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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1849

L'ASSEDIO E LA SOFFERTA RESA DI VENEZIA
( Anno 1849 - Atto Quinto )

L'ASSEDIO DI VENEZIA FAZIONI DEL CAVALLINO, DI MESTRE E DI CONCHE - IL RADETZKY INTIMA LA RESA -- SORTITE DELLE TRUPPE VENEZIANE - ABBANDONO DI MARGHERA - MORTE DEL ROSSAROLL
ULTIMI GIORNI DELLA REPUBBLICA VENETA - LA RESA
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L'ASSEDIO DI VENEZIA

( vedi anche "VENEZIA SI RIBELLA: MANIN CAPOPOPOLO)

Dopo la fatidica rivoluzione di Vienna, non solo Milano, con le sue "cinque giornate", non solo Roma e la Toscana, ma anche Venezia e le province venete della terraferma in meno di una settimana si erano scrollate di dosso il giogo austriaco. I fatti li abbiamo già narrati nelle precedenti puntate. La notte dal 22 al 23 marzo del '48 la Guardia civica di Mestre prese possesso della cittadella di Marghera sgombrata dagli Austriaci; il 23 gli abitanti di Chioggia costrinsero il presidio della fortezza a capitolare; Rovigo e Treviso istituirono governi provvisori; il 24 il maresciallo D'ASPRE, per ordine del Radetzky, lasciò Padova con gli ottomila uomini della guarnigione e si rifugiò a Verona; Vicenza e Belluno furono libere il 25. Anche il Friuli si sollevò; la fortezza di Palmanova cadde in potere dei cittadini.
Ma poi abbiamo anche visto che le province venete (Vicenza, Padova, Treviso, Udine, Belluno ecc. mentre Carlo Alberto indugiava a Verona, gli austriaci le avevano nuovamente riconquistate.
A resistere rimase solo Venezia.
All'inizio, si era cercato di riunire in un solo organismo tutte queste città della terraferma, e fu pubblicato a questo scopo anche il proclama (che abbiamo riportato nelle altre pagine).

Purtroppo non si riuscì a raccogliere tutte le forze in un potere centrale, che provvedesse all'offesa e alla difesa e così si lasciò che gli Austriaci riconquistate le città del Veneto, si rinforzassero a Verona, a Legnago e a Peschiera, che con Mantova costituivano il famoso quadrilatero, e dove qui si concentrarono e si organizzarono per tornare in forza all'offensiva contro il sovrano Sabaudo
Gli Austriaci inoltre per l'imprudenza della Commissione municipale di Venezia, riuscirono ad evitare che le loro undici navi da guerra, fornite d'equipaggi italiani, nove non uscissero dal porto di Pola per far causa comune con gli insorti, che riuscirono ad impadronirsi soltanto di due legni. Fu un grave danno perché senza la flotta, l'Austria non avrebbe poi potuto bloccare Venezia e avrebbe sofferto danni incalcolabili se fosse stata bloccata nell'Istria e a Trieste.

Iniziò dunque l'assedio, e quello di Venezia fu veramente memorabile e drammatico. Durò 17 mesi. Attorno, dopo Custoza, dopo l'armistizio, e poi dopo la disfatta di Novara, Venezia oltre ad avere ricevuto poco o quasi nessun aiuto, rimase più sola che mai, dopo la partenza dei pochi soldati e delle navi piemontesi. Ciononostante ai veneziani parve che raddoppiassero le proprie forze con l'entusiasmo e la tenacia nel timore di dover ricadere sotto l'odiato giogo austriaco, che però la mise sotto assedio tagliandole ogni via di comunicazione via terra (come a Mestre) o via mare con le navi.

L' 11 ottobre 1848 -dopo già sette mesi di assedio- riunitasi l'Assemblea, furono confermati i pieni poteri al MANIN, al CAVEDALIS e al GRAZIANI. Dieci giorni dopo si volle far provare al nemico che i Veneziani sapevano non solo difendersi ma anche attaccare; quest'offensiva-impresa fu quella del Cavallino.
Era, questo villaggio, paricolarmente munito, ma vi si poteva accedere per uno stretto argine, dominato dalle batterie nemiche, ed era, fiancheggiato a sinistra da un terreno melmoso e a destra dal canale Pordelio custodito da due battelli armati.
All'alba del 22 ottobre 1848 una colonna di quattrocento "Cacciatori del Sile", comandati dal colonnello GIROLAMO ULLOA, uscì da Treporti e s'incamminò per l'argine, protetta da tre navigli e da due barche cannoniere che avanzavano sul canale nell'ora giusta e con la marea a favore. Giunto il piccolo corpo in vicinanza del Cavallino, i navigli di scorta aprirono il fuoco, quindi i Cacciatori assalirono con determinazione il villaggio e dopo una breve mischia misero in fuga il presidio austriaco, composto di duecentocinquanta soldati, che lasciò sul terreno quindici morti e in potere dei veneziani, oltre la posizione, due pezzi d'artiglieria, due battelli e gran quantità di viveri e di munizioni. Data la considerevole distanza da Treporti, l'Ulloa fece ritorno la sera stessa con il bottino e il giorno dopo in Piazza S. Marco i Cacciatori furono passati in rassegna da GUGLIELMO PEPE e arringati dal p. UGO BASSI.

