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CRONOLOGIA

DA 20 MILIARDI
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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNI 1831-1834

COSPIRAZIONE FALLITA - COMPARE GARIBALDI
( anni 1831 -1832 - 1833 - 1834 )

SECONDA PARTE
TENTATIVO DI UCCIDERE CARLO ALBERTO - SPEDIZIONE MAZZINIANA NELLA SAVOIA
LA PRIMA GIOVINEZZA DI GIUSEPPE GARIBALDI
GARIBALDI FUGGE DALL' ITALIA - LA SUA CONDANNA A MORTE
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(sentenza (ORIGINALE) di condanna a morte di Mazzini)

(sentenza (ORIGINALE) di condanna a morte di Garibaldi)

TENTATIVO DI UCCIDERE CARLO ALBERTO
IL GENERALE RAMORINO E LA SPEDIZIONE NELLA SAVOIA

 

Grande fu l'esasperazione degli esuli alle notizie delle feroci repressioni e le inique condanne a morte fatte in Piemonte e il nome di CARLO ALBERTO sulla bocca degli affiliati alla Giovine Italia suonò come quello del peggiore nemico della libertà.
Forse a più d'uno dovette balenare il pensiero di sopprimere il monarca sabaudo che oltre ad avere disilluso tutti, si stava dimostrando feroce giustiziere e spietato più di suo zio Carlo Felice. Si sarebbe -dicevano i cospiratori- levato di mezzo, uccidendo il re sardo, uno degli ostacoli più grandi alla libertà piemontese e nello stesso tempo sarebbe stata fatta vendetta delle nobili vite stroncate dal piombo della reazione e dei fratelli che languivano nelle celle delle prigioni.V Chi doveva pensare queste cose di certo era lo studente parmigiano ANTONIO GALLENGA quando, nel novembre del 1833, si presentò a Ginevra a Giuseppe Mazzini, e gli palesò il proposito di uccidere Carlo Alberto chiedendogli un aiuto per realizzare il disegno.
Mazzini cercò di distogliere il Gallenga da quel proposito, ma, vedendolo ostinato, gli fece ottenere dal governo del Canton Ticino un passaporto intitolato a Luigi Mariotti, gli consegnò mille lire e lo indirizzò ad un membro del comitato centrale della Giovine Italia a Torino.
Qui giunto, il Gallenga andò a trovare il membro del comitato e si accordò con lui per effettuare il suo attentato. "II fatto - narrò il Mazziní ventitré anni dopo - doveva compiersi in un lungo corridoio all'interno della Corte; il Re vi passava ogni domenica per andare alla cappella regia. Con un biglietto privilegiato si ammettevano alcuni sudditi, solo per vedere il Re passare. Il Comitato riuscì a procurarsi uno di questi biglietti, e il Gallenga andò con quello, senz'armi, a studiare il luogo; vide il Re, e fu più intenzionato che mai ad ucciderlo, almeno così diceva. Fu così stabilito che la domenica successiva avrebbe potuto agire. Impauriti di procacciarsi, in quei momenti di terrore, un'arma a Torino, m'inviarono un membro del comitato, SCIANDRA, un commerciante,.... a chiedermi l'arma e ad avvertirmi del fatidico giorno. C'era sul mio tavolo un pugnaletto con un manico di lapislazzuli, che era un carissimo dono, io indicai quello, lo Sciandra acconsentì, lo prese e partì.

"Ma io, non considerando quel fatto come parte del lavoro insurrezionale che io dirigevo, non facendone calcolo, mandavo a Torino un certo nostro ANGELINI, sotto altro nome per fare altre cose nostre. L'Angelini era del tutto ignaro del Gallenga e di ogni altra cosa, ma a Torino prese alloggio nella stessa via dove, in una cameretta alloggiava il Gallenga. Fu preso da un forte sospetto quando tornando nel suo alloggio, lo vide invaso da carabinieri; riuscì a scantonare e si pose in salvo. Ma il comitato, quando apprese da lui il fatto, e che a due porte da quella del regicida erano scesi i carabinieri, e sapendo che l'Angelini non era al corrente dell'attentato che doveva avvenire, sospettò che il Governo avesse avuto avviso del progetto e fosse in cerca di Gallenga, lo fece uscir da città sistemandolo in una casa di campagna fuori Torino, dicendogli poi che non si poteva tentare in quella stessa domenica, solo se le cose si mettevano in quiete, lo avrebbero richiamato per una delle domenica successive. Due domeniche dopo vollero avvicinarlo, ma il Gallenga non lo trovarono più; era partito. Io molto tempo dopo lo rividi in Svizzera".

