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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNI 1852-1885

I PRIMI ANNI DEL COLONIALISMO - L'ITALIA IN AFRICA: ASSAB

I PIONIERI ITALIANI IN AFRICA NEL SECOLO XIX - LA SOCIETA' RUBATTINO ACQUISTA ASSAB - LA STAZIONE GEOGRAFICA DI LET-MAREFIÀ - ECCIDIO DELLA SPEDIZIONE GIULIETTI - IL GOVERNO ITALIA ACQUISTA ASSAB - DISEGNO DI LEGGE SUI PROVVEDIMENTI PER ASSAB - L' ITALIA RIFIUTA DI COOPERARE CON L' INGHILTERRA IN EGITTO - ECCIDIO DELLA SPEDIZIONE BIANCHI - INTERPELLANZE SUL MASSACRO DI BIANCHI E SULLA POLITICA COLONIALE DEL GOVERNO - IL TRATTATO HEWETT - OCCUPAZIONE DI MASSAUA ED ALTRE LOCALITÀ - MISSIONE FERRARI-NERAZZINI - DISCUSSIONE PARLAMETARE SULLA POLITICA AFRICANA - DIMISSIONI DEL MINISTERO - LA MISSIONE POZZOLINI
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( suggeriamo di leggere anche "IL MAR ROSSO, SUEZ, GLI INGLESI" )

ma anche "il 1949, come finì un Impero coloniale"

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I PIONIERI ITALIANI IN AFRICA NEL SECOLO XIX -
ACQUISTO DI ASSAB - ECCIDIO DELLA SPEDIZIONE GIULIETTI -
PROVVEDIMENTI PER ASSAB

 

Il primo uomo di stato italiano che pensò di fornire ai suoi connazionali nuove vie oltre i mari e specie in Africa, fu CAVOUR, che nel 1852 e ancora nel 1857, chiese ai missionari italiani d'Africa di cercare un luogo adatto per stabilirvi una colonia penale, che fosse però "idoneo ad un futuro sviluppo commerciale".
Che cosa aveva in mente Cavour, sappiamo poco. Il savoiardo Padre LEONE DES AVANCHÈRES, vicario di Monsignor Massaia, rispose a Cavour nel 1859 che il degiàc NEGUSSIÈ del Tigrai era disposto a cedere un punto della costa del Mar Rosso. Ma altri avvenimenti di grande importanza si svolgevano allora in Italia e queste trattative furono troncate e dai successori del Conte, idee accantonate o nemmeno più pensate.

Tuttavia prima e dopo questi contatti dello statista piemontese, nella metà del secolo XIX l'attività dei pionieri europei in Africa era intensa, e cospicua era pure quella degli italiani, sia essi missionari sia esploratori. Nel 1850 il missionario FILIPPO da SEGNI si spingeva da Tripoli nel Bornu; nel 1851 GIUSEPPE SAPETO percorreva l'Abissinia settentrionale e GUGLIELMO MASSAIA giungeva a Fadasi e nel Goggiam; nel 1853 il maltese ANDREA DE BONO giungeva oltre le cateratte di Makedongo; l'anno dopo GIOVANNI BELTRAME lo troviamo nei paesi di Fazogl e di Benisangol e il De Bono esplorava l'alto Nilo; nel 1856 ANTONIO BRUN-ROLLET, console sardo a Chartum, risaliva il fiume Bianco fino al lago No e il Bahr-el-Ghazal; dal 1857 al 1860 Leone des Avanchères visitava i paesi dei Galla e dei Somali; nel 1858 MASSAIA si spingeva all'Enarea, al Ghera e nel Caffa; nel 1859 ORAZIO ANTINORI arrivava a Sennar e l'anno seguente visitava il Cordofan mentre GIOVANNI MIANI e il DE BONO toccavano Gondocoro, il paese dei Liria e giungevano fino a Galuffi; dal 1860 al 1861 l'ANTINORI visitava il Cordofan e Gondocoro e risaliva il Bahr-el-Ghazal, mentre il dottor ORI iniziava i suoi viaggi nei distretti del Fiume Azzurro; e tra il 1863 e il 1865 CARLO PIAGGIA visitava il paese dei Niam-Niam.

L'11 aprile del 1867 a Firenze, per iniziativa di CRISTOFORO NEGRI, furono gettate le basi della "Società Geografica Italiana"; due anni dopo si apriva il canale di Suez e, per iniziativa delle camere di commercio italiane, il Governo autorizzava il prof. GIUSEPPE SAPETO ad acquistare dai sultanelli della costa per conto della Società di Navigazione RUBATTINO la baia di Assab, nel Mar Rosso, per stabilirvi una base, cioè un deposito di carbone per i rifornimenti delle navi italiane dirette alle Indie. Intanto la Società Geografica promuoveva una spedizione nel paese dei Bogos, che fu compiuta da ANTINORI, da BECCARI e da ISSEL; e nel marzo del 1875 deliberava una spedizione fino ai laghi Equatoriali.

