra e il Duca di CARIGNANO per le finanze.
Lo stesso giorno 10 dicembre Ferdinando I inviava un terzo messaggio al parlamento, in cui diceva:

"La vostra decisione del dì 8 di questo mese porta, fra le altre cose, che il parlamento non ha ritenuto di aderire alla mia partenza, salvo che ciò avvenga per sostenere la Costituzione di Spagna, giurata in comune. Io di nuovo qui vi dichiaro, che la mia partenza per partecipare al Congresso di Lubiana non ha altro scopo che quello di sostenere la detta Costituzione da noi giurata, facendo costatare al Congresso che tale è pure la decisione unanime e la ferma volontà dei miei popoli. Se il mio messaggio del giorno 7 ha avuto altra interpretazione, credo di avere dissipato ogni equivoco con quello del giorno 8. Dietro tale mia dichiarazione desidero che il parlamento decida in termini positivi se acconsente al mio viaggio a Lubiana, per sostenervi la volontà generale della Nazione per la Costituzione adottata, ed allontanare così le minacce di guerra. Nel caso affermativo desidero che il parlamento si spieghi sulla mia proposta di confermare a mio figlio Francesco i poteri di Vicario Generale del Regno. Il Parlamento, confidando sulla mia lealtà, che giustificherò con la grazia di Dio, non ha stimato accordarmi quattro Deputati per accompagnarmi al Congresso. Io però desidererei essere soddisfatto in tale desiderio per approfittare dei loro lumi. Attendono i Sovrani alleati una mia risposta: desidero perciò che il Parlamento si pronunci senza indugio sulle questioni che gli ho sottomesse".

Questo messaggio, come gli altri due che lo avevano preceduto, era stato dettato dalla paura che l'agitazione di quei giorni aveva messo nell'animo del vecchio sovrano, il quale, dopo il congresso di Troppau aveva per lettera manifestato al Metternich il desiderio di fuggire dal regno, ed ora faceva di tutto e sfacciatamente mentiva pur di ottenere il permesso di allontanarsi da Napoli.
I giorni 11 e 12 il parlamento discusse intorno al terzo messaggio e stabilì che il re partisse per Lubiana e che il principe Francesco, durante l'assenza del padre ricoprisse l'ufficio di Vicario Generale e votò un breve messaggio da consegnare a Ferdinando in cui si lodava la sua lealtà, si ringraziava a nome del popolo, si esortava a difendere i diritti e gl'interessi dei sudditi e della Corona, gli raccomandava l'osservanza dei giuramenti e, dopo aver dichiarato di aver piena fiducia in lui, non riteneva neppure necessario di affiancargli i quattro deputati richiesti.
Quello scritto assenso-augurio fu portato al re da una commissione di ventiquattro deputati, guidata da PASQUALE BORRELLI, il quale, in nome dei colleghi, espose al sovrano a voce quanto era contenuto nello scritto. Ferdinando rispose:

"Io vado al Congresso per adempire quanto ho giurato. Lascio con piacere l'amato figlio alla reggenza del regno. Spero in Dio che voglia darmi tutta la forza necessaria alle mie intenzioni".

La mattina del 14 dicembre, nel porto di Napoli, il re, accompagnato dalla moglie e da pochi familiari, saliva a bordo del vascello inglese "Il Vendicatore", quello stesso in cui si era rifugiato Napoleone dopo la battaglia di Waterloo. Nell'imbarcarsi lasciava una lettera, diretta al figlio Francesco: Il contenuto -per quello che accadrà poi dopo, noi che ora lo leggiamo, ci appare come l'arte insuperabile dell'inganno.

"Benché più volte io ti abbia palesato i miei sensi, ora li scrivo in modo che restino più saldi nella tua memoria. Del dolore che provo ad allontanarmi dal regno mi consola il pensiero di provvedere in Lubiana alla salute dei miei popoli ed alle ragioni del trono. Ignoro i proponimenti dei sovrani congregati; so i miei, che rivelo a te, perché tu li abbia come comandi regi e precetti paterni. Difenderò nel congresso i fatti del passato luglio; esigerò fermamente nel mio regno la costituzione spagnola, domanderò la pace. Questo richiedono la coscienza e l'onore. La mia età, caro figlio, cerca riposo; e il mio spirito, stanco di vicende, fugge dall'idea di una guerra esterna u una civile discordia. Che abbiano quiete i nostri sudditi, e noi, dopo trent'anni di tempeste comuni, afferriamo un porto. Sebbene io confidi nella giustizia dei Sovrani congregati e nella nostra antica amicizia, tuttavia giuro nel assicurarti che in qualunque condizione a Dio piacerà di collocarmi, le mie volontà saranno quelle che ho manifestate in questo foglio, salde, immutabili agli sforzi dell'altrui potere o lusinga. Scolpisci, o figlio, tutto questo che è detto col cuore, e siano la norma, della reggenza, la guida delle tue azioni".

Il principe Vicario, cui certo non era ignota la falsità di quella lettera, fu scaltro e sollecito a mostrare lo scritto paterno a parecchi ministri e uomini politici, i quali molto ingenuamente e commossi, ne divulgarono subito il contenuto, che presto fu conosciuto e lodato.
Nella notte il "Vendicatore" faceva vela per Livorno, ma subito dopo la partenza, scontratosi con una fregata inglese, fu costretto a riparare a Baia per risarcire i danni. Saputa la notizia, a Baia giunsero il Vicario e una deputazione del Parlamento e vari gruppi di cittadini per congratularsi con il re dello scampato pericolo; Ferdinando si mostrava affabile con tutti, rinnovava le sue promesse ed ostentava sul petto la coccarda carbonara. Due giorni dopo il "Vendicatore" ripartiva per Livorno, dove Ferdinando sbarcò, proseguendo quindi per Firenze.
In questa città fu però raggiunto dal duca di GALLO, improvvisamente mandato dal governo napoletano al Congresso. Il re lo ricevette freddamente e gli ordinò di restare dietro a lui di una giornata di distanza. L' 8 gennaio Ferdinando giunse a Lubiana e scrisse al principe RUFFO, già suo ambasciatore a Vienna, (quello che si era rifiutato di giurare la costituzione ed era stato destituito dal governo di Napoli) di recarsi subito a Lubiana per partecipare al Congresso; contemporaneamente ordinò al duca di Gallo, che si trovava a Gorizia, di non proseguire ma di fermarsi in quella città. Sovrani e diplomatici si trovavano riuniti nella capitale della Carniola: l'Austria era rappresentata dall'imperatore FRANCESCO e dal principe di METTERNICH, la Russia dallo ZAR e dai ministri conte di Capodistria, NESSEBRODE e POZZO di BORGO, il Ducato di Modena da FRANCESCO IV e dal marchese MOLZA, la Prussia dai ministri HORDENBERG e BERUSTROFF e da FEDERICO GENTZ, la Francia dal conte BLACAS, dal marchese de la FERONAYS e dal conte di CARAMAN, l'Inghilterra da LORD STEWART e da SIR GORDON, la Sardegna dal marchese di SAN MARZANO e dal CONTE D'AGLIÈ, lo Stato Pontificio dal cardinale SPINA e da monsignor MUZIO, la Toscana dal principe NERI-CORSINI.

