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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNI 1846-1847

ELEZIONE DI PIO IX - PERDONI - SPERANZE - RIFORME
IL RITORNO DEGLI AUSTRIACI IN ITALIA

ELEZIONE DI PIO IX - L' "EDITTO DEL PERDONO" - LE DIMOSTRAZIONI AL NUOVO PONTEFICE - PIANI E GREGORIANI - LE RIFORME - LA LIBERTÀ DI STAMPA E IL GIORNALISMO - I CIRCOLI - IL CONSIGLIO DEI MINISTRI - FESTE PER L'ANNIVERSARIO DELL'ELEZIONE DI PIO IX - CICERNACCHIO - IL PADRE GIOACCHINO VENTURA FA L'ELOGIO FUNEBRE DI DANIELE O' CONNEL - LA GUARDIA CIVICA - DIMISSIONI DEL SEGRETARIO DI STATO - PROVVEDIMENTI DEL NUOVO SEGRETARIO CARDINAL FERRETTI - OCCUPAZIONE AUSTRIACA DI FERRARA - ISTITUZIONE DEL CONSIGLIO COMUNALE DI ROMA - LA CONSULTA - I PRELIMINARI DELLA LEGA DOGANALE - COMPONIMENTO DEL DISSIDIO AUSTRO-PONTIFICIO
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IL CONCLAVE - ELEZIONE DI PIO IX


La notizia della morte di Gregorio XVI riempì d'ansia i liberali dello Stato. Chi sarebbe stato il nuovo Pontefice? Che via manterrebbe il nuovo Papa nella politica interna e in quella che concerneva l'Italia? A molti sorrise l'immagine di quel Papa indicato ma solo vagheggiato e sognato da Gioberti.

Temeva l'Austria qualche insurrezione e rinforzò il presidio di Ferrara e inviò una squadra nelle acque anconitane; ma non avvennero tumulti o altri incidenti se si eccettua l'uccisione avvenuta in Ancona del colonnello Allegrini per vendetta del suo ostile comportamento tenuto come membro della Commissione militare.
I liberali, invece d'insorgere; consigliati dai più moderati tra loro, credevano essere meglio premere sui cardinali che si recavano al conclave affinché eleggessero un saggio Pontefice che riordinasse lo Stato e andasse incontro ai bisogni della nazione. Così la magistratura municipale di Osimo che consegnò al cardinale OSIMO un memoriale in cui si chiedeva l'attuazione delle riforme proposte dalle potenze nel 1831 (il famoso "Memorandum"); lo stesso fece la magistratura d'Ancona con il cardinale CADOLINI. A Bologna, al cardinale OPIZZONI fu presentata una petizione per il Sacro Collegio recante 1753 firme, tra cui quelle di MARCO MINGHETTI, LUIGI TANARA, GIOVACCHINO POPOLI, GIOVANNI MARCHETTI ed AUGUSTO AGLEBERT; altre simili petizioni presentarono Forlì e Imola ai cardinali GIZZI e MASTAI-FERRETTI ed altre ancora ne giunsero a Roma direttamente o per mezzo del carrarese PELLEGRINO ROSSI, antico commissario civile del Murat, esule dal 1815, professore di economia politica al Collegio di Francia, membro del Consiglio reale dell'istruzione pubblica, pari di Francia ed ora ministro plenipotenziario di Luigi Filippo a Roma.
I cardinali entrarono in conclave il 14 giugno del 1836. Dei 72 cardinali di cui si componeva il Sacro Collegio solo 49 erano presenti. Non si volle aspettare che giungessero gli altri per timore che l'indugio all'elezione del pontefice potesse provocare delle rivolte.

Un forte partito aveva il cardinale LAMBRUSCHINI, capitanato dai quattro cardinali genovesi BRIGNOLI-SALE, FIESCHI, GAZZOLA e SPINOLA e nello scrutinio del 15 mattina ebbe 17 voti, mentre 13 ne otteneva il Mastai-Ferretti, 6 il Falconieri e gli altri voti 6 dispersi. Ma la sera dello stesso giorno 17 voti aveva il Mastai, 13 il Lambruschini e 6 il reazionario DE ANGELIS.
Il giorno16, nello scrutinio mattinale, i voti del Lanbruschini discesero a 11, quelli del Mastai salirono a 27, ne ebbe 6 il De Angelis e 2 il Falconieri.
Nello scrutinio della sera, il Falconieri, ebbe ancora 3 voti, 10 ne ebbe il Lambruschini, 36 il Mastai Ferretti.
Il mondo cattolico aveva il nuovo Pontefice.

Voci dissero che l'Austria aveva dato incarico all'arcivescovo di Milano, cardinale GAYSRUCH di presentare l'esclusione del Mastai, ma egli giunse a Roma quando l'elezione era già stata fatta. Il Mastai, che quella sera era lui uno degli scrutatori, man mano che leggeva i biglietti dello spoglio con il suo nome impallidiva e tremava; quando udì pronunziare il suo nome per la trentaseiesima volta svenne fra le braccia degli altri scrutatori, balbettando: "Che cosa hanno fatto, signori miei: che cosa hanno fatto?"

L'" EDITTO DEL PERDONO " - "PIANI" E "GREGORIANI" - LE RIFORME

Il nuovo Papa, che prese il nome di PIO IX, era nato a Senigallia il 13 maggio del 1792, da una nobile famiglia di provincia né antica né ricca; aveva fatto i primi studi a Volterra presso gli Scolopi e, non essendo stato ammesso fra le guardie nobili pontificie perché affetto da epilessia, si era dato alla carriera ecclesiastica. Divenuto sacerdote nel 1819, era stato messo alla direzione dell'istituto dei fanciulli derelitti, detto "Tata Giovanni"; nel 1823 era stato inviato in Cile al seguito di Monsignor Muzi, delegato delle missioni apostoliche; tornato guarito dal male, era stato preposto nel 1825 all'Istituto di San Michele a Ripa; nel 1827 era stato nominato vescovo di Spoleto; nel 1832 era stato trasferito ad Imola e nel 1840 era stato fatto cardinale.

