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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1821-1830

GLI ALTRI STATI ITALIANI DOPO LA RESTAURAZIONE

MORTE DI LEONE XII ED ELEZIONE DI PIO VIII
MORTE DI FRANCESCO I DI NAPOLI - CARLO ALBERTO IN SPAGNA
IL GOVERNO DI CARLO FELICE - CARLO ALBERTO IN SPAGNA E RICONCILIAZIONE CON IL RE DI SARDEGNA
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MORTE DI LEONE XII ED ELEZIONE DI PIO VIII


Il 10 febbraio del 1829, a Roma, all'età dì sessantanove anni, cessava di vivere LEONE XII, il 24 di quello stesso mese aveva inizio il conclave, presenti trentanove cardinali che a poco a poco raggiunsero il numero di cinquanta.
Il conclave durò tutto il mese di marzo. All'inizio parve che dovesse essere eletto il cardinale De Gregorio che il 7 marzo ottenne ventiquattro voti, poi i voti più numerosi si raccolsero sui cardinali Pacca, Cappellari e Castiglioni; infine, quest'ultimo, il 31 marzo, raccolse al primo scrutinio trentasei voti e il secondo quarantasette e fu eletto Papa, assumendo il nome di PIO VIII.

FRANCESCO SAVERIO CASTIGLIONI: era nato a Cingoli, nelle Marche, nel 1761 e contava perciò sessantotto anni. Nel 1800 Pio VII lo aveva consacrato vescovo di Montalto; avendo nel 1809 rifiutato di prestare il giuramento imposto da Napoleone, era stato relegato prima a Mantova, poi a Milano; dopo la Restaurazione, nel 1816 era stato creato cardinale; poi vescovo di Cesena, poi di Frascati e da ultimo penitenziere maggiore. Grato al cardinale ALBANI, la cui influenza lo aveva fatto eleggere Pontefice, Pio VIII lo nominò segretario di Stato e diede a lui la direzione della politica. La quale essendo l'Albani segretamente stipendiato dal METTERNICH, fu ligio all'Austria. Se si deve credere alle dicerie del tempo e alle affermazioni del visconte CHATEAUBRIAND ambasciatore francese a Roma, oltre che l'Austria, l'Albani favoriva le ambizioni sul trono sardo del duca di Modena di cui era parente.

PIO VIII ebbe un breve pontificato:
morì, dopo soli venti mesi dall'elezione, il 30 novembre del 1830.

LA MORTE DI FRANCESCO I

L'8 di quello stesso mese cessava di vivere, all'età di 53 anni, un altro sovrano: FRANCESCO I il re delle Due Sicilie. Era partito da Napoli il 20 settembre del 1829 per accompagnare a Madrid la figlia Maria Cristina, che andava sposa al re Ferdinando VII di Spagna. Nella capitale spagnola aveva perduto il ministro delle finanze cav. LUIGI MEDICI (maggio 1830). Nel ritorno era passato da Parigi, dove aveva visitato Carlo X. Giunto a Napoli, già malato, a settembre vi morì, dopo circa sei anni di regno e si narra che nel delirio raccomandasse ai suoi familiari di proclamare subito la costituzione.

CARLO FELICE E CARLO ALBERTO

Viveva ancora, invece, CARLO FELICE e il principe di Carignano CARLO ALBERTO, non era più nel suo esilio di Firenze. Vi rimase dall'aprile del 1821 al febbraio del 1823; maledetto dai liberali che lo accusavano di aver tradito la loro causa; disprezzato dai legittimisti che lo consideravano giacobino; insidiato dal Duca di Modena (con mire di diventare lui regnante - ne riparleremo ancora nel 1830-1831) appoggiatodal cardinale Albani; e lo stesso Carlo Alberto piuttosto preoccupato temendo che Carlo Felice lo diseredasse in favore del figlioletto Vittorio Emanuele, principe di Piemonte (che era sì suo figlio, ma nel '23 aveva tre anni, e a chi avrebbero dato (imposta dagli austriaci) la lunghissima reggenza? (sappiamo come fanno poi a finire queste reggenze, da Pipino in poi)

