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CRONOLOGIA

DA 20 MILIARDI
ALL' 1  A.C.
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ANNO x  ANNO
PERIODI STORICI
E TEMATICI
PERSONAGGI
E PAESI

ANNO 1848

SITUAZIONE  ITALIANA NEL 1848  -- LO  STATUTO ALBERTINO
Risorgimento/CULTURA
  - IL 1848 A  VICENZA  -  MUSEO Risorgimento

*** IL 22 MARZO - LA RIBELLIONE DI VENEZIA > > 
*** LE VERE CINQUE GIORNATE DI MILANO - I SAVOIA TENTANO LO SCIPPO > > 
LE CINQUE GIORNATE COME EFFETTIVAMENTE SI SVOLSERO > > 
" VIVA   V.E.R.D.I " - UNA LEGGENDA MANIPOLATA
IL "CLIMA" DEI MOTI A NAPOLI IN QUESTO PERIODO
1848- 1849 - UN BIENNIO ROVENTE > > 
  
- PAPA PIO IX 

LA POESIA DEDICATA A "RE TENTENNA"

 
I Personaggi politici di questo periodo

VEDI ANCHE I RIASSUNTI DI QUESTO PERIODO IN STORIA D'ITALIA

L'INSURREZIONE DI MILANO "MEMORIALE" DI CARLO CATTANEO
( 272 pagine digitalizzate dall'originale )

*** L'AMBIGUITA' DI CARLO AMBERTO
*** LA DELUSIONE E L'ASTIO CHE PROVOCA   PIO IX
*** EMERGE IN FRANCIA UN EMULO DI NAPOLEONE
*** FRANCESCO GIUSEPPE INIZIA A REGNARE
*** LA RIVOLUZIONE IN FRANCIA
*** LA RIVOLUZIONE A VIENNA


*** INDUSTRIA ITALIANA - LO SFRUTTAMENTO DEI BAMBINI
*** LA LEGGE "BRONZEA" DI RICARDO
*** ESCE IL MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA
*** MODELLO ECONOMICO: LA  "ZOLLVEREEIN" TEDESCA
*** LE LEGGI DI SMITH GIA' OPERANTI A VENEZIA 
<<<< (dopo, nella seconda parte) 

IN CRONO L'INTERA ANNATA

1 GENNAIO - Anche se le effettive insurrezioni partirono da Parigi (il 22-23 Febbraio) e da Vienna (il 13 marzo), le tensioni che avevano attraversato l'Italia nell'intero 1847, si fanno a inizio anno più tese. A Milano i primi scontri  avvengono con il singolare  "sciopero del fumo" (il monopolio del tabacco era tutto in mano agli imperiali) per far diminuire le entrate fiscali austriache. Ma in effetti la protesta è una sfida politica portata avanti con le coccarde tricolori, visto che c'è un preciso ordine della polizia che ne vieta l'uso; questa sfida è portata avanti con provocatori scontri  che causano morti e feriti tra quelli che hanno voluto sfidare il divieto. Una cosa seria insomma. Che il ...

6 GENNAIO ... si estende a Livorno (il governatore è costretto a lasciare la città); il 9 avvengono a Pavia con altri morti e feriti; altre ribellioni con gli stessi gravi bilanci di vittime si verificano a Padova;  infine il 10 in Sicilia iniziano i primi incidenti con molti  arresti di rivoluzionari che fanno salire la tensione. A Palermo proclami e manifestini clandestini annunciano  la vera e propria rivoluzione per il giorno...

12 GENNAIO - Al segnale convenuto tutta la popolazione scende nelle strade, innalza barricate,  mentre alcuni gruppi fanno assalti alle guardie regie. I soldati borbonici sono costretti a mettersi in salvo dentro le caserme. I siciliani hanno una sola richiesta da fare a re  FERDINANDO II di Borbone: la libertà e la Costituzione del 1812. - Da Napoli invece partono le truppe regie decise a stroncare la rivolta palermitana. Ma proprio a Napoli il ...

27 GENNAIO ...scoppiano le prime imponenti manifestazioni,  chiedendo al sovrano le stesse cose dei siciliani. Ferdinando, forse temendo una rivoluzione come quella palermitana,  e non potendo contare in un intervento austriaco (Papa Pio IX, ancora saggio, impedisce l'attraversamento a chiunque dei propri territori)  è costretto a cedere agli insorti e ad annunciare la promulgazione di una Costituzione ispirata a quella francese del 1830. In effetti l'11 febbraio pubblicherà l'atto che promette una monarchia costituzionale rappresentativa. Il 24 febbraio sulla Costituzione ci giurerà pure. Ma lo fa  indubbiamente  sotto la pressione dell'opinione pubblica. Arriverà perfino ai primi di maggio a mobilitare e a inviare in Lombardia 12 mila uomini (al comando di un entusiasta  generale Pepe) per affiancarsi ai Savoia contro gli austriaci. Ma appena ambiguamente Carlo Alberto inizierà a Milano a  temporeggiare, ed è quasi sull'orlo della disfatta,  a fine maggio il re di Napoli li richiama in patria, anche se troverà un netto rifiuto di Pepe. Ferdinando ritornò insomma  sui sui passi, sciolse l'appena nato Parlamento, stracciò la costituzione e tornò a riprendere il potere assoluto. Quando scoppierà una nuova rivolta in Sicilia,  la represse con tale ferocia da meritarsi il titolo di "Re Bomba". Non inviò solo fucilieri, ma fece piazzare i cannoni sulle navi per vomitare sull'isola bombe.

