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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1848

PIO IX, LA POLITICA, LE ALLOCUZIONI, I PROCLAMI
( Anno 1848 - Atto Ottavo )

L'ALLOCUZIONE DI PIO IX DEL 29 APRILE 1848 - SUOI EFFETTI - DIMISSIONI DEL MINISTERO
IL PROCLAMA DEL 1° MAGGIO
LETTERA DEL PAPA ALL' IMPERATORE D'AUSTRIA - IL MINISTRO MAMIANI


L'ALLOCUZIONE DI PIO IX DEL 29 APRILE 1848 - SUOI EFFETTI

 

Siamo giunti con il precedente capitolo - con la guerra dichiarata da CARLO ALBERTO all'Austria- alla fase di stallo, dopo le prime operazioni militari.
Lasciamo nel campo di Rivarbella i Piemontesi ad oziare per circa un mese (e ne riparleremo poi nel successivo capitolo - "Dal Mincio al Ticino") e ritorniamo a Carlo Alberto quando - il 24 marzo a Torino prese la decisione di correre in "soccorso" della Lombardia, ma solo dopo che si erano concluse e con successo le "cinque giornate" milanesi.
Iniziò a muoversi il 25 marzo passando il Ticino; il 26 una sua brigata entrava a Milano; il 31 marzo metteva il suo quartier generale a Lodi, e quel giorno stesso lanciò il "Proclama agli italiani della Lombardia, della Venezia, di Piacenza e Reggio".
(vedi (i due proclami originali autografati di CARLO ALBERTO al Popolo Lombardo ) )

Scendendo in campo contro l'Austria, Carlo Alberto aveva pronunciato la frase che rimase celebre: "l'Italia farà da sé". Ma perché facesse da sé, perché in altre parole vincesse la guerra dell'indipendenza senza l'aiuto di potenze straniere, occorreva che tutti gli Stati della penisola mettessero sulla bilancia, senza esitazione e senza limitazione, le loro forze, ed operassero di comune accordo, mettendo da parte le preoccupazioni politiche e mirando solamente allo scopo, che era quello di cacciare lo straniero.

Invece mancava l'accordo; falliva difatti il tentativo di una lega di principi italiani promossa dal Pontefice;

Carlo Alberto non voleva sentir parlare di compensi territoriali agli altri sovrani che intervenivano; Ferdinando II da Napoli più che alla guerra con l'Austria pensava a sottomettere la Sicilia; il governo toscano cercava di mandar meno uomini possibili nel Lombardo-Veneto; il Pontefice non sapeva come conciliare gl'interessi della Chiesa con quelli del potere temporale; tutti i principi della penisola guardavano con diffidenza il re di Sardegna che sospettavano volesse accaparrarsi tutto lui; ed infine nella Lombardia si pensava più a far trionfare la propria opinione politica che le armi italiane, così nel Veneto, dove le armi erano ancora più scarse che a Milano.
Ma è a Milano che dopo il successo -lo abbiamo visto- i contrasti fra le due fazioni iniziarono ad essere all'ordine del giorno.

Contrasti fra gli elementi democratici guidati da CARLO CATTANEO e gli elementi moderati e conservatori guidati dal podestà GABRIO CASATI. Questi ultimi fin dal primo giorno di ribellione, pur con ambizioni d'autonomia tutta lombarda, avevano guardato con favore a ad un intervento delle truppe Piemontesi non tanto per simpatia sul sabaudo Carlo Alberto o perché temevano di non farcela senza l'aiuto dei piemontesi, ma per evitare che la vittoria lombarda andasse verso una rivoluzione e un governo democratico repubblicano, per nulla gradito, anzi considerato -così dirà nel suo proclama a Torino Carlo Alberto- "una catastrofe per il trono in Piemonte e per il rimanente d'Italia".
A loro volta, i democratici, temevano che l'intervento di CARLO ALBERTO avrebbe ridotto la guerra nazionale ad una semplice conquista dinastica e solo per ampliare il proprio regno.

Intanto mentre le polemiche divampavano, si perdeva tempo prezioso in quella guerra che era stata dichiarata, ma non pensata, né coordinata con le forze militari e politiche necessarie per poi vincerla.

