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CRONOLOGIA

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1848-1949

< < vedi anche i "RIASSUNTI"
di questo periodo

17-22 MARZO 1848
VENEZIA SI RIBELLA
DANIELE MANIN proclama la Nuova  REPUBBLICA VENETA di SAN MARCO

 




LE 9 IMMAGINI DI UNA EPOPEA

I PRIMI MOTI IN PIAZZA SAN MARCO - UN GRIDO SOLO: "LIBERIAMO MANIN"


MANIN LIBERATO DAL CARCERE PROCLAMA LA REPUBBLICA E SI METTE ALLA GUIDA DELLA RESISTENZA - L'ASSALTO DEI VENETI ALLA GUARNIGIONE AUSTRIACA DI MESTRE - IL TRIONFO A PIAZZA SAN MARCO CON I SETTE CANNONI CATTURATI A MESTRE - IL MASSACRO SUBITO DAI VENEZIANI AL FORTE DI MARGHERA - LO SCONTRO NOTTURNO A PIAZZALE MAGGIORE
- IL RITORNO DEGLI AUSTRIACI IN UNA VENEZIA IN GINOCCHIO, DOPO CINQUE MESI DI ASSEDIO, DI FAME, DI COLERA, E DOPO CHE LE CANNONATE AUSTRIACHE HANNO FATTO SCEMPIO DELLA PIU' BELLA CITTA' DEL MONDO


Tutte le immagini sopra e sotto, dell'EPOCA, in grande formato a pieno schermo,
in pagine dedicate
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(le immagini sono tutte stampabile a piena pagina orizzontale - e formano dei veri e propri quadretti storici)

VENEZIA A FINE SETTECENTO - LA LAGUNA, IL GRAN CONSIGLIO, LA MUSICA,
IL TEATRO, LO SPOSALIZIO DEL MARE, LE FESTE, IL CARNEVALE,
I FUOCHI ARTIFICIALI A PIAZZA SAN MARCO



Tutte le immagini sopra in grande formato a pieno schermo,
in pagine dedicate
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Antecedenti - Nell'ANNO 1797  l'invasione dei Francesi di Napoleone segnò la fine della gloriosa Repubblica Veneta "SERENISSIMA".  Nonostante la neutralità (ma il motivo ci fu: - l'eccidio di Verona) Napoleone occupò Venezia, rovesciò il governo aristocratico della Repubblica e impose un governo filo-francese. Col singolare ma anche triste Trattato di Campoformio del 17 ottobre Venezia venne ceduta disinvoltamente all'Austria. In seguito unita al Regno Italico ma sotto lo scettro di Napoleone. Una umiliazione e uno strazio per i Veneziani.

Passato il "ciclone" napoleonico, alla Restaurazione, nel 1815, unita alla Lombardia per formare il Regno Lombardo-Veneto, Venezia passò (come se si trattasse di un giocattolo) di nuovo all'Austria. Ricominciò allora per i Veneziani il grande sogno dell'unità di una Patria (non della Patria)  libera e indipendente dopo anni di dura oppressione, con moltissimi suoi patrioti che affrontarono il carcere duro nel ribellarsi agli austriaci. Erano ribellioni isolate, che durarono 33 anni, ma poi infine l'eroica grande insurrezione di quest'anno: 1848.

Ad accendere gli animi (non solo a Venezia ma in mezza Europa) fu la notizia della rivoluzione parigina; ma a dar fuoco alla miccia fu soprattutto quella viennese, scoppiata il 13 marzo; la notizia giunse da Trieste con una nave a Venezia il 17,  e fu questa notizia a scatenare l'insurrezione non solo a Venezia ma in tutto il Veneto e in Lombardia. I grossi problemi gli austriaci li avevano anche loro in casa, quindi era il momento di approfittarne.
La popolazione minacciosa si concentrò su piazza San Marco e il suo primo pensiero fu quello di andare all'assalto dell'Arsenale e dirigersi al palazzo del governatore per far immediatamente liberare Manin e Tommaseo dalle carceri.

Il governatore conte LUIGI PALLFY, dopo breve esitare, temendo di provocare l'ira della moltitudine con un rifiuto, o meglio per salvare la pelle, ordinò la liberazione dei due patrioti, i quali furono tratti dal carcere e portati in trionfo dalla folla esultante in piazza S. Marco, dove Daniele Manin - che nella confusione e nel gran vociare era arrivato fino in piazza, senza nemmeno aver capito perché l'avevano liberato. Mica poteva immaginare che la rivoluzione era scoppiata nella stessa Vienna; ma innalzato su un palco e sollecitato a parlare, così arringò:

"Cittadini ! Ignoro per effetto di quali venti io sia stato tratto dal silenzio del mio carcere e portato in piazza San Marco. Ma vedo nei vostri volti, nella vivacità dei vostri atteggiamenti, che i sensi d'amor patrio e di spirito nazionale hanno fatto qui, durante la mia prigionia, grandi progressi, ne godo altamente e in nome della patria ve ne ringrazio. Ma deh ! non vogliate dimenticare che non vi può essere libertà vera e durevole, dove non c' è ordine, e che dell'ordine voi dovete farvi gelosi custodi, se volete mostrarvi degni di libertà. Ci sono momenti e casi solenni nei quali l'insurrezione non è solo un diritto, ma è anche un dovere".


Carlo Alberto re di Sardegna, approfittando degli stessi moti scatenatisi a Milano (la notizia dei moti viennesi vi giunse il 18), anche lui da Torino dichiarò guerra agli austriaci il giorno 17 - quella che viene ricordata come inizio della prima guerra d'Indipendenza. Un entusiasmo che durò poco, anche perché il Re "tentenna" sabaudo - temporeggiando - arrivò a Milano quando i milanesi nelle "Cinque Giornate" -18-22 marzo- si erano già liberati da soli e avevano messo in rotta gli austriaci. Primo pensiero di Carlo Alberto fu quello di indire un referendum e farsi proclamare Re anche della Lombardia. Di modo che mentre lui "raccoglieva e contava voti", invece di inseguire subito gli austriaci e cacciarli oltre il Ticino, questi si riorganizzarono nel "quadrilatero" a "raccogliere e contare soldati". Ed infatti, pochi mesi dopo riconquistarono non solo Milano ma inseguirono il re piemontese fino a Novara - Mancò poco che arrivassero a Torino. Carlo Alberto dovette abdicare, passare lo scettro al figlio Vittorio Emanuele, e partire per l'esilio.
Per i milanesi fu una grossa delusione. Prima perchè il Sabaudo aveva tentato di scippare la vittoria ai milanesi, poi perché spudoratamente li tradì. Fino al punto da far dire a Carlo Cattaneo che  "piuttosto che dare la Lombardia  in mano a un traditore come  Carlo Alberto,  preferisco la riconquista di Milano da parte degli austriaci" (non dovette attendere molto).
In effetti Carlo Alberto "conquistò" Milano e la Lombardia -un ambizione coltivata da sette secoli dai suoi avi- senza aver rischiato nulla, nemmeno un uomo. Non solo, ma una volta entrato a Milano manifestò una certa ostilità nei confronti dei volontari che sopraggiungevano da tutta Italia.  Non predispose lui e i suoi generali un piano di difesa della città, non volle sguarnire i presidi perchè aveva il timore (!) di insurrezioni antisabaude;  non incalzò subito gli austriaci, ma pensò solo a costituire il giorno ....8 aprile  un governo provvisorio tutto filo-sabaudo e indire il 12 maggio un referendum per l'annessione della Lombardia al  Regno di Sardegna e alle sue leggi. Il che voleva dire mettere suoi uomini nelle amministrazioni deludendo chi si era illuso
Aveva appena accolto i milanesi e lombardi come cittadini nel suo "regno fatto di menzogne", ma ecco che a Novara 135 giorni dopo li rinnegava, si arrese agli austriaci, e per salvare il suo Regno Sardo, assicurò loro che non avrebbe mai più aiutato nè i lombardi né i veneti.