CARLO ALBERTO era vissuto in Toscana nella villa di Poggio Imperiale, assegnatagli come residenza dal suocero Ferdinando III (gli aveva sposato la figlia Maria Teresa nel 1817), dove aveva scritto un memoriale a sua discolpa per i fatti di Torino, che consegnò agli Ambasciatori d'Austria, di Russia e di Prussia; e passava ore ed ore guardando da una finestra lo stradone di lecci e di cipressi, pensando di recarsi in America o alle Indie e sognando viaggi, avventure e battaglie.
Carlo Felice fece passare lunghi mesi prima di concedere un'udienza a questo nipote degenerato.
Cosicché, Carlo Alberto, in quei mesi alternava i pensieri autodistruttivi con quelli delle avventure galanti, i sogni d'imprese gloriose con quelli degli abbandoni mistici, come questo:

"Fuggo ogni consorzio più che mai - scriveva. - Parlo il meno che posso. Non esco a cavallo che quanto basta per muovermi. Voglio studiare ma sono distolto dai miei tristi pensieri; e del mio passato mi consolo pensando che Dio è il giudice supremo, il quale vede le azioni di tutti, finisce per smascherare la calunnia e mi chiamerà forse a sé prima che l'intera luce si faccia sui miei atti; ma farà sì che almeno le pene che soffro si volgano in bene per mio figlio. Ho sempre considerato la vita come un viaggio che ha una meta sublime: il cammino è assai aspro, ma non perdo la speranza".

Intanto nei medesimi giorni che Carlo con questi pensieri guardava fuori della finestra, si riuniva a Verona il Congresso (di cui abbiamo già parlato nel precedente capitolo), che fece trepidare non poco il principe di Carignano, il quale sapeva quanto il re di Sardegna (suo zio) macchinasse per escluderlo dal trono. Era, questo, un pericolo che Carlo Alberto voleva scongiurare ad ogni costo. Credeva - e non a torto - che un solo mezzo ci era per salvare il suo diritto alla successione: di mostrare con i fatti al re di Sardegna e ai sovrani della Santa Alleanza che era pentito delle sue colpe costituzionali.
L'occasione di mostrarlo si presentò presto. Come altrove si è detto, al Congresso di Verona fu deliberato l'intervento armato contro i Costituzionali spagnoli, affidandone l'incarico alla Francia che doveva mandare oltre i Pirenei un esercito di centomila uomini sotto il comando del DUCA D'ANGOULÉME. Il principe di Carignano fece domanda di partecipare alla spedizione come volontario nelle file francesi e ottenuto nel febbraio del 1823 il permesso da Carlo Felice, partì precipitosamente con il conte SILVANO COSTA di BEAUREGARD, come scudiero, e in tredici giorni raggiunse il Duca d'Angouléme ad Aranda e fu assegnato con il semplice grado di maggiore al secondo battaglione del VI reggimento Granatieri della Guardia.

Partiva dunque con un ruolo misconosciuto e maldestinato, e per risalire la china, si preparava a combattere per abbattere -paradossalmente- quella medesima costituzione che proprio lui aveva concesso al ("suo", "non suo") regno di Sardegna e sapeva che nelle opposte file dei rivoluzionari spagnoli avrebbe trovato non pochi dei liberali piemontesi che erano stati al suo fianco e che in Spagna si erano rifugiati per aiutare i ribelli di Cadice. L'impresa non era bella, ma se è vero che fin d'allora pensava di ritornare al liberalismo non appena salito al trono, inutile chiamarlo "voltagabbana", quell'atteggiamento era necessario; non sarebbe mai nato quello "Statuto Albertino" che poi suo figlio VITTORIO EMANUELE ostinatamente difese a spada tratta (rischiando molto) contro gli austriaci dopo la disfatta di suo padre a Novara nel '49.
Massimo D'Azeglio, ancora vent'anni dopo quel maledetto 1821, anche di fronte ad un Carlo Alberto del tutto nuovo, che esercitava ormai professione di patriottismo, mormorava a se stesso " Massimo non ti fidare".

