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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1849

LA GUERRA DI CARLO ALBERTO - DAL TICINO A MORTARA
( Anno 1849 - Atto Primo )

IL MINISTRO ALFIERI - ALLA RICERCA DI UN GENERALISSIMO - IL GENERALE ALBERTO CHRZANOWSKI - GIUDIZI SULL'ESERCITO SARDO - NUOVO MINISTERO GIOBERTI; SUO PROGRAMMA - IL GOVERNO SARDO E IL PONTEFICE - DIMISSIONI DEL GIOBERTI - IL MINISTERO CHIODO - DENUNZIA DELL'ARMISTIZIO SALASCO - PROCLAMI DEL RADETZKY - LE FORZE DEI DUE ESERCITI; COMANDI, DISLOCAZIONI - I PIEMONTESI PASSANO IL TICINO A BUFFALORA - GLI AUSTRIACI ENTRANO IN PIEMONTE - IL GENERALLE RAMORINO - COMBATTIMENTO DI S. SIRO, DELLA SFORZESCA E DI GAMBOLÒ - BATTAGLIA DI MORTARA
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Con gli ultimi mesi del 1848 e i primi del 1849, a Roma, in Toscana, a Venezia, l'ascesa al potere dei democratici, sembravano aprire inattese prospettive al movimento repubblicano italiano. Ma i dissidi interni non mancarono, le mediazioni (tra Roma e Firenze) furono inutili, non si riuscì a dare al movimento una direzione unitaria, ed alcuni (come Venezia) rifiutarono di partecipare all'Assemblea costituente.
In più, ci fu la fallimentare Campagna Piemontese di Carlo Alberto, la sua uscita di scena, il ritorno degli Austriaci, e come se non bastasse, sconcertando i liberali, compare in Italia anche il "parvenu" francese (così lo chiamavano con disprezzo, alla corte Austriaca e in quella Russa) che da ex rivoluzionario, diventa prima Presidente poi Imperatore e difensore fino al 1870 dello Stato Pontificio, illudendosi sempre di avere il totale consenso dei conservatori e dei cattolici francesi.

Dobbiamo quindi ricominciare dai fatti del Regno Sardo. Tornando a quel famoso giorno 6 agosto del precedente anno, quando il maresciallo RADETZKY, alla testa del suo esercito, entrava a Milano. Il 7 agosto Carlo Alberto l'aveva lasciata, e raggiungeva a Vigevano e qui riceveva i ministri CASATI e GIOBERTI, andati da lui per persuaderlo a continuare la guerra fidando nell'imminente arrivo degli aiuti francesi. Ma il sovrano confermando l'armistizio, dichiarò che "era necessaria una tregua delle armi se si voleva ricominciare poi la guerra con probabilità di vittoria". I due ministri rassegnarono le dimissioni e così pure i loro colleghi, e il Re le accettò.
Poi il giorno 9 agosto a Milano, il generale piemontese SALASCO, capo dello Stato Maggiore dell'esercito sardo, e il generale HESS, quartier-mastro dell'esercito austriaco, conclusero l'armistizio.
Il 10 agosto CARLO ALBERTO lanciò al popolo il proclama di Vigevano.
Lo aveva concluso con queste parole:
"Ricordo gli evviva con i quali avete salutato il mio nome: essi risuonavano ancora al mio orecchio nel fragore della battaglia. Confidate tranquilli nel vostro re. La causa dell'indipendenza italiana non è ancora perduta".

(sono i fatti già riportati nella precedente puntata, e che qui ora riprendiamo....)

IL MINISTERO ALFIERI - ALLA RICERCA DI UN GENERALE

Dopo le dimissioni del ministero CASATI, come abbiamo letto sopra, rassegnate prima dell'armistizio di Salasco, CARLO ALBERTO affidò l'incarico di comporre il nuovo gabinetto al conte OTTAVIO DI REVEL, ex-ministro delle Finanze, il quale il 19 agosto del 1848 costituì il nuovo ministero sotto la presidenza del marchese CESARE ALFIERI. Ne fecero parte il generale ETTORE PERRONE di S. Martino, PIER DIONIGI PINELLI, VINCENZO MERLO, il di REVEL, PIETRO DI SANTAROSA e il generale FRANZINI, cui, pochi giorni dopo nel dicastero della guerra successe il generale GIUSEPPE DABORMIDA. Altri mutamenti subì in seguito il ministero; l'Alfieri cedette la presidenza al Perrone, il Merlo lasciò l'Istruzione a CARLO BONCOMPAGNI e assunse il portafoglio della Giustizia e dei Culti, il Dabormida fu sostituito da ALFONSO LA MARMORA, e all'Agricoltura e Commercio fu chiamato LUIGI TORELLI.

