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CRONOLOGIA

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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1830-1831

DALLA FRANCIA ALLA RIVOLUZIONI NELL'ITALIA CENTRALE

PRIMA PARTE
LA RIVOLUZIONE FRANCESE, DEL LUGLIO 1830 - LA "LEGA COSMOPOLITA" - ENRICO MISLEY E FRANCESCO IV DI MODENA - CIRO MENOTTI - LUIGI FILIPPO E LA POLITICA DEL "NON INTERVENTO" - OPEROSITÀ DEL MENOTTI - MUTATO ATTEGGIAMENTO DEL DUCA DI MODENA - IL COMITATO RIVOLUZIONARIO DI PARIGI FISSA LA DATA DELLA RIVOLTA ITALIANA - ARRESTI DI LIBERALI A MODENA - CATTURA DEL MENOTTI E DEI COSPIRATORI - TRIONFO DELLA RIVOLUZIONE NEL DUCATO DI MODENA - INSURREZIONE DI BOLOGNA - ASSEDIO DI ANCONA - FRANCESCO IV ABBANDONA MODENA - MODENA PROCLAMA LA SUA INDIPENDENZA
INSURREZIONE DI REGGIO E DI PARMA - MARIA LUISA
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LA RIVOLUZIONE FRANCESE DEL LUGLIO 1830


Nonostante tutte le precauzioni prese, le dure repressioni compiute e le numerose condanne capitali comminate come monito a chi voleva sconvolgere la Restaurazione, anelava abbattere il fondamento divino della sovranità e in Italia soprattutto far cadere la dominazione austriaca e il potere temporale della Chiesa, il variegato mondo dei liberali, malgrado le forche e le galere, non si era scoraggiato né erano diminuiti di numero i sostenitori, era semmai aumentato, e all'alba di questo nuovo decennio per i costituzionalisti si aprivano nuove prospettive, quando in Francia scoppiò la Rivoluzione liberale, e quando il nuovo governo proclamò il principio "del non intervento" e annunciò che la Francia si sarebbe opposta a qualunque tentativo da parte di una potenza europea di intervenire al di fuori dei propri confini per reprimere moti costituzionalisti o indipendentisti.

Per comprendere meglio cosa accadde in questo 1830 in Francia, dobbiamo tornare indietro di qualche anno.

Il 16 settembre 1824, il conte d'ARTOIS era subentrato, con il nome di CARLO X, al fratello Luigi XVIII sul trono di Francia, acquistandosi il pubblico favore con l'abolire la censura sulla stampa. Ma il nuovo sovrano francese non era per nulla liberale e, male consigliato dal Ministro VILLÈLE, per alcune leggi reazionarie si era dopo non molto tempo, alienato la simpatia dei sudditi.
Il 29 aprile del 1827 la Guardia nazionale, passata in rivista da Carlo X a Parigi, aveva gridato:
"Viva il re ! Abbasso i Gesuiti ! Abbasso Villèle !".
Il governo aveva congedato la Guardia, e il sovrano il 6 novembre di quello stesso anno, aveva sciolto la camera e indette le elezioni generali.

Il Ministro Villèle, non avendo ottenuto, nelle nuove elezioni, che centoventi deputati favorevoli, si era dimesso ed era stato sostituito da un ministero liberale, ma debole, guidato da MARTIGNAC; ma durò poco: l'8 agosto del 1828, cedendo alle pressioni dei reazionari, Carlo X sostituiva il Martignac con il principe AUGUSTE POLIGNAC, antico emigrato, molto impopolare ed avverso a tutte le idee liberali.
La prassi di questo governo era insomma apertamente reazionario e per contrastare l'affermazione dei liberali il re e il Polignac intrapresero decisamente ma avventatamente la strada del colpo di Stato.

Il 2 marzo del 1830 il re inaugurava la nuova sessione parlamentare con un discorso (palesemente rivolto ai liberali) in cui, fra le altre cose, diceva: "Pari di Francia, deputati dei Dipartimenti, io non metto in dubbio l'aiuto vostro per operare il bene che ho in animo. Respingete con disprezzo le perfide insinuazioni che i maligni si studiano di propagare. Ma se i colpevoli maneggi suscitassero al mio governo ostacoli che io non posso né voglio prevedere, troverei la forza di vincerli nella mia risoluzione di mantenere la pace pubblica, nella giusta confidenza dei Francesi e nell'amore ch'essi hanno sempre dimostrato al loro re".

A queste parole minacciose rispose la Camera con un documento sottoscritto dalla maggioranza dei deputati, in cui era disapprovata la condotta del ministero POLIGNAC. Il re, sdegnato, prorogò la camera e il 16 maggio la sciolse. Anche questa volta le elezioni furono sfavorevoli al ministero, e il Polignac, non potendo più padroneggiare la situazione, fece il 25 luglio emanare dal re le quattro famose Ordinanze che dovevano costargli la corona.
Con queste fu sospesa la libertà di stampa, si decretava lo scioglimento della camera, si riformava la legge elettorale, limitando il numero dei collegi a duecentocinquantotto e il diritto elettorale a venticinquemila elettori soltanto, tutti grandi proprietari, e infine si convocavano i collegi stessi per il 13 settembre.
La pubblicazione delle ordinanze produsse a Parigi una sdegnata agitazione: il 26 trentasette deputati si riunirono e protestarono; un'altra protesta, scritta da ADOLFO THIERS, dallo CHATELAIN e dal CAUCHOIS-LEMAIRE, misero fuori i giornalisti; furono tirati alcuni sassi contro la carrozza del Polignac; molte tipografie furono chiuse; il popolarissimo giornale il "National", sequestrato insieme con altri, ma proseguirono le pubblicazione in clandestinità.

Il 27 luglio del 1830, Parigi si presentò con l'aspetto di una città alla vigilia di un "altra" drammatica rivoluzione; le strade furono percorse da drappelli armati; tipografi, studenti, artigiani, operai e borghesi, iniziarono delle piccole sommosse, si cominciarono a costruire delle barricate, spuntarono delle bandiere tricolori, avvennero i primi conflitti con le truppe, che in numero di dodicimila uomini sotto il comando del maresciallo MARMONT, presidiavano la capitale.

Il 28 luglio Parigi diventò un campo di battaglia. Mentre le truppe regolari non riuscivano a tener testa ai cittadini insorti, Carlo X se ne stava a Saint-Cloud e non solo respingeva la proposta di revocare le ordinanze, ma era sicuro di domare la rivoluzione ed esclamava: "I Parigini sono nell'anarchia; l'anarchia li ricondurrà necessariamente ai miei piedi".

Il 29 luglio la battaglia continuò più furiosa; ma oramai la partita era perduta per il sovrano, perché il Marmont invece di attaccare gli insorti era stato costretto a difendere con poche centinaia di soldati le Touilleries e il Louvre: tutto il resto della città era in potere dei rivoluzionari, guidati dal generale LA FAYETTE che aveva richiamato sotto le armi la Guardia nazionale.
Il 30 luglio Carlo X messo alle strette si decise a ritirare le ordinanze e a nominare un ministero liberale, ma era troppo tardi; il 2 agosto insieme con il Delfino, abdicò in favore del nipote ENRICO V, il piccolo duca di Bordeaux, figlio del morto duca di Berry, affidando la reggenza al duca LUIGI FILIPPO D'ORLÉANS; quindi si apprestò a lasciare la Francia; ma il giorno 4 agosto, mentre l'ex-sovrano si avviava a Cherbourg, la camera dei deputati faceva questa deliberazione:

"Considerando l'imperiosa necessità che risulta dagli avvenimenti del 26, 27, 28 e 29 luglio e dalla situazione generale in cui si è trovata la Francia per la violazione della Carta costituzionale; considerando inoltre che, in seguito a questa violazione e alla resistenza eroica dei cittadini di Parigi, il re Carlo X, S. A. R., Luigi Antonio, delfino, e tutti i membri del ramo principale della famiglia reale escono in questo momento dal territorio francese, dichiara che il trono è vacante di fatto e di diritto e che vi è indispensabile bisogno di provvedervi".