Il 24 maggio i Francesi entrarono a Madrid. Qui i rivoluzionari guidati daLe Cortes l'avevano abbandonata ma conducendo con loro a Cadice, re FERDINANDO VII. Il 31 agosto la spedizione francese espugnò il forte del Trocadero che determinò la caduta di Cadice e la fine della guerra. Di quella famosa giornata l'eroe fu (si disse) proprio Carlo Alberto il quale si lanciò alla conquista del forte alla testa del suo battaglione, tenendo in pugno la bandiera, e non curandosi delle numerose palle nemiche che gli cadevano attorno, fitte come una grandinata.

Rileggendo la lettera accennata sopra, quest'atteggiamento impavido ma avventato può anche essere considerato come una forma autodistruttiva; come dire "o la va o la spacca". Evidentemente l'ardire, l'impegno, il coraggio, funzionò da antidoto contro il disprezzo di cui era fatto oggetto, non da un mondo ma da due, quello dei reazionari per un motivo e quello dei progressisti per un altro.

Terminata la campagna, Carlo Alberto si recò in Francia (nei luoghi della sua gioventù, quand'era cadetto di Napoleone) e da Luigi XVIII, dal governo e dall'esercito francese fu onorato e festeggiato per il suo intrepido coraggio. Poi sul finire del gennaio del 1824 (palesato così il suo "riscatto") a Parigi, firmò una dichiarazione, impostagli da CARLO FELICE e dal METTERNICH, nella quale lui si obbligava con giuramento a non mutare le leggi fondamentali della monarchia, che avrebbe trovato salendo al trono. Così il principe di Carignano, dopo quasi tre anni d'esilio e di pentimenti imposti, riuscì la notte dal 7 all'8 febbraio 1824 a rientrare a Torino.

Riconciliatosi con il re, Carlo Alberto fu nominato generale di cavalleria. Che lui pose in stanza a Torino, ma, dispiacendosi della fredda accoglienza ricevuta dalla cittadinanza che non aveva affatto dimenticato il "tradimento", passava gran parte del suo tempo nel castello di Racconigi.
Solo la moglie Maria Teresa al suo rientro annota "Tutti ci han riveduto con piacere, e Carlo ha voluto con generosità aumentare la paga a tutta la nostra gente". Ma per i successivi sette anni, e poi anche nei primi dieci del suo regime, riafferma la fama che si è fatto di "rinnegato del Trocadero".

Salito al trono, ci si aspettava da lui grandi cose, ora che era libero da ogni ostacolo, più maturo e più temprato. Invece oltre che perseguitare i costituzionalisti, il MAZZINI (che gli inviò una calda lettera), farà arrestare pure l'abate VINCENZO GIOBERTI, lo stesso che dieci anni dopo col "Primato degli Italiani" forse trasforma l'austriacante Carlo in quel soldato nella sua sfortunata Guerra d'Indipendenza, che per Carlo Alberto fu una disfatta, e dopo pochi mesi la causa della sua morte.

Quella che gli sembrava fin dagli anni giovanili, la causa giusta, il condurre una guerra contro l'Austria, quel giorno gli errori e le ambiguità si moltiplicarono, nelle strategie, nelle manovre inutili, negli attacchi, nelle ritirate sconsiderate, nell'abbandono di Milano, o mettendo al comando generali imbelli; fino alla drammatica sconfitta, che oltre all'amarezza di vedere i cittadini delusi, se li trovò ancora contro un'altra volta (come nel '21, come nel '31) con l'accusa di tradimento per il dramma e lo sfacelo che aveva causato.

Partito per l'esilio di notte - destino volle nello stesso giorno quando lui fuggì da Torino (23 marzo) morì poche settimane dopo di crepacuore, ad Oporto, dove forse seguitò a guardare, come al Poggio, dalla finestra, pensieroso. E se volle scrivere una qualsiasi frase, rileggendo quella lettera scritta al Poggio (quella qui sopra), si accorse che non c'era da aggiungere nulla; era già tutto scritto; "l'amarezza, l'addio al consorzio, gli atti sbagliati, e anche l'ultimo viaggio". Il 28 luglio, aveva appena compiuti i 50 anni.