Mentre il Gallenga si preparava a sopprimere Carlo Alberto, Giuseppe Mazzini continuava ad accarezzar l'idea di una spedizione armata nella Savoia. Aveva raccolto circa centomila lire, avute in parte dalle congreghe delle varie province, in parte da GIACOMO CIANI; dal marchese GASPARE ORDOGNO di Rosales, dal conte ALESSANDRO BARGNANI, dal principe EMILIO BELGIOIOSO e dalla principessa CRISTINA TRIVULZÍO-BELGIOIOSO, la quale aveva dato quasi trentamila lire. La somma era piccola, ma sufficiente ad armare, un paio di migliaia di uomini e il Mazzini ingenuamente credeva che la Savoia, malcontenta del governo piemontese, sarebbe insorta al primo comparire della schiera e che al primo segnale, il Piemonte e la Liguria, la Valtellina e le Romagne e quindi le Due Sicilie avrebbero preso le armi e cacciato i tiranni.

Da coloro che organizzavano quest'impresa fu.fatto il nome del generale GEROLAMO RAMORINO, come quello che meglio d'ogni altro poteva capitanare la spedizione. Il Ramorino, savoiardo d'origine, era nato nel 1792; aveva militato nell'esercito francese guadagnando la legion d'onore; poi nell'esercito costituzionale piemontese con il grado di maggiore; esule, aveva partecipato, da colonnello prima e da generale poi, all'insurrezione polacca e, pare che si era comportato valorosamente; ma era un millantatore, un giocatore, un privo di scrupoli che non andava molto a genio al Mazzini.
" Affratellato - scrive Mazzini- fra i migliori gli esuli della Polonia, io avevo dalle loro conversazioni, e dall'attento esame delle operazioni militari condotte dal Ramorino, ritratto un giudizio molto diverso da quello dei comitati. Ricordai loro che avevamo predicato il principio che a cose nuove ci volevano uomini nuovi; che nelle grandi rivoluzioni erano le imprese che avevano creati i nomi, non i nomi le imprese; che in ogni modo, nelle due fasi dell'iniziativa e poi della guerra che sarebbe venuta dietro, era più cauto lasciare il primo posto agli organizzatori del moto, e affidare al generale la seconda fase, quando i primi successi erano già un fatto compiuto e il programma successivo avrebbe richiesto un capo qualunque.
Non valse questa logica. Il prestigio di un nome era purtroppo allora - ed è tuttavia - più assai potente che non il principio. Mi fu dichiarato che senza Ramorino non avrebbero agito. E mi avvidi che s'interpretava il mio dissenso come istinto di chi ambiva essere capo civile e militare allo stesso tempo. Vive tuttavia chi mi vide prorompere in lungo e convulso amaro pianto al primo affacciarsi di quell'accusa: io la meritavo così poco che non l'avevo nemmeno mai sospettata che potesse sorgere. E mi era tremenda la rivelazione dell'avvenire di sospetti, di diffidenze e calunnie riservata agli uomini che con un'anima pura e piena di fiducia negli altri si consacrano a una grande impresa. Quella rivelazione mi rese tristissima la vita".

Il Mazzini si mise in contatto con il Ramorino, il quale (continua il Mazzini):

"……udito il progetto, accettò. Stabilimmo che l'invasione si opererebbe da due colonne; che la prima muoverebbe da Ginevra, e io ne assumevo la preparazione e la guida; la seconda da Lione dove Ramorino affermava di aver una grande influenza e intendeva lui formarla e guidarla. Ramorino mi chiese, per le spese necessarie all'organizzazione della colonna, 40.000 franchi, e li diedi. L'ottobre del 1833 non trascorse senza vederci. Lui partì quasi subito. Io gli raccomandai come segretario un giovane modenese, un nostro fidatissimo uomo, che lo avrebbe così vigilato e mi avrebbe anche informato. Sui primi di ottobre, ogni cosa era pronta da parte mia; non così da parte del generale Ramorino al quale io scrivevo e riscrivevo senza ottenere risposta: mi giungevano bensì dal giovine segretario ragguagli tristissimi che m'indicavano che Ramorino si era perduto nella passione del gioco, si era indebitato ed era impegnato a tutt'altro che a preparare la colonna. Passò tutto l'ottobre. Gli inviai viaggiatori, tra i quali ricordo CELESTE MENOTTI, che però dovette raggiungerlo a Parigi dove si era recato, senza nessun scopo apparente. Spronato, rimproverato, ci chiese tempo, giustificandosi con ostacoli imprevisti. Gli concedemmo, riluttanti il novembre. E il novembre, anch'esso, passò. All'inizio del dicembre finalmente mi dichiarò che gli era impossibile preparare nemmeno cento dei mille uomini promessi; che la Polizia parigina, informata, lo aveva interrogato sul disegno della trama; che lui si era abilmente schermito e difeso, ma che era vigilato ogni suo passo, e che non poteva ormai più mantenere le sue promesse e mi rimandava 10.000 dei 40.000 franchi affidatigli.
Più tardi seppi che, cedendo a minacce e promesse del pagamento dei suoi debiti di gioco, si era messo d'accordo con il Governo Francese, vincolandosi, non a tradire sul campo, ma ad impedire che noi vi entrassimo. Intanto l'opportunità della mossa andava sfumando. Il partito all'interno, decimato, impaurito, sviato, cadeva nell'anarchia e nell'impazienza".

