I FATTI  del 1821 (in crono)

L'insurrezione 
Piemontese

(vedi in dettaglio gli ampi RIASSUNTI a partire dal 1821)

(in continua costruzione)

(su CARLO ALBERTO di CARIGNANO)
per le origini vedi 1817 
alcune  note nel 1821 (l'insurrezione piemontese)
altre note con la salita al trono vedi anno 1831

11-12 GENNAIO - TORINO - Metternich - dopo i moti di Napoli - temeva emulazioni in altre città, e non si sbagliava. Le prime agitazioni si verificano nella città piemontese ad opera di alcuni studenti   delle Università, provocando per due giorni diversi scontri con la polizia, che alla fine doma la rivolta, compie diversi arresti, poi per punizione o precauzione chiude l'Università. Sembrò a tutti  una monelleria di giovani filo-liberali esaltati .

Ma ben altre sorprese riserva quest'anno la città sabauda piemontese; il desiderio di imitare Napoli sta insinuandosi (o risvegliandosi) dentro l'anima dei militari piemontesi, più giacobini di quelli murattiani di Napoli, perchè hanno tutti un imprinting particolare,  quasi tutti  (compreso il futuro sovrano - il ribelle CARLO ALBERTO di CARIGNANO) provengono dalle mitiche giovanili esperienze della rivoluzione francese e da quelle napoleoniche, che molti nell'ambiente militare (nel periodo della restaurazione, diventato noioso) rimpiangono.

E' scattato lo spirito di emulazione, o forse "l'evento Napoli" é inteso come un segnale: pensano che è scoccata l'ora X da anni attesa"; c'è insomma speranza e ottimismo, anche perché fino a questo momento i militari di PEPE a Napoli hanno ottenuto quello che volevano, sono vincenti,  senza nessun spargimento di sangue da entrambi le parti;  non si è scatenata nessuna repressione,  re Ferdinando I, barcamenandosi alla meglio,  sta mettendo a punto con i militari e i  carbonari un governo costituzionale.  Circola tanto ottimismo nella riuscita dell'impresa,  ma a Torino non sanno ancora nulla del "pugno di ferro armato" di Metternich che si sta per abbattere su Napoli. 
Nè sanno che proprio in questi giorni a Lubiana si stanno decidendo le sorti degli stati ribelli.

Ma mentre a Vienna si sta progettando come intervenire a Napoli per soffocare la prima vera rivoluzione liberale in Italia (é l' inizio di un difficile cammino verso l'unificazione nazionale) il "grande coraggio" di PEPE, MORELLI, SILVATI e di altri 5000 anonimi napoletani, si è già trasferito in Piemonte. E non morirà sul quel patibolo che sta  preparando Metternich;  la loro audacia é già patrimonio nazionale, diventerà subito un mito patriottico che dilagherà sempre di più, nei successivi anni, nella penisola; sempre di più coinvolgendo altri ceti e le stesse masse.

Il trasferimento di queste idee è palese, perchè anche il tentativo rivoluzionario di quest'anno nel regno Sabaudo fu d'ispirazione e prodezza militare; i capi sono tutti ufficiali membri dei circoli di corte, e c'é perfino  un legittimo erede al trono (Carlo Alberto) che nutre forti simpatie filoliberali; un giovane principe, ribelle, che purtroppo in seguito si rivelerà di una doppiezza, non inferiore a quella di Ferdinando I, che abbiamo conosciuto durante e dopo la   rivoluzione napoletana.

CARLO ALBERTO di CARMAGNOLA, lontano nipote del re, con i genitori che avevano aderito al regime napoleonico, visse con la famiglia il lungo esilio in Francia. In pratica vi trascorse l'intera adolescenza e negli ultimi anni -come voleva tradizione- con addosso la divisa bonapartista.  Appena sedicenne fu nominato tenente dei dragoni da Napoleone in persona. Da lui e dal clima rivoluzionario aveva assorbito con entusiasmo le idee liberali d'indipendenza, e non si era sottratto al fascino della   "leggenda" del "Grande Corso", che per i giovanissimi come lui doveva rappresentare più che un mito (ancora vivo il mito, e ancora vivo Napoleone, che morirà proprio quest'anno il 5 maggio anche se la notizia sarò diffusa a Torino solo il 18 luglio)