L' 11 gennaio cominciarono le sessioni del congresso; il 15 il principe RUFFO chiese ai rappresentanti delle grandi potenze europee che volessero manifestare le loro intenzioni intorno ai modi di ridare la tranquillità al Regno delle Due Sicilie; il Metternich rispose essere intenzione dei Sovrani rappresentati a Lubiana che fossero annullati tutti gli atti compiuti in quel regno dal 6 luglio in poi e che si costringesse con la forza i Napoletani all'obbedienza nel caso che questi si rifiutassero. Il 19 il Ruffo dichiarò che Ferdinando I, suo sovrano, s'inchinava alla volontà delle grandi potenze e che, per preservare il suo regno dai mali della guerra, si offriva mediatore di pace tra i sovrani alleati e i suoi sudditi. Nessuna parola però era detta in favore della costituzione spagnola che ripetutamente il re di Napoli aveva promesso di difendere.
Il 26 gennaio era convocata l'assemblea plenaria del Congresso e a questa era sottoposta la proposta di affidare all'Austria l'incarico d'intervenire militarmente nel Regno delle Due Sicilie. La Francia, delle potenze estere, aderì con riserva; delle potenze italiane la Sabauda Sardegna, il Ducato di Modena e la Toscana diedero la loro entusiastica adesione; il cardinale Spina però dichiarò che il Papa non poteva partecipare a provvedimenti che avessero per conseguenza la guerra fra popoli cattolici e si ritirò dal congresso.

Il 30 gennaio fu chiamato da Gorizia a Lubiana il duca di Gallo e a lui il Metternich, in nome dei radunati, lo informò delle deliberazioni prese dai Sovrani alleati, incaricandolo di andarle a comunicare al governo costituzionale di Napoli. Il duca rispose che sarebbe andato a prendere ordini dal suo re, ma quando si recò da Ferdinando si sentì dire: "Ebbene, caro Gallo, hai udito quanto Metternich ti ha detto? Bada che io sono d'accordo con lui e confermo tutto. Parti quanto più presto puoi; qui io non ho più bisogno di te".

Il duca di Gallo, partendo, recava una lettera del Re per il principe Francesco, nella quale era detto:

"Fin dai miei primi incontri con i sovrani ed in seguito con le comunicazioni che mi furono fatte con le deliberazioni uscite dai gabinetti riuniti a Troppau, non ho avuto alcun dubbio sulla maniera con il quale le potenze giudicano gli avvenimenti accaduti a Napoli dal 2 luglio a questo giorno. Le ho trovate irrevocabilmente determinate a non ammettere lo stato di cose che è risultato da tali avvenimenti, né ciò che potrebbe risultarne; da guardare come incompatibile con la tranquillità del mio regno e la sicurezza degli stati vicini; a combatterlo con la forza delle armi, qualora la forza della persuasione non ne producesse la cessazione immediata. Questa è la dichiarazione che tanto i sovrani quanto i rispettivi plenipotenziari mi hanno fatto, ed alla quale nulla li può indurre a rinunciare. E' al di sopra del mio potere e, credo, d'ogni possibilità umana, di ottenere un altro risultato. Non vi è dunque incertezza alcuna sull'alternativa nella quale siamo messi, né sull'unico mezzo che ci resta per preservare il mio regno dal flagello della guerra. Nel caso che tale condizione, sulla quale i sovrani insistono, sia accettata, le misure che ne saranno la conseguenza non saranno regolate se non con il mio intervento. Devo però avvertirvi che i monarchi esigono alcune garanzie, giudicate momentaneamente necessarie, per assicurare la tranquillità degli stati vicini; poiché al sistema che deve succedere all'attuale stato di cose, i sovrani mi hanno fatto conoscere il punto di vista in generale sotto la quale guardano la nostra questione. Essi la considerano come un oggetto della più alta importanza per la sicurezza e tranquillità degli stati vicini al mio regno, per conseguenza dell'Europa intiera, le misure che adotterò per dare al mio governo la stabilità della quale ha bisogno, senza voler restringere la mia libertà nella scelta di queste misure. Essi desiderano sinceramente che circondati dagli uomini più probi e più savi fra i miei sudditi, io consulti i veri e permanenti interessi dei miei popoli, senza perdere di vista quel che esigerà il mantenimento della pace generale, e che risulti dalle mie sollecitudini e dai miei sforzi un sistema di governo, atto a garantire per sempre il riposo e la prosperità del mio regno; e tale da render sicuri nel tempo stesso gli altri stati d'Italia, togliendo tutti quei motivi d'inquietudine che gli ultimi avvenimenti del nostro paese avevano a loro già cagionato. È mio desiderio, figlio carissimo, che voi darete alla presente lettera tutta la pubblicità che deve avere affinché nessuno possa ingannarsi sulla pericolosa situazione nella quale ci troviamo. Se questa lettera produce l'effetto che mi permettono di aspettarne tanto la coscienza delle mie paterne intenzioni quanto la fiducia nei vostri lumi e nel retto giudizio e lealtà dei miei popoli, toccherà a voi a mantenere nel frattempo l'ordine pubblico finché io possa farvi conoscere la mia volontà in una maniera più esplicita per il riordinamento dell'amministrazione".

Il 31 gennaio i sovrani d'Austria, di Prussia e di Russia mandavano ai loro ministri accreditati a Napoli copia della lettera di Ferdinando al figlio, li informavano di quanto era, stato deciso a Lubiana e ordinavano loro:

1° - di far conoscere e di persuadere S. A. R. il duca di Calabria che le determinazioni dei sovrani alleati sono al tutto conformi alla lettera indirizzatagli dal re suo padre;
2° - di dichiarargli che appartiene a S. A. R. giudicare e apprezzare e far giudicare e apprezzare a coloro che ammetterà ai suoi consigli, da una parte, l'utilità che una spontanea disapprovazione degli avvenimenti del 2 luglio e dei risultati che essi hanno avuto offrirebbe al Regno delle Due Sicilie; dall'altra parte, le calamità inevitabili alle quali questo regno si metterebbe rifiutando di ottemperare alla voce paterna del suo re;
3° - di rappresentare a S. A. R. quanto sia urgente provvedere nei modi più rapidi e più convenienti per far cessare la situazione affliggente nella quale si trova il regno, tanto per le convulsioni che lo agitano nell'interno, quanto per i pericoli che lo minacciano al di fuori".