Il ministero Casati prima di lasciare il governo, aveva inviato a Carlo Alberto la seguente dichiarazione (testo fedele e integrale):

"Il nome di Carlo Alberto era orgoglio per noi tutti, speranza suprema della causa italiana. Ma l'opinione universale, il senno dei savi ed intelligenti deplorava sommessamente sulla fatalità che aveva collocato attorno al trono uomini noti per avversi principi; cortigiani, non soldati, incapaci del maneggio degli affari della guerra, tali in una parola che troppo prevedibili riuscivano quelle prove di sfolgorata inettitudine che le ultime fazioni infelicemente aumentarono. Difatti i movimenti, le condizioni del nemico sempre ignorate, magazzini sforniti e distribuzioni irregolari, ritardate, insufficienti, i soldati più affranti dalle privazioni che dal combattere, sono imprevidenze ed errori che svelano incapacità che quasi giustifica, l'indisciplina e la diffidenza sorta nell'animo di quasi tutti i soldati. Ora senza una severissima inchiesta sulla condotta degli ufficiali superiori, senza un generale cambiamento dei capi, non si può riacquistare la confidenza del soldato, né riordinare l'esercito. L'armistizio del 9 agosto è stato poi il suggello di tutta l'incapacità dimostrata durante la campagna; i patti più duri e vergognosi che ricordi la storia, eccedenti una stipulazione semplicemente militare, e perciò nulli di pieno diritto. Noi abbiamo protestato contro ogni loro effetto per quanto concerne la parte politica. Il presente stato di cose, una pace che pressappoco la sanzionasse non è tollerabile. Dunque riparo al passato, sincera inchiesta e punizione dei capi dell'esercito se rei, solenne dichiarazione che si rinnovi la guerra ad ogni costo, se l'Italia, non è vuota dei barbari."

Il nuovo ministero dichiarò che considerava l'armistizio come un fatto puramente militare, senza conseguenze politiche, che accettava la mediazione della Francia e dell'Inghilterra per una pace onorevole che rispettasse la nazionalità e l'autonomia e che, infine, era pronto a ricominciare la guerra con l'aiuto dei potenti vicini; ma, la maggior parte dei ministri era persuasa che il paese non fosse più in grado di ritentare l'impresa e forse sperava nell'aiuto dell'Inghilterra e della Francia.

Mentre i democratici gridavano al tradimento, invocando provvedimenti per i responsabili e il GIOBERTI sosteneva la necessità della guerra e dell'alleanza italiana e si metteva alla testa della "Società nazionale per la confederazione italiana", il ministero si metteva alacremente all'opera per riordinare l'esercito, come se la guerra, che non voleva, fosse inevitabile e vicina: richiamava alle bandiere amnistiandoli i soldati che si erano allontanati, chiamava sotto le armi altri ventimila uomini, istituiva ampi magazzini, rinnovava il servizio di vettovagliamento e approvvigionava le fortezze.

IL GENERALE ALBERTO CHRZANOWSKI

Né ciò fu tutto: poiché ai generali e allo stesso re si addossava la colpa della sconfitta. Fu mandato ALFONSO LAMARMORA in Francia alla ricerca di un generalissimo; ma né il Bougeaud, né lo Chaugarnier, né il Bedeau, né il Lamoricière, vollero accettare e fu male, perché valevano più dei generali piemontesi. Fu ingaggiato invece il generale polacco ALBERTO CHRZANOWSKI, che aveva combattuto con molto onore nella guerra russo-turca del 1828-29 e in favore della rivoluzione della Polonia nel 1830-31.
A lui fu dato l'incarico di ispezionare le truppe al confine lombardo, di studiare il terreno e di proporre quei lavori di fortificazione che credeva necessari. Il 22 ottobre, essendo stata dato al BAVA il comando supremo, fu affidato al Chrzanowski il comando dello Stato Maggiore e al generale GEROLAMO RAMORINO, il comando della divisione Lombarda (era quello stesso che aveva capitanato la spedizione mazziniana nella Savoia, nel 1834 - e che spesi i soldi, fece poi fallire)

