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CRONOLOGIA

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( QUI TUTTI I RIASSUNTI ) RIASSUNTO ANNI 1800-1880 

 LETTERATURA  
del SECOLO XIX    ( inizio e metà Ottocento)
( Periodo del "Romanticismo" e del "Risorgimento )

( Prima Parte - in queste pagine )
IL ROMANTICISMO - IL "ROMANTICISMO" VISTO DA FRANCESCO DE SANCTIS

(Seconda Parte )
FU DETTO "ROMANTICISMO" ERA LA "LETTERATURA DEI POPOLI MODERNI" (De Sanctis)

(Terza Parte)
ALESSANDRO MANZONI - LA VITA E LE OPERE - GIACOMO LEOPARDI - LA VITA E LE OPERE
ROMANZIERI E SCRITTORI DI MEMORIE - POETI PATRIOTTICI E SATIRICI - PRATI. ALEARDI- ZANELLA - SCAPIGLIATURA MILANESE - LA TRAGEDIA, IL DRAMMA STORICO E LA COMMEDIA - SCRITTORI POLITICI
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IL ROMANTICISMO


Quel moto letterario, filosofico e politico, che, nato e sviluppatosi in Germania col nome di romanticismo, rappresentò la reazione intellettuale della nazione tedesca all'oppressione francese e predicò l'opposizione al classicismo in poesia e al razionalismo in filosofia, e fece sentire la sua influenza anche in Italia nella prima metà del secolo XIX.

Il termine non era nuovo, nel Seicento l'inglese romantic aveva il significato di romanzesco, per indicare le narrazioni desunte dal romance, romanzo cavalleresco medievale; sinonimo di pittoresco per designare gli aspetti selvaggi e malinconici della natura, sia in senso spregiativo, che per definire tutto ciò che è irrazionale.

Quando F. von Schegel nel 1798 al fratello Willhelm volle definire cos'era questo aggettivo gli scrisse "Non ti posso mandare la mia interpretazione della parola "romantico": è lunga 125 pagine". Sottolineava dunque l'indefinibilità e l'ineffabilità programmatica di certi aspetti del "romanticismo".
"Era tuttavia una corrente di gusto e di pensiero, che, privilegiando le emozioni, la nostalgia e la malinconia, l'indefinito e l'infinito, il senso della lontananza, rifiutavano le armonie e le sicurezze del "buon gusto" codificato, del razionalismo e del classicismo accademico. In questa tensione si è voluto riconoscere il presagio della fine della società aristocratica e gli impulsi contraddittori della cultura borghese in ascesa, che non possono essere identificati esclusivamente nel razionalismo illuministico" (Furio Jesi)

Nasce, fra la Rivoluzione francese e la formazione dello Stato Tedesco, anni in cui sono intercalate tante sensibilità irrequiete, nella Rivoluzione Francese, nelle guerre napoleoniche, nella Restaurazione, nelle repressioni, nelle lotte liberali indipendentiste, per finire nelle rivoluzioni europee, dentro gli stessi stati assolutisti (vedi Austria), in quelli liberali (vedi Inghilterra), in quelli in lentissima formazione (vedi l'Italia dei piccoli "cortili"), in quelli in accelerata formazione (vedi Russia). In ognuna di queste fasi, nelle coscienze dei popoli coinvolti nei grandi conflitti, si creano delle profonde fratture; con le varie disillusioni, tradimenti, frustrazioni, miti nella polvere, aspirazioni stroncate, umiliazioni, ritorno a un nuovo tipo di stoicismo che è spesso falso; c'è l'attrazione per la morte, le malattie, le esperienze oniriche, le droghe, le fughe dalla perfezione dell'uomo, le evasioni nel trascendentale infinito o gli autoimposti isolamenti

Dopo il culto della libertà universale, si ritorna con i cocenti insuccessi, al sentimento nazionale, recuperando ogni popolo il suo storicismo partendo dalle origini, alla ricerca della propria identità. In Germania si esalta il valore della propria storia (Idealismo tedesco), della religione e dell'arte stessa. Il Romanticismo è in antitesi all'Illuminismo e vuole sostenere una nuova concezione della vita. Contro il razionalismo dell'età precedente si afferma il concetto della creatività dello spirito;  all'ateismo degli ideologi si contrappone il ritrovamento dei valori religiosi; contro l'antistoricismo illuministico, che respingeva la storia del passato, ritenendola colma di superstizioni e di errori, viene sostenuto un nuovo storicismo rivalutando le tradizioni; infine viene affermata l'autonomia della fantasia rispetto all'intelletto.

