anno 1848

A Milano (anno 1998) un convegno di studiosi sugli eventi e i movimenti politici che segnarono un momento storico molto importante per l'Italia

1848- 49: BIENNIO ROVENTE
CHE TRASMISE AL 1900 I GERMI
DEL PENSIERO DITTATORIALE

di CARLO CATTANEO vedi il MEMORIALE (intero e originale, 1849)

di FERRUCCIO GATTUSO

Il biennio 1848-49 fu il punto di arrivo di eventi e riflessioni politiche che la storia cominciò a "incanalare" già dalla fine del secolo diciottesimo, ma indubbiamente, e anzi proprio per questo, deve essere visto anche come il punto di partenza verso una nuova serie di eventi che portarono alla nascita dello Stato Italiano. In quegli anni fu quindi gettato il seme dell'unità italiana, ma fu anche l'occasione in cui affiorarono - estremamente definite nella loro progettualità - ideologie politiche che si sarebbero consolidate negli anni a venire o, dal canto opposto, sarebbero sfiorite a causa della loro "scomodità". Pensieri politici e costituzionali, quest'ultimi, che oggi vengono riscoperti e rivalutati.

Queste e altre riflessioni hanno fatto parte di un convegno tenuto all'Università Statale di Milano nel novembre scorso ("Libertà e Stato nel 1848-49") per iniziativa del Dipartimento Giuridico-Politico della Sezione di Storia delle Dottrine Politiche, Sociali e Istituzionali dell'università Statale di Milano, sotto la direzione scientifica dei professori Ettore A. Albertoni e Franco Livorsi e con il coordinamento operativo dei dottori Marco Bassani e Giorgio La Rosa. 
Il biennio 1848-49 ha infatti rappresentato, in tutta Europa e non solo in Italia, uno degli appuntamenti con la storia fondamentali per lo sviluppo della rivoluzione liberale e democratica che portò alla nascita di nuovi stati e nazioni nel nostro continente. 

Oggi, in un paese come il nostro che - dopo il definitivo crollo di ogni ideologia "messianica" - ama riscoprirsi (almeno a parole) "liberale", queste righe possono fungere da promemoria, per quanto sintetico e superficiale. Quello che fiorì nel 1848 fu un processo rivoluzionario che ebbe diversi fattori scatenanti. Indubbiamente, la depressione economica nata dalla grande carestia del 1846 e la crisi di sovrapproduzione industriale (trasmessa dall'Inghilterra in tutta Europa nell'anno seguente) furono due eventi che contribuirono, dal punto di visita sociale, a rendere esplosiva l'atmosfera nei vari stati e dominî del continente. 
Non c'è altresì dubbio, però, che la vera scintilla che scatenò gli avvenimenti nel biennio 1848-49 fu la questione delle nazionalità. L'assetto delle varie nazionalità europee sancito dal Congresso di Vienna nel 1815 evidenziava crepe che avrebbero portato alla dissoluzione del grande disegno restauratore di Metternich. Gli imperialismi austriaco e russo erano così i primi e più importanti a sentirsi minacciati dal "nuovo vento" rivoluzionario.
Una brezza fatta di prosaiche necessità sociali, ma anche ricca del fascino di idealismi come l'unità e l'indipendenza dei popoli, e sostenuta - come tutte le grandi rivoluzioni della storia - anche da una letteratura entusiasta, in questo caso il Romanticismo. 

Nel 1848-49, in Europa, fioriscono così quattro principali correnti politiche di pensiero: quella democratica repubblicana e socialista (che comunque sarà attraversata da considerevoli sfumature, basti pensare a Mazzini e Cattaneo), quella liberale moderata (che in Italia ebbe il suo più importante rappresentante in Cavour), quella reazionaria e quella socialista rivoluzionaria, dove Marx e Blanqui conservavano le posizioni più influenti. A livello ideologico il pensiero politico che acquista maggiore impatto nella sinistra italiana è quello di Giuseppe Mazzini. 
Il suo messaggio diretto, restio ad ogni compromesso e in un certo senso affascinante per le sue caratteristiche messianiche, si cala alla perfezione in un paese come l'Italia. La centralità della questione nazionale, la necessità che l'unità d'Italia vada perseguita ricorrendo a forze italiane, diffidando per quanto possibile degli aiuti stranieri e - non ultima - la grande capacità organizzativa e di mobilitazione già dimostrata con la clandestina "Giovine Italia", fecero di Mazzini il faro, se così si può dire, dei rivoluzionari nella penisola. L'atteggiamento mazziniano non pregiudiziale, almeno in una cruciale fase rivoluzionaria, nei confronti di un'alleanza di interessi tra repubblicani e monarchici per raggiungere l'Unità, non viene condivisa da Cattaneo, ad esempio, che considera la "soluzione sabauda" e la satelitizzazione intorno al Piemonte degli staterelli italiani un'ipotesi negativa, e addirittura inferiore per utilità storica a quel riformismo asburgico che, in nuce, conservava elementi positivi.