Più sanguigni, ma purtroppo soli, erano rimasti i veneziani. Potevano aspettare i piemontesi!! A questi mancò poco di perdere anche il Piemonte. Tuttavia a Venezia non si persero d'animo. Lottarono per 18 mesi.

La cacciata da Venezia degli Austriaci, con la lunga, eroica, disperata resistenza della città all'asssedio degli oppressori, rappresentano, senza dubbio due episodi che sono tra i più eroici e sfolgoranti della storia e della riscossa dei Veneziani (sia ben chiaro vista da una fazione! Perchè i 900 aristocratici che dominavano Venezia da 600 anni, conservarono i loro beni sotto Napoleone,  li conservarono anche quando cadde Napoleone, e non persero nulla anche quando ritornarono gli austriaci; e neppure quando il Veneto fu "piemontesizzato" e "annesso" al Regno Sabaudo Piemontese, anche se fu chiamato formalmente Italia Unita ( "sotto" il governo monarchico sabaudo" - così recita la lapide ricordo a Palazzo Ducale).  Quindi quando parliamo di veneziani o veneti ci riferiamo alla popolazione; le oligarchie sono sempre malleabili, concilianti con i nuovi "padroni del momento", e questo avviene in ogni luogo ed è avvenuto in ogni tempo.

Ma ritorniamo a questo 1848. La liberazione della città era avvenuta come per miracolo, così improvvisa che i Veneziani stessi, esultanti e felici, non riuscivano ancora a crederci. Come una delle classiche maree della laguna, i veneziani  con un incontenibile entusiasmo si riversarono tutti  in Piazza San Marco per veder  innalzare - dopo cinquant'anni- sul campanile le bandiere con sopra il Leone. E con quale impeto assalirono le prigioni per liberare i patrioti arrestati come terroristi dalla polizia di Stato!
  Liberati, i "serenissimi" furono portati in trionfo fino a Piazza San Marco. Era il 22 marzo 1848, Venezia si liberava dopo oltre cinquant'anni di schiavitù e di repressioni (o francese o austriaca, da quel 1797, sempre repressione era!)
E fame! (questa era l'amara filastrocca - che poi fu ulteriormente aggiornata nel 1866 - vedi sotto)

"Con San Marco comandava (quando comandava San Marco)
se disnava e se senava (si faceva pranzo e si cenava)
Soto Franza, brava gente (sotto la Francia che era brava gente)
se disnava solamente (si cenava solamente)
Soto Casa de Lorena (sotto la casa austriaca Lorena)
non se disna e no se sena (niente pranzo e niente cena)"


(più avanti, quando per la fame dovettero emigrare a milioni, aggiunsero)

Soto Casa de Savoia (mentre sotto Casa Savoia)
de magnar te ga voja (di mangiar hai solo voglia).
 i n'à portà 'na fame roja" (ci hanno portato una fame troia)
"Savoja, Savoja, intanto noaltri...andemo via... vaca troja.."


In quei giorni del '48, sembravano ritornati i bei tempi della Serenissima. Tra i patrioti liberati  c'era DANIELE MANIN,  imprigionato mesi prima perché  si temevano da lui e dai suoi seguaci atti sovversivi. Uomo politicamente molto attivo, fra le altre cose (come la libertà di stampa) chiedeva agli austriaci per Venezia, autonome guardie civiche composte da veneziani e non da austriaci. Per questo e altro, Manin divenuto sempre più scomodo, ai primi segnali di "tempesta", gli austriaci con alcune pretestuose imputazioni lo scaraventarono nelle galere dei Piombi, assieme a tante altre "teste calde".
  Liberato, "per unanime volontà del popolo"  Daniele Manin fu posto a capo del Governo provvisorio. Nello stesso giorno (22 marzo), portato in trionfo a Piazza San Marco, fu proclamata la Nuova Repubblica Veneta di San Marco e Manin fu eletto ovviamente  presidente.

Ma triste notizie cominciavano a giungere a Venezia da ogni parte, soprattutto dalla Lombardia dopo la rovinosa,  maldestra e piuttosto ambigua guerra di Carlo Alberto; gli Austriaci  una dietro l'altra riconquistavano le città che si erano autonomamente liberate; Udine, Belluno, Vicenza, Padova, sull'onda emotiva del momento, erano insorte emulando Venezia e Milano, ma avevano dovuto purtroppo cedere dopo un'eroica resistenza combattuta dentro le città, nelle stesse strade cittadine. 
(VEDI QUI LA LOTTA  A VICENZA)

Sembrava che Venezia soltanto fosse rimasta a lottare compatta per la propria libertà e la sua indipendenza. Così, in questa solitudine non priva però di una forte determinazione a proseguire la lotta, i Veneziani si strinsero con fiducia intorno a Daniele Manin, " tutti anelarono legare a quell'uomo il loro destino".
Rimasero anche soli! Nella fame e nell'isolamento nessun altro stato italiano si mosse per portarle aiuto; soprattutto del tutto ignorati dai piemontesi che predicavano unità e cooperazione, ma poi Veneto e Venezia non era nei loro pensieri, soprattutto in quelli di Cavour che bollò l'indipendenza veneta di Manin "una corbelleria". Venezia rimase così a sbrigarsela da sola, drammaticamente, per oltre un anno, e non "cinque giornate" come a Milano!