" Romanticismo - scrive il Cesareo (dopo leggeremo il De Sanctis)- è la scissione della coscienza; la quale, scontenta della vita terrena, aspira a qualcosa di infinito e d'eterno, che è fuori di lei, oltre il mondo del senso, nella pura regione dell'invisibile. Gli antichi ignoravano questo dissidio interiore: la loro vita era concorde e armoniosa; i loro dei noti significavano che la trasfigurazione simbolica dei loro stessi sentimenti; il loro ideale non oltrepassava la cerchia del loro naturalismo. Invece i moderni hanno la torturante aspirazione al mistero: il cristianesimo ha ingentilito la loro coscienza e promesso la felicità di là dalla vita; l'arte moderna deve quindi cercare altre vie che l'antica. Non può esser serena, ma rassegnata; non gioiosa, ma cogitabonda: a punto come chi aspetta, ma non trova, il suo bene. Le si addice la notte, il mistero, la malinconia; la pietà dei sentimenti irrequieti e complessi, l'orrore degli spettacoli tetri. Lasci da parte la mitologia, la storia greca e romana, Aristotele, l'imitazione dei classici, e accolga le trascendenti figurazioni del cristianesimo, gli angeli, i beati, i regni d'oltretomba, le leggende agiografiche e mistiche; tratti la storia del medioevo coi suoi cavalieri, le sue castellane, la sua società religiosa ed eroica; rinnovi le regole della poetica; imiti i retti e sinceri poeti stranieri, il Johnson, lo Shakespeare, Lope de Vega, Calderon de la Barca. Tale fu per l'appunto il romanticismo tedesco". (Cesareo)

Le prime esperienze, quindi l'origine, sono da ricercare nell'opera di HERDER e nello Sturm und Drang, ove fanno le prime esperienze SCHILLER e GOETHE. L'inizio ufficiale è però del 1797 quando esce a Berlino la rivista Athenaum, con una tendenza prevalente al misticismo e all'irrazionale (NOVALIS, HOLDERLIN) mentre l'opera di Goethe è volta alla ricerca di un nuovo equilibrio, detto poi classico-romantico.  I generi privilegiati sono il poema (filosofico, epico, idillico), il romanzo (storico, psicologico), il diario, la ballata, la novella. In Inghilterra sorge ufficialmente l'anno dopo, nel 1798,  ad opera di WORDSWORTH, COLERIDGE, ed ha come massimi esponenti GEORGE GORDON BYRON (1788-1824); PERCY BYSSHE SHELLEY (1792-1822); JOHN KEATS (1795-1821); WALTER SCOTT (1771-1832) che si afferma nel romanzo storico. In Francia, ove la sensibilità romantica  è stata preannunciata da ROUSSEAU , la data d'inizio è segnata da M.ME DE STAEL (1766-1817) con la pubblicazione nel 1813 di Germania, poi seguirono FRACOIS RENE' DE CHATEUBRIAND (1768-1848); ALPHONSE LAMARTINE (1790-1869); VICTOR HUGO (1802-1885); ALFRED DE VIGNY (1797-1863); ALFRED DE MUSSET (1810-1857); ALEXANDER DUMAS (1802-1870); SAINT-BEAUVE (1804-1869) e altri.


Fra coloro che diffusero le dottrine romantiche in Italia fu l'accennata Mme LUISA GERMANA NÈKER DE STAÈL col suo famoso libro "De l'Allemagne", che nel 1814 uscì a Milano, tradotto nella nostra lingua. Della Staèl, nel gennaio del 1816, una rivista milanese, "La Biblioteca Italiana", pubblicò, nella traduzione del GIORDANI, un articolo in cui si esortavano gl'Italiani a mettere da parte il vieto bagaglio mitologico e a prender conoscenza dei poeti stranieri per infondere vigore alla stanca poesia italiana. Ribatterono il Giordani ed altri, affermando che la poesia italiana non era affatto isterilita e provocando una risposta della Staèl, la quale diceva, fra l'altro, che "conoscenza non voleva dire imitazione e che l'umano intelletto più sa e più diventa originale". Questi furono i primi colpi della grossa battaglia combattutasi in Italia prò e contro il romanticismo, alla quale presero parte vivissima oltre che il citato Giordani, GIOVANNI BERCHET, PIETRO BORSIERI e LUDOVICO DI BREME. Il primo, nel 1816, sotto lo pseudonimo di Grisostomo, pubblicò una lettera semiseria "Sul Cacciatore feroce" e sulla "Eleonora di G. A. Burger", nella quale fingeva di scrivere ad un suo figlio collegiale per esortarlo ad allontanarsi dalla vecchia e fredda poetica e dall'imitazione dei poeti dell'antichità greco-romana e ad imitar la natura, ad accogliere le voci dell'anima popolare, ad attingere aspirazione dalle credenze e dalle tradizioni del popolo e ad esprimere sentimenti cari ed intelligibili a tutti, proponendogli come esempio le due ballate del Burger da lui tradotte.

