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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1830-1831

RIVOLUZIONI NELL'ITALIA CENTRALE

SECONDA PARTE
TENTATIVI INSURREZIONALI A ROMA - EDITTI DI GREGORIO XVI E DEL CARDINALE BRUNETT
LA MARCIA SU ROMA DEL SERCOGNANI - ARRESTO DEL CARDINAL BENVENUTI
L'ASSEMBLEA DEI RAPPRESENTANTI DELLE "PROVINCIE ITALIANE UNITE"
I DURISSIMI (INTEGRALI) PROCLAMI DEL PAPA E DEL LIBERALE VICINI
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I TENTATIVI INSURREZIONALI A ROMA


Non solo in Romagna c'erano fermenti in questo primo risveglio degli italiani, ma anche a Roma i liberali si agitavano. Un'insurrezione "doveva" scoppiare il 10 dicembre del 1830, giorno in cui un audace manipolo avrebbe da Piazza S. Pietro occupato l'armeria pontificia e Castel S. Angelo, quindi, armato il popolo, si sarebbe proclamata la repubblica sul Campidoglio. Ma la polizia ne fu avvertita e il tentativo andò in fumo. CARLO LUIGI NAPOLEONE (1807-1873) (figlio di Luigi, fratello di Napoleone Bonaparte) che aveva avuto una parte non indifferente nella cospirazione (si sentiva allora capo del partito bonapartista), fu espulso dallo Stato Pontificio e si rifugiò a Firenze, dove si trovava il fratello.

Il 16 gennaio del 1831, mentre durava il conclave per l'elezione del papa (Greggio XVI fu poi eletto il 2 febbraio), un grosso petardo fu sparato sul "ventaglio del portone di Monte Cavallo" e il 22 da mano ignota fu distribuita nel conclave una satira di Pasquino in cui s'ingiungeva ai cardinali di eleggere il Pontefice non più tardi del 10 febbraio, minacciandoli, in caso contrario, di proclamare la repubblica.
Il 5 febbraio, tre giorni dopo l'elezione del nuovo Papa, rappresentandosi al teatro "Apollo" l'opera del Pacini "Gli Arabi nelle Gallie", il pubblico applaudiva e faceva replicare l'aria del baritono "Sotto l'acciaio - della vendetta - L'iniqua setta - cader dovrà"; il giorno dopo una riunione di carbonari avveniva in piazza di Santa Maria in Cosmedin e un'altra, più numerosa, se ne teneva la notte del 9 sul Gianicolo per suscitare all'indomani - che era il giovedì grasso di carnevale - un tumulto nel Corso durante le sfilate carnevalesche, per poi approfittare del parapiglia e impadronirsi del palazzo del governo e di Castel S. Angelo.

Sul soglio Papa da una settimana, GREGORIO XVI era preoccupatissimo per gli avvenimenti che venivano a turbare la tranquillità della capitale, e nello stesso tempo era atterrito dalle notizie (le abbiamo viste nel precedente riassunto) che gli giungevano dalle Legazioni, e il 9 febbraio faceva pubblicare un editto che rivelava chiaramente la grande inquietudine in cui viveva il Capo della Chiesa.
(ne riportiamo fedelmente e letteralmente il testo):

