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CRONOLOGIA

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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1831-1832

LA RESTAURAZIONE IN ITALIA CENTRALE
E GLI ALTRI STATI

PRIMA PARTE
LUIGI FILIPPO E IL PRINCIPE DI METTERNICK - LUIGI FILIPPO ABBANDONA GLI ITALIANI - IL PÉRIER AI FRANCESI - COMBATTIMENTO DI GIOVI - IL GENERALE ZUCCHI A BOLOGNA COSTRETTO ARRENDERSI - PARMA RITORNA A MARIA LUISA - GLI AUSTRIACI NELLE LEGAZIONI - IL GOVERNO DELLE "PROVINCIE UNITE" AD ANCONA - GLI AUSTRIACI A BOLOGNA - PROTESTE FRANCESI - GLI AUSTRIACI A RIMINI - CONVENZIONE DI ANCONA - LA RESTAURAZIONE A PARMA - I PROCESSI DI MODENA - VINCENZO BORELLI E CIRO MENOTTI; TENTATIVI DI FUGA MENOTTI, LETTERA ALLA MOGLIE - SUPPLIZIO DEL MENOTTI E DEL BORELLI - MODENA GOVERNO DI FRANCESCO IV DOPO I MOTI DEL 1831 - I PROCESSI RICCI E MATTIOLI


L'assedio e la battaglia di Rimini
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LUIGI FILIPPO E IL PRINCIPE DI METTERNICH
LUIGI FILIPPO ABBANDONA GLI ITALIANI


Nei primi mesi del 1831(i primi moti rivoluzionari iniziarono a Modena il 5 febbraio) oltre avere già ricevute abbondanti notizie su cosa si stava preparando in Italia (da Parma da Maria Luisa e da Modena da Ferdinando IV) - a METTERNICH, quell'appello del Papa che chiedeva un intervento degli austriaci nell'Italia centrale (Romagna e Marche e nella stessa Roma) era quello che aspettava senza tanto badare ai proclami francesi (del "non intervento" e altri, già letti nella precedente puntata); proclami che a Vienna non avevano mai preso in seria considerazione.

Appena ricevuto l'invocazione di Papa GREGORIO XVI (che era appena stato eletto il 2 febbraio 1831), il principe di METTERNICH cercò, per mezzo del conte D'APPONY, ambasciatore austriaco a Parigi, di indurre LUIGI FILIPPO ad abbandonare la politica del "non intervento", insinuando che la rivoluzione italiana aveva carattere napoleonico, come chiaramente mostrava la presenza dei figli dell'ex-re d'Olanda fra le truppe del SERCOGNANI, e agitando lo spauracchio del duca dì REICHSTADT, figlio di Napoleone. Luigi Filippo, al quale più della libertà degli altri popoli premeva il rafforzamento della sua dinastia, dopo aver tentennato, aveva fatto dire al Metternich che lui non si sarebbe curato di un intervento austriaco nel ducato di Parma ma, che si sarebbe opposto con le armi ad un intervento nel ducato di Modena, nelle Romagne e nel Piemonte; ma il cancelliere austriaco aveva risposto con molta energia:
"Finora abbiamo tollerato che la Francia mettesse avanti il principio del "non intervento"; ma ora è tempo che ella sappia che noi non intendiamo riconoscerlo in tutto, per quanto concerne l'Italia. Noi porteremo le nostre armi ovunque dove ci sono e ci saranno moti rivoluzionari. E se questo deve portarci la guerra, venga pure la guerra. Noi preferiamo correre i pericoli piuttosto che trovarci esposti o perire in mezzo alle sommosse".

Infatti, l'Austria stava già concentrando su Verona moltissimi reparti del suo esercito al comando di un intrepido maresciallo, già 66 enne, ma che farà molto parlare di sé fino al 1858: RADETZKY

L'atteggiamento risoluto dell'Austria non solo valse a convincere Luigi Filippo a rinunciare al principio del "non intervento", ma fece pure un altro danno: il monarca francese cominciò ad ostacolare o ad impedire l'invio in Italia di aiuti dalla Francia. Nella seconda metà di febbraio, il 17, oltre duemila esuli italiani, tra cui erano AMEDEO RAVINA, GIOVANNI LA CECILIA e GIUSEPPE MAZZINI, si erano raccolti a Lione e a Grenoble con il favore delle autorità francesi, per irrompere, divisi in due colonne, nella Savoia. Ma, giunti i contrordini da Parigi, il 1° marzo 1831, una buona parte ad Entrembieres, furono dispersi dai funzionari che prima avevano appoggiato gli esuli italiani; quattrocento si avviarono verso il confine; ma giunti però al ponte di Chozet presso Maximieux, furono raggiunti dai gendarmi, da un reparto di cavalleggeri francesi e ricondotti a Lione.

Un'altra spedizione italiana, preparata dal MISLEY, dal PEPE, dal LINATI, dal GRILLENZONI, dal VISCONTI, dal MARONCELLI, dal FOSSATI e da altri, doveva, col favore del Prefetto delle Bocche del Rodano, partire da Marsiglia, per portare in Toscana uomini ed armi. Era già stata noleggiata una nave sulla quale erano stati portati due cannoni, milleduecento fucili e gran quantità di munizioni, quando il prefetto, seguendo gli ordini del governo, sequestrò la nave al porto e impedì la partenza degli Italiani che in diverse centinaia si erano radunati a Marsiglia.

GIUSEPPE MAZZINI (allora 26enne, costretto all'esilio dopo il processo di Savona) con alcuni altri esuli, si recò in Corsica con il proposito di raccogliervi uomini e di condurli quindi in Italia. Ma il suo progetto non ebbe fortuna.
"Mancava - scrisse lui stesso - il denaro per il noleggio dei navigli e per un lieve sussidio che bisognava lasciare alle famiglie povere di quegli isolani che volevano seguirci. E questo denaro, che era stato, a quanto dicevano, sacramentalmente promesso da uomini legati da un Bonardi, prete patriota e affiliato al Buonarroti, non giunse mai. Due dei nostri, ZAPPI e un VANTINI dell'Elba (poi fondatori di parecchi alberghi a Londra e altrove) furono inviati al Governo provvisorio di Bologna per offrire aiuti ma anche per chiedergli una somma indispensabile, ma quel Governo inetto che si fidava solo della diplomazia e aveva paura delle armi, ebbero le risposta come se fossimo stranieri barbari: "Chi vuole la libertà se la compri".
Qui Mazzini aveva perfettamente ragione. Lo abbiamo già accennato nella precedente puntata; a Bologna e dintorni, dopo la rivoluzione e la presa del potere, i liberali pensavano ai proclami, a come fare la costituzione, quando invece la prima cosa da fare era quella di formare subito un esercito (una lacuna questa che fu poi fatale, fin da subito come vedremo più avanti).

Tuttavia il 18 marzo undici uomini riuscirono a sbarcare sulla costa toscana tra Viareggio e Motrone, ma a Stazzema furono arrestati e condotti a Livorno, dove il 7 aprile nove furono rilasciati ma con l'obbligo di uscire immediatamente dalla Toscana; due furono invece condotti a Firenze. Uno di questi, certo FELICE ARGENTI, consegnato all'Austria, fu mandato allo Spielberg e graziato dopo un anno e mezzo di prigionia in quella fortezza.