La spedizione, composta da ANTINORI che la comandava, dall'ing. CHIARINI, dal capitano MARTINI, dal capitano CECCHI e, più tardi, dal conte ANTONELLI, partì dall'Italia nel marzo del 1876. Nel gennaio del 1877, Menelik concesse alla spedizione di usufruire della terra di Let Marefià, nello Scioa, dove fu impiantata una stazione geografica, da dove nel maggio del 1878 partirono CECCHI e CHIARINI, e si spinsero nell'Enarea e a Ghera. Fatti prigionieri e condotti a Cialla, Chiarini vi morì nell'ottobre del 1879; CECCHI, liberato, riuscì a toccare il Caffa, nel settembre del 1880 a unirsi con GUSTAVO BIANCHI e nel marzo del 1881 ritornare a Let Marefià.

Due mesi e mezzo dopo, il 25 gennaio del 1881, il noto viaggiatore italiano GIUSEPPE MARIA GIULIETTI, il tenente di MARINA VINCENZO BIGLIERI e dieci marinai dell'"Ettore Fieramosca", mentre tentavano di collegare Assab con l'Aussa e l'altipiano etiopico, sorpresi in un'imboscata ad una decina di giornate da Beilul, furono massacrati dagli uomini delle tribù Dankali.

La notizia dell'eccidio commosse gli italiani. L'on. MASSARI presentò un'interrogazione sul massacro al ministro degli Esteri, e MANCINI, il 13 giugno, in risposta, tessé un elogio delle vittime, promise un'accurata inchiesta e concluse: "E' inutile che io aggiunga alla Camera l'assicurazione che il Governo non mancherà in questa, come ogni altra occasione, al dovere, che sente vivissimo, di proteggere con l'ombra della sua bandiera e della sua autorità tutti quegli Italiani, i quali per uno scopo scientifico industriale si adoperano a portare lontano e onorato il nome italiano".

L'eccidio della "spedizione GIULIETTI" non fu l'ultima causa che spinse il governo italiano ad acquistare con la convenzione del 10 marzo del 1882, dalla Società Rubattino Assab e le sue immediate adiacenze (la baia). Il 12 giugno del 1882, MANCINI, di concerto con i ministri delle Finanze e dell'Agricoltura, presentò un disegno di legge dal titolo "Provvedimenti per Assab", tendenti a migliorare le condizioni materiali della baia e del possedimento di terraferma e a collegare la colonia agli altri centri commerciali.
Il disegno costava di quattro articoli:
il 1° fissava l'estensione del territorio della colonia che era di 630 kmq (una fascia di circa 20 x 30 km);
il 2° dava facoltà al governo di provvedere con decreti reali o ministeriali all'ordinamento legislativo, amministrativo, giudiziario, economico della colonia stessa, che sarebbe stata sotto la diretta dipendenza del ministero degli Esteri;
i1 3° fissava l'applicazione dei codici e delle leggi italiane agli Italiani del Regno là residenti; rispetto agli indigeni, un cadì avrebbe in nome del re d'Italia amministrato la giustizia secondo la legislazione consuetudinaria locale;
il 4° fissava il pagamento dovuto alla Compagnia Rubattino in tre rate annuali di Lire 138.666,66 ciascuna; proponeva lo stanziamento in apposito capitolo del ministero degli Esteri, nella straordinaria parte, per l'esercizio 1882, di Lire 60.000. Con legge speciale si sarebbe provveduto alla costituzione di un porto e delle altre opere occorrenti nella baia di Assab. Al disegno erano uniti la convenzione del 10 marzo e i contratti tra il rappresentante della Società Rubattino e i venditori del territorio.

Il 19 giugno 1882 alla Camera fu presentata la relazione della convenzione a firma dell'on. PICARDI e nella tornata del 26 giugno cominciò la discussione sul disegno di legge. Intervennero gli onorevoli VOLLARO, MERZARIO, MALDINI, CAVALLETTO, PIEARDI, PARENZO E OLIVA.

L'on. SANT'ONOFRIO, ricordando il massacro della "spedizione Giulietti", espresse l'augurio che il Governo agisse con energia dovunque fossero impegnati la bandiera e l'onore nazionale, soggiungendo che difficilmente le nostre carovane avrebbero potuto penetrare nell'interno per aprirci delle vie di commercio con l'Abissinia e con lo Scioa, se i massacri dei nostri concittadini fossero rimasti impuniti. Il ministro degli Esteri MANCINI rispose che "…se, ad Assab o altrove gli Italiani avessero ricevuto offese e vi fosse stata possibilità di infliggere severa ed esemplare punizione, il Governo non avrebbe mancato al sacro dovere di provvedere alla difesa e al prestigio della sovranità italiana".