"Chiamati dalla Divina Provvidenza ad onta della nostra tenuità al sommo pontificato ed al governo di quelli Stati che ne formano il patrimonio, dilatiamo solleciti sopra di loro il nostro cuore, affinché subito conoscano da quali sentimenti fummo per loro penetrati fin dal momento che su di noi si spiegò la volontà di quello nelle cui mani sono le sorti degli uomini. Posti ad esser per essi, più che principe, padre amorosissimo, rivestimmo viscere di padre che desiderava solo il bene de' i suoi figli e solo per questi mise in opera le sue sollecitudini. Quindi volgemmo subito i nostri pensieri alle varie classi di quelli che Dio ci diede per figli, e nell'amarezza del nostro spirito vedemmo il risultato infelice di quelle circostanze che in tante guise ovunque portarono l'indigenza e il disordine. Accorsero bene provvidamente i nostri predecessori di sempre cara memoria, e posero in opera tutti i mezzi che all'animo loro benefico poterono suggerire la vastità delle loro vedute e la paterna loro tenerezza pel popolo. Persuasi noi pertanto che ulteriori provvidenze siano tuttora necessarie pel sollievo dei sudditi, in, queste ci siamo occupati e ci occuperemo incessantemente, sebbene le molteplici cure alle quali ci chiama il governo della Chiesa formino alla nostra mente un complesso di tanti altri e tanto più gravi pensieri. Sa Iddio se nella ristrettezza delle nostre facoltà e in mezzo a tante infauste vicende che anche più le esauriscono, tutto ci proponiamo di eseguire, affinché non per le sole benedizioni del cielo, ma per la feracità della terra eziandio vivano lieti all'ombra della pace e nella quiete abbondevole quelli che Dio commise alle nostre cure. Sono pur queste le idee che abbiamo già manifestato, queste le istruzioni emesse, questi i provvedimenti raccomandati a chi deve esserne per i rispettivi incarichi esecutore; affinché sperimenti ognuno, e quelli massimamente cui la Provvidenza collocò in istato d'indigenza, quanto il novello lor padre vegli sollecito a minorarne, quanto sia possibile, i bisogni. Ma quando appunto eravamo nel dolce pensiero di consolare i nostri figli, quando consultavamo i modi di sollecitarne l'effetto, ci sono giunti tristissimi annunzi dì sconvolgimenti funesti accaduti in alcune province de' nostri Stati. Forti però di quell'aiuto che reca fermezza fra le angustie, ci umiliamo sotto la mano potente del Signore, considerando che erano segnati così infaustamente i primi momenti del nostro pontificato, anzi il giorno stesso riserbato ad onorare nella nostra miseria con solennità d'auguste cerimonie la dignità del principe degli Apostoli, che pure nell'erede indegno non manca. Ma in tanta agitazione ci conforta il pensiero che il Padre Divino, che ravviva e fortifica per quei consigli che sono alla corta vista degli uomini imperscrutabili, sa altresì con tratti amorevoli di sua misericordia sollevare i servi suoi dal profondo in cui prima li ridusse, non permettendo che superiori alle forze ne siano le tribolazioni. Con siffatti sentimenti noi parliamo anche a quelli che se incauti si allontanarono dal nostro seno, non cessarono perciò né cessano di esser cari a chi per essi conserva spirito di carità e di misericordia. Sicuri noi che il loro traviamento abbia cagione dal non conoscere che avevano riacquistato un padre che supplisce alla mancanza di quello cui lacrimarono estinto, volgiamo loro assicurazione di pietà e di perdono, quali si convengono a chi sa d'essere vicario di un Dio fatto uomo, il quale si gloriò, quasi di particolare sua prerogativa, di esser mite ed umile di cuore. Riflettano quegl'infelici quale ferita aprirono nel seno del loro padre, quale tranquillità perdettero, quali pericoli incontrarono; e al paragone cruccioso dello stato di disordine e d' inquietudine nel quale si gettano, piangano nella sincerità del cuore l'allontanamento dalle acque vive per formarsi cisterne dissipate. Non avendo se non brame pacifiche e conciliative, non cercando se non il bene di chi avremo sempre per figli, apriamo fin d'ora su di essi le viscere d'amorevolezza, mansuetudine ed indulgenza, troppo amareggiandoci il pensare solamente di poter trovarci nella necessità di essere ricorso al rigore; mentre siamo fermi nel proposito di estendere a quei luoghi, del pari che a tutti gli altri nostri domini, provvidenze di benéficenze e di prosperità. Ascolti il Padre delle misericordie le umili nostre preghiere, che fatti mediatori tra Esso e il popolo solleviamo ferventi, perché dissipato ogni errore, dileguata ogni avversa macchinazione, sia l'amor della religione, la sommissione, la concordia quello spirito che animi tutti i nostri sudditi; come quello di farli contenti è il voto che regola noi nella effusione del cuore, colla quale impartendo a tutti l'apostolica benedizione, su tutti imploriamo la pienezza delle celesti consolazioni".

A questo linguaggio mite o pacifico del Pontefice non facevano riscontro il linguaggio e l'azione dei suoi ministri. Il governatore di Roma, monsignor CAPPELLETTI, avuto sentore di ciò che si tramava (le spie non mancavano) proibiva su Roma tutte le mascherate carnevalesche, e raddoppiava le guardie per il giovedì grasso a Piazza Colonna, al Quirinale, al Castel S. Angelo e in altri luoghi; il segretario di Stato cardinal BERNETTI, con l'editto del 12 febbraio, ordinava che la Guardia civica d'ogni regione fosse accresciuta di cento uomini fedeli e valorosi, e poiché la sera dello stesso giorno 12 avveniva uno scontro sanguinoso tra una gruppo di liberali e una compagnia di granatieri in piazza Colonna seguito da arresti e da un movimento di reazione fra i popolani del Trastevere a favore del Pontefice, il medesimo cardinale Bernetti pubblicava in data del 14 febbraio un editto minaccioso e violento che in verità non andava d'accordo con quello dimesso e dolce di Gregorio XVI.
(l'editto lo riportiamo fedelmente e letteralmente):