 Comunque la lieta novella del 27 gennaio, da  Napoli era corsa come un fulmine sull'intera penisola e anche fuori d'Italia. La situazione critica era ovunque, e le preoccupazioni di molti sovrani si fecero molto serie. L'aria rivoluzionaria  era pesantissima  e la si respirava dentro le corti un po' ovunque. Tutti sapevano che la tempesta nel corso dell'anno sarebbe scoppiata. Anche se non così presto, e nemmeno la si immaginava così diffusa in tutta Europa, tanto meno proprio in Austria, a Vienna e a Berlino, dopo Parigi.  

A Milano intanto, dopo le ribellioni dei primi giorni di gennaio, vengono fatte precise richieste al vicerè austriaco. Le risposte non solo si fanno attendere ma il vicerè lascia Milano per Verona, dove sono stanziati i reparti dell'esercito austriaco al comando del maresciallo Radetzky. Una mossa quella del vicerè che  non promette nulla di buono; lui deve aver  già fiutato l'aria di una imminente tempesta. E non si sbagliava!
Altrettanto a Venezia:  le "teste calde", cioè le guide di una possibile rivoluzione vengono dagli austriaci con pretestuosi motivi arrestate e messe in carcere: sono Niccolò TOMMASEO e Daniele MANIN, di cui sentiremo molto parlare in altre pagine quest'anno.

3 FEBBRAIO - I fatti di Palermo, poi quelli di Napoli, la concessione di una costituzione dei Borboni,  "allarmano" i ministri piemontesi che sollecitano anche Carlo Alberto a concedere quella tanto sospirata  Costituzione, che Torino aspetta fin dai moti del 1821,  con lo stesso Carlo Alberto -allora principe- che la concesse ma poi la rinnegò subito dopo.  Gli fanno presente che le gravità -in crescendo- delle circostanze non permettono più lunghe attese. L'aria della tempesta l'annusano insomma anche i piemontesi.

8 FEBBRAIO - Il re di Sardegna  sabaudo presenta e proclama  l'atto della Costituzione e annuncia per il 4 marzo lo STATUTO ALBERTINO che stanno preparando i suoi ministri. Lo fa non senza crisi di coscienza ma gli  ondeggiamenti sono come al solito tanti (fu detto "re tentenna" non per niente). La Costituzione era ricalcata sulla carta francese del '30 e non instaurava il governo parlamentare ma quello costituzionale (quindi senza responsabilità dei ministri dinanzi alle Camere). Comunque  nel comunicare alla popolazione lo Statuto e annunciando alcuni diritti politici e civili, la libertà di culto e una legge elettorale, Torino esplose di gioia e tributò a Carlo Alberto feste e acclamazioni. Il 16 marzo il re di Sardegna formerà il primo ministero del suo Regno, chiamando a presiederlo CESARE BALBO, l'autore di Speranze d'Italia. 

28 FEBBRAIO - I Sabaudi non fanno nemmeno in tempo a rendere noto lo  Statuto, ed ecco che dalla Francia giungono le allarmanti notizie della rivoluzione dei giorni  22-26. A Parigi  è stato detronizzato LUIGI FILIPPO d'ORLEANS, è stata proclamata la Repubblica di Francia e sui pennoni dei palazzi pubblici non sventolano più le insegne reali ma le bandiere tricolore francesi. Lo spettro della prima rivoluzione ormai lo vedono un po' tutti, e non sbagliano.

14 MARZO - Quasi con un presentimento, o qualcosa forse già sapeva, si  affretta anche  Pio IX  a concedere la Costituzione al suo Stato Pontificio. Infatti il giorno prima, il ....

13 MARZO ...proprio nel cuore del grande Impero Asburgico,  è scoppiata anche lì  la rivoluzione. A Vienna nel cercare un capo espiatorio,  l'imperatore FERDINANDO I è stato costretto a licenziare il diabolico e potente METTERNICH e a concedere una Costituzione di carattere moderato. Ma non fu sufficiente, la situazione ormai stava sfuggendo di mano agli Asburgo. Altre insurrezione  scoppiarono in Boemia, in Moravia, in Slovacchia, in Ungheria e quasi nello stesso istante anche il Lombardo-Veneto insorgeva appena arrivarono le prime voci che  Vienna era in serie difficoltà. La caduta di Metternich era indubbiamente uno dei sintomi più gravi,  voleva dire molte cose. Per più di trent'anni era stato il più potente uomo d'Europa, sapere che era caduto nella polvere era una liberazione, ma nello stesso tempo era inquietudine; chi era quell'uomo più potente di lui che lo aveva esautorato?  Fortunatamente non era un uomo ma erano gli eventi, eventi di massa, sempre più grandi, sempre più diffusi. Facendo un gioco di parole questi eventi erano originati da  venti minacciosi che stavano girando come un vortice sull'intera Europa, coinvolgendo un po tutti.

17-18 MARZO - Il 16 la notizia dell'insurrezione viennese era giunta a Venezia e il 18 era già a Milano.  Sia nella città veneta che in quella lombarda -dove i rapporti con i soldati e le autorità austriache erano da mesi molto tesi- per iniziativa spontanea della popolazione entrambe le due città  insorsero, con tutta la popolazione, quindi rivolte di massa, inarrestabili.
Il regno Lombardo-Veneto, con una popolazione di circa 5 milioni di abitanti, doveva fornire centomila uomini alle armate austriache, uomini che potevano servire soltanto in fanteria, essendo precluso alle reclute italiane il servizio in cavalleria, in artiglieria o nel genio. Inoltre su tutti gravava la pressione fiscale indiscriminata; gli scambi commerciali continuavano ad essere regolati dal più ferreo protezionismo con tariffe doganali che raggiungevano anche il 60 % del valore delle merci. Si comprende quindi l'astio, e si comprende come alla prima scintilla tutti insorsero; proletari, classe media, produttori, e anche e soprattutto militari. Se dovevano combattere tanto valeva combattere per uno scopo, per la propria terra.