LA DICHIARAZIONE DEL FRANCESE PERIER

I più autorevoli esuli italiani, addolorati dai voltafaccia di LUIGI FILIPPO, tentarono, per mezzo del generale LAFAYETTE e del ministro LAFITTE, di indurre il sovrano ad impedire l'intervento armato dell'Austria in Italia, ma il re, l'8 marzo, costrinse il ministero Lafitte a dimettersi e gli sostituì quello presieduto da CASIMIRO PERIER, il quale dichiarò in Parlamento:

"Noi accettiamo la massima già stabilita del non intervento, teniamo fermo che lo straniero non ha diritto d'intervenire a mano armata negli altrui affari domestici. Questa massima la pratichiamo per nostro conto e la metteremo davanti in ogni occasione. Ma ciò non significa che noi dobbiamo portare le nostre armi dovunque non sia rispettata poiché sarebbe un intervento d'altro genere; si rinnoverebbero le pretese della Santa Alleanza, si cadrebbe nella chimerica ambizione di tutti coloro che vollero sottometter l'Europa al giogo di una sola idea, ed effettuare la monarchia universale. La massima del non intervento intesa in questo modo servirebbe di stimolo allo spirito di conquista. Questa massima la sosterremo ovunque, ma con le negoziazioni. L'utilità e la dignità della Francia unicamente potrebbero indurci a impugnare le armi: ma non concediamo ad alcun popolo il diritto di costringerci a combattere in suo vantaggio, perché il sangue dei Francesi appartiene soltanto alla Francia".

Dette in parole povere, "noi pensiamo solo ai fatti nostri".

Dopo le parole del Périer, contro cui invano protestò il generale Lafayette, la Francia, di Luigi Filìppo che aveva animato gli Italiani ad insorgere, promettendo loro, non richiesta, di sostenerli, abbandonava con quelle parole gli insorti dell'Italia centrale alla furia dell'Austria.
Gli Austriaci -invocati dal Duca di Modena, poi da Maria Luisa, poi dal Papa,- erano già scesi con il loro esercito per rimettere le popolazioni dei ducati di Parma e di Modena e delle Legazioni all'obbedienza dei loro sovrani.

COMBATTIMENTO DI NOVI

Il 5 marzo del 1831 seimila Austro-estensi comandati dal tenente maresciallo GEPPERT assalivano a Novi, presso il confine mantovano, quattrocento insorti capitanati da GIOVANNI VILLANI e ANTONIO MORANDI e dopo un accanito combattimento li sloggiavano e avanzavano verso Modena.
I vinti di Noví ritirandosi, portarono lo scompiglio in tutte le truppe che incontravano (in verità era gruppetti di civili poco armati e disorganizzati), le quali prima fuggirono disordinatamente a Modena, poi, insieme con le guardie nazionali, le altre milizie (gruppetti anche questi) e i membri del governo provvisorio, lasciarono la capitale e per Castelfranco, si avviarono verso il confine bolognese.

"La notizia di un così rovinoso scompiglio - scrisse poi il generale ZUCCHI - mi giunse a Reggio nel colmo della notte. Capii abbastanza che, purtroppo, la paura aveva fatto perder la testa a tutti, e che l'unico decisione che restava da prendere era evacuare Reggio con la poca truppa che vi era stanziata, per vedere se era ancora possibile il riannodare la resistenza in qualche punto".

IL GENERALE ZUCCHI NEL BOLOGNESE

Il generale ZUCCHI accorse a Modena e tentò di riunirvi tutti i fuggiaschi, ma I' 8 marzo lasciò la capitale del ducato, raggiunse pure lui quelli che si erano fermati a Castelfranco e alla testa di ottocento uomini circa entrò nel territorio bolognese. Ma il giorno dopo prima di entrare in città, riceveva una lettera dell'avvocato VICINI (quello del proclama, che credeva alla diplomazia e non alle armi) in cui era detto:

"Il principio del "non intervento" fin qui rispettato da tutta Europa, e dal quale non intende declinare minimamente questo Governo provvisorio, finché non ci sia costretto da evidenti infrazioni da parte altrui, non consente che sia permesso a qualsiasi forza armata, straniera a queste province unite, di porre piede nelle medesime. Perciò, essendo venuto a notizia di questo Governo provvisorio che Ella, signor Generale, ha preso la deliberazione di ripiegare con le sue truppe dal modenese, e d'introdursi nella província di Bologna, ci corre obbligo di dichiararle che le sarà concesso l'ingresso con il suo seguito nella detta provincia solo se depositerà le armi toccando il confine, così che l'accoglienza sia fatta non a gente armata, ma ad amici inermi".

Non solo a Bologna non si erano dati da fare per formare un esercito, ma trattavano quello del generale Zucchi come un qualsiasi esercito straniero. Volevano essere inermi e avere amici inermi (ottima cosa, per gli austriaci però)

Il generale Zucchi non avrebbe voluto accettare una condizione così disonorevole, ma aveva gli austriaci alle spalle e dovette deporre le armi. Lo stesso giorno 9 marzo, FRANCESCO IV, alla testa di un corpo estense e di numerose truppe austriache ben fornite d'artiglieria, entrava a Modena, dove anche i deputati di Reggio giunsero poi a fargli atto di sottomissione.
Contemporaneamente l'autorità municipale di Parma diceva di voler tornare all'obbedienza della Duchessa e i liberali quelli più compromessi sentendo aria di repressione, prendevano la via dell'esilio. Il 13 marzo due colonne di soldati austriaci, partite una da Piacenza e l'altra da Reggio, entravano senza colpo ferire nella città.

A Bologna il governo delle Province italiane unite viveva nella certezza che gli Austriaci non avrebbero invaso i territori della Chiesa insorti; invece il generale austriaco BENTHEIM, non si fece tanti scrupoli, e passato il Po a Francolino e rafforzati i presidi di Comacchio e della cittadella di Ferrara, il 6 marzo marciò sulla città, la occupò e vi ristabilì il governo della Santa Sede.
Il Governo delle Province italiane unite, inviò a Firenze il ministro BIANCHETTÌ affinché trattasse con gli incaricati della Francia e dell'Inghìlterra, quindi affidò al generale Zucchi il comando di tutte le forze dello Stato. Ma queste non erano sufficienti (le volevano "inermi" e "inermi" erano) a difendere il territorio dai ventitremila austriaci del FRIMONT. Infatti non superavano i settemila uomini, ma duemila erano vecchi soldati pontifici, il resto era composto di guardie nazionali, volontari e studenti. Questi ultimi formavano un battaglione denominato "Legione di Pallade"; di efficienti soldati il Zucchi aveva solo gli 800 che si era portato da Modena.