Ancora più importante fu l'azione fatta su Mestre, che il nemico presidiava con duemilaseicento uomini comandati dal generale MITIS. Tre colonne dovevano attaccare la posizione; quella di destra composta del battaglione dei "Cacciatori delle Alpi", di tre compagnie "Italia libera", di due pezzi d'artiglieria da campagna e di un drappello di cavalieri, in tutto seicentocinquanta uomini al comando dello ZAMBECCARI; quella del centro composta di un battaglione lombardo, da un battaglione piemontese, da una compagnia di volontari romani e due pezzi da campagna: totale novecento uomini agli ordini del MORANDI: quella di sinistra con quattrocentocinquanta "Cacciatori del Sile" comandati dal colonnello D'AMIGO e cinque piccoli navigli armati al comando del capitano BASILISCO.

Quest'ultima colonna doveva forzare l'ala destra austriaca in Fusina, assalire la posizione della Rana e dalla Malcontenta (la Villa) tagliare al nemico la ritirata verso Padova. Ma il 27, giorno dell'azione, il colonnello d'Amigo non riuscì a raggiungere completamente l'obiettivo. Dopo un brevissimo duello di artiglierie la colonna sbarcò a Fusina, che gli Austriaci avevano evacuato, e, divisa in due corpi, marciò per l'argine Sopra-Bondante e per la via della Malcontenta.

Il primo corpo attaccò i duecentocinquanta Croati che presidiavano con due cannoni la Rana e li mise in fuga, il secondo tagliò dalla Malcontenta la ritirata ai fuggiaschi e non pochi furono fatti prigionieri. Verso sera la colonna rientrò a Fusina, rinunciando a congiungersi con le colonne di destra e del centro.
Queste dovettero vincere una resistenza accanita da parte del nemico che occupava posizioni vantaggiose e che fin dalla sera prima era stato dalle spie informato del piano d'attacco dei veneziani. La colonna del centro dopo un terribile scontro con gli austriaci, estromise alla baionetta dalle trincee i difensori; quella di destra, accolta da un fuoco martellante sull'argine, ebbe ragione della difesa mandando ai fianchi e alle spalle degli Austriaci, attraverso la palude, due compagnie.
Superati i trinceramenti, fu attaccato il ponte del canale, difeso da due cannoni e dominato dai tiri dei nemici appostati sulle case vicine e sul campanile. Dopo quattro arditi assalti il ponte fu conquistato; ma le case del paese dovettero essere espugnate ad una ad una; finalmente Mestre cadde tutta in potere dei nostri, i quali, verso sera, rientrarono a Marghera portandosi dietro sei cannoni, munizioni, cavalli, bagagli e 577 prigionieri.

Gli Austriaci lasciarono sul terreno duecento morti e altrettanti feriti, i veneziani ottantasette morti e centosessantatre feriti. Fra questi ultimi degno di nota il poeta ALESSANDRO POERIO, che fu tra i primi a penetrare a Mestre e tra i primi a cader colpito dalla mitraglia ad un ginocchio. Trasportato a Venezia, gli fu amputata la gamba ma morì il 3 novembre e al sacerdote che nel trapasso gli chiedeva se perdonava tutti, rispose che "non odiava nessuno" ma che però "faceva fatica ad amare i nemici d'Italia".

Fra i morti sul campo è doveroso ricordare il tenente OLIVI di Treviso e il sergente d'artiglieria DEMBOWSKI, che pur colpito da una palla, mentre moriva dissanguato seguitava a ordinare il fuoco a destra e a sinistra. Si distinsero: GUGLIELMO PEPE, che dirigeva l'azione e presente sempre nei punti più pericolosi; ricordiamo pure ULLOA, FELICE ORSINI, CATTABENE, NOARO, COSENZ, ROSSAROLL, ASSANTI, CARRANO, BOLDONI, MORANDI, SIRTORI, MEZZACAPO, OLIVA, MAURO, ZAMBECCARI, ROSIELLO, l'aiutante FONTANA, il sergente ORIGI.
Il capitano MIRCOVICH, ferito il porta stendardo, raccoglieva la bandiera e si metteva alla testa dei suoi animandoli oltre che con l'esempio gridando a destra e a manca.
Il GANDINI, conquistato un cannone, vi piantava su la bandiera mentre il nemico, intorno, resisteva ancora. Il P. UGO BASSI si aggirava tra i combattenti con il Crocifisso in mano, soccorrendo i caduti e confortando i moribondi. A questi nomi bisogna aggiungere quelli di due eroici poco più che "ragazzini": G. B. SPECIALI e ANTONIO ZORZI. Il primo, quattordicenne, tamburino di una legione della guardia civile, volle partecipare volontario alla spedizione mettendosi alla testa del battaglione lombardo, accanto ad un altro tamburino e, quando questi cadde, continuò sul tamburo a batter la carica fino a vittoria ottenuta; il secondo, dodicenne, mozzo di una piroga, quando presso la Fusina un proiettile nemico gli spezzò l'asta su cui era la bandiera che finì in mare; si lanciò in acqua tra il fischiar delle palle, afferrò l'insegna e con un'asta improvvisata la inalberò di nuovo.