Manin convocata l'assemblea aveva chiesto ai Veneziani con voce commossa  ma decisa: "Volete resistere al nemico? - Vogliamo resistere!- Ad ogni costo? - Ad ogni costo!" 
I veneziani non si fecero pregare tanto, dissero si, e si organizzarono con tutti i mezzi per difendersi, e con spirito "leonino", intenzionati anche ad attaccare.

L' 11 ottobre 1848 -dopo già sette mesi di assedio- riunitasi l'Assemblea, furono confermati i pieni poteri al MANIN, al CAVEDALIS e al GRAZIANI.
Dieci giorni dopo si volle far provare al nemico che i Veneziani sapevano non solo difendersi ma anche attaccare; quest'offensiva-impresa fu quella del Cavallino.
Era, questo villaggio, particolarmente munito, ma vi si poteva accedere per uno stretto argine, dominato dalle batterie nemiche, ed era, fiancheggiato a sinistra da un terreno melmoso e a destra dal canale Pordelio custodito da due battelli armati.
All'alba del 22 ottobre 1848 una colonna di quattrocento "Cacciatori del Sile", comandati dal colonnello GIROLAMO ULLOA, uscì da Treporti e s'incamminò per l'argine, protetta da tre navigli e da due barche cannoniere che avanzavano sul canale nell'ora giusta e con la marea a favore. Giunto il piccolo corpo in vicinanza del Cavallino, i navigli di scorta aprirono il fuoco, quindi i Cacciatori assalirono con determinazione il villaggio e dopo una breve mischia misero in fuga il presidio austriaco, composto di duecentocinquanta soldati, che lasciò sul terreno quindici morti e in potere dei veneziani, oltre la posizione, due pezzi d'artiglieria, due battelli e gran quantità di viveri e di munizioni. Data la considerevole distanza da Treporti, l'Ulloa fece ritorno la sera stessa con il bottino e il giorno dopo in Piazza S. Marco i Cacciatori furono passati in rassegna da GUGLIELMO PEPE e arringati dal p. UGO BASSI.


Prima ancora che gli austriaci si riprendessero dalla audace sorpresa, sei giorni dopo, il 28 ottobre i veneziani osarono anche attaccarli a Mestre.
Mestre la presidiava il nemico con duemilaseicento uomini comandati dal generale MITIS. Tre colonne veneziane dovevano attaccare la posizione; quella di destra composta del battaglione dei "Cacciatori delle Alpi", di tre compagnie "Italia libera", di due pezzi d'artiglieria da campagna e di un drappello di cavalieri, in tutto seicentocinquanta uomini al comando dello ZAMBECCARI; quella del centro composta di un battaglione lombardo, da un battaglione piemontese, da una compagnia di volontari romani e due pezzi da campagna: totale novecento uomini agli ordini del MORANDI: quella di sinistra con quattrocentocinquanta "Cacciatori del Sile" comandati dal colonnello D'AMIGO e cinque piccoli navigli armati al comando del capitano BASILISCO.

Quest'ultima colonna doveva forzare l'ala destra austriaca in Fusina, assalire la posizione della Rana e dalla Malcontenta (la Villa) tagliare al nemico la ritirata verso Padova. Ma il 27, giorno dell'azione, il colonnello d'Amigo non riuscì a raggiungere completamente l'obiettivo. Dopo un brevissimo duello di artiglierie la colonna sbarcò a Fusina, che gli Austriaci avevano evacuato, e, divisa in due corpi, marciò per l'argine Sopra-Bondante e per la via della Malcontenta.

Il primo corpo attaccò i duecentocinquanta Croati che presidiavano con due cannoni la Rana e li mise in fuga, il secondo tagliò dalla Malcontenta la ritirata ai fuggiaschi e non pochi furono fatti prigionieri. Verso sera la colonna rientrò a Fusina, rinunciando a congiungersi con le colonne di destra e del centro.
Queste dovettero vincere una resistenza accanita da parte del nemico che occupava posizioni vantaggiose e che fin dalla sera prima era stato dalle spie informato del piano d'attacco dei veneziani. La colonna del centro dopo un terribile scontro con gli austriaci, estromise alla baionetta dalle trincee i difensori; quella di destra, accolta da un fuoco martellante sull'argine, ebbe ragione della difesa mandando ai fianchi e alle spalle degli Austriaci, attraverso la palude, due compagnie.
Superati i trinceramenti, fu attaccato il ponte del canale, difeso da due cannoni e dominato dai tiri dei nemici appostati sulle case vicine e sul campanile. Dopo quattro arditi assalti il ponte fu conquistato; ma le case del paese dovettero essere espugnate ad una ad una; finalmente Mestre cadde tutta in potere dei Veneziani, i quali, verso sera, rientrarono a Marghera portandosi dietro sette cannoni, munizioni, cavalli, bagagli e 577 prigionieri.

Gli Austriaci lasciarono sul terreno duecento morti e altrettanti feriti, i veneziani ottantasette morti e centosessantatre feriti. Fra questi ultimi degno di nota il poeta ALESSANDRO POERIO, che fu tra i primi a penetrare a Mestre e tra i primi a cader colpito dalla mitraglia ad un ginocchio. Trasportato a Venezia, gli fu amputata la gamba ma morì il 3 novembre e al sacerdote che nel trapasso gli chiedeva se perdonava tutti, rispose che "non odiava nessuno" ma che però "faceva fatica ad amare i nemici d'Italia".

Fra i morti sul campo è doveroso ricordare il tenente OLIVI di Treviso e il sergente d'artiglieria DEMBOWSKI, che pur colpito da una palla, mentre moriva dissanguato seguitava a ordinare il fuoco a destra e a sinistra. Si distinsero: GUGLIELMO PEPE, che dirigeva l'azione e sempre presente nei punti più pericolosi; ricordiamo pure ULLOA, FELICE ORSINI, CATTABENE, NOARO, COSENZ, ROSSAROLL, ASSANTI, CARRANO, BOLDONI, MORANDI, SIRTORI, MEZZACAPO, OLIVA, MAURO, ZAMBECCARI, ROSIELLO, l'aiutante FONTANA, il sergente ORIGI.
Il capitano MIRCOVICH, ferito il porta stendardo, raccoglieva la bandiera e si metteva alla testa dei suoi animandoli oltre che con l'esempio gridando a destra e a manca.
Il GANDINI, conquistato un cannone, vi piantava su la bandiera mentre il nemico, intorno, resisteva ancora. Padre UGO BASSI si aggirava tra i combattenti con il Crocifisso in mano, soccorrendo i caduti e confortando i moribondi. A questi nomi bisogna aggiungere quelli di due eroici poco più che "ragazzini": G. B. SPECIALI e ANTONIO ZORZI. Il primo, quattordicenne, tamburino di una legione della guardia civile, volle partecipare volontario alla spedizione mettendosi alla testa del battaglione lombardo, accanto ad un altro tamburino e, quando questi cadde, continuò sul tamburo a batter la carica fino a vittoria ottenuta; il secondo, dodicenne, mozzo di una piroga, quando presso la Fusina un proiettile nemico gli spezzò l'asta su cui era la bandiera che finì in mare; si lanciò in acqua tra il fischiar delle palle, afferrò l'insegna e con un'asta improvvisata la inalberò di nuovo.

