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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1821

LA RIVOLUZIONE PIEMONTESE - CARLO ALBERTO GIURA (!)
POI SPERGIURA (!)

RIBELLIONE DELLA CITTADELLA DI TORINO - ABDICAZIONE DI VITTORIO EMANUELE - IL PRINCIPE DI CARIGNANO, NOMINATO REGGENTE, CONCEDE LA COSTITUZIONE - GIURAMENTO DI CARLO ALBERTO - IL MINISTERO E LA GIUNTA DI GOVERNO - PROTESTA DELLA GIUNTA D'ALESSANDRIA - GIURAMENTO DEL REGGENTE - SUO PROCLAMA ALL'ESERCITO - CARLO ALBERTO E I COSPIRATORI LOMBARDI - CARLO FELICE RIFIUTA DI RICONOSCERE GLI ATTI DEL REGGENTE - 1 TUMULTI DI GENOVA - CARLO ALBERTO ABBANDONA TORINO E LASCIA LA REGGENZA - SUA PARTENZA PER LA TOSCANA - 1 PROCLAMI DEL CONTE DI SANTAROSA - TRATTATIVE TRA L'AMBASCIATORE RUSSO E LA GIUNTA TORINESE - IL PROCLAMA DI CARLO FELICE E QUELLO DELL'ANSALDI - IL COMBATTIMENTO DI NOVARA - L'ASSOLUTISMO RESTAURATO - CARLO FELICE NOMINA THAON DI REVEL LUOGOTENENTE GENERALE

IN FONDO - CARLO ALBERTO e VITTORIO EMANUELE II
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RIBELLIONE NELLA CITTADELLA DI TORINO
ABDICAZIONE DI VITTORIO EMANUELE I
CARLO ALBERTO, REGGENTE, CONCEDE LA COSTITUZIONE
IL MINISTRO E LA GIUNTA DI GOVERNO
PROCLAMA DI CARLO ALBERTO ALL'ESERCITO
IL REGGENTE E I COSPIRATORI LOMBARDI
CARLO FELICE NON RICONOSCE GLI ATTI DI CARLO ALBERTO


Come abbiamo anticipato nel precedente capitolo, il mattino del 12 marzo 1821, fu stampato il proclama del RE, dopo le rassicuranti notizie giunte dall'Austria; la conferenza di Lubiana, terminando i suoi lavori, aveva deciso di stroncare ogni ribellione costituzionalista in qualsiasi Stato della penisola, inviando agli stati alleati "amici", i suoi eserciti e le sue armi (effettivamente già in marcia negli stessi giorni su Napoli).
Ma già la mattina del 12, in Piemonte -e nella stessa capitale piemontese- la situazione era precipitata. Oltre che a Vercelli, Ivrea, Asti, Casale, dove qui i rivoltosi stavano già proclamando la costituzione.

Poi nel pomeriggio, tre colpi di cannone sparati dalla Cittadella, diedero l'annunzio ai Torinesi che anche nella capitale si era propagato il moto rivoluzionario. La cittadella era presidiata da tre compagnie di fanti e da tre di granatieri. Ma questi ultimi erano reparti fedelissimi al re; ma con il pretesto di una rivista, erano stati disarmati e i fanti del reggimento Aosta, capeggiati dal capitano LUIGI GAMBINI e da altri ufficiali carbonari, avevano innalzato la bandiera della Carboneria, mentre i pezzi d'artiglieria erano puntati contro i granatieri.

Credendo di poter soffocare la rivolta accorse il tenente colonnello DESGENEYS, che si diede ad arringare le truppe, ma il sergente RITTATORE gli menò una sciabolata che gli produsse una ferita gravissima della quale poco dopo morì. Se non era il primo sangue di una guerra civile, era tuttavia l'inizio dei giorni più insanguinati del regno sabaudo, durante questa rivoluzione, e dopo la rivoluzione, con le numerose condanne al patibolo.

Il Gambini assunse il comando della cittadella. Nel frattempo un gruppo di federatí borghesi, radunati sui bastioni, proclamava la costituzione spagnola. La Corte, informata degli avvenimenti, decise d'inviare il principe di CARLO ALBERTO di Carignano e il generale GIFFLENGA a trattare con i rivoltosi per ricondurli all'obbedienza; ma neppure la loro presenza ottenne alcun risultato perché i ribelli si rifiutarono di aprire la porta della cittadella e dagli spalti si diedero a gridare: "Viva la costituzione di Spagna ! Morte all'Austria!".

Intanto le vie si erano gremite di gente; numerosi carbonari andavano da un punto all'altro sventolando il loro tricolore; voci sediziose si alzavano dalla folla; pareva che all'improvviso tutta la popolazione di Torino avesse abbracciato la causa dei ribelli e invece per la maggior parte si trattava di curiosi e di sfaccendati che schiamazzavano per far gazzarra come in simili casi avviene, e pochi erano i veri settari e liberali.
Mentre il principe di Carignano tornava alla reggia, facendosi largo tra la folla, -la contessa MICHELINI di S. Martino afferrò il cavallo per le briglie e gridò: "Principe dateci la costituzione e noi vi dovremo la felicità". La gente intorno urlava: "Costituzione e guerra !". Il colonnello BRICHERASIO, che era di guardia della Reggia, con il reggimento "Piemonte Reale", credendo che la folla volesse invadere il Palazzo, la fece caricare alla baionetta e nel parapiglia che seguì una donna rimase uccisa e molti furono feriti.
Mentre accadevano questi fatti, e nelle vie della città ci si agitava, nella Reggia il sovrano e i suoi consiglieri, nel corso della notte del 12 marzo, passavano in rassegna le decisioni da prendere per uscire dalla critica e pericolosa situazione. Qualcuno era dell'idea di tenere duro, di non cedere alla volontà della piazza, altri invece consigliavano di concedere la costituzione, qualche altro ancora avrebbe voluto che Vittorio Emanuele il mattino dopo, si mettesse alla testa delle truppe fedeli e costringesse con la forza i ribelli a ritornare all'obbedienza.
A render più difficile la situazione contribuiva la minaccia degli insorti di bombardare la città; il timore di questa minaccia era abbastanza reale. A quel punto si presentava alla Reggia una deputazione di Decurioni (consiglieri comunali) guidata dall'avvocato GIOVANNI BALDASSARE GALVAGNO, il quale pregava il sovrano di non opporsi alla volontà dei sudditi.
Vittorio Emanuele, coerente ai suoi principi, si rifiutò di concedere la costituzione. Ma non voleva neppure con la violenza reprimere la rivolta, far nascere una guerra civile dentro il suo regno. Preferì e decise all'istante di abdicare a favore del fratello CARLO FELICE, e, poiché questi si era recato a Modena a salutare il suocero Ferdinando I di Borbone reduce da Lubiana, nominò Reggente il principe CARLO ALBERTO di Carignano.

Nella tarda notte dal 12 al 13 il re sottoscrisse il seguente atto:

"Fra le disastrose vicende per le quali si è andata consumando gran parte della nostra vita passata, e per questo sono venuti via via mancando la fermezza e il vigore della nostra salute, più volte ci siamo consigliati a porre fine alle ardue cure del regno. In questo pensiero, mai stato da noi accantonato, sono venuti a confermarci nei giorni correnti la considerazione di una sempre più crescente difficoltà dei tempi e delle cose pubbliche, come pure il nostro sempre costante desiderio di provvedere per tutto ciò che possa tornare in meglio dei nostri amati popoli.
"Noi perciò, deliberati di mandare oggi ad effetto senza più la volontà di questo nostro disegno, siamo disposti ad eleggere e nominare, come qui di nostra certa scienza e regia autorità, avuto il parere del nostro Consiglio, eleggiamo e nominiamo Reggente dei nostri stati il principe CARLO AMEDEO ALBERTO di Savoia, principe di Carignano, nostro amatissimo cugino, conferendogli ogni nostra autorità, per l'efficacia di questa stessa nostra elezione e nomina di sua persona. E con questo stesso atto di nostra regia e libera volontà, e avuto il parere del nostro Consiglio, ci facciamo poscia a dichiarare che:
"Dal dì 13 marzo corrente rinunciamo irrevocabilmente alla corona, e così all'esercizio e ad ogni ragione di sovranità a noi competenti, tanto sugli stati da noi attualmente posseduti quanto su quelli di cui per ragione di trattati ci potrebbe spettare come diritto di successione. Intendiamo bensì essere condizione di questa nostra rinuncia ognuna delle riserve seguenti:

1° Conserviamo il titolo e dignità di re ed il trattamento come n'abbiamo goduto fin qui.
2° Sarà pagata a quarti anticipati la somma di annua vitalizia pensione di un milione di lire nuove di Piemonte, riservandoci inoltre la proprietà e disponibilità dei nostri beni mobili ed immobili, allodiali e patrimoniali.
3° Sarà sempre libera per la nostra persona e famiglia la facoltà del luogo che più ci piacerà per nostra residenza.
4° Sempre similmente ci sarà libera la scelta delle persone con le quali ne piacerà convivere o che piacerà ricevere o mantenere al servizio della nostra persona e della nostra famiglia.
5° In tutto e per tutti gli effetti si intenderanno stare fermi, e bisognando qui confermati, gli atti passati già dianzi a favore della regina Maria Teresa d'Austria nostra amatissima consorte e delle principesse Maria Beatrice Vittoria duchessa di Modena, Maria Ferdinanda Felicita principessa di Lucca, Maria Anna Riccarda Carolina e Maria Cristina Carolina nostre amatissime figliole".

I ministri, imitando l'esempio del re, si dimisero. Il sovrano, la mattina all'alba del 13 marzo, accompagnato dal generale Gifflienga e da una buona scorta militare, partì per Nizza. Frattanto il principe CARLO ALBERTO di Carignano notificava con questo manifesto che assumeva la reggenza:

"Notifichiamo che Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele abdicando la Corona ha voluto conferirci ogni sua autorità con il titolo di Reggente. Invochiamo l'aiuto divino, ed annunciando, che nella giornata di domani manifesteremo le nostre intenzioni uniformi ai comuni desideri, vi diciamo frattanto:
Che immediatamente cessi qualsiasi tumulto, e non si faccia in nessun luogo delle ostilità.
"Non abbisogniamo certamente di ordinare, che a Sua Maestà, alla sua Real Consorte e Famiglia, ed a tutto il suo seguito, sia libero e sicuro il passo, ed il soggiorno in quella parte degli stati di terraferma, dove intenderà recarsi, e che gli sia mantenuto il sommo rispetto, che corrisponde ai sensi di gratitudine, ed amore scolpiti nel cuore di ogni suddito, ed a lui dovuti per le sue virtù, e per il ristabilimento, e l'ampliamento di questa Monarchia.
"Confidiamo nello zelo, e nell'attività di tutti i Magistrati ed Ufficiali civili e militari, e di tutti i Corpi della Città, e dei Comuni per la conservazione del buon ordine, e della pubblica tranquillità ".

Il principe di Carignano raccomandava l'ordine, ma intanto andava crescendo l'agitazione; il moto rivoluzionario si estendeva ad Ivrea, ad Asti, a Casale e a Vercelli; la mattina del 13 il reggimento Aosta, eccitato dal colonnello Ciravegna, faceva causa con i rivoltosi; molta gente stazionava sotto la reggia chiedendo la costituzione; il cavalier CASTION, l'avvocato VISMARA e il dottor CRIVELLI cercavano di convincere il Reggente che era necessario promulgare la costituzione spagnola; altrettanto facevano i Federati per mezzo di una deputazione e il principe non sapeva a quale partito appigliarsi e fin dal primo giorno comprese quanto fosse delicata e difficile la sua posizione.

Anche i Decurioni si recarono dal Reggente per persuaderlo a concedere la costituzione. Per due ore il principe resistette; alla fine cedette, ma volle che i Decurioni ed altre autorevoli persone, tra cui due generali e nove ufficiali superiori, gli lasciassero la seguente dichiarazione che però il THAON DI REVEL e il VALLESA non vollero firmare:
"Noi sottoscritti, interpellati da S. A. R. il principe Reggente, dichiariamo che le attuali circostanze sono così gravi, il pericolo di una guerra civile così imminente, il voto del popolo così altamente espresso, che pensiamo essere indispensabile per la salvezza pubblica e per la necessità delle cose, che sia promulgata la costituzione spagnola con quelle modifiche che S. M., d'accordo con la rappresentanza nazionale, crederà opportuno e conveniente fare".