Il BIANCHETTI intanto non ricavava nessun risultato dalla sua missione a Firenze né migliore esito otteneva quella dello svizzero HUBERT a Parigi presso i ministri Périer e Sebastiani. Allora a Bologna si comprese finalmente che solo sulle proprie forze si poteva contare e il 16-17 marzo si ordinò la formazione di sei reggimenti di fanteria e di due di cavalleria.
Ma era troppo tardi! Due giorni dopo, il 19 marzo il generale FRIMONT annunciava in un proclama che per ordine dell'imperatore "entrava con un corpo di truppe imperiali nei domini appartenenti al Pontefice, nei quali i rivoluzionari avevano rovesciato il Governo legittimo e usurpato il potere supremo". Il giorno dopo, il governo abbandonava Bologna e si avviava ad Ancona per trasferirvi la sede, portandosi dietro il cardinale BENVENUTI. Il 21 marzo il generale Frimont entrava, senza incontrare ostacoli a Bologna e ne affidava il governo al cardinale OPIZZONI.

Solo allora, per salvare le apparenze, l'ambasciatore francese a Roma, signor di SAINT-AULAIRE, fece "scena" e protestò presso la Curia:

"Il sottoscritto, ambasciatore di Francia presso la Santa Sede, avendo saputo che le milizie austriache sono penetrate nelle terre della Chiesa ed hanno occupato la città di Bologna, si trova nell'obbligo di dichiarare ai rettori pontifici che il governo francese non saprebbe ammettere il principio in virtù del quale si è effettuata questa occupazione né consentire ad uno stato di cose che, spingendo le armi dell'Austria al di là dei limiti dei suoi propri domini, porti un colpo funesto al sistema politico d' Italia e distrugge per via di fatto l'indipendenza della Santa Sede. In vantaggio di questa medesima indipendenza, di cui la Francia si è mostrata sempre gelosa, non meno che per sostenere la dignità della nazione, il sottoscritto ha avuto l'ordine di protestare; e protesta nella maniera più solenne contro l'occupazione di una qualunque parte degli stati del Papa per opera di una forza straniera e contro le conseguenze che ne potrebbero risultare a danno della pace, che il governo francese si è applicato fino a questo giorno di conservare con tutte le facoltà che sono in poter suo. Nel medesimo tempo che partecipa a tutte le amarezze delle quali il cuore del romano Pontefice è stato abbeverato fin dai primi giorni del suo papato, il governo di S. M. Cristianissima è convinto che la via della clemenza e la concessione volontaria delle riforme riconosciute necessarie nelle amministrazioni delle province, dove la rivoluzione si è operata, dovessero esser rimedi più salutari e più soddisfacenti che il sostegno sempre pericoloso di una forza materiale straniera. Egli pensa e spera che questi provvedimenti saranno presi in considerazione dall'alta saggezza di Sua Santità come i soli efficaci modi per ricondurre gli animi ad una sottomissione sincera e per accelerare il termine di un'assistenza estranea che può dare origine a più gravi complicazioni".

Intanto il generale ZUCCHI non poteva far altro che ritirarsi con le truppe divise in due colonne, incalzato dagli Austriaci, verso Rimini. Qui, il 25 marzo, avendo avviata la maggior parte dei suoi soldati a Fano e a Senigallia, si vide costretto a proteggere la ritirata dei suoi impegnando con appena millecinquecento soldati che componevano la sua retroguardia, un disuguale combattimento contro il generale MENGEN, il quale, alla testa di cinquemila uomini, che era solo l'avanguardia del corpo del generale GEPPERT, incalzava gl'Italiani.
La battaglia fu oltremodo accanita. Due battaglioni di volontari, comandati dal RONDANINI e dall' ANNARI, che rimase ferito, non resisterono all'urto nemico; anche se i generali Zucchi e Ollini, con due battaglioni di guardie nazionali di Ravenna, Modena e Reggio, comandati dai maggiori PISTOCCHI e MOLINARI, con soli duecento dragoni romani e marchigiani e sei pezzi d'artiglieria, assalirono con tale impeto gli Austriaci che in breve li misero in rotta malgrado fossero di molto superiori come numero.
Dopo questo combattimento, le truppe italiane riuscirono a proseguire indisturbate la ritirata verso Pesaro e Fano. Ma la notte del 25 marzo, giuntigli i rinforzi, il generale MENGEN si impadronì di Rimini.

LA RESA E LA CONVENZIONE DI ANCONA

Intanto ad Ancona si disperava di poter fare un'efficace resistenza e, per consiglio del ministro della guerra generale ARMANDI, il governo deliberava di scendere a patti con la Santa Sede. Liberato pertanto il cardinale BENVENUTO e riconosciutolo legato a latere del Pontefice, il governo iniziò con lui trattative che si conclusero con una convenzione firmata il 26 marzo.
Nel preambolo della convenzione era detto:

"In seguito all'occupazione di una parte delle "Province unite italiane", fatta dalle truppe di S. M. I. R. A., e della dichiarazione del loro generale in capo di voler procedere alla occupazione del restante territorio; quelli i quali hanno assunto ed esercitato il governo provvisorio delle dette province, vedendosi impegnati in una lotta impari che porterebbe a conseguenze dannose sia alle truppe che alle province, hanno deciso, per quanto è in essi, di risparmiare una inutile spargimento di sangue e di prevenire qualunque ulteriore disordine. A tale effetto, hanno deputato i signori generali ARMANDI, conte BIANCHETTI, LODOVICO STURANI e professor ANTONIO SILVANI a recarsi da S. E. R. il signor cardìnale BENVENUTI, già munito da S. S. Papa Gregorio XVI dei poteri di legato a Latere, onde rimettere come prima le province insorte nelle braccia del Santo Padre, e così ridonare la tranquillità allo Stato Pontificio".

Una totale capitolazione insomma!

Il cardinale Benvenuti, per questo spontaneo atto di sottomissione impegnava...

".... la sua sacra parola che nessun individuo dello Stato pontificio di qualunque classe e condizione, anche se considerato come capo e principale fautore, sarebbe stato mai perseguitato, molestato o turbato nella sua persona o nella sua proprietà, sotto nessun pretesto o ragione della sua passata condotta e di diversa opinione politica e di qualunque mancanza contro la sovranità della Santa Sede e del suo Governo".

Si conveniva inoltre: che fosse lasciata a chiunque facoltà di partire entro quindici giorni e che si concedesse una tregua di dieci giorni alle truppe insorte perché potessero tornare i volontari alle loro case, e ai loro reggimenti i soldati.
(ma come leggeremo nel prossimo capitolo, gli arresti poi furono migliaia, i processi e le condanne a morte e al carcere a vita si sprecarono, e la repressione fu spietata).

Il Cardinale Benvenuti infine assicurava che avrebbe implorato dal Papa
"tutte quelle paterne provvidenze che sono proprie del cuore di nostro Signore,
e che stabiliranno maggiormente la felicità dei suoi sudditi".