Il nuovo Pontefice, a 56 anni, era un bell'uomo, gentile, buon parlatore, mite, caritatevole, scarso di studi e anche di comune ingegno. Era vissuto per lungo tempo in Romagna (circa 14 anni), e aveva avuto modo di conoscere molto bene i bisogni e i desideri di quelle popolazioni; trovatosi in mezzo ai sconvolgimenti che in altre pagine abbiamo narrato, era stato testimonio dell'ingiusto rigore delle Commissioni militari; diffusesi le opere del Gioberti, se è vero quanto narra il conte PASOLINI, conversando con lui, aveva manifestato di accogliere le idee dello scrittore piemontese; e recandosi al conclave -lo abbiamo accennato sopra- aveva ricevuto dalla magistratura di Imola preghiere di amnistia e suppliche di riforme da rendere note a Roma e al futuro papa, mai immaginando la sua elezione, forse per la sua giovane età; ed altre domande simili a quelle di Imola le aveva trovate a Roma; pertanto PIO IX, che la Divina Provvidenza aveva fatto salire sul soglio, sentiva che qualcosa bisognava fare per sanare le piaghe del suo Stato.
La mancata elezione del cardinale reazionario LAMBRUSCHINI, era già un segno, che ammoniva chiaramente la Chiesa che occorreva mutare rotta e ad entrare nella via delle riforme. Ma oltre questa sua presa di coscienza, ad agire in tal senso lo spingevano monsignor GIOVANNI CORBOLI BUSSI, suo amico, il padre GIOACCHINO VENTURA, suo antico condiscepolo, e PELLEGRINO ROSSI.

Il 16 luglio del 1846, Pio IX firmò il famoso "Editto del perdono":

"Nei giorni - esso diceva - in cui ci commuoveva nel profondo del cuore la pubblica letizia per la nostra esaltazione al pontificato, non potemmo difenderci da un sentimento di dolore, pensando che non poche famiglie dei nostri sudditi erano tenute indietro dal partecipare alla nostra gioia comune, perché privati dai conforti domestici di alcuni dei loro cari, a causa di una pena, meritata perché offesero l'ordine della società e i sacri diritti del legittimo principe.
Ma volgemmo tuttavia uno sguardo compassionevole a molta inesperta gioventù, la quale, sebbene trascinata da fallaci lusinghe in mezzo ai tumulti politici, ci pareva piuttosto sedotta che seduttrice. Pertanto, fin d'allora meditammo di stendere la mano e di offrire la pace del cuore a quei traviati figliuoli che vogliono mostrarsi sinceramente pentiti.
Ora l'affezione che il nostro buon popolo ci ha dimostrato e i segni di costante venerazione che la Santa Sede ha nella nostra persona ricevuti, ci hanno persuaso che possiamo perdonare senza alcun pericolo pubblico. Disponiamo ed ordiniamo pertanto che i primi atti del nostro pontificato siano solennizzati con i seguenti atti di grazia sovrana:
1° A tutti i nostri sudditi che si trovano in luoghi di punizione per delitti politici condoniamo il rimanente della pena purché facciano per iscritto solenne dichiarazione di non volere in nessun modo nel tempo abusare di questa grazia e di volere anzi fedelmente adempire ogni dovere di buon suddito.
2° Con la medesima condizione saranno riammessi, nel nostro Stato tutti quei sudditi fuorusciti per titolo politico, i quali dentro il termine di uff. anno dalla pubblicazione della presente risoluzione, per mezzo dei Nunzi apostolici o altri rappresentanti della Santa Sede, faranno conoscere nei modi convenienti il desiderio di approfittare di quest'atto di nostra clemenza.
3° Assolviamo parimenti coloro, che per avere partecipato a qualche macchinazione contro lo Stato si trovano vincolati da precetti politici ovvero dichiarati incapaci degli uffici municipali.
4° Intendiamo che siano troncate e soppresse le procedure criminali per delitti meramente politici, non ancora compiute con un formale giudizio, e che i sospettati siano liberamente dimessi, a meno che alcuno di loro non chieda la continuazione del processo, nella speranza di metter in chiaro la propria innocenza e di riacquistarne i diritti.
5° Non intendiamo per altro che nelle disposizioni dei precedenti articoli siano compresi quei pochissimi ecclesiastici, ufficiali e militari e impiegati di governo, i quali furono già condannati e sono profughi o sotto processo per delitti politici: e intorno a questi ci riserviamo di prendere altre provvedimenti, quando la cognizione dei rispettivi titoli ci consiglierà di farlo.
6° Non vogliamo parimenti che nella grazia siano compresi i delitti comuni, di cui si sono macchiati i condannati o prevenuti o fuorusciti politici, e per questi intendiamo che abbiano piena esecuzione le leggi ordinarie. Noi vogliamo aver fiducia che coloro che useranno della nostra clemenza sapranno in ogni tempo rispettare i nostri diritti e il proprio onore. Speriamo ancora che, rammolliti gli animi dal nostro perdono, vorranno deporre quegli odi civili che delle passioni politiche sono sempre cagione o effetto, sicché si ricomponga veramente quel vincolo di pace, da cui vuole Iddio che siano stretti insieme tutti i figliuoli di un padre. Dove però le nostre speranze in qualche parte fallissero, quantunque con acerbo dolore dell'animo nostro, ci ricorderemo pur sempre che, se la clemenza è l'attributo più soave della sovranità, la giustizia ne è il primo dovere".

Il Papa aveva ordinato che prima di liberare i carcerati o di promettere il ritorno agli esuli si chiedesse loro di firmare questa dichiarazione:
"Io sottoscritto, riconoscendo di aver ricevuta una grazia singolare nel perdono generoso e spontaneo concessomi dall'indulgenza del Sommo Pontefice Pio IX mio sovrano legittimo per la parte presa da me in qualsivoglia maniera ai tentativi che hanno turbato l'ordine pubblico e assalita l'autorità legittimamente costituita nei suoi domini temporali, prometto sulla mia parola d'onore di non abusare in alcun modo o tempo dell'atto della Sua sovrana clemenza, e mi impegno di compiere fedelmente tutti i doveri di buono e leale suddito".

I carcerati erano 394, i profughi 605. La maggior parte sottoscrisse la dichiarazione, parecchi si rifiutarono, e fra questi furono FILIPPO CANUTI, TERENZIO MAMIANI e CARLO PEPOLI. Ma più tardi il governo li fece entrare accontentandosi della semplice verbale promessa di fedeltà.
Appena si sparse a Roma la notizia del perdono, tre dimostrazioni s'improvvisarono e il Pontefice, chiamato dalla folla che gremiva la piazza del Quirinale, apparve sulla loggia e impartì la benedizione al popolo che gridava in delirio: "Viva Pio IX".
Le dimostrazioni continuarono nei giorni seguenti tanto che il governo ammonì con bando il popolo "esser commosso il Pontefice da tante dimostrazioni di filiale affetto dategli dagli abitanti di Roma, e di manifestarne il suo gradimento; siccome però quel che accresce il pregio di ogni più bella cosa é la moderazione, così il Pontefice desidera una nuova prova dell'affetto del popolo con il metter fine a quei segni straordinari di letizia; ed è certo che questo suo desiderio verrà accolto come un comando".