Alla restaurazione, Carlo con la famiglia era ritornato in patria, a Torino, ma l'imprinting giovanile, di vita libera, cameratesca, in una Parigi cosmopolita e quindi culturalmente universale, non era certo scomparso. Ma in una corte bigotta come quella piemontese di Vittorio Emanuele I, questa sua natura comunitaria così lontana da quella aristocratica sabauda molto chiusa, gli procurò grandi inimicizie dentro il Palazzo e disaccordi con il fratello del re, Carlo Felice, un uomo rigido, severo, conservatore com'era  tutta casa Savoia;  in più Carlo Felice era un reazionario convinto (in casa anche di fatto)

I tentativi di ribellione di Carlo Alberto, con alcuni aspri e sarcastici giudizi nei confronti dei suoi regi parenti erano noti all'esterno e suscitò nei liberali l'illusione che egli fosse un principe "illuminato", un uomo pronto all'azione, insomma uno di loro.

6 MARZO - Fu proprio per questa fiducia che alcuni liberali lo informarono della volontà di alcuni nobili torinesi di ottenere la Costituzione e se era necessario disposti anche a muovere guerra all'Austria. Era il modo più discreto e sottile per fargli capire che c'era in Piemonte come a Napoli, aria di rivoluzione. Carlo lo capì benissimo; ma è  l'inizio dell'ambiguità di questo personaggio, il più enigmatico della storia italiana, giudicato nei modi più contraddittori sia dai contemporanei sia dagli storici. Comportamenti che alcuni liberali bollarono definendo la sua esistenza una "vita vissuta, tutta dedicata al tradimento", mentre altri furono più comprensivi conoscendo la complessa natura di Carlo Alberto,  sempre in contraddizione con se stesso, con crisi profonde, vissute con angoscia fino a soffrirne (e anche a morirne per come si concluse la sua vita).

Era cresciuto in due mondi incompatibili fra di loro, ma non riusciva ad appartenere né all'uno né all'altro; i due poli di questi due mondi lo attiravano, ma nello stesso tempo, nel momento di sprigionare l'energia necessaria per appartenervi, i due poli lo respingevano e lui annaspava; zoppicava da una parte o dall'altra, tradendo prima di tutto se stesso, poi tradiva le aspettative degli altri. Quelle dello zio e quelle dei liberali.

8 MARZO - CARLO ALBERTO ricevute le confidenze, inizia a fare l'incerto. Ascolta e incoraggia i ribelli a parole, ma poi informa il ministro della guerra della cospirazione  in modo da poter mettere in atto i necessari provvedimenti di ordine pubblico. In altri  incontri esprime ai ribelli il suo apprezzamento verso l'azione, ma però rifiuta di farne parte. I liberali hanno fiducia in lui, lui non ne ha in loro, anche se dobbiamo riconoscere che il movimento rivoluzionario di questo periodo aveva un indirizzo genericamente liberale e poco definiti erano i veri obiettivi.
Ma i cospiratori accettarono con fiducia anche l'atteggiamento incerto o defilato del giovane principe, data la sua posizione era del resto anche comprensibile. Comunque nel caso in cui re VITTORIO EMANUELE allo scoppio delle manifestazioni non avesse accettato quanto chiedevano, né incoraggiato l'atteggiamento antiaustriaco, o peggio, intenzionato a reprimerlo, i cospiratori potevano pur sempre contare su una provvidenziale mediazione di Carlo Alberto.
Senza ulteriormente coinvolgere in un modo palese Carlo Alberto, la data della rivolta fu dunque fissata per il 10 marzo!

10 MARZO - L'insurrezione parte da Alessandria, proprio dai dragoni del re. Promotore del moto costituzionale, GIACOMO GARELLI, un ex ufficiale dell'esercito napoleonico. Il comandante ISIDORO PALMA, occupa la cittadella, proclama la Costituzione di Spagna, e sul pennone fa innalzare la bandiera tricolore. Si forma una giunta provvisoria di governo.
A palazzo reale, re Vittorio Emanuele, informato dell'ammutinamento, tra lo sconcerto e tanta incertezza, rifiuta di incontrarsi con una delegazione del governo (ribelle) ombra, pur sollecitato dal nipote Carlo Alberto, assieme ad altri funzionari di corte e qualche coraggioso ministro.

11 MARZO - Gli ammutinati decidono di marciare su Torino. Nelle file si sono aggiunti altri militari e molti civili sventolando la bandiera carbonara e quella tricolore. Sfilano nelle vie della città, poi una parte si dirige verso Asti. L'ordine impartito dal re alle guardie, é però quello di non intervenire. La notte porterà consiglio. Il Re vuole evitare spargimento di sangue.