Il 16 ottobre intanto, compiute le elezioni suppletive di trentasei deputati, si era riaperto il parlamento e il 19 il ministro della guerra DABORMIDA, parlando dell'esercito, aveva fatto capire che le truppe erano prive d'istruzione, di disciplina e di spirito combattivo. Il giorno prima il DUCA DI SAVOIA (Vittorio Emanuele) aveva scritto (profeticamente):

"Quando verrà il giorno di marciare, qualche corpo marcerà e verserà sino all'ultima goccia del suo sangue, ma i più, magari intere divisioni, si sbanderanno prima ancora di vedere il nemico. Allora, da lontano gli avvocati grideranno vendetta contro i generali e non penseranno per nulla che proprio essi siano la causa di tutto. Metà dei nostri ufficiali, tirati non so di dove, non sanno neppure salutare, onde i soldati ridono fra di loro e, padroni di fare ciò che vogliono, non si astengono dall'esprimere in pubblico le loro idee. L'indisciplina e la ribellione sono approvate: ecco lo stato del nostro esercito".

Ma i democratici non volevano sentir queste cose. Per loro l'esercito era capacissimo di cacciare gli Austriaci dalla Lombardia e dal Veneto e insistevano, di rifiutare l'armistizio e di riprendere la guerra.

IL NUOVO MINISTERO GIOBERTI - IL MINISTERO CHIODO

Crescendo l'opposizione al ministero, questo il 13 dicembre rassegnò le dimissioni. Carlo Alberto affidò l'incarico di costituire il nuovo gabinetto a VINCENZO GIOBERTI, che era l'idolo dei democratici; questi ebbe la presidenza e gli Esteri, RICCARDO SINEO gli Interni, il generale ETTORE DE SONNAZ la Guerra, URBANO RATTAZZI la Giustizia, VINCENZO RICCI le Finanze, CARLO CADORNA l'Istruzione, DOMENICO BUFFA l'Agricoltura e il Commercio, SEBASTIANO TECCHIO i Lavori Pubblici.
Il ministero entrò in carica il 16 dicembre.

Pronunziando il suo lungo discorso-programma così il GIOBERTI parlava:
(lo riportiamo tutto, fedelmente, integralmente e letteralmente )