Nel frattempo cosa avveniva a Napoli ? Dobbiamo ritornare a dicembre, dopo la partenza del 14 dicembre, da Napoli, del re Ferdinando.
Il 18 dicembre anche il principe Francesco aveva giurato davanti al Parlamento fedeltà alla costituzione, poi, mentre le più strane voci di congiure correvano in giro che si voleva restaurare l'assolutismo borbonico (erano accusati fra gli altri il generale FILANGERI e il colonnello RUSSO del regio esercito borbonico). Ci furono numerosi discorsi a carico o a difesa del conte ZURLO e del duca di CAMPOCHIARO, messi in stato d'accusa, davanti al Parlamento: il 27 i due ex-ministri si giustificavano; il Campochiaro, dopo una vibrata autodifesa, era assolto mentre una decisione nei confronti di ZURLO era aggiornata.
In mezzo a tante discussioni tuttavia qualche buona legge si faceva: ne fu approvata una per l'abolizione dei maggioraschi, una per il riordinamento dell'esercito, una per il riordinamento della marina, una che toglieva le decime feudali in Sicilia, un'altra sulle attribuzioni delle amministrazioní comunali e provinciali.
Il 30 gennaio fu pubblicata e diffusa in tutto il regno la costituzione e il 31 il principe FRANCESCO, interveniva alla chiusura della prima sessione parlamentare, con un applaudito discorso.

Nove giorni dopo giungeva il duca di GALLO con la notizia delle deliberazioni del Congresso di Lubiana. Era la fine della costituzione! il ritorno dell'assolutismo, l'inizio della persecuzione reazionaria, la guerra con le sue incognite che s'avvicinava. Le notizie portate dal ministro sollevarono lo sdegno dei Napoletani; si urlava contro la Santa Alleanza, contro l'Austria, contro i traditori della rivoluzione; s' invocava la guerra, si reclamavano misure draconiane contro i nemici interni.
Nella notte dal 10 all'11 febbraio, avendo una delle ottantadue vendite carbonare di Napoli, detta dei "Seguaci di Cristo", decretata la morte dell'ex-direttore di polizia cavalier FRANCESCO GIAMPIETRO, un manipolo di carbonari si recò a casa sua, e dopo averlo strappato alla famiglia, appena sulla via, lo colpirono con quarantadue pugnalate.

"Circolata la notizia del delitto, - scrive il COLLETTA - la città si spaventò, tanto più che si diceva che era stato trovato scritto sopra cartello inchiodato in fronte al cadavere, "numero primo" di altre "ventisei vittime designate", di modo che ognuno a suo giudizio indicava questo o quel nome. Queste liste spaventavano innumerevoli cittadini. Crebbe poi il terrore nel sentire che queste esecuzioni erano decise nelle adunanze notturne della Carboneria. Cosa più inquietante era il silenzio dei magistrati, e non si sapeva se era per assentire i misfatti o se era per paura d'essere loro le vittime designate"

Due giorni dopo, il 13 febbraio il parlamento fu convocato in seduta straordinaria; il principe Francesco espose brevemente lo stato delle cose, si dichiarò fedele ai giuramenti ed espresse la volontà di rimanere unito con il suo popolo, quindi il duca di Gallo comunicò ciò che gli era stato detto, lesse la lettera del re ed esortò tutti alla concordia. I deputati si sciolsero al grido di guerra.
Il giorno 14 febbraio, il parlamento fu convocato ancora per discutere la proposta di guerra. Applauditissimi furono i discorsi del BORRELLI e del POERIO; quest'ultimo dimostrò essere stata libera la volontà del re nel concedere i nuovi ordinamenti, chiamò ingiuste le decisioni del congresso di Lubiana ed avverse alla civiltà e concluse per la guerra.

Il giorno 15 il parlamento sancì due decreti: con il primo si dichiarava che l'assemblea nazionale non aveva facoltà di aderire a quanto era stato comunicato dai ministri di Austria, Prussia e Russia residenti a Napoli; che non poteva attribuire alla libera volontà di FERDINANDO I gli atti contrari ai giuramenti prestati; che riteneva infine il re prigioniero dei sovrani della Santa Alleanza; pertanto il principe Francesco avrebbe continuato a reggere lo Stato nel modo stabilito il 10 dicembre 1820 e il governo costituzionale avrebbe preso i necessari provvedimenti per la difesa della nazione. Il secondo decreto era il seguente:

"Considerando la necessità di rendere sempre più manifesti i principi di diritto pubblico che regolano la nazione delle Due Sicilie, il Parlamento Nazionale dichiara:
1° - La Nazione delle Due Sicilie è l'alleata naturale degli stati che sono governati da uno statuto simile al suo, o da qualunque altro, e ciò in quel modo ed in quei termini che saranno regolati dalle forme costituzionali.
2° - Essa rinunzia a qualunque ingerenza diretta o indiretta, mediata o immediata nel governo delle altre nazioni; ma non acconsentirà mai a che altri si arroghino questa medesima ingerenza in casa sua, ed è anzi disposta ad impiegare ogni mezzo per far rispettare l'indipendenza proclamata.
3° - Il Regno delle Due Sicilie offre un asilo a qualsivoglia straniero fuoruscito per opinioni libere.
4° - La Nazione non accetterà mai di fare la pace con un nemico fino a tanto che esso occuperà il suo territorio".

Nei giorni seguenti, il Parlamento discusse ed approvò i provvedimenti necessari richiesti dalle circostanze; dichiarò nemici della patria tutti coloro che fomentassero discordie, odi, mancassero di rispetto alle autorità e alle leggi, ponessero ostacoli alla disciplina militare, e stabilì che potessero essere ammessi nell'esercito gli stranieri che ne facevano domanda; infine decretò un prestito forzoso di tre milioni di ducati e pubblicò un manifesto nel quale, fatta la storia degli avvenimenti, accusava la prepotenza austriaca, faceva voto per il trionfo della giusta causa e dichiarava che il principe reggente si sarebbe messo alla testa dell'esercito e avrebbe combattuto fino all'ultimo contro l'invasione straniera.