17-22 MARZO - A Venezia la notizia giunta con una nave da Trieste infiammò subito la città; la popolazione minacciosa si concentrò su piazza San Marco e il suo primo pensiero fu quello di andare all'assalto dell'Arsenale e dirigersi al palazzo del governatore per far immediatamente liberare Manin e Tommaseo dalle carceri. (VEDI A PARTE - *** IL 22 MARZO - LA RIBELLIONE DI VENEZIA  Difesa che si protrasse non "Cinque giornate" ma per più di un anno.

18-22 MARZO - A Milano appena giunta la notizia dei fatti di Vienna, si è formato subito un gruppo dirigente per guidare la rivoluzione, per cacciare  gli austriaci e per formare un governo rivoluzionario provvisorio.  Purtroppo le iniziative sono guidate contemporaneamente da due gruppi in contrapposizione. Uno è democratico con a  capo CARLO CATTANEO (che aspira da una vita a una Italia repubblicana riunita),  mentre l'altro gruppo è guidato da GABRIO CASATI,  liberale moderato che intende farsi aiutare dai Savoia per affrontare gli austriaci;  perchè  più che a Unione dell'Italia  repubblicana, Casati è favorevole all'unione della Lombardia al Piemonte. Ma prima che decidessero che cosa fare i capi, i milanesi combattevano già nelle strade, avevano già eretto le prime barricate, davano la caccia agli austriaci e assediavano i presidi in un crescendo diventato drammatico per le guarnigioni imperiali locali.

19 MARZO - Iniziano cosi LE CINQUE GIORNATE DI MILANO. Fin dal mattino violenti scontri di milanesi con alcuni reparti austriaci in varie zone della città.  Intanto gruppi di volontari indipendenti partono dal Piemonte per dare aiuto ai Milanesi. Da Torino Re Carlo Alberto  mobilita il suo esercito, che però si muove lentamente,  indeciso, non interviene subito, indugia, temporeggia, si ferma al confine lombardo ammassandovi le truppe (da altre fonti sappiamo che la nuora ebbe una nutrita corrispondenza con i suoi parenti austriaci e che Carlo Alberto si stava già mettendo d'accordo con Vienna, che però (nella grande confusione che aveva "in casa") non aveva  prevista l'ostinazione dell'82 enne generale Radetzky; che (non fidandosi chi comandava ora a Vienna) inizia a ignorare  d'ora in avanti gli ordini; si trincerò a Peschiera, e con i treni del Veneto intelligentemente concentrò la sua armata a Verona. Alla mala parata avrebbe infilato la Valle dell'Adige per raggiungere il Brennero; ma poi come vedremo il prossimo anno, iniziò proprio da Verona e sferrò  il suo potente contrattacco inseguendo il re sabaudo fino a Novara (e se voleva Radetzky poteva arrivare tranquillamente a Torino). 
 20 MARZO - Gli insorti combattono in ogni via e piazza  di Milano;  riescono a liberare dalle carceri i detenuti politici, conquistano la zona di Porta Nuova,  Porta Castello, e a fine giornata raggiungono piazza Duomo e innalzano sulle guglie la bandiera tricolore.
21 MARZO -  Radetzky  che sa  dell'ammassamento dei piemontesi a ovest;  sa della rivoluzione a Vienna (ecco perchè inizia ad agire da solo)  e sa pure che il Veneto è insorto,  non vuole certo farsi sorprendere  con le armate sparpagliate sul vasto territorio, cioè  da Trieste fino Milano. Dà quindi ordini segretissimi su Milano e dintorni  di ripiegare immediatamente nelle fortezze del quadrilatero, Mantova, Peschiera,  Legnago e nella cosiddetta punta di diamante: Verona. Non gli è nemmeno difficile, ha la preziosa ferrovia adatta allo scopo.
Da Milano si allontana, ma nel Veneto ha tempo per concentrare  tutte  le truppe su Verona.

22 MARZO -  All'alba, a Milano qualcuno temeva l'arrivo di  rinforzi austriaci,  invece la città  era  stata già abbandonata. I milanesi da soli,  combattute le ultime ore della quinta giornata si ritrovarono in mano l'intera città. Ma se i problemi  erano stati in parte quasi risolti con gli austriaci, ora nascevano quelli interni tra le due fazioni: filo-sabaude e filo-repubblicane. I forti contrasti per risolverli furono non meno problematici di quelli che avevano creati gli austriaci.
Fino al punto che Cattaneo non fece nemmeno in tempo di affermare che  "piuttosto che dare la Lombardia  in mano a un traditore come  Carlo Alberto,  preferisco la riconquista di Milano da parte degli austriaci" (e come vedremo il prossimo anno, gli austriaci non si fecero attendere molto)

23 MARZO - Carlo Alberto finalmente da Torino si muove; rifiuta l'aiuto dei francesi che gli vorrebbero mettere a disposizione 60.000 uomini, si porta sul confine piemontese, ed invece di dirigersi a Piacenza per prendere alle spalle gli austriaci in ritirata, varca il confine lombardo ed entra in una  Milano già in festa per la liberazione. L'irresistibile desiderio di conquistare Milano e la Lombardia -un ambizione coltivata da sette secoli dai suoi avi-  stava finalmente diventando realtà e senza nemmeno aver rischiato nulla, nemmeno un uomo. Ecco perchè alcuni milanesi diranno che "ci ha scippato la vittoria". (vedi il link LE CINQUE GIORNATE

Carlo Alberto ha  già iniziato a commettere una serie di errori, che molti affermano voluti. Ha con se' - raccattati nelle campagne-  60.000 uomini  che hanno non solo mai fatto ma nemmeno mai visto una battaglia. Sono guidati da ufficiali di censo che non conoscono il mestiere di soldato. Il comando non possedeva nemmeno una banale carta della Lombardia con l'indicazioni di strade e  fortificazioni.
Carlo Alberto inoltre ha dei timori:  non vuole  che i Lombardi  costituiscono un vero e proprio esercito,  nè che gli si affianchino altri gruppi. Manifesta una evidente ostilità nei confronti dei volontari che sopraggiungevano da tutta Italia.  Non predispone lui e i suoi generali un piano di difesa della città, non vuole sguarnire i presidi perchè ha il timore (!) di insurrezioni antisabaude;  non incalza subito gli austriaci, ma pensa solo a costituire il giorno ....