L'opuscolo del Berchet provocò ampie discussioni e polemiche. Contro i romantici si schierò in prima fila l'austriacante "Biblioteca Italiana" che usciva a Milano e il "Giornale Arcadico" a Roma; i romantici, nel 1818, raccoltisi intorno al mecenate CONTE LUIGI PORRO LAMBERTENGHI, fondarono in Milano il "Conciliatore", ch'ebbe come redattore SILVIO PELLICO e come collaboratori FEDERICO CONFALONIERI, BERCHET, IL DI BREME, BORSIERI, ERMES VISCONTI, GIOVITA SCALVINI, ROMAGNOSI, TORTI e molti altri. "Il Conciliatore", divenuto ben presto palestra di patriottismo e d'irredentismo, venne, dopo soli tredici mesi di vita, soppresso dal governo austriaco e i suoi scrittori carcerati o dispersi; ma il "romanticismo" (tutto italiano) non poté esser soffocato, anzi, accrebbe la schiera dei suoi fautori e non tardò a diventare la bandiera del movimento liberale italiano.

Il Romanticismo anche se s'inserisce nel più alto discorso europeo, quello italiano si caratterizza, piuttosto che come movimento d'idee estetiche come espressione della borghesia illuminata nel suo programma d'espansione industriale, e non c'è niente di male, quando si ammetta la relativa attinenza di tale fenomeno al romanticismo vero e proprio. La cronistoria delle polemiche sul romanticismo ha inizio come abbiamo appena letto nel 1816, e paradossalmente sulle pagine di quella "conservatrice" rivista austriaticante che aveva come primo proposito di promuovere la borghesia produttiva per portarla ad un livello di moderna efficienza culturale. Paradossalmente proprio da queste pagine la Stael esortava alla sprovincializzazione della cultura italiana.

Ma bisogna dire che si era nel 1816, l'Italia era ancora divisa politicamente ed era in pieno periodo della Restaurazione. Erano stati ed erano ancora, tempi ancora bui. Non esisteva in Italia una lingua che poteva collocarsi al livello della nuova cultura europea. La testimonianza c'è data dal "Conciliatore" stesso che pubblicò in varie puntate la "proposta di alcune correzioni e aggiunte al Vocabolario della Crusca". Nello stesso tempo c'era chi -GIORDANI- condannava quelle che erano considerate non lingue ma dialetti, quindi questi nocivi all'unità linguistica e politica (quale fosse questa unità politica del Giordani non era molto chiara - Toscana, Centro e Sud Italia. erano allora ancora "pianeti" fuori dal "sistema solare" austro-lombardo); e chi invece -BREME- voleva un'apertura verso i "dialetti", ritenendoli capaci di ampliare la lingua nazionale (quale fosse questa lingua, con le polemiche che c'erano in corso nei confronti del "Toscano" (allora "fiorentino" parlato degli uomini colti) anche Breme non fu molto chiaro). Manzoni affronterà questo problema con "Dell'unità della lingua" solo nel 1868, e dopo aver più volte ritoccato e adeguato (dal 1825 al 1842) i suoi "Promessi Sposi", abolendo quel diaframma secolare che esisteva con la lingua dei letterati e la lingua viva del popolo.

Quello che accade subito dopo le polemiche, fu l'esortazione a "un fare" poetico che lasciasse da parte le questioni generali di romanticismo e classicismo e riflettesse "il genio nazionale eccitato e modificato dalle attuali circostanze" (G.D. Romagnoli, nel Conciliatore n.3, nell'articolo "Della poesia considerata rispetto alle diverse età delle nazioni" (Età con i legami stretti alle varie dominazioni, che avevano creato delle vere e proprie barriere linguistiche oltre che culturali e di tradizioni).
Nelle opere dei critici italiani sul romanticismo tedesco (e di quello francese che sotto molti aspetti era di riporto al primo - e che entrambi del resto gli italiani conoscevano in modo molto imperfetto e superficiale) nasce così l'idea di una letteratura come "espressione della società", che diventa quasi subito un'idea portante del nazionalismo (dal 1816 al 1848) e poi del cosiddetto risorgimento italiano (dal 1848 in poi).

Il più grande critico di questo periodo storico-politico-letterario è FRANCESCO DE SANCTIS (1817-1883), che fu il primo a guardare con occhio non velato da preconcetti; ciò che nel movimento romantico italiano vi ricercava non era l'ideale, ma la realtà, non il fine ma l'atto. "In tal senso tutta l'attività critica di De Sanctis è la riprova del rapporto che esisteva tra "letteratura" ed " espressione della società", che era un modo parziale d'intendere il romanticismo, ma era appunto quello (senza essere in contrasto con alcuni postulati del romanticismo europeo, e soprattutto tedesco,) che si conveniva al problema nazionale" (Luigi Baldacci). Una letteratura intesa a giovare quella società di cui peraltro voleva essere la fedele espressione. Non per nulla che il "Conciliatore" che era diventato ben presto palestra del patriottismo e d'irredentismo, venne soppresso dal governo austriaco, perché stava diventando la bandiera del movimento liberale e dell'unitarismo.