"Il patrocinio della nazionalità nostra e lo sviluppo delle istituzioni sono i due capi essenziali e complessivi della nostra politica. La nazionalità italiana versa sopra due cardini, che sono l'indipendenza e l'unione della penisola. L'indipendenza è politica e morale, come quella che da un lato esclude ogni straniero dominio e dall'altro rimuove ogni forestiera influenza che ripugna al patrio decoro. Tali non sono certamente, gli amichevoli influssi e le pacifiche ingerenze di quei potenti esterni che ci sono uniti coi vincoli della simpatia e delle istituzioni; onde senza farne alcun biasimo, ci torna a non piccolo onore; essendo sommamente onorevole, che le nazioni più illustri, s'interessino alle cose nostre. Ma affinché l'opera esterna non pregiudichi alla dignità nazionale egli è mestieri che quella, non si scompagni dal patrio concorso. I vari Stati italiani sono legati tra loro con i nodi più intimi e soavi di fratellanza, poiché compongono una sola patria. Se pertanto nasce in alcuno di loro qualche dissenso tra provincia e provincia o tra il principe e il popolo, a chi meglio sta il proferirsi come pacificatore che agli altri Stati italici ? Siamo grati alle potenze esterne, se anch'esse conferiscono l'opera loro: ma facciamo che il loro zelo non accusi la nostra coscienza. Quanto più i vari domini italiani saranno gelosi custodi e osservatori della comune indipendenza, tanto meno comporteranno che altri l'offendano; e se l'uno o l'altro avrà bisogno d'amichevoli servigi farà sì che a conseguirli con vicenda fraterna non abbia bisogno di cercarli di là dai monti. L'indipendenza italiana non può compiersi senza le armi, quindi a queste rivolgeremo ogni nostra cura. Ma se altri ci chiedessero il tempo preciso in cui le ripiglieremo, non potremmo dargli altra risposta che quella che già demmo a questa medesima Camera. Giacché, interrogati se la guerra era di presente opportuna, non potemmo soddisfare direttamente al quesito: quando a tal effetto è richiesta una minuta e oculata contezza di quanto riguarda i militari apparecchi, e non bastano certi ragguagli generici per formare un fondato giudizio. Ora, entrando in questo punto all'indirizzo della cosa pubblica, non possiamo meglio di allora compiacere ai richiedenti. Ben possiamo assicurarvi sul nostro onore che per accelerare il momento in cui il valore dell'esercito subalpino potrà riprendere la sua riscossa dall'infortunio, useremo ogni energia e sollecitudine; adoperando a tal fine con maschio ardire tutti i mezzi che saranno in nostro potere. Né alla guerra sarà d'indugio o d'ostacolo la mediazione anglo-francese, le cui trattative volgono alla loro fine. Il troncarle nel loro scorcio sarebbe inutile, non pregiudicando in modo alcuno alla libertà delle nostre operazioni, e potrebbe essere dannoso quando fosse interpretato ad ingiuria delle potenze mediatrici. Se la mediazione non può darci quell'assoluta autonomia cui aspiriamo (e noi lo credevamo sin da principio), il non reciderne i nodi, mentre stanno per sciogliersi naturalmente, farà segno dell'alta stima che da noi si porta a due nazioni amiche così nobili e generose, come l'Inghilterra e la Francia. Dalla cui egregia disposizione a nostro riguardo non è rimasto che la mediazione non sia sortito l'intento, se alla loro benevolenza non avessero frapposto invincibile ostacolo la durezza, i ritardi e le arti del nemico. L'unione è l'altra condizione fondamentale della nazionalità italiana. Già quest'unione fu da noi solennemente iniziata quando confermaste il voto libero dei popoli con un decreto del parlamento. Noi applicheremo l'animo a compiere l'impresa vostra, e a far che l'atto magnanimo da voi rogato divenga un fatto durevole e perpetuo. Ci riusciremo? Abbiamo viva speranza, senza la quale non si sarebbe noi accettato il gravissimo incarico. Ma la speranza eziandio più ragionevole non dà assoluta certezza; e noi non dissimuliamo gli impedimenti che possono attraversarsi al nostro disegno. In ogni caso, quando la necessità rendesse vano ogni conato, noi non rinnegheremo mai in ordine al diritto una religione politica che c'è sacra e inviolabile: e non potendo attuarla nel fatto, cederemo il luogo a chi professando una dottrina diversa può rassegnarsi al fatto ineluttabile senza tradire la propria coscienza. Donde, finche terremo il grado di cui il principe ci ha onorati, voi potete essere sicuri che porteremo fiducia di far rivivere l'opera vostra e non dispereremo delle sorti italiche.

