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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNI 1846-1847

PIO IX - GLI ALTRI STATI - ARIA DI RIVOLTE

FERMENTO LIBERALE IN TOSCANA - PETIZIONI AL GOVERNO GRANDUCALE - DIMOSTRAZIONI ANTIAUSTRIACHE - LA LIBERTÀ DI STAMPA E IL GIORNALISMO TOSCANO - LA CONSULTA DI STATO - LA GUARDIA CIVICA - DIMISSIONI DEL MINISTRO CORSINI - IL DUCATO DI PARMA - DIMOSTRAZIONI E FEROCI REPRESSIONI - IL DUCATO DI LUCCA - TUMULTI E CONFLITTI - CARLO LUDOVICO CONCEDE LA GUARDIA CIVICA E FUGGE DA LUCCA - SUA ABDICAZIONE - LA QUESTIONE DELLA LUNIGIANA - LE TRUPPE ESTENSI OCCUPANO FIVIZZANO - MORTE DI MARIA LUIGIA - CARLO II DUCA DI PARMA - FRANCESCO V DI MODENA - MODENA E PARMA PRESIDIATE DAGLI AUSTRIACI - IL GOVERNO DI FERDINANDO II DI BORBONE - LUIGI SETTEMBRINI E LA " PROTESTA DEL POPOLO DELLE DUE SICILIE " - I COMITATI SEGRETI A NAPOLI, IN CALABRIA E NELLA SICILIA - RIVOLTA DI MESSINA - INSURREZIONE DI REGGIO, I PROCESSI, LE CONDANNE, I FERMENTI - APPELLO DI LIBERALI PIEMONTESI E ROMANI A FERDINANDO II -
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Firenze 12 settembre 1847 - dimostrazioni dopo la concessione della Guardia Civica

FERMENTO LIBERALE IN TOSCANA
LA LIBERTA' DI STAMPA E IL GIORNALISMO
LA CONSULTA DI STATO E LA GUARDIA CIVICA
DIMISSIONI DEL MINISTRO CORSINI


Abbiamo terminato il precedente capitolo con avvenimenti alcuni seducenti e pieni di speranze, altri invece sgradevoli e presagi di altre vicende dolorose dello Stato Pontificio. I primi erano stati l'elezione di Pio IX e le speranze dei liberali riposte in lui, i secondi il ritorno arrogante degli austriaci a Ferrara, seguito dalle vibrate proteste. Fatti che ebbero grandi reazioni nella pubblica opinione, ormai quasi matura alle sorti dell'Italia anche negli altri Stati della penisola, nessuno escluso; Piemonte, Sicilia, Toscana, Lombardo-Veneto, Stati Pontifici e altri minori.
Ma prima di esaminare queste reazioni, torniamo indietro di un paio di anni nei vari regni e nei vari ducati e in quelle contrade italiane divenute austro-italiche.

In Toscana, nel 1844 si era spento il capace statista del governo granducale conte VITTORIO FOSSOMBRONI (dal 1815, svolse importanti riforme economiche e amministrative) ed aveva preso le redini del governo il principe NERI CORSINI. Morto anche questo nel 1845, il nuovo ministero si attirò l'odio dei liberali consegnando al governo papalino di Roma PIETRO RENSI, autore del moto di Rimini e reduce dalla Francia, ed espellendo poco dopo dal Granducato anche MASSIMO D'AZEGLIO, reo di aver scritto cose sgradite allo Stato Pontificio e indirettamente agli austriaci.

Questi fatti non mancarono di produrre un grave malcontento fra i patrioti, che nel carnevale del 1846 diffusero tre epigrammi del NICCOLINI e del SALVAGNOLI. Contemporaneamente, avendo il governo concesso il permesso alle Suore del Sacro Cuore di Gesù di fondare un educandato a Pisa, numerosi giovani improvvisarono una dimostrazione ostile alle Suore, e una protesta, firmata dai professori dell'Università e dai più ragguardevoli cittadini pisani, fu inviata al Granduca, nella quale lo si ammoniva a non permettere che a Pisa si costituisse un centro di attività gesuitica. La protesta ottenne l'effetto voluto: difatti il permesso fu revocato.

L'editto di amnistia promulgato dall'appena eletto Pontefice il 16 luglio del 1846 produsse vivo entusiasmo anche nei liberali toscani: il professor GIUSEPPE MONTANELLI aprì una sottoscrizione per raccogliere denaro con il quale si dovevano sovvenzionare gli amnistiati bisognosi. Nell'estate di quello stesso anno il territorio pisano fu danneggiato dal terremoto e Roma fu inondata dal Tevere. Comitati di soccorso si formarono nei due Stati che, pur divisi politicamente, si affratellarono nella sventura.
"Vi è un'ora del mattino - scrive il Giuseppe Montanelli - incerta fra le tenebre che si dileguano e la luce che spunta; un'ora di cui nessun'altra pareggia nel giorno la verginale bellezza. Parte un gorgheggio isolato da un punto della quieta campagna; un altro gorgheggio, di lì a poco, da un altro punto risponde a quello; e i concenti sparsi gradatamente s'accoppiano, ingrossano, infittiscono, finché non si confondono tutti nel pieno armonioso salutare del sole nascente. Rendevano immagine di quell'ora i tempi che ora discorriamo: nei quali in mezzo al silenzio sepolcrale che aveva fatto la notte della tirannide, da una parte d'Italia muoveva un saluto di fratellanza, e da un'altra parte un saluto di fratellanza le rispondeva; e anche queste erano accordature di un gran concento; anche questa era una di quelle ore fresche di mattutina bellezza, che di tanto in tanto, occorrono nella vita dei popoli, di giorno raggiante promettitrice".

Ma a parte queste poetiche parole in occasione di quelle drammatiche ore in entrambi i due stati, il fermento in Toscana cresceva di giorno in giorno, e le dimostrazioni romane avevano un'eco pronta e vasta specie fra gli studenti di Siena e Pisa che facevano risuonare il grido "Viva Pio IX !" Foglietti clandestini erano distribuiti abbondantemente nelle città e nelle campagne; uno di essi, sparso all'inizio del 1847, conteneva le seguenti richieste: "Unione dell'Italia contro il Tedesco, ordinamenti interni quali si convengono alle condizioni dei tempi e della Toscana; pieno diritto di petizione e reclamo, riordinamento del comune, istituzione di consigli provinciali: censura di stampa repressiva non preventiva; guardia nazionale".

Una specie di giornale, stampato clandestinamente portava il titolo "Notizie italiane", e riassumeva il contenuto dei giornali romani; stampe satiriche correvano per le mani di tutti; manifestini con domande di riforme si affiggevano nella notte di nascosto sui muri. Allora il governo ordinò perquisizioni ed arresti e le carceri si riempirono di studenti e di tipografi, arrestati la maggior parte su semplici sospetti.
Ciononostante il malcontento aumentava ed agiva come fertilizzante nei fermenti del popolo; anzi dei desideri del popolo si fecero interpreti presso i ministri perfino uomini autorevoli come il barone BETTINO RICASOLI, l'avvocato VINCENZO SALVAGNOLI e l'abate RAFFAELLO LAMBRUSCHINI, che presentavano una lunga memoria al ministro CEMPINI. Un'altra memoria presentata al ministro BALDASSERONI e firmata da GINO CAPPONI, da COSIMO RIDOLFI e da altri, diceva:

"Chi vuole considerare quali siano le cose capaci oggi di alterare e menomare la sicurezza degli animi si accorgerà che le inquietudini e quindi i pericoli potrebbero derivare da due sole cause:
In primo luogo da panici timori di commozioni intestine e di minacce contro la proprietà o contro l'esercizio delle industrie particolari, in secondo luogo dalla deficienza e della scarsezza di quei mezzi per cui la benefica e sopra tutto potentissima azione morale, diffondendosi dai buoni e dagli autorevoli sulla universalità dei cittadini, viene come scendendo dall'alto a collegare tutte le forze per spingerle a un solo fine. I sottoscritti già non presumono di possedere autorità né mezzi in alcun modo sufficienti, né credono possa bastare a tale opera; ma volendo fare quanto possibile il buon cittadino e chiamare altri alla soddisfazione più efficace di questo dovere, hanno pensato una cosa, la quale comunque per sé piccola, sembra poter essere non affatto inutile a questo desiderato fine. Disegnano essi e pertanto chiedono al governo facoltà di pubblicare un giornaletto settimanale di un foglio di stampa, di cui l'intenzione e i principi regolatori sono accennati in quelle poche idee che hanno esposto. Si propongono di ravvivare l'azione troppo diminuita delle istituzioni municipali; trattare all'occorrenza gli argomenti riguardanti l'educazione pubblica e la beneficenza, la storia civile contemporanea, l'industria, il commercio e quelle cose insomma che promuovono la morale ed economica prosperità del paese. Ma soprattutto credono essi, che nell'attuale stato degli animi è necessario il contrapporre alle apprensioni pericolose e alle dimostrazioni riprovevoli una temperata ma sufficiente larghezza nella discussione di ogni cosa, che riguardi allo scopo di questo giornale, e sono convinti che riuscirebbe inefficace quando fosse costretto a chiudersi dentro limiti troppo angusti. E a quest'effetto chiedono che la censura, per ciò che spetta al giornale, proceda in tal modo e che dia loro facoltà di conseguire il fine proposto".

Queste petizioni non erano ignorate dall'Austria, la quale sapeva anche di una sottoscrizione apertasi a Firenze per mandare una spada d'onore al colonnello Garibaldi a Montevideo; sapeva dei fuochi accesi sull'Appennino il 5 dicembre del 1816 per festeggiare il primo centenario della cacciata degli Austriaci da Genova; sapeva delle frequenti dimostrazioni in cui al grido di "Viva Pio IX !" si univa quello di "Abbasso i Tedeschi !".
Il METTERNICH teneva in Firenze il NEUMANN, lo SHNITZER e il METZBURG non solo perché vigilassero, ma anche per consigliare Leopoldo a non lasciarsi forzar la mano dai liberali; e nell'aprile del 1847 scriveva lui stesso al Granduca allarmandolo che:
"L'Italia era sull'orlo di precipizi incommensurabili"; gli sentenziava che "il radicalismo era prossimo a signoreggiare lo stesso liberalismo"; lo ammoniva che "i vocaboli così fastosi d'unione e d'indipendenza non sono altro che l'involucro appariscente del grande disegno dei vecchi settari di trascinare la penisola nella rivoluzione"; avvertiva il Granduca "a ben fermarsi in mente che l'odio che si manifesta contro l'Austria proviene solo dalla persuasione che la sua potenza in Italia è quella che rende vani i disegni dei rivoluzionari a danno dei principi e impedisce ai radicali di prendere il sopravvento"; gli ricordava che "in qualunque evento il sovrano della Toscana deve tener presente che né lui arciduca austriaco, né il re di Napoli di sangue borbonico non saranno mai considerati come principi italiani da coloro che già proclamavano di voler cacciare dalla penisola tutti gli stranieri; di badare perciò a non mostrarsi fiacco nell'accondiscendere alle manifeste fomentatrici idee che albergano nel Granducato, e che tuttavia qualora ci fosse un'aperta ribellione un immediato intervento austriaco basterebbe a comprimerla; ma se da lui spontaneamente acconsentite queste idee, gli costerebbero il peso e la necessità di avere poi i suoi domini occupati dalle guarnigione imperiale".

Vergava insomma nelle ultime righe una vera e propria minaccia d'invasione, senza chiedere neppure il permesso, come del resto Matternich aveva già fatto nello Stato Pontificio a Ferrara.

Ma date le condizioni della Toscana, i consigli del Metternich non potevano far breccia sull'animo del Granduca, il quale era convinto che non era possibile mantener la tranquillità nel suo Granducato senza fare qualche concessione.
Prima venne la legge sulla stampa (6 maggio 1847), simile a quella concessa da Pio IX, con la quale si mantenne la censura preventiva, ma questa fu affidata ai Consigli di Censura. Si permise "la pubblicazione con la stampa qualunque opera o scritto, purché non offendesse la religione ed i suoi ministri, la pubblica morale, i diritti e le prerogative della sovranità, il governo ed i suoi magistrati, la dignità e le persone dei regnanti anche esteri, le loro famiglie, e i loro rappresentanti, l'onore dei privati cittadini, e generalmente non contenesse cose atte a turbare in qualsiasi modo il buon ordine, e la quiete dello Stato nei suoi rapporti interni ed esterni".

In generale la nuova legge non piaceva ai liberali, perché era più desiderata la censura repressiva e non la preventiva, tuttavia, siccome non si voleva dispiacere il sovrano nelle sue prime concessioni, a Firenze si fecero dimostrazioni favorevoli; a Livorno invece le manifestazioni furono ostili e grida molto significative furono quelle di "Viva Pio IX !" e "Morte ai Tedeschi !".

La legge sulla stampa andò in vigore il 1° giugno 1847. Quel giorno, sulla "Gazzetta Ufficiale" comparve un "Motuproprio" del Granduca con il quale erano istituite due commissioni per la compilazione dei nuovi codici civile e penale e per determinare con precisione le attribuzioni della Polizia in materia punitiva. Inoltre fu pubblicata una circolare per la riforma delle amministrazioni comunali.

La legge sulla stampa provocò una fioritura di giornali. Nacque l' "Alba", diretta da GIUSEPPE BARDI, alla quale collaborarono ATTO VANNUCCI, ENRICO MAYER e GIUSEPPE MAZZONI e di cui era redattore capo un ardente mazziniano messinese, GIUSEPPE LA FARINA, di grandissimo ingegno e di vasta cultura storica e letteraria, propagatore nella sua isola della "Giovine Italia" ed esule per la seconda volta.
Nacque la "Patria", diretta da VINCENZO SALVAGNOLI che ebbe collaboratori il LAMBRUSCHINI, il RICASOLI e MARIO TABARRINI. Altri giornali, piccoli e grandi, nacquero a Siena, a Pistoia, ad Arezzo, a Pisa. In quest'ultima città vide la luce "L'Italia" del giobertiano MONTANELLI, con un programma riformista al pari della "Patria". Repubblicani ed unitari erano invece l' "Alba" di Firenze, il "Corriere livornese" del GUERRAZZI e "Il Popolo" di Siena.
Oramai il sentimento liberale si manifestava in tutti i modi, specie con la stampa e con le dimostrazioni popolari. Queste infatti non erano mai cessate: il 5 maggio era stato festeggiato in parecchie città l'onomastico di Pio IX, e a Pisa erano stati eseguiti degli arresti; a Livorno e a Pisa il 16 giugno era stato solennizzato l'anniversario dell'elezione del Pontefice, con cerimonie religiose e luminarie; a Siena, il 17 luglio si era voluto festeggiare l'anniversario dell'amnistia papale, ma erano avvenuti dolorosi incidenti. Gli studenti dell'Università, dopo un banchetto, tornavano dalla Lizza cantando l'Inno di Pio IX quando furono ammoniti prima e investiti poi a sciabolate da un nucleo di carabinieri. Alcuni studenti furono feriti, tra questi un tal PETRONICI che pochi giorni dopo cessò di vivere. Il popolo in questa circostanza prese la parti degli studenti, e i carabinieri dovettero la loro salvezza alla fuga.
Questo fatto, il timore che l'ordine pubblico fosse turbato più gravemente e le continue richieste di riforme, indussero il Granduca a rivolgere ai suoi sudditi il seguente manifesto:

"Nipote e figlio di un avo e di un padre che per lungo tempo dedicarono le loro paterne cure alla felicità della Toscana, ereditammo con i loro diritti la più sincera, e la più costante affezione a vostro riguardo. Quindi ci promettemmo sempre di non trascurare alcuna cosa, ma semmai di contribuire in qualsiasi modo per il benessere morale e materiale della patria comune. Ne abbiamo fornito recentemente nuove prove, che furono accolte con la più lusinghiera riconoscenza, e perseveriamo ora, come persevereremo sempre, nella ferma volontà di promuovere ed accogliere, in opportunità di tempo e di circostanze, quanto possa effettivamente costituire un progressivo reale miglioramento delle patrie istituzioni ed in ogni ramo di pubblico servizio. Pieni di fiducia nella nostra leale affezione, richiamiamo da voi quella piena reciprocità alla quale, come già l'avo e il padre nostro, siamo certi di aver diritto; ed ammonendovi a guardarvi da ogni malevola ed imprudente suggestione, vi esortiamo alla quiete ed alla tranquillità, al rispetto delle leggi ed alla conservazione dell'ordine. È unicamente solo in tali condizioni che il miglior bene può farsi, che il vostro principe e padre può adottare quelle provvidenze che non potrebbero mai emergere dalle tumultuarie manifestazioni nelle quali potrebbero malauguratamente traviarvi".

Le dimostrazioni però non cessarono, anzi, dopo l'occupazione di Ferrara, da parte degli Austriaci, le manifestazioni popolari divennero più frequenti e anche più minacciose. Non vedendo altro mezzo per calmare gli animi che quello delle concessioni, il Granduca pubblicò il 24 agosto del 1847 un "motuproprio" con il quale allargava la vecchia Consulta in una reale Consulta di Stato composta da dieci membri ordinari e nove straordinari cui era conferito il diritto di modificare le leggi vigenti e di proporne delle nuove. Per far piacere ai liberali, LEOPOLDO II chiamò fra i componenti della Consulta GINO CAPPONI e COSIMO RIDOLFI; ma tutto questo non bastava ad appagare i sudditi. Che non erano più sudditi, ma un "Popolo" nuovo, e che ora per mezzo dei giornali si stavano accendendo a quei desideri che prima sembravano monopolio solo dei liberali o dei settari.

Si voleva ad esempio l'istituzione di una guardia civica, come in quei giorni era stato fatto nel vicino Ducato di Lucca. E questi desideri non erano solo di natura politica, né erano di una fazione, ma di una cittadinanza intera, di nessun colore politico, che chiedeva per prima cosa regole precise dentro una "comunità" fatta di "comuni cittadini". Cioè un "Popolo" unito.
A Livorno, dov'era governatore NERI CORSINI, la sera del 3 settembre questo "Popolo" radunato, stabilì che partissero deputati per Firenze a chiedere la milizia cittadina; e subito partì il gonfaloniere conte di LARDEREL con parecchi altri, che, giunto alla capitale, riferì al ministro CEMPINI la richiesta dei livornesi. Il 4 settembre, per ordine del Granduca, la Consulta di Stato si riunì e deliberò l'istituzione della Guardia civica.

Grande fu la gioia a Firenze e in tutte le altre città della Toscana. A Firenze un corteo di oltre ventimila persone, gridando evviva al Pontefice, al sovrano e al Gioberti, si recò a ringraziare il Granduca; a Pisa, il 6 settembre, convennero numerose rappresentanze di Livornesi e Lucchesi, cui rivolse un discorso vibrante di patriottismo il MONTANELLI; a Livorno ci fu un'imponente dimostrazione; qui parlò FRANCESCO DOMENICO GUERRAZZI che chiese la promulgazione di una costituzione politica e il 12 settembre a Firenze altra imponente manifestazione che, cogliendo occasione dall'istituzione della Guardia civica, voleva sembrare ed effettivamente era una solenne affermazione del principio federalista, perché vi parteciparono oltre che i rappresentanti di tutte le città della Toscana, migliaia e migliaia di liberali venuti dalla Liguria, dal Piemonte, dai Ducati, dalla Lombardia e dallo Stato Pontificia, recanti bandiere su cui era scritto "Viva Pio IX, Viva Leopoldo II, Viva l'Italia, Lega italiana, Libertà municipali, Costituzione, Armamenti, Guerra allo straniero".

Dodici giorni dopo il CORSINI presentava le dimissioni da ministro. Rendendosi interprete delle aspirazioni di gran parte dei Toscani, aveva consigliato il Granduca di concedere ai sudditi, spontaneamente e prima che vi fosse obbligato dalle (drammatiche?) circostanze, una costituzione almeno moderata. Essendosi il sovrano decisamente rifiutato, il Corsini aveva creduto giusto di rimettere il portafoglio degli Esteri che gli era stato affidato. Il 23 settembre il Granduca, lasciando alla presidenza del consiglio il CEMPINI, al ministero del Tesoro il BALDASSERONI e a quello della Giustizia il BARTALINI, nominava ministro per gli Affari Esteri e per la Guerra, al posto del Corsini, il marchese SERRISTORI e ministro per l'Interno il marchese COSIMO RIDOLFI. I primi atti del nuovo ministero furono la modifica della legge per la Guardia civica e la soppressione della "Presidenza del Buon governo", nome detestato, che allora si dava alla polizia, la quale, con soddisfazione di tutti, fu poi messa alla diretta dipendenza del ministero dell'Interno.

IL DUCATO DI PARMA - DIMOSTRAZIONI E REPRESSIONI
IL DUCATO DI LUCCA - ABDICAZIONE DI CARLO LUDOVICO
LA QUESTIONE DELLA LUNIGIANA - MORTE DI MARIA LUIGIA
CARLO II DUCA DI PARMA - FRANCESCO V DI MODENA
GLI AUSTRIACI PRESIDIANO MODENA E PARMA

Anche nei ducati di Lucca e di Parma gli avvenimenti positivi e negativi dello Stato Pontificio accesero gli animi; esaltarono e indignarono. A Parma, malgrado gli ordini severi dì reprimere ogni manifestazione liberale impartiti alla polizia dal conte CARLO di BOMBELLES terzo favorito di Maria Luigia, con la quale anzi si era sposato morganaticamente, i patrioti esprimevano con scritte eloquenti sui muri i loro sentimenti. Essendo la duchessa a Vienna, i liberali vollero festeggiare il 16 giugno, anniversario dell'elezione di Pio IX, con una cerimonia religiosa in Duomo, dove distribuirono elemosine ai poveri e i ritratti del Pontefice. A sera, una schiera di giovani cominciò a percorrere le vie gridando: "lumi ! lumi !" e a quelle grida molte finestre si illuminarono; ma la casa del vescovo - tedesco - rimase al buio e contro di essa dai dimostranti furono lanciati sassi.
A quel punto una moltitudine di gendarmi caricò la folla che si disperse; poi più tardi nuovamente riunitasi, fu caricata con ferocia dai dragoni ducali. Un'ottantina di persone rimasero ferite e molti cittadini furono tratti in arresto. Il podestà conte CANTELLI informò dei fatti la duchessa, protestando contro l'agire della polizia e della truppa, alla quale il comandante militare aveva cinicamente invece rivolto molte lodi. Cantelli chiese il passaporto per portare a Vienna di persona i suoi reclami. Il passaporto però gli fu negato. Poi iniziarono i processi a carico degli arrestati e furono promossi quelli che il 16 giugno si erano distinti in zelo e ferocia.
Il BOMBELLES da Vienna, a nome della duchessa, ringraziò e lodò le fedeli milizie, poi da Metternich, nominato commissario straordinario, partì per Milano e da qui a Parma, dove arringò le truppe esaltando il loro zelo e la loro devozione; infine avendo ora pieni poteri, destituì il conte Cantelli (già dimissionario). Punì studenti e professori e iniziò un governo così dispotico da alienare del tutto i pochi esili buoni rapporti che c'erano con la popolazione, e perfino gli animi dei sudditi più fedeli della mite duchessa.