Tutti i membri del governo, eccettuato CARLO PEPOLI assente, firmarono il documento originale. Solo TERENZIO MAMIANI ritirò il suo nome dal documento stampato il giorno dopo.
In data del 26 marzo, il presidente del Governo dava comunicazione ai popoli delle province insorte della stipulata convenzione con il seguente manifesto:

"Un principio proclamato da una grande nazione, la quale aveva solennemente assicurato che non ne avrebbe permessa la violazione per parte di alcuna potenza dell'Europa, e le dichiarazioni di garanzia date da un ministro di quella nazione ci indussero ad assecondare il movimento dei popoli di queste province. Tutte le nostre forze furono dirette al non facile mantenimento dell'ordine in mezzo alle agitazioni di una insurrezione, ed avemmo la compiacenza al nostro cuore gratissima di vedere la rivoluzione compiersi con la quiete propria di un governo costituito e senza lo spargimento di una goccia di sangue. Ora la violazione di quel principio, consentita dalla nazione che lo aveva garantito, la impossibilità di resistere con successo ad una grande potenza, che ha già con le armi occupata una parte delle province, e il desiderio nostro di risparmiare le stragi e i disordini, ci hanno consigliato, per causa della salute pubblica, che pure è legge suprema di ogni Stato, di entrare in trattative con S. E. R."

Appena la convenzione fu pubblicata insieme con una generale amnistia, le truppe dello ZUCCHI si sciolsero e lo stesso fecero quelle del SERCOGNANI. Di questo generale si disse che si vendette al governo pontificio per dodicimila ducati, ma si ama credere che quest'accusa sia solo una ignobile calunnia e prestiamo fede al Vannucci il quale scrisse che il Sercognani "negli ultimi anni passò la vita in una povertà assai prossima alla miseria, e morì il 9 dicembre dei 1824 a Versailles in un ospedale militare". Del primo, lo Zucchi, ne narremo le vicende nel prossimo capitolo, assieme a tanti altri sfortunati come lui, che furono processati, impiccati, fucilati, o mandati a marcire nelle galere austriache (Il Zucchi sarà liberato dalla fortezza di Palmanova dalla rivoluzione del 1848)

LA RESTAURAZIONE A PARMA - I PROCESSI DI MODENA

In questa altre terre rivoluzionarie, molto severa fu invece la restaurazione, salvo che nel ducato di Parma. MARIA LUISA fece mettere sotto processo i membri del Governo provvisorio, ma il tribunale li assolse, dichiarando fra l'altro che non risultava che la duchessa, partendo, avesse lasciato un governo qualsiasi, che non era rivoluzionario. L'8 agosto, Maria Luisa concesse un'amnistia parziale e ordinò che non si tenesse conto dei processi fatti o iniziati, né di farne altri; il 29 settembre poi promulgò un perdono generale, da cui vennero esclusi solo circa venti nel frattempo fuorusciti- fra i quali il CONTE IACOPO SANVITALE, il conte CASTAGNOLA e il colonnello LEONARDI - i quali non potevano rientrare nello Stato senza il permesso della duchessa.

Diversamente agì FRANCESCO IV. Il 20 marzo del 1831 annunziò ai sudditi che, volendo punire i nemici del trono e della religione, aveva istituito una Commissione militare e un Tribunale di Stato. La prima doveva giudicare coloro che avevano fatto fuoco dalla casa Menotti, il secondo, costituito dall'avv. PIER ERCOLE ZERBINI, presidente, dei dottor PIERO CURTI, fiscale, dei dottori IPPOLITO MORIANI e TOMMASO BORSARI, giudici, dei dottori RINALDO RINALDINI e ODOARDO MANGANELLI, concelliere, e dei dottori NATALE MASCAGNI e LUIGI CASSIANI, aggiunti, doveva giudicare in genere tutti i liberali.
Due giorni dopo il duca con un editto impose il pagamento di una multa di seicentomila lire agli Ebrei per aver plaudito all'opera dei ribelli che avevano proclamata l'eguaglianza degli Israelití a tutti gli altri cittadini; ma l'ordine di ristabilire contro di loro le leggi anteriori al 1795 non fu eseguito perché gli Ebrei seppero con le loro ricchezze e le loro amicizie placare Francesco IV, il quale per premiare la fedeltà dei contadini diminuì o abolì alcune tasse e mitigò inoltre non poche condanne pronunciate fra il marzo e il settembre del 1831.

Con una prima sentenza del Tribunale militare, in data del 28 marzo, furono condannati alla pena di morte GIUSEPPE BREVINI, ANTONIO GIACOMAZZI, LUIGI STOANI, ai quali il duca commutò la pena in quella di dodici anni di galera. Il giorno dopo, il Tribunale condannava da dieci a un anno di reclusione tredici cittadini di Carpi, Mirandola, Concordia e Finale, e con sentenza del 31 pronunziava altre due condanne all'ergastolo per cinque anni. Nell'aprile altri venti liberali furono condannati da quindici ad un anno di reclusione.

Il 13 giugno il Tribunale condannava a tre anni di carcere, commutati dal duca in altrettanti di reclusione nel monastero delle Mantellate di Reggio, la contessa ROSA TESTI RANGONI; motivazione "colpevole di aver cucito su commissione del capo ribelle Ciro Menotti una bandiera di seta, di colore bianca-rosso-verde, sapendo che la medesima doveva servire alla rivolta".

Il conte GIACOMO LAMBERTI, senatore del Regno italico, fu condannato a due anni di carcere che gli furono commutati nell'arresto nella propria casa. Il 6 giugno, la commissione militare giudicò 104 persone, delle quali 94 erano profughe e 9 già defunte. Soltanto il conte avvocato FILIPPO SALIMBENI già detenuto si prese un anno di prigione; mentre 29 furono condannati alla forca, 23 alla galera a vita, il resto alla galera di vari anni. Le condanne a morte furono eseguite in effigie. Il duca rinunciò alla confisca dei beni dei condannati, ma volle che le loro famiglie restituissero alla Cassa di Finanza i centoseimila franchi che il Governo provvisorio si era presi fuggendo da Modena.

SUPPLIZIO DEL MENOTTI E DI VINCENZO BORELLI
LETTERA DI CIRO MENOTTI ALLA MOGLIE

Con sentenze del 18 marzo e del 9 maggio furono condannati alla pena di morte infame sulla forca VINCENZO BORELLI e CIRO MENOTTI.
Diversi tentativi erano stati fatti per salvare quest'ultimo. I carpigiani avevano mandato al duca il vescovo monsignor CLEMENTE BOSETTI a supplicarlo che lasciasse libero il loro concittadino e il 10 febbraio il Governo provvisorio di Modena aveva inviato a Mantova una deputazione, composta del colonnello LEONIDA PUPAZZONI e del canonico don ANTONIO MAINERI affinchè portasse al Duca FRANCESCO IV una supplica della famiglia Menotti, firmata da molti modenesi, per ottenere la liberazione del prigioniero. Il 12 febbraio il duca aveva risposto:

"Con il sospendere il corso della giustizia, nonostante l'enormità del delitto per cui fu condannato Ciro Menotti, abbiamo fatto molto in suo favore: quanto poi alle istanze della sua famiglia appoggiate dal ricorso direttoci dalla nostra Comunità di Modena, speriamo bene che continueranno ad essere rispettate le persone e le proprietà in Modena, ed appunto da queste cìrcostanze dipenderanno le ulteriori nostre risoluzioni sulla persona del Menotti, che però ora non abbiamo ragioni di rimettere in libertà".
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Altro tentativo aveva fatto Giulio Reggianini di Modena d'accordo con il conte Giuseppe Arrivabene, con il marchese Edoardo Vaiente Gonzaga, con Gianfrancesco Marchesi, con Attílio Partesotti ed altri carbonari di Mantova e con la sovvenzione del Governo provvisorio modenese che aveva messo a disposizione la somma di quarantamila lire. Il PARTESOTTI, che pìù tardi diventerà una spia austriaca, aveva proposto al professore Antonio Szarvas, custode del Menotti, di fuggire con il prigioniero; ma la fuga era fallita essendo stato il Menotti passato ad altra prigione. Avvisati poi che Ciro Menotti doveva essere di notte trasferito a Modena, i carbonari avevano deciso di liberarlo assalendo la scorta con il favore delle tenebre, ma il viaggio era stato eseguito di giorno e così anche quest'ultimo disperato tentativo era fallito.