"Una turba di scellerati ha immaginato che fosse facile impresa lo sconvolgere l'ordine pubblico e far dimenticare ai Romani la religione che professano e l'attaccamento e la devozione di cui si gloriano verso il loro Padre e Sovrano, e di trovare le onorate truppe pontificie senza fedeltà e senza valore ! Costoro fra i delitti e le tenebre hanno maturato pensieri di ribellione in questa città, e l'hanno pure tentata, ma inutilmente. Essi però non sono ancora disingannati. Il governo sa le loro macchinazioni; non ignora i mezzi che adoperano; conosce lo scopo a cui tendono; e si è posto in misura contro tali indegne manovre. Vuole però il S. Padre che questa fedele popolazione conosca che gl'ingrati, i perfidi, gli empi non abbandonano facilmente le loro imprese; benché certi della inutilità dei loro sforzi, pure tuttora si affidano ed alle voci che spargono per ispirar timore, ed ai nomi illustri che falsamente vantano di avere per istigatori e compagni, ed alla speranza di veder prima stancate le truppe nel loro servizio, ch'essi saziati di macchinare il delitto. Il progetto già conosciuto di questi ribaldi è il saccheggio non meno delle pubbliche che delle private proprietà, e colla lusinga di queste prede hanno cercato di acquistar seguaci e quindi di tentar la rivolta. Essi però non l'otterranno, vegliando sempre alla difesa di Roma la Divina Provvidenza per l'intercessione validissima di Maria Santissima, particolare protettrice di questa sua devota popolazione, e dei gloriosi apostoli Pietro e Paolo. Ed è appunto per un tratto di questa Divina Provvidenza che fra i sedotti e tratti in inganno ve ne fossero pur di quelli che, lacerata l'anima da rimorsi crudeli, si sono indotti a confessare l'errore e a manifestare le trame. Il governo non lascerà queste impunite. Ma frattanto se i facinorosi tentassero di bel nuovo qualche loro impresa, non dubita il Santo Padre, certo della illimitata ed imperturbabile fedeltà dei suoi sudditi e figli, che ad ogni segno che si dia dal forte Sant'Angelo e colle pubbliche campane battute a martello, tutti gli ascritti al servizio militare, associandosi, per quanto sia possibile, ai rispettivi corpi, accorreranno alla pronta e generosa difesa della Religione, della Patria e del Trono".

Pochi giorni dopo, il cardinale BERNETTI faceva pubblicare un altro editto con il quale ammoniva i popoli delle province sollevate sui pericoli che correvano, mostrava illusorie le promesse la diminuzione dei pubblici gravami fiscali, tentava di alienare gli animi dalla rivoluzione agitando lo spauracchio della coscrizione e lamentava infine le offese che erano state fatte alla religione.
(ed ecco il testo integrale e letterale):

"Ma è tempo - che l'irreligione e la fellonia piombino nell'abisso da cui uscirono. Tocca ai popoli fedeli alla Religione ed allo Stato dimostrare a chi li opprime o tenta opprimerli che essi ben conoscono gli ingenui e gl'ingannatori. Sappiano essi che migliaia di sudditi fedeli offronsi per volare alla difesa dei sovrani diritti oltraggiati, e che illimitata è la fiducia che conta il santo Padre su di essi, sicuro che incontrerebbero coraggiosi ogni sacrificio per causa sì bella. Egli è nel procinto di chiamarli al cimento; e colla protezione di quel Dio che veglia in pro della sua sposa, il desiderio dell'empio perirà".

Ma con i manifesti non si poteva vincere la rivoluzione né trattenere nella fede del governo papale le popolazioni, che non era fatta però come sosteneva di "felloni" o da un'ignorante plebaglia . Quindi occorrevano fatti. Occorreva, prima d'ogni cosa, fronteggiare il SERCOGNANI, già promosso generale, che avanzava verso Roma con un piccolo esercito di circa tremila uomini, riuniti alla meglio nelle Marche, male armati e male addestrati, fra cui si trovavano i due fratelli LUIGI NAPOLEONE e CARLO LUIGI NAPOLEONE (proprio gli stessi che poi difenderanno la Chiesa dal 1848 al 1870) e parecchi carbonari romani, fra cui degni ricordiamo MICHELE ACCURSI e i dottori PIETRO STERBINI e RINALDO PETROCCHI.
Il cardinal BERNETTI ordinò che si organizzassero reparti di volontari e ne affidò il comando al tenente-colonnello G. LAZZARINI, il quale si recò con queste milizie improvvisate a Civitacastellana, dove per suo consiglio furono liberati i condannati politici che vi erano chiusi, allo scopo di gettar polvere negli occhi con questo magnanimo atto di clemenza.