Alla gioia per la vittoria di Mestre si aggiunse quella suscitata dal ritorno della flotta sarda dell' ALBINI; ma fu una gioia di breve durata, perché le condizioni degli assediati si facevano di giorno in giorno più critiche, e con un inverno alle porte "si cominciava a non aver più fiducia nell'aiuto dell'Inghilterra e della Francia (che stavano a guardare!) ed occorrevano altri sacrifici per continuare la resistenza".
Ai primi di febbraio del 1849, giunse a Venezia, mandato dal GIOBERTI, il generale OLIVIERO per rendersi conto delle forze di cui disponeva la città e per mettersi d'accordo con i Triumviri riguardo alla possibile prossima guerra di Carlo Alberto contro l'Austria (dichiarata poi il 12 marzo).
Il 15 febbraio fu convocata l'Assemblea, che, due giorni dopo, approvando l'opera svolta dal Triumvirato, dichiarò cessata la dittatura, ma conferì provvisoriamente il potere esecutivo allo stesso Triumvirato, affidandogli pieni poteri per quanto riguardava la difesa.
Il 7 marzo l'Assemblea, riunitasi nuovamente, nominò presidente del potere esecutivo il MANIN, il quale confermò nei dicasteri della Guerra e della Marina il CAVEDALIS e il GRAZIANI e chiamò alla Giustizia e agli Interni GIUSEPPE CALUCCI, all'Istruzione GIUSEPPE DE CAMIA e alle Finanze ISACCO PESARO MAUROGONATO.

Il 14 marzo il MANIN ebbe notizia della denunzia dell'armistizio Salasco e il giorno dopo prorogò l'Assemblea che si sciolse al grido non di "pace" ma di "guerra". Guglielmo Pepe, deciso ad uscire dalla città assediata e a congiungersi a Rovigo con una divisione romana che sarebbe partita da Bologna, radunò le sue truppe agli ordini dei generali PAOLUCCI e RIZZARDI e del colonnello BELLUZZI a Marghera, a Chioggia e a Brondolo e il 22 marzo iniziò le operazioni costringendo alla resa il villaggio di Conche, che poi fu nuovamente perso ma di nuovo ripreso.
Grande entusiasmo regnava in Venezia, ma ben presto subentrò lo sconforto. Il 27 marzo l'HAYNAU, successo al Welden nel comando dell'assedio di Venezia, comunicava al Manin l'esito della battaglia di Novara, e lo invitava a desistere da un'inutile resistenza e "a riconsegnar la città al legittimo sovrano" e aggiungeva che "era ancora possibile con una resa, con una pronta sottomissione e il ritorno al proprio dovere, ottenere delle condizioni vantaggiose, non ottenibili però qualora la città persisteva nella rivoluzione, costringendomi ad estreme misure di rigore, con risultati tristi, che io vorrei risparmiare alla città di Venezia".

Il MANIN convocò l'Assemblea il 2 aprile e questa, sentita la lettura del messaggio dell'Haynau, emanò il famoso decreto che poi, a ricordo, fu inciso in una medaglia con a tergo il verso dantesco "Ogni viltà convien che qui sia morta" :
"L'Assemblea dei rappresentanti dello Stato di Venezia, in nome di Dio e del Popolo, unanimemente decreta Venezia resisterà all'austriaco ad ogni costo. A tale scopo il presidente Manin è investito di poteri illimitati".

Il 2 aprile era il Lunedì Santo, In ogni angolo delle calli e dei campi apparve sui muri, un breve proclama, c'erano due righe soltanto!
"Venezia resisterà all'Austriaco a tutti i costi".
La firma non era necessaria. Tutti sapevano che quell'ordine di resistere ad oltranza era di Manin. E i veneziani non si fecero pregare tanto, si prepararono con tutti i mezzi per difendersi.

Del decreto fu spedita copia all'HAYNAU e dietro richiesta del popolo il governo fece innalzare sul campanile di S. Marco una bandiera rossa, simbolo di ardente fede e di guerra ad oltranza.
Tutto il mese di aprile fu impiegato dagli assediati in opere di difesa, dagli assedianti a restringere il blocco e a preparare i lavori per i definitivi assalti.
Il 4 maggio giunse al campo dell'esercito austriaco, che oramai era forte di trentamila uomini ed era fornito di numerose e potenti artiglierie d'assedio, il vegliardo 84enne maresciallo RADETZKY con tre arciduchi - i due figli dell'ex-vicerè di Milano e l'arciduca GUGLIELMO.
Gli Austriaci iniziarono le ostilità, con un terribile bombardamento contro il forte di Marghera, a due chilometri da Mestre, comandato dal colonnello napoletano GIROLAMO ULLOA e difeso da duemilacinquecento uomini. I difensori, non solo sostennero per tutto il giorno con ammirabile coraggio il fuoco, ma con le loro artiglierie, comandate dal maggiore MEZZACAPO, risposero con estrema violenza, distruggendo diverse batterie nemiche e producendo agli Austriaci delle gravissime perdite.
Il giorno 5 maggio, cessato il fuoco, si presentava alla lunetta n.13 un parlamentare austriaco latore di una lettera dell' HAYNAU al comandante di Marghera e di un proclama del RADETZKY in data 4 maggio agli abitanti di Venezia:

"Io oggi non vengo da guerriero e generale felice; io voglio parlarvi da padre. Tra voi è già trascorso un anno intero di trambusti, di moti anarchici e rivoluzionari; e quali ne furono le sinistre conseguenze? Il pubblico tesoro esausto, le sostanze dei privati perdute, la vostra florida città ridotta agli ultimi estremi. Ma ciò non basta. Voi ora, dalle vittorie della mia valorosa armata riportate sopra le truppe vostre alleate, siete ridotti a vedere le numerose mie schiere al punto da assalirvi da ogni parte da terra e da mare, di attaccare i vostri forti, di tagliare le vostre comunicazioni, d'impedirvi ogni mezzo di lasciare Venezia. Voi cosi sarete abbandonati, presto o tardi, alla mercé del vincitore.
Io sono arrivato dal mio quartier generale di Milano a esortarvi per l'ultima volta, se date ascolto alla voce della ragione, con l'ulivo in una mano, ma con la spada nell'altra, pronta ad infliggervi il flagello della guerra fino allo sterminio, se persistete nella via della ribellione, una via che vi farebbe perdere ogni diritto alla clemenza del vostro legittimo sovrano. Io mi fermo vicino a voi, nel quartier generale del corpo d'armata qui stanziato, tutto domani, ed aspetto ventiquattrore, cioè sino alle ore otto di mattina del giorno 6 di maggio, la vostra risposta a questa mia ultima intimazione.
Le condizioni immutabili, che chiedo da voi in nome del mio sovrano, sono le seguenti:
1° - Resa assoluta, piena ed intera.
2° - Consegna immediata di tutti i forti, dell'arsenale e dell'intera città, che saranno occupati dalle mie truppe, alle quali saranno pure da consegnare tutti i bastimenti e legni da guerra in qualunque epoca fabbricati, tutti i pubblici stabilimenti, materiale da guerra e tutti gli oggetti di proprietà del pubblico erario.
3° - Consegna di tutte le armi appartenenti allo Stato oppure ai privati. Accordo però dall'altra parte le concessioni seguenti:
4° - Viene concesso di partire da Venezia a tutte le persone, senza distinzione, che vogliono lasciare la città per la via di terra e di mare nello spazio di quarantotto ore.
5° - Sarà emanato un perdono generale per tutti i sottufficiali e semplici soldati delle truppe di terra e di mare. Dal lato mio cesseranno le ostilità per tutta la giornata di domani sino all'ora sopraindicata; cioè le ore otto di mattina del 6 di maggio".

Il MANIN rispose rimandando il decreto del 2 aprile "della resistenza ad ogni costo" aggiungendo che confidava nella mediazione della Francia e dell'Inghilterra, al che il RADETZKY, sdegnato, scrisse il 6 maggio:
"Sua Maestà, il nostro sovrano, essendo deciso di non permettere mai l'intervento di potenze estere fra lui ed i suoi sudditi ribelli, ogni tale speranza del governo rivoluzionario di Venezia è vana, illusoria e fatta solamente per ingannare i poveri abitanti. Cesso dunque d'ora innanzi ogni ulteriore carteggio e deploro che Venezia subirà la sorte della guerra".

A questo punto, ricominciò a tuonare il cannone dall'una e dall'altra parte e gli Austriaci si misero alacremente al lavoro per ultimare la seconda parallela, molestati notte e giorno dagli Italiani.
Quesi la notte del 9 maggio esegurono una ricognizione offensiva con sei o settecento uomini divisi in due colonne. Una composta di Napoletani, di Lombardi e di Cacciatori del Sile con due pezzi, uscì al comando del COSENZ e del SIRTORI dalla Lunetta n. 12 su per la via ferrata, parte si distese a destra verso la Boa Foscarina per assalire di fianco la trincea nemica, parte proseguì direttamente. L'altra, composta dalla compagnia svizzera e da due compagnie di volontari e di Friulani, uscì fuori comandata dal ROSSAROLL e dal CARRANO dalla lunetta n.13 e avanzò lungo gli argini del canale di Mestre.
Le due colonne avanzarono risolute, e sloggiarono alla baionetta gli Austriaci dalla testa della trincea fin dietro la linea principale e si sostennero sulle posizioni occupate per lo spazio di un'ora dando tempo agli zappatori di distruggere la trincea e d'immettervi le acque del canale.
Il 16 maggio, all' HAYNAU partito per l'Ungheria succedeva il maresciallo THURN. Continuavano intanto i bombardamenti, i lavori di approccio e le sortite.
Il 20 maggio, un distaccamento comandato dall'ufficiale di marina BALDASSEROTTO usciva dal forte dei Treporti, attaccava il nemico alla Piave Vecchia e gli toglieva un centinaio di buoi (che per Venezia che era alla fame da mesi era la cosa più preziosa)

Il 22 maggio, il generale GIORGIO RIZZARDI con milleduecento uomini comandati dai colonnelli ANTONIO MORANDI e PIER FORTUNATO CALVI e dal maggiore MATERAZZO usciva da Brondolo verso Conche e Cavanella e ritornava indietro con trecento bovini, cavalli, maiali, polli, uova e vino. Però, malgrado queste requisizioni, la fame si cominciava a sentire.
Il 24 maggio, essendo stata ultimata la seconda parallela e piazzate diciannove batterie, gli austriaci iniziarono un bombardamento infernale contro il forte di Marghera, che fu continuo senza posa per tre giorni di seguito.
Qui una guarnigione veneta aveva il compito di difendere l'ingresso a Venezia. Ma gli uomini del presidio difensivo, sotto i primi colpi austriaci, furono massacrati. Ma gli altri non cedettero, molti preferirono morire; scelsero di farsi seppellire tra le rovine della fortezza. Anche quando rimasero in pochi, a nessun veneziano gli venne in mente di alzare bandiera bianca.