Ma se a Roma le dimostrazioni si contennero, queste, subito dopo si moltiplicarono in ogni luogo dello Stato, spinte non solamente dalla gioia prodotta in molti dall'editto che permetteva di rivedere amici e parenti, ma anche e forse più dalla speranza di riforme e di buon governo. Pareva proprio che fosse iniziata un'era nuova, e tutti i patrioti guardarono fiduciosi a Pio IX come al sovrano che doveva conciliare il principato con la libertà.
Infatti, l'entusiasmo degli ammiratori del Pontefice, che si chiamavano "Piani", continuò a crescere, nonostante il Papa, forse per il suo debole carattere, non seppe o non volle rompere con i reazionari detti "Gregoriani", dato che il 18 luglio (tre giorni dopo il "perdono") concesse onorificenze, premi e promozioni alle milizie che avevano represso la ribellione liberali di Rimini.

Nonostante questo, l'entusiasmo crebbe ancor di più quando l'8 agosto, il Pontefice nominò segretario di Stato il cardinale PASQUALE GIZZI, (con la fama di liberale) cui diede per sostituto MONSIGNOR CORBOLI-BUSSI (idem) e quando il 22 agosto, nominò una Commissione perché esaminasse i progetti per la costruzione delle strade ferrate (furono poi decretate quattro linee principali: Da Roma per la valle del Sacco al confine napoletano presso Ceprano; da Roma a Porto d'Anzio, da Roma a Civitavecchia e da Roma per Ancona a Bologna).
Molti poeti cantarono subito le lodi del Pontefice, il ROSSINI compose per lui una cantata, LUIGI FILIPPO mandò a Roma ad esprimere le proprie felicitazioni a Pio IX il figlio principe di JOINVILLE, il sultano di Costantinopoli gli inviò un'ambasciata guidata da CHEKIB EFFENDI con ricchi doni, GIUSEPPE GARIBALDI e FRANCESCO ANZANI dall'America espressero il desiderio di offrirgli la loro spada e più tardi GIUSEPPE MAZZINI gli scrisse una lettera incitandolo a farsi unificatore d'Italia.
Perfino i protestanti inneggiarono a Pio IX ed alcuni ebrei e musulmani si convertirono al cattolicesimo.

CICERUACCHIO

L'8 settembre del 1846, per iniziativa del capopopolo ANGELO BRUNETTI, detto CICERUACCHIO, dovendo il Pontefice recarsi alla chiesa di Santa Maria, il percorso dal Quirinale a Piazza del Popolo fu adorno di bandiere, di arazzi, di epigrafi, di fiori e di lumi, e alla porta del Popolo fu eretto un arco di trionfo con figure rappresentanti il Papa, la Giustizia, la Pace, l'Amnistia e l'Udienza Pubblica e l'iscrizione seguente:
"Onore e gloria a Pio IX cui bastò un giorno
per consolare i sudditi e meravigliare il mondo".

Intanto si facevano più numerosi gli ammiratori del Pontefice: tutti i liberali dello Stato Pontificio simpatizzavano per lui: PIETRO STERBINI, GIUSEPPE CHECCHELLI, il dottor FILIPPO MEUCCI, il dottor PIETRO GUERRINI, il dottor LUIGI MASI, GIUSEPPE BENAI, il dottor MATTIA MONTECCHI, l'avvocato REGINALDO PETROCCHI, l'avvocato ACHILLE GENNARELLI, l'avvocato MICHELANGELO PINTO; PELLEGRINO ROSSI scriveva al Papa:
"Vostra Santità ha incominciato un grande pontificato; Ella non lascerà, io ne sono certo, un'opera così bella. Ella sa che nessuno la caldeggia più del re, mio augusto sovrano, e del suo governo. La politica nostra è conosciuta: noi applaudiamo altamente a tutto ciò che consolida l'indipendenza degli Stati, la prosperità delle nazioni, la pace del mondo".

Dopo circa ottanta giorni di tripudio, ancora una volta, l'8 ottobre, fu diramato un ordine per mettere fine ai festeggiamenti. In una circolare indirizzata ai capi delle province, il segretario di Stato ammoniva: "la gioia dei popoli pur simile a quella del Papa e dei suoi ministri, ha commosso vivamente l'augusto Pontefice; ma l'animo suo ha qualche afflizione considerando che le feste sono il prodotto di volontarie contribuzioni, e non può consentire il suo popolo sia aggravato da spese per sua cagione; con dolore vede che molto popolo abbandonandosi a questo fervore, lascia le domestiche occupazioni, dalle quali ritrae il necessario sostentamento; il suo cuore paterno per tali considerazioni si affligge, perciò vuole che tali dimostrazioni cessino e che ognuno alle proprie occupazioni, aspettando con tranquillità le opere a cui è intento il governo per l'utilità dello Stato".

Nonostante questa circolare, le feste continuarono: tutte le volte che il Pontefice si recava a visitare una chiesa una marea di popolo lo seguiva acclamandolo ad ogni passo, ad ogni gesto, ad ogni parola; il 14 e il 21 ottobre una folla immensa andò fuori le porte di San Lorenzo e di San Giovanni, per riceverlo dopo essere stato in visita alla vicinissima Tivoli e a Frascati.

L'8 novembre, prendendo possesso della cattedrale pontificia in San Giovanni in Laterano, Pio IX fu oggetto di una dimostrazione veramente imponente ed entusiastica da parte di quasi tutta la popolazione romana e di altre centomila persone giunte dalle province. E il primo giorno dell'anno 1847 ricevette gli auguri da migliaia e migliaia di cittadini; e con questi gli amnìstiati, che formarono un lungo corteo e si recarono ìn piazza del Quirinale, cantando l'Inno scritto da Filippo Meuccì e musicato dal Magazzari.

LA LIBERTA' DI STAMPA E IL GIORNALISMO

Intanto si aspettavano le riforme dal nuovo Pontefice, dopo la nomina delle commissioni per lo studio di varie questioni, quali la repressione del vagabondaggio, i miglioramenti da apportare al sistema municipale, il sistema di educazione della gioventù e la procedura civile e criminale.
Le riforme iniziarono il 12 marzo del 1847 con un editto sulla libertà di stampa. Leone XII, nel 1828 aveva affidato la censura preventiva ad un Consiglio di revisione, prescrivendo però che, quando l'opera da stamparsi trattava un argomento politico, tale da dar luogo a lamenti di potenze estere o suscitare pericolose controversie, questa non poteva essere pubblicata senza l'autorizzazione della Segreteria di Stato. Da questo editto del 1828 prese lo spunto il cardinale Gizzi per motivarne la riforma.

Nell'editto del 12 marzo era detto:
"Con le tanta copie generate dalle produzioni dei tempi ed in cui direttamente o indirettamente, in tutto o in parte, si viene a parlare di cose che si riferiscono alla politica, è diventato impossibile che la Segreteria di Stato soddisfi tutte le richieste con la prontezza desiderata dagli autori, S. S. volendo -ma non per questo venga meno l'onesta libertà dello stampare né per altra parte si lasci degenerare in dannosa licenza- e inteso il parere delle competenti autorità, ordina che si costituisca a Roma e nelle province un Consiglio di censura, al quale i Revisori ecclesiastici ordinari debbano mandare tutte le scritture di argomento politico, dopo averle essi stessi esaminate se alcune contengano cose contrari alla Religione, alla sana morale ed alle leggi della Chiesa".