Fatte alcune modifiche alla costituzione, il 6 agosto fu discussa al parlamento la proposta di dare la corona a LUIGI FILIPPO D'ORLÉANS, il 7 agosto fu approvata dalla camera dei deputati con 219 voti su 252 e dalla camera dei Pari con 89 contro 15.V Il 9 agosto Luigi Filippo, eletto re dei Francesi, giurava alla presenza delle due camere riunite, fedeltà alla costituzione.
Con questa nomina il popolo francese sottolineava che la natura contrattuale della monarchia, non era più discendente dalla grazia di Dio, come accadeva in passato nell'età dell'assolutismo, ma il re era eletto dalla volontà dei liberi cittadini.

Ma per gli eletti dalla "grazia divina" questa rivoluzione francese di luglio di fatto nelle piazze e formale nelle istituzioni, costituiva un gravissimo colpo per i potenti sovrani della Santa Alleanza perché rovesciava il governo legittimo dei Borboni, garantito dagli alleati, e vi sostituiva (orrore!) un governo in nome della sovranità popolare.
Poi dopo questo primo colpo, altri non meno gravi seguirono, iniziando a sbriciolare le arroganze reazionarie.
Il 25 agosto i Belgi si sollevarono contro il re GUGLIELMO D'ORANGE e scacciarono il presidio olandese da Bruxelles. Il principe FEDERICO, secondogenito del re, assalì la città, ma dopo tre giorni di furioso combattimento, il 25 settembre, dovette ritirarsi sconfitto.

Avendo Luigi Filippo raccolto un esercito di cinquantamila uomini ai confini del Belgio e dichiarato di aiutare i ribelli se un'altra potenza scendeva in armi a sostegno della casa d'Orange, nei primi di novembre si riunivano a Londra i rappresentanti della Russia, dell'Austria, della Prussia, dell'Inghilterra e compresa la stessa Francia per tentare di risolvere la questione belga.

Ma ecco che un'altra rivolta scoppiava. Il 29 novembre Varsavia sorgeva in armi contro la dominazione russa, cacciava il viceré COSTANTINO e costituiva un governo provvisorio, che, fatta proclamare da una Dieta l'indipendenza del paese, conferiva la dittatura al generale KLOPICKI, il quale si apprestava a far fronte all'esercito russo del generale DIEBIC.
Ma non era finita qui. Molti guardavano la pagliuzza in casa d'altri e avevano le travi in casa.
Infatti quasi nello stesso tempo in alcuni cantoni svizzeri avvenivano delle agitazioni; nel ducato di BRUNSWICH il duca fu cacciato dal popolo e sostituito col fratello GUGLIELMO che prometteva la costituzione; nel Baden, nell'Assia, a Lipsia, a Jena, a Dresda, a Weimar e altrove proliferavano i tumulti liberali e si chiedeva la concessione di statuti costituzionali, della libertà di stampa ed altro.

Dovunque i liberali si agitavano, scoppiavano qui e là tumulti, s'inalberavano i vessilli della rivolta. Ancora una volta, dietro l'esempio di Parigi, l'Europa si commuoveva e si muoveva, le democrazie, compresse dall'assolutismo, spezzavano o cercavano di spezzare i ceppi, si iniziava con maggiore o minor fortuna la lotta per far trionfare il principio di nazionalità e l'ideale della libertà.
Se Napoleone pochi anni prima sull'Europa aveva seminato vento, i retrogradi conservatori non mutando atteggiamento che i tempi richiedevano, avevano seminato tempesta con le violenti reazioni, e ora - e Napoleone lo aveva scritto ("passerà una generazione, ma poi i popoli capiranno", e ancora "…ma non iscorgono essi che uccidono se medesimi colle proprie mani?" , "…L'Europa non è più una tane di talpe"…(Da Sant'Elena, Memoriale, 1818)
Per combatterlo i reazionari iniziarono ad usare l'"arma" che Napoleone aveva inventato: il nazionalismo! Per i propri interessi però. E come non ricordare quella frase del diabolico Metternich:
"per reprimere l'impulsi, la questione vera é come sollevare le popolazione stesse, come mettersi alla loro testa, e bandire la crociata contro le guerre d'indipendenza. Bisogna trarre insegnamento da queste "rivolte degli spiriti", utilizzarle noi!".

TORNIAMO ORA IN ITALIA, dove anche qui la "rivolta degli spiriti" è in atto.


ENRICO MISLEY, CIRO MENOTTI E FRANCESCO IV
LA POLITICA FRANCESE DEL "NON INTERVENTO"
LE TRUPPE DI FRANCESCO IV ASSALTANO LA CASA DEL MENOTTI
CATTURA DI CIRO MENOTTI E RESA DEI COSPIRATORI

Con gli avvenimenti di Francia, che sopra abbiamo accennato, si collegano strettamente i moti rivoluzionari italiani del 1830-31. In Francia si era costituita una lega, detta cosmopolita, fra liberali di stirpe latina di cui fra gli altri, facevano parte i generali francesi LAMARQUE e LAFAYETTE, BENIAMINO CONSTANT, MAUGUIN, ODILLON-BARROT, LAFITTE e DUPONT DE L'EURE, gli spagnoli HASCO, TORRIJOS, GALIANO, MINA, e gli italiani FILIPPO BUONARROTI, GUGLIELMO PEPE, FRANCESCO SALFI, BORSO di CARMINATI, CLAUDIO LINATI, PIETRO MARONCELLI e LUIGI PORRO-LAMBERTENGHI.

Scopo della lega era di unire in un solo blocco tutti gli stati latini e di opporli alla Santa Alleanza. Una sezione, residente a Parigi, della lega cosmopolita era chiamata
"COMITATO DELL'EMANCIPAZIONE ITALIANA".
Erano convinti i liberali italiani che sarebbero stati stato impossibili ottenere un successo in una rivoluzione e la conseguente guerra all'Austria senza l'aiuto di un sovrano. Ma a quale principe affidarsi? Del re di Napoli e del granduca di Toscana non era il caso di parlare; CARLO FELICE, sebbene, come tutti i Savoia, avverso all'Austria, era troppo reazionario; CARLO ALBERTO, a torto o a ragione, era guardato con grandissima diffidenza, specialmente dopo la sua partecipazione alla repressione spagnola .

Non rimaneva che FRANCESCO IV di Modena. Pesano sulla sua coscienza, è vero il processo di Rubiera e il supplizio del prete Andreoli e di lui non erano ignote le durissime proposte contro i liberali italiani al Congresso di Verona (le abbiamo lette nel precedente riassunto); ma si sapeva che era dotato di grand'energia, che era ambizioso di estendere i suoi domini, che era enormemente ricco, che aveva due fratelli, uno generalissimo d'Austria e l'altro viceré d'Ungheria, e infine che era capace di tutto, anche di diventar liberale, pur di crescere in potenza. Lui che aveva il più piccolo stato in Italia.