Ma l' ULLOA, d'accordo con il governo, non essendo possibile resistere oltre, la notte del 26, rese inservibili le artiglierie, abbandonò il forte la cui difesa era costata più di 500 uomini, e si ritirò a Venezia.

Il 27 maggio, gli Austriaci occuparono Marghera e i ridotti Rizzardo, Eau, Manin e Cinque Archi. Anche l'isoletta di S. Giuliano fu occupata da un distaccamento austriaco, ma lo scoppio di una mina, già predisposto dal presidio veneziano, lo distrusse quasi interamente.
Con l'abbandono di Marghera, la difesa veneziana si restrinse dentro i limiti della Laguna e, poiché il punto più esposto era il grandioso ponte della strada ferrata, lungo oltre tre chilometri (dove oggi scorre anche la strada), furono fatti saltare alcuni archi e sulla grande piazza centrale (oggi piazzale Roma) fu posta una batteria, detta di "S. Antonio", di sette pezzi di grosso calibro e di due mortai. Un'altra batteria di tredici pezzi e cinque mortai fu messa nell'isoletta di S. Secondo.

Quattro giorni dopo il ritiro del presidio di Marghera, il MANIN riceveva dal ministro austriaco del Commercio DE BRUCK, uno dei negoziatori della pace con il Regno Sardo, una lettera con la quale gli veniva chiesto su quali basi avrebbe trattato direttamente con l'Austria. Era questo un invito a negoziare e il MANIN, avuta l'autorizzazione dell'assemblea, inviò a Mestre, dov'era il De Bruck, i cittadini POSCOLI e CALUCCI e a Vienna VALENTINO PASINI. I negoziati, sulla base della Costituzione del Lombardo-Veneto in uno stato autonomo costituzionale, durarono tutto il mese di giugno; ma non si concluse nulla.
Intanto era cominciato, il 13 giugno, il cinico bombardamento di Venezia. Prese di mira erano state più di tutte le altre la batteria "S. Antonio" e quella dell'isola di S. Secondo, ma le granate arrivavano (o le facevano arrivare di proposito per demoralizzare i veneziani) fin dentro la città, soprattutto nella contrada Cannaregio.

Il 27 maggio, il tiro di alcune batterie austriache fu concentrato sulla batteria "S. Antonio" e fu così violento che quattro pezzi furono fatti a pezzi, un deposito di munizioni saltato in aria e il colonnello CESARE ROSSAROLL, guerriero audacissimo, ferito mortalmente.
Quel giorno il Rossarol mostrò quanto fosse animato il suo patriottismo, oltre che il suo coraggio.
Agli artiglieri accorsi a prestargli aiuto ordinò di tornare ai pezzi e di corregger la mira di un cannone; al colonnello ENRICO COSENZ mentre moriva gli disse: "…e ti raccomando la mia batteria; quella è la salute di Venezia!"; richiesti i conforti religiosi, disse al sacerdote: "Non ho da perdonare nessuno, poiché non credo di avere altri nemici tranne il re di Napoli e i tedeschi"; al Pepe, che lo chiamò il "Baiardo dell'esercito italiano", esclamò prima di morire: "Non a me, ma all'Italia le vostre cure".

Al Rossaroll successe nel comando della batteria "S. Antonio" il capitano boemo KOLLOSECH, entrato al servizio di Venezia con il nome italianizzato di COLUZZI. Anche lui seguì la sorte dell'eroico colonnello napoletano. Colpito a morte il 5 luglio, di null'altro si dolse che di dover lasciare la patria adottiva e la sua batteria.

Nella notte del 6 al 7 luglio, ottanta volontari austriaci comandati dal capitano BRULL riuscirono a penetrare nella piazza dove era posta la famosa batteria "S. Antonio" e a metter in fuga i soldati addetti ai pezzi. Fu un inutile atto d'audacia pagata a caro prezzo, perché subito i cannoni dell'isola di S. Secondo cominciarono a fulminare quei temerari e poco dopo ENRICO COSENA, tornato con i suoi al contrattacco, ne fece una strage; solo uno si salvò e riuscì a portar la notizia della fallita impresa al proprio campo.

Non potendo espugnare la città attraverso la via del ponte, gli Austriaci escogitarono un mezzo molto bizzarro ma estremamente cinico, che purtroppo farà poi scuola quando si usarono gli aerei) consistente nel bombardamento della città dall'alto con palloni aerostatici carichi di granate e di bombe; ma il risultato fu nullo; allora si cominciò a tirare su Venezia con grossi pezzi da ventiquattro. Il bombardamento, cominciato la notte del 29 luglio, durò quasi ininterrottamente 24 giorni e ben 20.000 proiettili caddero sulla città (che volevano "liberare") producendo danni enormi e facendo scempio di edifici storici, opere d'arte, chiese, ma perdite di uomini pochissime. Questi li volevano solo terrorizzare distruggendo quello che i veneziani avevano di più caro: La Venezia della Serenissima!