Alla gioia per la vittoria di Mestre si aggiunse quella suscitata dal ritorno della flotta sarda dell' ALBINI; ma fu una gioia di breve durata, perché le condizioni degli assediati si facevano di giorno in giorno più critiche, e con un inverno alle porte, si cominciava a non aver più fiducia nell'aiuto dell'Inghilterra e della Francia (che stavano a guardare!) ed occorrevano altri sacrifici per continuare la resistenza.
Passarono i mesi, e si entrò nel successivo anno. Gli austriaci nel frattempo concentrarono sulla terra ferma truppe e cannoni decisi a punire severamente la Serenissima; era solo una questione di tempo. E il tempo non giocò a favore dei Veneziani.

Il 27 marzo l'HAYNAU, successo al Welden nel comando dell'assedio di Venezia, comunicava al Manin l'esito (disatroso) della battaglia di Novara di Carlo Alberto (23 marzo) e lo invitava a desistere da un'inutile resistenza e "a riconsegnar la città al legittimo sovrano" e aggiungeva che "era ancora possibile con una resa, con una pronta sottomissione e il ritorno al proprio dovere, ottenere delle condizioni vantaggiose, non ottenibili però qualora la città persisteva nella rivoluzione, costringendomi ad estreme misure di rigore, con risultati tristi, che io vorrei risparmiare alla città di Venezia".

Manin convocata l'assemblea aveva nuovamente chiesto ai Veneziani con voce commossa  ma decisa: "Volete resistere al nemico? - Vogliamo resistere!- Ad ogni costo? - Ad ogni costo!" 
Finchè venne il giorno fatidico, le prime cannonate che annunciavano la tempesta: il Lunedì Santo, 2 Aprile 1849. In ogni angolo delle calli e dei campi apparve un breve proclama, con due righe soltanto! 
"Venezia resisterà all'Austriaco a tutti i costi"
.

La firma non era necessaria. Tutti sapevano che quell'ordine di resistere ad oltranza era di Manin.
Tutto il mese di marzo era stato impiegato dagli assediati in opere di difesa, mentre gli assedianti occupati a restringere il blocco e a prepararsi per il definitivo assalto.

Radetzky dopo aver quasi risolta la situazione a Milano, concentrò trentamila soldati davanti a Marghera per prepararsi ad assaltare l'ultima citta ribelle. Il 4 maggio giunse al campo austriaco, il vegliardo 84enne Maresciallo con tre arciduchi - i due figli dell'ex-vicerè di Milano e l'arciduca GUGLIELMO. Il giorno dopo, il 5 maggio, 150 cannoni iniziarono un terribile bombardamento contro il forte di Marghera, comandato dal colonnello napoletano GIROLAMO ULLOA e difeso da duemilacinquecento uomini. I difensori dell'ingresso di Venezia, non solo sostennero per tutto il giorno con ammirabile coraggio il fuoco, ma con le loro artiglierie, comandate dal maggiore MEZZACAPO, risposero con estrema violenza, distruggendo diverse batterie nemiche e producendo agli Austriaci delle gravissime perdite.
La sera stessa del 5 maggio, cessato il fuoco, si presentava alla lunetta n.13 un parlamentare austriaco latore di una lettera dell' HAYNAU al comandante di Marghera e di un proclama del RADETZKY in data 4 maggio agli abitanti di Venezia:
"Io oggi non vengo da guerriero e generale felice; io voglio parlarvi da padre. Tra voi è già trascorso un anno intero di trambusti, di moti anarchici e rivoluzionari; e quali ne furono le sinistre conseguenze? Il pubblico tesoro esausto, le sostanze dei privati perdute, la vostra florida città ridotta agli ultimi estremi. Ma ciò non basta. Voi ora, dalle vittorie della mia valorosa armata riportate sopra le truppe vostre alleate, siete ridotti a vedere le numerose mie schiere al punto da assalirvi da ogni parte da terra e da mare, di attaccare i vostri forti, di tagliare le vostre comunicazioni, d'impedirvi ogni mezzo di lasciare Venezia. Voi cosi sarete abbandonati, presto o tardi, alla mercé del vincitore.
Io sono arrivato dal mio quartier generale di Milano a esortarvi per l'ultima volta, se date ascolto alla voce della ragione, con l'ulivo in una mano, ma con la spada nell'altra, pronta ad infliggervi il flagello della guerra fino allo sterminio, se persistete nella via della ribellione, una via che vi farebbe perdere ogni diritto alla clemenza del vostro legittimo sovrano. Io mi fermo vicino a voi, nel quartier generale del corpo d'armata qui stanziato, tutto domani, ed aspetto ventiquattrore, cioè sino alle ore otto di mattina del giorno 6 di maggio, la vostra risposta a questa mia ultima intimazione.
Le condizioni immutabili, che chiedo da voi in nome del mio sovrano, sono le seguenti:
1° - Resa assoluta, piena ed intera.
2° - Consegna immediata di tutti i forti, dell'arsenale e dell'intera città, che saranno occupati dalle mie truppe, alle quali saranno pure da consegnare tutti i bastimenti e legni da guerra in qualunque epoca fabbricati, tutti i pubblici stabilimenti, materiale da guerra e tutti gli oggetti di proprietà del pubblico erario.
3° - Consegna di tutte le armi appartenenti allo Stato oppure ai privati. Accordo però dall'altra parte le concessioni seguenti:
4° - Viene concesso di partire da Venezia a tutte le persone, senza distinzione, che vogliono lasciare la città per la via di terra e di mare nello spazio di quarantotto ore.
5° - Sarà emanato un perdono generale per tutti i sottufficiali e semplici soldati delle truppe di terra e di mare. Dal lato mio cesseranno le ostilità per tutta la giornata di domani sino all'ora sopraindicata; cioè le ore otto di mattina del 6 di maggio".

Il MANIN rispose rimandando il decreto del 2 aprile "della resistenza ad ogni costo" aggiungendo che confidava nella mediazione della Francia e dell'Inghilterra, al che il RADETZKY, sdegnato, scrisse il 6 maggio:
"Sua Maestà, il nostro sovrano, essendo deciso di non permettere mai l'intervento di potenze estere fra lui ed i suoi sudditi ribelli, ogni tale speranza del governo rivoluzionario di Venezia è vana, illusoria e fatta solamente per ingannare i poveri abitanti. Cesso dunque d'ora innanzi ogni ulteriore carteggio e deploro che Venezia subirà la sorte della guerra".