In quella stessa seduta fu terminata la discussione degli articoli; il disegno di legge fu approvato il 28 con 147 voti contro 72. Presentato al Senato il 29 giugno, lo approvò senza discussione il 4 luglio con 39 voti contro 32.

L'ITALIA RIFIUTA DI COOPERARE CON
L'INGHILTERRA IN EGITTO

Nello Stesso anno in cui il Governo italiano prendeva ufficialmente possesso di Assab avvenimenti importanti avvenivano in Egitto, dove sotto il "Kedive" TEWFICK, era nato ed aveva preso straordinario sviluppo il partito nazionalista, capitanato da ARABÌ pascià, il quale nel febbraio del 1882 era stato nominato ministro della guerra. La Francia e l'Inghilterra, che, come creditrici dell'Egitto (per il Canale) vi esercitavano un controllo amministrativo e finanziario, preoccupate dal movimento nazionalista, inviarono nel maggio una flotta nelle acque di Alessandria. Il provvedimento risultò utilissimo perché, infatti, l'11 giugno in questa città scoppiò un'insurrezione dei nazionalisti contro gli europei e la squadra inglese bombardò la piazza, cogliendo il pretesto dei lavori di fortificazione che ARABÌ pascià aveva iniziato.
La Francia, temendo complicazioni, non volle nella repressione del movimento egiziano unirsi all'Inghilterra; questa allora invitò l'Italia a cooperare ad un'azione militare in Egitto, ma il governo italiano rifiutò. Avuta notizia di questo rifiuto, FRANCESCO CRISPI, che si trovava a Londra, scrisse al MANCINI in data del 29 luglio: "Sono dolentissimo che hai declinato l'invito che ti fu fatto dall'Inghilterra ad intervenire in Egitto. Voglia Iddio che il tuo rifiuto non sia la causa di nuovi danni all'Italia nel Mediterraneo. Bisognava accettare senza esitazione. Quando Cavour gli fu fatta l'offerta di unirsi alle potenze occidentali per andare in Crimea, non vi pensò un istante. Il Governo del piccolo Piemonte ebbe quel coraggio che oggi manca al Governo d'Italia".

Il rifiuto della Francia e dell'Italia non scoraggiò di certo l'Inghilterra, la quale agì da sola. Il "Kedive" TEWFICK si mise sotto la protezione inglese e destituì da ministro della guerra ARABÌ pascià. Questi si ribellò e tentò di resistere alle truppe britanniche, ma il 13 settembre fu sbaragliato a Tell el-Kebir, fatto prigioniero e deportato all'isola di Ceylon. L'Inghilterra iniziò a "dominare" l'intero Egitto; il Kedive, riempito di sterline e lusso, il suo "servente" esecutore.

La politica estera del governo italiano, specie per quanto riguardava l'Egitto, non poteva che essere disapprovata. Nella seduta del 10 marzo del 1883, SONNINO mosse aspre critiche a MANCINI per avere rifiutato l'offerta dell'Inghilterra. "L'Italia - disse fra l'altro - non può disinteressarsi delle condizioni politiche del Mediterraneo; non può avere le stesse mire, la stessa politica, sia che le si chiudano o no gli sbocchi ai suoi commerci, sia che le si restringa o no il campo all'emigrazione dei suoi lavoranti e alla concorrenza dei suoi industriali, e le si tolga ogni speranza di un grandioso avvenire coloniale. Gli avvenimenti precipitano. La Russia e Austria si danno la mano per avanzarsi, l'una alla riva del Bosforo, l'altra dell'Egeo. Il "leone" inglese ha posato la zampa sull'Egitto, e non saranno le vostre piccole risorse ed innocue punture di spillo che gli faranno chiudere gli artigli. La Francia comanda a Tunisi, e ormai ogni nostra opposizione a quell'occupazione non appare più che una fanciullaggine. Tutti rispettano il Marocco come cosa che tocchi prima o poi alla Spagna. E l'Italia ? Riassume tutta la sua arte di Stato nel motto: "inertia sapientia".

Anche MINGHETTI si lamentò che l'Italia si fosse lasciata sfuggire l'occasione di recuperare in Egitto quell'influenza e quel prestigio che erano richiesti dai suoi interessi; gli onorevoli DI SANT'ONOFRIO, DELVECCHIO, MICELI e SAVINI, invece, si dichiararono contrari alla politica delle "grandi avventure" e sostennero che l'Italia, intervenendo in Egitto avrebbe violentemente negato il principio della sua nazionalità.
Nel rispondere a tutti, MANCINI giustificò il suo rifiuto, sostenendo che "...l'Italia non poteva venir meno al principio del non intervento cui doveva la sua unità, che, dopo l'accettazione della Turchia ad intervenire in Egitto, l'azione italiana e inglese sarebbe stata interpretata come una contraddizione; che una spedizione italiana in Egitto avrebbe trovato contraria l'opinione pubblica del paese e provocato gravi provocazioni internazionali; e che la nazione Italia non avrebbe ricavato da una sua azione armata in Egitto "nessun adeguato vantaggio".