Il 25 aprile del 1848, allo scopo di conoscere il pensiero di PIO IX sulla guerra, così gli scrivevano collettivamente i ministri:

"Allorché avvenne l'insurrezione lombarda, ed incominciò la guerra dell'indipendenza italiana, uno spirito ardentissimo di nazionalità si destò in tutta la popolazione dello Stato pontificio pari alle altre della penisola. Fu per tutto un chieder armi, un radunarsi a milizia, un partire al soccorso degli Italiani, che già combattevano contro lo straniero. Frenare questo movimento, anche volendo, sarebbe stato impossibile. Il Governo di Vostra Santità ebbe in mira di regolarlo e dirigerlo; gli diede strumenti, norme, condottiero, e quest'operazione che sembrava sì minaccevole, riuscì in modo mirabile, senza che alcun disordine sia accaduto nello Stato. Fin qui il Governo riuscì a spiegare il fatto in questo modo: che le truppe e le legioni volontarie andavano a guardare i confini pontifici. Ma tale concetto che non assecondava lo spirito pubblico e il sentimento nazionale, doveva essere di sua natura precario, e cadde naturalmente quando, giunto l'esercito ai confini, gli si mandò a dire di non passarli. Cosicché ancora una volta si evitò l'esplicita dichiarazione di guerra, rispondendo, secondo la mente della S. V., che si facessero nella gravità delle circostanze solo ciò che era necessario alla sicurezza e al bene dello Stato. Ma qui è necessario dire realmente che, inviando queste istruzioni ai generali, il ministero non poteva dissimulare a se stesso come ciò equivaleva a non passare il Po e quindi entrare in Lombardia; né poteva dissimularlo al paese, cui comunicava queste notizie; né lo dissimulò alla S. V., poiché sarebbe stato tradire la fiducia, della quale si vedeva onorato.
Ma fin d'allora, e più volte in seguito, i sottoscritti hanno indirizzato ora singolarmente, ora per mezzo del presidente del Consiglio, le più vive preghiere alla S. V. affinché si degnasse di dichiarare in modo più preciso i suoi pensieri intorno alla guerra e determinare le norme politiche da seguirsi. Tale dichiarazione ora la riteniamo necessaria, se si considerano la tranquillità del paese, la dignità del Governo, e le attuali condizioni del ministero e dell'esercito. Da questo supremo atto dipende in gran parte l'avvenire dello Stato e quello d'Italia".

Per tutta risposta Pio IX, quattro giorni dopo, nel concistoro del 29 aprile, pubblicò la seguente allocuzione che riportiamo tradotta, integralmente e fedelmente come poi fu diffusa:

"Più volte, o venerabili fratelli, noi abbiamo detestato nel nostro consesso l'audacia di alcuni che non avevano dubitato di rivolgere ingiurie a Noi, e perciò a questa Apostolica Sede, dicendo falsamente che Noi abbiamo deviato, e non in un solo punto, dai santissimi istituti dei nostri predecessori e (orribile a dirsi!) dalla dottrina medesima della Chiesa. Veramente né oggi mancano di quelli che così parlano di Noi, quasi fossimo stati principali autori dei pubblici sommovimenti, che negli ultimi tempi sono avvenuti, oltre che in altri luoghi d'Europa, anche in Italia. E specialmente in Austria e in Germania abbiamo saputo essersi sparsa e diffusa fra il popolo la voce che il Romano Pontefice avesse inviato suoi messi, usato altre arti, avesse eccitato i popoli italiani a provocare nuovi mutamenti negli ordini pubblici. Abbiamo saputo altresì che alcuni nemici della religione cattolica hanno colto da ciò occasione per infiammare gli animi dei Tedeschi alla vendetta e staccarli dalla Santa Sede.