I consigli di Censura furono composti a Roma, da quattro consiglieri presieduti dal maestro del sacro palazzo, nelle province da due censori e dal capo della provincia presidente. Era prescritto che
"...i Consiglieri spartissero fra loro i vari argomenti, e che dal voto di uno di loro si avesse facoltà di appellarsi all'intero Consiglio; libero a ciascuno dei Consiglieri di proporre al Consiglio quelle cose che non credeva di poter giudicare da solo; il Consiglio di Roma poteva risolvere inappellabilmente, con norme determinate, le domande presentate; il voto dei Censori delle province doveva essere sottoposto, in caso di disparità, al giudizio del Preside, il quale era inappellabile per giornali ed opuscoli; per opere di maggiore importanza l'appello era al Consiglio di Roma .... Esser lecito di trattare ogni argomento di scienze, lettere ed arti, la storia contemporanea, le materie appartenenti alla pubblica amministrazione e tutto ciò che giovi a promuovere l'agricoltura, l'industria, il commercio, la navigazione, le imprese di opere pubbliche: vietata non solamente ogni cosa che torni in dispregio della Religione, della Chiesa, dei suoi dignitari e ministri, ma tutto ciò che offenda l'onore dei magistrati, della milizia, delle private famiglie e dei cittadini, dei governi esteri, delle famiglie regnanti e dei loro rappresentanti: vietato parimenti ogni dìscorso per cui direttamente o indirettamente si rendessero odiosi ai sudditi gli atti, le forme, gli istituti del governo pontificio o che alimentino le fazioni ed eccitino popolari movimenti contro le leggi".

Il beneficio della riforma fu che videro la luce parecchi giornali nelle principali città dello Stato. Roma, che fino al 1815 aveva avuto un solo "diario bisettimanale" e nessun quotidiano fino al 1846, ne vide sorgere molti. Si continuò a pubblicare il "Contemporaneo", fondato poco tempo prima da monsignor G. GAZZOLA e iniziarono le pubblicazioni a Roma la "Bilancia" del professor ORIOLI, l' "Italico", la "Pallade", la "Speranza" ed altri; a Bologna il "Felsineo" da agrario si mutò in politico e accanto ad esso un altro ne uscì, l' "Italiano", diretto da CARLO BERTI PICHAT.

Tutti questi giornali erano di un liberalismo temperato e cercavano di spingere il governo nella via delle riforme; non mancava però la stampa di opposizione, la quale svelava i mali dello Stato; criticava sovente gli uomini preposti alla pubblica amministrazione e naturalmente usciva clandestino, come l' "Amica veritas" e il giornaletto popolare di PIETRO STERBINI intitolato la "Sentinella del Campidoglio"

IL CONSIGLIO COMUNALE DI ROMA - LA CONSULTA

Il 19 aprile fu concessa una Consulta di Stato per le finanze e l'amministrazione, composta di ventiquattro consultori scelti dal Pontefice nelle terne proposte dai governatori delle province; ma solo il 30 luglio il Papa nominò i consultori e solo il 15 ottobre furono dati l'ordinamento e le attribuzioni alla Consulta, la quale non riuscì a funzionare non prima del 15 novembre. Si erano costituiti intanto numerosi "Circoli", nei quali si discuteva sulla futura opera del Governo e si prendevano accordi per le dimostrazioni che miravano a spingere il Papa, in verità troppo lento nel concedere quello che i sudditi speravano. Ogni ceto ebbe i suoi circoli: l'aristocrazia il "Circolo romano" e la "Società artistica italiana", gli avvocati, i medici, gli studenti, gli stessi ecclesiastici ebbero il loro e la plebe il "Circolo popolare". Il 21 aprile per iniziativa del "Circolo romano", si festeggiò il 2601° anniversario della fondazione di Roma con un banchetto popolare tenuto alle Terme di Tito, sul Colle Esquilino, in cui fecero sfoggio di tutta la loro eloquenza il marchese LUIGI DRAGONETTI, il professor FRANCESCO ORIOLI, PIETRO STERBINI e MASSIMO D'AZEGLIO, in discorsi zeppi di accenni classici e di lodi al Pontefice, cui seguirono cori degli studenti universitari in onore di Roma e del Papa.

Il 5 maggio giorno di S. Pio, i liberali vollero festeggiare l'onomastico del Pontefice assistendo numerosi in Santa Maria degli Angeli alla Messa solenne e al panegirico del Papa fatto dal padre SERINI. Altra dimostrazione avvenne il 13 maggio, natalizio di Pio IX. Il Pontefice quel giorno si recò a solennizzare l'Ascensione a San Giovanni Laterano e nell'andata e nel ritorno procedette fra due imponenti ali di popolo plaudente e sotto lanci di fiori che piovevano dalle finestre.
Al Quirinale dovette fermarsi e impartire alla folla l'apostolica benedizione. Il 14 giugno fu istituito un Consiglio di Ministri che doveva discutere, con voto consultivo, le riforme e le nuove leggi e regolamenti su cose economiche, finanziarie e d'interesse generale dello Stato e d'interesse particolare delle province; risolvere i conflitti fra i vari dicasteri e sui reclami alla Segreteria di Stato intorno alle decisioni dì ogni dicastero, e presentare alla presidenza il preventivo delle spese di ciascun ministero. Il consiglio era composto del Segretario di Stato CARDINAL GIZZI, che era anche ministro per gli affari interni ed esteri e presidente, del Cardinale Camarlengo RIARIO SFORZA, del prefetto delle acque e strade cardinal MASSIMO, del presidente delle armi monsignor LAVINIO SPADA, del tesoriere generale Cardinale ANTONELLI, dell'uditore della Camera Apostolica monsignor ROBERTI e del governatore di Roma monsignor GRASSELLINI. La composizione del Consiglio, con dentro tutti preti, non piacque ai liberali che aspettavano dal Papa la secolarizzazione dell'amministrazione dello Stato, tuttavia l'entusiasmo per Pio non scemò e tre giorni dopo, il 17 giugno, anniversario della sua elezione, gli fu fatta un'altra imponente entusiastica dimostrazione. Molte migliaia di cittadini, fra cui parecchie rappresentanze municipali delle province, inquadrate militarmente, al suono di undici musiche e con numerose bandiere fra cui un'inviata dai Bolognesi e quattordici dai rioni di Roma, si recarono tra fitte ali di popolo plaudente dal Foro romano alla piazza del Quirinale, dove trecento cantori intonarono l'inno dello Sterbini musicato dal Magazzari che aveva un ritornello piuttosto bellicoso:
Delle trombe guerriere lo squillo
di Quirino la prole destò:
salutiamo il fraterno vessillo
che superbo sul Tebro si alzò
.
Il vessillo di cui parla l'inno era quello di Bologna, che rappresentava "il segnale di un patto giurato - che il fratello al fratello donò". Significativa era la bandiera del rione Campo Marzio, portata da CICERUACCHIO, sulla quale erano scritte le parole "Codici, Strade ferrate, Municipi, Guardia civica, Deputati, Istruzione", e che riassumevano il programma e le aspirazioni dei sudditi pontifici.