Quella sera stessa del 13 il principe si affacciò al balcone ed annunciò al popolo la sua risoluzione di concedere la costituzione; la città entrò subito in festa, sicura che per lo stato sabaudo e per il Piemonte, iniziava una nuova era. Il giorno dopo si pubblicava il seguente manifesto:

"Carlo Alberto di Savoia Principe di Carignano Reggente.
L'urgenza delle circostanze in cui S. M. il re Vittorio Emanuele ci ha nominati Reggente del Regno, malgrado a noi non appartenesse il diritto di succedervi; nello stesso tempo il popolo enunciò altamente il voto di una Costituzione, conforme a quella che è in vigore in Spagna, ci pone in grado di soddisfarlo, per quanto può da noi dipendere, e ciò che la salute suprema del Regno evidentemente oggi richiede, e di aderire ai desideri comuni espressi con un indicibile ardore. In questo difficilissimo momento non ci fu possibile di consultare tutto ciò che nelle ordinarie facoltà di un Reggente può comportarsi.
Il nostro rispetto e la nostra sottomissione a Sua Maestà Carlo Felice, cui è dovuto il trono, ci avrebbero consigliato di astenerci nell'apportare qualsiasi cambiamento alle leggi fondamentali del Regno, e ci avrebbero indotto a temporeggiare per conoscere le intenzioni del nuovo Sovrano. Ma date le circostanze che sono manifeste, e dato che ci preme consegnare al nuovo re, il suo popolo salvo, incolume e felice, e non straziato dalle fazioni e dalla guerra civile, perciò maturata e ponderata ogni cosa, avuto il parere del nostro Consiglio, abbiamo deliberato, nella fiducia che Sua Maestà il Re mosso dalle stesse considerazioni saprà accettare con la sua sovrana approvazione questa delibera. La Costituzione di Spagna sarà promulgata ed osservata come legge dello Stato con quelle modifiche che dalla rappresentanza nazionale e da Sua Maestà il Re, saranno deliberate!"


Promulgata la Costituzione, il Reggente compose il nuovo gabinetto dando gli Interni all'avvocato FERDINANDO DAL POZZO, le Finanze all'avvocato ANTONIO MARIA DE GUBERNATIS, la Guerra e Marina al marchese EMANUELE PES di Villamarina, gli Esteri, avendo rifiutato il marchese di Breme, al cavalier LUDOVICO SAULI d'Igliano. La direzione della polizia fu affidata al conte CRISTIANI, al quale poco dopo successe l'avvocato FERRERO.
Indi il principe di Carignano nominò una Giunta di governo, della quale fecero parte l'avvocato AGOSTI, il marchese di BAROLO, il marchese di BREME, l'avvocato BRUNO, il principe della CISTERNA, il marchese GHILINI, il marchese ONCIEUX, il marchese AGOSTINO PARETO, il conte SERRA D'ALBERGNANO, il marchese GIROLAMO SERRA, il COSTA, il MAGENTA, il MARENTINI, lo IANO e il PIACENZA, cui furono poi aggiunti il cardinale MOROZZO, il senatore GARAU, il duca di VALLOMBROSA, il cavalier CHEVILLARD, il conte CASSOTTI di Robbione, l'avvocato MIGLIORE, il banchiere NIGRA, il banchiere FRAVEGA, EMANUELE BALBI, il marchese MASSIMILIANO SPINOLA, il conte LEONARDI, l'avvocato GIOVANETTI, L'AVVOCATO VACCA, l'avvocato FAGINI, l'avvocato GAZZANIGA e il conte LUPI di Muirano Lo stesso giorno 14 il Reggente emanò questo decreto, nel quale, fra le altre cose, diceva:

"Tutti quelli che fanno correr voci insidiose sulla natura dell'abdicazione del re o su altri fatti sognati, oppure cercano di ritrarre i soldati e i cittadini dai loro doveri d'obbedienza alla legittima autorità debbono considerarsi come nemici della patria, del buon ordine e della pubblica quiete; e saranno date tutte le più efficaci disposizioni per reprimerle".
E ordinava:
"Concedesi piena amnistia alle milizie per ogni fatto o adesione politica che abbia avuto luogo sino a quest'ora, a condizione che tutti debbano rientrare nell'ordine alla pubblicazione del decreto, ed obbedire agli ordini che saranno dati. Essendo importante togliere di mezzo qualunque segnale potesse cagionare discordia e divisione fra i cittadini e le truppe, massimamente è severamente proibito inalberare coccarde o stendardi di colore e forma diversa da quelli che hanno sempre distinto la nazione piemontese sotto il governo dell'augusta casa di Savoia. I contravventori a quest'articolo saranno puniti come perturbatori della pubblica tranquillità".

Questo decreto non piacque proprio alla Giunta d'Alessandria che, due giorni dopo, rispondeva con questa energica protesta:

"L'altezza Vostra Serenissima nel suo decreto del 14 marzo ci parla d'amnistia. In mezzo dunque alla letizia universale della nazione soddisfatta di avere ottenuto lo scopo degli ardenti suoi voti, noi che iniziammo questa felice mutazione di Stato, mossi dal nostro zelo per l'indipendenza del trono minacciata dallo straniero, mossi ancora dall'evidente necessità di assodare quel trono con istituzioni care al popolo, noi soli dovremmo essere duramente rattristati. Speravamo non premi, ma riconoscenza .... abbiamo invece amnistia! Principe ! Noi dobbiamo alla patria e al nostro onore di protestare rispettosamente contro una tale dichiarazione. Noi confidiamo nella vostra giustizia, e ripetiamo a Voi il giuramento di morire con i nostri compagni d'arme per l'indipendenza d'Italia e per il trono costituzionale della Casa di Savoia".

In effetti se notiamo, nel proclama c'è una profonda contraddizione. Se il cambiamento era dovuto ai patrioti che avevano lottato per la costituzione, e l'avevano ottenuta, non si poteva costoro considerarli individui da "amnistiare", ma semmai nei loro confronti essere riconoscenti.
In tutte le rivoluzioni, i rivoluzionari, vanno poi al potere, diventano ministri ecc. ecc.

La sera del 15 di marzo, la nuova Giunta di governo giurava nelle mani del principe di Carignano fedeltà al re e alla costituzione. A sua volta, alla presenza della Giunta, e
il REGGENTE CARLO ALBERTO
prestava il seguente giuramento:

"Io CARLO ALBERTO DI SAVOIA, PRINCIPE DI CARIGNANO, investito d'ogni autorità al momento dell'abdicazione di Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele, giusta la dichiarazione nostra dei tredici del corrente mese, giuro a Dio, e sopra i Sacrosanti Evangeli di osservare la costituzione Politica Spagnola sotto le due seguenti modifiche essenziali ed inerenti alla costituzione di questo Regno, analoghe al voto generale della Nazione, ed accettate fin d'ora dalla Giunta provvisoria, cioè:
1°- Che l'ordine della successione al trono rimarrà come si trova stabilito dalle antiche Leggi e consuetudini di questo Regno e dai pubblici trattati;
2° - Che osserverò, e farò osservare la Religione Cattolica, Apostolica, Romana, che è quella dello Stato, non escludendo però quell'esercizio di altri culti, che fu permesso fino ad ora; oltre quelle altre modifiche che verranno dal Parlamento Nazionale sottoposte e ulteriormente determinate d'accordo con Sua Maestà il Re. Giuro altresì di esser fedele al Re Carlo Felice; così Iddio mi aiuti". .

Pareva così che la rivoluzione fosse entrata nella legalità e invece si cominciavano ad avvertire le crepe dell'edificio frettolosamente messi su e i primi effetti di quello sconvolgimento iniziato dall'esercito. Il fatto che preoccupava moltissimo il Reggente era costituito dagli ammutinamenti e dalle diserzioni che avevano avuto luogo in qualche reggimento.
Il principe volle rivolgere alle truppe il seguente proclama:

"Soldati! Al cospetto della Giunta provvisoria, la quale tiene il posto di Parlamento nazionale, io, nella mia qualità di Reggente, ho prestato giuramento di fedeltà al re Carlo Felice ed alla Costituzione. Soldati ! L'onore e la fedeltà sono dove c'è il Principe-reggente. Io stesso, cui il Re conferì la sua autorità, vi dico che questi sentimenti vi si trovano. Guardatevi dalle voci insidiose che vogliono indicarvi una strada diversa. Serberete la fede e l'obbedienza dovuta all'autorità sovrana; custodirete la gloria vostra e d'Italia che ha fissi gli sguardi sopra di voi; vi mostrerete degni di un governo che premia ugualmente tutte le virtù e che vi apre il campo a tutti gli onori e a tutte le dignità. Le due estreme parti d'Italia congiunte in un solo spirito, a quale felicità ed a qual grado di gloria non sospingeranno la vostra bella e troppo invidiata patria? Voi, o soldati, ci manterrete il vanto di una nazione bellicosa, fedele al suo Re e alla Costituzione e degna insieme dei più alti destini".

Altro fatto che preoccupava il Reggente era l'ostilità non dissimulata tra le due Giunte, quella di Alessandria e quella di Torino, composta di elementi moderati questa, di estremisti quella. Uno dei punti del programma dei rivoluzionari più spinti era la guerra all'Austria e invece nulla faceva la Reggenza riguardo all'invasione della Lombardia, perché il proprio esercito, dati i dissensi, era più debole di prima ed assolutamente insufficienti erano i provvedimenti ordinati con i decreti del 16 e del 17 marzo che istituivano la Guardia nazionale e sei nuovi battaglioni di fanteria leggera.

Alla guerra contro l'Austria d'altronde il principe Reggente non pensava neppure, impreparato com'era. E impreparati erano pure i federati lombardi, i quali, alla notizia dello scoppio della rivoluzione in Piemonte, se ne rimasero inoperosi, stando alla finestra a guardare cosa sarebbe accaduto, e solo alcune decine di studenti universitari pavesi accorsero ad Alessandria. I Lombardi aspettavano, per muoversi, che i Piemontesi varcassero la frontiera e già il MANZONI vedeva con la sua fantasia i fratelli "sull'arida sponda del varcato Ticino" e cantava: "Già le destre hanno stretto le destre, - Già le sacre parole son pórte - O compagni sul letto di morte, - O fratelli su libero suol".

Ad affrettar le mosse dei Piemontesi, dietro consiglio del CONFALONIERI che in quei giorni si trovava ammalato, il 15 marzo si recarono a Novara il marchese GIORGIO PALLAVICINO-TRIVULZIO e GAETANO CASTILLIA, i quali poi andarono a Torino e, unitisi al conte PECCHIO e al marchese ARCONATI-VISCONTI, il 17 si presentarono a Carlo Alberto, sollecitando l'intervento piemontese in Lombardia. Il principe propose di riferire alla Giunta le istanze dei Lombardi, ma la sera dello stesso giorno rispose al Pallavicino e al Castillia che il Piemonte non era in grado di assalire l'Austria e, nel salutarli, disse loro: "speriamo nell'avvenire".

Ma ciò che, più d'ogni altra cosa, preoccupava il principe di Carignano era il pensiero di CARLO FELICE. Che contegno avrebbe tenuto il nuovo re, i cui sentimenti reazionari erano più che noti, di fronte alla rivoluzione e al nuovo stato di cose creato dopo la partenza di Vittorio Emanuele? Avrebbe approvato gli atti della Reggenza?
Il principe aveva mandato a Modena, presso Carlo Felice, il marchese COSTA DI BEAUREGARD con una lettera in cui lo informava degli avvenimenti e chiedeva istruzioni. Ma Carlo Felice accolse il marchese gridando che "nulla di quanto era avvenuto riconosceva: né abdicazione, né reggenza, né costituzione, tutte opere della violenza", gli sbatté sul viso la lettera del Carignano e, rimandandolo a Torino, gli disse: "Ebbene, dite al principe che se gli resta ancora nelle vene una goccia del nostro sangue reale, parta per Novara e lì stia in attesa di miei ordini".