Al duca di Modena, al quale era legato da interessi commerciali, pensò, come il principe che potesse capitanare una rivolta italiana, un energico cospiratore emiliano, l'avvocato ENRICO MISLEY di Modena, il quale, concepito il suo disegno, si diede con grande impegno e costanza a lavorare per vincere le difficoltà che il progetto medesimo presentava.
Bisognava, innanzi tutto, ottenere il consenso di Francesco IV, il che, del resto, non sarebbe riuscito così difficile come poteva credersi, infatti riuscì. Il duca di Modena, o perché vedendo l'Austria in crisi, volesse trarne profitto anche con l'aiuto dei liberali, o perché mirasse a conoscere le trame dei liberali per poterle meglio sventare o (nel rivelarle a Vienna) per volgerle in suo favore, interpellato, pare, verso la fine del 1826, se proprio non acconsentì in modo esplicito fece comprendere che avrebbe lasciato fare.

Più difficile invece al MISLEY riuscì a convincere i liberali italiani, profughi o residenti nella penisola, ad accettare Francesco IV come il capo della prossima rivoluzione. Dagli esuli di Francia e d'Inghilterra, presso i quali si recò, il Misley fu creduto prima un agente provocatore del duca, poi un visionario, ma a poco a poco vinti i preconcetti e superate le diffidenze, l'avvocato emiliano seppe dimostrare con la sua calda parola l'utilità, la possibilità e l'opportunità del suo disegno, conquistò l'animo dei liberali italiani e francesi, fece partecipe dei suoi propositi il duca Luigi Filippo d'Orléans e fece sì che il "comitato rivoluzionario di Londra", nel giugno del 1829, inviasse a Modena il fuoruscito dottor CAMILLO LODOVICO MANZINI per trattare con Francesco IV e sincerarsi delle sue intenzioni.
Per fare accettare il suo disegno dai liberali dei ducati e delle Romagne il Misley si servì di un ardente e influente carbonaro. Era, questi, CIRO MENOTTI, nato il 22 gennaio del 1798 a Migliarina nel Carpigiano, già tenente nella Guardia Urbana, arrestato nel 1821 per la distribuzione del proclama agli Ungheresi e rimasto in carcere due mesi, che aveva a Carpi una prosperosa fabbrica di cappelli di truciolo e per ragioni di commercio era solito viaggiare spesso nell'Italia centrale.
Anche il MENOTTI incontrò delle difficoltà fra i liberali, alcuni dei quali, come l'avvocato bolognese ANTONIO SILVANI, non vollero mai aderire alle sue idee; ed ebbe a soffrire non poche amarezze perché, al pari del Misley, fu creduto agente segreto del duca; ma alla fine, aiutato dal fratello Celeste, dall'ingegnere MANFREDO FANTI, dal dottor NICOLA FABRIZI e da altri patrioti, riuscì a trarre dalla sua parte la maggior parte dei liberali dei ducati, della Toscana e delle Legazioni.

Nella primavera del 1830 da Modena, Enrico Misley si recò a Parigi per prendere nuovi accordi con gli esuli italiani e con i liberali francesi. Si trovava nella capitale francese quando scoppiò improvvisa la rivoluzione di luglio, e il Misley partecipò anche lui per le vie e dietro le barricate ai combattimenti contro le truppe di Carlo X.
Nel settembre di quell'anno, Enrico Misley, tornato dalla Francia, ebbe un colloquio con il duca nella villa del Cataio, presso Monselice. Sperava di trovarlo pronto all'impresa e invece lo trovò contrariato: forse Francesco IV pensava che Luigi Filippo non si sarebbe mai mosso a favore degli italiani come questi credevano e non voleva rischiare il trono. Ma per non tagliare i ponti con i liberali affermò che, all'occasione, avrebbe mostrato di esser un buon italiano.

Il Misley non si perdette d'animo. Forse non aveva mai creduto nell'aiuto del duca di Modena, e lo aveva tenuto a bada per far sì che i liberali del ducato non avessero noie. Certo l'agitatore più che su Francesco IV contava sul governo di Luigi Filippo, e nel novembre del 1830 si recò nuovamente in Francia per preparare l'insurrezione. Intanto la politica francese pareva alimentare le speranze dei liberali italiani, i quali non temevano i vari governi della penisola in caso di un'insurrezione, ma temevano l'intervento armato dell'Austria. Mentre gli italiani sbagliavano nel considerare che la Francia con l'adottare solo la politica del "non intervento" era sufficiente per immobilizzare gli Austriaci; questi con o senza alleati, erano in grado di fare da soli. E l'avevano dimostrato dal '21 in poi, a Napoli, in Piemonte, e nello Stato Pontificio. Nel quadrilatero Veronese avevano e preparavano un assembramento di centomila soldati, e alle spalle con ottime comunicazioni nel Veneto avevano l'intero esercito imperiale.

Il 1° dicembre 1830, il ministro LAFITTE dichiarava all'assemblea legislativa che la "Francia non avrebbe mai permesso che il principio del non intervento fosse violato e che gli Stati forti imponessero con le armi, come leggi, i loro voleri".
Il 6 dicembre il DUPIN pronunziava al parlamento queste parole: "La Francia, volendosi rinserrare in un freddo egoismo, avrebbe ammesso che non interverrebbe mai; ma col dire che non permetterà che si intervenga ha preso il più nobile atteggiamento che si addica ad un popolo forte e generoso. Ciò non è dire soltanto: io non andrò a turbare gli altri popoli; ma è dire ancora: Io, Francia, la cui voce deve essere intesa nell'Europa e nel mondo intero, non permetterò che le altre potenze intervengano. Questo è il linguaggio del ministero e degli ambasciatori di Luigi Filippo, questo è il linguaggio che sosterranno l'esercito, la guardia nazionale, la Francia intera".

Poi due giorni dopo il maresciallo Soult, ministro della guerra, aggiungeva: "Il non intervento è ormai il nostro principio. Noi lo rispetteremo senza dubbio, ma a patto, che sia rispettato dagli altri".
Queste affermazioni erano già qualcosa di più; ed era un parlare chiaro! Ora però ci volevano i fatti.

In Italia a preparare la rivoluzione era rimasto CIRO MENOTTI, che si teneva in continuo rapporto epistolare con il MISLEY. Il 29 dicembre del 1830 così gli scriveva: "Al mio ritorno sono andato dal Duca per mantenerlo sempre sulla stessa posizione. È stato contento di me, ed io di lui. Spero di essere arrivato a fargli fare alcune garanzie per l'anno nuovo, ma non credo niente fino a che non le concede. Tutto è qui tranquillo, e tutto si dispone per il meglio. Vi sarà un "Comitato centrale" a Bologna. Senza un centro non si poteva andare avanti bene, ed io solo d'altronde non posso essere in ogni luogo. La Romagna è sempre in fermento e non cambierà. I Piemontesi sono d'accordo definitivamente con noi. Addio. Attendo con impazienza tue notizie".

Da questa lettera risulta chiaramente come Ciro Menotti non era inoperoso. Oltre il comitato centrale di Bologna, aveva costituito comitati minori a Modena, a Parma, a Forlì, a Mantova, a Firenze, e forse aveva intese segrete con i liberali di Roma, che proprio in quei giorni, come in seguito diremo, tentavano d'insorgere. Neppure il Misley rimaneva inoperoso. A Marsiglia riuniva milleduecento fucili, centocinquanta pistole e due cannoni e noleggiava una nave che doveva sbarcare queste armi sulla costa di Massa. Inoltre si dava da fare affinché la Francia procurasse altre armi, moltissime armi e allestisse navigli per trasportarle in Corsica e poi sulla spiaggia toscana insieme con seicento uomini della Legione italiana che doveva essere comandata dal generale GUGLIELMO PEPE.