Ma non furono i volontari del Lazzerini quelli che salvarono Roma dal Sercognani. Questi avrebbe forse potuto impadronirsi della capitale se avesse potuto disporre di maggiori forze e se avesse effettuato una rapidissima marcia su Roma. Invece da una parte il generale ARMANDI, ministro della guerra a Bologna, ripetutamente sollecitato di mandargli rinforzi, non gli mandò neppure un soldato dei molti che stavano inoperosi a Ravenna e a Forlì; dall'altra parte il Sercognani riceveva ordini da Bologna di non tentare l'impresa di Roma, che non era facile e che poteva dispiacere alla Francia, e per questo motivo e per altri procedeva lentissimamente.
A Terni la "Marcia su Roma" indugiò non poco, altro tempo sciupò davanti a Civitacastellana che ritenne prudente non assalire, poi si spinse, combattendo e vincendo i Pontifici a Borghetto, a Calvi, alle Grotte e a San Lorenzo, verso Rieti ed essendosi il colonnello BENTIVOGLIO, che comandava i duecento uomini del presidio, eccitato dal vescovo monsignor GABRIELE FERRETTI rifiutato di arrendersi, l'8 marzo investì la città, ma ne fu ricacciato da un furioso uragano e dalla resistenza accanita della guarnigione e degli abitanti. Il Sercognani non volle ritentare l'assalto e il giorno dopo fece ritorno a Terni, poi si ritirò a Spoleto. Qui le sue truppe si sciolsero e gran parte di esse depositarono le armi nelle mani del vescovo di quella città che era lui, monsignor GIOVANNI MARIA MASTAI-FERRETTI (il futuro papa Pio IX).
Il cardinal Bernetti non si limitò soltanto a reclutar volontari e a rafforzare il presidio di Civitacastellana, ma suggerì al Pontefice di inviare il cardinale GIOVANNANTONIO BENVENUTI, vescovo di Osimo, con l'incarico di Legato a latere nelle province insorte, rivestendolo di pieni poteri per ricondurre con la persuasione e con la forza all'obbedienza della Santa Sede le popolazioni sollevate.
Il Benvenuti però non riuscì neppure a iniziare la sua missione perché, essendo state intercettate alcune lettere in cui gli si davano istruzioni, fu il 13 febbraio arrestato dalle guardie civiche in Osimo e condotto sotto buona scorta a Bologna.

L'ASSEMBLEA DEI RAPPRESENTANTI DELLE
"PROVINCIE ITALIANE UNITE"

A Bologna intanto il Governo provvisorio non rimaneva inoperoso; studiava il riordinamento delle finanze e la riforma del sistema tributario e il 9 febbraio emanava un decreto con cui riordinava i tribunali e nominava una Commissione, composta dagli avvocati VICINI, SILVANI, ZANOLINI, RECCHI, CATTABENI, del prof. ORIOLI e dei conti PAVOLINI e MAMIANI, perché approntasse un progetto di costituzione provvisoria sul modello della carta costituzionale francese.
Il 12 febbraio il Governo ordinava la costituzione di parecchi corpi di milizie e il giorno dopo il comitato ordinatore dell'esercito, che era composto del generale di divisione GRABINSKI, del generale di brigata BARBIERI e dell'ispettore generale GANDOLFI, apriva arruolamenti volontari fra i celibi dai diciotto ai trent'anni.
Intanto si convocava a Bologna per il 26 febbraio un'assemblea di rappresentanti delle province romagnole, marchigiane ed umbre, e l'avvocato GIOVANNI VICINI preparava un interessante scritto, che pubblicava alla vigilia del congresso e in cui spiegava i motivi che avevano provocata la rivoluzione.
(che riportiamo integralmente e fedelmente):

" Non appena era assunto al sommo sacerdozio il novello Pontefice Gregorio XVI, che moveva alla Divina Provvidenza amare querele perché i popoli in prima a lui sudditi si fossero sottratti al dominio temporale dei papi. Né pose mente, come il Divino Fondatore del Cristianesimo non assicurasse loro siffatto potere, che anzi lo aveva ad essi con chiare parole negato. E rivolgendosi poscia ai detti popoli con sentimenti in apparenza più che di angelica umiltà, prometteva loro per venir meglio a sì ricondurli, ampio perdono quasi che di perdono abbisognassero quegli che rivendicano diritti, di cui furono iniquissimamente spogliati. Poco appresso il primario ministro di questo Principe che di tanta evangelica pietà si era vestito, ministro feroce non men d'un Seiano, ignorante e di sì gonfio quanto un Augustolo, e prodigo solo del pubblico danaro come fu Eliogabalo, confessando con schiettezza la mancanza d'ogni forza legittima per contenere i movimenti generosi dei popoli, e confondendo la santità della religione che veneriamo colla ragione assoluta dei troni che si aborre, ha osato promulgare infami editti, con cui chiamando ad armarsi i cittadini, dichiara che "nella sola guerra civile tutta sta la fiducia della tiara" e dello scettro: a tal che il suono delle campane, ora di letizia e di pace, divenuto a un tratto lugubre, fosse il miserando segnale del fraterno attacco e dello spargimento del sangue cittadino. Ma poiché noi fummo i primi a scuotere l'insopportabile giogo e a toglierci alla lunga vergogna della tenebrosa disciplina dei preti, sentiamo debito verso dei popoli coi quali avemmo comune il dominio ed abbiamo uguale la causa, il manifestare le cagioni che ci mossero a redimere la patria nostra dall'immeritato servaggio".