E intanto Filippo Buonarroti, che era il capo della Carboneria, osteggiava l'impresa del Mazzini mentre la polizia austriaca, sarda e modenese spiavano le mosse del grande esule circondandolo di spie che figuravano tra i più ardenti affiliati alla "Giovine Italia".
I governi di Torino, di Modena, di Milano e di Roma si tenevano continuamente in contatto e si scambiavano le informazioni ricevute dalle loro spie. Attiva era specialmente la corrispondenza tra Francesco IV e Carlo Alberto. Questi, in data 11 novembre del 1833, informava il Duca di Modena, di un tentativo fatto per far cadere in trappola il Mazzini e i suoi compagni:
"Seccatissimo per le continue minacce d'invasione che ci venivano dalla "Giovine Italia", ho spedito, sei settimane fa, una persona sicura a persuadere i faziosi a tentare un movimento contro di me facendo loro intravedere la possibilità che il comandante del forte di Fenestrelle consegnava a loro la piazza qualora si fossero presentati numerosi uomini con Ramorino, Mazzini, Bianco, e altri caporioni alla testa. Perfettamente sicuro della guarnigione e del colonnello ANDRÉES che la comanda, e potendo io stesso in persona recarmi là in poche ore con considerevoli forze, ho tentato questa "ruse de guerre" allo scopo d'impadronirmi dei capi rivoluzionari italiani e di rendere impossibili le loro imprese, se non per sempre, almeno per molti anni. Io ignoravo che il comitato di Parigi avrebbe accettato quest'offerta. Ne sono felice, tuttavia non posso ancora persuadermi che hanno il coraggio di fare sul serio: se l'osassero, io spero di acquistare qualche nuovo diritto alla vostra stima e al vostro affetto".

Questa spedizione contro il forte di Fenestrelle non fu tentata; si continuò invece a lavorare alacremente per rendere possibile l'altra, l'invasione della Savoia. Nel gennaio del 1831 circa milleduecento uomini, fra cui erano duecento Italiani, altrettanti Polacchi, trecento Svizzeri, centocinquanta Badesi e quattrocento tra Savoiardi, Francesi e Ginevrini, erano già pronti, nel territorio di Ginevra e in quello di Grénoble, per passare il confine e riunirsi a Saint-Julien. La colonna di Ginevra aveva avuto l'ordine di partire all'alba del 2 febbraio. Il 31 gennaio giunse in questa città il Ramorino, che diede le ultime disposizioni per la marcia. Tutto era pronto quando il governo ginevrino fece eseguire numerosi arresti fra le truppe della spedizione e fece sequestrare tutte le armi e ogni cosa dei polacchi; inoltre i volontari tedeschi, partiti da Zurigo e da Berna, furono dispersi prima che arrivassero al punto di concentramento. Questi incidenti assottigliarono considerevolmente il corpo d'invasione e compromisero l'impresa.
La sera del 1° febbraio la colonna capitanata dal Ramorino si mise in marcia. Ne facevano parte il MAZZINI, i fratelli GIOVANNI e AGOSTINO RUFFINI, CELESTE MENOTTI, NICOLA FABRIZI, ANGELO USIGLIO, GIAMBATTISTA RUFFINI, GIUSEPPE LAMBERTI, GUSTAVO MODENA, PAOLO PALLIA, GASPARE BELCREDI, LUIGI BORELLI, il colonnello ANTONINI e CARLO BIANCO di Saint-Jorioz.

