ANNO 1831

I MOTI MAZZINIANI

 

I moti rivoluzionari del 1831 furono stimolati dall'ascesa in Francia della Monarchia liberale di Luigi Filippo d'Orleàns, che giurò fedeltà alla Costituzione e che proclamò il principio del non-intervento. Ma, pur essendoci una partecipazione più attiva della borghesia, anche i moti del '31 non riuscirono a modificare le condizioni politiche italiane. Il motivo era lo stesso dei moti del '20-'21: l'incapacità di attirare nella lotta rivoluzionaria le masse contadine, affrontando la questione agraria. Tali moti si svilupparono soprattutto nei Ducati padani (Modena, Parma, Bologna, Reggio) e nelle Romagne (stato della chiesa). Furono tutte duramente represse. I carbonari vennero traditi dal duca di Modena, Francesco IV d'Este. Vittima più illustre: Ciro Menotti.

Il pensiero di Giuseppe Mazzini (1805-72). Col fallimento dei moti del '31 falliva anche la lotta rivoluzionaria di tipo settario, cospirativo, ch'era rimasta estranea ai movimenti di opinione pubblica non solo per l'inevitabile clandestinità dell'organizzazione, ma anche per la voluta segretezza dei programmi politici. Rifiutato questo metodo, Mazzini sottopose il proprio programma di rinnovamento nazionale, democratico e repubblicano, al pubblico dibattito e ne fece uno strumento di educazione popolare.

Mazzini era stato espulso dall'Italia nel 1830, dopo aver fatto parte della Carboneria. Insieme ad altri emigrati politici fondò a Marsiglia l'associazione della "Giovine Italia", che si poneva come compito l'unificazione nazionale in una repubblica indipendente e democratico-borghese, da realizzarsi con un'insurrezione rivoluzionaria contro il dominio austriaco e il potere dispotico dei principi dei vari Stati della penisola, in forza del quale nessuna esperienza di libertà era possibile. Il programma, appoggiato dalle forze progressiste della piccola e media borghesia e dagli intellettuali democratici, rappresentava un passo avanti rispetto a quello dei carbonari, la maggior parte dei quali non andava oltre la richiesta della monarchia costituzionale.

Tuttavia Mazzini non avanzò un programma di profonde riforme sociali, la cui attuazione avrebbe potuto migliorare le condizioni dei contadini, attirandoli nel movimento di liberazione nazionale. Mazzini, in particolare, era contrario alla confisca dei latifondi e alla loro assegnazione ai contadini. Non vedeva il popolo diviso in classi sociali contrapposte e subordinava l'emancipazione socioeconomica al riscatto politico e all'indipendenza nazionale. Il metodo dell'insurrezione (che constava peraltro in una serie di complotti, ovvero in una guerra ristretta per bande, diretta dall'estero e senza un vero coinvolgimento popolare) doveva servire a liberare il popolo dalla servitù politica, mentre per il riscatto dalla servitù sociale, Mazzini proponeva soluzioni conciliatorie (fra le classi), moralistiche (prima di lottare per la giustizia l'operaio dev'essere giusto), pedagogiche (con l'educazione, la persuasione ragionata ognuno si convince dei propri torti).

Fra i sostenitori iniziali del Mazzini si distinse Giuseppe Garibaldi (1807-82), il quale però, dopo essere stato condannato a morte per aver partecipato a un complotto rivoluzionario (1834), fu costretto a emigrare in America, dove fino al '48 combatté per l'indipendenza delle repubbliche sudamericane. Invece gli intellettuali che si opposero al Mazzini, elaborando una prospettiva sociale della rivoluzione, furono Carlo Cattaneo (1801-69), Carlo Pisacane (1818-57), Giuseppe Ferrari e Giuseppe Montanelli. Pisacane indicava nel possesso contadino della terra lo sbocco sociale della rivoluzione nazionale. Cattaneo e Ferrari proponevano un ordinamento statale repubblicano di tipo federale, che conciliasse l'unità nazionale con l'autogoverno locale, unica alternativa veramente democratica allo Stato unitario e accentrato.

Il fallimento delle prime insurrezioni, indusse Mazzini a rivedere in parte la propria ideologia. Tra il '37 e il '49, soggiornando in Inghilterra, maturò la condanna del sistema economico capitalistico, che escludeva i lavoratori salariati dalla proprietà e dalla gestione degli strumenti di produzione, ma si limitò ad elaborare un progetto di "riordinamento del lavoro" fondato su basi cooperativistiche, con esclusione di qualunque forma di lotta di classe (per le libere associazioni dei ceti umili). L'idea dominante del Mazzini restava quella dell'unità (mistica) di Popolo e Nazione.

Sul versante cattolico l'esponente più significativo di questo periodo è Vincenzo Gioberti, il quale scopre nella forza progressiva che muove la storia una più esplicita volontà divina, di cui interprete è la chiesa. La storia d'Italia coincide, per lui, con la storia della chiesa. Solo la chiesa avrebbe potuto, nel Risorgimento, saldare gli italiani in un organismo nazionale unitario (federazione di stati, non ancora uno stato unico). Il primato morale-civile degli italiani dipende, in ultima istanza, dalla chiesa. Perché si realizzi tale progetto occorre -secondo Gioberti: 1) che gli intellettuali (della borghesia medio-alta) rinuncino a separare la politica dalla religione; 2) che la chiesa accetti il processo democratico-borghese in atto (anti-gesuitismo di Gioberti).

Nel Primato morale e civile degli italiani, Gioberti esalta il Medioevo e l'Impero romano, il diritto e la religione, con le quali -a suo giudizio- abbiamo "civilizzato" tutti i popoli barbari. Agli italiani, Gioberti riconosce un grande genio inventore. Il destino politico dell'Italia sarebbe quello cosmopolitico di governare il mondo: quando questo non le è stato permesso, il genio inventore si è tutto dedicato alle arti, scienze e letteratura.

Altri aspetti da sottolineare: 
1) Gioberti fu all'inizio di idee mazziniane; 
2) dopo la sconfitta dei moti mazziniani il suo Primato ebbe larga fortuna fra i ceti moderati che aspiravano non alla rivoluzione ma alle riforme graduali (il Primato da origine al Neoguelfismo); 
3) nel Primato Gioberti voleva che gli Stati italiani si unissero in una confederazione che avesse nel papa il suo capo civile e nel Piemonte la sua forza politica e militare, escludendo totalmente l'Austria da ogni dominio sull'Italia. 

Il Neoguelfismo trovò degli appoggi nella scuola moderata (o riformismo liberale) di Cesare Balbo e Massimo D'Azeglio, che erano favorevoli a una graduale trasformazione, da attuarsi con l'accordo dei sovrani, dei regimi assoluti in regimi costituzionali. Inoltre si sarebbe dovuta costituire una federazione italiana, che rispettasse i maggiori Stati della penisola senza pretendere di unificarli in uno Stato unitario. 
Gli oppositori del Neoguelfismo furono i neo-ghibellini (Cattaneo, Guerrazzi, Niccolini), i quali sostenevano che semmai proprio il papato costituiva l'ostacolo principale alla realizzazione dell'unità.

vedi anche biografie su MAZZINI

biografia POLITICA

biografia CRONOLOGICA



TORNA A CRONOLOGIA  o alla  ALLA PAGINA PRECEDENTE