"Noi siamo sicuri che le popolazioni della Germania cattolica e i nobilissimi vescovi che la governano aborriscono dalla malvagità di costoro, tuttavia siamo persuasi che è nostro dovere correggere e prevenire l'impressione che potrebbe nascere negli incauti e nei semplici e ribattere la calunnia che ridonda non solo in contumelia della nostra persona, ma anche del supremo apostolato che esercitiamo. E poiché quei medesimi nostri biasimatori, non potendo provare le macchinazioni di cui ci accusano, si sforzano di recare a sospetto quelle cose che noi abbiamo fatto nell'assumere il potere temporale, per stroncare queste calunnie vogliamo oggi spiegare chiaramente ed apertamente nel vostro consesso tutta la ragione di quelle cose.
Come voi sapete, o venerabili fratelli, già fin dagli ultimi tempi di Pio VII, nostro predecessore, i maggiori principi dell'Europa cercarono di indurre l'Apostolica Sede ad introdurre nell'amministrazione civile sistemi più rispondenti ai desideri dei laici. Poi, nel 1831, ribadirono questi voti e consigli con quel famoso Memorandum che gli imperatori d'Austria e Russia e i re di Francia, Inghilterra e Prussia ritennero opportuno mandare e Roma per mezzo dei loro ambasciatori. In quella nota, fra l'altro, si parlava di convocare a Roma una Consulta di tutto lo Stato pontificio e d'instaurare od ampliare la costituzione dei Municipi, d'istituire i consigli provinciali, come pure d'introdurre gli stessi ed altri istituti in tutte le province a comune utilità e di rendere accessibili ai laici tutti quegli uffici che riguardassero o l'amministrazione delle cose pubbliche o l'ordine dei giudizi. E questi due punti singolarmente si proponevano come principi vitali di governo. In altre note di ambasciatori si parlava di dare un più ampio perdono a tutti coloro che si erano levati dalla fede del principe nel dominio pontificio.

"Tutti poi sanno che alcune di queste cose furono attuate da Gregorio XVI, nostro predecessore, e che altre furono promosse negli editti emanati per ordine suo nel 1831. Ma questi benefizi del nostro predecessore non parvero così pienamente rispondere ai voti dei principi né a bastare ad assicurare la pubblica utilità e la tranquillità in tutto lo Stato della Santa Sede. Per la qual cosa Noi, appena dall'imperscrutabile volere di Dio fummo posti sul trono, non eccitati da conforto o consiglio, ma spinti dal nostro singolare affetto verso il popolo sottoposto al temporale dominio ecclesiastico, concedemmo un più largo perdono a coloro che si erano allontanati dalle fedeltà dovuta al Governo pontificio e quindi ci affrettammo a fare alcune cose che avevamo pensato dovessero giovare alla prosperità del popolo. E tutto ciò che operammo all'inizio del nostro pontificato ben si accorda con quello che i principi d'Europa avevano desiderato.
Ma poiché, con l'aiuto di Dio, furono attuati i nostri disegni, i nostri popoli e quelli vicini esultarono di gioia e con pubbliche dimostrazioni ci acclamarono così smodatamente da indurci a provvedere affinché anche in questa eterna città si contenessero entro i giusti limiti i clamori, i plausi e gli assembramenti che con troppo impeto prorompevano.
Tutti inoltre conoscete le parole dell'allocuzione che vi rivolgemmo nel concistoro del 4 ottobre dell'anno scorso con il quale commentammo la benignità e le più amorevoli premure dei principi verso i popoli a loro soggetti ed esortammo i popoli stessi alla fede ed all'obbedienza dovuta ai loro principi. Né trascurammo di ammonire ed esortar tutti efficacissimamente affinché, aderendo fermamente alla dottrina cattolica ed osservando i precetti di Dio e della Chiesa, fossero concordi, tranquilli e caritatevoli con tutti. E deh ! fosse stato in piacer di Dio che il desiderato successo avesse risposto alle nostre voci e ai nostri conforti paterni ! Ma sono chiari a ciascuno i pubblici sommovimenti dei popoli italiani, di cui su abbiamo fatto cenno, come gli altri eventi che, o fuori d'Italia o nella stessa Italia, erano accaduti prima o accaddero dopo.

"Se poi qualcuno volesse pretendere che ciò che benevolmente e benignamente abbiamo fatto all'inizio del nostro pontificato abbia provocato tali eventi, sarebbe in errore perché abbiamo fatto quello che non solo a Noi, ma ai suindicati principi era sembrato opportuno alla prosperità del nostro dominio temporale. Rispetto poi a coloro che nei nostri Stati abusarono dei nostri stessi benefizi, Noi, imitando l'esempio del Divin Principe dei Pastori, perdoniamo loro di cuore e affettuosamente li richiamiamo a più sano consiglio, e a Dio, padre delle misericordie, supplichevolmente chiediamo che allontani con clemenza dal loro capo i flagelli che sovrastano agli ingrati. I popoli tedeschi pertanto non dovrebbero nutrire sdegno verso di Noi se non ci fu possibile frenare l'ardore di quei nostri sudditi che applaudirono agli avvenimenti antiaustriaci dell'Italia settentrionale e, infiammati come gli altri di pari fervore verso la propria nazione, cooperarono con gli altri popoli d'Italia a pro della stessa causa; altri sovrani europei, che dispongono di eserciti più potenti del nostro non hanno potuto di recente frenare l'agitazione dei loro popoli.