"…Gelosa - diceva il manifesto - dello statuto che, per beneficio del nostro Re, forma la struttura della monarchia delle Due Sicilie, la corte di Vienna ne pretende l'abolizione. E poiché non aderisce un paese rinato alla libertà ed alla indipendenza ai suoi voleri, ha posto in opera ogni sforzo, onde far credere che gli interessi della sua politica fossero quelli dell'Europa, ed ha deciso di rovesciare dalle fondamenta tutto l'intero nostro civile sistema. Già le sue truppe avanzano verso le nostre nazionali frontiere; già la spada è sguainata per tornare a funestare l'Europa con una guerra senza principi, ma solo distruttrice delle idee liberali e dell'indipendenza dei popoli.
Non si è mai in un modo così odioso abusato della forza; né si doveva temere che quelle stesse armi che si erano unite in nome dell'ordine sociale per liberare l'Europa dall'oppressione, ora si vedono rivolte contro una nazione, cui non si può rimproverare nessuna colpa verso il diritto delle genti, e che senza arrecare nessun disturbo ai suoi vicini, senza offendere la legittimità, anzi professando la più rispettosa venerazione per il proprio Re e per l'augusta sua dinastia è impegnata pacificamente a migliorare la sua amministrazione. Le potenze di secondo ordine debbono considerare in ciò che avviene al regno di Napoli il danno imminente che anche su di loro sovrasta: il giorno in cui la nostra causa fosse perduta, sarebbe l'ultimo giorno per la loro indipendenza e per la libertà dell'Europa. Ma una causa protetta dalla giustizia e dalla pubblica opinione, che interessa tutti i governi preveggenti e tutti i popoli i quali sentono la loro dignità; una causa che sarà difesa dall'intera nazione delle Due Sicilie, il cui voto concordemente si è manifestato in questa solenne occasione; una causa che è divenuta ormai cara all'Europa e che rinchiude con sé i destini del genere umano, merita di trionfare.
La disperazione combatterà contro la forza. Ma chi difende le sue leggi costitutive e la patria indipendenza, chi combatte lo straniero che viene a strappargli le prime ed a sottrargli violentemente la seconda, non è sempre il più debole?"

. Stabilita la guerra, si cominciò a pensare al modo di condurla. Il generale PARISI, vecchio e di salute malferma, fu sostituito come ministro della guerra dal generale COLLETTA (che come anche storico di quei drammatici anni, qui citiamo spesso); FLORESTANO PEPE fu richiamato in servizio e nominato capo di Stato Maggiore; si ordinò che fossero continuati i lavori di rafforzamento al confine e si cercò di metter su quante più truppe si fosse possibile. Ma l'esercito che si riuscì a radunare riuscì inferiore di numero a quello nemico che si doveva fronteggiare: venticinquemila soldati regolari e appena quattordicimila legionari delle milizie provinciali e quest'ultimi, per giunta, malissimo armati e poco equipaggiati e addestrati.
In un consiglio di guerra, presieduto dal principe FRANCESCO, che nominalmente era il generalissimo di tutte le forze del regno, fu deciso di compiere un'azione difensiva. Per due vie il nemico poteva invadere il regno, forzando la linea del Garigliano (e questa via, che passava per Frosinone, Cassino e Capua, era la solita via solita e la più facile alle invasioni) o penetrando dalla parte degli Abruzzi.
Questa regione, sebbene presentasse tre vie di penetrazione - quella costiera fino a Pescara, quella che da Terni, per Rieti ed Antrodoco e va all'Aquila, e quella che da Tivoli, per Tagliacozzo, conduce ad Avezzano - offriva per la sua configurazione montagnosa gravi e numerose difficoltà ad un grande esercito come quello austriaco si prestava meglio ad esser difesa; quindi si suppose che il nemico dovesse fare il maggiore sforzo dalla parte del Garigliano. Su questa supposizione si basò il piano dello Stato Maggiore napoletano. L'esercito fu diviso in due corpi. Il primo, al comando del generale CARASCOSA, che aveva in sottordine i generali D'AMBROSIO, ARCOVITO, FILANGERI, ROCCAROMANA, fu mandato a sbarrare la via di Capua: era il più numeroso e formato da truppe migliori; infatti era composto da tre divisioni di soldati regolari (diciottomila fanti e millequattrocento cavalli con trentasei cannoni) e di settemila legionari delle milizie provinciali; il secondo, al comando di GUGLIELMO PEPE, fu mandato in Abruzzo: ed era formato da una divisione regolare, (settemila fanti, duecentotrenta cavalli e dodici cannoni) e settemila legionari provinciali.
Le istruzioni scritte, mandate dal principe FRANCESCO ai due generali, comandanti i due corpi, erano le seguenti:

"Il nostro sistema di guerra è difensivo, perché così conviene alla natura del territorio ed alla giustizia della nostra causa: ma poiché la neutralità passiva del Papa e i suoi stati sono già occupati dal nemico danno a noi diritti uguali di oltrepassare i confini del regno per sistemare le migliori posizioni alle difese, voi, nei movimenti strategici, avrete libertà senza limiti. Il governo del Papa sarà da voi rispettato: i popoli dei paesi che occuperete saranno trattati con piena discrezione; non permettevi il minimo attentato alle proprietà degli abitanti; pagherete al giusto prezzo le vettovaglie; veglierete affinché il comando militare, che si stabilisce nell'occupazione d'un paese, provveda solo alle proprie milizie. Se alcuni fatti del sovrano Pontefice ci obbligherà in avvenire a mutare sistema, noi con il nazionale Parlamento lo dichiareremo, e voi delle decisioni sarete opportunamente avvisati. Manterrete continua corrispondenza con il capo dello Stato Maggiore generale e con il ministro della guerra. Le vostre facoltà di agire sono fra i limiti delle presenti istruzioni. Ma poiché in guerra molto dipende dalle circostanze dai luoghi e dai tempi, non sarà vietato al capo di un esercito a non eseguire quanto prescritto; ma con due impegni precisi: giustificare le sue opere; avvisare prontamente lo Stato Maggiore generale, il ministro della guerra, ogni generale, ogni comandante interessato all'imprevisto cambiamento".