A Novara comandava la divisione militare il generale VITTORIO AMEDEO de la TOUR, il quale, prima era rimasto fedele alla Corona, poi aveva accettato gli ordini della Reggenza che lo nominava capo delle forze a difesa del Ticino. Ma proprio a lui CARLO FELICE ordinò di formare a Novara una luogotenenza generale del Regno e di pubblicare il seguente manifesto:

"Dichiariamo che in virtù dell'atto di abdicazione alla corona, emanato in data del 13 marzo 1821 da Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele di Sardegna, nostro amatissimo fratello, e da lui a noi comunicato, abbiamo assunto l'esercizio di tutta l'autorità e di tutto il potere reale che nelle attuali circostanze a Noi legittimamente compete, ma sospendiamo di assumere il titolo di Re, finche S. M. il nostro amatissimo fratello posto in stato ci faccia conoscere essere questa la sua volontà. Dichiariamo inoltre, che ben lungi dall'acconsentire a qualunque cambiamento nella forma di governo preesistente alla detta abdicazione del Re nostro amatissimo fratello, considereremo sempre come ribelli tutti coloro dei reali sudditi i quali avranno aderito o aderiranno ai sediziosi, o che si saranno arrogati o si arrogheranno di proclamare una Costituzione, oppure di commettere qualunque altra innovazione portante offesa alla pienezza della reale Autorità e dichiariamo nullo qualunque atto di sovrana competenza che possa essere stato fatto o si farà ancora dopo la detta abdicazione del Re nostro amatissimo fratello, e quando non emani da Noi, e non sia da Noi sanzionato espressamente.
"Nel tempo stesso incoraggiamo tutti i reali sudditi o appartenenti all'armata o di qualunque altra classe essi siano, e che si sono conservati fedeli, a perseverare in questi loro sentimenti di fedeltà, ad opporsi attivamente al piccolo numero dei ribelli, e stare pronti ad ubbidire a qualunque nostro comando o chiamata per ristabilire l'ordine legittimo, mentre Noi metteremo tutto in opera per portare loro pronto soccorso.
"Confidando pienamente nella grazia ed assistenza di Dio che protegge la causa della giustizia, e persuasi che gli augusti nostri alleati saranno per venire prontamente con tutte le loro forze al nostro soccorso nell'unica generosa intenzione da loro sempre manifestata di sostenere la legittimità dei troni, la sicurezza del real potere e l'integrità degli stati, speriamo di essere in breve tempo in grado di ristabilire l'ordine e la tranquillità e di premiare quelli che nelle presenti circostanze si saranno resi particolarmente meritevoli della nostra grazia.
"Rendiamo nota con la presente a tutti i reali sudditi questa nostra volontà per norma della loro condotta".

Era una bella doccia fredda per tutti gli animi riscaldati dalla rivoluzione!

Il principe di Carignano, leggendo il manifesto del re, mandatogli perché ne prendesse visione, e conoscendo l'esito della sua ambasceria, rimase sdegnato e a quanto si disse - fu perfino sul punto di mettersi alla testa dei ribelli. Ma, calmatosi in lui lo sdegno per l'offesa ricevuta, chiamò a consiglio i ministri vecchi e nuovi e tutti convennero che l'agire di Carlo Felice fosse illegale non potendo sopprimere la Reggenza nominata dal fratello che voleva considerare ancora come sovrano. Tutti inoltre furono d'avviso che non si doveva, per misura d'ordine pubblico, rendere noto il manifesto ma che si doveva chieder subito chiarimenti ed istruzioni precise a Carlo Felice. Infine il principe fu pregato di non abbandonare la Reggenza in un momento cosí delicato.
Il Reggente accondiscese; stabilì di inviare a Modena il cardinale MOROZZO della ROCCA e il conte di BAGNASCO, quindi, il 18, pubblicò il seguente manifesto:

"L'ottimo nostro sovrano Carlo Felice alle comunicazioni che noi nella nostra qualità di Principe Reggente di questi stati, fummo nel dovere di recapitargli, rispose in modo da farci credere non essere la M. S. pienamente informata della situazione delle cose nei suoi reali domini, cosa naturale nella sua lontananza. Noi, sudditi fedeli, io il primo, dobbiamo illuminare S. M. sulla posizione attuale e sui desideri del suo popolo. Ne otterremo certamente quell'esito felice che ci promette il suo cuore naturalmente propenso alla felicità dei suoi sudditi. Il governo fermo e vigilante non dubita della cooperazione dei buoni cittadini nel mantenere l'ordine e la tranquillità felicemente ristabilito, onde conservare al Monarca un regno florido, tranquillo, riunito in spirito di concordia e fedeltà".

Ma l'ottimismo del suo manifesto non aveva rispondenza nell'animo del principe. Egli sapeva che la rivoluzione era un edificio mal costruito, barcollante, e che sarebbe facilmente crollato sotto i colpi della reazione e delle armi straniere e pensava che anche lui forse sarebbe stato travolto dagli avvenimenti.
Due vie si aprivano dinnanzi a lui: o schierarsi completamente dalla parte dei ribelli, rischiando, in caso d'una sconfitta che appariva quasi sicura, la successione; o ubbidire al re e rimandare ad altro tempi la realizzazione dei suoi ideali. Carlo Alberto scelse questa seconda via che con tante contraddizioni, e ambiguità, incertezze, conduceva con questa "fuga" il 23 marzo a questa Novara di ora; ma anche a quell'altra Novara più lontana, in quell'altra fuga che il destino gli preparò in un altro 23 marzo, del 1849.

Nello stesso giorno in questo 1821, rinnegava tutte le concessioni fatte, rinunciava alla sua reggenza, e si dichiarava reazionario come suo zio, combattendo perfino i costituzionalisti per dare credibilità alla sua apostasia liberale.


I TUMULTI DI GENOVA
CARLO ALBERTO PARTE PER TORINO E DEPONE LA REGGENZA
I PROCLAMI DEL SANTAROSA
TRATTATIVE TRA L'AMBASCIATORE RUSSO E LA GIUNTA TORINESE
I PROCLAMI DI CARLO FELICE E DELL'ANSALDI
IL COMBATTIMENTO DI NOVARA - L'ASSOLUTISMO RESTAURATO


La situazione si faceva di giorno in giorno più grave. Il Reggente il 18 marzo dichiarava sciolta la Giunta di Alessandria, però non rinunziava ad esercitare le sue funzioni; ma, per contentare il partito rivoluzionario, il 20 marzo nominava il conte SANTORRE SANTAROSA ministro della guerra. Intanto i più scalmanati, intuendo cosa si stava tramando, si davano appuntamento intorno all'abitazione del barone BINDER, ambasciatore austriaco, a rumoreggiare e a strepitare fino al punto da costringerlo il giorno 20 marzo ad allontanarsi da Torino.

Mentre queste cose accadevano nella capitale, gravi tumulti avvenivano a Genova. Un inopportuno proclama del reazionario ammiraglio DES GENEYS, governatore della città, irritò gli studenti e parte della popolazione; il 21 marzo cominciarono a tumultuare. Il giorno dopo dai tumulti si passò alla violenza fisica fino al punto che furono puntati i cannoni e le mitraglie sui dimostranti e sparati alcuni colpi che uccisero due persone e ne ferirono diverse.
Il 23 marzo parte della guarnigione si unì ai ribelli e il governatore, uscito dal suo palazzo per ricondurre all'obbedienza gli insorti, sarebbe stato fatto a pezzi dalla folla inferocita se non l'avesse salvato l'arcivescovo e alcuni degli studenti ribelli. Terrorizzato il Des Geneys rassegnò il potere nelle mani di dodici commissari di governo.
Dei fatti di Genova fu data notizia alla popolazione di Torino con un manifesto della Giunta, che diceva (riportiamo integralmente e letteralmente):

"La patria deplora i tumulti avvenuti a Genova, e nello stesso tempo si rallegra nel vedere festeggiato e bene accolto dalle regie truppe e dal popolo il nuovo ordine di cose. Il sistema costituzionale sarà il maggiore e più saldo vincolo della ancor fresca riunione di Genova al Piemonte. L'origine dei tumulti sono dovuti a una poco prudente pubblicazione, che a Torino si evitò di far pubblicare su consiglio delle persone reputate più sagge nell'antico ordine di cose come in quello nuovo. Confortiamoci però che in Genova dalle male nasce il bene, come spesso nelle umane cose accade, cioè la manifestazione viva, alta, fortissima, di un gran voto; del voto del Piemonte, d'Italia, d'Europa. Le notizie riportano che a Genova il generale conte Des Geneys ha dato i suoi poteri ad una commissione amministrativa di governo, la quale già si è messa in relazione con la Giunta Nazionale, e questa ha nominato provvisoriamente un capo di Polizia. La Giunta in ogni cosa si adopera per soddisfare i voti dei Genovesi, e per conservare al Re ed alla Patria una così preziosa e nobile parte di questo florido dominio".

La Giunta Nazionale considerava come un trionfo del nuovo ordine di cose gli avvenimenti di Genova e mostrava di gioirne; ma in realtà essa viveva nella costernazione a causa della partenza improvvisa del principe di Carignano. Ecco com' erano andate le cose. Nella notte dal 21 al 22, accompagnato dal marchese Costa di Beauregard, dal generale De Sonnaz, dal conte Cesare Balbo e dai cavalleggeri Savoia, il Reggente lasciò la capitale, senza che la popolazione se ne accorgesse, diretto a Novara, come il nuovo re gli aveva ordinato.
A Rondizzone si fermò a riunir le truppe fedeli che gli giungevano da varie parti; a San Germano, per mezzo del generale, Roberti, ricevette l'ordine di Carlo Felice di recarsi a Novara e di aspettarvi ulteriori disposizioni che gli sarebbero state comunicate dal generale La Tour.

Giunse a Novara la notte del 23 (!!); scrisse alla Giunta di Torino di sottomettersi alla volontà reale e il 24 con un proclama CARLO ALBERTO dichiarava che:

"Allorquando assunsi il difficile incarico di Principe-Reggente, non ebbi altra intenzione che di dar prove di obbedienza al re, e del caldo mio affetto al pubblico bene; il quale non mi permetteva di rifiutare le redini dello Stato momentaneamente affidatimi per non lasciarlo cadere nell'anarchia, che è il peggiore dei mali di una nazione: ma il primo mio giuramento solenne è stato quello di fedeltà al re Carlo Felice. E pegno della mia fermezza nella giurata fede è stato quello di aver lasciato la capitale insieme con le truppe che mi hanno preceduto a Novara, e dichiarare pubblicamente che rinuncio da oggi all'esercizio dell'autorità di Reggente. Non ambisco altro che mostrarmi sulla via dell'onore additatami dall'augusto sovrano e di dare a tutti esempio della mia più rispettosa obbedienza alla volontà reale".

Alcuni giorni dopo, Carlo Felice scriveva al principe di Carignano: "Apprendo che siete giunto a Novara con tutte quelle truppe fedeli che avete potuto raccogliere. Se siete realmente disposto a seguire i miei ordini, io vi comando di recarvi immediatamente in Toscana, ove vi farete raggiungere dalla vostra famiglia".

Carlo Alberto, temendo che Carlo Felice era deciso a diseredarlo, scrisse a Nizza a Vittorio Emanuele pregandolo di riprendere le redini dello Stato, il che avrebbe forse evitato la possibilità dell'intervento austriaco. Il 30 marzo il principe lasciò Novara e, passato il Ticino, giunse con una scorta di cavalleggeri austriaci a Milano, poi, fatto il cambio dei cavalli della carrozza, ripartì per Modena.
Qui tentò invano di farsi ricevere dallo zio Carlo Felice e continuò il viaggio alla volta di Firenze. Carlo Felice non lo voleva incontrare, ma gli aveva fatto trovare a Modena le sue disposizioni e i suoi sentimenti per mezzo di una lettera che riportiamo integralmente e letteralmente:

"Vi feci già dire per mezzo del cavaliere Moretta, che io ero assai soddisfatto della vostra perfetta obbedienza. Se non ritengo opportuno vedervi ora, é perché i fatti accaduti in Piemonte sono troppo recenti per non dare origine a svantaggiose dicerie, se avessimo un colloquio insieme. Voi potete restar tranquillo che io non agisco dietro ad alcuno stimolo di passione; non faccio altro che battere la via indicatami dal mio onore, dalla tranquillità del paese, dalla sicurezza d'Europa. Voi siete pienamente padrone di fermarvi a Bologna per alcuni giorni. Riguardo alla vostra uniforme, non so il perché non dovete esser libero di vestire quella usata abitualmente; non avendo io disfatto nulla di ciò che fece il re Vittorio, prima della sua abdicazione.
Soltanto non ho potuto approvare tutto ciò che è passato sotto la reggenza. Pienamente approvo la risoluzione vostra di far passare nella Toscana la Principessa con suo figlio. Io spero di poter farvi conoscere in avvenire un cuore e sentimento, che voi non avete mai conosciuti in me a motivo della vostra giovinezza o perché vi hanno educati a principi del tutto opposti ai miei, né vi diedero mai l'opportunità di conoscere il mio e animo e comprendermi".

La notizia della partenza improvvisa dei principe di Carignano portò la costernazione a Torino: le milizie costituzionali cominciarono a vacillare nella fede; non pochi soldati abbandonavano le bandiere e se ne tornavano alle loro case; noti liberali, come il principe della Cisterna e il marchese Turinetti di Priè, che la rivoluzione aveva liberati dalla prigione, prendevano di nuovo la via della Francia; molti membri della Giunta si dileguavano, questa anzi voleva sciogliersi e se non lo fece fu per timore dell'anarchia.
In tanto sconforto e in tanta incertezza di animi chi rimase alla testa della rivoluzione e cercò di infondere ai liberali il suo ardente entusiasmo fu il conte SANTORRE DI SANTAROSA, di cui rimasero famosi alcuni proclami che vale la pena riportare, come ha riportato PAOLO GIUDICI nella sua "Storia d'Italia"

"Carlo Alberto di Savoia, Principe di Carignano, rivestito da S. M. Vittorio Emanuele dell'autorità di Reggente, - così scriveva il 23 marzo in un ordine del giorno mi nominò con suo Decreto del 21 di questo mese di marzo a Reggente del Ministero della Guerra e Marina.