Esposte le ragioni storiche, il VICINI aggiungeva che quelle di Bologna

"da sole basterebbero a giustificare la rivoluzione, per quei motivi che sono comuni a tutte le province onde è composto lo Stato Pontificio; motivi che desunti dal mal operato dei governanti contro i fini dell'istituzione d'ogni buon governo, legittimano sempre al cospetto della giustizia la sollevazione dei popoli. Qui non solo niuna legge fondamentale, né alcuna nazionale rappresentanza, ma nessun consiglio nelle province, nessuna autorità nei municipi, nessuna tutela delle persone e delle sostanze; qui, infine, orrenda confusione nell'esercizio dei poteri, per questo tutto era sovvertito l'ordine d'ogni politico governamento. "Un principe sovrano circondato da settantadue principi, ad ognuno dei quali era dato il parlare in nome di quello e il promulgar leggi ed ordinamenti quali che si fossero in ogni ramo di pubblica amministrazione. Quante volte le leggi o i rescritti del sovrano (se pur qualche buon frutto usciva da quella pianta) furono irriti e nulli per arbitrio di coloro, cui era commesso l'eseguimento? E quando mai venne una qualsiasi ordinazione da un cardinale della Chiesa o da un ministro, che non fosse contratta da un'altra? I Presidi (spenta la Consulta, da cui erano sostenuti dapprima) mandati a governare le province le mettevano a fuoco e a fiamma come quei Mandarini della Cina; e quel che è peggio, senza la provvida istituzione di quell'Impero, per questo, ove il popolo si muova a rivolta, viene per la legge e senz'altro esame fatta sacra alla pubblica vendetta la testa del Mandarino. "La legislazione civile era tratta molta parte dal diritto Giustinianeo, cui andavano derogando i motupropri diversi a seconda che cambiava la persona dei Pontefici che si succedevano; aggiungasi la congerie dei canoni delle costituzioni papali, delle decisioni infinite dei tribunali aventi forza di legge, e che per maggiore imbarazzo s'opponevano tra loro. Erano poi leggi criminali i bandi vari nelle diverse province, i quali classificando i delitti e misurandone la gravezza a seconda delle decisioni dei teologi, e non dei politici, mirano a reprimere solo le azioni che congiungono alla imputabilità di chi le commette il danno del corpo sociale o dei suoi membri, non proporzionavano perciò le pene d'un modo conforme ai fini della giustizia punitiva, il cui istituto è quello d'opporre ostacoli sufficienti alla rinnovazione dei medesimi trascorsi.

"L'amministrazione della giustizia non poteva essere che una conseguenza mostruosa di quelle menti ch'erano le fautrici o inventrici di sì viziosa legislazione. Un Pretore, giudice di prima istanza delle cause di un'intiera provincia, doveva far fronte alla molteplicità loro, e assumere sopra di sé il carico della loro spedizione. In prima istanza parimenti un giudice deputato dal vescovo conosceva in ogni diocesi non solo le controversie che persone del clero o materie ecclesiastiche riguardassero, ma egli traeva ben anche a sé i laici in tutte quelle cause che dietro principi di un'arbitraria giurisprudenza erano chiamate di misto foro. Giudici delegati pure dai vescovi rivedevano le dette cause in grado d'appellazione. I privilegi poi senza numero rendevano malcerta la competenza dei tribunali. La Rota con strane formule decideva nella capitale dello Stato persino cinquanta volte una causa qualunque ed era fortuna se l'ultima acquistava la santità di cosa giudicata. La Segnatura, infine, sedente essa pure nella sola Roma, tribunale che avrebbe dovuto corrispondere ad una ben ordinata Corte dì Cassazione, non ad altro era istituita che a perpetuare le liti, riconducendo tante volte a nuovo principio giudizi consumati: in modo tale che l'amministrazione della giustizia diveniva uno dei rami non ultimi della finanza ad utilità della capitale e della immensa turba dei legulei, che a guisa di locuste rodevano le sostanze dei miseri contendenti delle province. Ma che diremo del modo ond'era dispensata la giustizia punitiva, se un Preside Legato della Provincia, il quale già era giudice privativo inappellabile in quante civili contese ci si volesse, aveva amplissíma facoltà di chiamare a sé la decisione di tutte le cause che importassero una pena fino a dieci anni di galera, decisione condotta in via economica, non soggetta ad appello, e (cosa orrenda a pensare) tolto il regolare processo, e rimossa la contestazione del reato e qualsivoglia mezzo di difesa?
"E qui cadrebbe in acconcio, se pur l'animo reggesse, parlare di quelle sanguinose Commissioni istituite nelle Marche e nell'animosa fervida Romagna all'unico intendimento di punire le nude opinioni degli uomini, dacché essendo dato a Dio solo lo scrutare i cuori e le coscienze, vietarono le umane leggi che si facesse delitto del pensiero. Quindi le torture prescritte in tutta la colta Europa, e i ceppi e le catene e i premi allo spionaggio e le impunità furono i mezzi di sì atroce istituzione, come le ferali sentenze che furono profferite diedero lungo argomento di pianto e d'inutili preghiere alle madri e alle spose, che videro la condanna e la perdita di soggetti sì necessari alle famiglie e tanto cari alla patria.