Questa dimostrazione allarmò parecchio Pio IX, e preoccupò il cardinale Gizzi, che in nome del Pontefice, il 22 giugno, pubblicò l'editto seguente:

"Le sovrane e benefiche disposizioni furono corrisposte dalla gratitudine e dalla benevolenza in mille modi dimostrate dalle popolazioni. Sua Santità è fermamente decisa di progredire nella via dei miglioramenti in tutti quei rami di pubblica amministrazione che possono averne bisogno; ma è anche deciso a farle solo con saggia e ponderata gradualità e dentro i limiti determinanti dalle condizioni essenzialmente convenienti alla sovranità ed al governo temporale del Capo della Chiesa Cattolica. Quindi non ha potuto scorgere senza grave pena dell'animo suo che alcuni spiriti agitati vorrebbero giovarsi dello stato presente per esporre e far prevalere dottrine e pensieri totalmente contrari alle sue massime o per spingere ad imporne le stesse del tutto opposte all'indole tranquilla e precisa ed al sublime carattere di chi è vicario di Gesù Cristo, ministro di un Dio di pace, e padre di tutti i cattolici, a qualsivoglia parte del mondo appartengano, o per eccitare nelle popolazioni con gli scritti e con la voce desideri e speranze di riforme oltre i limiti sopraindicati. Se non che pochi sono questi spiriti: e come il buon senso non meno che la rettitudine che dirige i pensieri e la condotta della grande maggioranza hanno potuto finora far rigettare tali insinuazioni e consigli poco retti, così tiene per fermo che non mai questi troveranno buona accoglienza. È già compiuto il primo anno del Pontificato, ed in questo periodo di tempo il Santo Padre ha potuto conoscere appieno ed apprezzare l'amore, la riconoscenza e la devozione de' suoi amatissimi sudditi. Ora chiede una prova di questi lodevolissimi sentimenti; e tale prova deve consistere tanto nel porre un termine alle insolite popolari riunioni ed alle straordinarie popolari manifestazioni con qualsivoglia occasione o motivo quanto nel mantenersi in quello stato di calma, di ordine e di concordia che forma il più bell'elogio di un popolo".

I liberali non vollero credere che l'editto fosse stato ordinato dal Pontefice e ritennero, senz'altro, che era opera di tutti i retrogradi gregoriani che circondavano il Papa, compreso il segretario di Stato Gizzi. Corse anzi voce che questi si fosse messo d'accordo con il Metternich e i Gesuiti per suscitare disordini e provocare l'intervento armato dell'Austria. Quale fosse il sentimento dei liberali è dimostrato dalle popolari dimostrazioni in cui si gridava: "Viva Pio IX solo !"
Il 14 di maggio -, mentre si recava ad ossequiare il Papa- era morto a Genova il tribuno irlandese DANIELE O' CONNEL, difensore strenuo dei diritti dei cattolici della sua isola. A Roma, alla fine di giugno, gli furono celebrate solenni esequie nella chiesa di Sant'Andrea della Valle. Qui il siciliano padre VENTURA, famoso teologo e predicatore nonché patriota, tessé l'elogio del defunto esaltandone l'amor patrio e lo zelo di cattolico, cogliendo abilmente occasione di lodare l'opera del Papa e di toccar la politica del momento:

"Roma - disse fra l'altro - alla più scrupolosa legalità ha aggiunto l'entusiasmo dell'amore e chiede, per mezzo di un'agitazione amorosa, come l'Irlanda ha chiesto per mezzo di un'agitazione legale, la riforma degli abusi, perché il tempo e le passioni, come sempre e dappertutto accade, hanno alterato la natura dell'antica costituzione degli Stati della Chiesa, che conciliava bene l'ordine e la libertà. Poiché il linguaggio di un popolo che ama è impossibile che non sia inteso da un Pontefice tutto amore per il suo popolo; poiché è impossibile che i cuori che sinceramente si amano alla fine non si intendano; se però non ti mostrano, se però non ti ingannano, se però non ti tradiscono ! Oh la bella pagina che aggiungerai alla tua storia ! Quella in cui la meravigliata posterità leggerà la conquista che tu avrai ottenuto di una saggia, di una vera libertà, per le vie dell'amore".

Intanto i liberali non si stancavano di chiedere quelle riforme, che pubblicamente avevano richieste, nell'anniversario del Pontefice. Specialmente la guardia civica, stava a cuore ed era reclamata non solo dai circoli e dai giornali ma anche dalle stesse autorità delle province, che non avevano mezzi per opporsi al crescente malandrinaggio e fare rispettare l'ordine pubblico.
I gregoriani, e in modo speciale monsignor Grassellini, si opponevano con tutte le loro forze all'istituzione della Guardia civica e neppure il cardinale Gizzi voleva saperne; ma Pio IX, forse spinto dai disordini sorti allora in Roma nella classe dei cocchieri e fra gli ebrei e gli abitanti del rione Regola, con editto del 5 luglio ordinò che "...fosse accresciuta la milizia cittadina di Roma e promise che si sarebbero date le opportune istruzioni per le province".

Nello stesso editto fu fissato il numero della guardia romana a quattordici battaglioni e fu stabilito che sarebbero stati chiamati a farne parte tutti i cittadini dai ventuno ai sessant'anni.
Due giorni dopo il cardinale GIZZI presentava le sue dimissioni da Segretario di Stato, dichiarando - come afferma il FARINI - che "se per dodici soli mesi era rimasto al suo posto nel Ministero, i cardinali dopo di lui non avrebbero superato i sei mesi, essendo cosa impossibile ad un ministro di senno e di buone intenzioni andare d'accordo con un uomo incostante come Pio IX".

L'agente inglese PETRE, dando notizia delle dimissioni del Gizzi a SIR HAMILTON a Firenze, scriveva (profeticamente):
"Chiunque sia il nuovo segretario di Stato, se non userà fermezza e risoluzione di proseguire in buona fede le progettate riforme, se non vincerà ogni opposizione e resistenza che incontrerà certamente nei capi dei vari dipartimenti di questo complicato e mal definito governo, se non porterà qualche piano sistematico d'amministrazione, non è difficile prevedere che la tranquillità, specialmente delle province .... sarà seriamente minacciata".