8 APRILE .....  un governo provvisorio filo-sabaudo e, (Mazzini intanto era entrato a Milano accolto festosamente dall'altra fazione "popolare" repubblicana) a indire il 12 maggio un referendum per l'annessione della Lombardia al  Regno di Sardegna con le leggi di quello Statuto Albertino che ha appena varato.  Conoscendo gli ambigui  precedenti di Carlo Alberto e altrettanto  le sue leggi, non pochi pensarono di essere caduti dalla padella alla brace, dando ragione a Cattaneo. Alcuni dubitarono fortemente perfino della sua lealtà. Insomma con questa prospettiva di un Savoia così subdolo in casa,  non tutti erano proprio convinti che l'Austria era il vero nemico.
Carlo Alberto indubbiamente tradì: altrimenti non si può definire il comportamento del Re Sabaudo che, dopo aver promesso ai milanesi di cacciare definitivamente gli austriaci dall’Italia, iniziò, ai primi di maggio, trattative segrete con Radetzky.

Se non proprio sleale, un incapace dimostrò di esserlo, non solo come comandante supremo ma anche inetto nello scegliersi dei bravi comandanti di reparti . Fra i tanti errori quello di non avere minimamente una visione generale delle operazioni belliche e  nemmeno l'intuito strategico di un modesto caporale. Si scrisse che "mentre a Milano l'ambizioso Carlo Alberto raccoglieva e contava voti, il più che ottantenne Radetzky  raccoglieva e contava soldati a Verona". Ed era vero.

Voti non meritati quelli presi a MIlano. Per pochi giorni Carlo Alberto divenne re anche dei Lombardi, ma pochi mesi dopo li tradì a Novara (per poter conservate il suo Piemonte).  Infatti Carlo Alberto si arrese agli austriaci, assicurando loro che non avrebbe mai più aiutato nè i lombardi né i veneti. Quelli che pochi giorni prima aveva accolto come cittadini nel suo "regno fatto di menzogne", li rinnegava.
Erano così confermati i sospetti di quanti ritenevano che la casa Savoia perseguiva esclusivamente i propri fini dinastici. Destando stupore e sconforto negli ambienti democratici, che si erano distinti come i più decisi nel voler portar avanti la guerra con gli austriaci.
Carlo Alberto nemmeno in questa occasione -e fu l'ultima- non smentì tutto il suo ambiguo passato. 
Ma questo deve ancora accadere. Ritorniamo a questi fatidici giorni.

Le  drammatiche ma anche emozionanti giornate di Venezia e di Milano,  hanno raggiunto altri Stati e altre città. Il 18 MARZO è insorta anche Udine scacciandovi gli austriaci. Il 20 MARZO a Modena la popolazione dopo aver assediato e  fatto fuggire il duca FRANCESCO V, ha dato vita a un governo popolare. Stessi avvenimenti e nello stesso giorno a Parma con in fuga il duca CARLO II che però, poi torna, concede una Costituzione, da' la bandiera e la coccarda tricolore a un battaglione e lo invia in aiuto ai lombardi. La stessa cosa fanno a  Modena e Bologna inviando dei contingenti a Milano.  Altri volontari giungono da Napoli guidati da una donna, la contessina TRIVULZIO. Nelle settimane seguenti la seguono quelli guidati dal generale Pepe. Il 15 APRILE GARIBALDI  a Montevideo viene informato degli avvenimenti e salpa per l'Italia. 

29 APRILE - Una stonatura che avrà grande ripercussioni subito e in seguito è quella di PIO IX. Volontari degli Stati pontifici volevano accorrere anche loro a Milano guidati dal generale, DURANDO; si mossero pure, ma poi gli austriaci li fermarono sulle rive del  Po. Il papa con una Allocuzione dichiara pubblicamente che non entrerà nel conflitto contro l'Austria perchè è un paese cattolico. Inoltre, temendo che nascesse  un governo democratico troppo popolare, Pio IX afferma  che non intende "presiedere una Repubblica costituita da tutti i popoli d'Italia". - Eppure negli ultimi 18 mesi era diventato molto  popolare; si era presentato fin dal primo giorno della sua elezione con una lunga serie di iniziative liberali; accettato dunque  non solo dai moderati ma perfino dai mazziniani. Aveva suscitato entusiasmi nelle popolazioni di ogni Stato, e sembrò a un certo punto che l'idea del Gioberti (nel suo Primato degli Italiani) indicando il papa (figura di alta statura morale)  come unica persona adatta  a porsi a capo della confederazione di Stati italiani stava diventando proprio con Pio IX una realtà. Gioberti non aveva affrontato il problema austriaco, è vero, ma era altrettanto vero che la soluzione non poteva non venire che da uno scontro con l'Austria, altre soluzioni non ve n'erano; solo gli austriaci impedivano all'Italia l'unione. Dal  Congresso di Vienna gli austriaci  si erano eretti gendarmi della Restaurazione delle monarchie europee, soprattutto dell'Italia, dove direttamente o indirettamente vi esercitavano il potere con i propri parenti o come nel caso dello Stato Pontificio o quella Sabaudo ne condizionavano l'intera politica, sempre  pronti ad intervenire in loro aiuto ad ogni pur minima ribellione, come abbiamo visto nei precedenti anni. 