"Io sono un'autorità legittimamente costituita, e in queste terribili circostanze della Patria io debbo far sentire ai miei compagni d'armi la voce di un suddito affezionato al Re, e di un leale Piemontese".
"Il Principe Reggente, nella notte del 21 al 22 marzo corrente abbandonò la Capitale senza informarne né la Giunta Nazionale, né i suoi Ministri"

"Nessun Piemontese deve incolpare le intenzioni di un Principe, il cui liberale animo, la cui devozione alla Causa italiana furono fino ad ora la speranza di tutti i buoni. Alcuni pochi uomini disertori della Patria, e ligi all'Austria ingannarono con le calunnie, e con ogni maniera di frodi un giovane Principe, cui mancava l'esperienza dei tempi procellosi".

"Si è vista in Piemonte una dichiarazione sottoscritta dal Re nostro, Carlo Felice; ma un Re Piemontese in mezzo agli Austriaci nostri nemici è un Re prigioniero; tutto quanto egli dice, non si può, non si deve tenere come suo. Parli in terra libera, e noi gli proveremo do essere i suoi figli.

"Soldati Piemontesi ! Guardie Nazionali, volete la guerra civile ? Volete l'invasione degli stranieri, i vostri campi devastati, le vostre Città, le vostre Ville arse, o saccheggiate? Volete perdere la vostra fama, contaminare le vostre insegne? Proseguite; sorgano pure armi piemontesi contro armi piemontesi; petti di fratelli incontrino petti di fratelli !

"Comandanti dei corpi, Ufficiali, Sotto-Ufficiali e Soldati ! Qui non vi é scampo, se non solo questo. Annodatevi tutti intorno alle vostre insegne, afferratele, correte a piantarle sulle sponde del Ticino, e del Po; la terra Lombarda vi aspetta; la terra Lombarda che divorerà i suoi nemici all'apparire della vostra avanguardia. Guai a colui che una diversa opinione sulle case interne dello Stato allontanasse da questa necessaria deliberazione. Egli non meriterebbe né di guidare Soldati Piemontesi, né di portarne l'onorato nome".

"Compagni d'arme, questa è un'epoca Europea. Noi non siamo abbandonati. La Francia anch'essa solleva il suo capo abbastanza umiliato dal Gabinetto austriaco, e sta per porgerci possente aiuto".

"Soldati e Guardie Nazionali ! Le circostanze straordinarie vogliono risoluzioni straordinarie. La vostra esitazione comprometterà tutta la Patria, tutto l'onore. Pensateci! Fate il vostro dovere. La Giunta Nazionale, i Ministri fanno il loro. Carlo Alberto sarà rinfrancato dalla vostra animosa concordia, e il Re Carlo Felice vi ringrazierà un giorno d'avergli conservato il Trono".


Vigoroso è l'ordine del giorno rivolto dal Santarosa ai "Soldati dei contingente delle brigate":

" ....la Patria è contenta di voi. Ai primi pericoli, al primo cenno del governo, voi avete lasciato le vostre case e vi siete adunati nei depositi. E lo avete fatto quando la difficoltà delle congiunture non avrebbe forse permesso al Governo di costringere gli indecisi alla partenza, e quando chi era mosso dalla paura o di slealtà verso la patria, vi consigliava di non muovervi. Giovani militari, io veramente vi chiamo la parte eletta della nazione. Essa vi deve tutto; la coscienza della sua forza, le sue speranze di difesa e di salute.
"Le insegne intorno alle quali voi vi raccogliete e sarete ordinati in battaglioni per marciare presto alle frontiere, non sono insegne di ribelli. I ribelli sarebbero là dove si preparasse allo straniero l'entrata nel territorio piemontese. Le nostre insegne sono reali; esse portano, e ne siamo alteri, l'aquila generosa di Savoia.
"Nel XIV secolo quell'aquila si mostrò in Lombardia per salvarla da una masnada di avventurieri ch'era il terrore dell'Italia settentrionale. Ora, raccomandata al vostro valore, vi ricomparirà per liberare i popoli fratelli, e per far risorgere la gloria e la virtù degli Italiani.
"Le nostre insegne sono quelle del re; e la Provvidenza ha voluto mettere all'estrema prova il nostro coraggio con l'affliggerci della doppia sventura dell'abdicazione di un re, caro al suo popolo, e dell'assenza del suo successore, il quale era riposta tanta nostra speranza, ed ora si trova fra i nostri nemici, e costretto a parlare un linguaggio che non potremo mai riconoscere dal suo cuore. Noi sempre ci rammenteremo, e in ogni fortuna, che la nostra fedeltà ai principi di Savoia deve eguagliare il nostro affetto alla Costituzione, dalla quale le nostre famiglie aspettano la sicurezza e la loro felicità.
"Giovani soldati, prendete con letizia e con fidanza quelle armi consegnatevi dalla patria. Neppure uno di voi mancherà nel giorno degli onorati pericoli. Avrete prodi ufficiali sottufficiali per addestrarvi; e li vedrete progredire agli onori militari secondo i meriti, non secondo i favori. Loro vi daranno esempio di disciplina, di fermezza. Voi li ammirerete nelle prime file nel giorno della battaglia. E questo giorno è vicino.
"Soldati piemontesi ! Voi sorridete a quel pensiero, e vi farete riconoscere figli dei difensori di Cosseria, la cui ferocia destò meraviglia a Napoleone Buonaparte, e forse si sarebbe fermato ai suoi primi passi nella conquista d'Italia, se noi non avessimo avuto allora gli Austriaci come alleati. E voi Genovesi! Nel vedere il nome di Genova scritto sulla bandiera della vostra legione, i nostri nemici diranno atterriti: ecco gli uomini del 1746".


Sarebbe apparsa solo retorica la prosa di questi ordini del giorno se non fosse stata seguita invece dai fatti, comprovanti la grande attività del Santarosa. Il quale cominciò a radunare al confine lombardo quante più truppe possibili. Ordinò che cinque battaglioni del presidio di Genova, tre di quelli di Nizza e di Savona e tre di quello della Savoia si recassero ad Alessandria; quindi chiamò il generale BELLOTTI a comandare le divisioni di Novara invece del LA TOUR, nemico della Costituzione, e gli mise accanto il generale CIRAVEGNA; mandò a Vercelli il generale BUSSOLINO per concertarsi con l'Ansaldi, comandante militare di Alessandria; comandò al generale d' ISON di sostituire a Genova il DES GENEYS e infine ordinò al SAN MARZANO di tenersi pronto per varcare il Ticino.
Purtroppo però non tutti gli ordini del Santarosa erano eseguiti: il BELLOTTI si univa col LA TOUR e lo stesso faceva il CIRAVEGNA sebbene per tempo indietro si fosse mostrato un caldo liberale; il BUSSOLINO non si recava a Vercelli; nella Savoia il governatore ANDEZENO, obbedendo a Carlo Felice, restaurava il governo assoluto del re; a Nizza ANNIBALE di Saluzzo si scopriva come avversario dei costituzionali, e, mentre a Novara il La Tour faceva i preparativi per marciare su Torino, scoppiava un conflitto sanguinoso tra il reggimento Alessandria, costituzionale, e quello dei carabinieri, che, avuta la peggio, si recava a Novara.
Più che una guerra civile, era una guerra interna negli ambienti militari.

Frattanto i sovrani della Santa Alleanza dichiaravano che
(riportiamo integralmente e letteralmente):

"lungi da lasciarsi muovere dall'esempio scandaloso che per la quarta volta affliggeva l'Europa, essi erano fermamente e irrevocabilmente risoluti a non riconoscere in Piemonte l'opera del tradimento e della rivolta militare né alcuna cosa che ne potesse derivare, ma ad usare tutti i mezzi per ristabilire il loro augusto alleato nella interezza di tutta la sua autorità";
quindi facevano sapere che, d'accordo con il re di Sardegna CARLO FELICE, avevano deliberata di intervenire in Piemonte per abbattervi la costituzione, accordando l'aiuto di quindicimila Austriaci chiesti dal Re Sabaudo.

La Francia, preoccupata dalla predominante influenza che l'Austria avrebbe esercitato nella penisola con l'intervento armato a Napoli e nel Piemonte, chiese allo Zar che s'interponesse fra Carlo Felice e i costituzionali ribelli. Trattative furono aperte dal conte MOCENIGO, ambasciatore russo a Torino, con il canonico MARENTINI, presidente della Giunta di governo e col ministro DEL POZZO, che teneva interinalmente il portafoglio degli Esteri. Il Marentini e il Del Pozzo chiesero per l'accordo le seguenti condizioni che il Mocenigo accettò: gli Austriaci non avrebbero messo piede in Piemonte; amnistia completa sarebbe stata data a tutti coloro che avevano partecipato alla rivoluzione; sarebbe stata infine concessa una costituzione più ristretta della spagnola o almeno qualche riforma liberale.
Le trattative, sebbene i negoziatori si fossero trovati d'accordo nei vari punti, furono troncate perché il SANTAROSA si rifiutò di accettare quelle condizioni e lo stesso fece la Giunta di Alessandria che dichiarò di volere integrale la Costituzione Spagnola; del resto, anche se dall'uno e dall'altra i patti fossero stati accolti, è fuori dubbio che non li avrebbero accettati né Carlo Felice né l'Austria.
Le cose erano giunte a tal punto da non potersi più evitare una guerra intestina. Il 3 aprile Carlo Felice, da Modena, in un proclama dichiarava "ribelli tutti i rivoluzionari, felloni gli ufficiali, e prometteva l'amnistia soltanto ai soldati"; e "…per togliere a chiunque il pretesto di ignorare la nostra volontà e il modo onde noi consideriamo la ribellione scoppiata in Piemonte e nel ducato di Genova, e per smentire le false interpretazioni date finora alla nostra volontà, noi vogliamo pubblicato quanto appresso:

1°. Noi dichiariamo ribelli tutti quei sudditi del re, che in qualunque modo hanno osato insorgere contro S. M. il re Vittorio Emanuele, nostro amato fratello, o che dopo la sua abdicazione hanno tentato di mutare la forma di governo; ed egualmente ciascuno di quelli che dopo avere avuto notizia del nostro proclama dato a Modena il 23 marzo 1821 non avranno reso l'obbedienza che dovevano ai governatori generali da noi istituiti, come pure tutta quella parte dell'armata reale, che seguendo il partito dei sediziosi, si è riunita nel loro corpo d'armata.
2°. Ma volendo usar clemenza verso coloro che noi possiamo credere ingannati o sedotti, noi concediamo amnistia ai semplici soldati che torneranno al loro dovere. Mentre i sottoufficiali della detta milizia otterranno grazia soltanto quelli che dopo un maturo esame si saranno particolarmente giustificati. Ma gli ufficiali di ogni grado, che sordi alla voce del dovere e dell'onore, hanno preso parte alle prime sedizioni delle milizie, o seguito le insegne dei sediziosi, sono da noi con la presente dichiarati felloni, e ricompense in denaro saranno date a quelli che li condurranno prigionieri alla fedele armata agli ordini del nostro governatore generale conte DELLA TORRE.
3°. Ordiniamo a tutti i sottufficiali e soldati che si trovano nell'armata ribelle ad Alessandria o nella cittadella di Torino, che ritornino alle loro case, e vietiamo ai contingenti di obbedire a tutti gli ordini dei ribelli unendosi alla loro armata. 4°. Dichiariamo che obbedendo alla chiamata della Divina Provvidenza, e caricandoci del grave peso di esercitare l'autorità sovrana, noi riconosciamo esser nostro principale dovere separare il piccolo numero degli individui ribelli e sediziosi dalla maggioranza dei sudditi fedeli e affezionati alla nostra famiglia reale, e che in ciò consiste il maggior benefizio che i detti sudditi fedeli abbiano diritto d'aspettarsi da noi, come l'unico modo per render loro la felicità e la tranquillità di cui non potranno mai godere in una maniera stabile finché non saranno separati dagli altri.
5°. Dichiariamo per conseguenza, che per giungere a questo fine salutare (non volendo abbassarci a trattare con i traditori) giudichiamo che la parte dell'armata reale rimasta fedele sia aiutata dalle armate dei nostri angusti alleati a rioccupare il paese dove si è propagata la rivoluzione. In conseguenza noi abbiamo chiesto il loro soccorso e ne abbiamo avuto la certezza che ci aiuteranno a restaurare il governo legittimo ovunque la sedizione ha osato distruggerlo. Detto questo, noi ordiniamo ad ogni suddito fedele di considerare le dette truppe come nostre amiche ed alleate.
6°. Essendo dovere di ogni suddito fedele a sottomettersi in tutto, cuore e anima, solo agli ordini di quello che trovandosi da Dio investito dell'esercizio dell'autorità sovrana, ed è lui solo chiamato da Dio a giudicare dei modi più convenevoli a procurare il loro bene, noi non potremo tenere come buon suddito colui che osasse soltanto mormorare di quei provvedimenti che noi giudichiamo necessari.
Noi porremo le nostre cure per proteggere i buoni e fedeli sudditi del re, in modo che patiscano il meno possibile gli aggravi congiunti ai provvedimenti che debbono assicurare la loro prosperità, e che questi aggravi pesano principalmente sui traditori, essendo gli autori e i colpevoli di tutti i mali dello Stato.