Contro i quarantamila napoletani, variamente armati ed equipaggiati, in parte privi di istruzione militare, in parte restii a battersi contro il proprio re (come la divisione del generale Filangeri), stava marciando l'esercito austriaco, forte di cinquantaduemila uomini, agguerriti, affiatati, ottimamente armati, addestrati, che costituivano cinque divisioni comandate dai generali WALLMODEN, WIED-RUNKEL, STUTTERHEIM, ASSIA-HOMBURG, LEDERER.
Comandante supremo era il generale GIOVANNI DI FRIMONT, quello stesso che nel 1815 aveva guidato l'esercito austro-sardo nella Francia meridionale. Il Frimont si faceva precedere da un proclama indirizzato alle popolazioni del Regno delle Due Sicilie:

"Napoletani, nel momento che l'armata posta sotto il mio comando mette piede sulle frontiere del Regno, mi vedo obbligato a dichiararvi francamente ed apertamente qual è lo scopo della mia operazione. Una rivoluzione deplorabile ha nel passato mese di luglio turbato la vostra tranquillità interna e rotti i legami amichevoli con gli stati vicini, che non possono riposare che sulla condizione fondamentale di una reciproca fiducia. Il vostro re ha fatto sentire al suo popolo la sua reale paterna voce: esso vi ha avvertiti degli orrori di una guerra inutile, di una guerra che nessuno vi porta, e che per opera vostra soltanto potrebbe piombare sopra di voi. Gli antichi e fedeli alleati del regno hanno anche loro parlato a voi. Essi hanno dei doveri verso i loro popoli, ma anche la vostra vera e durevole felicità non è a loro straniera e questa voi non la ritroverete giammai sulle vie della dimenticanza dei vostri doveri e della ribellione. Rigettate volontariamente un prodotto a voi straniero e confidate nel vostro re. Il vostro bene ed il suo sono fra di loro inseparabilmente congiunti. Nel procedere oltre i confini del regno, nessuna mira ostile guida i nostri passi. L'armata che è sotto il mio comando riguarderà e tratterà come amici tutti i Napoletani, sudditi fedeli del re, che sono amanti della tranquillità; osserverà dappertutto la più rigorosa disciplina, e guarderà come nemici solo coloro che come nemici ad essa si opporranno. Napoletani, date ascolto alla voce del vostro re e dei suoi amici che sono anche i vostri. Riflettete ai tanti e diversi disastri che vi attirereste addosso mediante una vana resistenza; riflettete che la transitoria idea, con cui cercano di abbagliarvi i nemici dell'ordine e della tranquillità, che sono i vostri propri nemici, non può mai divenire la sorgente della vostra durevole prosperità".

Anche Ferdinando I, che da Lubiana si era trasferito a Firenze, aveva indirizzato un "manifesto" ai suoi popoli, togliendosi completamente la maschera dal viso e non curandosi di mostrarsi vile e spergiuro.

"La sollecitudine - diceva il manifesto - del nostro cuore espressa nella nostra lettera del 28 gennaio, diretta al nostro amato figlio, il duca di Calabria, e la consimile dichiarazione fatta nel tempo stesso dai rappresentanti dei sovrani alleati, non hanno potuto lasciare alcun dubbio ai nostri popoli sulle conseguenze alle quali i deplorabili avvenimenti dello scorso mese di luglio ed i loro effetti successivi espongono il nostro regno. Il paterno nostro cuore nutriva la più ferma speranza che i primi nostri avvertimenti avrebbero fatto prevalere i consigli della prudenza e della moderazione, e che un cieco fanatismo non avrebbe attirato sul nostro regno quei mali che noi ci siamo sempre impegnati di evitare. Noi, fidando unicamente in questa speranza, abbiamo creduto di dover prolungare il nostro soggiorno nel luogo ove trovansi uniti i nostri alleati, per potere, fino all'ultimo momento, assecondare, con tutti i nostri sforzi le determinazioni che saranno prese a Napoli e pervenire a quello scopo a cui tendono i nostri più ardenti desideri, come conciliatori e come pacificatori, sola consolazione che nella nostra vecchiezza poteva compensare i nostri affanni, i rigori della stagione e i disagi di un lungo viaggio. Ma gli uomini che esercitarono momentaneamente il potere in Napoli, oppressi dalla perfidia di un piccolo numero, sono stati sordi alle nostre voci e, volendo sedurre lo spirito dei nostri popoli, hanno tentato ingannarli con un'erronea supposizione ingiuriosa ai grandi monarchi, cioè che noi ci troviamo in stato di coercizione. E' doveroso rispondere a tale falsa e colpevole accusa. Ora che per l'effetto di perniciose suggestioni, la nostra dimora in mezzo ai sovrani nostri alleati non ha più per scopo la nostra prima speranza, noi ci metteremo subito in via per ritornare nei nostri stati. In questa condizione di cose è nostro dovere per noi stessi e pei nostri popoli di fare loro pervenire i nostri reali e paterni sentimenti. Una lunga esperienza di sessanta anni di regno ci ha insegnato a conoscere l'inclinazione e i veri bisogni dei nostri sudditi. Noi, fidando nelle loro rette intenzioni, sapremo con l'aiuto di Dio soddisfare ai loro bisogni nel modo più giusto e durevole. Dichiariamo in conseguenza che l'armata, la quale avanza verso il nostro regno, deve essere guardata dai nostri fedeli sudditi, non già come nemica, ma come destinata solamente a proteggerli, contribuendo a consolidare l'ordine necessario per mantenere la pace interna ed esterna del regno. Ordiniamo alla nostra propria armata di terra e di mare di considerare ed accogliere quella dei nostri augusti alleati come una forza che agisce soltanto per il vero interesse del nostro regno, e riunire i suoi sforzi per assicurare la tranquillità e per proteggere gli amici veri del bene e della patria, quali sono i fedeli sudditi del re".

Nei primi del febbraio 1821 l'esercito austriaco passò il Po, quindi la divisione Wallmoden marciò su Ancona, il cui porto fu occupato da una squadra austriaca, e di là volse a destra per Tolentino e scese a Foligno, Terni e Rieti; tre divisioni, la WiedRunkel, la Lederer e l'Assia-Hamburg, per Arezzo e Perugia, si portarono rispettivamente a Terni, a Foligno e a Spoleto; la Stutterheim per Empoli e Siena puntò su Tivoli.
Come si vede, contro le previsioni dei generali napoletani, quattro divisioni nemiche miravano ad invadere gli Abruzzi. Profilandosi verso questa parte il pericolo, era necessario che il Carascosa mandasse la maggior parte delle sue forze in sostegno del Pepe; invece il primo non inviò rinforzi e il secondo si trovò a fronteggiare quasi l'intero esercito austriaco. Critica era la situazione di Guglielmo Pepe, il quale per giunta si trovava con duemila legionari privi di fucili e aspettava che gli giungessero due battaglioni di fanteria e due squadroni. Intanto, a causa degli scarsi approvvigionamenti, del proclama del re, della scarsezza delle armi, del freddo, numerosi erano i casi di diserzione e fra le truppe non regnava più l'entusiasmo dei primi giorni, ma la sfiducia, il desiderio di pace, dovuto al malcontento.

Stando così le cose, il Pepe concepì un audacissimo disegno: dare addosso con tutte le forze di cui disponeva sull'Avanguardia comandata dal Wallmoden e ricacciarla su Terni. Una vittoria avrebbe rialzato il morale dei suoi, avrebbe fatto decidere il Carascosa a mandargli rinforzi e avrebbe minato la baldanza agli Austriaci.