Il disegno centralizzatore sabaudo non poteva che essere rifiutato da chi, come Cattaneo, sognava la realizzazione di una Repubblica federale a metà tra Svizzera e Stati Uniti, votata all'"unità nella diversità" e alla salvaguardia dell'identità dei vari popoli presenti nella penisola. Il pensiero politico di Cattaneo non ebbe fortuna in quegli anni e fu sconfitto. Non è questa la sede per spiegarne le ragioni, ma il fatto che in molti casi la stessa popolazione, tramite il suffragio universale, optasse per la centralista "soluzione sabauda" può far riflettere. 

Il vento della necessità probabilmente non soffiava nelle vele federaliste. Quello che avvenne nel maggio 1848 nel Ducato di Parma, ad esempio, è indicativo. Le insurrezioni di Vienna e Milano di marzo avevano indotto il duca di Parma Carlo II a prevenire qualsiasi sommossa. Fu così presentato un progetto costituzionale per il Ducato, che effettivamente conteneva i germi di un reale liberalismo. Il principato ereditario rimaneva ma i sudditi parmensi acquistavano importanti diritti decisionali e di rappresentanza, soprattutto di controllo sulla gestione amministrativa. La Costituzione non fu mai applicata e l'8 maggio il Governo Provvisorio di Parma indisse libere elezioni che decretarono l'unione con il regno sardo-piemontese. Su 39.703 elettori, ben 37.250 avevano scelto la "soluzione sabauda" rispetto alla possibilità di una considerevole autonomia politica, giudiziaria e amministrativa. 
I liberali moderati, cattolici e laici, attraversano due momenti.
Da un'opzione "confederalistica" (Gioberti e Balbo) che mirava alla realizzazione, appunto, di una confederazione di stati attorno al Vaticano o ai Savoia, si passò al disegno - dimostratosi alla fine vincente - unitario. La concessione dello Statuto da parte del sovrano "ravveduto" (dalla necessità) Carlo Alberto e la comunanza di interessi tra i centralismi mazziniano e sabaudo fa sì che questa scelta trionfi. 
In questo progetto si inserirà con astuzia Cavour. La corrente della destra conservatrice subisce in questo periodo alcune scosse. Accanto alla posizione reazionaria di Metternich e del Congresso di Vienna, viene a crearsi anche
una destra non automaticamente legata al legittimismo monarchico, e che verrà definita "cesaristica" o "bonapartista", pensando alla presidenza di Luigi Napoleone in Francia. Nascono così i germi di un pensiero dittatoriale moderno, che trionferà nel secolo successivo. Un pensiero che non è solo di destra, ma addirittura trionfa a sinistra con l'estremismo socialista rivoluzionario di Marx ed Engels. 

Dopo la delusione del 1848 in Germania Marx aveva abbandonato una posizione che potremmo definire di socialismo ancora democratico, inserito comunque nel contesto liberale occidentale, per passare ad un socialismo rivoluzionario acceso, quello che avrebbe attaccato il "cretinismo parlamentare" e che avrebbe teorizzato la dittatura del proletariato, e la funzione dei comunisti come avanguardia di tutti i movimenti democratici. La soluzione centralista che ebbe in Mazzini e Cavour, da due fronti cioè diversi ma "oggettivamente alleati", le colonne portanti, non fu mai realisticamente insidiata dall'ipotesi autonomista. Eppure in quel pensiero borghese e democratico che fiorì nel 1848 non mancarono contributi teorici in tal senso. Il confederalismo di Vincenzo Gioberti che emerse nell'opera "Del primato morale e civile degli italiani" (1843) gettò le basi di una corrente che venne definita "neoguelfismo". Essa prevedeva la realizzazione di una confederazione di tutti gli stati italiani attorno alla presidenza del Papa. Inizialmente appoggiato da Pio IX, il neoguelfismo non convinse in realtà appieno nemmeno colui che avrebbe dovuto incassarne i maggiori utili politici. Fu così che non venne colta l'opportunità proposta dal "riformismo" giobertiano: la realizzazione di un progetto che avrebbe svincolato il pensiero politico cattolico dal necessario ancoraggio ad una visione conservatrice o, peggio, reazionaria. 