Pio IX deluse così le attese dei neoguelfi che si aspettavano proprio dal papa -che ultimamente era stato proprio il più attivo a far nascere una coscienza nazionale- la guida di una Italia confederata.
Sono parole quelle del papa che fanno indietreggiare anche altri stati e provocano le dimissioni in massa di tutti i ministri romani, che credevano fermamente all'appoggio che lui avrebbe dato alla causa dell'unità, che poteva però essere realizzata solo se -insieme- tutti gli stati italiani dichiaravano guerra agli austriaci.

Ma le conseguenze più gravi furono quelle di creare una profonda spaccatura tra i Savoia e la Chiesa. Già Carlo Alberto aveva visto nel papa  un antagonista (con la sua popolarità liberale in crescendo, che abbiamo letto negli ultimi 18 mesi. E. Lui e Leopoldo di Toscana si erano dovuti adeguare alle sue aperture), mentre ora diventava un vero e proprio nemico. Il papa indica un netto no a una Repubblica, ma intanto ha messo anche in difficoltà la monarchia e le ambizioni sabaude di riunire l'Italia in un grande regno monarchico. Indubbiamente sia il figlio di Carlo Alberto che salirà sul trono il prossimo anno, sia tutti i ministri piemontesi, in prima fila Cavour, non dimenticarono più questa presa di posizione della Chiesa; cioè iniziarono a considerarla una nemica. Non solo Pio IX ritardò l'unificazione per altri venti anni, ma quando  avvenne la Chiesa (e i cattolici, quindi anche i sudditi degli Stati pontifici) fu estromessa del tutto dalla politica italiana per oltre sessant'anni. Il danno fu enorme sia per gli italiani e sia per la Chiesa stessa, che procurò profonde lacerazioni, che ancora nell'anno 2000 politicamente persistono (abbiamo infatti cattolici schierati con la destra e cattolici schierati con la sinistra).

30 APRILE - Torniamo sugli scenari di guerra. Nonostante il rifiuto del papa,  che esistesse in realtà una ipotesi di una vittoria immediata se Carlo Alberto non commetteva errori, ci sono alcuni episodi che dimostrano che sconfiggere gli austriaci nei primi due mesi, non era impossibile. L'8 aprile un reparto di bersaglieri guidato da Alfonso La Marmora sbaraglia a Goito (MN)  (quindi vicino al quadrilatero) un  contingente austriaco. Il 30 aprile sempre nel quadrilatero, a Pastrengo (VR) reparti piemontesi obbligano gli austriaci ad arretrare. 
Dalla Toscana partono soldati che affrontano il 29 maggio a Curtatone e Montanara (MN) gli austriaci; non fanno grandi cose ma ne arrestano la marcia e s'incuneano in mezzo al quadrilatero. Il giorno dopo, il 30 maggio  ancora a Goito (MN) uno scontro tra piemontesi e austriaci è a favore dei primi; qui a comandare un piccolo reparto  c'è un attivo principe che resta perfino ferito. Sta comportandosi meglio del padre (impegnato a Milano  a preparare il plebiscito); è VITTORIO EMANUELE che non immagina nemmeno lontanamente (il padre ha solo 50 anni) che il prossimo anno, dopo una clamorosa disfatta quasi alle porte di casa, in Piemonte, sarà lui in una drammatica notte a dover sostituire il padre assumendo la reggenza. 