Proprio con il De Sanctis vogliamo iniziare il discorso sul "Romanticismo" per avere un'intera panoramica del secolo (dopo il periodo napoleonico) sui numerosi scrittori, poeti, romanzieri, politici, storici o di memorie. Più che una panoramica letteraria è un'analisi di quel periodo molto legato alla storia d'Italia; di quell'Italia tornata ad essere unita.

Nel leggerlo, non dimentichiamo che FRANCESCO DE SANCTIS, era meridionale di Morra Irpinia, Avellino; di famiglia borghese studiò prima presso uno zio prete; partecipò ai moti insurrezionali del 1848 da posizioni liberali (finì anche in carcere); fuggito da un esilio che lo avrebbe portato in America si rifugiò nel 1853 come esule a Torino; aderì poi all'unitarismo monarchico; fu ministro della pubblica istruzione con Cavour nel 1861; direttore (1863-65) del giornale "L'Italia" organo della sinistra formata da ex mazziniani; lo troviamo poi nei governi di sinistra nel 1878-'81; e combatté l'ingerenza ecclesiastica nelle scuole.

(Francesco De Sanctis, Storia della Letteratura)

"La stella di Monti scintillava ancora cinta di astri minori; Foscolo solitario meditava le Grazie; Romagnosi tramandava alla nuova generazione il pensiero del gran secolo vinto. E proprio nel 1815, tra il rumore dei grandi avvenimenti, usciva in luce un libriccino, intitolato Inni, al quale nessuno badò. Foscolo chiudeva il suo secolo con i Carmi; Manzoni apriva il suo con gl'Inni. Il Natale, la Passione, la Risurrezione, la Pentecoste erano le prime voci del secolo decimonono. Natali, Marie e Gesù ce n'erano infiniti nella vecchia letteratura, materia insipida di canzoni e sonetti, tutti dimenticati. Mancata era l'ispirazione, da cui uscirono gl'inni dei santi padri e i canti religiosi di Dante e del Petrarca e i quadri e le statue e i templi dei nostri antichi artisti. Su quella sacra materia era passato il Seicento e l'Arcadia, fino a che disparve sotto il riso motteggiatore del secolo decimottavo. Ora la poesia faceva anche lei il suo "concordato". Ricompariva quella vecchia materia, ringiovanita da una nuova ispirazione.

Ciò che muove il poeta non è la santità e il misterioso del dogma. Non riceve il soprannaturale con raccoglimento, con semplicità di credente. Mira a trasportarlo nell'immaginazione, e, se posso dir così, a naturalizzarlo. Non è più un "credo", è un motivo artistico. Diresti che innanzi al giovine poeta ci sia il ghigno di Alfieri e di Foscolo, e che non si attenti di presentare ai contemporanei le disusate immagini, se non pomposamente decorate. Non gli basta che siano sante; vuole che siano belle. L'idea cristiana ritorna innanzi tutto come arte, anzi come la sostanza dell'arte moderna, chiamata "romantica".

La critica entrava già per questa via, e fin d'allora sentivi parlare di "classico" e di "romantico", di "plastico" e di "sentimentale" di "finito" e d'"infinito". L'inno era poesia essenzialmente religiosa, la poesia dell'infinito e del soprannaturale. Sorgeva come sfida ai classici per la materia e per la forma. Pure il poeta, volendo esser romantico, rimane classico. Invano si arrampica tra le nubi del Sinai; non si regge, ha bisogno di toccar terra; il suo spirito non riceve se non ciò che è chiaro, plastico, determinato, armonioso; le sue forme sono descrittive, rettoriche e letterarie, pur vigorose e piene di effetto, perché animate da immaginazione fresca in materia nuova. Vi senti lo spirito nuovo, che in quel ritorno delle idee religiose non abdica, e penetra in quelle idee e se le assimila, e vi cerca e vi trova se stesso. Perchè la base ideale di quegl'Inni è sostanzialmente democratica, è l'idea del secolo battezzata e consacrata sotto il nome d'"idea cristiana", l'eguaglianza degli uomini tutti fratelli in Cristo la riprovazione degli oppressori e la glorificazione degli oppressi; è la famosa triade, "libertà, uguaglianza, fratellanza", vangelizzata; è il cristianesimo ricondotto alla sua idealità e penetrato dallo spirito moderno.

Onde nasce una rappresentazione pacata e soddisfatta, pittoresca nelle sue visioni, semplice e commovente nei suoi sentimenti, come di un mondo ideale riconciliato e concorde, ove si armonizzano e si acquietano le dissonanze del reale e i dolori della terra. Ivi è il Signore, che nel suo dolore pensò a tutt'i figli d'Eva; ivi è Maria, nel cui seno regale la femminetta depone la sua spregiata lacrima; ivi è lo Spirito, che scende, aura consolatrice nei languidi pensieri dell'infelice; ivi è il regno della pace, che il mondo irride, ma che non può rapire; il povero, sollevando le ciglia al cielo "che è suo", volge i lamenti in giubilo, pensando a cui somiglia. In questa ricostruzione di un mondo celeste accanto a una lirica di pace e di perdono, alta sulle collere e sulle cupidigie mondane, si sviluppa l'epica, quel veder le cose umane dal di sopra con l'occhio dell'altro mondo.