A dirigere la Segreteria di Stato il Pontefice chiamò il proprio cugino CARDINALE GABRIELE FERRETTI, prelato di grande energia e pietà, che nel 1831, come si è visto, come vescovo di Rieti, si era opposto e con buon successo alle truppe del SERCOGNANI; che da Nunzio apostolico a Napoli aveva dato una grande dimostrazione di carità cristiana in occasione del colera; e da governatore della provincia di Pesaro aveva agito con prudenza, mostrandosi favorevole alle intenzioni riformatrici del Papa. La nomina del Ferretti fu accolta con soddisfazione dai liberali, che lo salutarono con grandi manifestazioni di giubilo quando da Pesaro si recò a Roma per insediarsi nel suo ufficio.

Il cardinal FERRETTI, appena presa la direzione della Segreteria di Stato, destituì da governatore di Roma monsignor GRASSELLINI, che abbandonò la capitale e si recò a Napoli; lo sostituì con Monsignor GIUSEPPE MORANDI, il quale, la sera del 17 luglio, arringò la folla andata ad applaudirlo, esortandola all'ordine, all'obbedienza e all'amore verso il Santo Padre.
Altro provvedimento, che raccolse tante lodi dai liberali, fu l'ordine di organizzare ed armare immediatamente una guardia civica; provvedimento ritenuto necessario in quei giorni in cui pareva che i reazionari volessero tentar qualche colpo di mano. Il Ferretti si faceva spesso vedere nelle caserme, e soddisfatto nel vedere i cittadini che mostravano tanto zelo nell'esercitarsi all'addestramento, pronunziava le famose parole: "Mostriamo all'Europa che noi bastiamo a noi stessi".

Il FERRETTI entrava nel suo ufficio in un momento molto delicato e pericoloso. Come a Roma, così nelle province, spontaneamente o per trame ordite dai Sanfedisti, avveniva un risveglio preoccupante di tutti gli elementi reazionari. Provocazioni e tumulti da parte dei gregoriani, avvenivano a Bologna, a Cesena, a Senigallia, a Macerata e a Viterbo; a Rieti si spargeva ad arte la voce che le milizie borboniche erano in marcia verso lo Stato Pontificio; a Terni i Sanfedisti impedivano un banchetto indetto dai liberali per festeggiar l'anniversario dell'amnistia, a Rimini si affiggevano nei muri liste di traditori della patria in cui figuravano gratuitamente nomi di onesti liberali; a Città della Pieve era trucidato DOMENICO BALDENTI, capo dei liberali ed organizzatore della Guardia Civica; infine a Faenza, i carabinieri pontifici in una dimostrazione, spararono sui cittadini e ne colpivano sette, per le ingiurie e le percosse che dicevano i Sanfedisti di aver patito.

OCCUPAZIONE AUSTRIACA DI FERRARA

A questi disordini che con un po' di fermezza potevano esser sedati, si aggiunse la minaccia e l'ingerenza austriaca. Senza nessun invito e tanto meno una sollecitazione, da Vienna il METTERNICH aveva dato ordine al RADETZCKY di rafforzare il presidio della cittadella di Ferrara; quindi da Verona, tre compagnie dì fanti ungheresi, due squadroni di cavalleria e un drappello d'artiglieri con tre pezzi, varcato il Po a Pontelagoscuro e a Francolino, si mossero verso Ferrara e, anziché entrare direttamente nella fortezza, attraversarono le vie della città a bandiere spiegate, e con le armi con le micce accese (17 luglio); quindi, una parte entrarono nella cittadella, un'altra parte requisendo locali per l'acquartieramento, prese arrogantemente alloggio nella stessa città.

Questa vera e propria occupazione da parte di un esercito straniero, per fatti per nulla gravi, mise in agitazione i Ferraresi e commosse anche le altre città dello Stato. I "padroni" dell'Italia facevano quello che volevano, come in una colonia.
Ma non bastava; il 1° agosto, il generale AUESPERG che comandava il presidio, sotto il pretesto che un capitano, JANKOVICH, era stato insultato e minacciato da sei cittadini, ordinò che la città fosse perlustrata da pattuglie austriache, nonostante le rimostranze del governatore pontificio cardinale LUIGI CIACCHI, il quale in data 6 agosto fece distendere dal notaio ELISEO MONTI LA seguente protesta:

"Essendomi stato partecipato con dispaccio di questo stesso giorno di S. E. il signor tenente-maresciallo conte Auesperg, comandante in nome di S. M. l'imperatore d'Austria, la fortezza e le truppe imperiali, che per l'accaduto al signor capitano Jankovich del reggimento arciduca Francesco Carlo, dall'ora di sera fino all'alba, le pattuglie austriache perlustreranno quella parte di città che rinchiude la caserma e i diversi alloggi degli ufficiali, il castello e l'ufficio del comando della fortezza; ritenendo che un tal fatto sia del tutto illegale e contrario agli accordi posteriori al trattato di Vienna e alla successiva consuetudine; così nella mia rappresentanza di legato apostolico di questa città e provincia, volendo conservare indenni i diritti della Santa Sede, solennemente e in ogni miglior modo, protesto contro l'illegalità di un tale fatto e di qualunque ulteriore atto che potesse commettersi in pregiudizio dei diritti stessi e di questi sudditi pontifici raccomandati alla mia amministrazione e tutela; e tutto ciò a discarico del dovere di mia rappresentanza e in pendenza delle sovrane risoluzionì. E siccome l'accaduto al signor capitano Jankovich non è giustificato e, quand'anche lo fosse, non può dare diritto a queste misure di perlustrazione per tutta la città, e quanto contiene l'ossequiato dispaccio di S. E. il tenente-maresciallo, del quale mi riserbo di informare il governo, così anche per questo motivo, rinnovo questa protesta per i fatti su espressi, intendendo e volendo sempre immuni e riservati i diritti stessi, che spettano come sempre e tuttora spettano alla Santa Sede".

A questa protesta, che fu approvata pienamente dal Pontefice e fu inserita nel "Diario Ufficiale", il cardinal FERRETTI fece seguire, in data del 12 agosto, una nota riservata al nunzio apostolico a Vienna monsignor VIALE-PRELÀ. In essa il Segretario di Stato, premesso che lo stato Pontificio non aveva bisogno "di esterno concorso per la conservazione dell'ordine, essendovi gli elementi interni per garantirlo" e che "…il governo del Pontefice perderebbe in un istante la fiducia dei suoi sudditi, se avesse l'apparenza di tollerare, quand'anche fosse, non dirò un fatto, ma un'ombra soltanto di qualsivoglia attentato alla loro indipendenza territoriale e governativa", si rammaricava dell'occupazione di Ferrara, del modo provocatorio con cui gli Austriaci avevano fatto il loro ingresso e dell'ordine di perlustrazione, esprimeva la speranza che le misure del generale Auesperg non corrispondessero alle istruzioni di Vienna e infine concludeva con il giustificare i motivi che avevano obbligato la Segreteria di Stato di dare alla protesta del legato e "alla conseguente approvazione Sovrana la maggiore notorietà": dopo di che, alle osservazioni generali, aggiungeva, il "....particolare riflesso di una pubblica violazione degli accordi fra due governi, e la gravissima responsabilità ministeriale che avrebbe assunta se, dopo aver notificato al pubblico le assicurazioni già date dal Governo austriaco che non aveva intenzione d'intervenire non chiamato, il Governo fosse rimasto indifferente ad una misura che riguardava come l'inizio -ma lo era in tutta l'apparenza- di un'occupazione da parte di una truppa straniera".