Avvenimenti più gravi avvennero a Lucca. Regnava CARLO LUDOVICO, dedito ai viaggi, ai piaceri mondani e al largo spendere, noncurante del benessere dei sudditi e tutto intento a procurarsi denari, validamente aiutato dall'inglese TOMMASO WARD, un'ambigua figura, che era stato da duca innalzato da palafreniere ad amministratore del ducato. Ludovico all'inizio non si preoccupò molto dell'atteggiamento dei Lucchesi alle notizie buone e cattive dello Stato Pontificio e lasciò che i suoi sudditi facessero dimostrazioni. Così il 29 maggio del 1847 fu celebrato l'anniversario della battaglia di Legnano con fuochi sui colli e cortei per le vie; poi il 16 giugno fu, come altrove, festeggiato l'anniversario dell'elezione di Pio IX (ormai celebrato, osannato, e gridato in ogni luogo come il "papa liberale") senza che il minimo incidente turbasse le feste. La sera del 4 luglio, seguendo un'antica pittoresca costumanza locale, una moltitudine di ragazzi faceva la cosiddetta "scampanata" ad una vedova che andava a seconde nozze, quando un drappello di gendarmi, avendo inutilmente intimato loro di sciogliersi, li caricò furiosamente. Nacque un incontrollabile tumulto e cominciarono a sentirsi le grida di "Viva Pio IX", ma furono ben presto soffocate dall'intervento dei dragoni ducali che dispersero la folla a sciabolate, ferendo molte persone e arrestandone parecchie.

L'indignazione della cittadinanza, o meglio di un "Popolo" oltraggiato in una banale festa di sapore goliardico, toccò il culmine; radunatosi compostamente, protestò prima a voce, poi per iscritto e chiese e reclamò la punizione dei carabinieri e dei dragoni; ma le Autorità, mancando dalla città il duca, che allora si trovava a Modena, non presero alcun provvedimento e soltanto il Ward promise che avrebbe fatto allontanare i carabinieri che si erano resi colpevoli.
Tornato CARLO LUDOVICO, appresi i fatti nella sua reale dimensione, volle dare una giusta soddisfazione alla indignata popolazione. Fu congedato il direttore di polizia PALLAVICINO PALLAVICINI e furono collocati in aspettativa tre ufficiali dei carabinieri. Pareva che l'ira della cittadinanza si fosse calmata, quando si verificò un altro increscioso incidente: il 18 luglio, mentre la gente a fine settimana era intenta a divertirsi o a passeggiare, un popolano gridò contro alcuni carabinieri: "fuori gli assassini"; a quel grido-scintilla, molti cittadini si unirono, si scagliarono contro i gendarmi, e minacciosi com'erano li costrinsero a rifugiarsi nella caserma. Gente chiamò gente, e dopo pochi minuti un'imponente folla si raccolse davanti la casa del direttore di polizia inneggiando all'Italia, e chiedendo a gran voce che fossero congedati i carabinieri e reclamando l'istituzione di una Guardia civica.

Carlo Ludovico si trovava in una sua villa fuori Lucca. Raggiunto da una delegazione che chiedeva le riforme invocate dai suoi sudditi, rispose arrogantemente con un "motuproprio" del 21 luglio con il quale non solo rifiutava di concedere riforme, ma dichiarava che queste erano dannose allo stato.
Dopo quell'editto il ducato fu sottoposto ad eccessivi rigori di polizia e i carabinieri cominciarono a spadroneggiare, confortati dalla presenza del figlio del duca, Ferdinando, giovane scapestrato tornato proprio allora da un viaggio all'estero, il quale, personalmente alla testa di pattuglie, arrogantemente perlustrava le vie della città commettendo atti di violenza.
Il 26 agosto il figlio del duca fece arbitrariamente arrestare sette giovani. Si sparse la voce che altri arresti di lì a poco sarebbero seguiti. Allora divampò l'indignazione della cittadinanza. LUIGI FORNACIARI, patriota oltre che insigne letterato, indirizzò al duca una lettera con la quale gli rappresentava "i pericoli cui andava incontro e gli rammentava che era stato investito dalla signoria lucchese con delle proprie collaudate leggi; e che queste lui doveva renderle miti, non aspre e odiose".
CARLO LUDOVICO rispose esonerando dall'ufficio della Ruota il FORNACIARI, il cui ammonimento al duca, fu imitato dal marchese ANTONIO MAZZAROSA, il quale scrisse al sovrano invitandolo a seguire il Granducato di Toscana e a render felici i sudditi con opportune riforme. Ma anche questa voce rimase inascoltata.
Fu ascoltata invece quella minacciosa della folla, tumultuante il 30 agosto davanti al palazzo ducale che chiedeva la liberazione degli arrestati e invocava la Guardia civica e la libertà di stampa. Carlo Ludovico, a quel punto impaurito, firmò un motuproprio con il quale istituiva la Guardia e promise che avrebbe superato il vicino Granduca di Toscana nella generosità delle concessioni.
Grandi dimostrazioni di gioia furono fatte dai Lucchesi, che si rinnovarono poi il 2 settembre, al ritorno dei giovani arrestati che erano stati condotti nel forte di Viareggio. Il duca che aveva ceduto alla folla vinto dal timore; quando passò ogni pericolo, si pentì di quel che aveva fatto e di notte e segretamente, fuggì dal suo Stato e si rifugiò a Massa, città appartenente al duca di Modena. I Lucchesi inviarono a Massa ambascerie per pregare il sovrano di tornare in mezzo al suo popolo. Si narra che appena i deputati furono introdotti al suo cospetto, il duca esclamasse che non voleva governare a piacere della folla; poi fece leggere un foglio contenente la sua rinuncia al trono a favore del figlio; ma lo stesso figlio preso il foglio lo strappò e cercò di convincere il padre a recedere dalla sua decisione.

Carlo Ludovico decise di tornare a Lucca, dove fu accolto dai sudditi con esultanza; ma fin da allora, diventato insofferente a questo Stato aveva in mente di cederlo, come glie ne dava diritto il trattato di Vienna del 1815.
Secondo questo trattato, Maria Luisa di Borbone e i suoi eredi dovevano tenere la signoria di Lucca fino alla morte di Maria Luigia (alias Maria Luisa) d'Austria; dopo, i Borboni dovevano rientrare nel possesso di Parma e cedere Lucca al Granduca di Toscana, il quale a sua volta doveva staccare dal territorio lucchese i tre vicariati di Fivizzano, Pietrasanta e Barga e cederli al Duca di Modena.