Questa novità di contenuto, di forma e di sentimento rende altamente originale il Cinque maggio, composizione epica in forme liriche. L'individuo, grande ch'ei sia, non è che un'"orma del Creatore", uno strumento "fatale". La gloria terrena, posto pure che sia vera gloria, non è in cielo che "silenzio e tenebre". Sul mondano rumore sta la pace di Dio. È lui che atterra e suscita, che affanna e consola. La sua mano toglie l'uomo alla disperazione, e lo avvia per i floridi sentieri della speranza. Risorge il "Deus ex machina", il concetto biblico dell'uomo e dell'umanità. La storia è la volontà imperscrutabile di Dio. Così vuole. A noi non resta che adorare il mistero o il miracolo, "chinar la fronte". Meno comprendiamo gli avvenimenti, e più siamo percossi di maraviglia, più sentiamo Dio, l'incomprensibile.

La storia anche di ieri si muta in leggenda, diviene poesia epica. Napoleone è un gran miracolo, un'orma più vasta di Dio. A che fine? Per quale missione? L'ignoriamo. È il segreto di Dio. Così volle.

Rimane della storia la parte popolare o leggendaria, quella che più colpisce le immaginazioni; le battaglie, le vicende assidue, gli avvenimenti straordinari, le grandi catastrofi, le miracolose conversioni. Il motivo epico nasce non dall'altezza e moralità dei fini, ma dalla grandezza e potenza del genio, dallo sviluppo di una forza che arieggia il soprannaturale. Sono nove strofe, di cui ciascuna per la vastità della prospettiva è quasi un piccolo mondo, e te ne viene un'impressione, come da una piramide. A ciascuna strofa la statua muta di prospetto, ed è sempre colossale. L'occhio profondo e rapido dell'ispirazione divora gli spazi, aggruppa gli anni, fonde gli avvenimenti, ti dà l'illusione dell'infinito. Le proporzioni sono ingrandite da un lavoro tutto di prospettiva nella maggior chiarezza e semplicità dell'espressione. Le immagini, le impressioni, i sentimenti, le forme tra quella vastità di orizzonti ingrandiscono anche loro, acquistano audacia di colori e di dimensioni. Trovi condensata la vita del grande uomo nelle sue geste, nella sua intimità, nella sua azione storica, nei suoi effetti sui contemporanei, nella sua solitudine pensosa: immensa sintesi, dove precipitano gli avvenimenti e i secoli, come incalzati e attratti da una forza superiore in quegli sdruccioli accavallantisi, appena frenati dalle rime. Questo è il primo movimento, epico-lirico, del secolo decimonono. Al macchinismo classico succede il macchinismo teologico. Ma non è mero macchinismo, semplice colorito o abbellimento. È un contenuto redivivo nell'immaginazione che ricostruisce a sua immagine la storia dell'umanità e il cuore dell'uomo. È Cristo smarrito e ritrovato al di dentro di noi. Ritorna la provvidenza nel mondo, ricompare il miracolo nella storia, rifioriscono la speranza e la preghiera, il cuore si raddolcisce, si apre a sentimenti miti: sui disinganni e sulle discordie mondane spira un alito di perdono e di pace. Ciò che intravedeva Foscolo, disegnò Manzoni con un entusiasmo giovanile, riflesso di quell'entusiasmo religioso, che accompagnava a Roma il papa reduce, ispirava ad Alessandro la federazione cristiana, prometteva agli uomini stanchi un'era novella di pace e riposo. La nuova generazione sorgeva tra queste illusioni, e mentre il vecchio Foscolo fantasticava un paradiso delle Grazie, allegorizzando con colori antichi cose moderne, Manzoni ricostruiva l'ideale del paradiso cristiano e lo riconciliava con lo spirito moderno. La mitologia se ne va, e resta il classicismo; il secolo decimottavo è rinnegato, e restano le sue idee. Mutata è la cornice, il quadro è lo stesso.