Ma il vero motivo del rifiuto era di ordine finanziario e lo disse pure: "Noi avremmo dovuto - dichiarò Mancini - assoggettare il paese, senza una manifesta necessità, senza la speranza di ottenere proporzionati compensi, ad una spesa ben considerevole. Essa era stata calcolata dal ministro della guerra ad oltre 50 milioni, per soli sei mesi, per l'invio di 20.000 o 25.000 uomini !".

Gli oppositori, i maligni e i retorici nazionalisti del grande Antico Impero, così commentarono: "la grettezza di un Governo, che si voleva gabellare per saggezza, chiudeva all'Italia uno degli sbocchi del Mediterraneo e la rendeva prigioniera in quello stesso mare, che era stato di Roma, e che suo doveva tornare". A pensare e dire le stesse cose, c'era pure Giosuè Carducci, che dimenticato il Risorgimento, tornava al mito di Roma: per riportare le Aquile imperiali in terra d'Africa; "armi, armi, armi, per la sicurezza" E armi, non per difendere, ma per offendere. L'Italia non si difende che offendendo".

ECCIDIO DELLA SPEDIZIONE BIANCHI
INTERPELLANZE SUL MASSACRO DEL BIANCHI
LA POLITICA COLONIALE - OCCUPAZIONE DI MASSAUA
MISSIONE FERRARI-MAZZINI - DISCUSSIONE PARLAMENTARE SULLA POLITICA AFRICANA - DIMISSIONI DEL MINISTERO

Il Governo italiano -non era solo Carducciano- e non voleva la politica delle grandi avventure e si accontentava delle imprese piccine. Di aver messo il piede nella baia di Assab non si era, in verità, scontenti e qualche piccola somma in più di quanto era stato stabilito il Parlamento era disposto a concedere. Intanto si eseguivano nella colonia alcune costruzioni, vi si mandava un ispettore del Genio civile per compilare il progetto di un porto, si negoziava felicemente con una compagnia nazionale di navigazione per ottenere una corrispondenza mensile in certe stazioni e quindicinale in altre, tra Assab, Aden e l'Italia; s'inviavano missioni diplomatiche al re d'Abissinia e allo Scioa; si rinforzava la sorveglianza costiera, affidata ad un presidio stanziato permanente, con l'invio di un'altra nave; si facevano propositi di reprimere la tratta degli schiavi nel Mar Rosso; si negoziava con il sultano d'Aussa e ci si preoccupava della sorte di Massaua che si temeva di vedere restituita (dagli inglesi) all'Abissinia.

Nel dicembre del 1884, essendosi sparsa la voce che la "spedizione BIANCHI" (che era già scampata al massacro Giulietti nel'81) era stata trucidata, fu presentata in proposito un'interrotazione dagli onorevoli CARPEGGIANI e GATTELLI, ai quali però MANCINI rispose (22 dicembre) che il Governo non sapeva nulla circa la sorte di quella spedizione. La notizia era purtroppo vera. Nei primi dell'ottobre, mentre da Makallè tentavano di raggiungere Assab, GUSTAVO BIANCHI e i due suoi compagni MUNARI e DIANA erano stati trucidati dai Dankali ai pozzi di Tio nel territorio del sultano del Birù.

Il 1° gennaio, sul giornale "Il Diritto" d'ispirazione governativa, per la prima volta in modo aperto, si dichiaravano le intenzioni del governo di intraprendere una politica di espansione coloniale.
La notizia destò scalpore; ma nello stesso articolo, si giustificava questa scelta, per bilanciare quella "frenesia" che stava portando le maggiori potenze europee a nuove conquiste territoriali. E si affermava che "...l'anno che stava nascendo avrebbe deciso le sorti dell'Italia come grande potenza.
Queste intenzioni non erano casuali: pochi giorni prima, il 22 dicembre con gli inglesi c'erano stati degli accordi (che leggeremo più avanti).

Il nuovo "massacro Bianchi" aveva enormemente commosso l'Italia, e si cominciò a reclamare a gran voce una esemplare punizione. Alla Camera, nella seduta del 15 gennaio 1885, l'on. BRUNIALTI interrogava MANCINI "intorno all'assassinio di Gustavo Bianchi e compagni ed ai provvedimenti che intendeva prendere per far rispettare in Africa il nome e gli interessi d'Italia", e, svolgendo la sua interrogazione, esprimeva il timore che al contegno troppo remissivo del Governo in seguito al "massacro Giulietti" fosse da attribuirsi la causa del nuovo eccidio.
Rispose in quella stessa seduta MANCINI dicendo che il Governo aveva sconsigliato a Bianchi l'impresa per quella via pericolosa, e che tuttavia, avuta notizia dell'eccidio, aveva fatto i suoi passi diplomatici presso il re d'Abissinia e il sultano d'Aussa affinché facessero luce sulla sorte dei viaggiatori italiani e ne punissero gli assassini; e infine, che "...aveva provveduto alla spedizione di un presidio militare in Assab, che avrebbe elevato il prestigio italiano in quelle regioni e avrebbe ricercato i modi per infliggere una punizione agli assassini del Bianchi".