7°. Pubblicando le nostre volontà quale regola di condotta per ciascuno, dichiariamo ai detti sudditi del re, che essi non possono meritare il nostro ritorno fra loro se non sottomettendosi interamente a questi voleri; e aspettando, preghiamo Dio che si degni di illuminarli e faccia prendere quel partito che invita loro al dovere, all'onore e alla nostra santa Religione".

Quello stesso giorno, l' ANSALDI, governatore di Alessandria, lanciava il seguente manifesto (che riportiamo integralmente e letteralmente):

"Alle truppe concentrate a Novara". "Nell'intento di guadagnarle alla causa della rivoluzione". - Compagni! Un DELLA TORRE dopo essere stata proclamata la Costituzione di Spagna e avere aderito al nuovo regime, si è fatto operatore della violazione del più sacro dei giuramenti, e tenta di farsi credere incaricato dal Re Carlo Felice per abbattere la sublime opera della nostra liberazione. Egli, assoldato dall'oro dello Straniero, servo della libidine dell'arbitrario potere, ribelle alla Nazione cui vuole dividere per consegnarla al nemico della nostra indipendenza, dopo essere stato l'empio mezzo con cui questi sottrasse prima da Torino poi da Novara il Principe per farlo misero strumento delle trame contro il Risorgimento d'Italia, osa sperare di potervi indurre a distaccarvi da noi.
Insensata fiducia ! Sappiate, o compagni che il Re Carlo Felice non diede mai a Della Torre quest'incarico d'indurre i Piemontesi ad abbandonare la Costituzione da tutti con trasporto abbracciata Il nostro Re è prigioniero fra gli Austriaci, egli perciò non riesce ad esercitare nessuna libera volontà. Se fosse in libertà, la voce che egli avrebbe fatta sentire ai suoi figli sarebbe stata quella di voler fare felice la Nazione con l'assecondare i voti così degnamente manifestati.
Ogni atto, che è una profanazione al suo nome, e contro il suo cuore, vi è stato presentato dal ribelle Della Torre, per indurvi a credere che lui è stato nominato Generale in capo dell'armi Piemontesi; nomina che è stata invece fabbricata nelle tenebrose officine degli Austriaci.
Voi non ignorate, che l'Austria mentre con una mano pesa sui vostri tiranneggiati Fratelli dell'Italia Settentrionale, e con l'altra assale la risorta libertà Napoletana, con occhi rapaci ora si fissa su noi Piemontesi, e spera, dividendoci, di farci servi del suo inesorabile dispotismo.
"L'intenzione dei nostri nemici raccolti a Novara, è quello di condurci sotto il passato potere arbitrario, per poi patteggiare con l'Austria lo scioglimento del nostro esercito, la consegna delle nostre fortezze, onde farla sicura una volta represso lo slancio schierato per la Spagnola Costituzione, che noi privi di rappresentanza nazionale, non potremo più impedire quelle operazioni credute necessarie dalle mire della dominazione austriaca.
"Ah ! no, troppo iniquo, troppo insensato è questo divisamento! Unitevi a noi per renderlo vano, per sperderlo. Fiacchiamo omai il corno a tanta austriaca audacia.
"Che cosa sperano mai i nostri nemici? Che sperano i Della Torre, e i pari suoi che intorno a lui si sono raccolti ? Sperano forse di condurre voi, nostri commilitoni ? Perché voi siete intorno a loro sperano forse di avere i vostri cuori ? Ah stolti! No voi siete tutti per la Patria. Voi sarete fedeli al costituzionale Governo, è l'unico dalla Patria voluto; e con l'appoggio dei forti d'Alessandria, di Gavi e di Genova, concentrandosi, si mostrerà degna della ferma risoluzione di non voler vivere che con la Spagnola Costituzione.
"Si sa da tutti, che a vuoto andarono gli iniqui attentati dei nemici a Genova, in Savoia, a Torino, e a Nizza e che dovunque la fedeltà dei nostri compagni d'armi e dei cittadini sostenne altamente con l'adottato nuovo regime.
"S'ignora forse che appena i nostri commilitoni si accorsero del tradimento spogliarono il traditore dei nobiliari, fregi da lui deturpati, e lo punirono della ribellione commessa contro il governo istituito con la giurata Costituzione ? Chi non riconosce ormai che non è più il tempo in cui si possano ingannare né il popolo né l'esercito, sui veri bisogni e i diritti della Patria, che ha conosciuto con quali mezzi difenderli, e ben saprà con la forza nazionale farli valere ?
"I nemici della patria fecero spargere il sangue dei Piemontesi, ma cosa ottennero con ciò. Cosa ha guadagnato con tali mezzi la loro causa? Con il bagnare le armi del sangue cittadino altro non ne venne che sdegno contro l'iniqua loro impresa.
"Si sappia da tutti che voi, bravi nostri compagni d'arme, voi tutti concittadini nostri, non siete inferiori alla fiducia che la Patria ha in voi riposta.
"No, voi non vi macchierete mai dell'infamia di avere lasciati i vostri compagni soli nella grande lotta per sostenere la Costituzione, da voi e da noi tutti desiderata e da tanto tempo nei nostri petti nutrita, e che non mai vorrete mostrarvi inferiori allo slancio, che ci portò al rango di libero popolo cooperatore dell'indipendenza dei nostri fratelli d'Italia.
Una tanta gloria ah no, voi non vi lascerete rapire, voi non tradirete le speranze di tutta l'Europa.

"Volgetevi a noi, ascoltate questo grido, che per nostra bocca l'Italia tutta vi manda; vedete le insegne che a voi presentiamo; esse portano il nome del gran patto, che deve essere la salvezza, la felicità, la gloria della Patria: la Costituzione di Spagna. Ci presentiamo a voi quali fratelli che vogliono il vostro, il comune bene, vedete il civico ulivo che le fregia, correte a noi, abbracciamoci e marciamo contro lo straniero.
La nostra unione sia per lui spavento. Dall'opposta sponda del Ticino e del Po gli altri Italiani vi attendono, vi porgono le corone. Marciamo. La vittoria è certa".

Un altro manifesto ai soldati del generale La Tour era indirizzato da quelli d'Alessandria: (integrale e letterale)

" SOLDATI DI NOVARA! Voi dunque vi unirete fra poco ai più crudeli nemici della patria vostra per rovinarla eternamente ? E voi, prodi, congiungerete le vostre bandiere a quelle che per quindici anni sempre fuggirono dinanzi al vostro nome, e che non vi furono mai fatali che allorquando contaminarono le vostre come alleate? Solo scampo restava pure ai barbari il diminuirvi, e voi crudeli, voi inceppati nelle arti loro, presto avrete a soffrire gli insulti del petulante loro disprezzo.
Ah no, fratelli ! venite ad abbracciarci, venite .... Noi non siamo ribelli quali persuadere vi vogliono i nostri comuni nemici: guardate le nostre insegne, e le vedrete spiegare al vento il nome della patria e del re; noi giurammo fede a quelle, e di combattere in loro difesa fino alla morte. Dirà l'Europa intera se questi sono titoli di ribelli oppure i più sacrosanti che possa vantare una nazione.
Se voi poi, irremovibili nel vostro pensiero, non volete unirvi a noi, compagni .... addio; soli noi andremo al nemico; fra breve dal vostro riposo voi udrete il suono delle nostre vittorie. Iddio assisterà alla santa causa nostra, e noi trarremo dalle mani nemiche il nostro sovrano, le cui vere volontà sono a tutti tenute nascoste; sì, noi vinceremo, e se mai sarà avversa la fortuna e nullo il nostro coraggio, pensate che voi poi spargerete un tardo ed inutile pianto sulle tombe dei vostri fratelli, di cui voi invidierete fra poco la morte dopo esserne stati la causa".

Intanto il generale austriaco BUBNA aveva ricevuto ordine dal suo governo di tenersi pronto a sostenere il LA TOUR che si preparava a marciare su Torino con circa settemila soldati; contro questi, i costituzionali avevano concentrato a Casale sotto il comando del prode colonnello REGIS, circa quattromila e cinquecento uomini, divisi in due corpi comandati rispettivamente dai colonnelli SAN MARZANO e MOROZZO di MAGLIANO. La loro artiglieria, di cui aveva il comando il COLLEGNO, consisteva in sei bocche da fuoco.

Il 4 aprile il generale LA TOUR uscì da Novara, e passata la Sesia, avanzò su Vercelli. Dietro ordine del Santarosa, il REGIS si dispose ad arrestare gli avversari (5 aprile) muovendo per vie diverse alla volta di Vercelli; qui avendo appreso l'avvicinarsi dei costituzionali, il La Tour ritenne opportuno ritirarsi.
Per ritardar le mosse del Regis e dar tempo agli Austriaci di varcare il Ticino, il La Tour, tramite il generale BELLOTTI, gli chiese un incontro, ma poi non si presentò; allora il Regis continuò ad avanzare e la sera del 7 aprile si accampò sull'Agogna, a tre chilometri da Novara.
Il Regis credeva di aver contro soltanto i Piemontesi del La Tour e invece proprio in quello stesso giorno, ottomila Austriaci avevano passato il Ticino e marciavano su Novara, altri settemila varcavano il fiume, presso Abbiategrasso e Pavia, e una terza colonna puntava da Piacenza su Tortona.
Il Regis avrebbe fatto meglio se si fosse ritirato, ma volle giocar d'audacia nella speranza che i Piemontesi del La Tour all'ultimo momento sarebbero passati dalla sua parte. La mattina dell'8 aprile avanzò mostrando l'intenzione di tentar di separare i Piemontesi dagli Austriaci; ma attaccato vigorosamente dal La Tour a sinistra e dai cacciatori imperiali a destra e fulminato dalle batterie giunte da Novara, dovette ritirarsi, lasciando al ponte dell'Agogna il SAN MARZANO con milleseicento fanti, seicento cinquanta cavalieri e due pezzi d'artiglieria.
La ritirata iniziò in buon ordine; due compagnie di cannonieri liguri di marina respinsero un intero battaglione nemico e lo inseguirono fin sotto le mura di Novara; al ponte, la retroguardia del S. Marzano, formata dal primo battaglione del reggimento Monferrato, di una compagnia della legione leggiera e di due mezze compagnie dei dragoni della Regina, attaccata fortemente, si difese con gran valore. Belle prove di coraggio diedero il SAN MARZANO, il capitano FERRERO, MANZANI, VIASSO; i dragoni respinsero un reggimento d'usseri austriaci.

Ma questa resistenza non poteva durare a lungo; la cavalleria costituzionale fu alla fine sopraffatta da quell'austriaca tre volte più numerosa che inoltre travolse, nello scompiglio anche i fanti; presto però cavalleria e la fanteria si riordinarono e tornarono a fronteggiare il nemico.
Anche nella seconda offensiva i costituzionali fornirono prova di valore e coraggio, ma furono nuovamente costretti poco dopo a ritirarsi perché minacciati d'accerchiamento, mentre il grosso si avvicinava alla Sesia. La ritirata però oramai non procedeva più ordinatamente; il nemico premeva alle spalle e sui fianchi, e i costituzionali a quel punto si sbandarono.
Invano il LISIO, schierati i cavalleggeri davanti a Borgo Vercelli, fece un'eroica resistenza al nemico che irrompeva, invano tentò con un piccolo reparto il capitano ROLLANDO di arrestare gli Austriaci per dar tempo alle truppe di raccogliersi e riordinarsi: il piccolo esercito non riuscì più a ricostituirsi e i superstiti presero la via di Crescentino e di Chivasso nella speranza di raggiungere poi Alessandria.
La notizia di questi avvenimenti giunse a Torino la sera stessa del giorno 8 aprile, portando lo sgomento fra i liberali. La Giunta, rifiutata la proposta del SANTAROSA di trasferirsi ad Alessandria e farvi resistenza, si dimise, affidando il governo al corpo decurionale e la custodia della cittadella alla Guardia nazionale. La cittadinanza fu informata con il seguente manifesto:

"Cittadini ! Le truppe comandate dal generale DELLA TORRE e quelle dell'Austria si avvicinano alla capitale. La Giunta, che si è finora occupata con successo nel conservare le pubbliche faccende, prevedendo l'anarchia e la guerra civile, affida oggi la cura del buon ordine e della tranquillità pubblica al corpo decurionale. Al fine di assicurare la salute della città, la custodia della cittadella è affidata alla Guardia Nazionale".