Le forze del PEPE erano così dislocate: alla destra sul Tronto, il generale VERDINOIS con due battaglioni di regolari (milletrecento uomini) e un migliaio di legionari; al centro, presso Antrodoco, cinquemila regolari, duecento cavalli, due compagnie del genio e quattromila provinciali coi generali MONTEMAYOR e RUSSO e il colonnello CASELLA; a sinistra, a Tagliacozzo, quasi mille provinciali guidati dal colonnello MANTHONÈ; di collegamento tra la destra e il centro il colonnello DE LIGUORI con seicento regolari e milleduecento militi.
Contro gli undicimila e cinquecento uomini del Pepe stavano i dodicimila soldati del Wallmoden, divisi in due brigate: la Geppert, di quattromila fanti e cinquecento cavalli, a Rieti, l'altra, di quattromila cinquecento fanti con dodici cannoni a Casa Vicentini a quattro o cinque chilometri dalla prima, la quale aveva i cinquecento cavalieri in avanguardia sulla strada di Cittaducale, mille uomini a sud, sul colle dei Cappuccini, millecinquecento dietro la cavalleria, mille a Porta Romana, e cinquecento sui colli di Castelfranco. Circa tremila soldati fronteggiavano inoltre il De Liguori.

La sera del 6 marzo Guglielmo Pepe si trasferì a Cittaducale e per l'azione che doveva aver luogo il giorno dopo divise le sue forze in tre colonne: la prima di sinistra, costituita da duemila regolari, seicento provinciali e tre cannoni, al comando del Montemayor, doveva, all'alba, attaccare Rieti dal lato di Porta Romana; quella del centro comandata dallo stesso Pepe e forte di quattromila regolari, tremila provinciali, duecento cavalli e sei cannoni, doveva assalire frontalmente le forze nemiche dislocate dalla parte della strada di Cittaducale; quella di destra, formata di milleduecento regolari e seicento provinciali con il generale Russo, doveva attaccare Castelfranco.

In sostanza il Pepe si proponeva d'impegnare fortemente gli Austriaci alla loro destra costringendoli a portare sul posto molte forze, attaccarli quindi vigorosamente al centro e avvolgerli alla sinistra. Inoltre il colonnello De Liguori da Leonessa doveva puntare su Piediluco per impedire che i tremila Austriaci là dislocati potessero accorrere a sostenere la divisione Wallmoden. Il piano del Pepe era buono, come lo stesso nemico ebbe a riconoscere, ma altrettanto non si può dire dell'esecuzione. Il Montemayor, che avrebbe dovuto attaccare alle sei del mattino, attaccò soltanto alle dieci e, sebbene avesse la superiorità numerica, procedette nell'azione così lentamente e fiaccamente che il nemico non sentì nemmeno il bisogno di richiamar truppe dal centro. Questo fu energicamente assalito dalle truppe agli ordini del Pepe alle ore 11 del 6 marzo. Il reparto di cavalleria che era sulla strada di Cittaducale e i millecinquecento fanti che lo seguivano indietreggiarono ripiegando sul colle dei Cappuccini in modo che i Napoletani riuscissero ad impadronirsi del colle di Cà Stoli, da dove con due pezzi d'artiglieria cominciarono a battere efficacemente gli Austriaci di Porta Romana.

Mentre il Pepe si muoveva al centro, il Russo entrava in azione alla destra e, nonostante la viva resistenza nemica, compieva rapidi progressi su per Castelfranco. Ma già la seconda brigata austriaca che si trovava a Rieti correva ai ripari. Una colonna di mille uomini, avanzando a soccorso di Porta Romana, minacciava il fianco sinistro del Montemayor; il centro era rinforzato da tremila uomini con sei cannoni, e duemila Austriaci si portavano prontamente sui colli di Castelfranco e, unitisi ai difensori che erano stati respinti, iniziavano con fortuna la riscossa contro le truppe del Russo.
Per sostenere l'ala destra vacillante il generale Pepe inviò il colonnello Casella con milletrecento regolari della riserva, i quali, dopo di avere respinto un reparto di cavalleria, nemica, andarono a schierarsi all'estrema destra. Il loro intervento fu certo di molta utilità ai Napoletani che si battevano a Castelfranco, ma non valse a ristabilire la situazione. Si combattè da una parte e dall'altra a lungo e con alterna vicenda, alla fine gli Austriaci riuscirono ad incunearsi fra i corpi del Russo e del Casella, che erano costretti purtroppo a ripiegare, sempre però combattendo, il primo sulla strada di Cittaducale, il secondo su Cantalice.

La ritirata della destra e l'insuccesso della sinistra consigliarono il Pepe alla ritirata. Furono da lui mandati gli ordini ai comandanti delle colonne e si cominciava ad eseguirli quando gli Austriaci passarono al contrattacco. Al centro, dove più che negli altri punti il nemico assaliva con violenza, i Napoletani reagirono con grande coraggio e prima resisterono l'assalto, poi lo respinsero nettamente. Allora ricominciò il ripiegamento validamente protetto dall'artiglieria del capitano Ruiz ma ad un tratto, non si sa bene perché, le truppe napoletane furono invase dal panico, si scompigliarono e si diedero alla fuga.
Gli Austriaci non approfittarono di quello scompiglio e inseguirono con poco vigore, d'altro canto il Russo con quattro cannoni, trecento cavalli e seicento regolari riuscì degnamente a trattenere il nemico infliggendogli gravi perdite. Il Pepe si fermò presso Cittaducale e di là mandò ordine affinché ci si adoperasse a fare di tutto per raccogliere gli sbandati ad Antrodoco. Il Montemayor ripiegò su per le alture del Velino, debolmente inseguito dagli Austriaci, ma ben presto i suoi uomini si sbandarono e soltanto una piccolo drappello riuscì a raggiungere in ordine Aquila.