Fattosi più rigoroso il blocco da quando gli Austriaci si erano impadroniti di Ancona e rimanendo oziosa la flottiglia veneziana comandata da ACHILLE BUCCHIA, che avrebbe potuto se lo avesse voluto favorire il vettovagliamento di Venezia, la città cominciò a trovarsi in gravi ristrettezze, né bastavano le audaci sortite a procurare sufficiente cibo. Fra queste sortite degna di nota quella operata il 1° agosto dal SIRTORI, che uscito da Brondolo con milleduecento fanti, ventiquattro cavalli e quattro cannoni, ritornò con trecento bovini, vino, farina e una trentina di prigionieri.

Ai mali della guerra e della fame (si era in pieno agosto) si era aggiunto fin da luglio il colera, e come se ciò non bastasse mancava il denaro, scarseggiavano le munizioni, si facevano più frequenti le diserzioni, occulti nemici cercavano di fiaccare la resistenza e di ottenere che il popolo -che era quello che pagava più di tutti) chiedesse la resa. Ma il popolo, sebbene estenuato dalla fame e dalle malattie, non voleva sentir parlare di resa e minacciava di morte chiunque osasse proporla; il popolo voleva la leva in massa mentre i militari più audaci proponevano che si facesse un'estrema sortita di tutte le forze per raccogliere le provviste di guerra e di bocca per un anno: proposte irrealizzabili, che stanno a provare come oramai a Venezia si fosse giunti a tal punto da appigliarsi alle decisioni più disperate proposte da questo o quel partito.
Purtroppo non c'era altra via di salvezza che la resa; erano cadute ad una ad una tutte le illusioni e le speranze: la vittoria austriaca in Ungheria, nessun aiuto della Francia e dell'Inghilterra, la guerra del Regno Sardo finita con una disfatta, tutti gli altri stati di nuovo tornate ad essere austriache o filo-austriache per convenienza o per il terrore. L'intero esercito austriaco del Radetzky, ormai disimpegnato, intergro, pronto a riversarsi su Venezia. Anzi come aveva scritto Radetzky "pronta ad infliggervi il flagello della guerra fino allo sterminio".

Il MANIN, che più di tutti sapeva come stavano le cose, il 5 agosto convocò l'Assemblea in adunanza segreta ed espose crudamente la situazione della città, ma i deputati votarono un'imposta di sei milioni e si pronunziarono per la resistenza. Il Manin tornò il giorno dopo a parlar dell'impossibilità di resistere con speranza di successo:

"Non vi sono - poi concluse - che due modi possibili: o resistere fino all'ultimo pane e fino all'ultimo granello di polvere, o provarsi per tempo a trattar con il nemico. Per il primo è indispensabile che quelli che sono al potere abbiano speranza di buon successo. Sia per la stanchezza, sia per qualunque altro motivo, io ho il doloroso coraggio di dirvi che non ho più alcuna speranza: ma qui sono altri che ne avranno e che potranno governare. Se prevale l'opinione contraria sottostiamo al fato e non diamo alla forza l'apparente sanzione del diritto, sebbene oggi l'Europa non conosca altro diritto internazionale ma solo il diritto del più forte.
Volendo trattare con il nemico, l'Assemblea si proroghi affidando il supremo potere al Municipio. Se ha più forza il primo partito, io propongo che il governo sia affidato a chi crede ancora possibile il buon successo, e metto davanti i nomi di AVESANI, SIRTORI e TOMMASEO, o di Sirtori solo".

Seguì una lunga discussione dopo la quale l'Assemblea deliberò di concentrare tutti i poteri nel MANIN affinché provvedesse liberamente alla salvezza e all'onore di Venezia, riservando a sé stessa la ratifica di ogni decisione politica.
La tragedia di Venezia s'avvicinava a gran passi alla catastrofe.
"Venezia, l'ultima ora è venuta
Illustre martire, tu sei perduta ....

Quella sera stessa il MANIN scrisse nella Gazzetta Ufficiale:
(riportiamo integralmente e fedelmente nella sua sintassi)

"Gli animi si rafforzano nei patimenti. Tutto ci sembra oramai possibile fuorché transigere con l'onore: l'onore deve esser salvo ad ogni costo e sarà, qualunque sia l'avvenire che ci serbano gli avvenimenti. Troppo grande retaggio di gloria legarono a questo popolo i suoi avi perché possa contemplare tranquillo lo straniero - dove un giorno di magnanima ira lo espulse- che si affaccia nuovamente alla soglia della sua casa, per ridurlo ancora una volta al duro servaggio da cui si era liberato. I presenti nostri patimenti hanno consacrato al cospetto delle nazioni la reputazione di intelligenza, di eroismo e di pietà del popolo veneziano. Bene è a dolere che ogni compassione operosa sia morta al mondo e che la virtù non trovi mercè. In altri tempi che ci si appellava barbari a fronte di tanto patire di un popolo generoso, si sarebbero trovate nei potenti delle anime così pie da poter almeno implorare una tregua a così enormi barbarie. Ma all'epoca attuale, appena è se si manifesta un senso di simpatia: freddo sentimento e infecondo, ed ultimo retaggio delle nazioni quando non resta loro altra patria fuori della banca di sconto né altro codice che I'abbaco.
Però, se la virtù è premio a sé medesima, il massimo dei premi si è da noi raggiunto con i presenti sacrifici; e migliore è la sorte a noi immersi nel lutto della patria pericolante che non ai gaudenti del mondo. Per loro è pace il servaggio dei popoli, il sacrificio delle nazioni più degne di libertà; e danno a questo abominio il nome di dura necessità di governo. Per noi è conforto il pensare che pace è solo nella giustizia e che male si edifica sull'abisso; è conforto pensare che ai popoli è redenzione il martirio".