Prima di recarsi al supplizio, il Menotti, scrisse una lettera commovente alla moglie FRANCESCA MONREALI, lettera che vogliamo qui riportare (integralmente e letteralmente):

"Alle 5 e mezza ant. del 26 maggio 1831. Carissima moglie. La tua virtù e la tua religione siano teco, e ti assistano nel ricevere questo foglio. Sono le ultime parole dell'infelice tuo Ciro. Egli ti rivedrà in più beato soggiorno. Vivi ai figli e fa loro anche da padre: ne hai tutti i requisiti. Il supremo amoroso comando che impongo al tuo cuore è quello di non abbandonarti al dolore, studia di vincerlo e pensa chi è che te lo suggerisce e te lo consiglia. Non resterai che orbata di un corpo, che pure doveva soggiacere al suo fine, l'anima mia sarà teco unita per tutta l'eternità. Pensa ai figli e in essi continua a vedere il loro genitore: e quando saranno adulti dà loro a conoscere quanto io amavo la patria. Faccio te interprete del mio congedo con la famiglia. Io muoio col nome di tutti nel cuore: e la mia Cecchina ne invade la miglior parte.
" Non ti spaventi l'idea dell'immatura mia fine. Iddio che mi accorda forza e coraggio per incontrarla come la mercede del giusto, Iddio mi aiuterà al fatal momento.
" Il dirti di incamminare i figli sulla strada dell'onore e della virtù, è dirti ciò che hai sempre fatto: ma te lo dico perché sappiano che tale era l'intenzione del padre, e così ubbidienti rispetteranno la sua memoria. Non lasciarti opprimere del cordoglio; tutti dobbiamo quaggiù morire.
" Ti mando una ciocca dei miei capelli, sarà una memoria di famiglia. Oh buon Dio, quanti infelici per colpa mia! Ma mi perdonerete. Dò l'ultimo bacio ai figli: non oso individuarli perché troppo mi angustierei: tutti quattro e i genitori e l'ottima nonna, la cara sorella, e Celeste, insomma dal primo all'ultimo, vi ho presenti. Addio per sempre, Cecchina, sarai, finché vivi, una buona madre dei miei figli! In quest'ultimo tremendo momento le cose dì questo mondo non sono più per me. Speravo molto: il Sovrano .... ma non son più di questo mondo. Addio con tutto i1 cuore, addio per sempre; ama sempre il tuo Ciro . " L'eccellente Don Bernardi, che mi assiste in questo terribile passaggio, sarà incaricato di farti avere queste ultime mie parole. Ancora un tenero bacio a te e ai figli finché resto terrena spoglia: agli amici che terran cara la mia memoria raccomando i figli. Ma addio, addio eternamente. Il tuo Ciro".

Don Francesco Maria Bernardi non volle o non potè consegnare alla moglie del Menotti la lettera che fu poi trovata solo nel 1848 fra le carte della polizia e fu stampata per la prima volta da ATTO VANNUCCI (nel volume citato nella bibliografia).

Quel giorno stesso 26 maggio, Ciro Menotti fu condotto al supplizio presso la colonna della Cittadella. Un funzionario austriaco, G. B. PAGANI, scrisse che "Menotti era avvilito e raggiunse semivivo il patibolo".

Ma noi preferiamo prestar fede a quanto del martirio di CIRO MENOTTI scrissero il prete FRANCESCO MARIA BERNARDI, il dottor FRANCESCO BIANCHI, e la "Voce della Verità", che era un giornale ferocemente reazionario. Il Bernardi, rispondendo alle accuse del Vannucci, narrò che il Menotti:

"….Il Menotti confessatosi, chiese di scrivere, e il custode delle carceri, chiamato, disse che avrebbe consultato il presidente Zerbini, e partì; siccome il Zerbini stava in una camera non molto distante, ritornò presto, portando un tavolino e l'occorrente per iscrivere, dicendo però di aver ordine preciso ed assoluto di ritirare subito la lettera e di portarla al Presidente. Ritornato il custode al suo posto, donde spiava attentamente ogni cosa, Ciro si mise al tavolino e scrisse "currenti calamo" per un'ora e più: indi piegato il foglio, nel quale accluse una ciocca di capelli, lo diede al prevosto e questi al custode, che già si era avanzato e ricevuto il foglio, partì, e ritornato si avvicinò e disse che il Presidente lo consegnava al prevosto medesimo…. si ottenne fossero levate le catene, sicché i due poterono fare alcuni giri per la camera nei quali Ciro recitò con enfasi, ma con calma e serenità d'animo, il famoso sonetto: "Morte, che se' tu mai?" Furono commoventi e pieni di sentimento di una religione confortante i discorsi che si fecero…"
Dopo aver detto che lo Zerbini non volle consegnargli la lettera, il Bernardi continua: "Se mai fui contento per avere potuto assecondare il mio genio di giovare al prossimo, fu in quell'occasione nella quale conobbi di avere contribuito a rendere tranquilli e sereni gli ultimi momenti di un vero cristiano, che spirò con l'idea consolante di passare ed una vita migliore e, dicasi pure, con la confortante persuasione di essere presto a parte della gloria di Gesù Cristo, del quale imitava tanto sensibilmente la morte".

Il dottor FRANCESCO BIANCHI, in un "Discorso storico sulla vita di Ciro Menotti", stampato nel 1831, scrisse: "Sono le ore sette e mezza antimeridiane e Ciro già ascende con l'altra vittima infelice il palco che eresse la privata vendetta. Ricorda la patria, piange sugli orfanelli suoi figli e rammenta la sua buona compagna. Rivolto ai suoi concittadini, per troppo amore dei quali deve morire. "Io muoio innocente, esclama con tenera voce, giammai ho immaginato di uccidere Francesco con la reale famiglia, bensì gli ho per due volte salvato la vita. Non me ne pento; perdono all'ingrato che mi assassina e prego che il mio sangue non cada su lui e sui suoi figli .... ". Vuol pronunziare il caro e insieme funesto nome d'Italia, ma i sicari con il lugubre suono dei tamburi coprono agli stupiti presenti, le sue parole, poi il carnefice gli toglie il respiro".