La mattina, del 9 aprile, SANTORRE SANTAROSA partì da Torino alla volta di Alessandria con pochi soldati rimasti fedeli alla causa costituzionale. Ad Acqui fu raggiunto dal SAN MARZANO, dal LISIO e dal COLLEGNO e seppe che da Alessandria, essendosi un reggimento ammutinato, l'ANSALDI era riparato con pochi seguaci a Genova. Allora il Santarosa e gli altri decisero di recarsi a Genova, ma anche qui le cose erano mutate. I Genovesi, venuti a conoscenza degli avvenimenti e sapendo di non potere resistere ad un assedio, avevano rimesso al governo il deposto DES GENEYS, il quale - sia detto a suo onore - non solo riprese l'autorità senza eseguir vendette, ma agevolò i costituzionali più compromessi a mettersi in salvo.
Sfuggendo all'ira dei vincitori, i patrioti presero la via dell'esilio, generosamente aiutati dalla popolazione genovese. Partivano con il desiderio e la speranza di tornare un giorno in patria quando il sole della libertà fosse di nuovo spuntato; e intanto un giovane sedicenne, li accompagnava con lo sguardo; con l'animo pieno di amore patrio, gli si stringeva il cuore nel veder crollare il sogno di libertà e di unità che già coltivava: quel sedicenne era GIUSEPE MAZZINI.

Il 10 aprile il generale LA TOUR entrò in Torino, accolto freddamente dai cittadini; uguale accoglienza le altre città con la non promettente prospettiva di dover fare atto di sottomissione più che al governo restaurato a degli stranieri "nuovi padroni".

Infatti, gli Austriaci posero i presidi a Voghera, a Tortona, a Casale, a Vercelli e a Novara, occuparono Alessandria, le cui chiavi il BUBNA le mandò all'imperatore. Più sottomissione di così non ci poteva essere; anzi era l'umiliazione di un intero popolo. Se questa era la libertà allora la morte era la sorella.
Gli Austriaci ebbero (ma chissà quali erano i disegni) la "bontà" di non mettere piede, di non profanare né la capitale Torino, né Genova.
VITTORIO EMANUELE, essendosi sparsa la voce che aveva abdicato per un'ingrata necessità e che era pronto a riprendere nelle mani il potere, riconfermò invece l'abdicazione e pregò il fratello di assumere il governo con la qualità e il titolo di re. Allora CARLO FELICE annunziò con un manifesto che accettava di succedere al fratello, comandò a tutti gl'impiegati civili e militari di riprender subito il loro posto e nominò suo luogotenente il cavaliere THAON DI REVEL, già governatore di Torino, nelle cui mani il LA TOUR depose il 23 aprile la potestà fino allora esercitata.

Il REVEL con decreto del 26 aprile istituì una Delegazione per giudicare e condannare coloro che avevano preso parte alla rivoluzione e ne diede annuncio ai sudditi col seguente manifesto: (integrale e letterale)

"Nell'assumere le gravi cure di governo nei regi Stati, che piacque a S. A. R. il duca del Genovese, per la di lui assenza, di affidarci nella qualità di suo luogotenente generale, con le patenti del 19 corrente aprile, abbiamo dovuto rivolgere l'attenzione alla ribellione dei traviati, macchinata con il mezzo dei tradimenti e della più scandalosa insubordinazione di alcuni corpi e persone militari, eseguita per rovesciare l'ordine legittimo di cose, che sotto il paterno reggimento di S. M. il re Vittorio Emanuele e degli augusti reali suoi predecessori aveva fatto finora l'ammirazione dell'estero ed apportato ai sudditi una sempre crescente prosperità. A soddisfare la "vendicatrice giustizia" verso i colpevoli, non basta l'esecrazione di tutti i buoni e fedeli sudditi di S. M.; questa stessa giustizia altamente chiede la punizione, conformemente alle leggi vigenti, di coloro che vi hanno partecipato; e siccome in tali delitti si troverebbero implicati individui assoggettati a diverse giurisdizioni, ed altronde l'unità o connessione dei fatti e le relazioni che vi possono esser fra i rei importerebbero la necessità che da una "sola autorità" se ne prenda la cognizione e ne emani la debita punizione; perciò, valendoci dei poteri dei quali siamo investiti, "nell'avocare a noi" la cognizione di tutti i delitti sopra divisati con i loro annessi, connessi e dipendenti, e con derogare ad ogni legge, ordine e stabilimento in contrario, abbiamo determinato e prescritto ecc. ecc."

Questa "avocazione", altro non era altro che l'assolutismo di un uomo che doveva operare con la "vendicatrice giustizia" come Dio e più di Dio. Lui unico giudice supremo ("sola autorità") per conservare la vita o dare la morte.

In un altro capitolo racconteremo come poi il governo reazionario di CARLO FELICE operò con questa "vendicatrice giustizia" nei confronti dei costituzionalisti (pardon: "rivoluzionari felloni").

La prossima puntata non può essere che la
"reazione del Piemonte, del Lombardo-Veneto, e delle Due Sicilie
all'invasione degli austriaci "liberatori"
.

Restiamo dunque sempre nei mesi di questo 1821, e cerchiamo di narrare
la reazione degli italiani davanti ai "nuovi padroni" austriaci
che con " animo nobile" e per "il bene del popolo italiano"
desiderano farlo tornare indietro di un secolo..
.
l'anno della reazione 1821 > > >

( VEDI ANCHE I SINGOLI ANNI o in TEMATICA)

Fonti, citazioni, e testi
Prof.
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia -
P.COLLETTA - Storia (Napoleonica) del Reame di Napoli 1734-1825- 1834
NAPOLEONE - Memoriale di Sant'Elena - (origin.
1a Ed. -1843
R. CIAMPINI - Napoleone - Utet - 1939
E. LUDWIG - Napoleone - Mondadori 1929
A. VANNUCCI - I Martiri della Libertà - Dal 1794 al 1848 - Vallecchi
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (14 vol.) Einaudi
+ ALTRI VARI DELLA BIBLIOTECA DELL'AUTORE  

LA GRANDE AVVENTURA che portò un piccolo casato
feudale a regnare sul nostro Paese fino al 1946

I SAVOIA:
C'ERA L'ITALIA
NEL LORO FUTURO

L'epopea risorgimentale ha avuto, in Carlo Alberto prima e in Vittorio
Emanuele II poi, due tra i maggiori artefici dell'unità nazionale. Ma fu
vero patriottismo il loro? O piuttosto si trattò di un desiderio
di espansione tenuto assieme da un innato sentimento antiaustriaco?

di ALESSANDRO FRIGERIO

Dove affondano le radici del patriottismo di casa Savoia? A ben guardare forse neanche in quei momenti epici del Risorgimento fissati a chiare lettere nelle pagine dei libri di scuola, dall'inutile esposizione del petto al fuoco austriaco di Carlo Alberto a Novara fino alla proclamazione di quel primo re d'Italia, Vittorio Emanuele, non a caso incoronato come "secondo".
Del resto, prima delle guerre d'indipendenza la storia di casa Savoia ebbe poco a che spartire con la storia d'Italia. Nonostante nel '700 lo stato sabaudo fosse ormai divenuto - dopo aver a lungo gravitato, territorialmente e politicamente, nell'ambito del versante franco-svizzero delle Alpi -, almeno nel suo nucleo essenziale spiccatamente piemontese, a corte e tra l'aristocrazia la lingua francese era ancora molto usata. Peccato veniale se vogliamo, dato che la moda dell'epoca vedeva la lingua di Voltaire diffusa anche alla corte prussiana e in quella, ben più lontana, di San Pietroburgo.
Ma il fatto è che già nel '700 lo stato sabaudo differiva dagli altri stati della penisola italica per le sue origini: non aveva alle spalle una vivace storia comunale, non era nemmeno sorto dalla progressiva espansione amministrativa di un importante comune a tutto il suo contado, bensì dall'accorpamento di più feudi anticamente appartenuti a casa Savoia e definitivamente costituiti in monarchia da Emanuele Filiberto dopo il 1559.
Intraprendenza e avventurismo, qualità che a prima vista potrebbero apparire essenziali a un casato che intenda ambire alla costruzione di un grande stato unitario, non appartenevano al DNA dell'aristocrazia savoiarda. Se negli aristocratici lombardi, veneti e toscani queste attitudini si erano sviluppate in età comunale e poi con le attività mercantili, nel XVIII secolo in casa Savoia la vocazione era ancora quella delle origini, placidamente feudale e terriera. L'aristocrazia veniva ancora legata al potere monarchico con uffici e ricompense nobiliari e militari. Ancora nella seconda metà del '700, mentre buona parte d'Europa risentiva degli influssi dell'Illuminismo, l'azione di governo della monarchia sabauda si caratterizzava per un forte assolutismo conservatore, sostanzialmente accentratore e assai parco in materia di riforme.

Il conte Dalmazzo Francesco Vasco, che nel 1791 azzardò la pubblicazione di un Essai sur une forme de gouvernement légitime et modéré par des lois fondamentales dove si propugnava una riforma costituzionale assolutamente moderata si buscò da Vittorio Amedeo III il carcere a vita. Non maggiore fortuna ebbe il movimento giacobino piemontese, i cui sentimenti rivoluzionari per un ordinamento nazionale e democratico valsero ai suoi principali esponenti la repressione del 1799.
Se in questi atteggiamenti non si riesce a ravvisare quella che poi sarà la vocazione patriottica e unitaria di casa Savoia, è invece nell'esercito e nella sua forza che si possono individuare i precedenti del Risorgimento. Sotto Vittorio Amedeo III (1773-1796) l'esercito fu irrobustito e potenziato fino a farne la spina dorsale di tutto lo stato.

Le gagliarde armi sabaude tuttavia non riuscirono ad evitare le sconfitte contro le armate repubblicane francesi a partire dal 1792 e, successivamente, la poco gloriosa annessione del Piemonte alla Francia (1798). L'armistizio di Cherasco e l'occupazione militare francese fecero venire meno nei Savoia la fiducia nel proprio esercito, e nei patrioti giacobini quella nella liberalità di Napoleone. Il re fuggì a Parma, quindi a Firenze e poi in Sardegna, lasciando a società segrete di diversa tendenza (giacobine, aristocratiche e cattoliche) il compito di portare avanti in Piemonte l'attività antifrancese, ma non certo l'idea di una unità nazionale di tutta la penisola.

Il congresso di Vienna e la Restaurazione riportarono sul trono i sovrani legittimi. Nel regno sabaudo Vittorio Emanuele I abrogò i codici napoleonici, che in parte erano riusciti a rendere più fluida la confusa amministrazione precedente, per sostituirli con la vecchia legislazione e con l'uso ampio e discrezionale degli editti regi. La Restaurazione in Piemonte fu quindi intesa in tutto e per tutto come chiusura verso l'esterno e verso le nuove idee. Basti a dimostrarlo l'introduzione di barriere doganali interne tra la Liguria e il Piemonte e tra questi e la Savoia, per non parlare dei dazi proibitivi verso gli altri stati confinanti.

L'unico passo, compiuto del tutto inconsapevolmente, verso l'italianizzazione dello stato sabaudo, fu l'annessione di Genova. Al porto ligure facevano da tempo capo gli interessi economici e finanziari inglesi, nonché importanti flussi commerciali verso il Lombardo-Veneto. La permeabilità di Genova a nuovi correnti di pensiero, l'intraprendenza commerciale della sua borghesia, secolarmente collegata da flussi di scambi con la Toscana, Roma, Napoli e la Sicilia contribuì a suscitare nei Savoia le prime attenzioni verso il resto della penisola. Fu costituita una marina da guerra e a partire dal 1815 la politica sabauda prese a orientarsi con maggiori ambizioni nel gioco diplomatico europeo, guidata dal sincero atteggiamento antiaustriaco degli ambienti di corte e dello stesso Vittorio Emanuele I. Ma ancora una volta le ambizioni dei Savoia furono portate avanti senza tradire le proprie radici, che erano pur sempre quelle di un piccolo casato di origine feudale, incapace di intendere la politica di potenza se non come pura e semplice espansione dei propri domini.