Ma occorreva esser sicuri che la Francia avrebbe fatto rispettare il principio del "non intervento". Questo era quel che Ciro Menotti chiedeva al Misley. In una sua lettera del 2 gennaio del 1831 così scriveva:
"Il solo elemento di cui difettiamo è il denaro e col denaro credete che noi potremmo fare il movimento a nostro piacere. I vecchi liberali, che ne hanno, non ne vogliono dare. Non importa. Questo non ci farà perdere coraggio, né rallenterà la nostra attività. Il Duca è sempre deciso di lasciar fare. Perciò noi viviamo come in una repubblica. Si dice che Massimiliano (il fratello del Duca) verrà qua, ma non credo. In Italia tutto è tranquillo. La Francia interverrà nel caso che gli Austriací passassero il Po? Noi lo vorremmo assolutamente sapere. Organizzatevi al meglio che potete. Ci occorre il Piemonte. Fate deciderlo all'unione. Addio".

Il MISLEY non mancò di sollecitare il LAFAYETTE per conoscere le intenzioni del governo, e il generale non solo parlò più di una volta con il ministro maresciallo SEBASTIANI, ma con lo stesso re e tanto l'uno quanto l'altro gli dichiararono che la Francia si opporrebbe ad un intervento armato dell'Austria nei ducati e nelle Legazioni. Ci fu anzi di più. Nella seduta del 15 gennaio del 1831, il Lafayette in parlamento con un vivo discorso sostenne la necessità del governo di continuare la politica del non intervento, e in quella del 27 gennaio il maresciallo Sebastiani disse con voce tonante, fra le altre cose: "La Santa Alleanza riposava sul principio dell'intervento, distruttore dell'indipendenza di tutti gli Stati secondari. Il principio contrario, che noi abbiamo consacrato e che sapremo fare rispettare, assicura l'indipendenza e la libertà di tutti".

Ma mentre in Francia si declamavano con magniloquenza queste dichiarazioni che non rispondevano ai veri intendimenti di LUIGI FILIPPO, il quale, più che a smuovere le altre nazioni tendeva ad assicurare la propria dinastia, a Modena FRANCESCO IV mutava atteggiamento, ritenendo, forse, per certo che Luigi Filippo non avrebbe osato aprire un conflitto. Abbiamo conferma dell'animo mutato del Duca in una lettera che Ciro Menotti, in data del 7 gennaio, scriveva ad Enrico Misley a Parigi:
"Arrivo in questo momento da Bologna. Bisogna che ti dica che il Duca è un birbante. Ho corso ieri il pericolo di essere ucciso. Il Duca ha fatto spargere voce dai Sanfedisti che io e tu siamo agenti stipendiati da lui per formare dei Centri, per poi denunciarli. Lo hanno creduto a Bologna e poco mancò che io non fossi assassinato. Il fatto sta che, in otto giorni, tutta la Romagna mi ha subito voltato la faccia, ma ritornerà mia. Ora che so essere tenuto per un agente del Duca, mi regolerò con tale prudenza che raggiungerò il mio scopo, senza mancare alle promesse".

Per nulla sgomentato dal voltafaccia dell'Estense, incoraggiato anzi dalle notizie che gli scriveva il Misley, che cioè "il principio del "non intervento" era assicurato non solo dal Governo francese, ma dallo stesso Re, come attestava il generale Lafayette", Ciro Menotti continuava a lavorare alacremente per l'insurrezione e si recava a Firenze per sollecitare, ottenendolo, l'appoggio di LUIGI NAPOLEONE e CARLO LUIGI, figli dell'ex-re d'Olanda Luigi Bonaparte, i quali con la madre, l'ex-regina Ortensia, vivevano nella capitale del Granducato.
Negli ultimi di gennaio il Comitato cosmopolita di Parigi diramava le istruzioni per l'insurrezione che doveva scoppiare contemporaneamente, la notte dal 5 al 6 febbraio, a Bologna, a Modena e a Parma. Il Misley scriveva al Menotti:
"Nella Corsica stanno per essere sbarcati circa cinquanta-sessantamila fucili e la legione italiana. Due navi da guerra francesi sono dirette nelle acque di Livorno dove sbarcherà il "Comitato direttore della italiana rivoluzione". Sarà a disposizione del "Comitato per il trasporto della Legione e dei fucili che saranno consegnati agli Italiani".

Avvicinandosi la data fissata dal Comitato di Parigi, nelle città dei ducati e delle Legazioni ci fu una intensa attività, mai vista fino allora. Agenti mandati dagli avvocati VICINI, CANUTI e ZANOLINI di Bologna percorrevano la Romagna portando ordini ed istruzioni; a Modena lavoravano alacremente CIRO MENOTTI, il dottor FRANCESCO CIALDINI, SILVESTRO CASTIGLIONI, i dottori PAOLO e NICOLA FABRIZI e GAETANO MOREALI; a Reggio i colonnelli del Regno Italico ROSSI e BOLOGNINI; a Carpi CELESTE MENOTTI, COSTANTE ROCCA e GIOVANNI VELANI; alla Mirandola ALESSANDRO BARBETTI; a San Felice GIUSEPPE CAMPI, alla Bastiglia LOTARIO BRACCIOLANI; a Vignola e Fivignano GIULIO REGGIANINI; a Sassuolo i fratelli GAZZADI.
Per quanto i cospiratori lavoravano in segreto, di tutta quest'attività qualche percezione il Duca la ebbe e reagì; la mattina del 3 febbraio fece arrestare alcuni liberali, fra cui il dottor NICOLA FABRIZI, quindi, chiamato a palazzo il generale napoleonico ANDREA FONTANELLI, gli ordinò di partire immediatamente per Milano e spedì a Reggio un corriere con l'ordine d'espulsione dal ducato dell'altro generale dell'ex Regno Italico CARLO ZUCCHI.
Dopo questi fatti, che rappresentavano l'inizio della reazione, Ciro Menotti decise di agire prontamente anticipando di due giorni lo scoppio dell'insurrezione che fu perciò fissata per la mezzanotte dello stesso giorno 3. Immediatamente spedì corrieri alla Mirandola, alla Bastiglia, a Finale, a S. Felice, a Spilimberto, a Bomporto, a Scandiano, con l'ordine che nell'ora stabilita i liberali insorgessero, innalzassero il tricolore e disarmassero i soldati ducali e i gendarmi. Gli insorti di Carpi, di Sassuolo e d'altre zone vicine già nelle prime ore della sera del 3 dovevano marciare alla volta di Modena, entrare per le porte lasciate aperte dai congiurati della città, e uniti a questi, attaccare i soldati del duca, circondare il palazzo, impadronirsi di Francesco IV e della famiglia e mandarli sotto buona scorta al confine austriaco. Infine a Modena, si sarebbe costituito un Governo provvisorio, che avrebbe innanzitutto rivolta tutta la sua attività per aiutare le insurrezioni nelle città vicine del ducato di Parma e delle Romagne.
Ma questi ordini non rimasero segreti; più di un delatore si affrettò a rivelare al governo il disegno dei congiurati, e il duca si mosse con la massima energia: fece assicurare le mura e la cittadella, mise ronde di guardie alle porte, mandò delle pattuglie nelle vie, rinforzò quelle poste nelle strade d'accesso alla città e riunì presso il palazzo un migliaio d'uomini, una parte di questi furono mandati nella casa di Ciro Menotti in via di Canal Grande.

Qui, ignari di quanto stava per accadere, si erano raccolti cinquantasette congiurati, di cui non pochi operai e contadini, tutti intenti a preparare cartucce e bandiere tricolori. Ad un tratto il cortile della casa fu invaso dai dragoni reali, e subito dopo bussarono alla porta chiusa intimando di aprirla.
I cospiratori, naturalmente, si rifiutarono. Erano le otto di sera. Mancavano quattro ore poi sarebbero giunte le colonne degli insorti da Carpi e da Sassuolo, e forse fino a quell'ora si poteva resistere. Inoltre altri rinforzi di congiurati al comando del colonnello PIETRO MARANESI sarebbero forse giunti prima di quell'ora, dalla stessa città.