Infatti, nei primi dell'anno '85, "era già stato" costituito e salpò da Napoli il 17 gennaio, un "corpo di spedizione" verso il Mar Rosso, comandato dal colonnello TANCREDI SALETTA; 1500 uomini, suddivisi in un battaglione di bersaglieri, una compagnia di artiglieria da campagna, un plotone del Genio, drappelli dei vari servizi, zappatori e telegrafisti. Il "Corpo" si era imbarcato al molo fra gli applausi della popolazione. A Saletta era stato consegnato il seguente messaggio: "L'Italia vi affida l'onore della sua prima spedizione in Africa, e voi e i vostri Mille, emuli di quelli di Marsala, dimostrate a quei barbari che l'Italia è veramente civile, all'Europa che è potente, al mondo che è grande".
(Ma andavano veramente nel Mar Rosso?)

Il 25 gennaio del 1885, a spedizione partita, proseguì e iniziò alla Camera lo svolgimento d'interpellanze sui criteri e gl'intendimenti del Governo in fatto di politica coloniale. Parlarono l'on. DE RENZIS che lodò il ministero della Guerra per l'allestimento della spedizione, ma si mostrò scettico sull'azione delle navi da guerra italiane nel Mar Rosso, perché le maggiori, non potevano passare il canale, e dubbioso sui benefici commerciali della colonia di Assab, sostenendo che "...l'Italia aveva bisogno di una colonia agricola nel Mediterraneo non nel Mar Rosso"; l'on. DI CAMPOREALE, più o meno disse le stesse cose del De Renzis; l'on. PARENZO che accennò "...all'ignoranza dell'Italia in materia di colonizzazione" e si dichiarò contrario all'impianto di una colonia agricola in Assab; e l'on. OLIVA, il quale chiese quali fossero "gli intendimenti" del Governo intorno ai modi di efficacemente provvedere alla tutela dell'attività coloniale degli italiani, specialmente nelle regioni africane, e "quali i suoi intendimenti" nell'eventuale necessità d'occupazioni territoriali per la tutela degli interessi coloniali d'Italia.

Lo svolgimento delle interpellanze continuò nella seduta del 27. L'on. CANZI dichiarò di non aver fiducia nell'azione del Governo, ne criticò la politica coloniale debole e incerta, consigliò che fossero occupati i luoghi dov'era avvenuto l'eccidio Giulietti e si disse "contrario all'occupazione di vaste zone costiere nel Mar Rosso pur essendo favorevole all'impianto di piccole stazioni commerciali in varie parti del mondo.
Rispose a tutti gli oratori MANCINI. Sostenne che:
"…nella politica coloniale vi è la base della prosperità economica delle nazioni marinare, specie quando queste non possono impedire l'emigrazione, che è utile dirigere verso contrade su cui sventola, tutrice degli interessi nazionali, la bandiera italiana"; e aggiunse che "di fronte all'attività delle potenze europee in Africa, l'Italia non poteva rimanere inoperosa"; pertanto "…il Governo italiano crede di poter intraprendere una modesta e circospetta politica coloniale, non avventurosa ma entro certi limiti e sotto determinate condizioni, vale a dire quando è dimostrata l'utilità economica e politica di una qualsiasi iniziativa coloniale; quando non si offendono i diritti acquisiti di altri Stati; quando si concorre all'attività privata e commerciale del popolo italiano, senza invadere il compito delle private utilità e che l'azione governativa si deve restringere nel campo delle funzioni proprie dello Stato, cioè a preparare, facilitare e rimuovere ostacoli, proteggendo all'ombra della bandiera italiana e tutelando efficacemente gl'interessi creati dal lavoro dei nazionali all'estero".
Dichiarò infondato il timore che l'azione nel Mar Rosso distogliesse il Governo dal Mediterraneo. Concluse invocando l'appoggio e la fiducia della Camera: "…nel momento in cui il Governo assumeva la responsabilità di una modesta politica coloniale che poteva essere all'Italia sorgente di gloria e di prosperità".