La colonna contava centoventitre uomini. Giunta ad Annenasse, dopo uno scambio di fucilate, disarmò i finanzieri sardi, quindi fu lanciato ai Savoiardi un proclama in francese, firmato dal Mazzini, da Giovanni Ruffini, da Luigi Amedeo Melegari e da Jacopo Rubin, "membri del governo insurrezionale provvisorio" e fu innalzato sulla piazza l'albero della libertà.
Il giorno 3 febbraio la colonna comandata dal capitano Ardoino e formata di due o trecento uomini passò la frontiera francese presso Grénoble e dopo un combattimento con i carabinieri piemontesi s'impadronì del villaggio di Les Echelles; ma durante la notte, assalita da forze superiori, fu costretta a ripassare il confine, lasciando tre morti, due feriti e due prigionieri. Questi ultimi erano l'avvocato lombardo ANGELO VOLONTARI e GIUSEPPE BOREL, i quali, giudicati dal consiglio divisionario di Chambery il 15 febbraio, furono condannati alla pena della "morte ignominiosa" e giustiziati il giorno 17.
Un'altra piccola colonna di cinquanta uomini fu respinta dai finanzieri sardi a Laissard; non giunse al luogo stabilito la colonna dei Polacchi che doveva giungere da Nyon e assalire Saint-Julien. Verso questa località, nella notte dal 3 al 4 febbraio marciò il Ramorino, ma, giunto a Ville-la-Grand, seppe della cattura dei Polacchi e, temendo di essere assalito da forze superiori dalla parte di Thonon, fece ritorno nel territorio svizzero.
Ecco come il Mazzini narra le sue vicende di quella spedizione:

"Io aveva presunto troppo delle mie forze fisiche. L'immenso lavoro, che mi ero da mesi addossato, mi aveva prostrato. Per tutta l'ultima settimana io non avevo toccato il letto; avevo dormito appoggiandomi al dorso della mia sedia a mezz'ore e a quarti d'ora sempre interrotto. Poi, l'ansietà, le diffidenze, i presentimenti di tradimento, le delusioni impreviste, la necessità di animare gli altri con il sorriso di una fiducia che non era più in me, il senso di una più che grave responsabilità avevano esaurito le mie facoltà e la vigoria. Quando mi misi tra le file, una febbre mi divorava. Più volte accennai a cadere e fui sorretto da chi mi era a fianco. La notte era freddissima, e io avevo lasciato spensieratamente, non so dove; il mantello. Camminavo trasognato, battendo i denti. Quando sentii qualcuno - era il povero SCIPIONE PISTRUCCI.... - a mettermi sulle spalle un mantello, non ebbi nemmeno forza per volgermi a ringraziarlo. Di tempo in tempo, poi mi avvidi che non si andava su San Giuliano, io richiamavo con uno sforzo supremo le facoltà minacciate per correre in cerca di Ramorino e pregarlo, scongiurarlo perché riprendesse il cammino sul quale c'eravamo intesi. Mi guardava con uno sguardo mefistofelico, rassicurando, promettendo, affermando che i Polacchi del lago si aspettavano di minuto in minuto.
"Ricordo che all'ultimo momento, mentre si resisteva, un fuoco di moschetteria, partito da una piccola avanguardia, ebbi un senso di profonda riconoscenza a Dio, che ci mandava finalmente aiuti… Poi, non vidi più cosa alcuna. Gli occhi mi si appannarono; caddi in preda al delirio.
"Fra un eccesso e l'altro, in quel barlume di coscienza che si riacquista a sbalzi per ricadere subito dopo nelle tenebre, io sentivo la voce di GIUSEPPE LAMBERTI che mi gridava "che cosa hai preso?" Lui e pochi altri amici sapevano che io temendo di essere fatto prigioniero, e tormentato per fare rivelazioni, avevo sempre con me un veleno potente. E affaticato per sempre dal pensiero delle diffidenze che si erano, o mi pareva, suscitate in alcuni, io interpretava quelle parole come se lui mi chiedesse quale somma io avessi preso dai nemici per tradire i fratelli. E ricadevo, smaniando, nelle convulsioni. Tutti quelli che fecero parte della spedizione e sopravvivono sanno il vero delle cose che io dico. Quella notte fu la più tremenda della mia vita. Dio perdoni agli uomini che, spronati da ceca ira di parte, seppero trovarvi argomenti in così tristi epiloghi.
"Appena Ramorino seppe di me, gli parve sparito l'ostacolo: salì a cavallo, lesse un ordine del giorno che scioglieva la colonna, dichiarando l'impresa impossibile, e l'abbandonò. Supplicarono Carlo Bianco perché li guidasse: egli si arrestò davanti alla nuova responsabilità e davanti al disfacimento degli elementi. La colonna si sciolse. Quandi mi destai, mi vidi in una caserma, circondato da soldati stranieri. Vicino a me stava l'amico mio ANGELO USIGLIO. Gli chiesi dove fossimo. Mi disse con volto di profondo dolore: in Svizzera. E la colonna? In Svizzera.
Il primo periodo della Giovine Italia era finito".