Nel 1844 però il Granduca di Toscana e i duchi di Lucca e di Modena avevano stabilito quanto segue: Carlo Ludovico, diventando duca di Parma, avrebbe ceduto a Leopoldo II oltre Lucca anche i Vicariati di Pietrasanta e Barga ricevendo in compenso il distretto di Pontremoli; inoltre avrebbe staccato dal ducato di Parma il ducato di Guastalla e lo avrebbe ceduto al duca di Modena, il quale avrebbe a sua vota ceduto al Granduca i vicariati di Pietrasanta e Barga.
Il 12 settembre Carlo Ludovico, affidato il governo al Consiglio di Stato, lasciò Lucca e si recò presso il duca di Modena, che lo consigliò di chiedere l'intervento austriaco. Ludovico invece ascoltò il consiglio del suo ministro Ward di anticipare la cessione del suo ducato, la quale fu stipulata a Firenze il 4 ottobre del 1849, con atto regolare con il quale Leopoldo II entrava in possesso di Lucca, cedeva al duca il distretto di Pontremoli e si obbligava di pagargli un milione e duecentomila lire annue fino al giorno in cui diventasse signore di Parma. L'atto fu, il giorno 5, ratificato dal duca di Modena per la parte che lo riguardava. Abdicando, Carlo Ludovico si congedava così dai suoi sudditi:
"Il costante nostro desiderio fu sempre quello di conservare ed accrescere il benessere dei nostri sudditi. Perseverando ora noi nello stesso desiderio di procurare con ogni mezzo la vostra felicità, vedendo reso oltremodo difficile il farlo, noi dopo gli ultimi avvenimenti, posponendo ogni personale riguardo, abdichiamo in questo giorno stesso alla sovranità del nostro Stato nelle mani dei sovrani che in vigore dei trattati sono nostri legittimi successori e che riguarderete d'ora innanzi come sovrani vostri legittimi".

L'11 di ottobre giunse a Lucca il marchese PIER FRANCESCO RINUCCINI, il quale prendeva possesso del ducato in nome di Leopoldo II e rendeva noto il seguente proclama:
"Il giorno in cui la più gran parte della gente toscana può comporre un solo Stato è venuto. Iddio non permise che quest'unione avvenisse in quei tempi infelici, quando l'ingrandirsi degli Stati, fatto per guerre e per vie di sangue, aveva le forme e gli effetti di conquista. Quest'unione si compie oggi pacificamente come ricognizione di una stessa famiglia. Visto pertanto l'atto di abdicazione e di rinuncia emesso in Modena a nostro favore il 5 andante dall'amatissimo nostro cugino Carlo Lodovico Borbone duca di Lucca, con il quale fu trasferita a noi la sovranità di quello Stato a forma dell'articolo 102 del Congresso di Vienna, dichiariamo di assumere pienamente il governo ed a questo fine incarichiamo di prenderne in nostro nome formale possesso il marchese Pier Francesco Rinuccini, che deputiamo a ricevere i soliti omaggi e giuramenti".

I Lucchesi, passando sotto il nuovo padrone, non nascosero il loro malcontento derivato dal vedere la loro città da capitale di uno stato diventare un semplice capoluogo di provincia; si rassegnarono però al loro destino, che i liberali toscani vollero loro fare apparire roseo con calde dimostrazioni all'indirizzo della città sorella, che entrava a far parte della famiglia toscana; non seppero invece rassegnarsi facilmente Fivizzano e Pontremoli.
La magistratura municipale di Pontremoli protestò contro la cessione, dichiarando che la popolazione avrebbe ceduto solo alla forza. Vedendo che a nulla valevano le proteste, i pontremolesi cercarono d'impietosire il Granduca e approfittando di una sua visita a Lucca, vi andarono in molti, vestiti a lutto, preceduti da un'asta sormontata da una corona di spine, che recava un cartello con la scritta "Lunigiana". Leopoldo si commosse e pregò l'arciduca Ranieri, viceré del Lombardo-Veneto affinché ottenesse che Carlo Ludovico e il duca di Modena, grazie ad un compenso in danari, rimandassero di qualche tempo l'occupazione dei territori loro spettanti. Il Borbone accettò la proposta pur di ricevere del denaro, ma il duca di Modena si rifiutò.

Duca di Modena non era più il feroce reazionario Francesco IV, morto il 21 gennaio del 1846, ma il figlio FRANCESCO V. Questi consigliato, pare, dal maresciallo Radetzky, ricusò e il 5 novembre inviò un capitano - un certo GUERRA- con tre o quattrocento soldati ad occupare improvvisamente Fivizzano, dove, due giorni dopo, essendo sorto un tumulto, i soldati spararono contro i cittadini inermi uccidendone tre e ferendone due.

Alla notizia di questi fatti si commossero e s'indignarono tutte le altre città toscane; si voleva che il Granduca movesse guerra a Modena; mentre a Pisa e a Livorno si aprivano iscrizioni per la formazione di corpi volontari; e a Firenze s'inscenarono violente dimostrazioni popolari che indussero Leopoldo II a formare un campo d'osservazione a Pietrasanta.
Ma gli spiriti bellicosi ben presto si calmarono e per mezzo del Pontefice e di Carlo Alberto -che a richiesta fecero da intermediari- tra la Toscana e Modena si giunse ad un pacifico accordo.
FRANCESCO V sconfessò l'operato del capitano Guerra, non conforme alle regole del diritto internazionale; il 6 dicembre le soldatesche modenesi si ritirarono in territorio estense e rientrò a Fivizzano il Commissario toscano con dieci soldati di Fanteria; questi il giorno dopo fece regolare consegna del territorio al rappresentante del duca di Modena. Pontremoli non meno di Fivizzano, era risoluta a rimanere unita alla Toscana e gli abitanti aiutati dalle popolazioni dei dintorni si erano già preparati alla difesa. Fu necessario ricorrere alle trattative e il 9 dicembre fra Leopoldo II e Carlo Ludovico fu stipulata una convenzione con la quale si dava facoltà al Granduca di conservare il dominio di Pontremoli fino alla morte della duchessa di Parma.

Questa -destino volle- cessava di vivere otto giorni dopo, ed essendo CARLO LUDOVICO, nuovo successore di Maria Luigia con il nome di CARLO II, a Genova, il conte di BOMBELLES (vedovo di M. Luigia) istituiva un Consiglio di Reggenza e faceva custodire il palazzo dalle milizie, mentre l'ex-podestà CARATELLI, riunitosi con i suoi autorevoli cittadini in casa dell'avvocato BENEDIRAI, compilava un appello al nuovo duca, in cui dopo aver deplorato le condizioni dello Stato, gli chiedeva che "riformasse la pubblica istruzione; ponesse certe leggi alla polizia e ragionevoli norme alla censura della stampa; si unisse alla lega doganale; costruisse le strade ferrate; rialzasse l'avvilito commercio; affidasse ai cittadini l'elezione dei magistrati municipali; riordinasse i Comuni su basi più larghe; donasse quell'istituzione che provava la confidenza fra principi e popoli e assicurava la pubblica quiete e difesa per mezzo di chi principalmente ha desiderio e bisogno di conservarla".