"L'istruzione pubblica era ordinata e procedeva d'un modo acconcio a confondere piuttosto che a chiarire gli intelletti dei giovani, nonostante la capacità di parecchi valentuomini addetti a sì importante ministero. Onde veniva che la società riceveva nel suo grembo giovani patentati, non sempre atti alla professione che legalmente vantavano. La distribuzione dei rami scientifici di ciascuna facoltà era mal fondata: si dividevano dei rami che avrebbero dovuto essere una materia sola per una cattedra. Ma peggio era l'ordine non naturale dell'insegnamento: per il fatto che o si facevano studiare ad un tempo due materie che avrebbero dovuto apprendersi successivamente o si anteponeva lo studio d'una materia che avrebbe richiesto la cognizione di un'altra che si studiava dopo. Mancavano cattedre corrispondenti ad alcuni rami necessari di una scienza, e questo si verificava nella facoltà matematica, dove se lo studio del "calcolo sublime" era preceduto da quello separato della sua "introduzione, la matematica applicata" non lo era poi dallo studio della "fisica generale", per la quale nessuna carica era istituita. Così dicasi a più forte ragione della facoltà legale dove erano ammessi il "gius pubblico", l'"economia politica", la "civile procedura". Altre erano bensì tollerate, ma non vi si obbligavano gli studenti; ed era assurdo che giovani indirizzati al Foro non avessero l'obbligo di studiare l'eloquenza, altri destinati all'agricoltura avessero arbitrio di tralasciare l'agraria, altri infine dati alla medicina umana o comparata potessero omettere lo studio fondamentale della storia naturale. Oggetto del pubblico biasimo era l'istituzione dei cosiddetti "professori supplenti", che dovevano conoscere le rispettive materie di quattro cattedre, ed essere pronti a salire quelle vacanti per l'infermità o morte del professore. Istituzione che dava libera predica non ai veri addottrinati, ma sebbene solo a loro.

"Ultima cagione sia quella della amministrazione disonesta delle pubbliche e delle private sostanze, che portando noi ad estrema rovina, destava la compassione dello straniero. I pubblici fondi, giunti alla Santa Sede dai governi precedenti, erano assegnati a turbe di oziosi raccolti nei chiostri. Questa provincia (mentre le altre erano in eguale o peggior condizione) ridotta soltanto a 300.000 abitanti, tributava alle pubbliche casse più che sei milioni di franchi; di questi una terza parte neppure era erogata nelle cose della pubblica utilità delle province e dei comuni, compreso il pagamento dei frutti ai creditori del consolidato. Una grossa somma del rimanente era consumata nella cattiva, orrenda amministrazione delle finanze dirette ed indirette dello Stato, amministrazione che conosciuta perniciosa dai governanti, veniva pertanto non tenuta in osservanza per favorire l'innumerevole turba degli amministratori camerali e dei tesorieri; a capo dei quali era il tal personaggio col nome di Tesoriere generale, il quale non obbligato a rendere nessun conto, e che mai non diede, lasciava immensi patrimoni ai nipoti; e anche se reo palese d'enormi ruberie, costanti, non poteva essere rimosso dalla carica che con il premio della porpora, per dar luogo al successore che ne imitasse sicuramente l'esempio. L'altra parte, che pure avanzava a così tanta dilapidazione era ingoiata dal pubblico tesoro della reverenda Camera per fomentare le passioni e vizi di quella Corte rea, per mantenere con il lusso orientale settantadue satrapi successori dei poveri e scalzi discepoli di Cristo e per alimentare le infernali giunte apostoliche stanziate nelle Spagne e nel Portogallo all'effetto di riaffermare l'ignoranza e di sradicare ogni germoglio di politica libertà".

"Cittadini! dopo le tre memorande giornate di Parigi, che leggeranno i posteri con ammirazione, associando quelle con riconoscenza alle sei prime della creazione dell'Universo, lo spirito di libertà che bolliva negli animi di tutti prese maggior lena e si mostrò via via allo scoperto in grandissima parte d'Europa e in questa bella regione dell'Italia ahi troppo lungamente oppressa dall'antico prete. Noi i primi fummo ad alzare il sacro vessillo. Le altre province con cui avemmo in comune il servaggio, comune il bisogno, comune il desiderio di riscattarci, imitarono tutte il generoso esempio. Noi non abbiamo altro primato che il tempo; del rimanente siamo fratelli, e come tali vogliamo una perfetta comunanza, e giacché l'avemmo nel sorgere a nuova vita, uno solo è l'interesse che ci lega. Si domandava dapprima se la semplice confederazione avesse potuto soddisfare alla pubblica salute; ma si è presto conosciuto quali e quanti siano i disordini del federalismo. Nei secoli di mezzo i Municipi d'Italia liberati dall'incursione dei barbari si eressero in altrettante repubbliche distinte, indipendenti, legate solo dal vincolo di confederazione. Ma fu loro trista forza il cader preda di quanti imperatori si mossero a conquistare e a devastare l'Italia. Si proclami dunque perfettissima unione, si costituiscano le unite province in un solo Stato, in un solo governo, in una sola famiglia. Le potenze a noi vicine loderanno i nostri sforzi magnanimi, e rispettando il principio sacrosanto del "non intervento", riconosceranno la giustizia delle cause che ci mossero alla nostra rigenerazione.