La notte del 9 maggio i veneziani eseguirono una ricognizione offensiva con sei o settecento uomini divisi in due colonne. Una al comando del COSENZ e del SIRTORI dalla Lunetta n. 12 su per la via ferrata, parte si distese a destra verso la Boa Foscarina per assalire di fianco la trincea nemica, parte proseguì direttamente. L'altra, composta dalla compagnia svizzera e da due compagnie di volontari e di Friulani, uscì fuori comandata dal ROSSAROLL e dal CARRANO dalla lunetta n.13 e avanzò lungo gli argini del canale di Mestre.
Le due colonne avanzarono risolute, e sloggiarono alla baionetta gli Austriaci dalla testa della trincea fin dietro la linea principale e si sostennero sulle posizioni occupate per lo spazio di un'ora dando tempo agli zappatori di distruggere la trincea e d'immettervi le acque del canale.
Il 16 maggio, all' HAYNAU partito per l'Ungheria succedeva il maresciallo THURN. Continuavano intanto i bombardamenti, i lavori di approccio ma anche le audaci sortite dei veneziani.
Il 20 maggio, un distaccamento comandato dall'ufficiale di marina BALDASSEROTTO usciva dal forte dei Treporti, attaccava il nemico alla Piave Vecchia e gli toglieva un centinaio di buoi (che per Venezia che era alla fame da mesi era la cosa più preziosa)

Il 22 maggio, il generale GIORGIO RIZZARDI con milleduecento uomini comandati dai colonnelli ANTONIO MORANDI e PIER FORTUNATO CALVI e dal maggiore MATERAZZO usciva da Brondolo verso Conche e Cavanella e ritornava indietro con trecento bovini, cavalli, maiali, polli, uova e vino. Però, malgrado queste requisizioni, la fame si cominciava a sentire.
Il 24 maggio, essendo stata ultimata la seconda parallela e piazzate diciannove batterie, gli austriaci iniziarono un bombardamento infernale contro il forte di Marghera, che fu continuo senza posa per tre giorni di seguito.
Qui una guarnigione veneta aveva il compito di difendere l'ingresso a Venezia. Molti uomini di questo presidio difensivo, sotto i primi colpi austriaci, rimasero uccisi. Ma gli altri non cedettero, piuttosto che arrendersi agli austriaci preferirono farsi seppellire tra le rovine della fortezza. Anche quando rimasero in pochi, a nessun veneziano gli venne in mente di alzare bandiera bianca.

Ma l' ULLOA, d'accordo con il governo, non essendo possibile resistere oltre, la notte del 26, rese inservibili le artiglierie, abbandonò con gli ultimi audaci il forte la cui difesa era costata più di 500 uomini, e si ritirò a Venezia.

Il 27 maggio, gli Austriaci occuparono Marghera. Con l'abbandono del forte, la difesa veneziana si restrinse dentro i limiti della Laguna e, poiché il punto più esposto era il grandioso ponte della strada ferrata, lungo oltre tre chilometri (dove oggi scorre anche la strada), furono fatti saltare alcuni archi e sulla grande piazza centrale (oggi piazzale Roma) fu posta una batteria, detta di "S. Antonio", sette pezzi di grosso calibro e due mortai. Un'altra batteria di tredici pezzi e cinque mortai fu messa nell'isoletta di S. Secondo.

Nella notte del 6 al 7 luglio, ottanta volontari austriaci comandati dal capitano BRULL riuscirono a penetrare nella piazza dove era posta la famosa batteria "S. Antonio" e a metter in fuga i soldati addetti ai pezzi. Fu un inutile atto d'audacia pagato a caro prezzo, perché subito i cannoni dell'isola di S. Secondo cominciarono a fulminare quei temerari e poco dopo ENRICO COSENA, tornato con i suoi al contrattacco, ne fece una strage; solo un austriaco si salvò e riuscì a malapena a portare la notizia della fallita impresa al proprio campo.

Non potendo espugnare la città attraverso la via del ponte, gli Austriaci escogitarono un mezzo molto singolare ma estremamente cinico, (che purtroppo farà poi scuola quando si usarono gli aerei) consistente nel bombardamento della città dall'alto con palloni aerostatici carichi di granate e di bombe; ma il risultato fu solo quello di distruggere case e chiese vuote, con nessuna vittima perché c'era tutto il tempo per mettersi in salvo; allora si cominciò a colpire Venezia con grossi pezzi da ventiquattro.
Circa 1000 proiettili, iniziarono a cadere quotidianamente sulle case, sulle calli, nei campi e nei campanili, incendiando Venezia ovunque, facendo questa volta anche molte vittime insieme allo scempio di secolari palazzi, chiese, tesori d'arte. 

Il bombardamento durò quasi ininterrottamente 24 giorni e ben 20.000 proiettili caddero sulla città che volevano "liberare", mentre volevano solo terrorizzarla, distruggendo quello che i veneziani avevano di più caro della loro stessa vita: La Venezia della Serenissima!

Il vettovagliamento di Venezia cominciò a trovarsi in gravi ristrettezze, né bastavano le audaci sortite a procurare sufficiente cibo. Ai mali della guerra si aggiunsero quelli della fame e nel caldo e afoso luglio scoppiò anche il colera, e come se ciò non bastasse scarseggiavano le munizioni, si facevano più frequenti le diserzioni, occulti nemici cercavano di fiaccare la resistenza e di ottenere che il popolo -che era quello che pagava più di tutti- chiedesse la resa. Ma il popolo, sebbene estenuato dalla fame e dalle malattie, non voleva sentir parlare di resa e minacciava di morte chiunque osasse proporla; il popolo voleva la leva in massa mentre i militari più audaci proponevano che si facesse un'estrema sortita di tutte le forze per raccogliere le provviste di guerra e di bocca per un anno: proposte irrealizzabili, che stanno a provare come oramai a Venezia si fosse giunti a tal punto da appigliarsi alle decisioni più disperate proposte da questo o quel partito.
Purtroppo non c'era altra via di salvezza che la resa; erano cadute ad una ad una tutte le illusioni e le speranze: la vittoria austriaca in Ungheria, nessun aiuto della Francia e dell'Inghilterra, la guerra del Regno Sardo finita con una disfatta, tutti gli altri stati di nuovo tornati ad essere austriaci o filo-austriaci per convenienza o per il terrore. Inoltre c'era l'intero esercito austriaco del Radetzky, ormai disimpegnato, integro, pronto a riversarsi tutto su Venezia. Anzi come aveva scritto Radetzky "pronto ad infliggervi il flagello della guerra fino allo sterminio".