Prima di rassegnarsi a di trattare con il nemico il MANIN lasciò passare ancora quattro giorni.
L' 11 agosto scrisse al DE BRUCK annunciandogli di avere avuto pieni poteri e dicendosi disposto a riprendere le trattative "sulle clausole positive di una convenzione che sia conciliabile con l'onore e la salvezza di Venezia".
Aspettando la risposta e poiché temeva che i più violenti tentassero d'imporre la loro volontà di continuare la resistenza; il giorno 13 convocò la Guardia civica in piazza S. Marco per spiegare la propria condotta. Alle quattro legioni schierate parlò con la sua voce chiara e suadente, disse delle benemerenze che la milizia cittadina si era acquistate, del duro incarico che l'Assemblea gli aveva affidato e, poiché non era possibile sostenerlo senza l'appoggio della Guardia, chiese se aveva fede nella sua lealtà. "Sì, si; -viva Manin !" urlarono i militi e il popolo. E il dittatore continuò:

"Codesto amore infinito mi contrista e mi fa sentire più vivamente ancora, se gli è possibile, quanto questo popolo soffra. Voi non potete contare sul mio spirito, sulle mie forze fisiche, morali ed intellettuali; sono poche e scarse. Ma credete sempre al mio amore grande, intimo, immortale. E qualsiasi cosa avvenga, dite: Quest'uomo si è ingannato; non dite mai: quest'uomo ci ha ingannati". La folla urlò appassionatamente: "No ! Mai !"
E il Manin proseguì: "Non ho ingannato° mai nessuno, non ho mai dato lusinghe che non avessi, non ho mai detto di sperare…. quando…. io non…. speravo ....".
Le ultime parole furono dette con pause e smozzicate, non potendo più continuare perché la commozione gli faceva nodo alla gola; quelle parole furono le ultime e si ritirò dal balcone.
Il giorno 16 agosto, ricorrendo la festa di S. Rocco alla chiesa dei Frari, il MANIN assistè alla messa invitando i cittadini a pregare per la patria. Quel giorno medesimo giunse l'arrogante risposta del DE BRUCK. Il ministro diceva che:
"dopo l'ostinata resistenza, non era più il caso di parlare di trattative, ma di resa assoluta, pur tuttavia, per dar prova della generosità del governo austriaco, il RADETZKY confermava le concessioni che aveva accordato con il proclama del 4 maggio".
La lettera del De Bruck diceva inoltre di rivolgersi per l'esecuzione dei patti al generale GORZKOWSKI, nuovo comandante del Corpo d'assedio, ed era accompagnata da un altro proclama del Radetzky, in data del 14 agosto, in cui il maresciallo, annunziando la conclusione della pace tra l'Austria e il Regno di Sardegna, scriveva… l'ultima "doccia fredda" per i Veneziani:

"…con questo avvenimento svaniscono le ultime speranze che alcuni fra voi riponevano in una nuova ripresa delle ostilità".

Daniele Manin non esitò. Era necessario capitolare; le condizioni della città erano tali che ancora un giorno d'indugio sarebbe stato fatale a Venezia.

"Il morbo infuria, il pan ci manca,
sul ponte sventola bandiera bianca".
scrisse un poeta mirando il ponte con la commissione in marcia per annunciare la resa

Il 19 agosto, la commissione, formata dal CAVEDALIS, da DETAICO MEDIN e di NICCOLÒ PRIULI, si recò a Fusina, ma il generale GORZKOWSKI affermò che non aveva ancora ricevuto istruzioni e che lui non avrebbe fatto cessare i bombardamenti se prima non gli giungevano quelle. E i cannoni nemici continuarono a lanciare bombe e granate sull'eroica città fino al 22 di agosto. Altgri quattro giorni di scempi di palazzi di tesori d'arte.

Solo quel giorno il GORZKOWSKI fece sapere di avere ricevuto facoltà di trattare e invitò la commissione ad un incontro. La commissione, alla quale, si aggiunsero l'avvocato CALUCCI e il negoziante ANTONINI, si affrettò a recarsi alla villa Papadopoli, quartier generale austriaco, e qui la sera stessa firmò i patti della resa, che furono i seguenti:

1° - La sottomissione avrà luogo secondo i precisi termini del proclama di S. E. il signor Feld-Maresciallo conte Radetzky in data 14 agosto corrente.
2° - La consegna intera di quanto è contemplato dallo stesso proclama seguirà entro giorni quattro, decorribili da quello di dopodomani, nei modi da concertarsi con una commissione militare composta dalle loro Eccellenze il signor generale di Cavalleria cavaliere di Gorzkowski e il signor generale di artiglieria, barone di Hess e del signor colonnello cavaliere Schlitter, aiutante generale di S. E. il Feld-maresciallo conte Radetzky, e il signor cavaliere Schiller, capo dello Stato Maggiore del secondo corpo d'esercito di riserva da una parte, e del signor ingegnere Cavedalis dall'altra, al quale si associerà un ufficiale superiore della marina. Avendo poi i signori deputati veneti esposto la necessità di alcune delucidazioni relativamente alle disposizioni contemplate agli articoli 4 e 5 del precitato proclama, si dichiara che le persone che debbono lasciar Venezia sono principalmente tutti gli II. RR. ufficiali che hanno usato le armi contro il loro legittimo sovrano; in secondo luogo tutti i militari esteri di qualsiasi grado; ed in terzo luogo tutte le persone civili nominate nell'elenco che sarà consegnato ai deputati veneti.
Nella circostanza che attualmente circola esclusivamente in Venezia una massa di carta monetata, di cui non potrebbe essere spogliata la parte più povera della numerosa popolazione senza gravissimi inconvenienti per la sua sussistenza, e nella necessità inoltre di regolare questo oggetto prima dell'ingresso delle II. RR. truppe, resta disposto che la carta monetata che si trova in giro sotto la denominazione di carta comunale, viene ridotta alla metà del suo valore nominale ed avrà corso forzato soltanto in Venezia, Chioggia e negli altri luoghi compresi nell'Estuario per l'accennato diminuito valore, fino a tanto che d'accordo con il municipio veneto sarà ritirata e sostituita, il che dovrà aver luogo in breve spazio di tempo. L'ammortizzazione poi di tal nuova carta dovrà seguire "a tutto peso della città di Venezia" e dell'Estuario suddetto, mediante la già divisata sovrimposta annua di centesimi 25 per ogni lira d'estimo e con quegli altri mezzi sussidiari che gioveranno ad affrettare l'estinzione. In riguardo di questo aggravio non saranno inflitte multe di guerra e si avrà riguardo per quelle che furono già inflitte ad alcuni abitanti di Venezia relativamente ai loro possessi in terraferma. In quanto poi alla carta denominata patriottica, verrà totalmente ritirata dalla circolazione, nonché gli altri titoli di debito pubblico, in progresso alle opportune determinazioni".

Il 24 agosto, il governo provvisorio consegnò i suoi poteri al Municipio, che ratificò i capitoli della resa. Quel giorno partirono per la via di Fusina i battaglioni lombardo e veneto.
Il 25 agosto, furono occupati dagli Austriaci i Forti di S. Secondo, di S. Giorgio, di S. Angelo e quello della Stazione ferroviaria
Il 26 agosto, per la via di Mestre partirono i corpi Euganei e del Sile;

Il 27 agosto, furono consegnati l'arsenale e la flotta e partirono per l'esilio DANIELE MANIN, GUGLIELMO PEPE, NICCOLÒ TOMMASEO, e ai quaranta cittadini i cui nomi figuravano nella lista del Gorzkowski, e si aggiunsero tutti quelli che non vollero sopportar la dominazione dell'odiato straniero;
Il 28 agosto, partirono i corpi friulani e del Brenta;
Il 29 agosto, furono occupate Chioggia e Burano;
Il 30 agosto, partirono per mare i Napoletani e fu consegnato il forte di S. Niccolò;
Il 31 agosto, fu consegnato agli austriaci il forte del Lido.
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Il 27 agosto, gli Austriaci, presero possesso della città, silenziosa, quasi in lutto, e il 30 vi fece il suo ingresso il RADETZKY, il quale assistette ad una Messa solenne celebrata dal Patriarca per ringraziare Iddio di avere restituito Venezia (mezza distrutta) al legittimo sovrano.
Fra migliaia di morti di colera e migliaia di morti sotto le cannonate forse sarebbe stato meglio celebrare un De Profundis, o un Requimem.

Il giorno dopo fu dato il governo civile e militare al generale GORZKOWSKI che si affrettò a mettere la città sotto stato d'assedio.

Così Venezia che, come cantò il poeta, "feroce, altera, Difese intrepida la sua bandiera" dalle "ignomine palle roventi" ebbe troncata la libertà, dal morbo e dalla fame, e ritornò, dopo diciotto mesi di libero governo, sotto la schiavitù austriaca. Ma con la sua eroica difesa dimostrò quanto fosse degna di esser libera a quelle nazioni civili, le quali cinicamente impassibili avevano assistito al suo sublime martirio.

Sottoscritta la resa, dovranno passare altri 18 anni di dominio austriaco.
Seguirono le due guerre d'Indipendenza. La Seconda avrebbe potuto liberare il Veneto e Venezia, ma l'armistizio di Villafranca fermò l'esercito che avanzava sulle rive del Mincio (non sconfitto, ma purtroppo carente di strategie e di comando). Come in questo periodo che a Verona i piemontesi, cioè Carlo Alberto, rimasero in stallo, senza iniziative, mentre Radetzky concentrava truppe.
Così, come leggeremo negli anni di quel periodo, anche nella seconda guerra d'indipendenza, ancora una volta Venezia fu sacri8ficata e beffata; e come il solito scambiata come le carte da gioco di un'assurda partita giocata dagli imperialisti, uno peggio dell'altro, senza tener conto della volontà della popolazione.

Dopo Venezia, dopo Roma, dopo Milano, dopo Napoli e altre città
dopo la ritornata arroganza degli austriaci su quasi tutta Italia
percorriamo ora questo periodo di indignata "REAZIONE" della popolazione italiana
il periodo che va dal 1849 al 1854 > > >
anno 1849 - Atto Sesto > > >

 

( vedi anche "VENEZIA SI RIBELLA: MANIN CAPOPOPOLO)

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