12 MARZO - VITTORIO EMANUELE,  al mattino, persistendo la situazione critica, rivolge un accorato appello alla popolazione, ricordando ai soldati insorti il giuramento di fedeltà al re. Ma l'insurrezione dei dragoni di Alessandria si propaga, si aggregano migliaia di studenti e civili, e la stessa cittadella militare torinese viene occupata e sul pennone viene innalzato il tricolore.
Nel Palazzo, la situazione é delicata, le valutazioni che si danno ai disordini sono discordanti per l'esistenza di due correnti di pensiero dentro la stessa corte, in antitesi e quasi equiparabili, quindi una netta condotta da tenere in queste ore critiche non emerge.
Ed ecco Carlo Alberto, farsi mediatore, a parlamentare con i rivoluzionari, come del resto era stato previsto. Rientrando a corte, reca la notizia a Vittorio Emanuele che gli insorti, o meglio il governo provvisorio di Alessandria, lo hanno nominato - e nei cortei lo stanno già gridando - "Re d'Italia....", ma nello stesso tempo fanno seguire   ".... guerra all'Austria".
Vittorio Emanuele  fa la sua sofferta scelta: non accetta né concede nulla, ma per non assumersi la responsabilità di una cruenta repressione o una guerra civile, a tarda sera pur non essendo presente, abdica a favore del fratello, l'erede legittimo al trono CARLO FELICE. Ma trovandosi Carlo a Modena, Vittorio Emanuele  nomina reggente il nipote CARLO ALBERTO, e nella stessa sera con tutta la famiglia abbandona la città diretto a Nizza.

13 MARZO - Il Piemonte al mattino si sveglia con tutte le sue città con i costituzionalisti pronti a puntare le armi in caso di attacchi delle forze reazionarie. Ma non è necessario, dopo Torino, Asti, Casale, Ivrea, Vercelli, sui pennoni delle città sventola il tricolore, il grido é Viva il Re d'Italia, e si distribuisce a destra e a manca, la nuova costituzione.

14 MARZO - CARLO ALBERTO, come reggente (affermò più tardi come giustificazione "per mantenere l'ordine pubblico")  si considerò autorizzato a concedere una specie di Costituzione Spagnola. A Torino ne spuntano improvvisamente già stampate e ne sono distribuite 20.000 copie. (forse approntata da Prospero Balbo, poi allontanato da Carlo Felice, ma che ritroveremo accanto a Carlo Alberto, quando salirà sul trono nel '31; e tornerà nelle cronache nel 1833)

15 MARZO - Carlo Alberto, sempre come reggente,  fa sul serio! Nomina un nuovo ministero, giura fedeltà alla nuova Costituzione, viene concessa un'amnistia per i reati politici e quelli militari, concede in pratica tutto quello che desideravano i rivoluzionari, e vieta solo l'uso della bandiera e delle coccarde tricolori; d'obbligo deve essere solo quella di casa Savoia.
Sembrò dunque una rivoluzione ben riuscita. Nessun spargimento di sangue come a Napoli. Euforia e colloqui intensi fra le parti per progettare e guardare all'immediato futuro. Gioia e tripudio fra militari, carbonari e cittadini.

16 MARZO -  A Torino durò pochissima l'euforia. A Modena erano giunte  le grosse novità  portate da un ambasciatore di Carlo Alberto,  ma contemporaneamente erano giunte a Modena anche le notizie di Lubiana (l'invio dell'esercito austriaco a Napoli) ed erano anche giunte quelle di Ferdinando I. Nello stesso giorno che Carlo Alberto giurava la costituzione spagnola concedendola ai piemontesi,  il re borbonico violava il giuramento fatto sulla costituzione concessa ai napoletani e nominava un nuovo governo con la minaccia di Metternich, che aveva promesso guerra aperta a tutti gli stati rivoluzionari e i " punitivi   interventi armati".

Indubbiamente (ma non lo sapremo mai) il potente esercito che vide sfilare a Modena diretto a Napoli, fecero mutare alcune opinioni al legittimo erede Carlo Felice, che immediatamente assunse tutto il potere regio che gli spettava, dichiarando illegittima la reggenza del nipote,  la messa al bando della costituzione la lui concessa, e considera  ribelli tutti coloro che l'hanno proposta e proclamata. Poi  rispedì indietro l'ambasciatore con l'ingiunzione formale a Carlo Alberto di abbandonare il trono, la città di Torino e di recarsi immediatamente a un reggimento fedele alla corona, a Novara.