Del resto, intellettuali sabaudi liberal-moderati come Santorre di Santarosa o Cesare Balbo, erano convinti che se di patriottismo italiano bisognava parlare non lo si poteva fare se non nei termini di una predominante fedeltà al Piemonte e alla dinastia sabauda. Lo stesso odio antiasburgico, che durante il Risorgimento diventerà un potente fattore di aggregazione e uno straordinario veicolo di diffusione del pensiero liberale e patriottico, era in realtà di discendenza sabauda. L'ostilità dei Savoia verso gli Asburgo rimontava infatti dal rancore per aver perso per mano austriaca i territori lombardi ottenuti nel '700 da Carlo Emanuele III, oltre che, naturalmente, dal pericolo rappresentato nel presente dall'egemonia asburgica in Italia.

Quando all'inizio del 1820-21 scoppiano i moti a Napoli e in Sicilia i liberali piemontesi guardatono con interesse alla possibilità di introdurre nel regno una costituzione ricalcata su quella spagnola e contemporaneamente iniziarono a fare pressioni al fine di dichiarare guerra all'Austria e costituire un regno dell'alta Italia sotto l'egida di casa Savoia. Il 1821 segnò quindi la nascita di un vero e proprio ideale liberale-nazionale marcatamente antiasburgico, ideale attorno al quale si radunarono intellettuali e borghesi piemontesi e lombardi ma non in modo diretto la dinastia sabauda. Come è noto, Vittorio Emanuele I p
referì abdicare piuttosto che concedere la costituzione, lasciando al giovane reggente Carlo Alberto, che allora farà la sua comparsa sulla scena, lo scomodo e improprio ruolo di interprete del movimento antiaustriaco e costituzionale.

Sulla figura indecisa, più che ambigua, di Carlo Alberto, molto è stato scritto. Figlio di Carlo Emanuele I di Savoia, sesto principe di Carignano, e di Maria Cristina di Sassonia-Curlandia, all'epoca della dominazione napoleonica in Piemonte Carlo Alberto aveva seguito i corsi di studio a Parigi ed a Ginevra. Nel 1814 Napoleone lo aveva nominato sottotenente del Reggimento Dragoni, ma, caduto l'Impero, fece ritorno a Torino e fu riammesso nella famiglia reale, benché guardato con un po' di sospetto a causa delle sue simpatie per la Francia. Queste presunte simpatie gli valsero la stima dei circoli liberali torinesi, anche se in realtà gli ideali della Rivoluzione non ebbero molta parte nella sua formazione. Di mentalità tradizionalista, fortemente legato alla chiesa e alla dinastia, permeato da un generico sentimento antiasburgico, Carlo Alberto appariva nonostante tutto assai più aperto rispetto al tradizionale e grigio ambiente di corte. Inviso all'aristocrazia reazionaria piemontese, incarnava per i giovani liberali la speranza di un vero patriottismo italiano. Ma in realtà il giovane principe di Carignano aveva ben poco del liberale, e la possibilità di una guerra contro l'Austria veniva interpretata da lui solo nei termini di una espansione dinastica.

Si spiega così il ruolo apparentemente poco chiaro avuto durante i moti del 1821 in Piemonte. Prese contatti con i rivoltosi, ma all'ultimo momento si fece da parte, mentre i congiurati continuarono a contare su di lui. Avvenuta l'abdicazione del re Vittorio Emanuele I divenne reggente ed accordò la Costituzione salva l'approvazione del Re, cioè di Carlo Felice, che in quei giorni si trovava al di fuori dei confini del Regno. Questi invece disapprovò l'operato, chiamò gli austriaci in Piemonte e ordinò a Carlo Alberto di abbandonare i rivoltosi e di fuggire a Novara, dove le truppe erano rimaste fedeli al Re. Accusato di doppiogiochismo dagli ambienti di corte ma anche dai liberali, Carlo Alberto si fece da allora fama di indeciso. Mazzini lo definirà "l'Amleto della monarchia", più tardi verrà sbertucciato come "re tentenna", fino a immortalarsi nella definizione carducciana di "italo Amleto".
Si recò quindi in esilio presso il suocero, Ferdinando III di Toscana, poi prese parte alla repressione della rivoluzione liberale spagnola combattendo al Trocadero, attirandosi in tal modo l'odio dei suoi antichi amici politici.

Quando dieci anni dopo i moti del 1821 Carlo Alberto salì al trono, uno dei primi a complimentarsi con lui fu Mazzini, che con una accorata lettera invitò il nuovo sovrano a mettersi alla guida del movimento per la libertà e l'unità d'Italia. In tutta risposta le autorità di Torino diramarono ai posti di frontiera l'ordine di impedire all'autore della inopportuna missiva l'ingresso negli Stati Sardi.
Nei primi anni di regno continuò nei suoi atteggiamenti ambivalenti. Dimostrò grande energia e rigore nel reprimere qualunque tentativo di rivoluzione liberale. Si dedicò con alacrità al riordinamento dello Stato, risanando le finanze, promuovendo lo sviluppo economico del Regno, riorganizzando l'esercito e dando impulso alle riforme amministrative di cui le più notevoli furono l'istituzione del Consiglio di Stato (organo giurisdizionale con il quale il sovrano veniva in certo senso ad autolimitare la propria autorità) e la p
romulgazione di un nuovo codice civile. In questa attività Carlo Alberto più che alle nuove idee del secolo guardò alla tradizione settecentesca ed in parte ripristinò la tradizione amministrativa napoleonica che Vittorio Emanuele I aveva improvvisamente abbandonato. In politica estera si distinse per il sostegno dato alla causa del legittimismo aiutando in Portogallo i miguelisti ed in Spagna i carlisti, parteggiando entrambe le volte per i reazionari contro i liberali. Pur nemico dell'Austria si alleò con essa nel 1831 per timore della Francia di Luigi Filippo.

Nel 1845 concesse un colloquio a Massimo d'Azeglio, allora impegnato a tessere una tela di rapporti cospiratori in tutta Italia. Al d'Azeglio rivolse un invito a temporeggiare: "Faccia sapere a que' signori - gli disse - che stiano in quiete e non si muovano, non essendovi per ora nulla da fare; ma che siano certi, che, presentandosi l'occasione, la mia vita, la vita de' miei figli, le mie armi, i miei tesori, il mio esercito, tutto sarà speso per la causa italiana". D'Azeglio, riportando le dichiarazioni del sovrano poco tempo dopo, aggiungerà sibillino: "Queste le parole: il cuore lo vede Iddio". Le intenzioni di Carlo Alberto continuavano ad apparire insondabili ai più.

Ha scritto lo storico Giorgio Candeloro, nella sua monumentale Storia dell'Italia moderna, che il re sabaudo era certamente favorevole all'idea di una confederazione italiana da attuarsi dopo eliminata l'Austria ed assicurata al Regno di Sardegna l'egemonia; ma è certo anche che su due punti Carlo Alberto restava intransigente: sulla conservazione del sistema assolutistico con esclusione di qualsiasi concessione costituzionale e sulla continuazione di una politica religiosa rigidamente cattolica secondo una linea assai più vicina al gesuitismo che al cattolicesimo liberale.

L'elezione di Pio IX, che sembrò dar corpo alla concezione giobertiana di un papato conscio di una missione italiana, indusse Carlo Alberto a rompere gli indugi. Chiesa e trono potevano porsi alla guida del movimento unitario, togliendo a repubblicani e rivoluzionari qualsiasi velleità di comando. Per conquistare alla casa Savoia l'egemonia sul resto dell'Italia Carlo Alberto scelse quindi di rinfocolare il suo tradizionale sentimento antiaustriaco e di fare affidamento, in modo del tutto strumentale, sull'ala liberale più moderata del movimento nazionale. Che tuttavia non si lasciò abbindolare così facilmente. In una lettera a Minghetti dell'ottobre 1847 Massimo d'Azeglio, che aveva fondato il suo patriottismo a partire dalle opere dell'Alfieri, scriveva a proposito dell'equivoco concetto di nazionalità interpretato da Carlo Alberto: "Il re […] è un misto di terrore di perdere una particella d'assolutismo, di paura di cospirazioni e di frodi e slealtà, per mantenersi allo status quo. Figuratevi che a Balbi e Doria chiamati a Torino, disse che […] dovevasi intendere nazionalità Piemontese! Eccovi che uomo è. […] Se non muta strada anderà male per lui, pel Piemonte, ove qualche cosa succederà e porterà forse male complicazioni per tutta Italia".

Spinto dagli eventi, nel 1848 Carlo Alberto accordò alcune riforme che l'opinione pubblica richiedeva, ma solo dopo un analogo passo compiuto da Ferdinando II di Napoli. La promessa fu adempiuta il 4 marz, non senza crisi di coscienza ed ondeggiamenti. La Costituzione, lo Statuto Albertino, era ricalcata sulla carta francese del 1830 e non instaurava il governo parlamentare ma quello costituzionale (quindi senza responsabilità dei ministri dinanzi alle Camere). Due giorni dopo la creazione del ministero "costituzionale", affidato a Balbo, scoppiavano a Milano le Cinque Giornate.
Le motivazioni dell'intervento del re sabaudo in quella che passerà alla storia come la prima guerra d'Indipendenza sono state variamente interpretate. Lo storico Giorgio Candeloro, studioso di formazione gramsciana, scrive a proposito dei timori che indussero Carlo Alberto a prendervi parte: "Che sarebbe avvenuto della monarchia sabauda se a Milano fossero prevalsi i repubblicani? Certamente una nuova Cisalpina sarebbe divenuta il centro di raccolta e di propulsione del movimento nazionale italiano ed avrebbe forse potuto travolgere anche il trono sabaudo. Era logico che Carlo Alberto e i suoi ministri giudicassero questa ipotesi peggiore di una vittoria austriaca e che pertanto fossero propensi ad intervenire in Lombardia per appoggiare i moderati ed ottenere così che la Lombardia stessa, e possibilmente tutto il Lombardo-Veneto, si unisse al Piemonte in un solo regno".

La guerra, condotta personalmente dal re, dopo alcuni successi iniziali, finì con la grave rotta di Custoza cui seguì la battaglia di Milano ed il rientro dei piemontesi nelle terre del regno sardo. La sconfitta, originata da varie cause, tra cui l'incapacità del re come comandante supremo, originò gravi ma infondati dubbi sulla sua lealtà. Alcuni, memori del 1821, arrivarono addirittura ad insinuare che Carlo Alberto si fosse fatto battere apposta dagli austriaci (per essere "costretto" a ritirare lo Statuto). In realtà il re non solo lasciò che fino al luglio del 1848 il governo restasse parlamentare, ma tollerò che venissero revocati dal loro impiego pubblico militari e civili che l'opinione pubblica giudicava avversi al nuovo regime ed alla fine dell'anno chiamò al governo i democratici con Gioberti alla testa. Addirittura si oppose al piano di questi di intervenire in Toscana per abbattervi il governo democratico di Guerrazzi e restaurare quello del granduca Leopoldo II preferendo licenziare il ministro e riprendere, come voleva l'opinione pubblica, la guerra contro l'Austria benché fosse convinto dell'enorme difficoltà dell'impresa e dovesse rinunciare ad essere il comandante supremo dell'esercito, carica alla quale fu chiamato un esule polacco, Wojciech Chrzanowski.

La breve campagna si risolse in tre giorni con la disastrosa battaglia di Novara (23 marzo 1849): Carlo Alberto abdicò il giorno stesso in favore del figlio Vittorio Emanuele II, ritirandosi in Portogallo, a Oporto, ove morì pochi mesi dopo (28 luglio).
La rapida fine suscitò attorno a Carlo Alberto un alone di benevola simpatia di cui non aveva mai goduto quand'era in vita. Figura complessa, non può certo definirsi il vero anticipatore dell'Unità d'Italia. Titubante, indeciso, pervaso da un generico odio contro l'Austria, rispettoso della Chiesa e desideroso di ampliare i confini del suo regno, ma senza dare spazio a rivoluzionari e repubblicani, si trovò a interpretare un ruolo difficile senza avere programmi ben precisi. Eppure, rispetto alla tradizione rigidamente assolutista del passato di casa Savoia rappresentò un poderoso balzo in avanti. Fu lui, insomma, ad aprire la strada alla fase finale del Risorgimento italiano.

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VITTORIO EMANUELE II
UN UOMO COMUNE
DI MOLTO BUON SENSO

Fu, con Cavour e Garibaldi, l'artefice dell'Unità d'Italia. Sovrano
un po' rozzo, esuberante e gran "cacciatore" di donne, è passato
alla storia come il "re galantuomo". Seppe capire l'importanza
di coniugare l'espansionismo dinastico con l'ideale nazionale.