Infine il 31 maggio, un altro reparto piemontese conquista una delle quattro fortezze del quadrilatero, quella di Peschiera, difesa da soli 1600 austriaci costretti ad arrendersi, essendo isolati.  Non è una vittoria molto importante ma è  indubbiamente quella più strategica; da secoli il Mincio e la sua fortezza a Valeggio hanno sempre rappresentato i baluardi o per entrare o per uscire dalla Lombardia.
Ma è tutto inutile, perchè i piemontesi essendo anche loro in pochi, e non ricevendo altri rinforzi, presto a loro volta dovranno soccombere nella controffensiva austriaca.
Insomma, le possibilità per battere gli austriaci  in questi due mesi, c'erano  tutte, se solo Carlo Alberto fosse intervenuto con il grosso dell'esercito con tempestività, prima che gli austriaci si organizzassero, e se lui o i suoi generali avessero coordinato i movimenti delle truppe e indicato a loro uno alla volta i precisi obiettivi, prima dell'arrivo dei rinforzi austriaci. Fra questi obiettivi quello di tagliare le vie di comunicazioni con l'Austria invadendo il Trentino dal lago di Garda (che avevano conquistato) oppure attraverso  le Giudicarie sbucare prima a Riva, Arco e Torbole per poi scendere a Rovereto e Trento. Non fu non solo tentato, ma nessuno aveva in mente un piano del genere (già concepito e adottato con successo da Napoleone I) 
Altri madornali errori, quello di non aver tentato di far ricongiungere al grosso dell'esercito i vari gruppi di  volontari che erano accorsi dagli stati pontifici, dal Veneto, dalla Toscana, da Modena, Parma, Bologna, Napoli. Dei volontari non si fidava.
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nel frattempo in GERMANIA
Il 10 maggio 1848 si riunisce nella Chiesa di San Paolo a Francoforte l'Assemblea Nazionale Costiutente Tedesca presieduta dal liberale Heinrich Von Gagern che nomina Amministratore dell'Impero l'Arciduca Giovanni e si forma un governo provvisorio. Da luglio ad ottobre l'Assemblea si perde in inutili e dotte dispute tra le varie correnti politiche: conservatrice, federalista, costituzionale unitarista. I contrasti si razionalizzano nelle dispute tra le correnti dei Piccoli Tedeschi, che vogliono un'unità tedesca sotto l'egemonia prussiana lasciando fuori i territori asburgici, ed i Grandi Tedeschi, che vogliono unire la Germania sotto l'egemonia austriaca. Ben presto però le agitazioni operaie e questioni internazionali finiscono per distrarre i lavori dell'Assemblea. La Danimarca infatti teneva, per così dire, un piede in Germania dato che il Re di Danimarca era anche Duca di Schleswig-Holstein. L'Assemblea vuole che i ducati tornino integralmente sotto il controllo tedesco e protesta contro l'annessione danese degli stessi: infatti la Danimarca non si accontentava più della pura e semplice unione personale. La campagna tedesca contro la Danimarca, sotto la guida prussiana, finisce male e senza esito. (Lo Schleswig-Holstein rimarrà danese fino al 1864). Tutto ciò porta l'Assemblea, indebolita, a spostarsi al centro. A cavallo tra il 1848 ed il 1849 prevale in seno all'Assemblea la linea Piccolo Tedesca e viene elaborato un modello di costituzione parlamentare ed imperiale appoggiata la potere centrale con un certo grado di autonomia per i Lander. L'Assemblea offre la corona a Federico Guglielmo di Prussia che però la rifiuta in quanto offerta da "salumai e bottegai". Tutto ciò lascia l'Assemblea senza referente politico ed in pieno sbandamento. Von Gagern e molti deputati prussiani ed austriaci si dimettono e l'Assemblea si scioglie. Una minoranza di deputati tenta di resistere a Stoccarda ed in altre città nella Germania renana ma i loro tentativi vengono infranti "manu militari". Nel 1849 Federico Guglielmo di Prussia proverà ad unire tardivamente gli stati protestanti del Nord ma sarà costretto a una rapida ed umiliante marcia indietro (Umiliazione di Olmutz 1850).( By: Pier paolo Chiapponi)
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8 GIUGNO - Mentre l'esercito piemontese è quasi allo sbando, Milano è impegnata con il plebiscito per l'annessione al Piemonte. Su 661.626 votanti, dicono di sì 661.002. Carlo Alberto può considerarsi soddisfatto; ma sui campi di battaglia i piemontesi stanno perdendo non proprio con le armi ma stanno perdendo iniziativa. Sono fermi, quasi abbandonati, alla mercè del nemico. Manca la pur minima strategia, e manca soprattutto il coordinamento. Mentre il fattore tempo sta giocando a favore degli austriaci che stanno riorganizzandosi e ovviamente stanno ammassando su Verona i battaglioni provenienti da ogni parte del Veneto e dall'Austria. La vecchia volpe Radetzky  ha capito cosa deve fare, come lo deve fare, e quando lo deve fare. Lui non vuole vincere una battaglia, ma vuole vincere la guerra. Ha capito che ha davanti a se' dei dilettanti. Vienna dopo i piccoli (casuali) successi dei Piemontesi, credendo questi il frutto di un piano preciso, era quasi favorevole a una completa ritirata dal Lombardo-Veneto. Radetzky   ricette perfino l'ordine di trattare un armistizio. Ma a Vienna non potevano nè vedere cosa stava succedendo e quindi nemmeno capire. Ma Radetzky  sì!

21 GIUGNO - Sbarca a Nizza GIUSEPPE GARIBALDI, il 29 è a Genova per organizzare delle squadre di legionari per poi mettersi a disposizione del Comitato di difesa pubblica di Milano, che il 27 giugno affidandogli  pieni poteri lo invia a comandare i corpi militari di Bergamo.

4 LUGLIO - Intanto a Venezia dopo la cacciata degli austriaci, formatosi  un'assemblea per governare, questa decide  di accettare l'annessione al Piemonte. DANIELE MANIN che dovrebbe anche lui far parte del governo provvisorio sdegnosamente rifiuta e cerca perfino di opporsi. Ma l'annessione fu votata a piena maggioranza. Si era sempre parlato di Repubblica Veneta, ora c'è il cambiamento di rotta verso la monarchia sabauda.  Una decisione che lascia molti con l'amaro in bocca. Ma ben altri bocconi amari dovranno mandare giù i Veneti nei prossimi mesi.
La GRANDE TRUFFA come afferma Beggiato (forse lui intende quella popolare) avverrà nel 1866, con l'annessione al regno sabaudo, ma non dobbiamo dimenticare che la giunta (veneziana) in questo 4 luglio 1848 all'unanimità aveva già chiesto l'annessione.

24-25 LUGLIO - Sbandati, rimasti in inferiorità numerica, i sabaudi devono sostenere la controffensiva austriaca a Sommacampagna e a Custoza. Sono travolti, e sono costretti a iniziare un drammatico ripiegamento, abbandonando tutti i territori e i punti strategici conquistati. Dal Mincio arretrano fino al fiume Adda.
A Milano il comitato di difesa si organizza decretando -con tanti malumori- la leva di massa. Ma è ormai troppo tardi; prima ancora di muoversi, il .....