Risultato migliore non ebbe il colonnello DE LIGUORI. All'inizio riuscì ad avere il sopravvento sull'avanguardia del distaccamento nemico di Piediluco, ma, entrati in azione tutti i tremila Austriaci che lo fronteggiavano, fu respinto e inseguito.
Il generalissimo austriaco ordinò alla divisione Walmoden di riposare un giorno e di muover quindi all'attacco delle formidabili posizioni di Antrodoco. Nel frattempo la divisione Wied-Runkel doveva avanzare da Terni verso Rieti e la divisione Stutterheim da Tivoli doveva marciare in direzione di Tagliacozzo ed Avezzano.
Alle ore 11 del giorno 9 marzo il Walmoden cominciò le operazioni contro Antrodoco, alla cui difesa stava il generale RUSSO con mille fanti e trecento cavalli. La brigata Geffert doveva assalire le posizioni frontalmente, l'altra brigata, divisa in due colonne, doveva aggirarle ai due fianchi. Senza ostacoli fu compiuto l'avvolgimento da parte della colonna di destra, la quale, alle tre del pomeriggio, giungeva sulla seconda linea dei trinceramenti nemici a Madonna delle Grotte; più lento si svolse il movimento dell'altra colonna. Questo era ancora lungi dall'esser compiuto, quando il Geffert attaccò con la sua brigata le posizioni avversarie della stretta di Borghetto, se ne impadronì e costrinse i difensori a ritirarsi ad Antrodoco, dove, protetti dall'artiglieria del castello resistettero per qualche tempo ed eseguirono anche un contrattacco; ma, accortisi di essere stati aggirati dall'ala destra austriaca, verso le quattro del pomeriggio si ritirarono dalla parte opposta.

La mattina del 10 marzo gli Austriaci occupavano i trinceramenti di Madonna della Grotta e la sera entravano in Aquila; la mattina del giorno dopo si arrendeva il castello.
Lo stesso giorno 9, mentre il Walmoden assaliva Antrodoco, la divisione Stutterheim, diretta verso Tagliacozzo, assaliva le poche truppe napoletane che le sbarravano il passo a Colli. Il colonnello Manthonè, che vi si trovava a difesa con seicento regolari ed altrettanti provinciali, tentò di resistere, ma, sopraffatto dal numero, dovette ritirarsi ed assistere impotente alla dispersione dei suoi soldati. Rimanevano sul Tronto le schiere del generale Verdinois. Queste rimasero sulle loro posizioni fino il giorno 12 marzo, poi si ritirarono e si dispersero anche queste.
Guglielmo Pepe aveva lasciato Aquila poco prima che vi entrava il nemico, e per Sulmona e Cartel di Sangro era giunto la sera del 12 a Lemia, dove era giunto pure il Russo con circa duemila uomini, superstiti del corpo d'esercito dell'Abruzzo.

Già fin dal giorno 9 marzo a Napoli si erano avute notizie dei fatti di Rieti e il principe FRANCESCO aveva radunato nel quartier generale di Torricella un consiglio di guerra. Vi presero parte il principe di Salerno, FLORESTANO PEPE, il CARASCOSA, il duca d'Ascoli e il generale FARDELLA; non vi partecipò il COLLETTA, che, richiesto del suo parere, scrisse: "Lascerei a guardare le strette d' Itri tre battaglioni di vecchi soldati, dieci di militi. Ciò che resta del primo esercito, cioè venti battaglioni di milizia soldata, dieci almeno di milizia civile, li spedirei negli Abruzzi per le strade di Sulmona e Roveto. Questo movimento raccoglierebbe molte schiere disperse del secondo esercito, conterrebbe le dubbiose, rincuorerebbe quelle scoraggiate. Con un esercito così grande il generale Carascosa ripiglierebbe i posti abbandonati dal general Pepe, né, credo, ancora occupati dal nemico, perché non disposto ad assalirci, e meravigliato, incerto del nostro stato. Così che noi potremmo giungere all'Aquila prima dei Tedeschi: trattenerli fuori della frontiera, guadagnar tempo, rianimare il popolo, il solo nostro mezzo di guerra. Prendo impegno di provvedere in tempo a viveri, vestimenti, danari, trasporti, ogni altra cosa, perché nulla manchi ad eseguire l'indicato movimento. In guerra sono preziose le ore, oggi sono gl'istanti".

Ma il parere del Colletta fu respinto dal Carascosa e allora fu deciso di difendere la linea del Volturno. Anche il Parlamento che si era nel frattempo adunato, perso ogni coraggio e deposta la boria, il 12 marzo scrisse una servile lettera a FERDINANDO I, incaricando il generale FARDELLA di portarla. Nella lettera vi era scritto:

"Permetta la V. M. di deporre nel fondo del di lei cuore il profondo nostro cordoglio. E' adesso l'effetto di circostanze, delle quali le principali almeno le sono note. Noi vivevamo in pace nelle nostre contrade, ed il due luglio non ce ne eravamo staccate. La M. V. credette allora di trarcene per mezzo dell'augusto suo figlio, convocando i comizi elettorali, ed in tal modo motivò la nomina nostra. Ella somministrò la formula dei nostri poteri e ci prescrisse la base dei nostri giuramenti. Nelle nostre funzioni non abbiamo creduto far altro che la sua volontà, corrispondente ai desideri del popolo. Allorché Ella partì per il Congresso di Lubiana, accettò la missione di conservare l'attuale nostro statuto ma nei documenti allora stesi, espresse chiaramente la posizione penosa in cui si era trovata, quando non riuscì a rimuovere le risoluzioni dei suoi alleati. Memori noi di quanto la M. V. aveva detto, e che dalla propria sua bocca avevamo ascoltato insieme al principe Reggente, credemmo che nel pronunciare cose tanto contrarie, Lei si fosse trovata in condizione non libera: ma un proclama che si è sparso con il Vostro nome e che esprime l'idea che Lei trovasi in piena libertà, riprova nondimeno il sistema da Lei fondato tra noi. Abbiamo altresì udito che V. M. è ora in Firenze, da dove avanza verso Roma, ed al tempo stesso vediamo un esercito austriaco oltrepassare la nostra frontiera, minacciando così ciò che abbiamo di più sacro. Sire la volontà della Maestà Vostra è sempre stata cara alla vostra nazione; se il di Lei nome fu mai pronunziato con venerazione ed affetto, questo avvenne precisamente dal giorno in cui si degnò concederci uno statuto. Tutti i nostri atti portarono l'impronta del più vivo amore per Lei; non abbiamo goduto delle franchigie se non nei limiti da Lei prescritte e nei modi voluti da Lei. Se la M. V. crede ora di doversi allontanare dal sistema una volta adottato, si degni ricomparire in mezzo al suo popolo e sveli in famiglia le vere sue inclinazioni; si affretti a palesare di quali miglioramenti Lei crede possa aver bisogno il nostro stato attuale; il suo popolo, o Sire, sarà pago di mantenere con la Maestà Vostra quel giusto e nobile accordo di cui si è sempre onorato, e di cui si farà sempre un dovere. Ma che lo straniero, o Sire, non venga a frapporsi fra la nazione e il suo capo; che alcuno non dica essere stata necessaria la sua presenza per infondere amore, attaccamento e fiducia verso il proprio monarca in un popolo che lo ama e rispetta; che le nostre leggi non siano tinte dal sangue dei nostri amici e dei nostri fratelli; che infine il trono di V. M. si appoggi tutto sui cuori dei propri popoli, e non sulle spade dei forestieri. Noi affidiamo, o Sire, questi voti sinceri a quel medesimo Iddio, che fu testimonio dei nostri impegni reciproci, delle nostre rette intenzioni e delle di lei cure paterne. Noi non dubitiamo che il cuore paterno della M. V. saprà guidarli e renderli efficaci. Osiamo poi assicurarlo, che la di Lei gloria, il nostro decoro e la felicità comune ne saranno le immancabili conseguenze. Voglia ella intanto essere persuasa, che quanto abbiamo fatto finora o stiamo per fare, sarà corrispondente a questi sentimenti, i quali sono altresì quelli della M. V.".