LA PRIMA GIOVINEZZA DI GIUSEPPE GARIBALDI:
LA FUGA DALl'ITALIA, LA CONDANNA A MORTE
LA PARTENZA PER L'AMERICA

Mentre il Ramorino avrebbe tentato di penetrare nella Savoia, gli affiliati alla Giovine Italia dovevano promuovere insurrezioni in varie città della Liguria e del Piemonte. Una delle città su cui il Mazzini faceva maggiore assegnamento era Genova, in cui doveva agire un giovane di grande animo, destinato a far parlare molto di sé ed essere uno dei fattori principali del Risorgimento italiano: GIUSEPPE GARIBALDI.
Egli nacque a Nizza il 4 luglio del 1807 da Domenico, marinaio (
possedeva una tartana, con la quale praticava il cabotaggio) e da Rosa Raimondi e fin dall'infanzia mostrò di possedere animo generoso e ardito. Ad otto anni trasse dalle acque di un fosso dove stava per annegare, una lavandaia, a tredici salvò, gettandosi a nuoto, una barca di compagni prossimi a naufragare.
Che amasse il mare e l'avventura lo sappiamo da questo episodio.
Il padre avrebbe voluto avviare il suo secondogenito allo studio per una carriera come avvocato o medico, o anche prete. Il figlio, però, amava poco gli studi e prediligeva gli esercizi fisici e la vita sul mare. Vedendosi contrariato dal padre nella sua vocazione marinara, un giorno tentò di fuggire per mare con un battello da pesca verso Genova con alcuni compagni; ma fu fermato e ricondotto a casa. Il padre a quel punto si decise a lasciargli seguire la carriera marittima e Giuseppe la iniziò come mozzo a 15 anni.

Manifestata in questo modo la sua vocazione per la vita marinara, Giuseppe Garibaldi ben presto s'imbarcò, sempre in qualità di mozzo, sul brigantino "Costanza" del capitano Angelo Pesante che andava a Odessa, quindi, o a bordo dell' Enea, o a bordo del Cortese o su La nostra Signora delle Grazie, navigò in ogni senso il Mediterraneo.

"Un giorno del 1833 - scrive il Guerzoni - Garibaldi (allora aveva 26 anni) navigando nel Mar Nero, entrava in una locanda di Taganrok, dove intorno ad una tavola stavano seduti in animati colloqui alcuni marinai e mercanti italiani. In sulle prime il Nostro, che aveva occupato posto in disparte, non pose orecchio a quei discorsi. Ma ad un tratto, alcune parole uscite dalla bocca di uno di quei suoi compatrioti ferirono il suo orecchio, e gli fecero voltar la testa verso il giovane che le pronunciava. Infatti l'argomento che intratteneva gli interlocutori, era importantissimo, il più importante certamente di quanti potessero fermare l'attenzione di Garibaldi: parlavano dell'Italia, e ne ricordavano con accento appassionato la passata grandezza e la presente vergogna, ne dipingeva gli errori e i martiri, i disinganni e le speranze. La diceva vinta, ma pronta a ripigliare la lotta; svelava che una vasta associazione creata dalla fede amorosa di un apostolo ligure, consacrata dal nome augurale di "Giovine Italia", non più legata ai simboli delle vecchie sette, non più avvinta alle promesse dei Principi, ma credente soltanto nell'aiuto di Dio e nel braccio del popolo (Dio e Popolo), raccoglieva in un "fascio" tutti i buoni, preparava i cuori ed affilava le armi per una suprema e non lontana battaglia. Esclamava infine che era dovere di tutti entrare in quella società, seguir quell'apostolo, serrarsi intorno al sacro vessillo da lui inalberato, e dare la vita e gli averi per lui. Ed altre cose forse egli soggiunse ed altre ne voleva soggiungere, quando Garibaldi, non potendo più dominare la tempesta d'affetti che durante tutto quel discorso gli si era scatenata nel petto, si lancia verso quello sconosciuto che gli aveva irraggiato l'anima di una luce inattesa e scoperto il nuovo mondo dei suoi sogni e delle sue speranze, e stringendoselo al cuore gli giurò che da quel giorno egli era suo per sempre. "Chi fosse quel credente, che, per usare le stesse parole di Garibaldi lo iniziò ai Sublimi misteri della patria, è oggi notissimo. Era lo stesso Cuneo narratore dell'episodio. Quel GIOVANNI BATTISTA CUNEO di Oneglia che in gioventù aveva esercitato l'arte del mare e navigava appunto in quell'anno nel Mar Nero; iscritto fin d'allora fra i più ardenti seguaci della "Giovine Italia"; divenuto da quel giorno uno dei più fidi e devoti amici di Garibaldi, come lo era già di Mazzini, e caro più tardi a tutti gli Italiani emigrati al Plata; e dato che di loro era uno dei più infaticabili protettori, fu eletto dalla Repubblica Argentina suo rappresentante nel nuovo regno d'Italia; dopo una vita lunga, tutta spesa a pro della patria e dell'umanità, morì a Firenze verso la fine del 1875.