. Polemizzando con il Bianchi, la "Voce della Verità" diede un'altra versione degli ultimi istanti del Martire, ma non accennò a nessun avvilimento: "La sentenza fu eseguita nel Baluardo della Cittadella detto dell'Ergastolo, verso la piazza della Colonna. In faccia al patibolo vi eran schierate due compagnie di granatieri e nella vicina piazza della Colonna altre due compagnie di Ungheresi, e i non stupiti presenti erano nelle strade. Lo sciagurato, che non desiderava certo di andare così presto nell'asilo dei martiri, non sapeva risolversi ad abbandonare la prigione. I sacerdoti, confortandolo con sentimenti di vera religione, ve la determinarono: discesa la scala, oltrepassata la casa del custode, i raggi del sole lo involsero. Egli disse: Questo è l'ultimo sole per me. Fu richiamato dai sacerdoti alle orazioni. Vi si prestò per quel breve tratto di strada, e le sue ultime parole furono: Addio, mondo, vado con Dio. Egli non parlò allora né mai della sua innocenza, non fece dichiarazioni verso il sovrano, non poteva rivolgersi ai suoi concittadini perché ignorava che ve ne fossero; né i suoi accenti potevano essere coperti dal lugubre suono dei tamburi perché non vi fu un sol tocco di tamburo".

Nel medesimo giorno fu impiccato anche il notaio VINCENZO BORELLI, reo di avere strappato di mano al consigliere GUIDELLI il decreto ducale che lo nominava vicario e di avere vergato l'atto in cui era decretata la decadenza di Francesco IV. Andò al patibolo con intrepidezza e, se si deve credere al Pagani, "gridò all'ingiustizia ed invitò il popolo a muoversi a sua difesa".

Il 13 giugno il duca dispose che le sostanze dei due giustiziati "fossero impiegate in primo luogo per il mantenimento delle loro vedove e per la educazione dei figli del Menotti, destinando il rimanente ai poveri, con una distribuzione conosciuta e che l'entità delle sostanze, nessuna andasse a profitto del regio erario". Nel mese di luglio i soldati austriaci saccheggiarono la casa Menotti, disperdendo quanto vi era, fra cui una copiosa biblioteca.

GOVERNO DI FRANCESCO IV DOPO 1 MOTI DEL 1831
I PROCESSI RICCI E MATTIOLI

"Dopo i moti del 1831, Francesco IV - SCRIVE IL LEMMI. - governò con un ferreo dispotismo avvalendosi, fino al 1834, dei consigli del principe di CANOSA. Costui avrebbe voluto ottenere la presidenza di una specie di S. Uffizio, incaricato di ricercare e di punire i liberali in tutta la penisola, ma il suo desiderio non riuscì mai ad esser soddisfatto. Tuttavìa Modena divenne la fortezza da dove i Sanfedisti spiarono, provocarono ed assalirono per parecchi anni il liberalismo anche negli Stati vicini. Loro strumento di lotta fu la "Voce della verità", diretta da CESARE GALVANI, futuro biografo di Francesco IV, la; quale ebbe tra i suoi primi collaboratori il CANOSA, il balì COSIMO ANDREA SAMMINIATELLI e il napoletano FRANCESCO GAROFOLO, direttore di polizia a Modena tra il 1831 e il 1832 e persino il Duca e sua moglie, Maria Beatrice di Savoia !

"Dallo Stato pontificio MONALDO LEOPARDI, padre di GIACOMO, faceva eco con la "Voce della ragione" ! Sorta con lo scopo di "schiacciare, opprimere; annientare il non mai abbastanza detestato partito laberalesco", la "Voce della verità" professò il più intransigente legittimismo, e cìò facendo era nel suo diritto, ma ebbe il torto di servirsi di un linguaggio provocante, aggressivo, spesso volgare, sebbene non del tutto ignoto in altri tempi alla stampa d'altro colore, In queste polemiche Francesco IV, per rispetto almeno alla dignità del trono, non avrebbe dovuto mescolarsi; presentandosi all'Italia come campione delle forze antirivoluzionarie egli sperava forse, ambizioso e irrequieto com'era, di costituirsi un partito, ma riuscì ad attirarsi l'odio implacabile e non sempre giustificato di quanti nella penisola, uomini di azione o di studio, vedevano assicurata nel trionfo della libertà la fortuna della patria" (Lemmi)

. Non contento di far lanciare dalla "Voce della verità" triviali ìnvettive contro tutto ciò che sapesse di libertà e di progresso, FRANCESCO IV riversava la colpa di ogni pubblica calamità (perfino i terremoti) sui liberali. Curioso è un bando ducale messo fuori nel 1832 dopo una violenta scossa sismica:

Non è il secolo dei lumi, ma ci sembra di essere ritornati all'anno 1000!

"Il terremoto, per quanto potesse studiarsi dagli uomini a spiegarlo con le leggi fisiche, è notoriamente da tutti i miscredenti riconosciuto come un flagello che Dio manda talvolta al pari di tanti altri sia per castigo, sia per avvertimento agli uomini di convertirsi, quando di gravi reità si sono resi colpevoli; o quando dimenticati da Dio battono una falsa strada o si abbandonano alle loro passioni. Il tempo forse è questo in cui empi ed infami principi, spirito di insubordinazione, di critica, di superbia che si crede di meglio intendere e vuole riformare ogni cosa, spirito di miscredenza e sfrenatezza nell'appagare le più vili passioni sono diventati come una malattia epidemica nel mondo, che stravolge le teste, perverte i cuori, e trascina alla perdita dell'anima, non che a quella di ogni tranquillità,di ogni godimento lecito anche terreno; avvelena tutto sotto un falso aspetto di dolce, perchè opera del demonio, in potere di cui necessariamente si cade più profondamente di mano in mano che si abbandona Dio e la sua santa legge. Ci crediamo in dovere di far riflettere che purtroppo anche nei nostri Stati molti si mostrarono, e taluni si mostrano ancora poco curanti di Dio e della Religione, e quindi insubordinati al loro Sovrano ed alle sue leggi, accecati da falsi principii, vogliosi di cambiamenti e di rivoluzioni, nelle quali sperano di appagare le ree passioni senza ritegno. Purtroppo si sentì dire da alcuni scellerati che se il carnevale fu triste, più lieta sarà la Quaresima e si ballerà in questa. Ecco come Dio li confuse, ecco come in cambio di balli manda loro un salutare ma spaventoso terremoto. Se i vescovi, se i confessali, se i predicatori esortano per ministero alla penitenza e alla conversione dei fedeli, noi qual Sovrano vogliamo felicitare e dar mano a tutti i mezzi di ravvedimento di ritorno a Dio e al dovere e di miglioramento di vita in quanto ciò è in nostro potere. E faremo riflettere che se per i nuovi sforzi che tentano le proscritte sètte ed i rivoluzionari onde cagionare ulteriori turbolenze, abbiamo giudicato prudente consiglio di sospendere ancora l'effetto di quel perdono a certa classe di traviati da noi riservata, che da tanti ci fu con istanza chiesto e reclamato, ciò fu per proprio bene de' nostri sudditi, poiché questi peccatori, questi uomini senza religione, propensi a turbare la società con mali esempi, con spargimento di cattive massime, con desiderio di rivoluzione, sono essi che attirano i castighi e i flagelli di Dio alle popolazioni. Il tenerli lontani è un allontanare questi divini flagelli da noi; ed ogni ben pensante, invece di desiderare per una malintesa compassione il richiamo di tali nemici di Dio e della umana società (specialmente di quelli che per adesione a proscritte sette sono marcati della scomunica) dovrebbe anzi cooperare a scoprirli, ed allontanarli, se non si convertono davvero per così tener lontani i flagelli di Dio, che, altrimenti, andranno succedendosi gli uni agli altri, poiché Egli sembra stanco di tollerare tanti disordini e tanta ribalderia negli uomini. Non dobbiamo perciò incrudelire verso quei miseri traviati, ma pregare per loro affinché si convertano e se si vogliano convertire con retta intenzione, purchè ne diano evidenti segni, i quali non possono essere disgiunti dalle debite rivelazioni, da pubbliche ritrattazioni, che riparino gli scandali dati, dobbiamo come il Vangelo c'insegna, stendere sempre ad essi la mano, e assecondare in loro una salutare risoluzione con tutti i modi possibili e sapere perdonare quando vi è pentimento e correzione ....".
(ricordiamoci che Ferdinando IV, è quello di quel famoso preambolo fatto al Congresso di Verona, che abbiamo riportato in altre pagine; "la gente studia troppo!"