Ma non fu profeta in una riga; "l'intera luce sui fatti" non sono mai stati fatti. La colpa fu attribuita soltanto a Ramorino, che fu processato e fucilato, ma che aveva il minimo delle colpe.

Carlo Alberto fu definito una delle figure più enigmatiche della storia italiana, giudicato nei modi più contraddittori sia dai contemporanei sia dagli storici successivi Un sovrano perpetuamente dibattuto fra l'onore e il dovere, fra i contrastanti impulsi che gli venivano dall'educazione liberale (avuta in Francia nel periodo napoleonico) e gli obblighi verso la conservatrice tradizione dinastica nella quale si trovò improvvisamente inserito. In realtà CARLO ALBERTO nonostante le impressioni che suscitava, era sempre vissuto in una perenne crisi, con profonde contraddizioni con sé stesso, perfino angoscianti, da soffrirne moltissimo.

Come dovette soffrire quella notte a Novara! e poi in quella lunghissima galoppata fino ad Oporto, forse ripercorrendo tutta la sua esistenza; prima cadetto bonapartista, poi timido liberale, poi duro conservatore e filo-clericale, poi nuovamente liberale, infine non credendo alla sua forza e alla sua anima democratica, indeciso, attanagliato dai dubbi e dalle contraddizioni, in una poco limpida battaglia. Come re e come uomo si dichiarò sconfitto; abdicò, e partì per l'esilio forse già con la morte nel cuore. Un atto nobile, ma molto doloroso; perché rappresentava quella fuga nella notte, il riassuntivo gesto di un intero fallimento esistenziale.

Era cresciuto in due mondi incompatibili fra di loro, ma non riusciva ad appartenere né all'uno né all'altro, anche se non mancarono alcune impulsività geniali controcorrente alla sua dinastia, dovute forse solo alla sua impulsiva esuberante e ribelle giovinezza. Moriva ad Oporto dopo poco più cento giorni d'esilio; di crepacuore; una fine che ci appare come il riscatto di una vita ambigua ed enigmatica; una morte che si portava via un re molto orgoglioso, ma restituiva un uomo umile, soffocato dal dolore di un'esistenza che forse ritenne "vuota", ma che c'era un'altra strada da percorrere, quella che nella lettera definiva "una meta più sublime".
Non riuscì nel suo grande progetto; non fece in tempo a diventare il sovrano di un grande regno, ma morì da uomo; come un uomo comune: di dolore.

Alcuni questa sensibilità la compresero solo dopo morto, fino al punto che, vissuto e uscito dalla scena storica, con attorno tanta inimicizia, iniziò a guadagnarsi postuma ("il martire di Oporto"), tanta stima, affetto, simpatia, anche da chi lo aveva sempre odiato. Fu l'ultima onorevole, intelligente, ammirevole e anche commovente uscita di scena di un Savoia in Italia. Ma di lui parleremo ancora molto nelle prossimi capitoli. Il 1849 è ancora lontano.


RITORNIAMO AL CARLO FELICE DEI SUOI ULTIMI 6 ANNI

Con la riconciliazione con il nipote, mentre Carlo Alberto rimase ad abitare a Torino, Carlo Felice invece preferiva dimorare a Genova. Per quanto già detto sulle azioni repressive condotte dopo la disfatta dei costituzionalisti, dopo quei fatti del suo governo possiamo accennare ora qualcosa prima della sua dipartita.

Il re amava il vivere quieto e allegro, odiava le noie che derivavano dalle cure dello stato; desiderava mangiar bene e divertirsi a teatro, specialmente alle rappresentazioni di commedie allegre. Comandò che i colpevoli della rivoluzione fossero esemplarmente puniti, ma non è che serbò odio contro le famiglie dei liberali. Avendo concesso - si narra - una pensione ad un parente del tenente LANERI, giustiziato dai suoi sbirri nell'agosto del 1821, ed avendogli un cortigiano fatto notare che aveva beneficato il congiunto di un ribelle, rispose: "È vero, l'avevo dimenticato, richiamatelo". E gli raddoppiò la pensione.