"L'inattesa rivelazione del Cuneo fu a Garibaldi il "terra terra" dei seguaci di Colombo. E da quel momento egli non ebbe più che un pensiero: correre in Italia cercare quell'associazione che raccoglieva in una trama tutte le fila dei più ardenti patrioti; trovare quell'uomo che n'era l'anima e il capo; offrire il suo braccio, chiedere il suo posto di combattimento, agire; soprattutto e presto, perché la sola parola che egli intendeva fin d'allora, il solo modo con cui egli concepisse il cospirare e il servire la patria, era l'azione. Ed eccolo infatti, verso la fine di luglio arrivare a Marsiglia, presentarsi a Mazzini, che da parecchi mesi avevo piantato in quella città il focolare della sua propaganda, rinnovargli il giuramento di Taganrok, dargli il proprio nome e prenderne un altro di guerra, scriversi nel gran ruolo degli affiliati, e ricevere la sua parola d'ordine per l'impresa creduta imminente".

Il nome di battaglia di Garibaldi nella "Giovane Italia" fu quello di BOREL. "Qual luogo e qual parte - continua il Guerzoni - il maestro gli avesse assegnata nell'impresa, non sapremmo affermare; certo è che prima della fine di luglio Garibaldi scompare da Marsiglia, torna in Italia, entra al più presto in intima corrispondenza con quanti patrioti di Liguria e di Genova gli è dato incontrare, interviene alle loro serali conventicole, partecipa alle loro trame; poi, a un tratto, si presenta al Dipartimento marittimo e si arruola nella regia marina come marinaio di 3a classe con il nome di guerra di CLEOMBROTO".

L'arruolamento di Garibaldi si collegava all'imminente spedizione nella Savoia. Il moto di Genova doveva essere sostenuto da una rivolta della flotta sarda ed era necessario far proseliti fra i marinai. Quest'incarico, pare, fu affidato al Garibaldi, che, il 3 febbraio, riuscì a farsi imbarcare sulla fregata "Des Geneys", ancorata nel porto di Genova, e si tenne pronto all'azione che l'indomani i cospiratori dovevano svolgere assaltando la caserma di Piazza Sarzana e impadronendosi della città. Verso il tramonto del giorno 4, Garibaldi, forse disperando di sollevare la ciurma della "Des Geneys", scese a terra armato di due pistole per unirsi agli insorti che fra non molto avrebbero cominciato ad agire. Ma nessuno si mosse e dopo un'inutile attesa di due ore, temendo di essere scoperto ed arrestato, Garibaldi si rifugiò nella bottega di una fruttivendola, si travestì con il suo aiuto da contadino e, uscito da Porta Lanterna, s'incamminò alla volta di Nizza dove giunse, dopo faticose marce, il 10 febbraio per ripartire nella notte seguente, diretto verso la Francia.
Giunse a Marsiglia il 25 febbraio, dopo essere sfuggito con una fuga audace alle mani dei doganieri francesi a Draguignan. Cambiato ancora una volta il suo nome in quello di Giuseppe Pane, Garibaldi vi rimase, per qualche tempo, nella casa ospitale di un amico, nell'attesa di trovare un'occupazione. E intanto nello Stato Sardo i tribunali militari di Chambery e di Genova svolgevano i processi a carico di coloro che avevano tentato la spedizione della Savoia e di coloro che il 4 febbraio si proponevano di fare insorgere Genova.
Il 22 marzo del 1834 dal tribunale di Chambery furono condannate a morte quattordici persone: il generale RAMORINO, l'avvocato BASILIO RUBIN, ALESSANDRO FOCI, FRANCESCO CLAVEL, FRANCESCO BURNIER, IPPOLITO FRAVIN, ANDREA GARDY, GIAMMARIA DE BAUDRY, GIOVANNI DUPEULOUP, BERNARDO DEL PINO, PIETRO e MARCELLINO BURNET, FRANCESCO PEAGET e PIETRO LAUFREY.
Il 3 giugno, il tribunale di Genova emanava la sentenza che riportiamo fedelmente per intero:

"Il Consiglio di Guerra Divisionario residente in Genova convocato d'ordine di S. E. il signor Governatore, Comandante generale della Divisione. Nella causa del Regio Fisco Militare contro: MUTRA EDORARDO del vivente GIOVANNI, d'anni 24, nativo di Nizza Marittima, marinaio di 3a classe al regio servizio; CANEPA GIUSEPPE BALDASSARRE del fu Giovanni Battista, d'anni 34, nato e domiciliato in Genova, commesso di Commercio, sottocaporale provinciale nel 1o reggimento Savona; PARODI ENRICO del vivente Giovanni, d'anni 28, marinaio mercantile, nato e domiciliato in Genova; DELUZ GIUSEPPE, detto "Dell'Orco", del fu Francesco, d'anni 30, nato a Praia nell'isola Jerzeira (Portogallo), marinaio mercantile di passaggio in Genova; CANALE FILIPPO del vivente Stefano, d'anni 17, nato e domiciliato in Genova, lavorante libraio; CORVO GIOVANNI ANDREA, d'anni 36 nativo di Caruglia (Chiavari e domiciliato in Genova), sostituto segretario del tribunale di prefettura; GARIBALDI GIUSEPPE MARIA del vivente Domenico, d'anni 26, nativo di Nizza Marittima, capitano marittimo mercantile e marinaro di 3a classe al regio servizio; CAORSI GIOVANNI BATTISTA del fu Antonio, detto il figlio di Tognella, d'anni 30 circa, abitante in Genova; MASCARELLI VITTORE del vivente Andrea, d'anni 24 circa, capitano marittimo mercantile, dimorante nella città di Nizza. I primi sei detenuti e gli altri contumaci, inquisiti di alto tradimento militare; cioè: i GARIBALDI, MASCARELLI e CAORSI di essere stati i motori di una cospirazione ordita in questa città nei mesi di gennaio e febbraio ultimi scorsi, tendente a fare insorgere le Regie truppe ed a sconvolgere l'attuale Governo di Sua Maestà; di avere il Garibaldi e Mascarelli tentato, con lusinghe e somme di danaro effettivamente sborsate, d'indurre a farne parte alcuni bassi ufficiali del corpo Reale di Artiglieria; e di avere il Caorsi per sì criminoso scopo fatto provvista di armi poi ritrovate cariche e di munizioni da guerra. E gli altri sei di essere stati informati di detta cospirazione, di non averla denunciata alle autorità superiori e di esservi anzi associati; udita la redazione degli atti, gli inquisiti presenti nelle loro rispettive risposte, il Regio Fisco nelle sue conclusioni, ed i difensori nelle difese degli accusati presenti; il Divino Aiuto invocato; rejetta l'eccezione d'incompetenza opposta dai difensori di alcuni accusati, ha pronunciato doversi condannare, siccome condanna, in contumacia i nominati Garibaldi Giuseppe Maria, Mascarelli Vittore e Caorsi Giovanni Battista alla pena di morte ignominiosa, dichiarandoli esposti alla pubblica vendetta come nemici della patria e dello Stato ed incorsi in tutte le pene e pregiudizi imposti dalle Regie Leggi contro i banditi di primo catalogo, in cui manda gli stessi descriversi. Ha dichiarato i Mutru Edoardo, Parodi Enrico, Canepa Giuseppe Baldassarre, Deluz Giuseppe e Canale Filippo non convinti, allo stato degli atti, del delitto a loro imputato, ed inibisce loro molestia dal Fisco. E finalmente ha dichiarato e dichiara insussistente l'accusa addebitata all'Andrea Corvo e lo rimanda assolto".