Il compimento dell'unione è la confederazione tra i vari Stati della penisola.
Questo patto fraterno non può essere sancito in modo degno e proporzionato alla civiltà presente, se con i governi i popoli non vi concorrono. Noi facciamo plauso di cuore al patrio grido, che sorse in varie parti d'Italia, e abbracciamo volenterosi l'insegna della "Costituente italiana". Attenderemo premurosamente a concertare con Roma e Toscana il modo più acconcio e pronto per convocare una tale assemblea, che, oltre al dotare l'Italia d'unità civile, senza pregiudizio dell'Autonomia dei vari stati centrali e dei loro diritti, renderà agevole sfruttare le forze di tutti a pro del riscatto comune. Lo sviluppo delle nostre istituzioni si fonda principalmente nell'accordo della monarchia costituzionale con gli spiriti democratici. Noi siamo caldi e sinceri patrocinatori del principato civile, non già per istinto di servilismo, per preoccupazione, per consuetudine, per interesse, ma per ragione,
ci gloriamo di seguire in questo le orme del principe, il quale avendo con esempio rarissimo nelle storie assentito spontaneamente alla libertà dei suoi popoli, sovrasta talmente ai volgari affetti che l'animo suo è disposto ad ogni grandezza di sacrificio. Che se egli tuttavia ci commette di tutelare la corona e la monarchia, lo fa persuaso che il principato è necessario al bene dell'Italia. Questa professione politica è altresì la nostra, essendo profondamente convinti, che sola la monarchia costituzionale può dare alla patria nostra unità, forza e potenza contro i disordini interni e gli assalti stranieri.
Ma la monarchia sequestrata dal genio popolare non risponde e ai bisogni e ai desideri che oggi spronano ed infiammano le nazioni. Perciò, noi accogliamo volentieri il voto espresso da molti di un "ministero democratico" e faremo ogni opera per metterlo in essere. Saremo democratici, occupandoci specialmente delle classi faticanti e infelici e facendo opere efficaci per proteggere, istruire, migliorare, ingentilire la povera plebe, innalzandola a stato e dignità di popolo. Saremo democratici, serbando rigidamente inviolata ugualità di tutti i cittadini al cospetto della legge comune. Saremo democratici, procurando con vigilante sollecitudine gli interessi delle province, e guardandoci in postergargli con parzialità ingiusta a quelli della metropoli. Saremo democratici, corredando il principato d'istituzioni popolane e accordando con gli spiriti di queste i civili provvedimenti e in specie quelli che riguardano la pubblica sicurezza, la costituzione del municipio e il palladio loro, cioè la guardia nazionale. La democrazia, considerata in questi termini, non può sbigottire e non deve ingelosire nessuno. Essa è la sola che risponde al suo nome e sia veramente degna del popolo, come quella che virtuosa, generosa, amica dell'ordine, della proprietà, del trono, è aliena dalla licenza, dalle violenze, dal sangue, e non che ripulsare quelle classi che in addietro si chiamavano privilegiate, stende loro amica la mano e le invita a congiungersi seco nella santa opera di salvare e felicitare la patria.
Il carattere più specifico di questa democrazia in ciò risiede che essa è sommamente conciliativa; e a noi gode l'animo di poter con l'idea di conciliazione chiudere il nostro discorso. Noi vi abbiamo esposto candidamente i nostri principi, ma questi non potranno fruttare e trapassare dal mondo delle idee in quello della pratica senza l'efficace concorso della nazione e di quelli che la rappresentano ....".

(Possiamo qui notare (perso il controllo del movimento per l'indipendenza e l'unità nazionale) che le rivendicazioni patriottiche stanno ora fondendosi con le rivendicazioni di carattere sociale, e che i democratici, ma anche i moderati si stanno assumendo il compito di dare un preciso indirizzo politico alle istanze di operai, artigiani, piccoli commercianti colpiti dalla crisi economica. I democratici tentano di realizzare una politica a favore dei ceti popolari urbani che costituivano la base sociale del movimento. Questo sta avvenendo a Milano, in Lombardia, ma anche nella Repubblica Romana, in Toscana, a Venezia e in altre città. Purtroppo sono solo idee, che partoriscono anche progetti, ma che in concreto non realizzeranno nulla. E per un motivo: che nel progettare si perde tempo, e che il popolo oltre a non essere maturo (e proprio per questo) non crede alle utopie, anzi teme il peggio.

Il nuovo ministero, postosi all'opera, mandò a Genova il ministro DOMENICO BUFFA con l'incarico di far tornare normale la situazione di quella città che era divenuta la rocca forte dei repubblicani; contemporaneamente mandò a Gaeta il marchese di MONTEZEMOLO e monsignor RICCARDI, vescovo di Savona, i quali, ricevuti il 28 dicembre dal Papa, gli offrirono a nome del governo sardo sicuro asilo a Nizza e qualsiasi aiuto morale e materiale occorrente per il suo ritorno a Roma e, avendo il Pontefice declinato l'offerta, dicendo di essersi rivolto per consigli alle potenze estere, cercarono di mostrargli i danni che a lui e all'Italia causerebbero un intervento straniero.
Ma PIO IX fu irremovibile e non dissimulò la sua diffidenza verso il Piemonte ricordando che appunto là si erano riscontrate le più gravi difficoltà per concludere la confederazione italiana.
Il GIOBERTI, che, mentre voleva cacciati gli Austriaci, cercava di fare ottenere al Piemonte il primato sull'Italia, anche portando le armi sarde a sostegno dei principi in lotta con i partiti estremi, non abbandonò la partita e mandò a Gaeta come ambasciatore il conte ENRICO MARTINI affinché dimostrasse al Papa il "dovere che come principe italiano, doveva servirsi di armi nazionali per ritornare sul trono".
Ma Pio IX si rifiutò di ricevere il Martini nella veste di legato ufficiale, ma ricevutolo come privato il 12 gennaio del 1849, si lagnò che "...il governo sardo mantenesse relazioni ufficiose con i "ribelli" di Roma (l'Antonelli senza mezzi termini li chiamava "assassini") e dichiarò che poca o nessuna fiducia aveva nei governi italiani, e che come Capo del Cattolicesimo non l'aiuto del solo Piemonte doveva invocare ma quello di tutti i cattolici".