CARLO LUDOVICO, avuta notizia della morte della duchessa, il 18 dicembre confermò il Consiglio di Reggenza presieduto dal conte di Bombelles e si affrettò a partire per Milano. Il 24 dello stesso mese, stipulò un trattato con l'Austria alla quale diede facoltà di occupare militarmente il ducato, e il RADETZKY subito spedì a Parma con il pretesto di scortare la salma di Maria Luigia uno squadrone di cavalleria e alcuni pezzi d'artiglieria che rimasero a presidiare la città.
Il 26 dicembre CARLO II indirizzava ai suoi nuovi sudditi il seguente proclama:

"Avendo l'Onnipotente Iddio negli imperscrutabili suoi decreti chiamato a sé l'arciduchessa Maria Luigia d'Austria, vostra amatissima sovrana, la nostra famiglia dopo lunghi anni ritorna fra breve in mezzo a voi in forza dei trattati che ci ristabiliscono sulla sede degli avi nostri. Nell'assumere dunque il governo di questo Stato, vi assicuriamo che tutte le nostre cure saranno rivolte al vostro bene, fermamente decisi a regnare sopra di voi con giustizia ed amore, di procurarvi ogni reale e non effimero vantaggio; e ritenendo per primo nostro dovere il mantenere l'autorità, l'ordine pubblico, il rispetto dovuto alle leggi, la quiete, la tranquillità a pro dell'immensa maggiorità dei buoni e fedeli nostri sudditi. Il rispetto e la venerazione che nutriamo per la memoria della gloriosa nostra predecessora, defunta, e la convinzione in cui siamo che le istituzioni da essa stabilite, tali quali le troviamo, siano utili al presente vostro bene, ci muovono a dichiararvi che non intendiamo apportare cambiamenti, ma seguire bensì le sue orme, come vie di pietà, d'amore, di religione, di giustizia e di fermezza. Confermiamo i nostri ministri, le autorità tutte civili e militari, attualmente esercenti le loro funzioni in conformità degli atti sovrani dell'augusta defunta vostra signora".

Con questo proclama Carlo II rispondeva alla domanda di riforme e a questo faceva seguire un decreto con il quale aumentava di seicentomila lire annue la propria lista civile; ed entrò a Parma il 31 dicembre del 1847 freddamente accolto dalla popolazione.

L'esempio di Carlo II fu imitato da Francesco V di Modena, nemico al pari del padre delle riforme. Come politicamente la pensasse lo mostra chiaramente questa lettera al podestà di Carrara, dopo che era avvenuta una dimostrazione liberale, e con i soldati ducali che avevano fatto fuoco sulla folla:

"Con estrema indignazione ho appreso le scene scandalose che si vanno ogni giorno rinnovando a Carrara. Essendo io deciso di oppormi a ogni costo a tali disordini e di impedire che s'introduca nel mio Stato la peste rivoluzionaria che lo circonda, avviso che ho dato per questi motivi le più ampie facoltà alla mia truppa a sciogliere e disperdere ogni tumulto sedizioso, impiegando le armi in qualunque modo e senza alcuna considerazione alle possibili conseguenze. Per questa ragione sarà aumentata la guarnigione di Carrara a spese di codesta Comunità, mediante una sovrimposta ai cittadini che sarà decisa in concerto con il Governo; questa truppa resterà a Carrara per un mese, dopo ogni sedizione, tumulto o qualunque altro atto sovversivo dell'ordine pubblico. Io non cederò mai; ma mi difenderò con ogni mezzo, come il capitano di una fortezza che si batte disperatamente contro il nemico che lo assedia, ricorrendo se necessario ad ogni mezzo più violento. Sappiano poi lor signori che, ove le mie forze non bastassero, ho una riserva, di trecentomila uomini oltre il Po: per cui non mi possono far paura".

Insomma quando si è "servi", e si può contare su un "padrone" che ha trecentomila uomini sempre pronti, si può anche parlare così.

Intanto anche FRANCESCO V, preoccupato dall'atteggiamento dei liberali che, oltre i tumulti di Carrara, anche a Modena avevano festeggiato Pio IX in occasione dell'arrivo in città di monsignor CORBOLI BUSSI per invitare il duca alla Lega doganale, e a Reggio, rappresentandosi in teatro il "Tartine" del Molière, avevano gridato contro i Gesuiti e inneggiato al Pontefice e al Gioberti, il 24 dicembre, contemporaneamente a Carlo II di Parma, stipulò anche lui un trattato di alleanza con l'Austria, e dal Radetzky ebbe subito pure lui un contingente di truppe a presidio del ducato.

Così l'Austria che temeva prossima una guerra, si premuniva, occupando sul finire del 1847, militarmente, i due ducati. Quest'occupazione, nel pensiero del Metternich e del Radetzky, non solo doveva assicurare all'imperatore la fedeltà di CARLO II e di FRANCESCO V (che, di fatto, non erano nulla più che due sovrani fantocci) ma dovevano questi due contingenti, in caso di guerra, separare l'esercito di Pio IX da quello di Carlo Alberto.

FERDINANDO II DI BORBONE
LUIGI SETTEMBRINI E LA "PROTESTA DEL POPOLO"
INSURREZIONE DI MESSINA E REGGIO - PROCESSI E CONDANNE
APPELLO DEI LIBERALI PIEMONTESI E ROMANI AL BORBONE

In una lettera indirizzata dal ministro piemontese degli esteri SOLARO DELLA MARGHERITA all'ambasciatore sardo a Vienna, sotto la data del 6 luglio 1847, così era descritto il sistema di governo di FERDINANDO II delle Due Sicilie:

"Il re non tiene vicino alcun uomo di vero merito singolare. Concentrando non solo la potestà suprema nelle sue mani, ma perfino l'esercizio di essa, rende inutili i suoi ministri, i quali, spogli d'indipendenza e senza energia, non sanno dare impulso e far agire gli ufficiali inferiori, che, lasciati in balìa di se stessi, si abbandonano all'egoismo e all'immoralità. Gli affari in corso non sono riferiti al re a voce dai ministri ma per iscritto e tramite un segretario particolare, un uomo che è una nullità. Gli inconvenienti e i ritardi che ne conseguono sono innumerevoli. Gli affari di maggiore importanza si debbono trattare nel Consiglio di Stato. Ma questo Consiglio, per le frequenti assenze del re, non giunge ad unirsi che quaranta volte all'anno, e non potendo quindi sbrigare tutti gli affari che gli sono riferiti, molti di questi rimangono per interi anni nei portafogli dei ministri. Questo stato di cose è peggiorato negli ultimi tempi. Il re è stato lontano da Napoli quasi tutta la Quaresima, e non si è visto un solo ministro da oltre quaranta giorni. Torna facile comprendere gli effetti dannosi di un tale sistema. Per l'addietro i soli ministri erano fatti segno alle pubbliche censure, ora essi sono disprezzati, e il biasimo generalmente e apertamente ricade sul re. È impossibile immaginare un malcontento più generale e marcato".

Come accogliesse le notizie dell'amnistia e delle riforme di Pio IX il re delle Due Sicilie è facile comprendere: da un canto fece pubblicare nel "Giornale ufficiale" che non avrebbe seguito "il figurino della moda politica", dall'altro ordinò che si reprimessero tutte le manifestazioni in lode del Pontefice riformatore e si proibisse la diffusione nel regno di qualunque stampa liberale; quindi si diede a viaggiare per il suo reame per confortare ed aiutare le popolazioni afflitte dalla carestia.
Dalle accoglienze che gli riservarono, forse riuscì a credere di essere amato dal suo popolo e, in verità, gli abitanti della campagna avevano un tradizionale rispetto per il sovrano e non vedevano di buon occhio i novatori, in cui scorgevano i nemici dell'ordine e della religione; ma ancora numerosi erano i carbonari e gli affiliati alla Giovine Italia; e moltissimi erano coloro che guardavano a Pio IX e desideravano o riforme liberali o l'unità o la federazione; attivi i comitati segreti, senza contare la Sicilia, dove, anche senza essere allettati dai settari, la popolazione odiava il nome napoletano e la dinastia borbonica e aspirava a una sola cosa: all'indipendenza.