Guardate il Cinque maggio. La cornice è una illuminazione artistica, una bell'opera d'immaginazione, da cui non esce alcuna seria impressione religiosa. Il quadro è la storia di un genio rifatta dal genio. L'interesse non è nella cornice è nel quadro. Ben presto il movimento teologico diviene prettamente filosofico. Dio è l'assoluto, l'idea; Cristo è l'idea in quanto è realizzata, l'idea naturalizzata; lo Spirito è l'idea riflessa e consapevole il Verbo; la trinità teologica diviene la base di una trinità filosofica. Il Dio teologico è l'essere nel suo immediato, il nulla, un Dio astratto e formale, vuoto di contenuto. Dio nella sua verità è lo spirito che riconosce se stesso nella natura. Logica, natura, spirito, sono i tre momenti della sua esistenza, la sua storia, una storia dove niente è incomprensibile e arbitrario, tutto è ragionevole e fatale. Ciò che è stato, doveva essere. La schiavitù, la guerra, la conquista, le rivoluzioni, i colpi di Stato non sono fatti arbitrari, sono fenomeni necessari dello spirito nella sua esplicazione. Lo spirito ha le sue leggi, come la natura; la storia del mondo è la sua storia, è logica viva, e si può determinare a priori. Religione, arte, filosofia, dritto, sono manifestazioni dello spirito, momenti della sua esplicazione. Niente si ripete, niente muore: tutto si trasforma in un progresso assiduo, che è lo spiritualizzarsi dell'idea, una coscienza sempre più chiara di sé, una maggiore realtà.

In queste idee codificate da Hegel ricordi Machiavelli, Bruno, Campanella, soprattutto Vico. Ma è un Vico a priori. Quelle leggi, che egli traeva da' fatti sociali, ora si cercano a priori nella natura stessa dello spirito. Nasce un'appendice della Scienza nuova, la sua metafisica sotto nome di "logica", compaiono vere teogonie, o epopee filosofiche, con le loro ramificazioni. Hai la filosofia delle religioni, la storia della filosofia, la filosofia dell'arte, la filosofia del dritto, la filosofia della storia, illuminate dall'astro maggiore, la logica, o, come dice Vico, la "metafisica". Tutto il contenuto scientifico è rinnovato. E non solo nell'ordine morale, ma nell'ordine fisico. Hai una filosofia della natura, come una filosofia dello spirito. Anzi non sono che una sola e medesima filosofia, momenti dell'Idea nella sua manifestazione. Il misticismo, fondato sull'imperscrutabile arbitrio di Dio e alimentato dal sentimento, dà luogo a questo idealismo panteistico. Il sistema piace alla colta borghesia, perché da una parte, rigettando il misticismo, prende un aspetto laicale e scientifico, e dall'altra, rigettando il materialismo, condanna i moti rivoluzionari, come esplosioni plebee di forze brute. Piace il concetto di un progresso inoppugnabile, fondato sullo sviluppo pacifico della coltura: alla parola "rivoluzione" succede la parola "evoluzione". Non si dice più "libertà", si dice "civiltà", "progresso", "coltura".

Sembra trovato oramai il punto, ove s'accordano autorità e libertà, Stato e individuo, religione e filosofia, passato e avvenire. Anche le idee fanno la loro pace, come le nazioni. E il sistema diviene ufficiale sotto nome di "eccletismo". La rivoluzione getta via il suo abito rosso, e si fa cristiana e moderata sotto il vessillo tricolore, vagheggiando, come ultimo punto di fermata, le forme costituzionali, e tenendo a pari distanza i clericali col loro misticismo, e i rivoluzionari con il loro materialismo.

Queste idee facevano il giro di Europa e divennero il "credo" delle classi colte. La parte liberale si costituì come un centro tra una destra clericale e una sinistra rivoluzionaria, che essa chiamava i "partiti estremi". Luigi Filippo realizzò quest'ideale della borghesia, e l'eccletismo lo consacrò. Sembrò dopo lunga gestazione creato il mondo. Il problema era sciolto, il bandolo era trovato. Dio si poteva riposare. Chiusa oramai era la porta alla reazione e alla rivoluzione. Regnava il progresso pacifico e legale, governava la borghesia sotto nome di "partito liberale-moderato". Teneva in scacco la destra, perché, se combatteva i gesuiti e gli oltramontani, onorava il cristianesimo, divenuto nel nuovo sistema l'idea riflessa e consapevole, lo spirito che riconosce se stesso. Non credeva al soprannaturale, ma lo spiegava e lo rispettava; non credeva a un Cristo divino, ma alzava alle stelle il Cristo umano; e della religione parlava con unzione, e con riverenza dei ministri di Dio. Così tirava dalla sua i cristiani liberali e patrioti, e non urtava le plebi. E teneva ad un tempo in scacco la sinistra rivoluzionaria, perché se respingeva i suoi metodi, se condannava le sue impazienze e le sue violenze, accettava in astratto le sue idee, confidando più nell'opera lenta, ma sicura, dell'istruzione e dell'educazione, che nella forza brutale. Per queste vie la rivoluzione sotto aspetto di conciliazione si rendeva accettabile ai più, e si rimetteva in cammino.