Fiduciosi, i cospiratori aprirono il fuoco e respinsero i dragoni. Più volte questi ritornarono all'assalto, ma furono sempre respinti; finalmente, dopo due ore di vani tentativi, si ritirarono lasciando nel cortile e sulle scale alcuni morti e parecchi feriti. Quella pausa che occorreva per l'arrivo dei rinforzi sembrava guadagnata; ma a quel punto verso la casa del Menotti avanzò il Duca stesso guidando ottocento soldati e un drappello d'artiglieri muniti di due pezzi. Con cordoni di truppe furono chiuse le vie intorno; poi le milizie presero posizione dietro i pilastri e le colonne dei portici vicini, entrarono occuparono le case circostanti e dalle finestre cominciarono a mirare sul palazzo dei cospiratori che si difendevano sparando a loro volta sui soldati, mentre i cannoni in strada con i loro tiri aprivano una breccia nella casa assediata.

La battaglia durò oltre la mezzanotte. Gli insorti avevano esaurito quasi tutte le munizioni e non avevano più speranza di potere continuare la resistenza, sotto il tiro ravvicinato delle artiglierie che avevano già distrutto parte della facciata. Né i soccorsi giungevano, perché gli studenti e i cittadini modenesi non si erano raccolti e il Maranesi si era anche lui rifugiato in un campanile; mentre gli insorti di Carpi e di Sassuolo erano sì arrivati, quasi sotto le mura, ma trovate le porte chiuse e sentendo all'interno della città i cannoni, si erano dispersi.
Allora Ciro Menotti pensò di fuggire su per i tetti delle case vicine, proponendosi di raccogliere in città quanti più insorti potesse e di piombare alle spalle dei ducali. Ma quando giunse sul tetto di una piccola cappella, scoperto da alcuni soldati, fu fatto segno ad alcune fucilate e ferito ad una spalla proprio mentre stava scendendo in un vicolo. Catturato, il Menotti chiese di esser condotto al cospetto del Duca, ma questi, lieto di aver messo le mani addosso al capo, ordinò che fosse chiuso in prigione.
Sebbene il Menotti fosse caduto tra le mani di Francesco IV, i suoi compagni resistettero finché ebbero cartucce da sparare, e si sarebbero fatti seppellire sotto le rovine della casa che cominciava già a crollare sotto le cannonate, se non fossero stati impietositi dalle grida strazianti delle donne e dei bambini degli altri appartamenti attorno. Decisa la resa, uscirono dalla casa, deposero le armi, ma dagli sbirri del Duca, che non sapevano ammirare il valore sfortunato di quegli uomini, furono legati e in tutti modi barbaramente picchiati. Fu un indegno spettacolo d'inciviltà, degno di barbari e non di uomini civili.

Noi qui quel valore lo riconosciamo; che abbiano avuto torto o ragione, si erano battuti contro dei nemici, che avevano l'aggravante di essere anche dei "traditori".

I nomi di quei cinquantasette uomini, che coraggiosamente sfidarono il piombo della tirannide in nome della libertà, sono degnissimi di essere ricordati in questa storia, perciò li riportiamo uno a uno: (e come sempre vogliamo far notare, aggiungiamo anche le professioni; cioè non erano i barbari dell'epoca romana, né erano degli ignoranti plebei.

Dottor ANGELO USIGLIO, LUIGI ADANI, fabbroferraio, dott. GIAMBATTISTA RUFFINI, SILVESTRO CASTIGLIONI, ex-ufficiale del Regno Italico, LUIGI BASSOLI, GAETANO BENNATI, FEDERICO BONETTI, CARLO BREVINI, possidenti, GIUSEPPE BREVINI, fabbroferraio, ANDREA CAPPI, FRANCESCO CASALI, possidenti, GIUSEPPE VECCHI, ex-capitano del Regno Italico, FILIPPO CAVANI, FEDERICO DELLA CASA, studenti, LUIGI FABRIZI, CARLO FABRIZI, PASQUALE FERRARI, FRANCESCO FONGAREZZI, GAETANO GOLFIERI, BERNARDO GIUGNI, FRANCESCO MALAGOLI, artigiani, NICOLA MANZINI, studente, GIUSEPPE MANFREDINI, DOMENICO MARTINELLI, PELLEGRINO MATTIOLI, LUIGI PALLA, IGNAZIO RIGHI, ANDREA SAETTI, GIUSEPPE STORCHI, detto PARISONE, FELICE VECCHI, CARLO VITALI, GIUSEPPE ZOBOLÍ, LORENZO ZOBOLI, artigiani, tutti di Modena; GAETANO FANTI, possidente, INGEGNER MANFREDO FANTI, GIUSEPPE FRANCHIM, ANGELO GIBERTONI detto COLEFFI, domestico del Menotti, LUIGI TOSCHI, tutti di Carpi; GIOVANNI RUINI, studente ferrarese; GIACOMO FRANCHINI e ingegner PAOLO MARTINELLI, entrambi di Mirandola; LORENZO FERRARI di Mugnano; FRANCESCO MELLI di Reggio; COSTANTE BUFFAGNI e SIGISMONDO GIBERTI di Sassuolo; PIETRO CASALI E PIETRO CAVANI di Cittanova; GIUSEPPE CASTELLI di Spezzano; CELESTE REVELLI, MICHELE CARAMI, FELICE LEONELLI, ANGELO MANI, GIUSEPPE SAVINI, RAIMONDO VANDELLI, GIUSEPPE VERONI, SANTE VOLPI, di Spilimberto; e ANTONIO GIACOMOZZI della Rocca di Montalbano.

Nel combattimento furono uccisi tre soldati del Duca e parecchi furono feriti. Degli insorti riportarono ferite, i dottori Usiglio e Ruffini, Pietro Casali e Ciro Menotti. Si narra che dopo la resa dei congiurati, Francesco IV inviò al conte MALAGUZZI, governatore di Reggio, un biglietto così concepito:
"Questa notte è scoppiata contro di me una terribile congiura. I cospiratori sono in mie mani. Mandatemi il boia. Francesco".

Nella stessa mattina del giorno 4, messa in stato d'assedio la città, il "prode" FRANCESCO IV nominò un consiglio di guerra, composto di tre ufficiali, due sottufficiali e un soldato e presieduto dal tenente-colonnello dei granatieri conte GIOVANNI STERPIN, con l'incarico di giudicare sommariamente i ribelli, e pubblicò un editto, in cui esortava i sudditi a mantenersi devoti, esaltava la fedeltà delle truppe e dichiarava che i sediziosi sarebbero stati presto puniti esemplarmente.
Il Duca faceva mostra di tranquillità come se volesse far credere alla cittadinanza che l'insurrezione era stata stroncata sul nascere, ma in verità non era per nulla tranquillo, ignorando ciò che avveniva in altri luoghi del suo ducato e negli stati vicini. Temendo di non potere resistere se assalito dagli insorti della campagna, egli spedì un corriere a Verona, chiedendo aiuti, ma il comandante austriaco della piazza gli rispose di non potersi muovere senza ordini superiori ma che avrebbe chiesto istruzioni a, Milano. Il corriere che tornava a con questa risposta non fece più ritorno a Modena perché a Carpi fu catturato dalla Guardia nazionale.
Ma se non ebbe propizie notizie da Verona, Francesco IV ne ebbe quello stesso giorno 4 delle malaugurate da diverse parti del suo ducato: Carpi era in mano degli insorti, a Mirandola, a Bastiglia, a Bomporto, a Sassuolo sventolava la bandiera tricolore; grosse bande di patrioti scendevano verso Modena e un drappello di ribelli capitanati da ANDREA MONTANARI metteva in fuga a Fossalta mezzo squadrone di dragoni ducali e, varcato il confine, si recava a chiedere aiuti ai Bolognesi. Modena, da un momento all'altro, poteva trasformarsi per il Duca in una trappola. Prese il primo marchese che trovò, lo incaricò di fare il reggente, e (lo narreremo più avanti) si diede alla fuga.
(su questi fatti, narrati pure nell'anno 1831, abbiamo degli interventi di due lettori
che potete leggere nel corrispettivo ANNO 1831

Intanto andiamo a vedere cosa stava succedendo intorno a Modena.