Nel luglio del 1847 LUIGI SETTEMBRINI, cospiratore liberale e propagatore del principio unitario della Giovine Italia, che già aveva sofferto la prigionia, scrisse e clandestinamente stampò, senza nome, un opuscolo, di cui poi, fuggito a Malta, si proclamò autore, che portava il titolo di "Protesta del popolo delle Due Sicilie" ed era un'accesa requisitoria, serrata e incalzante del malgoverno.
Il Settembrini mostrava con vivacità di colori tutte le miserie che il popolo soffriva da un trentennio, metteva a nudo le orribili piaghe dello Stato, rivelava quanto vi fosse di iniquo, di ingiusto, di tirannico nell'ordinamento politico, militare, giudiziario amministrativo del regno e concludeva:

"Questo Governo è una immensa piramide la cui base è fatta dagli sbirri e dai preti, la cima dal re. Ogni impiegato, dal soldato al generale, dal gendarme al ministro di Polizia, dal prete al confessore del re, ogni piccolo scrivano è un despota spietato e lo è peggio su quelli che sono a lui soggetti, mentre è un vilissimo schiavo nei confronti dei suoi superiori! Onde chi non è fra gli oppressori si sente da ogni parte schiacciato dalla tirannide di mille ribaldi, e la pace, le sostanze, la libertà degli uomini onesti dipendono dal capriccio, non dico di un principe o di un ministro, ma di ogni impiegatuccio, di una baldracca, di una spia, di un gesuita, di un prete. O fratelli italiani, o generosi stranieri, non dite che queste parole sono troppo aspre, e non scrivete nei vostri giornali che dovremmo parlare con più moderazione e freddezza; venite fra noi, sentite voi pure come una vera mano di ferro ci stringa e ci bruci il cuore; venite a soffrire quanto soffriamo noi, e poi scrivete e consolateci. Noi pregheremmo Iddio di donare senno a questo Ferdinando, se sapessimo che Dio ascolta la voce del popolo, che è pure la voce di Dio. Non ci resta dunque che far palesi le nostre miserie, mostrare che siamo immeritevoli di soffrirle e che è vicino il tempo in cui dovrà finire per noi tanta vergogna".

L'impressione che produsse questo opuscolo del Settembrini fu grande. Il re che l'aveva anche lui letto mentre si trovava a Palermo, reduce dal suo viaggio, quasi in risposta alla Protesta pubblicò un editto (11 agosto del 1847) con il quale, esposte le riforme da lui apportate all'amministrazione finanziaria, ricordata la sua sollecitudine per alleviare le imposte e diminuire il debito pubblico, ordinava l'abolizione del dazio sul macinato nei domini della terraferma, la riduzione del medesimo dazio in Sicilia, la riduzione di un terzo del dazio sul sale e la diminuzione della tassa sull'importazione dei vini siciliani nel continente.
Ma queste misere concessioni erano palliativi inutili; riforme radicali volevano i liberali, i quali organizzavano le loro forze sotto la direzione di un comitato segreto residente a Napoli e di cui facevano parte CARLO POERIO, MARIANO D'AYALA, FRANCESCO PAOLO BOZZELLI, MATTEO DE AUGUSTINIS, GIUSEPPE DEL RE, MICHELE PRIMICERIO, GIOVANNI RAFFAELE, MICHELE PERSICO ed altri.

Al comitato napoletano facevano capo i comitati di Palermo e Messina, i cui principali membri erano gli avvocati BENEDETTO CASTIGLIA, MICHELE BERTOLAMI, GIOVANNI INTERDONATO, GIOVANNI DENTI, il principe RUGGERO SETTIMO di Fitalia, MARIANO STABILE, e il comitato calabrese composto dai baroni VINCENZO MARSICO e VINCENZO STOCCO, del marchese FEDERIGO GENOVESE, dei fratelli AGOSTINO ed ANTONINO PLUTINO, dei fratelli GIANDOMENICO e GIANNANDREA ROMEO, e del dottor FRANCESCO SAVERIO VOLLARO.
Più di una riunione ebbe luogo a Napoli per concertare una generale sollevazione, e come per il passato anche questa volta nacque l'impazienza di alcuni patrioti. Invano i rappresentanti di Palermo, di Cosenza e di Catanzaro dichiararono di non aver fiducia nella immediata partecipazione delle loro province all'insurrezione; prevalse il parere dei cospiratori di Messina e di Reggio e si stabilì che il moto sarebbe scoppiato il 10 di settembre del 1847.

Ma, come si prevedeva, soltanto Messina e Reggio insorsero: il moto però non fu simultaneo e, per di più, a Messina non tutte le forze rivoluzionarie parteciparono alla sommossa, la quale, per questi motivi, non poteva naturalmente avere successo. Il comitato messinese aveva stabilito che, approfittando di una festa militare, che avrebbe riunito a banchetto tutti gli ufficiali della guarnigione, gli insorti delle vicine campagne entrati a Messina ed unitisi a quelli della città sarebbero piombati sugli ufficiali quindi sarebbero corsi ad impadronirsi del deposito delle armi custodito da pochi soldati. Ma la sera del 31 agosto fu deciso di rinviare ad altro giorno il moto e furono mandati ai sottocomitati avvisi, che però non dappertutto giunsero in tempo a far sospendere i movimenti. Così il giorno dopo, all'ora, stabilita, un manipolo di giovani, guidati da ANTONIO PRACANICA, ricco conciatore di pelli, penetrò a Messina con la bandiera tricolore e, inneggiando a Pio IX, alla Madonna della Lettera, protettrice della città, e all'Indipendenza italiana, tentò di impadronirsi degli ufficiali e delle armi. Ma il tentativo non riuscì dato l'esiguo numero dei ribelli; subito furono assaliti dalle truppe del presidio con le quali impegnarono un vivissimo combattimento. Fra militari ci furono otto morti e dieci feriti tra cui il colonnello Busacca; degli insorti uno rimase ucciso, parecchi furono fatti prigionieri, gli altri trovarono scampo a Malta o in Corsica o presso le popolazioni della campagna.


Migliore risultato non lo ebbe l'insurrezione in Calabria. Il 29 agosto i fratelli ROMEO e PLUTINO, CASIMIRO DE LIETO, il GENOESE, DOMENICO MURATORI e PIETRO MILETI, radunati tra S. Stefano e Colonna circa un migliaio d'uomini, si avviarono alla volta di Reggio, presidiata da poche milizie al comando del principe di Acri, e vi entrarono il 2 settembre al grido di "Viva Pio IX ! Viva l'Italia! Viva la costituzione!"
La guarnigione, colta alla sprovvista, si arrese; sul forte fu innalzata la bandiera tricolore; fu costituita una milizia cittadina sotto gli ordini di GIOVANNANDREA ROMEO e si formò un governo provvisorio presieduto dal canonico PAOLO PELLICANO e formato di DOMENICO MURATORI, ANTONIO CIMINO, FEDERIGO GENOESE, il DE LIETO e il FARNESE, che lanciò alla popolazione il seguente proclama :

"Fedeli alle nostre promesse, noi abbiamo rialzato i tre colori dell'indipendenza italiana alle grida entusiastiche di "Viva il re costituzionale Ferdinando II ! Viva la libertà !" La costituzione del 1812 così felicemente ottenuta, così spontaneamente giurata, poi violata e tradita, veniva distrutta dallo straniero. Quanti cittadini nei scorsi ventisette anni, tentando di ristabilirla, pagarono con il proprio sangue quel martirio che santifica presso di noi la loro memoria ! Fratelli, all'armi ! Ricordiamo il sangue dei martiri. Forti per numero, unione, volontà, noi fedeli ai precedenti accordi, correremo sulla capitale del regno, dove siamo animosamente aspettati. Noi vogliamo, al pari delle civili nazioni, un governo costituzionale rappresentativo, poggiato sopra forza veramente nazionale e con tutte quelle guarentigie che assicurano la libertà e l'uguaglianza di tutti davanti alla legge. Compatrioti dei due regni, adempite ancor voi alle vostre promesse: correte alle armi: assecondate il nostro patriottismo: mostriamo all'Europa che siamo meritevoli del nome di nazione. Che tutti i pensieri cedano al solo pensiero di divenir liberi; che il nostro motto sia sempre: Viva l'indipendenza italiana! Viva la libertà !"