Amante della pace, ovviamente concepita a suo modo, non si occupò molto del riordinamento dell'esercito, ebbe più cura invece per la marina mercantile e quella da guerra. Quest'ultima, gli rese un utile servizio nel 1825. Essendosi quell'anno il console sardo allontanato temporaneamente da Tripoli, il Bey pretendeva che il Regno di Sardegna gli pagasse il regalo consolare pattuito per ogni rinnovo di console, e al rifiuto del governo sardo, ordinava vessazioni contro i sudditi di Carlo Felice.
Il quale, per richiamare all'osservanza dei patti il monarca barbaresco, inviò una divisione navale di due fregate, una corvetta e un brick al comando del capitano di vascello SIVORI contro Tripoli. Riuscite inutili le vie pacifiche, il Sivori diede inizio alle ostilità. La notte dal 27 al 28 settembre del 1825, il luogotenente GIORGIO MAMELI, padre di Goffredo, spintosi dentro il porto, incendiò un brick e due golette barbaresche. Il Bey, temendo un assalto generale, preferì fare trattative e rinunciando alle sue ingiuste pretese, confermò le convenzioni stipulate con Vittorio Emanuele I.

Fra le opere interessanti del governo di Carlo Felice vanno ricordate la promulgazione dei codici civile e criminale per la Sardegna e la legge del 13 gennaio del 1828 con la quale si proibiva il mercato degli schiavi, si vietavano i noleggi per il loro trasporto di questa "merce umana" e dichiarava libero ogni schiavo posseduto da un suddito sardo o che aveva messo piede sopra una nave sarda.

Carlo Felice amava le arti belle: aprì pubbliche scuole di pittura e scultura, gallerie di quadri e di statue, fondò a Torino uno dei più importanti (ancora oggi) musei al mondo di antichità egiziane (Il Museo Egizio), edificò a Genova il Gran Teatro che da lui prese il nome, fece restaurare la badia di Altacomba ("Hautecombe" - famosa abbazia nella Savoia) e i suoi monumenti sepolcrali (dei Savoia) devastati nel 1792 dai Giacobini e fece costruire il ponte di Buffalora sul Ticino e un altro (allora opera d'altissima ingegneria) a un solo arco sulla Dora.

Stipulò vari trattati con altri stati. Nel 1824 fece un trattato commerciale col Marocco, negli anni seguenti concluse con il re di Sassonia è di Wurtenberg e con il ducato di Lucca l'abolizione dell'albinaggio (antico diritto medievale, per il quale l'eredità di uno straniero, spettava al signore del luogo); con il granduca di Toscana concordò la reciproca restituzione dei disertori; rettificò con il duca di Modena il confine; convenne con il Papa di estendere nel Genovesato le immunità ecclesiastiche e a conclusione dei negoziati iniziati da Vittorio Emanuele I con la Chiesa si obbligò a scrivere nel debito pubblico alcune somme di rendita a favore degli ecclesiastici o a risarcire in altro modo i danni da quelli sofferti nel passato.

Nel 1825 l'imperatore d'Austria FRANCESCO I volle visitare i "suoi" domini italiani e nella primavera giunse a Milano. Vi fu accolto con grandi dimostrazioni di gioia non perché il suo governo fosse amato, ma perché si sperava che avrebbe mitigato le pene ai tanti condannati politici che marcivano nelle galere imperiali; ma furono delusi, il "padreterno" sovrano, non concesse nessuna grazia; e con la massima considerazione di se stesso, "l'illuminato divino sovrano", recatosi a Pavia, disse agli studenti e ai professori universitari "…di non voler lui che le scienze avessero a suscitare nell'animo dei giovani false e funeste dottrine; e che desiderava più sudditi fedeli e devoti alla sua persona e alla sua casa che non uomini di lettere e di studi".
Insomma, lui ambiva a dei servi ignoranti.