22 MARZO - A Lubiana, dove è ancora in piena attività il congresso delle grandi potenze, cioè della "Santa Alleanza", vale a dire "di Metternich", l'Austria ha imposto, o forse lo stesso Carlo Felice ha chiesto a Vienna "un aiuto". Sappiamo solo che la "Santa Alleanza" per stroncare la prevista rivolta  a Torino, accordò immediatamente a Carlo Felice di Savoia un esercito di 15.000 uomini in Piemonte, e distaccò a Verona altri 100.000 uomini pronti per ogni altra emergenza.

23 MARZO - CARLO ALBERTO di CARIGNANO,   ricevuto il tassativo ordine dallo sdegnato zio, torna ad essere un "Savoia" ubbidiente, fa il bravo bambino, anche se ha già 23 anni. Di notte, in gran segreto, abbandona Torino e raggiunge Novara. Il mattino dopo prende il comando della guarnigione, passa in rassegna le truppe e giura di servire lealmente il  sovrano Carlo Felice. Forse non tutto era spontaneo, tutto la scena al giovane fu imposta, ma il fatto ebbe la sua grande risonanza.

I liberali non credevano alle loro orecchie nè ai loro occhi. Eppure Carlo Alberto prima di abbandonare Torino aveva nominato ministro della guerra SANTORRE di SANTAROSA, l'uomo che faceva pressioni per dichiarare guerra all'Austria.  Che cosa voleva dire? che lui allora pur rispettando l'ordine di abbandonare la città, invitava i piemontesi a sferrare una guerra agli austriaci   già in allarme sul  confine lombardo? Una pazzia! Con quali armi! Inoltre le masse erano ancora estranee al sentimento nazionale. Non solo mancava il coordinamento di un progetto, ma mancava il progetto stesso.
Prima si faceva affidamento su Vittorio Emanuele, ma lui al buio si era defilato; si era poi dato fiducia a Carlo Alberto ed ora anche lui fuggiva di notte. Non restava che Carlo Felice, non c'erano altre alternative. 

Le masse rurali piemontesi  pur prigioniere della miseria (il Piemonte era una delle zone più arretrate d'Europa)  sincere o no, plagiate o costrette, erano pur sempre legate alla monarchia sabauda; e questa era la "forza" dei Savoia, quella di avere a disposizione le masse di ignoranti. 

La rivoluzione (e non rivolte popolari -come a Napoli) a Torino era solo d'ispirazione militare; in piccola parte anche carbonara ma con i seguaci che di certo non facevano parte dei  3.800.000 plebei del regno Sabaudo, ancora tutti con il marchio feudale di servi, perchè tale era la condizione del Piemonte: persino  peggiorata dopo il periodo napoleonico. Alla  vecchia aristocrazia, prima dominante nella proprietà terriera, si aggiunse quella nuova, creata dal regime bonapartista (legislazione antifeudale)  che nella restaurazione, la vecchia nobiltà  non osò toccare ma si adattò ad assorbirla, pur disprezzandola.
Quindi ripetiamo, le masse erano estranee ad ogni coscienza o opinione politica, e con pochi elementi non si andava da nessuna parte, tanto meno se si voleva marciare contro gli austriaci.

CARLO ALBERTO il 30 marzo, tentò qualche approccio con lo zio, recandosi a Modena, ma il re non lo volle neppure ricevere. Caddero dunque tutte le speranze e le alternative.

2 APRILE - Gli austriaci a Milano, ostentatamente, dopo l'ingresso dell'esercito a Napoli - che ha stroncato la rivoluzione e restaurato i borboni -  danno vita a una serie di festeggiamenti solenni, con Te Deum nelle chiese e cerimonie varie. Altrettanto in altre città, e negli altri Stati guidati da sovrani di casa asburgica; come a Firenze, Parma, Modena. E proprio da Modena il giorno dopo, il....

3 APRILE - CARLO FELICE, emette un editto. Dichiara traditori tutti i militari che hanno partecipato alla rivoluzione piemontese, e dichiara tutti sovversivi i rivoluzionari.
In Piemonte i ribelli non si danno per vinti; con un esercito improvvisato, si sono scontrati con i reparti di carabinieri a Torino, poi ad Alessandria, infine si sono diretti  a Novara, ma al Ticino sono sconfitti dai reparti austriaci che subito dilagano in Piemonte. Il 10 aprile occupano Alessandria e Casale, infine Torino. E' finita l' "Avventura costituzionalista" e il tentativo di ribellarsi.