Merita di essere riferite le ultime frasi di una lettera che in data del 16 gennaio il Gioberti scrisse al Martini:

"Poiché l'offerta della mediazione non piace al governo pontificale, S. M. la ritira. Veramente S. M. con i suoi ministri non credono che il governo di Roma sia un governo di assassini e che gli spiriti di dissenso si ristringano a pochi, ma egli lascia la decisione di questo punto alla rara perspicacia del cardinale Antonelli. Così pure Egli ritira volentieri l'offerta del sussidio armato quando non piaccia al Pontefice d'accettarlo. Ma egli desidera che si sappia che nell'offrire al Santo Padre la mediazione subalpina, fu guidato da sensi italiani e cattolici. Egli credette che una pacifica e benevola interposizione dovesse meglio gradire al Vicario di Cristo che la via violenta e sanguinosa delle armi, e che l'aiuto di un principe italiano dovesse meglio gradire a Pio IX che il soccorso del tedesco.
Del resto Egli si riporta volentieri anche su questi punti alla patria e religiosa sapienza del cardinale Antonelli. Tali sono i sentimenti precisi di S. M. e del governo piemontese, che Ella si compiacerà di esporre umilmente e ossequiosamente al Santo Padre e con ferma franchezza al cardinale Antonelli. Dica pure con questa misura ad entrambi che il Re di Sardegna e il suo governo non hanno né da pentirsi né da scusarsi di quanto fecero riguardo al Santo Padre, e che dopo l'ambasciata mandata, la mediazione offerta, il presidio esibito, credevano di dover essere trattati diversamente".

Fallita la mediazione offerta al Pontefice e messa da parte l'idea, vagheggiata, di occupare Ancona che poteva essere utile nella guerra contro l'Austria, il GIOBERTI inviò il generale ALFONSO LAMARMORA a Sàrzana con una divisione offrendola a LEOPOLDO II, per rientrare in Firenze. Ma anche quest'offerta, prima accettata, fu, come abbiamo detto altrove, declinata dopo le minacce austriache.

Questa politica tendente a fare intervenire le armi sarde a Roma e in Toscana sia per impedire l'intervento straniero sia per salvare in quei due stati il principato costituzionale, fu la causa della caduta del Gioberti, il quale, combattuto aspramente dai democratici che nelle elezioni del gennaio avevano conquistata la maggioranza al parlamento, e contrastato dai suoi stessi colleghi, presentò, il 21 febbraio, le dimissioni.

Il GIOBERTI fu sostituito nella presidenza del Consiglio dal generale CHIODO, ministro della Guerra; il portafoglio degli Esteri fu dato al marchese VITTORIO COLLI che pochi giorni dopo si dimise ed ebbe come successore l'avvocato DOMENICO DE FERRARI.
Era sfumato intanto il congresso di Bruxelles, chiesto dall'Austria per discutere della pace ed oramai al Piemonte non rimanevano che due vie entrambe difficili: chiedere la pace, che non sarebbe stata certamente onorevole e avrebbe messo lo stato in balia dei rivoluzionari, o denunciare l'armistizio e tentare per la seconda volta la sorte delle armi, come era vivissimo desiderio di Carlo Alberto, amareggiato dalle offese aperte o velate fatte al suo amor proprio e vinto dalla brama intensa di sacrificarsi sul campo dell'onore per l'indipendenza della patria.