"Ma se le cose sopra dette e le molte che potrebbero dirsi, non bastassero al bisogno? e la condotta tenuta dalla Santa Sede, dopo il vostro riscatto non varrebbe per tutte a far conoscere in faccia all'Europa lo spirito di quella Corte e le ragioni dei popoli dello emanciparsi in perpetuo da quell'indegnissimo dominio ? Cristo consegnò a Pietro e ai suoi successori le chiavi per sciogliere e legare le coscienze nei soli rispetti spirituali, dichiarando che il suo regno non era di questa terra: negò all'uno è agli altri il dominio delle cose temporali. Questo dominio fu usurpato dai Pontefici per la loro ambizione e con ingiuria gravissima al Primo Istitutore. Ove pur quello fosse legittimo, come potrebbe il Papa, confondendo la ragion del cielo con quella della terra, far uso della chiave per obbligare i popoli alla terrena soggezione? A che dunque le minacce delle censure, delle scomuniche, degli anatemi per difendere il dominio delle cose temporali? Qual già sovrano di queste province venga colle armi sue. Alla forza sapremo opporre la forza. Ma non pretenda Egli, strappando a Pietro le chiavi, volgere contro a noi i fulmini spirituali che un sì nefando attentato sarebbe ugualmente aborrito e da Dio e dagli uomini. Usi, ripeto, la forza legittima, né alcun ministro di sua cieca vendetta si arroghi il portare la fiaccola della discordia in queste contrade, e di muovere a crudele eccidio i cittadini fra loro.

"Ma già l'idra romana si sente moribonda o nella sua stessa agonia fa gli ultimi sforzi. Null'altro però le resta che volgere i velenosi morsi contro le proprie viscere e perire rabbiosamente da sé. Ov'ella tentasse spargere ancora qualche avanzo di pestifera bava noi sapremo schiacciarla. La nostra unione con le province basterà a compiere il suo spavento, e a spegnerla del tutto. A questa unione aspirando sino dai primi momenti della mia presidenza al governo, mi adoperai indefesso a promuoverla, e oso dire, non senza gloria; a vederla ora felicemente consumata ebbi non poca parte. Io depongo ben di buon animo la breve presidenza che tenni del governo di questa città e provincia per mescolarmi fra i deputati delle province unite, affine di dar mano, per quanto sarà in me, allo innalzamento del nuovo edificio sociale. Nato, per così dire, e nutrito fra le generose rivoluzioni dei popoli, Preside (non ancor tocco il quinto lustro di mia età) di una Repubblica, voi mi vedrete ora, benché grave d'anni, dare i primi e più spediti passi nella carriera della nostra rigenerazione. Io vi riferisco intanto quelle grazie che so maggiori delle continue prove da voi datemi della vostra tenerezza per me, e certamente finché mi basti respiro, ne avrò viva e dolcissima la ricordanza nel più profondo del cuore".

Di cinquantuno deputati, che il 26 febbraio furono presenti all'assemblea delle "Città libere d'Italia", ci abbiamo rintracciato i nomi, ai quali altri forse debbono certamente essere aggiunti.

Rappresentavano Bologna gli avvocati GIOVANNI VICINI, ANTONIO ZANOLINI e ANTONIO SILVANI, il professor FRANCESCO ORIOLI, il conte VINCENZO BRUNETTI e il marchese ANTONIO TANARI; a Castelbolognese gli avvocati ANDREA MARANA e FRANCESCO GIOVANNARDI e il conte FRANCESCO MANZONI; a Imola l'avvocato PIETRO PAGANI e il sacerdote GIUSEPPE ZACCHERONI; a Faenza GIUSEPPE ZAMPIERI e il dottor ANTONIO BACCI; a Forlì MICHELE ROSA, i conti PIETRO BOFONDI e PIETRO GUARINI, i dottori GIOVANNI ROMAGNOLI e NICCOLA REGNOLI; a Cesena VINCENZO FATTIBONI, TOMMASO POGGI; a Bagnacavallo GIULIO GRAZIANI; a Rimini il marchese PIETRO BELMONTE-CIMA, GIAMBATTISTA SOARDI; a Brisighella il conte PAOLO RICCIARDELLI; a Senigallia l'avvocato ANDREA CATTABENI e il conte ENRICO PASQUINO AMICI; a Fano l'avvocato PACIFICO GABRIELLI; a Ravenna i conti PIER DESIDERIO PASOLINI, GEROLAMO ROTA e l'avvocato GIUSEPPE ZALAMELLA; ad Urbino e Pesaro il conte TERENZIO MAMIANI della Rovere e il conte FRANCESCO GIOVANNINI; ad Ancona e Loreto il banchiere LODOVICO STURANI e l'avvocato PIETRO ORLANDI; a Urbania il professor GABRIELE ROSSI; a Fossombrone il conte FRANCESCO MARIO TORRICELLI e GEROLAMO MAZZI; a Gubbio il conte FRANCESCO RANGHIASCI-BRANCALEONI; a Fermo TOMMASO SALVADORI; a Macerata il conte ENRICO STELLUTI-SCALA; a Spoleto il conte POMPEO di CAMPELLO DELLA SPINA e l'avvocato PIETRO SAVI; a Perugia gli avvocati FILIPPO SENESI, GIACOMO NEGRONI e il professor CESARE MASSARI; a Cento GIUSEPPE CAVALIERI; a Massalombarda l'avvocato LUIGI TORCHI; a Pieve di Cento l'avvocato FRANCESCO LISI; a Comacchio l'avvocato LUIGI PETRIGNANI; a Ferrara l'avvocato conte GAETANO RECCHI e l'avvocato ANTONIO DELFINI.