Inutili furono la protesta del Ciacchi e le rimostranze del Ferretti; gli Austriaci proseguirono il loro contegno provocatore e il generale Auesperg si propose di presidiare tutta la città e, nonostante il diniego del cardinal legato, occupò interamente Ferrara, dicendo di obbedire agli ordini del Radetzky. Altra protesta levò il cardinal Ciacchi per questa violazione, sostenendo che l'occupazione era illegale ed arbitraria e meritandosi ancora una volta l'approvazione del Pontefice; una seconda nota fu inviata dal Segretario di Stato, ma Vienna rispose che l'Austria non violava nessun diritto e non faceva che valersi di quanto i precedenti trattati permettevano.

Mentre era rovente questa questione di Ferrara, il cardinal FERRETTI forniva prova della sua energia ordinando lo scioglimento dei famigerati Centurioni, ordinando alla guardia civica di arrestare i sospetti di sanfedismo e mettendo sotto processo coloro che erano stati accusati di aver partecipato alla congiura reazionaria del luglio; nello stesso tempo il Pontefice attuava qualcuna delle riforme che aveva fatto studiare e preparare da apposite commissioni.

IL CONSIGLIO DEI MINISTRI
LA GUARDIA CIVICA MONSIGNOR GIZZI E MONSIGNOR FERRETTI

Il 10 ottobre del 1847 fu pubblicato il "motuproprio" per l'istituzione del consiglio comunale di Roma. Risultava composto di un consiglio di cento membri, nominati la prima volta dal sovrano e successivamente dal consiglio stesso, che doveva rinnovarsi ogni due anni e riunirsi tre volte l'anno, e di una magistratura di otto membri detti "conservatori", presieduti da un senatore; i conservatori erano eletti dal consiglio, il senatore dal sovrano. Il Comune doveva risiedere nei palazzi capitolini; ogni rione continuava ad avere la sua bandiera, il vessillo rosso e giallo doveva portar la scritta S. P. Q. R.
Il 14 ottobre del 1847 fu reso noto con il "motuproprio" papale l'ordinamento della Consulta di Stato concessa dal 19 aprile. Nel proemio era detto:

"Tenemmo per fermo che ove i lumi e l'esperienza di persone onorate dai suffragi d'intere province ne avessero giovato, meno difficile sarebbe riuscito a noi di porre mano vigorosamente all'amministrazione pubblica, riportandola a quell'apice di floridezza, cui per ogni studio e con decisa volontà confidiamo poterla far pervenire. È questo il fine che sapremo certo ottenere quando alla determinata volontà nostra, vada sempre congiunta una generale moderazione di animi, la quale attende di raccogliere il frutto dal seme già sparso e manifesti al mondo intero, sia con la voce, sia con lo scritto, sia con il contegno, che una popolazione quando è ispirata dalla religione, quando è affezionata al suo principe, quando è fornita di un sano criterio, accoglie il beneficio e ne palesa la gratitudine con lo spirito di ordine e di moderazione. Questo è il premio che desideriamo ottenere alle nostre incessanti cure per il pubblico bene e che ci lusinghiamo di conseguire".

L'inaugurazione della consulta fu fatta un mese dopo. I ventiquattro Consultori, accompagnati dal loro presidente cardinale ANTONELLI e dal vicepresidente monsignor CAMILLO AMICI e da ventiquattro cittadini, furono ricevuti dal Pontefice, il quale in un'allocuzione disse. "si inganna chi nella Consulta di Stato da loro medesimi costituita vedesse qualche propria utopia o i semi di un'istituzione incompatibile con la Sovranità pontificia". Con queste parole Pio IX intendeva far capire che la Consulta era un organismo puramente consultivo ma non politico.
Il 24 dello stesso mese di ottobre, con grandi feste fu inaugurato il Consiglio comunale. Il cardinale LODOVICO ALTIERI, presidente, presentò i consiglieri al Pontefice, il quale rispose esprimendo la fiducia che aveva nella buona riuscita della nuova istituzione cui raccomandava moderazione, temperanza e concordia. Usciti dal Quirinale, i consiglieri, seguiti da un solenne corteo di cittadini, si recarono prima alla Chiesa di Santa Maria in Ara Coeli dove assistettero alla Messa, poi al palazzo dei conservatori in Campidoglio, dove l'Altieri con un discorso inaugurò i lavori dell'assemblea.

LA LEGA DOGANALE

Pochi giorni dopo, il 3 di novembre 1847, monsignor CORBOLI BUSSI per il Pontefice, il cavalier GIULIO MARTINI pel Granduca di Toscana, e il conte di SAN MARZANO per il Re di Sardegna firmavano il seguente atto, che costituiva il testo dei preliminari di una LEGA DOGANALE, che Pio IX aveva intenzione di costituire fra tutti gli stati italiani e alla quale però non avevano aderito né il Re delle Due Sicilie, né il Duca di Modena, né la Duchessa di Parma.
Ed ecco l'integrale e fedele testo:

"Sua Santità il Sommo Pontefice Pio IX, Sua Altezza S. e R. il Granduca di Toscana, e Sua Maestà il Re di Sardegna, costantemente animati dal desiderio di contribuire mediante la reciproca loro unione, all'incremento della dignità e della prosperità italiana, persuasi che la vera e sostanziale base di una "Unione Italiana" sia la fusione degli interessi materiali delle popolazioni che formano i loro Stati; convinti d'altra parte che l'unione medesima sarà efficace ad ampliare in progresso di tempo le industrie e il traffico nazionale; confermati in questi sentimenti dalla speranza dell'adesione degli altri sovrani d'Italia; sono venuti nella determinazione di formare tra i loro rispettivi domini una lega doganale. Al quale effetto i sottoscritti, in virtù delle autorizzazioni a ciascuno di loro conferite dal proprio sovrano, dichiarano quanto appresso:
Art. I - Una Lega doganale è convenuta in massima fra gli Stati della Santa Sede, di Toscana e Lucca e di Sardegna, da portarsi ad effetto mediante la nomina di commissioni specialmente deputate dalle Alte Parti contraenti per la formazione di una tariffa daziaria, comune e per la scelta di un equo principio distributivo dei comuni proventi.
Art. II - Nella primitiva formazione di che all'articolo precedente e nelle successive che dovranno farsene periodicamente dentro un termine da stabilirsi, si procederà verso quella larga libertà commerciale, che sia compatibile con gli interessi rispettivi.
Art. III - Il tempo e il luogo della riunione del Congresso dei comissari predetti sarà determinato subito e saranno conosciute le definitive intenzioni di S. M. il Re delle Due Sicilie e di S. A. il Duca di Modena, rispetto all'adesione alla Lega doganale".