INSURREZIONE DELLE LEGAZIONI, DI REGGIO E DI PARMA
FRANCESCO IV E MARIA LUISA ABBANDONANO LE LORO CAPITALI

Bologna, dove si era recato nella notte del 3 febbraio ANDREA MONTANARI, era insorta nello stesso giorno di Modena, il 4 febbraio. Il Cardinal legato si trovava a Roma, dove era andato per partecipare al conclave, in cui, dopo cinquanta giorni, il 2 febbraio era stato eletto Pontefice il cardinale MAURO CAPPELLARI di Belluno che aveva preso il nome di GREGORIO XVI; e a Bologna era rimasto, in qualità di Prolegato, Monsignor NICOLA CLARELLI-PARACCIANI.
La mattina del 4 un gran numero di liberali si radunò nella piazza maggiore di Bologna e cominciò ad acclamare all'Italia e alla libertà, chiedendo nel medesimo tempo l'istituzione di una guardia civica. Subito il Prolegato chiamò il direttore di polizia e il comandante delle milizie e, ma udito che i soldati non avrebbero mai fatto fuoco sul popolo, convocò il senatore di Bologna marchese FRANCESCO BEVILACQUA-ARIOSTI e i più autorevoli cittadini, per decidere, con il loro consiglio cosa allora fare.
Nel frattempo nella piazza, ai dimostranti si era aggiunta una schiera di carbonari armati condotti dal dottor PIO SARTI, la ribellione diventata così più forte e minacciosa, dietro proposta del BEVILACQUA e del professor FRANCESCO ORIOLI, il Prolegato chiese all'avvocato ANTONIO ZANOLINI di redigere una notificazione con la quale nominava una Commissione provvisoria di Governo.
Essa era composta di notabili della città, in parte carbonari, in parte liberali moderati; erano otto; teneva la presidenza l'avvocato GIOVANNI VICINI; gli altri membri erano il già citato marchese FRANCESCO BEVILACQUA-ARIOSTI, il conte CESARE BIANCHETTI, l'avvocato ANTONIO SILVANI, il professor FRANCESCO ORIOLI, il conte CARLO PEPOLI, il conte ALESSANDRO AGUCCHI e l'avvocato ANTONIO ZANOLINI.
Il giorno 5 il Prolegato istituì una Guardia provinciale e a capo di questa mise il maggiore LUIGI BARBIERI, il conte CARLO PEPOLI, il marchese ALESSANDRO GUIDOTTI, il cavalier CESARE PAGANI e il marchese PAOLO BORELLI. Quel giorno stesso furono abbassati gli stemmi della Chiesa dal pubblico palazzo e fu inalberata la bandiera tricolore. Il CLARELLI-PIERACCIANI protestò e, non essendo stato ascoltato, partì alla volta di Firenze e di Roma. Allora la Commissione prese il nome di "Governo provvisorio della Città e Provincia di Bologna" e in un proclama, spiegò le ragioni per cui aveva assunto il potere e quella denominazione.

Intanto la rivoluzione si propagava per tutta la Romagna con rapidità straordinaria. Ovunque le milizia pontificie fraternizzavano con gli insorti e le Autorità cedevano il potere pacificamente a commissioni provvisorie. Solo a Forlì ci fu un conflitto tra le milizie e il popolo con alcuni morti e feriti. Poi il 5 febbraio, nella stessa Forlì, monsignor Gazzoli cedette il governo ad una commissione composta dal gonfaloniere marchese LUIGI PAOLUCCI, dal cavalier PIETRO GUARINI, da GIACOMO CICOGNANI, dal dottor MICHELE ROSA, dal nobile PIETRO BOFONDI, da GIOVANNI ROMAGNOLI e dall'avvocato LUIGI PETRUCCI.

A RAVENNA, il 6 febbraio, monsignor ZACCHIA nominò una commissione formata dal cavalier GIULIO RASPONI, dal conte PIER DESIDERIO PASOLINI, dal conte FRANCESCO RASPONI, dall'avvocato GIUSEPPE ZALAMELLA. dai dottori PIETRO GHISELLI e CLEMENTE LORETA e dall'avvocato GIROLAMO ROTA.

A IMOLA fu costituito un governo provvisorio di nove persone: gli avvocati ANGELO FERREIANI, COSTANTE FERRARI, GIORGIO PAZZONI, PIETRO PAGANI, GIUSEPPE CANONI, il dottor PIETRO TOSELLI e i tre sacerdoti don GIUSEPPE ZACCHERONI, don ANTONIO PASINI e don LORENZO SALVATICI.

A FERRARA la commissione risultò composta dai conti dottor PIER GENTILE VARANO, GIAMBATTISTA BOLDRINI, gli avvocati GAETANO RECCHI, VINCENZO MASSARI, IPPOLITO LEATI e dal dottor IPPOLITO GUIDOTTI, sotto la presidenza dello stesso Prolegato monsignor MANGELLI, il quale però, poco dopo, dovette andarsene.
A PESARO e URBINO nella delegazione la commissione di governo nominata da monsignor CATTANI il giorno 9, fu formata dai conti GIUSEPPE MAMIANI, FRANCESCO CASSI, DOMENICO PAOLI, dal marchese PIETRO PIETRUCCI e dall'avvocato PAOLO BARILARI.

IL PROCLAMA DI BOLOGNA

Il giorno 8 febbraio il Governo provvisorio di Bologna pubblicava il seguente proclama:

"Considerando che l'opinione pubblica, per mille energiche ragioni manifestata, esige che senz'altro indugio si dichiari rotto per sempre quel vincolo che ci faceva a noi soggetti del dominio temporale del Romano Pontefice; considerando che, nella mancanza di altra più legale Autorità, noi legittimati dall'impero e dalla urgenza delle circostanze e dall'acquiescenza dei Cittadini e, per il fatto, di essere gli unici rappresentanti del Popolo, abbiamo il dovere di notificare la volontà fortemente espressa dal Popolo stesso; considerando inoltre che per dare un nuovo ordine legittimo al Governo è necessario di ottenere l'espressione della generale volontà dei Cittadini, dichiara:

Articolo l°: Il Dominio Temporale, che il Romano Pontefice esercitava sopra questa Città e Provincia, è cessato di fatto, e per sempre di diritto.
Articolo 2°: Si convocheranno i Comizi generali del Popolo per scegliere i Deputati, che costituiscano il nuovo Governo.
Articolo 3°: Saranno pubblicate per l'esecuzione delle norme da seguirsi appena sarà nota la imminente unione di altre città vicine, e quale debba essere il numero dei deputati da scegliere, affinché cominci ad esistere una legale rappresentanza nazionale".