Il MANIN, che più di tutti sapeva come stavano le cose, il 5 agosto convocò l'Assemblea in adunanza segreta ed espose crudamente la situazione della città, ma i deputati votarono un'imposta di sei milioni e si pronunziarono per la resistenza. Il Manin tornò il giorno dopo a parlar dell'impossibilità di resistere con speranza di successo:

"Non vi sono - poi concluse - che due modi possibili: o resistere fino all'ultimo pane e fino all'ultimo granello di polvere, o provarsi per tempo a trattar con il nemico. Per il primo è indispensabile che quelli che sono al potere abbiano speranza di buon successo. Sia per la stanchezza, sia per qualunque altro motivo, io ho il doloroso coraggio di dirvi che non ho più alcuna speranza: ma qui sono altri che ne avranno e che potranno governare. Se prevale l'opinione contraria sottostiamo al fato e non diamo alla forza l'apparente sanzione del diritto, sebbene oggi l'Europa non conosca altro diritto internazionale ma solo il diritto del più forte.
Volendo trattare con il nemico, l'Assemblea si proroghi affidando il supremo potere al Municipio. Se ha più forza il primo partito, io propongo che il governo sia affidato a chi crede ancora possibile il buon successo, e metto davanti i nomi di AVESANI, SIRTORI e TOMMASEO, o di Sirtori solo".

Seguì una lunga discussione dopo la quale l'Assemblea deliberò di concentrare tutti i poteri nel MANIN affinché provvedesse liberamente alla salvezza e all'onore di Venezia, riservando a lui la ratifica di ogni decisione politica.
La tragedia di Venezia s'avvicinava a gran passi verso la catastrofe.

"Venezia, l'ultima ora è venuta
Illustre martire, tu sei perduta ...
.

Quella sera stessa il MANIN scrisse nella Gazzetta Ufficiale:
(riportiamo integralmente e fedelmente nella sua sintassi)

"Gli animi si rafforzano nei patimenti. Tutto ci sembra oramai possibile fuorché transigere con l'onore: l'onore deve esser salvo ad ogni costo e sarà, qualunque sia l'avvenire che ci serbano gli avvenimenti. Troppo grande retaggio di gloria legarono a questo popolo i suoi avi perché possa contemplare tranquillo lo straniero - dove un giorno di magnanima ira lo espulse- che si affaccia nuovamente alla soglia della sua casa, per ridurlo ancora una volta al duro servaggio da cui si era liberato. I presenti nostri patimenti hanno consacrato al cospetto delle nazioni la reputazione di intelligenza, di eroismo e di pietà del popolo veneziano. Bene è a dolere che ogni compassione operosa sia morta al mondo e che la virtù non trovi mercè. In altri tempi che ci si appellava barbari a fronte di tanto patire di un popolo generoso, si sarebbero trovate nei potenti delle anime così pie da poter almeno implorare una tregua a così enormi barbarie. Ma all'epoca attuale, appena è se si manifesta un senso di simpatia: freddo sentimento e infecondo, ed ultimo retaggio delle nazioni quando non resta loro altra patria fuori della banca di sconto né altro codice che I'abbaco.
Però, se la virtù è premio a sé medesima, il massimo dei premi si è da noi raggiunto con i presenti sacrifici; e migliore è la sorte a noi immersi nel lutto della patria pericolante che non ai gaudenti del mondo. Per loro è pace il servaggio dei popoli, il sacrificio delle nazioni più degne di libertà; e danno a questo abominio il nome di dura necessità di governo. Per noi è conforto il pensare che pace è solo nella giustizia e che male si edifica sull'abisso; è conforto pensare che ai popoli è redenzione il martirio".

Prima di rassegnarsi a trattare con il nemico, MANIN lasciò passare ancora quattro giorni.
L' 11 agosto scrisse al DE BRUCK annunciandogli di avere avuto pieni poteri e dicendosi disposto a riprendere le trattative "sulle clausole positive di una convenzione che sia conciliabile con l'onore e la salvezza di Venezia".
Aspettando la risposta e poiché temeva che i più violenti tentassero d'imporre la loro volontà di continuare la resistenza; il giorno 13 convocò la Guardia civica in piazza S. Marco per spiegare la propria condotta. Alle quattro legioni schierate parlò con la sua voce chiara e suadente, disse delle benemerenze che la milizia cittadina si era acquistate, del duro incarico che l'Assemblea gli aveva affidato e, poiché non era possibile sostenerlo senza l'appoggio della Guardia, chiese se aveva fede nella sua lealtà. "Sì, si; -viva Manin !" urlarono i militi e il popolo. E il dittatore continuò:

"Codesto amore infinito mi contrista e mi fa sentire più vivamente ancora, se gli è possibile, quanto questo popolo soffra. Voi non potete contare sul mio spirito, sulle mie forze fisiche, morali ed intellettuali; sono poche e scarse. Ma credete sempre al mio amore grande, intimo, immortale. E qualsiasi cosa avvenga, dite: Quest'uomo si è ingannato; non dite mai: quest'uomo ci ha ingannati". La folla urlò appassionatamente: "No ! Mai !"
E il Manin proseguì: "Non ho ingannato mai nessuno, non ho mai dato lusinghe che non avessi, non ho mai detto di sperare…. quando…. io non…. speravo ....".
Le ultime parole furono dette con pause e smozzicate, non potendo più continuare perché la commozione gli faceva nodo alla gola; quelle parole furono le ultime e si ritirò dal balcone.
Il giorno 16 agosto, ricorrendo la festa di S. Rocco alla chiesa dei Frari, il MANIN assistè alla messa invitando i cittadini a pregare per la patria. Quel giorno medesimo giunse l'arrogante risposta del DE BRUCK. Il ministro diceva che:

"...dopo l'ostinata resistenza, non era più il caso di parlare di trattative, ma di resa assoluta, pur tuttavia, per dar prova della generosità del governo austriaco, il RADETZKY confermava le concessioni che aveva accordato con il proclama del 4 maggio".

La lettera del De Bruck diceva inoltre di rivolgersi per l'esecuzione dei patti al generale GORZKOWSKI, nuovo comandante del Corpo d'assedio, ed era accompagnata da un altro proclama del Radetzky, in data del 14 agosto, in cui il maresciallo, annunziando la conclusione della pace tra l'Austria e il Regno di Sardegna, scriveva… l'ultima "doccia fredda" per i Veneziani:
"…con questo avvenimento svaniscono le ultime speranze che alcuni fra voi riponevano in una nuova ripresa delle ostilità".
Daniele Manin per evitare la distruzione totale dell'amata città non esitò. Era necessario capitolare; le condizioni della città erano tali che ancora un giorno d'indugio sarebbe stato fatale a Venezia.