"Stando così le cose, Noi, ai nostri soldati mandati al confine pontificio raccomandammo soltanto di difendere l'integrità e la sicurezza dello Stato della Chiesa. Ma se a quel punto, alcuni desideravano che noi assieme con altri popoli e principi d' Italia prendessimo parte alla guerra contro gli Austriaci, giudicammo conveniente palesar chiaro ed apertamente in questa solenne radunanza che ciò è lontano dalle Nostre intenzioni e consigli, essendo Noi, sebbene indegni, facciamo in terra le veci di Colui che è autore di pace e amatore di carità, e secondo l'ufficio del supremo nostro apostolato proseguiamo ed abbracciamo tutte le genti, popoli e nazioni con pari paternale amore. E se non mancano tra i nostri sudditi coloro che si lasciano trarre dall'esempio di altri italiani, Noi potremo contenere codesto ardore.
Qui non possiamo astenerci dal ripudiare al cospetto di tutte le genti i subdoli consigli, palesati eziandio per giornali e per vari opuscoli, da coloro i quali vorrebbero che il Pontefice romano fosse capo e presiedesse a costituire una simile nuova Repubblica degli universi popoli d'Italia. Anzi in quest'occasione ammoniamo e confortiamo gli stessi popoli d' Italia, mossi a ciò dall'amore che loro portiamo, che si guardino attentamente da siffatti astuti consigli e perniciosi alla stessa Italia, e di restare attaccati fermamente ai loro principi, di cui sperimentarono già la benevolenza e non si lascino mai staccare dalla debita osservanza verso di loro.

"Qualora altrimenti lo facessero, non solo verrebbero meno del proprio debito, ma anche avrebbero pericolo che la medesima Italia non si scindesse ogni giorno di più in maggiori discordie ed intestine fazioni. Per quello che a Noi tocca, Noi dichiariamo reiteratamente il Romano Pontefice intendere tutti i pensieri, le cure, gli studi suoi perché il regno di Cristo, che è la Chiesa, prenda ogni giorno maggiori impegni, non perché si allarghino i termini del principato civile, che la Divina Provvidenza volle donare a questa Santa Sede, a sua dignità e per assicurare il libero esercizio dell'apostolato supremo. In grande errore dunque si avvolgono coloro che pensano l'animo nostro poter esser dalla lusinghiera grandezza di un più vasto temporale dominio sedotto a gettarci in mezzo ai tumulti dell'armi.
Questo invece sarebbe giocoso al nostro cuore paterno, se con le opere, con le cure, con gli studi nostri ci fosse dato il modo di estinguere i fomiti delle discordie, a conciliar gli animi che si combattono ed a restituire la pace fra loro. Intanto, mentre con non lieve consolazione dell'animo nostro intendemmo in parecchi luoghi non pure in Italia ma anche fuori, in un così gran movimento delle pubbliche cose, i nostri figli non esser venuti meno della riverenza verso le cose sacre e i ministri del culto; ci dogliamo pure con tutto l'animo che quest'osservanza non sia stata mantenuta in ogni luogo.
Né possiamo trattenerci dal lamentare nel vostro consesso quella funestissima consuetudine, che principalmente imperversa nei nostri tempi, di mettere in luce libelli pestiferi di ogni genere, nei quali si fa fierissima guerra alla santissima nostra Religione e all'onestà dei costumi, o si infiammano le perturbazioni e le discordie cittadine, o si attaccano i beni della Chiesa, o si contestano i suoi sacratissimi diritti, o si diffamano con false accuse gli ottimi uomini. Queste cose, o venerabili fratelli, oggi stimiamo dovervi comunicare. Resta ora che al medesimo tempo, nell'umiltà del nostro cuore offriamo assidue i ferventi preci a Dio Ottimo Massimo, che voglia guardare la sua Santa Chiesa da ogni avversità, e si degni rimirarci e difenderci benignamente da Sion, e rievocare tutti i principi e popoli agli studi della desiderata pace e concordia".