La discussione continuò nella seduta del 28. l'on. DE RENZIS non si mostrò soddisfatto delle dichiarazioni del ministro degli Esteri; l'on. DI CAMPOREALE prese atto invece di queste dichiarazioni e disse di volerne aspettare la conferma dai fatti; l'on. PARENZO disse di non credere all'utilità di colonie commerciali, perché se "erano insignificanti sarebbero state inutili, se importanti sarebbero andate a benefizio del commercio di altri". L'on. OLIVA invece lodò le dichiarazioni, l'attività e l'indirizzo politico di Mancini; l'on. CANZI aggiunse, che il Governo doveva agevolare lo spirito d'iniziativa privata e si congratulò con il ministro degli Esteri su quanto aveva detto circa il Mediterraneo; mentre CRISPI pur non disapprovando, sostenne che "...nel Mediterraneo vi doveva esser posto per tutti e che una politica diversa (di rinuncia) sarebbe stata fatale all'Italia".

La spedizione militare italiana nel Mar Rosso (che sopra abbiamo visto già costituita ai primi di gennaio e partire il 17) e intorno alla quale erano state chieste spiegazioni al ministro degli esteri, era stata provocata (o abilmente suggerita), oltre che dal desiderio di tutelare in Africa il prestigio italiano, dalle offerte dell'Inghilterra di intervenire in quel mare.
L'Inghilterra, assalita nel Sudan dall'insurrezione mahdista, aveva prima chiesto l'aiuto dell'Abissinia, con la quale aveva, per mezzo dell'ammiraglio HEWETT, concluso un trattato (Aden, 3 giugno 1884). Con questo gli inglesi cedevano all'Abissinia il territorio dei Bogos, appartenente all'Egitto e assicuravano il libero transito delle merci abissine nel porto di Massaua. Ma essendo stato di breve durata l'aiuto abissino, l'Inghilterra in ottobre si era rivolta all'Italia, spingendola all'occupazione di Massaua (distogliendola così -dissero i maligni- dal Mediterraneo).
Infatti il 22 dicembre dello stesso 1884, l'Inghilterra non con un "trattato" ma con un "accordo", assicurava all'Italia il "disinteresse" britannico nel caso di un'occupazione italiana di Massaua.
Mancini dirà poi, che quest'accordo era "una comunione cordiale d'interessi e di vedute". Cioè nulla di scritto.

La vera mèta della spedizione si tenne segreta e si volle far credere che quel migliaio di soldati fosse diretto ad Assab per punire l'eccidio del Bianchi. Il 25 gennaio, l'ammiraglio CAIMI, comandante le navi italiane nel Mar Rosso, fece occupare la baia di Beilùl da, un centinaio di marinai della "Castelfidardo"; il 5 febbraio giunse a Massaua il "Gottardo" con il corpo del colonnello SALETTA, il quale prese in nome dell'Italia possesso della città senza che la modesta guarnigione egiziana opponesse resistenza (gli inglesi pur protettori degli Egiziani non si mossero. Avevano altre mire).

Solamente la Turchia, la Russia e la Francia sollevarono proteste per l'occupazione di Massaua, ma le proteste non ebbero seguito e SALETTA, si mise a fortificare la città, poi estese l'occupazione a Moncullo e Otumbo.
Il 12 febbraio salpò per Massaua un secondo scaglione formata da 42 ufficiali e 920 uomini di truppa; e un terzo scaglione di 1600 uomini comandati dal generale AGOSTINI RICCI salpò il 24 febbraio e giunse in Africa nei primi di marzo.
Ad Assab fu messo a presidio una compagnia di soldati; il 10 aprile fu occupata Arafali in fondo alla Baia di Zula, quindi occupate Archico, le isole Hanachil, Meder, nella baia di Amfilè, e la baia di Edd.

L'occupazione di Massaua non era sicuramente gradita al Negus d'Abissinia, che vedeva nell'azione italiana un ostacolo alla sua aspirazione di assicurarsi uno sbocco al mare. In base al trattato HEWET (del 3 giugno 1884) lui fece occupare Cheren e il paese dei Bogos. Dal canto suo il Governo italiano, per calmare le apprensioni abissine, mandò la missione FERRARI-NERAZZINI con ricchi doni del re d' Italia e una lettera, in cui fra l'altro si affermava:
"Ci preme di assicurare la Maestà Vostra che tutti i vantaggi, che la Gran Bretagna e l'Egitto avevano assicurato a Massaua e all'Abissinia saranno da noi scrupolosamente mantenuti e, se le circostanze lo consentiranno, saranno anche accresciuti. Però è nostro intendimento, quando piaccia a Vostra Maestà, di farci conoscere il suo gradimento sull'invio di una apposita missione, con l'incarico non solo di confermare solennemente ciò che sta scritto a tale riguardo nel trattato stipulato dalla Maestà Vostra il 3 giugno 1884 con quei due Stati, ma altresì di negoziare ulteriori accordi che potrebbero essere di comune profitto".