Ad ANCONA il presidio pontificio era composto di seicento uomini al comando del colonnello SUTHERMANN, i quali, credendosi abbastanza numerosi per tenere a freno la cittadinanza e pensando che con il mostrare risolutezza avrebbero intimorito i liberali, non esitarono a fare fuoco sulla popolazione che chiedeva solo l'istituzione di un governo provvisorio; pagarono questa richiesta con due morti e parecchi feriti.
A quel punto i colonnelli napoleonici GIUSEPPE SERCOGNANI e PIER DAMIANO ARMANDI accorsero da Pesaro con le guardie provinciali e, raccolte per la via altre truppe, si presentarono ad Ancona, si unirono agli insorti di quella città, e costrinsero il presidio a chiudersi nella fortezza intorno alla quale furono posti il blocco e l'assedio.

A SAN LEO - Il 12 intanto si arrendeva questo forte, tenuto dal maggiore pontificio BAVARI, furono liberati 28 detenuti politici e cadevano in mano dei liberali quaranta cannoni e una gran quantità di viveri e munizioni; poi si ribellarono Fano, Senigallia e Urbino; il 13 si sollevava Spoleto; il 14 Perugia, Assisi, Foligno, Todi.
Il 17, ad Ancona, dopo otto giorni di assedio, il colonnello Suthermann si arrese e gran parte delle sue truppe passarono sotto le bandiere del SERCOGNANI, che, muovendo il giorno dopo su Fermo ed Ascoli, faceva insorgere tutti i territori del Piceno, mentre anche le popolazioni di Macerata, Camerino, Recanati, Loreto e Tolentino si ribellavano.
Della rivoluzione di Bologna era giunta il giorno 5 notizia a FRANCESCO IV, il quale, considerando che i liberali del ducato presto avrebbero ricevuto aiuti dalle vicine province e che perciò Modena non avrebbe offerto più sicurezza, deliberò di allontanarsi e andare a porsi, nella vicina Mantova, sotto la protezione dell'imperatore di Austria.
Lasciato a presidio di Modena un migliaio di soldati sotto il comando dei colonnelli PUPAZZONI e FERRARI e fatta sparger la voce,che sarebbe tornato prestissimo alla testa di un esercito austriaco, la sera dello stesso 5 febbraio il duca partì dalla sua capitale con la famiglia, le sue cose più preziose e settecento uomini, portandosi dietro CIRO MENOTTI, chiuso in una carrozza e scortato da tre dragoni, uno dei quali, incitato dagli amici e dai parenti del prigioniero, si adoperò presso i compagni allo scopo di far fuggire durante il viaggio l'arrestato, ma non vi riuscì.
A governar Modena Francesco IV aveva lasciato una Reggenza formata dei Consultori dei Dicasteri sotto la presidenza del potestà marchese GIUSEPPE RANGONI; ma la mattina del 6 la Reggenza si dimostrò impotente a governare e a dominare la incontenibile sollevazione che si era estesa in città soprattutto dopo fuga del duca; fu allora deliberata l'istituzione della Guardia civica sotto il comando del colonnello PIETRO MARANESI e, dietro proposta dell'avvocato VINCENZO BORELLI, furono liberati i detenuti politici, alcuni dei quali, come il PONZONI, vi erano rinchiusi da circa dieci anni.

Entravano intanto in città numerosi insorti dei vicini paesi, guidati dal MONTANARI, dal BRACCIOLANI, ROCCA, ZENAROLI, BISI, FRANCESCO RANGONI, recando la bandiera tricolore nazionale; nel pomeriggio giungevano alcune centinaia di liberali armati da Bologna; la sera si riunivano nel palazzo comunale il podestà e sette conservatori municipali per costituire un governo provvisorio, di cui essi stessi entravano a far parte insieme con tre ardenti liberali imposti dalla folla tumultuante nella piazza: ed erano gli avvocati BIAGIO NARDI, LEOPOLDO BELLENTANI e il dottor FRANCESCO CIALDINI.
La mattina del 7 marzo con editto fu data comunicazione alla cittadinanza della costituzione del governo provvisorio. Quello stesso giorno entrò a Modena CELESTE MENOTTI con una compagnia di volontari carpigiani; il giorno dopo furono spediti messi nel Mantovano per indurre i settecento soldati ducali partiti con Francesco IV a ritornare in patria; infine il 9, settantadue autorevoli cittadini sottoscrissero un atto rogato da VINCENZO BORELLI, con il quale si dichiarava decaduto di diritto e di fatto da ogni autorità e potestà il duca Ferdinando e si proclamava l'indipendenza e libertà dello Stato modenese.

In quell'atto, che s'intitolava "Deliberazione dei cittadini modenesi riuniti per la difesa della Patria", i sottoscrittori nominavano inoltre provvisoriamente tre consoli preposti alle armi, alla giustizia ed alle finanze, e un dittatore rivestito di pieni poteri. Furono eletti consoli il colonnello PIETRO MARANESI, l'avvocato FERDINANDO MINGHELLI e il marchese GIOVANNI ANTONIO MORANO; fu nominato dittatore l'avvocato BIAGIO NARDI. Questi scelse come suo segretario l'avvocato FRANCESCO CIALDINI e il 12 febbraio pubblicò un proclama di cui riferiamo alcuni brani più significativi:

"Non si abbia timor che ci turbi l'idea d'intervento o non intervento, come da gente paurosa si va talvolta insinuando. L'Italia è una sola, la nazione italiana è una sola, perché a tutti gli abitatori d'Italia appartiene questa classica terra, perché la bella lingua italiana tutti gli Italiani unisce in una grande famiglia, composta di circa sedici milioni di abitanti. E' sempre stata disgrazia per noi Italiani l'essere divisi da governi, ma ciò non toglie il carattere nostro nazionale. Se dunque i popoli di una stessa nazione divisi fra loro si riuniscono spontaneamente, senza che l'uno faccia violenza all'altro, quale timore vi può mai essere di violare quella legge che lega soltanto quelle cinque potenze europee che hanno convenuta fra loro questa legge che io chiamerei una legge inumana e crudele ? Ciascun popolo dunque porga teneri e spontanei abbracci all'altro e non tema di violare quella legge che i popoli d'Italia non hanno né mai fatta né mai accettata".

L'avvocato Nardi tenne la dittatura dal 9 al 22 febbraio e in questi pochi giorni pubblicò trecento settantadue decreti e deliberazioni; soppresse alcune tasse, abolì la censura sulla stampa, riordinò gli studi, mitigò le leggi contro gli Ebrei e divise le forze militari in truppe di linea, e in guardia nazionale mobile e di stanza
Le truppe di linea erano composti da due reggimenti reclutati uno a Modena e l'altro a Reggio. Questa città era insorta il 6 febbraio per opera dei carbonari PAOLO LAMBERTI e ANGELO LUSTRINI e di una nobile donna, GIUDITTA BELLERIO, vedova di GIOVANNI SIDOLI che nel processo di Rubiera era stato condannato a morte in contumacia ed era poi morto in esilio. Il 7 era stata concessa la Guardia civica e il 9 la Magistratura municipale si era costituita in governo provvisorio innalzando il tricolore, riservando a sé la parte amministrativa e associandosi per la parte politica il giurencosulto PELLEGRINO NOBILI, il conte GIACOMO LAMBERTI, il nobile GIOVANNI FRIGGERI, l'avvocato GAETANO BERGONZI, JACOPO FERRARI e PIER GIACINTO TERRACCHINI.
Il governo provvisorio di Reggio e quello di Modena, che avevano agito separatamente fino al 22 febbraio, quel giorno si fusero in un solo governo composto da tre modenesi, il Nardi, il Morano e il Rangoni, e tre reggiani, il Nobili, il Ferrari e il Terracchini. La presidenza fu data a Pellegrino Nobili, all'avvocato Nardi la vicepresidenza; segretario generale fu nominato l'avvocato Francesco Cialdini di Modena, segretario aggiunto il dottor Napoleone Lamberti di Reggio

Dei due reggimenti di linea fu offerto il comando al generale CARLO ZUCCHI, il quale diede le dimissioni a Milano da maresciallo austriaco e senza aspettare che fossero accettate partì e il 22 febbraio giunse a Reggio accolto da una gran festa. Due giorni dopo altre feste ci furono per lui a Modena e il 26 dal governo provvisorio fu nominato ministro della guerra con il titolo di Prefetto generale militare ed ebbe ai suoi ordini i colonnelli PIETRO MARANESI e CARLO ROSSI.