L'impressione prodotta dall'allocuzione fu enorme. Coloro i quali avevano creduto di vedere in Pio IX l'antesignano della riscossa nazionale gridarono ora al "tradimento". A Roma l'agitazione degli animi fu grandissima: chi voleva che si proclamasse decaduto il potere temporale dei Papi e si creasse un governo provvisorio, chi proponeva che si scrivessero a Pio IX rimostranze e petizioni; un battaglione della Guardia civica occupava Castel Sant'Angelo in nome del comune, altri reparti della Guardia chiudevano le porte della città e vi rimanevano a presidiarle; i più arrabbiati infine volevano che si sequestrasse la posta dei cardinali per venire a capo delle presunte loro macchinazioni e, non essendovi riusciti, si posero di guardia delle case dei cardinali più sospetti per impedire questi complotti o che fuggissero.

Né questo fu tutto. I legati di Sardegna e di Toscana presentarono al cardinale ANTONELLI, presidente del Consiglio, una rimostranza collettiva e un'altra ne Presentarono i delegati dei governi della Lombardia, del Veneto e della Sicilia, in cui, fra le altre cose, era detto al Pontefice:

"Come principe italiano voi non potete non concorrere alla guerra italiana, alla quale la voce del popolo, che è voce di Dio, dà il nome santo di Crociata. Né voi vorrete, ora che ne abbiamo l'occasione, ora che il tornare indietro è impossibile, toglierci l'esultanza della concordia e dell'amore, e farci ripiombare nelle discordie e negli odi, e così ritardare il compimento dei decreti della Provvidenza. Il timore delle scissioni con le quali gli ingannatori maligni tentano di agitare la religiosissima anima vostra è ben vano e ingannevole quando Voi, Capo della Chiesa, continuerete ad essere quale siete, Padre dei popoli ed a compiere con coraggio la pubblica missione, alla quale, nuovo Mosè, Vi chiama il Signore per liberare il popolo di Dio dalla crudele tirannia di Faraone. Solo lo scisma potrebbe nascere se alla causa della religione giungessero i perfidi e dividere dalla causa della libertà e della nazionalità"

DIMISSIONI DEL MINISTERO - IL PROCLAMA DEL 1° MAGGIO

A rendere più difficile la situazione del Pontefice giunse una protesta con la quale i ministri RECCHI, SIMONETTI, ALDOBRANDINI, MINGHETTI, PASOLINI, STURBINETTI e GALLETTI accompagnarono la sera stessa del 23 aprile, le proprie dimissioni:

"Beatissimo Padre, la S. V. ha parlato ai suoi cardinali come Pontefice. La S. V. ha però ancora dei ministri, i quali si sono dichiarati responsabili davanti al paese. Dopo la Sua allocuzione, questi hanno subito depositato nelle mani del presidente del Consiglio le loro dimissioni perché la umilii al trono di Vostra Beatitudine. Però, se in questo terribile frangente si volesse cercare un mezzo per conservare la quiete del paese e la sorte delle truppe e dei volontari che sono al di là del Po, i sottoscritti stimano dover loro palesare francamente a V. S. che nella opinione di loro questo mezzo sta: che la S. V. autorizzi i suoi ministri ad assecondare liberamente l'ardore dei suoi sudditi per la causa dell'indipendenza italiana con una nota diretta al Ministero d'Austria in proposito; e porre tutte le truppe sotto il comando del re Carlo Alberto; ad adoperare tutti i mezzi che al suddetto sire stimi essere opportuni".

Credeva il Pontefice di poter far tornare la tranquillità negli animi spiegando ai sudditi la propria condotta con un proclama, il quale, purtroppo, fu pubblicato il 1° maggio con molte sostanziali correzioni dell'Antonelli:

"Quando Iddio - diceva il proclama - con una disposizione mirabile. Ci chiamò a succedere immeritatamente a tanti Sommi Pontefici illustri per santità, per dottrina, per prudenza e per altre virtù, Noi conoscemmo all'istante l'importanza, il sommo peso e le difficoltà gravissime del grande incarico che Dio ci affidava; e alzati a Lui gli sguardi della nostra mente, si sentimmo francamente, scoraggiati ed oppressi, Lo pregammo di assisterci con abbondanza straordinaria di lumi e di grazie di ogni maniera. Non ignoravamo la posizione, sotto tutti i rapporti difficile nella quale Ci trovavamo, per questo fu vero prodigio del Signore se nei primi mesi del pontificato Noi non soccombemmo alla sola considerazione di tali mali, che ci pareva venisse logorandoci sensibilmente la vita. Non bastavano a calmare le nostre apprensioni le dimostrazioni d'affetto che Ci prodigava un popolo che avevamo tutta la ragione di credere affezionato al proprio padre e sovrano; perciò Ci volgemmo con maggiore efficacia ad implorare i soccorsi da Dio per l'intercessione della sua Madre Santissima, dei Santi Apostoli protettori di Roma e degli altri Beati abitatori del Cielo.