Tutti questi fatti (missione, occupazione, accordi, promesse vaghe) furono oggetto di varie interpellanze alla Camera. Il 17 marzo, l'on. BOVIO, svolgendo una sua interpellanza, lodava il Governo per l'avvicinamento dell'Italia con l'Inghilterra, che sarebbe stata assai più utile ed efficace alleata nostra di quel che fossero state le potenze centrali, e chiedeva quali "accordi" fossero stati presi con i governi inglese e abissino; l'on. SOLIMBERGO interrogava il ministro degli Esteri sull'equipaggiamento delle truppe inviate in Africa, e se "...l'azione italiana si collegasse con quella inglese nel Sudan e se l'occupazione di Massaua fosse temporanea o, come si augurava, definitiva e preludio di una penetrazione nei dintorni"; l'on. DI SAN GIULIANO "...dubitava che la nuova colonia potesse dare uno sbocco all'emigrazione italiana, si diceva scettico sui risultati che il nostro commercio avrebbe conseguito nell'interno dell'Africa, e sosteneva che bisognava tenere alto il prestigio del nome italiano e stringere amicizia con l'Abissinia non inimicizia"; l'on. TOSCANELLI infine si associava ai precedenti oratori per quel che riguardava gli accordi con l'Inghilterra e l'Etiopia, però consigliava l'occupazione del Cheren e l'accrescimento del presidio di Massaua.

MANCINI dichiarò che "...l'Italia occupando Massaua, occupava tutto il territorio che potesse costituire il suo raggio d'azione; che si erano prese tutte le misure per impedire sollevazioni ed incursioni; che le relazioni tra l'Abissinia e l'Italia erano ottime"; e infine soddisfatto di ciò che aveva detto e sostenuto, pregò la Camera d'inviare un saluto affettuoso ai soldati che primi, dopo un quarto di secolo dalla costituzione del regno, avevano portato la bandiera italiana in Africa (qualcuno rimembrava Scipione o le aquile imperiali).

La discussione continuò il 18 marzo e si chiuse con un saluto del presidente della Camera all'esercito e all'armata che rappresentavano l'Italia sulle coste del Mar Rosso (che erano però fuori da quei "confini naturali della più grande nazione latina" che il poeta Carducci stava manifestando nell'incipiente culto della guerra e delle armi; con non poca influenza sulla "molto prossima" cosiddetta "megalomania Crispina".

Altre interpellanze sulla politica coloniale e sulle occupazioni africane furono svolte alla Camera il 6 maggio del 1855 dagli onorevoli Di CAMPOREALE, CAIROLI, BRANCA, DO RENZIS, che parlarono dell'occupazione abissina di Cheren, delle spese non lievi sostenute per l'Africa, della riluttanza del Governo nel dar notizia sull'azione africana, e della incompatibilità della nostra presenza a Massaua con la sovranità egiziana.
MANCINI affermò che "le occupazioni nel Mar Rosso non erano dannose o pericolose o inutili, che le spese non erano state cosi forti come si pretendeva", e dichiarò che, "occupando Massaua, il Governo aveva voluto iniziare una modesta impresa coloniale per aprire un nuovo campo al lavoro ed all'industria italiana, che non esistevano impegni con l'Inghilterra bensì una comunione cordiale d'interessi e di vedute, che lui, infine, "avrebbe seguita una politica coloniale proporzionata alle forze della nazione e si sarebbe dimesso se fosse prevalso il concetto di una politica in "grande stile" o di "misere vedute".

La discussione prosegui il giorno dopo e vi parteciparono OLIVA, MAURIGI, DE ZERBI, e CRISPI, il quale disse che l'acquisto di Assab era una triste eredità della Destra e che se fosse dipeso da lui l'Italia sarebbe andata in Egitto nel 1882, ma poiché era andata nel Mar Rosso, "ora doveva restarci".
Parlarono inoltre FORTI, BONGHI e il COSTA che affermò che "...l'Italia lavoratrice non voleva una politica coloniale e invitò il Governo "…a richiamare le truppe dall'Africa"; De RENZIS, invece preoccupato "temeva e vedeva la possibilità di una guerra pericolosa con l'Abissinia". Infine l'on. PARENZO svolse il seguente ordine del giorno: "La Camera deplora la mancanza, nell'indirizzo di politica estera, di una conveniente energia e di una preparazione corrispondente ai suoi propositi"; CORDOVA svolse quest'altro allarmante o.d.g.: "La Camera deplora la politica coloniale aggressiva del Governo e... lo invita a fortificare le coste, le spiagge e i porti dell'Italia meridionale e della Sicilia".