4 AGOSTO ...gli austriaci hanno già travolto le difese che stupidamente non sono state predisposte; hanno così superato l'Oglio, l'Adda, e sono quasi alle porte  di Milano. Sotto la minaccia di una invasione (ma in effetti pensa solo di salvare il suo esercito che è rientrato tutto a Milano) Carlo Alberto prende contatti con Radetzky  per stipulare un armistizio, ma le condizioni (o forse sono le sue, per salvare la "capra" il suo esercito e non in "cavolo" -Milano) sono rifiutate. L'esercito piemontese deve abbandonare Milano ed arretrare fino al Ticino; se ci sono lombardi che lo vogliono seguire -lui dice- sono liberi di farlo, ma devono farlo subito.  
Già il 5 sera, Carlo Alberto abbandona la città con tutti i suoi reparti, non prima di aver ricevuto qualche pallottola di un fucile puntato sulle finestre dove alloggia. Qualche milanese ha voluto con questo atto dimostrativo enfatizzare il tradimento del Re sabaudo, trovando tra i cittadini non poca approvazione.

6 AGOSTO - Gli austriaci circondano  Milano e dichiarano lo stato d'assedio. La città viene paralizzata, Radetzky  non vuole correre rischi. 
Nello stesso tempo -e questo dimostra la vasta riorganizzazione dell'esercito austriaco-  il 7 agosto entrano a Modena. Il 10 Agosto a Reggio Emilia. Dalla parte opposta Vicenza viene riconquistata. Udine pure. Venezia viene posta in stato di assedio. Inutile la richiesta di soccorso di Manin ai francesi. I veneziani sono rimasti soli. Resisteranno impavidamente -alleata la infida  laguna- fino al prossimo anno.
Tutti gli altri Stati che erano accorsi in aiuto dei Lombardi-Veneti abbandonano il campo.

Garibaldi che si è dissociato dalla resa di Carlo Alberto, arretra sul Lago Maggiore, vuole continuare la lotta. Raggiunge anche Varese, ma gli austriaci non gli danno tregua. E' costretto ad abbandonare il campo e a riparare in Svizzera. Il 24 ottobre lo troviamo poi a Genova pronto ad imbarcarsi con dei legionari per dare il suo contributo all'insurrezione siciliana, ma non andrà oltre Livorno dove è in atto un'altra guerra civile in città; nella intera Toscana, Firenze compresa.

Mazzini, a Milano, disgustato dagli eventi e dal tradimento del Savoia, incita anche lui gli italiani a ribellarsi, a continuare la "guerra nazionale", li invita  alla insurrezione, "basta con la guerra dei re, lottiamo per la nostra indipendenza".

Le ripercussioni si fanno sentire anche in Toscana. Mentre a Napoli i Borboni, hanno già stracciato la recente costituzione; inviano una spedizione  in Sicilia che nel frattempo in questi mesi si era resa indipendente da Napoli offrendo (sulla ipocrita onda emotiva sabauda) la corona al secondogenito di Carlo Alberto, Ferdinando. Ma le truppe borboniche sbarcano su Messina e il sogno dell'indipendenza siciliana naufraga dopo terribili combattimenti, seguiti poi da una sanguinosa repressione ordinata da Ferdinando in persona.

IL "CLIMA" DEI MOTI A NAPOLI IN QUESTO PERIODO

Non meno tranquilla la situazione a  Roma, in pieno caos tra i disordini e le manifestazioni ostili al papa, per l'improvviso e del tutto inatteso voltafaccia. Non si era alleato palesemente con gli austriaci ma aveva bollato implicitamente la guerra d'indipendenza come una  crociata di infedeli, indicando i "cristianissimi"  austriaci come delle povere vittime, causando così il fallimento della coalizione di sovrani e di popoli che erano accorsi da ogni parte d'Italia per aiutare i Lombardo-Veneti.

15 NOVEMBRE - Con la situazione appena letta, a Roma scoppia la guerra civile tra liberali e conservatori. I primi assassinano anche il primo ministro Pellegrino Rossi. Seguono momenti drammatici con numerose altre ribellioni, poi il 16 novembre arbitrariamente si forma un governo conservatore clericale guidato dall'abate Rosmini. Il giro di vite repressivo non fa altro che aumentare la tensione; si verificano altri disordini, altre manifestazioni ostile verso il papa, che intimorito dagli eventi o da possibili congiure è costretto il 24 novembre a fuggire da Roma, a  rifugiarsi a Gaeta lanciando poi accorati appelli ai cattolici, facendo distribuire immagini votive in tutta Italia dove lui appare pregante dietro una grata di sbarre chiuse da  un grosso lucchetto. (
VEDI FOTO QUI ). Vuole impietosire, psicologicamente distruggere il consenso dei "ribelli". Usando l'"arma" religiosa fa perfino un divieto "a tutti i buoni cristiani" di partecipare alle elezioni; definite "atto sacrilego"; infine dichiarò di nessun valore e di nessuna legalità tutti gli atti del nuovo Governo, che lui stesso aveva in precedenza costituito, e che era fino allora per gli altri stati un modello da seguire.

 Nonostante la sua partenza, i disordini a Roma non terminano per  tutto il mese successivo, fino al 29  dicembre, quando una Suprema giunta, promette di costituire con un suffragio universale -che si svolgerà il prossimo anno- un'Assemblea  composta da 200 rappresentanti per formare il governo di un nuovo Stato: La Repubblica Romana.
Nel corso dei disordini, Garibaldi con una spedizione di legionari, il 12 dicembre era nel frattempo entrato a Roma per portare aiuto alla lotta insurrezionale dei democratici.