" Con queste premesse esaminammo la rettitudine delle nostre intenzioni, e quindi, dopo aver preso i consigli di alcuni e talvolta di tutti i Cardinali nostri fratelli, emanammo tutte quelle disposizioni relative all'ordinamento dello Stato, che a mano a mano sono comparse fin, qui. Furono queste accolte con quel consentimento e quel plauso, che tutti conoscono e che servivano di abbondante compenso al nostro cuore. Intanto sopravvenivano i grandi avvenimenti non solo d'Italia, ma in quasi tutta l'Europa, i quali, riscaldando gli animi, fecero concepire il disegno di formare dell'Italia una nazione più unita e compatta da potersi mettere al livello delle altre. Questo sentimento fece insorgere una parte d'Italia anelante di emanciparsi. Corsero i popoli alle armi e con le armi si stanno ancora misurando i contendenti. Non si resistette una parte dei nostri sudditi dall'accorrere spontaneamente a formare eserciti; ma, organizzati e provvisti di capi, ebbero istruzione di arrestarsi ai confini dello Stato.

" E a queste istruzioni concordavano le spiegazioni che noi demmo ai rappresentanti delle nazioni estere, e persino le più calde esortazioni a quei militi stessi, che a Noi vollero presentarsi prima della loro partenza. Nessuno ignora le parole da Noi pronunziate nell'ultima allocuzione, vale a dire che Noi siamo alieni dal dichiarare una guerra, ma nel tempo stesso Ci protestiamo incapaci di frenare l'ardore di quella parte di sudditi che sono animati dallo stesso spirito di nazionalità degli altri Italiani. E qui non vogliamo tacervi di non aver dimenticato anche in tal circostanza le cure di padre e sovrano, provvedendo nei modi che reputammo più efficaci alla maggiore incolumità possibile di quei figli e sudditi che già si trovano senza nostro volere esposti alle vicende della guerra. Le nostre parole di sopra accennate hanno destato una commozione che minaccia di irrompere ad atti violenti e non rispettando nemmeno le persone, calpestando ogni diritto, tenta (o gran Dio, Ci si gela il cuore nel pronunziarlo-!) di tingere le vie della capitale del mondo cattolico con il sangue di venerande persone, designate vittime innocenti per saziare le volontà sfrenate di chi non vuol ragionare.

" E sarà questo il compenso che si attende un Pontefice sovrano ai moltiplicati tratti dell'amor suo verso il popolo? "Popule, quid feci tibi?" Non si avvedono questi infelici che, oltre l'enorme eccesso del quale si macchierebbero e lo scandalo incalcolabile che darebbero a tutto il mondo, non farebbero che oltraggiare la causa che pretendono di trattare, riempiendo Roma, lo Stato e l'Italia tutta di una serie infinita di mali? E in questo o simili casi (che Dio tenga lontani) potrebbe mai rimanere ozioso nelle nostre mani il potere spirituale che Dio ci ha dato? Conoscano tutta una volta che Noi sentiamo la grandezza della nostra dignità e la forza del nostro potere. Salvate, o Signore, la vostra Roma da tanti mali, illuminate coloro che non vogliono ascoltare la voce del vostro vicario, riconducete tutti a più sani consigli, sicché, obbedienti a chi li governa, passino meno tristi i loro giorni nell'esercizio dei doveri di buoni cristiani, senza di che non si può essere né buoni sudditi né buoni cittadini".

LETTERA DEL PAPA ALL'IMPERATORE D'AUSTRIA

Dopo questo proclama che chiudeva con un finale inopportunamente minaccioso, i ministri, i quali avevano ritirate le dimissioni, tornarono a presentarle e queste furono accettate. L'incarico di costituire il nuovo Ministero fu dato al conte TERENZIO MAMIANI; intanto il Pontefice (il 3 maggio) scriveva all'imperatore d'Austria una lettera con la quale lo esortava a rinunciare al Lombardo-Veneto e la inviava ad Innsbruck per mezzo di monsignor CARLO LUIGI MORICHINI.
(che riportiamo fedelmente)