L'atto qui riferito rimase lettera morta. Quando il GIOBERTI seppe quanto tempo c'era voluto per fare queste trattative che terminavano in un nulla di fatto, dovette senza dubbio pensare che il suo disegno di una confederazione di stati italiani altro non era che un'utopia. Intanto, preoccupate della piega che il dissidio poteva prendere, tra il governo pontificio e quello di Vienna per i fatti di Ferrara, le cancellerie europee e specialmente quelle della Prussia, della Francia e dell'Inghilterra, cercavano di ricomporre i punti più controversi. Si davano da fare, nello stesso tempo il principe di Metternich e il cardinal Ferretti, che, finalmente, per appianare le difficoltà, allontanarono da Ferrara i due maggiori insofferenti l'un dell'altro, il maresciallo AUESPERG e il cardinale CIACCHI, quindi concordarono che le porte della città sarebbero state presidiate solo dai soldati pontifici, che la porta Po sarebbe stata tenuta sempre aperta ma custodita da due squadre di sentinelle senza fucile, una austriaca, l'altra romana, per impedire le diserzioni; che non si sarebbero fatte pattuglie austriache in città; che i militari austriaci potevano avere libero accesso alle due caserme di San Benedetto e di San Domenico e da questa a quelle; che solo gli Austriaci avrebbero fatto la guardia alle proprie caserme; che il centro delle forze loro sarebbe sempre stato soltanto la cittadella; e che la parola d'ordine sarebbe stata fissata dalle autorità pontificie.

COMPONIMENTO DEL DISSIDIO AUSTRO-PONTIFICIO

Il 16 dicembre il "Giornale officiale" di Roma dava l'annuncio seguente dell'accordo:
"Rimanendo per ambo le parti nella sua piena integrità la questione di diritto, si è convenuto fra il governo di Sua Santità e quello di Sua Maestà Imperiale Austriaca che la guarnigione della città di Ferrara sia restituita alle truppe pontificie. L'eminentissimo e reverendissimo cardinale Ciacchi, che per urgenti motivi di salute, si era recato a respirare l'aria nativa, ritorna espressamente a Ferrara per essere presente e provvedere alla tranquilla e regolare consegna. A scanso poi di gratuite supposizioni, giovi al pubblico conoscere che la difficile trattativa e positiva risoluzione di questo affare è stata condotta in modo da non compromettere minimamente il passato e l'avvenire la questione di diritto, la dignità delle due Corti nella parte della esecuzione, gli interessi sotto ogni rapporto della popolazione Ferrarese".

Ma dopo l'accordo, le cose ritornarono quasi nelle stesse condizioni in cui si trovavano prima del 17 agosto, ma non così le relazioni tra i due governi; tra il popolo italiano e quello austriaco.
"Il METTERNICH - nota il Bertolini - aveva creduto con il suo atto di spavalderia di far paura tanto al Papa quanto agli Italiani: egli ottenne, invece, l'effetto opposto. Il Papa, offeso nella sua qualità di sovrano indipendente, sentì di non poter più regger sull'appoggio austriaco per trattenere l'entusiasmo patriottico delle popolazioni. E queste, facendo tesoro del raffreddamento fra le due corti di Roma e di Vienna, cercarono di compromettere maggiormente il Pontefice presso l'Austria, facendolo comparire il primo campione della italica indipendenza.
I municipi e le province andarono pertanto a gara nell'offrirgli soccorsi, votandosi a lui con la vita e le sostanze, e facendo sacramento di difendere l'indipendenza dello Stato. Ai corpi amministrativi si associarono con patriottico slancio i privati cittadini, facendo offerte e doni. Alla stampa non parve vero di poter oltrepassare i confini della censura, e si allargò sulle questioni di unione d'Italia, e dell'indipendenza nazionale; non risparmiò le misure nel predicare la resistenza. E il governo, impotente ormai a frenare così tanto slancio, lasciò fare gli armamenti e decretò perfino un campo a Forlì. La concordia fra governanti e governati pareva dunque a Roma confermata. Ma al primo scontro si vedrà invece quanto fossero gli uni lontano dagli altri, e come l'intendersi fra di loro fosse ormai impossibile".


Gli avvenimenti di sopra, ebbero grande ripercussione in tutta la penisola.
La stampa, sempre più diffusa, mise in moto nella vita politica italiana un processo di accelerazione; l'opinione pubblica poi (quella moderata ma anche quella mazziniana), credendo alle molte promesse del papa (spesso trascinato dagli entusiasmi) si mise a creare il mito del "papa liberale". Un'investitura questa che costrinse perfino Leopoldo di Toscana e lo stesso riluttante Carlo Alberto a concedere quanto il papa stava concedendo ai suoi sudditi, togliendo a loro la figura del "campione"; anche se lo era in chiave romantica, piuttosto che politica.

Se in concreto, la portata degli eventi erano pittosto vaghi, tuttavia a quel punto sembrava che stesse veramente nascendo quella coscienza nazionale che Mazzini aveva da lungo tempo cercato di promuovere. Si ponevano insomma le premesse di quella vagheggiata rivoluzione nazionale, accantonando perfino la questione costituzionale, ed accettando le illusioni neoguelfiste giobertiane.

(che in brevissimo tempo furono poi spazzate via, in quel fatidico 29 aprile 1848, quando il "campione" indicato dal "Primato", si ritirava dalla guerra d'indipendenza, per "non essere ostile" ai "nostri cristianissimi Austriaci". Che così in Italia dominarono per altri venti anni!).

Ma prima di quel fatidico giorno,
andiamo a vedere cosa accadeva negli altri Stati Italiani
dopo l'avvenuta elezione di PIO IX
Gli altri Stati dopo l'elezione di Pio IX
nello stesso periodo anni 1846 1847 > > >

Fonti, citazioni, e testi
Prof.
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - (i 5 vol.) Nerbini
P.COLLETTA - Storia (Napoleonica) del Reame di Napoli 1734-1825- 1834
A. VANNUCCI - I Martiri della Libertà - Dal 1794 al 1848 - Lemonnier 1848
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (i 33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (i 20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi
+ ALTRI VARI DELLA BIBLIOTECA DELL'AUTORE  

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