Appena avuta notizia dei fatti di Messina e Reggio il re inviò sul posto suo fratello il Conte di Aquila con cinque navi su cui presero posto tremila soldati comandati dal generale NUNZIANTE e dal tenente colonnello DE CORNÈ. Queste truppe presero terra il 4 settembre al Pizzo e, protette dalle artiglierie delle navi, marciarono contro Reggio. Non tutti i membri del governo provvisorio erano concordi sulla linea di condotta da seguire all'avvicinarsi delle truppe regie. Alcuni volevano fare resistenza nella città, altri, fra cui GIANDOMENICO ROMEO, poiché dalle altre province non giungeva notizia di rivolte, proponevano di abbandonare Reggio, raccogliere le bande di insorti di Palmi e Gerace, marciare verso Aspromonte e di là dirigersi verso Cosenza e accendervi l'insurrezione.

Prevalse il parere di questi ultimi e così Reggio fu evacuata dagli insorti ed occupata dalle milizie borboniche. Il Conte d'Aquila, lasciate tre navi nelle acque calabresi, con due fregate si recò a Messina, dove l'ordine era stato ristabilito; intanto il generale Nunziante marciava contro gli insorti dei distretti di Palmi e di Gerace, che, capitanati da GAETANO RUFFO, da DOMENICO SALVATORI, da ROCCO VERDUCCI e da MICHELE BELLO, il 4 settembre avevano catturato il cavalier BUONAFEDE, che si era distinto nella lotta contro i fratelli Bandiera, si erano impadroniti di Bovalino e di Gioiosa e, ingrossati dalla banda di PIETRO MAZZONI, di Roccella, tentavano di fare insorgere i paesi vicini.
Le bande del Geracese,. all'avvicinarsi del Nunziante, colte dal panico, si sciolsero e si dispersero; gli insorti usciti da Reggio, inoltratisi invece nelle boscaglie di Staiti, si sostennero fin oltre la metà di settembre contro le truppe e le guardie urbane; ma poi, essendo stato GIANDOMENICO ROMEO con il nipote STEFANO orribilmente ucciso dagli urbani e dai contadini di Pedavoli, gli altri si dispersero. Parecchi, fra cui i fratelli PLUTINO, si misero in salvo a Malta, alcuni si nascosero nei boschi e vissero alla macchia fino il giorno dell'amnistia, altri furono arrestati.

Seguirono i processi. A Messina fu fucilato il calzolaio GIUSEPPE SCIVA; nove persone, tra cui tre preti e due frati, furono condannate all'ergastolo, due morirono in prigione; su dieci fuggiaschi di cui si conosceva il nome, il generale Landi pose una "taglia di trecento ducati ciascuno se consegnati vivi e di mille se consegnati morti".

Per il moto calabrese ci furono otto condanne a morte. Cinque capi e cioè GAETANO RUFFO, ROCCO VERDUCCI, DOMENICO SALVADORI, MICHELE BELLO, PIETRO MAZZONI, furono fucilati a Geraci il 2 ottobre. Degna da ricordare la fine di questi ultimi due, che erano molto amici; il Bello chiedeva perdono all'altro di essere stato la causa di quella morte immatura avendolo convinto ad insorgere, mentre il Mazzoni lo ringraziava di avergli procurato una simile gloria.
Gli altri furono giustiziati a Reggio nel novembre. Dieci altri condannati a morte, tra cui il canonico PELLICANO, ebbero la pena commutata in quella dell'ergastolo a vita. A diciannove che erano riusciti a fuggire, furono poste grosse taglie; e molti altri furono condannati a pene minori.
Né questo fu tutto. A Napoli, temendosi che i patrioti provocassero qualche rivolta, la Polizia trasse in arresto CARLO POERIO, MARIANO D'AYALA, DOMENICO MAURO, FRANCESCO TRINCHERA; e anche tre insigni liberali calabresi, i baroni STOCCO, MARSICO E COZZOLINO, furono imprigionati.
Ciononostante, il fermento che alla notizia dei fatti di Messina e delle Calabrie si era prodotto a Napoli, non accennava a cessare, anzi cresceva di giorno in giorno manifestandosi con dimostrazioni e con la diffusione di fogli e in cui s'inneggiava a Pio IX. Il 31 ottobre una dozzina di studenti, fra cui VINCENZO MAURO, GIUSEPPE SOMENZA, VINCENZO POERO, GIUSEPPE SCOLA furono chiusi in carcere a Santa Maria Apparente sotto l'accusa di aver tramato una congiura per uccidere il re.
Continuando il fermento e temendo che potesse accadere di peggio, FERDINANDO II, spinto anche dalla madre Isabella e dal fratello Leopoldo conte di Siracusa, credeva di poter calmare gli animi licenziando alcuni ministri detestati dai sudditi. Infatti, congedò il cavalier FERRI, odiato ministro delle Finanze, e al posto suo mise, l'11 novembre, il cavalier GIUSTINO FORTUNATO, ben accetto ai liberali; inoltre licenziò il ministro dell'Interno NICOLA SANTANGELO e divise questo ministero in tre dicasteri, dell'Interno, dell'Agricoltura-Commercio-Lavori pubblici e dell'Istruzione, e li affidò a GIUSEPPE PARISI, ad ANTONIO SPINELLI e a PIETRO D'URSO.
Era già qualche cosa; ma non proprio tutto quello che le popolazioni del Mezzogiorno chiedevano. Occorreva lodare il re e spingerlo risolutamente nella via delle riforme. Per questo il 22 novembre un'immensa folla si accalcò davanti la reggia e cominciò a gridare: "Viva il Re ! Viva la riforma ! Viva t' Italia ! Viva la Lega doganale ! Viva l'indipendenza italiana!".
La dimostrazione si ripeterono le sere del 23 e del 24 sotto il palazzo reale e sotto la casa dove abitava il Nunzio pontificio e ne fu talmente irritato Ferdinando che, rimproverato il ministro di Polizia DEL CARRETTO, proibì qualsiasi manifestazione pubblica con la minaccia di durissime condanne ai promotori e ai partecipanti.

Ai fatti del regno delle Due Sicilie guardavano intanto i liberali d'ogni parte d'Italia, specie quelli dello Stato Pontificio e dello Stato Sardo, i quali, dopo avere nei giornali esortato il re di Napoli a seguire l'esempio del Pontefice e degli altri principi riformatori, distesero un comunicato che consegnarono a FERDINANDO II il 31 dicembre del 1847.


Leggeremo nel prossimo capitolo il contenuto
ma anche i fatti che poi avvennero nel regno di
Carlo Alberto, nel 1847, prima del fatidico 1848:
è il periodo del "Re Tentenna" > > >


Fonti, citazioni, e testi
Prof.
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - (i 5 vol.) Nerbini
P.COLLETTA - Storia (Napoleonica) del Reame di Napoli 1734-1825- 1834
A. VANNUCCI - I Martiri della Libertà - Dal 1794 al 1848 - Lemonnier 1848
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (i 33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (i 20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi
+ ALTRI VARI DELLA BIBLIOTECA DELL'AUTORE  

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