"Maestà fu sempre consueto che da questa Santa Sede si pronunciasse una parola di pace in mezzo alle guerre che insanguinavano il suolo cristiano; e nell'allocuzione del ventinove del mese decorso, mentre abbiamo detto che rifugge il nostro cuore paterno di dichiarare una guerra, abbiamo espressamente annunciato l'ardente nostro desiderio di contribuire alla pace. Non sia dunque inopportuno alla Maestà Vostra che Noi ci rivolgiamo alla sua pietà e religione, esortandola con paterno affetto a far cessare le sue armi da una guerra, che senza potere riconquistare all'impero gli animi dei Lombardi e dei Veneti, trae con sé la funesta serie di calamità che sogliono accompagnarla e che sono certamente da lei aborrite e detestate. Non sia inopportuno alla generosa nazione tedesca che Noi la invitiamo a deporre gli odi e a convertire in utili relazioni d'amichevole vicinato una dominazione che non sarebbe nobile né felice quando si posasse unicamente sul ferro. Così Noi confidiamo che la nazione stessa onestamente altera della nazionalità propria non metterà l'onor suo in sanguinosi tentativi contro la nazione italiana, metterà piuttosto nel riconoscerla nobilmente per sorella, com'entrambe sono figliuole nostre e al cuor nostro carissime, riducendosi ad abitare ciascuna i naturali confini con onorevoli patti e con la benedizione del Signore. Preghiamo intanto il Datore d'ogni lume e l'Autore d'ogni bene che ispirò la Maestà Vostra di santi consigli, mentre dall'intimo del cuore diamo a lei, a Sua Maestà l'Imperatrice e all'imperiale Famiglia l'apostolica benedizione".

Questa missione del MORICHINI non ebbe successo: l'imperatore da Innsbruk inviò il prelato a Vienna e qui il ministro degli esteri WESSEMBERG lo congedò dicendogli che "...L'Austria possedeva il Lombardo-Veneto per quei medesimi trattati che costituivano la base giuridica del potere temporale della Chiesa".

IL MINISTERO MAMIANI

Mentre il MORICHINI si recava ad Innsbruk, il MAMIANI formava il nuovo ministero. Ma accettando l'incarico, aveva posto come condizione che l'amministrazione degli affari esteri, rispetto agli interessi temporali dello Stato, fosse tolta al Segretario di Stato e data ad un ministro laico e che al ministero fosse permesso di continuare la politica del precedente ministero per ciò che riguardava la causa italiana. Il nuovo ministero fu così composto: alla presidenza e agli affari esteri ecclesiastici il cardinale CIACCHI, agli affari esteri civili il conte GIOVANNI MARCHETTI, all'interno lo stesso MAMIANI, alla Grazia il professor PASQUALE ROSSI, alle Finanze l'avvocato GIUSEPPE LUNATI, alla Guerra il principe FILIPPO DORIA PAMPHILI, all'Agricoltura, Commercio e Lavori Pubblici MARIO MASSIMO duca di Rignano. Rimase alla direzione della polizia l'avvocato GIUSEPPE GALLETTI.

Era, quest'ultimo, un ministero liberale, ma gli era negata ogni libertà d'azione, come dimostrò la smentita papale al programma ministeriale in cui fra l'altro si diceva che si sarebbe fatto ogni sforzo per assicurare il trionfo della causa italiana. Del resto neanche al Papa, dopo l'allocuzione del 29 aprile, rimase alcuna libertà d'azione in fatto di politica e chi ebbe completamente nelle mani le redini dello Stato Pontificio fu il cardinale ANTONELLI.

Durante questi fatti, nel frattempo nel Regno delle Due Sicilie….

L' APERTURA DEL PARLAMENTO SICILIANO
LA GIORNATA DEL 15 MAGGIO A NAPOLI
RICHIAMO DELLE TRUPPE NAPOLETANE DALL'ALTA ITALIA
IL GUGLIELMO PEPE CHE SI RIBELLA E VA ALLA DIFESA DI VENEZIA
LA RIVOLTA CALABRESE

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Fonti, citazioni, e testi
Prof.
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - (i 5 vol.) Nerbini
P.COLLETTA - Storia (Napoleonica) del Reame di Napoli 1734-1825- 1834
A. VANNUCCI - I Martiri della Libertà - Dal 1794 al 1848 - Lemonnier 1848
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (i 33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (i 20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi
+ ALTRI VARI DELLA BIBLIOTECA DELL'AUTORE  

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