La risorta Repubblica era durata poco più di un anno, la dura resistenza all'assedio cinque mesi. Lo sconforto fu tanto, l'amarezza pure. Tutto era stato inutile. Scoccò l'ultima ora....


" l'ultimo canto, l'ultimo bacio, l'ultimo pianto!"
"Il morbo infuria, il pan ci manca,
"sul ponte sventola bandiera bianca".

scrisse un poeta mirando il ponte con la commissione in marcia per annunciare la resa.
(Vedi in fondo la famosa poesia - l'"Ultima Ora", "Bandiera Bianca").

Il 19 agosto, la commissione, formata dal CAVEDALIS, da DETAICO MEDIN e di NICCOLÒ PRIULI, si recò a Fusina, ma il generale GORZKOWSKI affermò che non aveva ancora ricevuto istruzioni e che lui non avrebbe fatto cessare i bombardamenti se prima non gli giungevano quelle della totale resa. E i cannoni nemici continuarono a lanciare bombe e granate sull'eroica città fino al 22 di agosto. Altri quattro giorni di scempi di palazzi e di tesori d'arte.

Solo quel giorno il GORZKOWSKI fece sapere di avere ricevuto facoltà di trattare e invitò la commissione ad un incontro. La commissione, alla quale, si aggiunsero l'avvocato CALUCCI e il negoziante ANTONINI, si affrettò a recarsi alla villa Papadopoli, quartier generale austriaco, e qui la sera stessa firmò i patti della resa, che furono i seguenti:

1° - La sottomissione avrà luogo secondo i precisi termini del proclama di S. E. il signor Feld-Maresciallo conte Radetzky in data 14 agosto corrente.
2° - La consegna intera di quanto è contemplato dallo stesso proclama seguirà entro giorni quattro, decorribili da quello di dopodomani, nei modi da concertarsi con una commissione militare composta dalle loro Eccellenze il signor generale di Cavalleria cavaliere di Gorzkowski e il signor generale di artiglieria, barone di Hess e del signor colonnello cavaliere Schlitter, aiutante generale di S. E. il Feld-maresciallo conte Radetzky, e il signor cavaliere Schiller, capo dello Stato Maggiore del secondo corpo d'esercito di riserva da una parte, e del signor ingegnere Cavedalis dall'altra, al quale si associerà un ufficiale superiore della marina. Avendo poi i signori deputati veneti esposto la necessità di alcune delucidazioni relativamente alle disposizioni contemplate agli articoli 4 e 5 del precitato proclama, si dichiara che le persone che debbono lasciar Venezia sono principalmente tutti gli II. RR. ufficiali che hanno usato le armi contro il loro legittimo sovrano; in secondo luogo tutti i militari esteri di qualsiasi grado; ed in terzo luogo tutte le persone civili nominate nell'elenco che sarà consegnato ai deputati veneti.
Nella circostanza che attualmente circola esclusivamente in Venezia una massa di carta monetata, di cui non potrebbe essere spogliata la parte più povera della numerosa popolazione senza gravissimi inconvenienti per la sua sussistenza, e nella necessità inoltre di regolare questo oggetto prima dell'ingresso delle II. RR. truppe, resta disposto che la carta monetata che si trova in giro sotto la denominazione di carta comunale, viene ridotta alla metà del suo valore nominale ed avrà corso forzato soltanto in Venezia, Chioggia e negli altri luoghi compresi nell'Estuario per l'accennato diminuito valore, fino a tanto che d'accordo con il municipio veneto sarà ritirata e sostituita, il che dovrà aver luogo in breve spazio di tempo. L'ammortizzazione poi di tal nuova carta dovrà seguire "a tutto peso della città di Venezia" e dell'Estuario suddetto, mediante la già divisata sovrimposta annua di centesimi 25 per ogni lira d'estimo e con quegli altri mezzi sussidiari che gioveranno ad affrettare l'estinzione. In riguardo di questo aggravio non saranno inflitte multe di guerra e si avrà riguardo per quelle che furono già inflitte ad alcuni abitanti di Venezia relativamente ai loro possessi in terraferma. In quanto poi alla carta denominata patriottica, verrà totalmente ritirata dalla circolazione, nonché gli altri titoli di debito pubblico, in progresso alle opportune determinazioni".

Il 24 agosto, il governo provvisorio consegnò i suoi poteri al Municipio, che ratificò i capitoli della resa.
Il 25 agosto, furono occupati dagli Austriaci i Forti di S. Secondo, di S. Giorgio, di S. Angelo e quello della Stazione ferroviaria
Il 27 agosto, furono consegnati l'arsenale e la flotta e partirono per l'esilio DANIELE MANIN, GUGLIELMO PEPE, NICCOLÒ TOMMASEO, e ai quaranta cittadini i cui nomi figuravano nella lista del Gorzkowski, e si aggiunsero tutti quelli che non vollero sopportar la dominazione dell'odiato straniero;
Il 28 agosto, partirono i corpi friulani e del Brenta;
Il 29 agosto, furono occupate Chioggia e Burano;
Il 30 agosto, partirono per mare i Napoletani e fu consegnato il forte di S. Niccolò;
Il 31 agosto, fu consegnato agli austriaci il forte del Lido.
.
Il 27 agosto, gli Austriaci, presero possesso della città, silenziosa, quasi in lutto, e il 30 vi fece il suo ingresso il RADETZKY, il quale assistette ad una Messa solenne celebrata dal Patriarca per ringraziare Iddio di avere restituito Venezia (mezza distrutta) al legittimo sovrano.
Fra migliaia di morti di colera e migliaia di morti sotto le cannonate forse sarebbe stato meglio celebrare un De Profundis, o un Requiem.

Il giorno dopo fu dato il governo civile e militare al generale GORZKOWSKI che si affrettò a mettere la città sotto stato d'assedio.

Così Venezia che, come cantò il poeta, "feroce, altera, Difese intrepida la sua bandiera" dalle "ignomine palle roventi" ebbe troncata la libertà, dal morbo e dalla fame, e ritornò, dopo diciotto mesi di libero governo, sotto la schiavitù austriaca. Ma con la sua eroica difesa dimostrò quanto fosse degna di esser libera a quelle nazioni cosiddette civili, le quali impassibili avevano assistito cinicamente al suo sublime martirio.

Sottoscritta la resa, Venezia dovrà sottomettersi per altri 18 anni di dominio austriaco.