Con l'abdicazione di Carlo Alberto il Risorgimento italiano entra nella fase più calda. A Vignale, il 24 marzo 1849, è il nuovo re Vittorio Emanuele II a firmare l'armistizio con Radetzky, il quale ottiene dal giovane sovrano, in cambio di migliori condizioni di pace, l'impegno a non dare appoggio ai rivoluzionari italiani. Scriverà il vecchio maresciallo austriaco: "Il re […] dichiarò apertamente la sua ferma volontà di voler, da parte sua, dominare il partito democratico rivoluzionario, al quale suo padre aveva lasciato briglia sciolta, così che aveva minacciato lui stesso e il suo trono; e che per far questo gli occorreva soltanto un po' di tempo, e specialmente di non venire screditato all'inizio del suo regno, altrimenti non avrebbe potuto trovare nuovi ministri dabbene".

Del resto il vecchio maresciallo asburgico sfondava una porta aperta chiedendo al re di non dare credito ai democratici. Le convinzioni conservatrici del primogenito di Carlo Alberto e di Maria Teresa d'Asburgo-Lorena erano, infatti, ormai piuttosto note. Come militare aveva dimostrato vigore e sprezzo del pericolo. Allo scoppio della prima guerra d'indipendenza Vittorio Emanuele aveva seguito l'esercito, al comando di una divisione di riserva. Si distinse nelle battaglie di Pastrengo, S. Lucia e Custoza. Alla battaglia di Goito (30 maggio 1848) guidò personalmente all'assalto la brigata Guardia, rimanendo ferito. Ma sul piano schiettamente politico considerava una debolezza la concessione dello Statuto fatta dal padre. Nonostante i suoi sentimenti antidemocratici, tuttavia, dopo l'armistizio di Vignale sentì la necessità di seguire la strada paterna e mantenne lo Statuto, acquistandosi così l'appellativo di "re galantuomo".

Ha scritto lo storico Gianni Oliva che: "A dispetto dell'importanza del suo ruolo storico e della compiacenza dei biografi ufficiali, Vittorio Emanuele è stato in realtà un uomo 'normale' per intelligenza e per carattere, nel quale vizi, debolezze e abitudini si sono mescolati senza che un aspetto prevalesse sull'altro: un uomo 'comune' nel senso positivo del termine, privo di intuizioni geniali ma dotato di molto buon senso, consapevole delle proprie funzioni e dei propri poteri, ma anche dei propri limiti".
Uomo onesto e dabbene, Vittorio Emanuele II non fu quindi l'eroe risorgimentale tramandato dall'agiografia degli anni successivi all'Unità. Un po' rozzo, di complessione robusta, appassionato cacciatore di selvaggina e di donne (a proposito delle numerose amanti e della ricca messe di figli illegittimi, Massimo D'Azeglio dirà che meritava più che il titolo di "Padre dell'Italia" quello di "Padre degli italiani"), si trovava a suo agio più con il dialetto piemontese che con la lingua italiana, e preferiva una zuppa di fagioli ai ricchi pranzi di corte. Neanche lo slancio patriottico fece mai presa su di lui. Quando arrivò a Roma, dopo Porta Pia, pare che la fatidica frase "Ci siamo e ci resteremo", sia stata costruita ad arte da qualche "portavoce" della corona perché la vera esclamazione del re, "I suma", cioè "finalmente siamo arrivati", trasudava ben poco orgoglio risorgimentale.

Difficile quindi chiedersi oggi cosa per Vittorio Emanuele II rappresentasse allora il concetto di nazione italiana. Non era certo quella profondamente descritta da Pasquale Stanislao Mancini come "una società naturale di uomini, da unità di territorio, di origine, di costumi e di lingua conformati a comunanza di vita e di coscienza sociale", né tantomeno quella cantata dal Manzoni in Marzo 1821, "una d'arme, di lingua, d'altare, / di memorie, di sangue e di cor". Cresciuto nel Piemonte della Restaurazione, il re era stato educato alla lettura dei testi religiosi, della storia della propria dinastia, e sottoposto con metodo allo studio di latino, francese e matematica (ma i precettori si lamentavano per la scarsa applicazione). E una volta prese in mano le redini del Regno sabaudo continuerà a lungo, perlomeno fino al 1859, a coltivare l'idea del padre di un accrescimento territoriale dello stato sabaudo.

Lacunoso sul piano dottrinario, al re non mancò mai invece l'"immagine". Una vera e propria operazione promozionale venne attuata sulla sua figura dai mass media dell'epoca. Ha scritto Alberto Banti, in un recente saggio sulle origine dell'identità nazionale, che "fin dall'episodio dell'incontro di Vignale, del 24 marzo 1849, la proiezione dell'immagine del re guerriero, giusto e coraggioso, si spostò [da Carlo Alberto] sul figlio, Vittorio Emanuele, di cui una ricca pubblicistica cominciò a celebrare magnanimità, fermezza e vigore virile. La lealtà nei confronti dello Statuto, i buoni successi politici e militari di cui fu se non artefice, certamente simbolo riassuntivo (dalla guerra di Crimea, alla campagna del 1859, all'occupazione dell'Italia centrale nel 1860, alla patriottica deferenza nei confronti di Garibaldi) ne fecero un re estremamente popolare. Le sue qualità più apprezzate furono il coraggio personale, l'indole affabile e comunicativa, non disgiunta dal senso della dignità reale, i comportamenti gioviali, irruenti, spavaldi, una schietta, istintiva adesione a modi di essere pragmatici, ispirati al buon senso comune e lontani dalle sottigliezze della politica".

Ma torniamo agli avvenimenti del 1849. Se l'esercito era stato duramente provato dalla sconfitta non migliore era la situazione interna del regno, scosso anche da una sommossa repubblicana a Genova (aprile '49) repressa nel sangue. La maggior difficoltà politica era costituita dall'ostilità della Camera dei Deputati, a maggioranza democratica, a ratificare il trattato di pace con l'Austria. Vittorio Emanuele II, per superare l'opposizione della Camera emanò il proclama di Moncalieri (20 novembre '49) con il quale scioglieva la Camera ed indiceva nuove elezioni. L'appello reale conseguì il suo effetto e il Piemonte, firmata la pace con l'Austria, poté dedicarsi alla soluzione dei grandi problemi interni, primo fra tutti il consolidamento del regime costituzionale.

Propenso ad esercitare l'autorità regia fuori dai limiti dello Statuto, Vittorio Emanuele II diede tuttavia prova di lealtà costituzionale promulgando, nonostante fosse contrario, le leggi Siccardi contro i privilegi del clero. A ciò, tuttavia il monarca fu indotto anche dal fermo contegno del governo, presieduto da Massimo D'Azeglio.

Nel novembre 1852 al D'Azeglio successe Camillo Benso conte di Cavour. I rapporti di Vittorio Emanuele II con Cavour non furono facili, poiché il grande ministro, pur devoto alla monarchia, non esitava ad esporre i suoi punti di vista, non sempre concordi con quelli del sovrano. Cavour gli rimproverò sempre l'eccessiva disinvoltura sentimentale e la relazione con la "bella Rosina", che potevano provocare un danno di immagine a livello internazionale. Ma tra i due i contrasti erano anche politici e caratteriali. Ammiratore del modello parlamentare inglese il Cavour, deciso a rivendicare un ruolo attivo nelle faccende politiche il re, la loro convivenza fu dettata dalle necessità contingenti. Valga per tutte una lettera di Cavour a Lamarmora scritta negli ultimi mesi del 1860, quando ormai il più era fatto: "Il re non mi ama, ed è di me geloso; mi sopporta come ministro, ma è lieto quando non mi ha al fianco. Dal canto mio mentirei se vi dicessi di aver dimenticato che il giorno in cui il re entrava a Firenze a Palazzo Pitti, esso, lungi dal rivolgermi una sola parola di ringraziamento, mi disse cose villane e dure, che dette da altri che da un re ci avrebbero condotto sul terreno. Come rappresentante del principio monarchico, come simbolo dell'Unità, sono pronto a sacrificare la re la vita, le sostanze, ogni cosa infine; come uomo desidero da lui un solo favore, il rimanermene il più lontano possibile".

Tuttavia Vittorio Emanuele II, spirito bellicoso ed esuberante, accettò pur tra molti contrasti la politica cavouriana, sia nel desiderio di restaurare la fama del suo esercito e del suo Regno, sia nel caso dell'intervento in Crimea. Per aumentare il prestigio ed i domini della sua casata approvò l'alleanza con Napoleone III, con il quale il re sabaudo condivideva un certo gusto per la politica segreta, e manovrò per tenere a bada gli elementi più rivoluzionari e i fautori della democrazia come Mazzini.
In fondo la grande intuizione che portò Vittorio Emanuele a farsi paladino dell'Unità d'Italia consiste nell'aver capito che la tendenza dei ceti emergenti borghesi a creare uno stato nazionale era ormai irreversibile e che la monarchia doveva adeguarvisi mettendosene alla testa con la sua autorità, e cercando di ritagliarsi più margine di controllo possibile. Si spiegano così anche i cosiddetti tentennamenti attribuitigli dai democratici nel decennio precedente l'Unità. Lo capì benissimo, ad esempio, il patriota Daniele Manin che, in una lettera del 1856, scrisse: "Finché l'idea nazionale non è generalmente e notoriamente accettata, l'esitazione del governo piemontese è naturale. Siamo giusti, e mettiamoci ne' suoi panni. La monarchia piemontese non può tirar la spada e gittarne il fodero finché non è tolto intieramente il dubbio che dopo la vittoria i mazziniani non solo le negheranno la debita ricompensa, ma tenteranno cacciarla dal trono de' suoi padri".

Gli anni più favorevoli a Vittorio Emanuele furono quelli dal '59 al '61. In quei due anni fatidici riuscì, sfruttando abilmente la congiuntura politica, a coniugare espansionismo dinastico con ideologia nazionale. Partito in guerra contro l'Austria nell'aprile del '59, meno di due anni dopo era acclamato re d'Italia da un Parlamento italiano. Certo, alla rapida ascesa del monarca contribuì l'opera di Cavour e di Giuseppe Garibaldi che, con la spedizione dei Mille, gli donò il grande regno meridionale. Ma si deve riconoscere che in quegli ultimi anni decisivi Vittorio Emanuele II fu decisamente per la causa dell'unità nazionale.

La firma dell'armistizio di Villafranca nel luglio del 1859, che assegnava al Piemonte la sola Lombardia, firma osteggiata da Cavour che temeva così di vedere sfumare l'idea unitaria, fu voluta da Napoleone III e accettata di buon grado dal re. Tale atteggiamento di Vittorio Emanuele ha fatto sospettare una sua scarsa passione patriottica, a vantaggio invece di un utilitarismo dinastico del tutto contingente. Ma i sospetti verranno fugati dall'atteggiamento tenuto nei confronti di Garibaldi e dei Mille. Cavour si opporrà per paura di eccessivi sviluppi democratici, il re, invece, appoggerà la spedizione, anche se con parole velate: "Caro Generale - scrisse a Garibaldi il 22 luglio 1860 - Lei sa che allorquando Ella partì per la Spedizione di Sicilia non ebbe la mia approvazione: ora mi risolvo a darle un suggerimento nei gravi momenti attuali, conoscendo la sincerità dei suoi sentimenti verso di me. Per cessare la guerra fra Italiani e Italiani io la consiglio a rinunziare all'idea di passare colla sua valorosa truppa sul continente Napoletano". Curiose parole quelle di un re, che come capo supremo dell'esercito, invece di intimare a Garibaldi un dietrofront, si limita a "suggerire" e "consigliare", nella speranza, neanche troppo nascosta, che l'eroe faccia poi di testa sua e metta tutti di fronte al fatto compiuto!

Proclamato il Regno d'Italia nel marzo del 1861, al compimento dell'unità italiana mancavano ancora il Veneto e Roma, ma la trasformazione di Casa Savoia - avvenuta tra contrasti, indecisioni e con il concorso determinante di casualità e necessità - da piccolo potentato di origine alpina a dinastia regnante italiana era ormai compiuto.

ALESSANDRO FRIGERIO
Bibliografia
  • I Savoia, di F. Cognasso - Ed. Corbaccio, 1999
  • I Savoia. Novecento anni di una dinastia, di G. Oliva - Ed. Mondadori, 2000
  • I Savoia re d'Italia, di D. Mack Smith - Ed. Rizzoli, 1998
  • La nazione del Risorgimento, di A. M. Banti - Ed. Einaudi, 2000

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( VITTORIO EMANUELE II, vedi anche   CRONOLOGIA DI UN RE > > >

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