31 DICEMBRE - AUSTRIA - Un'altra importante notizia di questo fine anno arriva da Vienna.  Ed è il "cambio della guardia" dentro il palazzo imperiale. Dopo l'ondata rivoluzionaria scoppiata a marzo a Vienna (prevalentemente di piccoli borghesi, studenti e proletariato che rivendicavano radicali mutamenti sociali), l'imperatore  FERDINANDO I, non prima di aver costretto alle dimissioni METTERNICH,  senza neppure convocare l'assemblea costituente che si era formata, aveva promulgato una particolare costituzione con un sistema parlamentare che conservava comunque molti soggetti del conservatorismo viennese. Nonostante queste fasulle concessioni, le agitazione popolari non si erano calmate, anzi si erano estese nei vari gruppi nazionalisti in tutto l'Impero. In maggio, con una città martellata perfino da cannoneggiamenti, Ferdinando era stato costretto a fuggire a Innsbruck. L'assemblea nazionale  nel frattempo sorta, il 22 luglio si era riunita per la prima volta rigettando la costituzione di Ferdinando e ne aveva promulgata un'altra di orientamento decisamente democratico. Fu inutile, il 6 ottobre la popolazione di Vienna era nuovamente in strada ad innalzare barricate. A questo punto nella speranza di favorire la pacificazione del paese, FERDINANDO I, il 2 dicembre abdica a favore dell'appena diciottenne nipote FRANCESCO GIUSEPPE.  L'uomo che non solo caratterizzerà la storia europea del prossimo mezzo secolo, ma è anche l'uomo che rifugiandosi nell'introverso conservatorismo della dinastia degli Asburgo, porterà la stessa allo sfacelo, trascinandosi dietro altri due potenti imperi. Il dramma provocherà  una profonda modificazione geo-politica dell'intero continente europeo. Tutti i belligeranti europei nell'incapacità di mettersi d'accordo, uscirono dal conflitto tutti sconfitti.  La guerra scatenata da Francesco Giuseppe segnò la fine di un'era. Le grandi dinastie dell'Europa centrale ed orientale - i Romanov, gli Asburgo e Hohenzollern - vennero spazzate via. Il conflitto segnò la fine del dominio dell'Europa sulla scena mondiale, aprì la strada alla dissoluzione,  al trionfo del comunismo in Russia,  ed infine permise l'ingresso degli Stati Uniti sulla scena mondiale come grande potenza, che subito dopo, iniziò a tramutarsi  in gendarme dell'Europa tutta, anche in questioni regionali dentro Stati sovrani.

31 DICEMBRE - FRANCIA - Fine di un anno drammatico anche a Parigi. Dopo la rivoluzione  di febbraio, la destituzione di  LUIGI FILIPPO, la proclamazione della Repubblica.,  le lotte sanguinose degli operai in giugno (23-26) soffocate nel sangue dai borghesi che per un attimo avevano visto agitarsi lo spettro del socialismo, il 4 novembre l'Assemblea ha promulgato  la nuova costituzione che istituisce una repubblica presidenziale. 
Intanto cresce la popolarità del nipote di Bonaparte, LUIGI NAPOLEONE che oltre l'appoggio di vasti settori della borghesia riesce anche a conquistarsi l'appoggio dei contadini e di tutti coloro che sono stati turbati in questi mesi dai disordini sociali e dalle sanguinose rivolte operaie; che il nuovo astro nascente ha  affrontato con lo stesso zelo dello zio, cioè a colpi di cannonate, come  quel 
famoso 5 ottobre del 1795, (vedi) quando Napoleone non esitò a puntare i cannoni sulla folla, nella rivolta rivoluzionaria parigina dei realisti (i miserabili  che solo poche ore prima  -lui trovandosi in disgrazia- incitava,  anzi ambiva a prenderne il comando per cacciare quei "miserabili" della Convenzione).

Il 10 dicembre dopo le elezioni presidenziali è stato dunque eletto LUIGI NAPOLEONE presidente della nuova Repubblica Francese con oltre il 70 per cento dei suffragi; prima degli ultimi giorni dell'anno l'Assemblea nazionale a maggioranza repubblicana  viene del tutto esautorata. 
Il nuovo capo del governo, oltre che interessarsi agli ateliers nationaux (stabilimenti nazionali) per dare lavoro ai disoccupati (quelli che hanno causato i più gravi fermenti sociali negli ultimi tempi),  assicura tutte le altre potenze d'Europa (dato i precedenti non molto lontani nel tempo - con il fantasma dello zio che ogni tanto ricompare )  che la Francia si sarebbe occupata solo dei problemi del proprio paese; che non avrebbe  ripreso nessuna politica espansionistica; e che nemmeno avrebbe appoggiato le rivoluzioni di altri paesi d'Europa. Insomma che potevano tutti i sovrani dormire tranquilli. Il nome che portava era puramente casuale. 
Ma già il prossimo anno l'ex rivoluzionario, l'ex cospiratore dello Stato Pontificio, corre proprio in aiuto dello Stato Pontificio e sarà proprio lui -emulando i peggiori austriaci- a provocare la fine del repubblicanesimo italiano. Ricevendo così i consensi dai francesi conservatori e cattolici. Ed era quello che lui voleva,  per diventare ancora più potente.
Anche lui, come lo zio, non rimase indifferente al fascino di una corona imperiale; se la prese con un colpo di stato il 2 dicembre del 1851 per proclamarsi unico sovrano  dei francesi; poi promulgò nel '52 una costituzione conservatrice (un'anticamera della restaurazione imperiale) e divenne anche lui un autocrate severo, di stampo dittatoriale.
Fatto oggetto di un attentato nel 1858, iniziò -fino allora rifiutata- ad assecondare (ma con altri fini)  la politica nazionale dei Savoia. Tornato quindi a  guerreggiare fuori dai suoi confini, allo scontro militare con la Prussia nel 1870, dopo la cocente sconfitta a Sedan che portò un'altra volta alla dissoluzione dell'impero francese,  come lo zio, fatto prigioniero dai prussiani, finì i suoi giorni  in esilio (un po' più lungo, 13 anni) ma sempre sotto gli inglesi.


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