Nel frattempo Giuseppe Garibaldi riusciva ad ottenere un posto di secondo sul brigantino "Unione" del capitano BAZAN, partiva per Odessa. Tornato verso la fine del 1834, il desiderio di avventure lo spingeva ad andare al servizio di Hussein, bey di Tunisi, che voleva riformare all'europea la sua minuscola flotta; ma verso la metà del 1836 ecco Garibaldi di nuovo a Marsiglia, e da qui, poco tempo dopo, ottenuto il comando in seconda del brich "Nautonier", che faceva vela per Rio Janeiro, dava un addio all'Italia, in cui pareva che il dispotismo si fosse rafforzato, e navigava verso il Nuovo Mondo in cerca di fortuna.
Nel 1836 è a Rio de Janeiro. In unione ad un altro esule italiano, LUIGI ROSSETTI, tentò di lavorare nel commercio marittimo, ma senza risultati. Appoggiò allora i ribelli repubblicani del Rio Grande, insorti contro il governo imperiale di Don Pedro II, esercitando per loro la guerra corsa (piratesca) contro il Brasile, lungo le coste e i fiumi del Brasile, dell'Uruguay e dell'Argentina.

Dopo molte peripezie ed aver preso parte a diverse azioni belliche, cadute, per le discordie interne, Garibaldi lasciò la regione, recandosi a Montevideo. Al soggiorno riograndese risale il suo incontro con ANITA, il reciproco innamoramento, l'abbandono del marito per seguire l'eroe e la nascita nel 1840 del primogenito Menotti, cui seguirono Teresita e Ricciotti. Morto poi il marito, il 26 marzo 1842, Giuseppe e Anita poterono unirsi in matrimonio a Montevideo. Anche nell'Uruguay, Garibaldi riprese a combattere in favore di quel paese che lottava contro l'Argentina. Comandante di alcune flottiglie.
Ad affidargliele nel gennaio del 1842 (e così conosce gli inglesi) il diplomatico inglese William Gore Ouseley. Fu con queste navi che le costituì una grossa banda formata quasi tutta da italiani, e creò nello stesso periodo la Legione Italiana, che condusse, vestita di quelle camicie rosse che un giorno diverranno leggendarie, in diverse azioni, come nei combattimenti del Cerro, del Salto e sul fiumicello S. Antonio. Quest'ultima battaglia mise in luce le qualità militari di Garibaldi, nominato generale, e nel 1847, capo della difesa di Montevideo.
Ed è iscritto alla Massoneria Universale e precisamente nella loggia irregolare "L’asilo della Virtù", poi regolarizzata a Montevideo il 24 agosto 1844, nella loggia "Gli Amici della Patria"

Sulla vita di Garibaldi, vi rimandiamo ad altre pagine in "TEMATICA", e nei SINGOLI ANNI
ovviamente sul "condottiero" abbiamo riportato non un solo giudizio:
Garibaldi per alcuni è un eroe dei diseredati; ma proprio per questo, altri presero le distanze come i suoi contemporanei che allora avevano grandi interessi personali a combatterlo, a diffidare, oppure a dipingerlo come un pittoresco avventuriero. I nobili, la borghesia, la classe media, la Chiesa (cui Garibaldi indirizzò pesantissimi proclami - che riportiamo in altra parte) è chiaro che hanno di Garibaldi tutta un'altra opinione (vedi).
Garibaldi si dice da più parti che lottò per l'indipendenza nazionale della propria Patria contro l'ingerenza straniera; però anche lui andò a combattere "fuori", in difesa di popoli e contro altri popoli che lui non conosceva e non erano di certo la sua Patria.
Garibaldi finì la sua carriera di soldato difendendo la Francia nel 1870 contro i Prussiani (mentre l'Italia Unita "sabauda" si defilava. Cioè con gli stessi francesi (di Napoleone III) che per vent'anni lui aveva combattuto per tre volte in Italia, e che odiava, prima perchè avevano chiesto il suo arresto, e poi perché gli avevano sottratto la sua Nizza.

Ma avremo occasione di parlarne ancora nei prossimi riassunti.
Dobbiamo ora occuparci delle repressioni di questi anni 1833-1840

Del dispotismo rafforzato, ne parleremo nel prossimo capitolo
sulle "Rivolte e Repressioni" in Italia
in Piemonte e Liguria, in Toscana, nello Stato Pontificio, nel Regno delle due Sicilie.
periodo che va dal 1833 al 1840 > >

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