Nell'assemblea fu nominato presidente l'avvocato VICINI e segretari il conte TERENZIO MAMIANI e l'avvocato FRANCESCO GIOVANNARDI. Nel congresso fu decretata l'unione delle province insorte sotto il nome poco felice di "Province italiane unite"; si dichiarò decaduto il dominio pontificio; si approvò la spedizione su Roma; si stabilì che la bandiera nazionale fosse il tricolore; si scelse come stemma un'aquila nera in campo d'oro elevata sui fasci consolari legati con il nastro bianco, rosso e verde e fu deliberato di lanciare alle popolazioni un proclama in cui si annunciava che i rappresentanti avevano proclamato all'unanimità:

1° la totale emancipazione di fatto e di diritto dei paesi e delle province venute a libertà, e in quell'assemblea, fino a quel di ventisei febbraio rappresentate dal dominio temporale dei Papi;
2° la perfettissima unione dei paesi e delle province suddette, e la costituzione delle medesime in un solo Stato, in un solo Governo, in una sola famiglia.

Il 4 marzo speciali sottocommissioni avevano ultimato la costituzione provvisoria. A quel punto fu nominata una Consulta legislativa affinché indicasse entro una settimana come convocare i comizi per eleggere i deputati di una Costituente e che fissasse definitivamente la forma del nuovo regime, e fu creato un ministero responsabile così costituito: Avvocato GIOVANNI VICINI, presidente; conte TERENZIO MAMIANI DELLA ROVERE, Interni; cav. LEOPOLDO ARMAROLI, Giustizia; conte LUDOVICO STURANI, Finanze; professor FRANCESCO ORIOLI, Istruzione pubblica; generale PIER DAMIANO ARMANDI, Guerra; conte CESARE BIANCHETTI, Esteri; dottor GIAMBATTISTA SARTI, Polizia.

Mentre da Bologna si cercava di dare unità al nuovo stato sorto dalle province ribellatesi al Pontefice, questi, non sapendo come ricondurle all'obbedienza, chiedeva l'intervento dell'Austria e ne dava comunicazione, il 1° marzo, al corpo diplomatico residente a Roma.
Intanto i governi sostituitisi a quelli della duchessa di Parma, del duca di Modena e del Papa nelle Province Unite, riposavano nella certezza che l'Austria non si sarebbe mossa, o che, muovendosi, si sarebbe trovata di fronte alla Francia. Furono così ingenui che non prepararono nemmeno un esercito per difendere quella libertà che con non molta fatica avevano acquistata.

Il principe MATTERNICH (con quella richiesta del Papa) non aspettava altro che quello di intervenire su un qualsiasi stato per riaffermare la volontà della Santa Alleanza, e nei confronti della politica del "non intervento" minacciata da Luigi Filippo, gli bastò inviargli un'eloquente lettera:

"Finora la sua politica l'abbiamo tollerata, ma sappia che per quanto concerne l'Italia,
noi porteremo le nostri armi ovunque;
e se questo ci porterà alla guerra con la Francia,
che venga pure la guerra".

LUIGI FILIPPO che ci teneva a restare sul trono, preso dalla paura, fece il "voltafaccia", con la profonda disillusione per i liberali europei, i quali avevano sperato in un concreto aiuto della "monarchia borghese" francese a favore dei popoli oppressi da regimi assoluti.

L'invasione dei "barbari" ci fu, severa, come al solito,
e pagarono caro i "felloni", l'intervento in nome della "libertà" austriaca;
ed è quello che andiamo a narrare nel successivo capitolo. (vedi in fondo)



Il voltafaccia di Filippo, poi gli Austriaci a Bologna e poi ad Ancona i processi dei "ribelli", i supplizi, le condanne il ritorno dell'Italia sotto il "tallone" assolutista
e la Restaurazione nell'Italia Centrale
è il prossimo periodo dal 1831 al 1832 > >


( VEDI ANCHE I SINGOLI ANNI o in TEMATICA)

Fonti, citazioni, e testi
Prof.
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia -
P.COLLETTA - Storia (Napoleonica) del Reame di Napoli 1734-1825- 1834
NAPOLEONE - Memoriale di Sant'Elena - (origin.
1a Ed. -1843
R. CIAMPINI - Napoleone - Utet - 1939
E. LUDWIG - Napoleone - Mondadori 1929
A. VANNUCCI - I Martiri della Libertà - Dal 1794 al 1848 - Lemonnier 1848
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (14 vol.) Einaudi
+ ALTRI VARI DELLA BIBLIOTECA DELL'AUTORE  



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