Seguirono infatti le due guerre d'Indipendenza. La Seconda avrebbe potuto liberare il Veneto e Venezia, ma l'armistizio di Villafranca fermò l'esercito che avanzava (ma mica poi tanto!) sulle rive del Mincio; e ancora una volta Venezia fu beffata; e come al solito scambiata come le carte da gioco di una assurda partita giocata dagli imperialisti, uno peggio dell'altro, senza tener conto della volontà delle popolazioni.

La "liberazione" definitiva avvenne pochi anni dopo, nel 1866, con l'annessione al nuovo Regno d'Italia con un plebiscito -fu detto e scritto falsamente- trionfale: 641.758 furono i favorevoli, 69 contrari. Ma la popolazione era di 2.500.000 abitanti, e le schede per le votazioni del Sì e del No erano a voto palese, perché una era bianca e l'altra era nera. E dato che i manifesti, i manifestini e i giornali avevano pubblicato che chi votava no:  "commette un delitto, colla coscienza che grida: traditore della patria!" nessuno dei 641.758 che andarono a votare (dove troneggiava uno di questi manifesti) osò infilare nell'urna la lugubre scheda nera.

( VEDI A PROPOSITO - 1866 LA GRANDE TRUFFA )

 Ritornò la pace, anche perché erano convinti i veneziani che "annessione" significasse autonomia; invece si dovettero inchinare ai Savoia e accettare le sue leggi. (Cavour,  il sogno dell'unità repubblicana di Manin (legata a quella federalista di Cattaneo) l'aveva chiamata "una corbelleria". Cavour aveva solo un'idea: fare un grande servigio al "suo padrone" (salvo pensare che, una volta raggiunto il suo scopo, esautorando il monarca, Re diventava lui. La lite a Villafranca (che leggeremo nel 1859) fu abbastanza eloquente: indignato per aver accettato quell'indegno compromesso, disse al sovrano di andarsene, di abdicare, come aveva fatto suo padre a Novara. "A questo ci devo pensare io, che sono il re", ribattè Vittorio Emanuele. E Cavour sfacciatamente: "Il re? Il vero re in questo momento sono io!". (qualcosa di simile -fare le scarpe al re- accadde anche con Badoglio e re Vittorio Emanuele III, durante il Regno del Sud, nel 1943 - vedi).

Poi venne il '66, e l''unica vera soddisfazione dei veneziani fu quella di gioire solo per la disfatta austriaca. Ma una volta passati al di qua della barricata, si ritrovarono a pagare un prezzo ancora più salato proprio con l'annessione all'Italia.  I Veneti  dimenticati dai Savoia, dai "liberatori", per salvarsi dalla fame dovettero emigrare in massa (1.500.000). Una delle più grandi emigrazioni di tutti i tempi, con la più alta percentuale in assoluto di tutte le regioni italiane.
Ma altri grossi sacrifici attendeva mezzo secolo dopo il Veneto, quando vide divampare nei campi di battaglia per quattro anni, la prima Guerra Mondiale. Dolore, morte e tanta distruzione, peggiore delle altre guerre, quando i bombardamenti aerei si accanirono ancora su Venezia. Giorni tristi, per la Patria, per l'arte, per la civiltà veneta, ma anche per la mondiale (cosiddetta) Umana Civiltà
Bombardare come barbari Venezia fu un delitto alla cultura dell'intera umanità.
Ecco la cartina delle bombe cadute su Venezia. Uno scempio!


Disumana fu anche l'imposizione di dover i Veneti, combattere spesso i propri parenti abitanti in quei territori da diversi secoli uniti alla Repubblica Serenissima.
La stessa cosa era accaduta prima a Peschiera, a San Martino; molti di quei nomi "italiani" che figurano nell'ossario, non sono "italiani" del regno sabaudo, ma sono "italiani" (cioè Veneti) che erano inquadrati nell'esercito austriaco, destinati a battersi contro quelli (fino a Bergamo) che per cinque secoli erano rimasti uniti alla Repubblica Serenissima
Così i marinai nella Battaglia di Lissa, erano Veneti; l'ossatura della marina austriaca, dall'ufficiale fino all'ultimo marinaio erano tutti di Venezia, e perfino il comandante, pur essendo austriaco parlava veneto.
Guido Piovene, il grande intellettuale veneto del novecento, considerava Lissa "l'ultima grande vittoria della marina veneta-adriatica". Ancora oggi a Venezia, molti hanno l'imbarazzo se celebrare quella data, una raggiante grande vittoria come Veneti o mestamente ricordarla come una sonora sconfitta come Italiani.
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La struggente Poesia della "bandiera bianca"
"L'ULTIMA ORA DI VENEZIA" di Arnaldo Fusinato


E' fosco l'aere,
é l'onda muta!...
ed io sul tacito
Veron seduto,
in solitaria
malinconia
ti guardo e lagrimo,
Venezia mia!

Sui rotti nugoli
dell'occidente
il raggio perdesi
del sol morente,
e mesto sibila
per l'aria bruna
l'ultimo gemito
della laguna.

Passa una gondola
della città:
- Ehi, della gondola,
qual novità?
- Il morbo infuria
il pan ci manca,
sul ponte sventola
bandiera banca!

No no, non splendere
su tanti guai,
sole d'Italia,
non splender mai!
E sulla veneta
spenta fortuna
sia eterno il gemito
della laguna.

Venezia! l'ultima
ore é venuta;
illustre martire
tu sei perduta...
Il morbo infuria,
il pan ti manca,
sul ponte sventola
bandiera bianca!


Ma non le ignivome
palle roventi,
né i mille fulmini
su te stridenti,
troncan ai liberi
tuoi dì lo stame...
Viva Venezia!
Muor di fame.

Sulle tue pagine
scolpisci, o Storia,
l'altrui nequizie
e la sua gloria,
e grida ai posteri:
tre volte infame
chi vuol Venezia
morta di fame!

Viva Venezia!
Feroce, altiera
difese intrepida
la sua bandiera:
ma il morbo infuria
il pan le manca...
sul ponte sventola
bandiera bianca!


Ed ora infrangasi
qui sulla pietra
finch' è ancor libera
questa mia cetra;
a Te, Venezia,
l'ultimo canto,
l'ultimo bacio,
l'ultimo pianto!


Ramingo ed esule
sul suol straniero,
vivrai, Venezia,
nel mio pensiero,
vivrai nel tempio
qui del mio core
come l'immagine
del primo amore.

Ma il verbo sibilia
ma l'onda è scura,
ma tutta in gemito
é la natura;
le corde stridono,
la voce manca....
sul ponte sventola
bandiera bianca!

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La poesia ci è stata fornita dal Sig. Ettore Beggiato...

...autore di 1866 LA GRANDE TRUFFA

VEDI ANCHE IL RISORGIMENTO NEL VENETO A VICENZA

CRONOLOGIA STORICA DI VENEZIA - 2000 ANNI

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