Il 15 giungeva a Napoli GUGLIELMO PEPE, ma il principe FRANCESCO, per non averlo vicino, lo incaricava di ricostituire il corpo d'esercito fra i monti di Avellino e di Monteforte, mentre si pensava ad una nuova linea di difesa, Capua-Ariano, e ad un'altra, più indietro ancora, presso Cava dei Tirreni. Gli Austriaci intanto scendevano dalle valli del Liri e del Volturno senza incontrare resistenza; il corpo del Carascosa si assottigliava: molti disertavano, molti si rifiutavano di combattere contro gli alleati del sovrano, due battaglioni della Guardia si erano uniti all'avanguardia austriaca, altri due erano tornati minacciosi a Napoli, non regnava più disciplina e i soldati si ammutinavano e sparavano perfino contro le tende degli ufficiali superiori.

Non era più il caso di parlare di resistenza: il 19 marzo il generale d' AMBROSIO andò a trattare con il Fiquelmont la resa di Capua e di altre fortezze che furono consegnate il giorno dopo. Lo stesso 19 marzo si radunò per l'ultima volta il Parlamento. Solo ventisei deputati si presentarono, i quali, dietro proposta di GIUSEPPE POERIO, distesero e firmarono la seguente protesta, che cancella solo in parte la triste impressione prodotta dalla lettera del 12 marzo e che ci mostra come neppure allora dalla costituzionale si volesse ritenere il re un vile e uno spergiuro:

"Dopo la pubblicazione del patto sociale del 7 luglio 1820, in virtù del quale S. M. si compiacque di aderire alla costituzione, il re, per organo del suo augusto figlio, convocò i collegi elettorali. Nominati da loro, noi ricevemmo i nostri mandati nella forma prescritta dallo stesso monarca. Noi abbiamo esercitato le nostre funzioni conformi ai nostri poteri, al giuramento del re ed ai nostri. Ma la presenza nel regno di un esercito straniero ci mette nella necessità di sospenderle, e questo perché dietro l'avviso di S. A. R., gli ultimi disastri accaduti nell'esercito rendono impossibile la traslocazione del Parlamento, che d'altronde non potrebbe essere costituzionalmente in attività senza il concorso del potere esecutivo. Annunziando questa dolorosa circostanza, noi protestiamo contro la violazione del diritto delle genti, intendiamo conservare saldi i diritti della nazione e del re, invochiamo la saviezza di S. A. R. e del suo augusto genitore e rimettiamo la causa del trono e dell'indipendenza nazionale nelle mani di quel Dio che regge i destini dei monarchi e dei popoli".

Il 23 MARZO 1821, mentre i promotori della rivoluzione prendevano la via dell'esilio, gli Austriaci entravano a Napoli e vi occupavano i forti. Il giorno prima, il generale BEGANI, che comandava il presidio di Gaeta, sorprendeva alla foce del Garigliano un distaccamento austriaco, lo metteva in fuga ed incendiava il ponte, ma da Napoli gli giungeva ordine di cessare le ostilità.

La rivoluzione napoletana quel giorno era finita! Si scatena un'energica repressione, molti finiscono sul patibolo, ma la maggior parte dei costituzionalisti riescono a mettersi in salvo oltre confine. Cosa che non sfugge agli austriaci, perché prima i fatti di Sicilia, poi questi più gravi a Napoli, stanno diffondendo in tutti gli Stati della penisola la rivoluzione.

Infatti, negli stessi giorni un'altra rivoluzione era già iniziata.
In Piemonte!
Ed è la seconda puntata della nostra storia (vedi in fondo)

Il 31 MARZO con un decreto di Ferdinando, viene ordinato il disarmo totale dei cittadini
Il 9 APRILE è istituita a Napoli la Corte Marziale per l'applicazione della pena di morte a quanti vengono trovati in possesso di armi. Un premio di mille ducati è promesso a chi arresti i capi della rivoluzione.
L'11 APRILE Re Ferdinando riassume il famigerato capo della polizia generale principe di Canosa e annulla tutto quanto è stato fatto dal governo rivoluzionario dal 5 luglio 1820 al 23 marzo 1821.
Il 16 APRILE la nuova giunta esamina la posizione di tutti i militari del regno. Viene emessa condanna a morte in contumacia contro il generale Guglielmo Pepe. Fucilati immediatamente tutti coloro che sono trovati in possesso di armi. Arrestati diversi deputati del parlamento.
Il 10 MAGGIO sono destituiti tutti gli impiegati nominati dal governo precedente. Sono vietate le società segrete e libri e le pubblicazioni non sottoposte a regia censura.
Il 13 MAGGIO in un pubblico rogo sono bruciati le stampe, i libri, i manoscritti, i giornali e ogni altra pubblicazione "ritenuta" rivoluzionaria.
Un regio decreto dello stesso giorno, stabilisce che non possono laureaarsi gli studenti che non frequentino le congregazioni religiose.
Altri provvedimenti repressivi, arresti, condanne a morte proseguiranno nel corso dell'anno 1822.

La rivoluzione di Napoli finisce così.
Chiuso il capitolo del Regno delle Due Sicilie
ci attende ora il capitolo della rivoluzione del Regno di Sardegna...

un altro anno fatidico: l'anno 1821 > > >

Fonti, citazioni, e testi
Prof.
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia -
P.COLLETTA - Storia (Napoleonica) del Reame di Napoli 1734-1825- 1834
NAPOLEONE - Memoriale di Sant'Elena - (origin.
1a Ed. -1843
R. CIAMPINI - Napoleone - Utet - 1939
E. LUDWIG - Napoleone - Mondadori 1929
A. VANNUCCI - I Martiri della Libertà - Dal 1794 al 1848 - Vallecchi
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (14 vol.) Einaudi
+ ALTRI VARI DELLA BIBLIOTECA DELL'AUTORE  


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