Tornato a Milano, riscosse gli omaggi di FRANCESCO I di Napoli, di LEOPOLDO II di Toscana, di MARIA LUISA di Parma, di FRANCESCO IV di Modena e del cardinale ALBANI.
CARLO FELICE invece non volle recarsi a Milano, lo aspettò a Genova, dove l'imperatore gli fece visita a giugno assieme al re delle Due Sicilie. Si assicura che Francesco I cercò d'indurre il re di Sardegna a dare il suo consenso alla costituzione di una "confederazione italiana presieduta dall'Austria" (il primo passo del diabolico Metternich per poi fare della penisola un sostanzioso boccone) e che Carlo Felice con il suo rifiuto, impedì all'Austria di mettere in pratica quest'infausta pianificazione imperialista, e che era poi il principale scopo di questo suo viaggio imperiale in Italia.
Di quel rifiuto va data grandissima lode al re sardo CARLO FELICE, perché questa Lega da qualche tempo cercata dall'Austria con ogni mezzo (i suoi interventi militari, pur superpagati dai piccoli sovrani italiani avevano quest'altro vantaggioso e inconfessato scopo) avrebbe rafforzata la schiavitù d'Italia; con la penisola, dalla Sicilia al Brennero e dal Monviso al Carso, trasformata in una "colonia" di Sua Maestà l'Imperatore d'Austria.

Anche se sappiamo che né l'Inghilterra (per una ragione- il Mediterraneo), né la Russia (per un'altra - I Balcani - vedi poi il 1914), non l'avrebbero mai permesso.
L'Inghilterra del resto appoggiò fin da questo momento sempre l'Unità d'Italia, proprio in funzione di impedire che l'Austria, rosicchiando stato su stato (o arrogandosi il diritto di esserne la guida) diventasse la più grande potenza europea, e con le strategiche basi mediterranee nel sud Italia, la più grande potenza imperialista in mare e in terra. Queste ambizioni erano semmai dell'Inghilterra. Anzi qualcuno ha osato affermare che "Il cosiddetto Risorgimento Italiano che in questi anni sta per iniziare, è stato solo un capitolo della storia dell'imperialismo britannico" (Massimo R. De Leopardi in sintonia con Augusto del Noce - Intervento al XXI congresso nazionale di Civitella del Tronto, 1991- poi ripresa da altre pubblicazioni, libri, giornali, riviste varie).
Potrebbe sembrare fantapolitica. Ma se Garibaldi partì da Quarto con solo mille uomini - senza dichiarare guerra- contro un regno sovrano di 8 milioni di abitanti, c'è da dire che dal Tamigi partì la flotta inglese con le cannoniere, e da sotto il London Bridge partì il piroscafo "Milazzo"(che strano nome per una nave inglese!) e la nave "Emperor" con un contingente (non inglese- ma di volontari inglesi e di ogni nazionalità) diretto in Sicilia, il 16 e il 28 settembre 1860.
(Ovviamente per offrire interessato "aiuto". Come del resto l'aveva dato a favore dei Borboni quand'erano esuli in Sicilia, per poi subito dopo mettersi contro, criminalizzando gli stessi Borboni, quando questi ritornarono a Napoli con l'appoggio degli Austriaci (poco gradito dagli inglesi- che fallivano per la seconda volta quel bel boccone che era la Sicilia).

Ora lasciamo questi fatti, e ritorniamo alle guerre interne
della penisola, e soprattutto in quelle rivoluzionarie dell'Italia Centrale...

nel periodo dal 1830 al 1831 > > >


( VEDI ANCHE I SINGOLI ANNI o in TEMATICA)

Fonti, citazioni, e testi
Prof.
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia -
P.COLLETTA - Storia (Napoleonica) del Reame di Napoli 1734-1825- 1834
NAPOLEONE - Memoriale di Sant'Elena - (origin.
1a Ed. -1843
R. CIAMPINI - Napoleone - Utet - 1939
E. LUDWIG - Napoleone - Mondadori 1929
A. VANNUCCI - I Martiri della Libertà - Dal 1794 al 1848 - Lemonnier 1848
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (14 vol.) Einaudi
+ ALTRI VARI DELLA BIBLIOTECA DELL'AUTORE  


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