Non c'era da scegliere che, quest'ultima via, ma la preparazione per una guerra mancava: la richiesta di aiuti prussiani non aveva dato risultati; la missione del colonnello Monti in Ungheria per stringere accordi con quel paese non aveva concluso niente di preciso; non si era stabilita nessuna convenzione con Roma e la Toscana per avere aiuti e quando si affidò incarico a LORENZO VALERIO di andare a chiederli era troppo tardi. Inoltre LUIGI NAPOLEONE BONAPARTE, presidente della Repubblica Francese, sconsigliava il governo di Torino, per mezzo del PELET e del MERCIER, dal riprendere la guerra e lo stesso faceva l'inglese lord PALMERSTON, il quale per giunta dava già scontata la sconfitta dell'esercito sardo.

DENUNZIA DELL'ARMISTIZIO

Il 12 marzo a mezzogiorno, RAFFAELE CADORNA, primo ufficiale del Ministero della Guerra, recatosi a Milano denunciò l'armistizio. L'atto di denuncia affermava che, mentre
il governo sardo aveva mantenuto fede ai patti dell'armistizio, le autorità austriache li avevano violati. E n'erano prove:
"…la negata restituzione della metà del parco d'assedio di Peschiera; l'occupazione militare e politica dei Ducati; il blocco di Venezia e le crudeltà di ogni specie compiute in cambio della protezione che il Governo imperiale assicurava a tutte le persone e proprietà nei luoghi dall'esercito regio sgombrati".

Il RADETZKY sorrise nel leggere tutte quelle accuse e al maggiore Cadorna disse di prendere atto della lieta novella. Alle accuse sarde l'Austria contrappose da parte sua altre accuse: la permanenza della flotta sarda nell'Adriatico, i sussidi mensili dati alla ribelle Venezia, il riconoscimento quale autorità legale della Consulta lombarda sorta a Torino, l'accoglienza concessa a profughi polacchi e ad emissari ungheresi, ecc.

Alle potenze il governo sardo indirizzò una nota, in cui, esponendo i motivi della ripresa della guerra, si giustificava dicendo magnanimo e generoso proposito quello di un governo e di un popolo:
"….che per rivendicare l'indipendenza nazionale, per liberare dalla più crudele delle oppressioni una parte dei loro fratelli, si deliberano a correre i rischi estremi contro uno dei più potenti stati del mondo"

E terminava esprimendo la fede:
"….di vendicare i dolori della Patria, di affrancare con le armi quanta parte ne fosse in balia, dello straniero, di liberare dalla lunga pressione l'eroica Venezia, di assicurare l'indipendenza italiana".

Il 13 marzo, Carlo Alberto, dopo aver nominato luogotenente generale del regno il principe EUGENIO di Savoia-Carignano, partì per Alessandria; il 14 il ministro dell'interno URBANO RATTAZZI comunicò alla Camera la denuncia dell'armistizio:

"….Il giorno della riscossa è giunto. Io vengo ad annunciarlo a nome del Governo. La vostra benevolenza, i buoni uffici delle potenze mediatrici a nulla valsero finora. Il contegno dell'Austria dimostrò che non si poteva sperare una pace onorevole se questa non era promossa con le armi. Con l'attendere più oltre, noi avremmo distrutte le nostre forze senza più nessuna speranza; le nostre finanze si sarebbero maggiormente impoverite, il nostro esercito, ora pronto e fiorente, si sarebbe indebolito, l'ardore che oggi lo anima a combattere per il Re e per la Patria sarebbe scemato se più a lungo fosse stato costretto a rimanersene inoperoso. Non dissimulammo i pericoli della lotta che si sta per ripigliare; non dissimulammo i mali ché sono una trista ed inevitabile conseguenza; ma fra questa, e l'onta di una pace ignominiosa, che non assicurasse l'indipendenza italiana, il Governo del Re non doveva esitare".