26 APRILE - Inizia la resa dei conti. Viene istituito una severa commissione d'indagine e un tribunale per giudicare i cospiratori. Incoraggiando e utilizzando le delazioni, vengono passati al setaccio tutti i militari, e chi non riesce a giustificare l'assenza dai reparti nei giorni dei disordini è considerato un disertore; negli impieghi statali si procede allo stesso modo. Il 19 giugno si eseguono le prime condanne a morte, mentre per i tanti che si sono messi già in salvo fuggendo, sono condannati alla pena capitale  in contumacia. Altri arresti e condanne all'impiccagione in giugno, luglio, agosto e settembre.

17 OTTOBRE - CARLO FELICE fa solennemente il suo ingresso a Torino, con l'insurrezione ormai  perfettamente domata dagli austriaci col ferro e col fuoco in tutto il regno Sabaudo. A Milano si promuovono le feste e altri Te Deum per celebrare la "liberazione" di Torino dai ribelli e il ritorno sul trono del sovrano piemontese.  Così l'intransigente reazionario  Carlo Felice, rientra pomposamente nel suo (!?)  Regno; che sopravvive solo per volontà austriaca ed é legata la sua politica e la sua economia, al servilismo e agli umori di Matternich e non al  coraggio, alla  saggezza e alla lungimiranza  del suo sovrano, con una "vista" veramente molto corta.

L'occasione buona - i moti del 1821- i Savoia non sono riuscita a coglierla e nemmeno a capirla. Arroccati nel loro feudo, erano timorosi di perderlo, sempre impauriti dalle insurrezioni repubblicane, e per nulla imbarazzati di farsi vedere sempre umili servi dell'Austria. 
Per capire gli eventi ai Savoia non basteranno nemmeno i prossimi trent'anni!  
Carlo Alberto infatti, con l'ultimo suo fallimento del '48 seguito da un'altra fuga in incognito-  nello sfacelo rese paradossalmente possibile poi, la prima guerra d'Indipendenza; quella che avrebbe potuto iniziare quest'anno con gli italiani divenuti improvvisamente più maturi, mentre i sovrani diventavano sempre più infantili,  ambigui, ipocriti, menzogneri; e quando si mosse Carlo Alberto la chiara intenzione era quella di ridurre le guerre nazionali a una conquista dinastica (*) pesando così  fortemente sulla condotta militare sua e dei suoi alleati (tutti i venti anni di regno di Carlo Alberto, ma in particolare gli ultimi  (1848-49) sono i più enigmatici e ambigui della storia d'Italia).

Ambigui anche quelli che seguirono (gli anni di Garibaldi, poi gli anni 1914-18, infine gli anni del Fascismo)  fino al 1943! quando i Savoia scappando (l'intera dinastia, nonni, padri, figli e nipoti) lasciarono nello sfacelo un'intera nazione.  Nel 1946, gli italiani alla fine dissero basta!

(*) Spesso anche individualistica ed egoistica, impregnata dal culto della propria personalità; come VITTORIO EMANUELE III   nel 1943 fortemente deciso anche nella fuga a non cedere il trono. Proviamo a immaginare lo scenario se invece di abdicare a favore del figlio UMBERTO (lo fece in seguito, ma troppo tardi e sbagliando) pure lui compromesso e connivente col fascismo,   abdicava a favore del nipote VITTORIO EMANUELE IV, "il bambino".

Hitler temeva questa mossa più di ogni altra. L'8 settembre del '43, gridava come un ossesso "Voglio il bambino!!! La prima cosa da fare, é catturare il bambino!!! Mettete subito le mani sul bambino!!!" - Hitler si era dimostrato più lucido di Casa Savoia - Cosa temeva Hitler? che gli italiani, sentimentali e mammisti, si sarebbero stretti attorno al piccolo e avrebbero ricompattato non solo l'esercito ma ricreata l'unità nazionale.
Il "bambino" per Hitler, psicologicamente valeva e gli era  più utile di cinque  divisioni, ma se riceveva la corona dal nonno, con reggente la madre MARIA JOSE', in Italia il bambino era più efficace di trenta divisioni! 

Esagerava? Una cosa é certa. Anche nel 1946 al referendum sulla scelta  fra Monarchia o Repubblica, quel piccolo scarto di voti non ci sarebbe stato, e il "bambino" avrebbe vinto! 
Ad affossare la monarchia sabauda non furono gli italiani, ma un vecchio egoista sabaudo.

FINE ANNO 1821


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