Il "cattolicismo" avrebbe beneficiato così di una modernizzazione politica e culturale, che non avvenne. Il percorso ideologico di Gioberti avrebbe potuto contribuire, se avesse trovato un humus fertile e predisposto, allo sviluppo di un moderatismo cattolico nuovo. Il federalismo del milanese Carlo Cattaneo, invece, aveva una connotazione decisamente laica. Il suo federalismo democratico si contrappose da subito, e dalle stesse posizioni borghesi, al centralismo mazziniano.
Il laicismo e il realismo della sua opera si poneva in netto contrasto contenutistico ma anche formale con il messianesimo mazziniano, con la sua mitologia della nazione, dell'unità. Cattaneo guardava, come già detto, all'esempio svizzero e nordamericano per il futuro dell'Italia; lo studioso lombardo mise da subito in evidenza la netta distinzione tra il principio confederativo da quello federativo auspicato. Nel primo caso, i conflitti di interessi e le disparate volontà di governi e sovrani avrebbe azzoppato un patto confederativo, mentre lo Stato Federale si sarebbe fondato su una ripartizione dei poteri paritaria e a diversi livelli.

Nazionalità e federalismo non andavano quindi in contraddizione tra loro, ma erano complementari. Le comunità nazionali, tutte uguali nei diritti e doveri e perciò libere, avrebbero potuto puntare agli Stati Uniti d'Europa, unite nel collante fondamentale della libertà, e a loro volta, come comunità nazionali, divise in "piccole patrie", istituzioni locali più vicine al cittadino. 
Prima del marzo 1848, Cattaneo aveva avanzato la proposta - in seno all'Impero Asburgico - di creare queste numerose autonomie nazionali e locali. Il suo realismo non poteva non fargli notare, ad esempio, gli indubbi benefici avuti nel Lombardo-Veneto dall'amministrazione austriaca. 
Il 1848 spazzò, sul vento dei sogni risorgimentali, questa ipotesi. 

Dopo i moti del 1820-21 qualcosa cominciò a cambiare qualcosa anche nel Mezzogiorno, dove si sviluppò un dibattito istituzionale intenso. Nel 1831 la sensazione che qualcosa doveva e sarebbe cambiato erano molto forti. Il Regno delle Due Sicilie aveva visto la salita al trono di Ferdinando II, più aperto e tollerante del predecessore Ferdinando I. 

Come conseguenza si ebbe un eccezionale sviluppo intellettuale nel regno, che diede vita ad un acceso dibattito sull'opportunità di un serio cambiamento istituzionale. Veniva consigliato al re di procedere ad urgenti concessioni, per evitare sviluppi rivoluzionari incontrollabili. Il dispotismo avrebbe esasperato la società e l'avrebbe spinta alla ribellione. Intellettuali come Nicola Nicolini auspicavano apertamente concessioni moderate per impedire l'intervento di forze democratiche radicali. Il timore di Ferdinando II di concedere troppo e di perdere il controllo dei cambiamenti lo indusse sulla difensiva. 

Ciò nonostante, nel gennaio 1849 liberali come Carlo Poerio e Mariano D'Ayala riuscirono ad aprire una trattativa con il sovrano per la redazione di una Costituzione. A fine mese una delle figure più legate al vecchio ordine e inviso alla popolazione, il capo della polizia Francesco Del Carretto, veniva rimosso dalla carica e la stessa fine faceva il potente monsignore Coclee, confessore del re. Due giorni dopo un corteo popolare si diresse verso il palazzo reale preceduto dalla bandiera tricolore. Ferdinando II concesse così la redazione di una Costituzione sul modello francese. La Costituzione, cui avrebbe dovuto lavorare il moderato Francesco Paolo Bozzelli puntò a contenere le spinte rivoluzionarie e non volle minare le basi di uno stato forte, e che comunque avrebbe difeso la propria indipendenza da un ipotetico stato italiano. Gli ardori democratici dei mazziniani venivano così neutralizzati. Le critiche alla Costituzione che fu promulgata il 10 febbraio causarono le dimissioni di Bozzelli. Nel mese successivo nacque un nuovo ministero formato da fautori dell'unità italiana come Poerio, Giacomo Savarese e Aurelio Saliceti. Per il mese di aprile vennero fissate le elezioni della Camera dei deputati, che avrebbe dovuto rivedere la Costituzione. A fine aprile le forze conservatrici, contrarie ad uno sviluppo così accelerato, cominciarono a mettersi in moto: ci furono rivolte popolari anti-borghesi e i monarchici approfittavano di ogni divisione tra mazziniani e moderati favorevoli alla Costituzione così com'era.
 Le barricate del mese di maggio furono un'inevitabile conseguenza e le forze reazionarie ebbero buon gioco a neutralizzare i rivoluzionari che, indubbiamente, avevano tentato di forzare la mano al sovrano e di bruciare i tempi.

di FERRUCCIO GATTUSO

Ringraziamo per l'articolo
(concesso gratuitamente) 
il direttore di
 

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