PROCLAMA DEL RADETZKY

Come di solito avviene in tutte le guerre, non mancarono i proclami.
In uno all'esercito il Radetzky fra l'altro diceva:

"Il nemico stende un'altra volta la mano sulla corona d'Italia; ma sappia che, nulla, in sei mesi ha alterato la vostra fedeltà, il vostro valore, il vostro amore per il vostro imperatore e re. Allorché voi usciste dalle porte di Verona, e correndo di vittoria in vittoria, ricacciaste il nemico dentro i suoi confini, gli accordaste, generosi, un armistizio; e sembrava ci volesse proporre pratiche di pace; così disse, ma si armava invece per una nuova guerra. Ebbene, dunque, anche noi siamo armati, e la pace che da generosi offrimmo la conseguiremo di forza nella sua capitale. Soldati ! Breve sarà la lotta. Lui è quello stesso nemico che voi vinceste a Santa Lucia, a Sommacampagna, a Custoza, a Volta e davanti alle porte di Milano.
Dio è con noi, giacché giusta è la nostra causa. Su dunque, soldati, ancora una volta seguite il vostro canuto duce alla battaglia e alla vittoria. Io sarò testimonio delle valorose vostre gesta, e sarà l'ultimo lieto atto della mia lunga vita di soldato, quando nella capitale di uno sleale nemico potrò ornare il petto dei miei prodi commilitoni con il segno del loro valore conquistato con il sangue e con la gloria. Avanti, dunque, o soldati. A Torino sia la nostra parola d'ordine; là faremo ritornare la pace, per la quale combattiamo. Viva l'imperatore ! Viva la patria !".

Radetzky volle lanciare un proclama anche alla popolazione del Regno Sardo:

"Il vostro re, come vi è noto, in onta al diritto delle genti, irrompeva l'anno scorso negli Stati dell'imperatore, mio signore. Le mie vittorie avevano respinto quell'attacco senza
esempio nella storia dei popoli; tuttavia fermai la vittoriosa mia armata alle sponde ,del Ticino. Poteva il vostro re risparmiarvi le devastazioni e gli orrori della guerra, accettando la pace offertagli; invece rinnova le sue ostilità e, trascinato da ambiziose mire, ingiustamente minaccia di nuovo gli Stati del mio imperatore. Egli mi costringe a portare il teatro della guerra sui vostri fecondi campi. Non da me, da lui dovete riconoscere le sciagure che quest'ingiusto attacco attirerà su di voi.
Io entro con la mia armata in Piemonte per ridonare finalmente ai popoli ansiosi la pace e la tranquillità. Non posso risparmiarvi le calamità che si porta dietro la guerra; ma la disciplina della mia armata vi garantisce la sicurezza delle persone e delle proprietà. Non v'immischiate nella lotta delle armate; lasciatene la decisione ai soldati; facendo altrimenti, aggravereste di più le molestie della guerra senza una speranza di successo e togliereste a me la possibilità di rendervele, per quanto sta nelle mie forze, più lievi.
Non vi fu mai più ingiusta guerra di quella che il vostro re mosse contro il mio imperatore e mio signore; non vi fu mai guerra più giusta di quella che, costretto, debbo fare contro di voi. Non mi anima, come Carlo Alberto, lo spirito di conquista; ma vengo a difendere i diritti dell'imperatore mio signore e l'integrità della monarchia che il vostro governo, dopo aver stretto alleanza con la ribellione, slealmente minaccia ". Radeyzky.

Il 20 marzo 1949 a mezzogiorno cominciava lo stato di guerra.
Dalla disfatta di Novara all'abdicazione

 

Anno 1949 - Atto Secondo > > >

 

Fonti, citazioni, e testi
Prof.
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - (i 5 vol.) Nerbini 1930
COMANDINI - L'Italia nei cento anni - Milano 1907
CONTE CORTI La Tragedia di Tre Imperi. Memorie e documenti
del Principe Alessandro D'assia, conservati al Castello di Walchen. 1951
DE VILLEFRANCHE G.M. Pio IX- Bologna 1877
G. BUTTA' - I Borboni di Napoli al cospetto di due secoli.- Napoli 1875
N. NISCO - Ferdinando e il suo regno - Napoli 1884
F. COGNARSCO Vittorio Emanuele II - Utet 1942
PATRUCCO C. Documenti su Garibaldi e la massoneria - Forni 1914
O' CLERY - The making of Italy - Kegan&Trubner, Londra 1892
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (i 33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (i 20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi
STORIA D'ITALIA Cronologica 1815-1890 -De Agostini
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