Naturalmente Francesco IV viveva in continuo sospetto e perciò non solo voleva incutere terrore con le minacce e tenere buoni i sudditi facendo appello, a modo suo, alla religione e alla morale, ma tentava di scoprire i settari e i cospiratori invitando con lusinghe i cittadini alla delazione.
Con un bando del 18 aprile del 1832, a chi si faceva autore di novità minacciava giudizi sommari e pronta esecuzione delle sentenze del tribunale militare. In questo bando è degna di nota la parte in cui si dà incitamento ai delatori:

"Dandosi il caso che per segrete denuncie e testimoni senza eccezione, a cui si dovette assicurare di non mai comprometterli né con palesare ai tribunali il loro nome, né molto meno con confronti, se si arrivi ad avere in coscienza una morale certezza del commesso delitto, allora, anziché violare il segreto, o compromettere chi, in noi fidandosi, avrà fatte o farà vere ed utili rivelazioni, in via di misura di polizia ci accontenteremo di fissare per il delinquente una pena straordinaria, assai più mite però dell'ordinaria, alla quale sarà poi quasi sempre unito l'esilio. Il che se è giusto, perché una persona gravemente indiziata rea o complice o cosciente e non denunziante di simili delitti di lesa maestà deve sempre considerarsi come pericolosa allo Stato, è motivo più che sufficiente per il bene pubblico privarla del diritto di continuare a vivere nello Stato medesimo; deve poi d'altra parte imputarsi alla difficoltà delle circostanze e più di tutto alla malignità della sètta che si ha da combattere, e che ormai eludendo ogni legge, la scelta di cotali mezzi sommari temuti vivamente dai soli malvagi".

In quei medesimi giorni, Francesco IV, volendo dare ad intendere che nelle sue milizie aveva un sostegno forte e fedele, faceva sottoscrivere dai suoi soldati una dichiarazione - pubblicata dalla "Voce della verità", in cui essi dicevano di provare "la più pura soddisfazione, ed anzi un vero nobile orgoglio, di essere onorati della divisa di un principe il quale in gagliardia d'anima e vero coraggio può dirsi il primo soldato dell'età nostra", si dicevano "superbi di servire sotto la sua bandiera", giuravano "di spargere fino l'ultima stilla di sangue in difesa dell'invitto Arciduca, del Padre amorosissimo, del fortissimo capitano", e facevano sapere che facevano buona guardia intorno al loro sovrano, "…Che se mai l'inferno vomitasse l'anima più esecranda, che osasse il più lieve attentato, vogliono che si sappia da tutti come essi ben conoscono persona per persona quelli fra i loro concittadini i quali dividono le massime degli scellerati rivoluzionari e liberali: tremino essi, perché i militari rendono le vite di costoro garanti della sicurezza di Francesco IV ! Tremino perchè la giustizia del soldato è altrettanto pronta quanto è sicura!".

Nel marzo del 1832, essendo scoppiati i moti rivoluzionari nelle Romagne ed essendosi detto che una gran quantità di armi era stata nascosta a Modena, il duca ordinò accurate e numerose perquisizioni. Queste non diedero risultato, tuttavia fu ordinato l'arresto di quattro persone. Due di esse - il conte ERCOLE PIO DI SAVOIA e il prete VINCENZO CASTIGLIONI, fuggirono in tempo, - le altre due, l'ex-capitano GAETANO AIROLDI e l'avvocato PELLEGRINO MARCHETTA, furono messi in prigione e quindi espulse dal Ducato.
Qualche tempo dopo, certi VENERIO MONTANARI e GIACOMO TOSI, arrestati per furto, dichiararono che nel febbraio di quell'anno erano stati invitatí dal cavalier GIUSEPPE RICCI, guardia nobile del Duca, in una sua villa presso Bastiglia, dove avevano trovato DOMENICO PIVA, GÌOVANNÌ GUICCIARDI, CARLO GASPARINI, GIUSEPPE BORGHI, e che erano stati incitati, mediante la promessa di duecento napoleoni d'oro, ad uccidere Francesco IV, allorché, il successivo 21 marzo, secondo la sua consuetudine, si fosse recato nella Chiesa dei Benedettini.
In seguito a questa denuncia, il 16 giugno fu arrestato il Ricci e poi gli altri quattro complici. Il processo, affidato ad una commissione militare, terminò l'11 luglio. Sebbene gl'imputati si fossero mantenuti negativi e la denuncia non era stata suffragata da prove, il Ricci fu condannato con il Montanari e con il Tosi alla forca, il Piva, il Gasparini e il Guicciardi alla galera a vita, il Borghi a quindici anni di carcere.

Il Duca fece accompagnare la sentenza da questo suo rescritto:

"Vista da noi la sentenza proferita l'11 luglio 1832 dalla Commissione militare da noi appositamente nominata per giudicare il cavalier Giuseppe Ricci, come accusato capo e promotore di congiura, al fine di far togliere a noi la vita, di assicurarsi della persona della nostra amatissima consorte l'arciduchessa Maria Beatrice di Savoia, onde paralizzare con ciò l'opposizione militare, e il tutto per impossessarsi dello stato, indi per giudicare i suoi complici in sì nefando delitto, cioè Venerio Montanarì, Gìacomo Tosì, Giovanni Guicciardi, Domenico Piva, Carlo Gasparini e Giuseppe Borghi, tutti arrestati e detenuti; visto da noi tutto il sunto e le risultanze del processo, nonché viste le conclusioni fiscali, approviamo la detta sentenza della Commissione militare, colle variazioni di cui in appresso. Né ci fa stato alcuno la circostanza unica dal Ricci addotta di essere uno dei testimoni che depose contro di lui essere stato altra volta in galera, per tutt'altro delitto, mentre in questo caso esso non aveva né astio né passione alcuna contro il Ricci, non conoscendolo nemmeno prima di questa circostanza, né lo mosse a palesare il fatto alcuna promessa né cagione di guadagno o vantaggio proprio, mentre anzi con ciò veniva ad accusar se stesso; e la sua circostanziata deposizione è pienamente concorde con quella dell'altro testimonio senza eccezione; e perché resta vincolata la prova del delitto da tanti indizi gravissimi e da vari testimoni di fatti parziali che lo aggravano.
Noi possiamo essere tranquillissimi in coscienza sulla sussistenza del fatto, mentre Dio permise che il Ricci, dopo di essersi tenuto sulle negative in tutto nell'esame, poco dopo chiamò il Giudice per fare a noi proporre che, se gli si fosse commutata la pena da lui meritata in esiguo perpetuo e se avessimo fatta grazia agli altri detenuti quali complici del fatto di cui esso era accusato, siccome unicamente da lui stati compromessi, egli avrebbe rivelato cose importantissime e riguardo a questa congiura e riguardo anche a quella del febbraio 1831; al che fu da noi risposto che ne sapevamo abbastanza e che non volevamo venire in alcun modo a patti con lui; ma lasciar il libero corso alla giustizia. Con ciò però il Ricci extra giudizialmente fu a confessarsi reo di fellonia e capo di complotto, cosa che in giudizio costantemente negò. Considerando dunque l'enormità del delitto, le conseguenze funestissime che ne sarebbero probabilmente derivate, se avesse potuto eseguirsi, la qualità della persona del cavaliere Giuseppe Ricci di ufficiale o di guardia nobile del sovrano, di cui era ancora insignito quando ne meditò il tradimento, mentre era stretto da particolar giuramento di fedeltà; non solo reo convinto ai termini della sentenza di quell'enorme attentato delitto, ma capo ancora e seduttore, indirettamente ed estragiudizialmente confesso: da tutto ciò segue che per dovere di sovrano, per quella imparzialità che deve distinguere chi ama la giustizia, per l'esemplarità della pena troppo necessaria in tal genere di misfatto troviamo del nostro stretto obbligo di lasciar il libero corso in questo caso alla giustizia, confermando la pena di morte inflitta al cavaliere Giuseppe Ricci dalla commissione militare, commutando soltanto quella della forca in quella della fucilazione, per un riguardo unicamente alla di lui famiglia, di cui esso per se stesso sarebbe immeritevole; e parimente vogliamo che non abbia luogo la confisca dei suoi beni, della quale soltanto si risentirebbe l'infelice sua famiglia, la quale essendo non consapevole de' suoi misfatti, merita il possibile riguardo. La circostanza poi d'essere stato il Ricci costantemente negativo in giudizio, senza mai voler dare alcun lume alla giustizia, fuorché venendo a patti, mentre altronde era convinto, e fuori di giudizio confesso, ciò mostra una permanente malizia, e nessun pentimento, ragione per cui, lungi dal meritar riguardo di grazia, deve esser trattato a rigore delle vigenti leggi. All'incontro il Venerio Montanari e Giacomo Tosi, per essere stati limpidamente confessi, senza previo patto né promessa né speranza, ma dicendo d'avere commesso reità, volere ora dire tutta la verità con candidezza, mostrarono con ciò un pentimento, e non essendo essi stati capaci di congiura, ma sedotti, ed avendo con la loro confessione fatto conoscere e cadere in mano della giustizia il capo, sul quale più d'ogni altro cadere deve l'esemplarità della pena, commutiamo ad ambedue loro per grazia la pena di morte in quella di galera a vita, lasciando il suo effetto e confermando la sentenza quanto agli altri correi negativi, quale fu pronunziata, meno soltanto la confisca dei beni, per quelli che hanno famiglia".

Vuole la tradizione che il Ricci cadde vittima dell'odio del conte GEROLAMO RICCINI, ministro del duca, che per mezzo del carceriere Giuseppe Gallotti avrebbe indotto il Montanari e il Tosi a fare la falsa denuncia, avrebbe quindi imposto una procedura giudiziaria irregolare pur di ottenere una condanna capitale e infine avrebbe inventato la pretesa confessione del Ricci per vincere i dubbi di Francesco IV.

Ma lo storico non può dare un sicuro giudizio basandosi soltanto sulla tradizione e lascia intatto il doloroso mistero che grava su questa tragedia della storia. Il 12 luglio del 1832 dai soldati austriaci, che erano ancora stanziati a Modena, fu fucilato il Ricci, che lasciava il vecchio padre, sette figli e la moglie incinta.
Un altro processo, che rende ancor più infame il regno di Francesco IV, fu quello svoltosi per la cosiddetta congiura Mattioli.

GIACOMO MATTIOLI, devoto al duca, giudice nel processo di Rubiera, un uomo incapace di ordire trame rivoluzionarie, accusato con lettera anonima di intrighi contro il governo ducale, fu arrestato il 14 luglio del 1833 e messo sotto processo come propagandista della Giovine Italia nel Frignano.
Il Mattioli negò per qualche tempo; ma, atterrito in seguito dall'opera insidiosa del carceriere Gallotti, si confessò colpevole del reato che non aveva commesso e denunciò complici tutte quelle persone - circa duecento - i cui nomi gli furono suggeriti dal Gallotti, il quale agiva sotto l'istigazione del solito Riccini.
Il Mattioli fu condannato a morte, ma la pena gli fu commutata in quindici anni di galera; trentadue persone - fra cui i conti LUIGI CASSOLI, FRANCESCO GUIDELLI, ORAZIO MALAGUZZI, FILIPPO SALIMBENI, il dottor DOMENICO FERRARI, il notaio NATALE MASCAGNI, l'avvocato GIUSEPPE GIANELLI e il sottotenente FRANCESCO MALAVOLTI - furono condannate alla galera dai quindici ai cinque anni, e molte delle duecento, altre condanne minori.

(il seguito in fondo)

Tutto questo a Modena e a Parma
ma in questo stesso periodo (1831-1832)
dopo la resa di Ancona e il ritorno
delle truppe Pontificie nelle province riunite ribelli
i processi e le condanne a morte e alla galera a vita non si contarono
è il prossimo capitolo "Il dopo Ancona e altri fermenti" > >


CIOE' LA SECONDA PARTE SULLA RESTAURAZIONE
con
I FUGGIASCHI DI ANCONA - GREGORIO XVI NON RICONOSCE LA CONVENZÍONE DI ANCONA. - PROCESSI CONTRO I LIBERALI DELLO STATO PONTIFICIO - IL MEMORANDUM DELLE POTENZE AL PAPA - IL MOTUPROPRIO DEL 5 LUGLIO - FERMENTO RIVOLUZIONARIO NELLE LEGAZIONI - PROVVEDIMENTI DEL CARDINAL BERNETTI - RIFORME GIUDIZIARIE - PETIZIONE DELLE GUARDIE CIVICHE - CONVEGNO DEI PROLEGATI A BOLOGNA - I FATTI DI CESENA E DI FORLI - SECONDO INTERVENTO AUSTRIACO - OCCUPAZIONE FRANCESE DI ANCONA - RISVEGLIO LIBERALE E REPRESSIONI AD ANCONA - I CENTURIONI - IL GRANDUCATO DI TOSCANA - FERDINANDO IV RE DELLE DUE SICILIE
E LA TERZA PARTE
con

IL GRANDUCATO DI TOSCANA - FERDINANDO II RE DELLE DUE SICILIE
PIEMONTE: IL MANIFESTO DI GIACOMO DURANDO
MORTE DI CARLO FELICE - CARLO ALBERTO SUL TRONO - LE ASPETTATIVE

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