Tra queste idee si formò la nuova critica letteraria. Rimasta fra le vuote forme rettoriche empirica e tradizionale, anch'ella gridò "libertà" nel secolo scorso, e, perduto il rispetto alle regole e all'autorità, acquistò una certa indipendenza di giudizio, illuminata nei migliori dal buon senso e dal buon gusto. L'attenzione dall'esterno meccanismo si volse alla forza produttiva, cercando i motivi e il significato della composizione nelle qualità dello scrittore; l'arte ebbe il suo "cogito" e trovò la sua formola nel motto: "Lo stile è l'uomo". Ma era una critica d'impressioni più che di giudizi, di osservazioni più che di princìpi. Con la nuova filosofia il bello prese posto accanto al vero e al buono, acquistò una base scientifica nella logica, divenne una manifestazione dell'idea, come la religione, il dritto, la storia: avemmo una filosofia dell'arte, l'estetica. Stabilito un corso ideale dell'umanità, l'arte entrò nel sistema allo stesso modo che tutte le altre manifestazioni dello spirito, e prese dalla qualità dell'idea la sua essenza e il suo carattere. Materia principale della critica fu l'idea con il suo contenuto: le qualità formali ebbero il secondo luogo. Avemmo l'idea "orientale", l'idea "pagana" o "classica", l'idea "cristiana" o "romantica" nella religione, nella filosofia, nello Stato, nell'arte, in tutte le forme dell'attività sociale, uno sviluppo storico a priori, secondo la logica o le leggi dello spirito. La filosofia dell'idea divenne un antecedente obbligato di ogni trattato di estetica, come di ogni ramo dello scibile; e il problema fondamentale dell'arte fu cercare l'idea in ogni lavoro dell'immaginazione, e misurarlo secondo quella. Ritornò su il concetto cristiano-platonico dell'arte, espresso da Dante, restaurato dal Tasso. La poesia fu il vero "sotto il velo della favola ascoso", o il "vero condito in molli versi". Divenuta la favola un velo dell'idea, ritornavano in onore le forme mitiche e allegoriche, e le concezioni artistiche si trasformavano in costruzioni ideali: la Divina Commedia, materia d'infiniti commenti filosofici, aveva il suo riscontro nel Faust.

Venne in moda un certo filosofismo nell'arte anche presso i migliori, anche presso Schiller. E non solo la filosofia, ma anche la storia divenne il frontespizio obbligato della critica, trattandosi di coglier l'idea non nella sua astrattezza, ma nel suo contenuto, nelle sue apparizioni storiche. Sorsero investigazioni accuratissime sulle idee, sulle istituzioni, sui costumi, sulle tendenze dei secoli cui si riferivano le opere d'arte, sulla formazione successiva della materia artistica; al motto antico: "Lo stile è l'uomo", successe quest'altro: "La letteratura è l'espressione della società". Ne uscì un doppio impulso: sintetico e analitico. Posto che la storia non sia una successione empirica e arbitraria di fatti, ma la manifestazione progressiva e razionale dell'idea, una dialettica vivente, gli spiriti si affrettarono alla sintesi, e costruirono vere epopee storiche secondo una logica preordinata

La storia del mondo fu rifatta, la via aperta da Vico fu corsa e ricorsa dal genio metafisico, e in tutte le direzioni: religioni, arti, filosofie, istituzioni politiche, leggi, la vita intellettuale, morale e materiale dei popoli. Questo fu il momento epico di tutte le scienze; nessuna poté sottrarsi al bagliore dell'idea; il mondo naturale fu costruito allo stesso modo che il mondo morale. Ma queste sintesi frettolose, queste soluzioni spesso arrischiate dei problemi più delicati urtavano alcuna volta con i dati positivi della storia e delle singole scienze, ed erano troppo visibili le lacune, i raccozzamenti disparati, le interpretazioni forzate, gli artifici involontari. Accanto a quelle vaste costruzioni ideali sorse la paziente analisi; il metodo di Vico parve più lungo e più arduo, ma più sicuro, e si ricominciò il lavoro a posteriori, ingolfandosi lo spirito nelle più minute ricerche in tutti i rami dello scibile.

Il movimento di erudizione e d'investigazione, interrotto in Italia dalla invasione delle teorie cartesiane e da' sistemi assoluti del secolo decimottavo, tutti di un pezzo, tutti ragionamento, con superbo disdegno di citazioni, di esempi, di ogni autorità dottrinale, quasi avanzo della scolastica, ora ripigliava con maggior forza in tutta la colta Europa, massime in Germania: ritornavano i Galilei, i Muratori e i Vico, si sviluppava lo spirito di osservazione e il senso storico, s'ingrandiva il campo delle scienze, e dal gran tronco del sapere uscivano nuovi rami, soprattutto nelle scienze naturali, nelle scienze sociali e nelle discipline filologiche. La materia della coltura, stata prima poco più che greco-romana, guadagnò d'estensione e di profondità. Abbracciò l'Oriente, il medio evo, il Rinascimento. È con tale attività di ricerca e di scoperta, che lo scibile ne fu rinnovato.