Degli stati del duca di Modena rimasero fedeli a Francesco IV la Garfagnana, Massa e Carrara; in quest'ultima città tentò di innescare la rivolta lo studente DOMENICO CUCCHIARI, di cui avremo occasione più tardi di parlare.

LA RIVOLTA DI PARMA

A PARMA la rivolta scoppiò circa una settimana dopo di Modena. Il 10 febbraio, giunte le notizie degli avvenimenti dal vicino ducato e dalle legazioni pontificie, iniziarono alcune dimostrazioni popolari, che si rinnovarono il giorno seguente. Il 12 il governo prese alcune misure di sicurezza, occupando con le truppe i punti strategici, ma le dimostrazioni continuarono e diventarono sempre più estese e minacciose.
Allora il podestà con alcuni anziani e notabili si recò da MARIA LUISA e dal barone FERDINANDO CORNACCHIA, presidente dell'Interno, chiedendo qualche concessione, ma la duchessa, domandato il giorno 13 il parere del Consiglio di Stato, rispose che piuttosto di fare concessioni sarebbe andata via dalla città.
Intanto visto come si mettevano le cose, il barone di WERKLEIM, segretario di Stato, successo nel 1829 al conte NEIPPERG e odiato per la sua rapacità, si allontanava di nascosto. Del resto erano a lui -odiato e disprezzato- indirizzati i tanti "a morte!" che si gridava in piazza.

Continuavano i tumulti; piccoli reparti di truppa furono disarmati e qua e là in città dagli studenti fu innalzato il tricolore.
Il 14 il podestà e cinquanta anziani e notabili, decisero di ristabilire l'ordine, e istituirono la Guardia nazionale con bandiera e coccarda tricolore sotto gli ordini del maggiore FEDELI; non prima che i capi del movimento moderato liberale cercassero di indurre la duchessa a formare e a presiedere un governo provvisorio; ma lei ostinata ripeteva che preferiva piuttosto allontanarsi; a quel punto la Magistratura municipale dichiarò che, sebbene con dolore, era costretta a rispettare la volontà popolare e nello stesso tempo la determinazione della sovrana di partire garantendogli che nessun ostacolo avrebbe incontrato la sua partenza. Nella stessa notte dal 14 al 15 febbraio MARIA LUISA lasciò Parma, accompagnata dai ministri Cornacchia e Mistrali e scortata da una compagnia della Guardia nazionale, alla volta di Cremona e di là quindi si rifugiò a Piacenza dov'era di stanza un presidio austriaco agli ordini del generale GEPPERT.

Dopo la partenza di Maria Luisa, la Magistratura municipale costituì un governo provvisorio di cinque membri che furono i conti FILIPPO LINATI, JACOPO SANCITALE, GREGORIO FERDINANDO CASTAGNOLA, il cavalier FRANCESCO MELEGARI e ANTONIO CUSA, i quali, più tardi, si associarono, per desiderio degli studenti, ERMENEGILDO ORTALLI e MACEDONIO MELLONI.
Al governo provvisorio giunsero ben presto le adesioni di quasi tutti i territori del ducato; ma il moto non riuscì a propagarsi a Piacenza, anzi la duchessa riuscì a ristabilire la sua autorità in Fiorenzuola.
Da Parma, il 20 febbraio, vi fu mandato un corpo di milizie che riprese Fiorenzuola, ma nella notte del 24 al 25 una colonna di soldati austriaci assalì e cacciò fuori le truppe parmigiane, poi il 26 MARIA LUISA inviò a Parma un proclama, in cui, dopo aver dichiarato che non avrebbe approvato nessun atto del governo provvisorio, avvertiva che avrebbe trattato con il massimo rigore "coloro che persistevano ostinatamente nelle depravate idee e nella ribellione".

Il governo provvisorio pubblicò il proclama, avvertendo però che si era costituito nell'assenza di ogni autorità. Questo fatto vale a caratterizzare il moto di Parma, che non fu una vera rivoluzione come a Modena e altrove. A Parma i veri rivoluzionari erano pochi; i più erano dei liberali moderati, che nutrivano molto affetto per la duchessa e si sarebbero guardati bene dal mancarle di rispetto. Il carattere del moto parmigiano spiega abbastanza bene il contegno blando di Maria Luisa quando poi ritornò nella capitale del suo ducato l'8 agosto, cioè quando s'infranse il tentativo dei rivoltosi. Ci rimase fino alla morte; il 17 dicembre 1847, si assopì per non risvegliarsi più. Non le fu dato da vedere gli avvenimenti futuri di Parma e della Storia d'Italia.
(Di Parma e di Maria Luisa ce ne occuperemo ancora nei prossimi capitoli).

Quando Maria Luisa era entrata a Parma per la prima volta, temendo chissà cosa, il 18 aprile 1816, fece il suo ingresso nel suo piccolo Stato, con lo scampanio di tutte le chiese, l'incenso del clero, gli omaggi dei notabili ed il giubilo del popolo. Lei che era stata a Vienna figlia di un imperatore, poi lei stessa imperatrice a Parigi, moglie di quell'uomo che aveva sconvolto l'Europa, Maria Luisa nel suo piccolo ducato regnò quindi per grazia propria, anche se governò con l'aiuto del Neipperg, secondo le direttive del Metternich. Il Ducato era e rimase parte secondaria della Casa d'Austria. Maria Luisa era nata Arciduchessa austriaca e questo era il suo vero ruolo e LEI con orgoglio, di fatto volle mantenere, anche se non poteva condurre vita di gran Corte a causa delle limitate disponibilità. Tuttavia Maria Luisa fece di necessità virtù. Abbellì Parma come una vera reggia. Una città che amò, anche perché a Vienna ormai la mortificavano; lei era la "sposa del nemico". Estendevano anche alla sfortunata figlia degli Asburgo, la rimozione dei ricordi del "rivoluzionario corso" che aveva, da vivo e da morto, appiccato gli incendi sempre più difficili da domare.

Maria Luisa, dedicandosi al bene del suo nuovo Paese, riuscì a farsi benvolere da tutti. I parmigiani si sentivano lusingati di avere per Sovrana colei che era stata la prima Signora d'Europa, ed anche come austriaca era ben accetta, perché aveva portato anche la pace e l'ordine che tutti desideravano.
(Vedi qui la sua biografia "LA SPOSA DEL NEMICO")

Ma le numerose insurrezioni nell'Italia centrale
di questo primo periodo rivoluzionario non erano solo queste.
Anche a Roma i liberali si agitavano
fin quando alla fine del 1830 pensarono di assalire la fortezza pontificia
di Castel S. Angelo.....
è la prossima puntata di questo periodo > >

 

( VEDI ANCHE I SINGOLI ANNI o in TEMATICA)

Fonti, citazioni, e testi
Prof.
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia -
P.COLLETTA - Storia (Napoleonica) del Reame di Napoli 1734-1825- 1834
NAPOLEONE - Memoriale di Sant'Elena - (origin.
1a Ed. -1843
R. CIAMPINI - Napoleone - Utet - 1939
E. LUDWIG - Napoleone - Mondadori 1929
A. VANNUCCI - I Martiri della Libertà - Dal 1794 al 1848 - Lemonnier 1848
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (14 vol.) Einaudi
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