Altri ordini del giorno svolsero gli onorevoli BACCARINI e PANDOLFI; nel primo "…la Camera invitava il Governo a non impegnare ulteriormente gli interessi politici e finanziari del paese senza esplicita approvazione del Parlamento"; nel secondo la Camera confidava che il Governo avrebbe sostenuto "con energia l'onore della nostra, bandiera e gli interessi nazionali".
MANCINI espose le ragioni che lo avevano indotto a non accettare l'intervento in Egitto e si disse convinto di aver fatto gl'interessi del paese; respinse l'accusa di avere inviato truppe senza aver chiesto il consenso del Parlamento; riaffermò che, "...l'Italia nel Mar Rosso e in Africa non doveva rimanere inoperosa ed inerte, senza, alcun beneficio economico e senza esercitare una legittima influenza politica nella soluzione della questione d'Egitto, alla tutela del cui territorio concorreva. Disse infine, che "altre volte lui aveva accennato agli studi che si facevano, affinché altre terre, meritevoli di diventar sede di colonizzazione italiana, potessero per vie legittime essere forti e prosperose sotto la protezione dell'Italia. Terminò chiedendo alla Camera un voto di fiducia che desse autorità e stabilità alla politica iniziata dal Governo.

Anche DEPRETIS ritenne opportuno prendere la parola per difendere il ministro Mancini e concluse il suo breve discorso dicendo che il voto doveva essere preciso e dato a tutto il Gabinetto dal momento che il ministro degli Esteri aveva agito in pieno accordo con esso. Parlarono ancora CRISPI, BONGHI, TOSCANELLI, BACCARINI, PARENZO; e COSTA presentò il seguente ordine del giorno: "La Camera, convinta che la politica coloniale iniziata dal Governo non corrisponde né ai concetti di vera civiltà né a quei principi di diritto e di giustizia per cui l'Italia si rivendicò a nazione, invita il Governo a richiamare dall'Africa i soldati colà inviati e a rivolgere le sue mire a sollevare le classi più numerose e più povere in Italia".
TAJANI invece presentò un ordine del giorno di fiducia al Governo, che fu accettato dal Depretis e approvato l'8 maggio 1885, dalla Camera con 180 voti favorevoli, 97 contrari e 7 astenuti.
La spedizione a Massaua fu dunque approvata! E come disse Crispi, "doveva restarci".

Nella seduta del 21 maggio la Camera, dietro ordine del giorno della Commissione del bilancio, approvava le proposte di maggiori stanziamenti per le spedizioni africane; il 1° giugno, avendo fin dall'11 aprile il ministro della Guerra chiesto che si iscrivesse nel progetto di legge per spese straordinarie la somma di 2 milioni al capitolo approvvigionamenti di mobilitazione per l'esercizio 1884-1885, la Camera approvava questo stanziamento. Il giorno dopo il ministro della Guerra presentava il disegno di legge Autorizzazione di spesa per i distaccamenti militari del Mar Rosso, chiedendo un maggiore assegno di 2 milioni; il 6 giugno a nome della commissione generale del bilancio l'on. GANDOLFI presentava la relazione favorevole e il 13 giugno il disegno veniva approvato con 139 voti contro 89.

Nella seduta del 16 giugno, discutendosi alla Camera il bilancio di previsione del ministero degli Esteri per l'esercizio 1885-1886, l'on. SORMANI-MORETTI chiese se il Governo "...voleva insistere nella politica di espansione e dichiarò di ritenere in alcuni casi più utile e dignitoso sapere rifare la via percorsa, per evitare danni o pericoli maggiori che prima non si erano potuti calcolare o prevedere. MANCINI dichiarò che nessun avvenimento, dopo l'ultimo voto della Camera, era successo che poteva indurre la Camera stessa ad alterare la linea di condotta dell'Italia in Africa; quanto all'avvenire, affermò che il Governo non avrebbe fatto passi nuovi senza l'approvazione del Parlamento. Il 18 giugno, terminata la discussione, il bilancio fu approvato con 163 voti contro 159. Troppo esiguo il voto per poter stare in piedi il governo.

Nella seduta successiva il Depretis annunziava alla Camera che, in seguito alla votazione del giorno precedente il Gabinetto aveva dato le dimissioni.
Il 23 giugno il Re incarica ancora DEPRETIS a formare un nuovo ministero, che il 29 giugno 1885, costituisce con il ritiro di MANCINI, assumendo lui temporaneamente il ministero degli Esteri (assieme al ministero degli Interni). Gli Esteri andrà poi il 6 ottobre a CARLO FELICE NICOLI DI ROBILANT, già ambasciatore a Vienna.

In Africa l'espansione italiana continua con delle nuove occupazioni,
e la reazione dei locali provoca una nuova tragedia.

... è il periodo piuttosto critico per l'Italia, per gli Italiani, per il ministero, anche se si sono fatti accordi, trattati, e promesse

...è il periodo dal 1886 al 1887 > > >

 

Fonti, citazioni, e testi
Prof. PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - (i 5 vol.) Nerbini 1930
COMANDINI - L'Italia nei cento anni - Milano 1907
MACK SMITH, Storia del Mondo Moderno - Storia Cambridge X vol.
del Principe Alessandro D'assia, conservati al Castello di Walchen. 1951

F. COGNARSCO Vittorio Emanuele II - Utet 1942
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (i 33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (i 20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi
STORIA D'ITALIA Cronologica 1815-1890 -De Agostini
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