Stavano dunque di fronte due tendenze: l'una ideale, l'altra storica. Gli uni procedevano per via di categorie e di costruzioni; gli altri per via di osservazioni e d'induzioni. E spesso s'incontravano. La scuola ontologica teneva molto conto dei fatti, e proclamava che il vero ideale è storia, è l'idea realizzata. Non rimaneva perciò al di sopra della storia nel regno dei princìpi assoluti e immobili; anzi la sua metafisica non è altro che un progressivo divenire, la storia. Parimenti la scuola storica era tutt'altro che empirica, ed usciva dalla cerchia dei fatti, ed aveva anch'essa i suoi preconcetti e le sue congetture. La più audace speculazione si maritava con la più paziente investigazione. Le due forze unite, ora parallele, ora in urto, ora di conserva, posero in moto tutte le facoltà dello spirito, e produssero miracoli nelle teorie e nelle applicazioni. Al secolo de' lumi succedette il secolo del progresso. Il genio di Vico fu il genio del secolo. E accanto a lui risorsero con fama europea Bruno e Campanella. Il secolo riverì ne' tre grandi italiani i suoi padri, il suo presentimento. E la Scienza nuova fu la sua Bibbia, la sua leva intellettuale e morale. Ivi trovavano condensate tutte le forze del secolo: la speculazione, l'immaginazione, l'erudizione. Di là partiva quell'alta imparzialità di filosofo e di storico, quella giustizia distributiva nei giudizi, che fu la virtù del secolo. Passato e presente si riconciliarono, pigliando ciascuno il suo posto nel corso fatale della storia. E contro al fato non val collera, non giova dar di cozzo. Il dommatismo con la sua infallibilità e lo scetticismo con la sua ironia cedettero il posto alla critica, quella vista superiore dello spirito consapevole, che riconosce se stesso nel mondo, e non si adira contro se stesso.

La letteratura non poteva sottrarsi a questo movimento. Filosofia e storia diventano l'antecedente della critica letteraria. L'opera d'arte non è considerata più come il prodotto arbitrario e subiettivo dell'ingegno nell'immutabilità delle regole e degli esempi, ma come un prodotto più o meno inconscio dello spirito del mondo in un dato momento della sua esistenza. L'ingegno è l'espressione condensata e sublimata delle forze collettive, il cui complesso costituisce l'individualità di una società o di un secolo. L'idea gli è data con esso il contenuto; la trova intorno a sé, nella società dove è nato, dove ha ricevuto la sua istruzione e la sua educazione. Vive della vita comune contemporanea, salvo che di quella è in lui più sviluppata l'intelligenza e il sentimento. La sua forza è di unirvisi in spirito, e questa unione spirituale dello scrittore e della sua materia è lo stile. La materia o il contenuto non gli può dunque essere indifferente; anzi è qui che deve cercare le sue ispirazioni e le sue regole. Mutato il punto di vista, mutati i criteri.

La letteratura del Rinascimento fu condannata come classica e convenzionale, e l'uso della mitologia fu messo in ridicolo. Quegl'ideali tutti di un pezzo, che erano decorati col nome di "classici", furono giudicati una contraffazione dell'ideale, l'idea nella sua vuota astrazione, non nelle sue condizioni storiche, non nella varietà della sua esistenza. Cadde la rettorica con le sue vuote forme, cadde la poetica con le sue regole meccaniche e arbitrarie, rivenne su il vecchio motto di Goldoni: "Ritrarre dal vero, non guastar la natura." Il più vivo sentimento dell'ideale si accompagnò con la più paziente sollecitudine della verità storica. L'epopea cedette il luogo al romanzo, la tragedia al dramma. E nella lirica brillarono in nuovi metri le ballate, le romanze, le fantasie e gl'inni. La naturalezza, la semplicità, la forza, la profondità, l'affetto furono qualità stimate assai più che ogni dignità ed eleganza, come quelle che sono intimamente connesse col contenuto. Dante, Shakespeare, Calderon, Ariosto, reputati i più lontani dal classicismo, divennero gli astri maggiori. Omero e la Bibbia, i poemi primitivi e spontanei, teologici o nazionali, furono i prediletti.

Spesso il rozzo cronista fu preferito all'elegante storico, e il canto popolare alla poesia solenne. Il contenuto nella sua nativa integrità valse più che ogni artificiosa trasformazione di tempi posteriori.

Furono banditi dalla storia, tutti gli elementi fantastici e poetici, tutte quelle pompe fittizie, che l'imitazione classica vi aveva introdotto.
E la poesia si accostò alla prosa, imitò il linguaggio parlato e le forme popolari.

FU DETTO "ROMANTICISMO"
ERA LA "LETTERATURA DEI POPOLI MODERNI"

Seconda Parte > > >

Fonti, citazioni, e testi
DE SANCTIS - Storia della Letteratura Italiana
DE SANCTIS - Antologia critica sugli Scrittori Italiani
Prof. PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia -(5 vol. Nerbini)
VISCADI - Storia Letteratura (i 50 vol.) Nuova Accademia
Dizionario Letteratura Italiana, (3 vol) - Einaudi 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (i 20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi
+ ALTRI VARI DALLA BIBLIOTECA DELL'AUTORE  


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