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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1858-1859

DALL'ATTENTATO DI ORSINI ALL'"ULTIMATUM" AUSTRIACO
( Anno 1858 - 1859 )

FINE DELLA V LEGISLATURA SARDA - ELEZIONI POLITICHE E LORO RISULTATI - L'ATTENTATO DI FELICE ORSINI - VITTORIO EMANUELE II E NAPOLEONE III - LETTERE DELL'ORSINI - BATTAGLIA AL PARLAMENTO SUBALPINO PER IL DISEGNO DI LEGGE SULLA STAMPA - POLEMICA TRA MAZZINI E IL CAVOUR - IL PRESTITO DI QUARANTA MILIONI - IL CONVEGNO DI PLOMBIÈRES - IL DISCORSO DI VITTORIO EMANUELE II DEL 10 GENNAIO DEL 1859 - IL TRATTATO FRANCO-SARDO E LE NOZZE DEL PRINCIPE GEROLAMO BONAPARTE CON MARIA CLOTILDE DI SAVOIA - PREPARATIVI DI GUERRA IN PIEMONTE - IL PRESTITO DI CINQUANTA MILIONI - I "CACCIATORI DELLE ALPI" - TENTATIVI INGLESI PER SCONGIURARE LA GUERRA - ULTIMATUM AUSTRIACO RESPINTO DAL PIEMONTE
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(QUI - testo dell'Ultimatum di Buol e risposta di Cavour)

LE ELEZIONI POLITICHE


Nel 1858, il tentativo insurrezionale di giugno a Livorno e Genova - narrato nel precedente riassunto- scosse non poco a Torino la solidità del ministero sardo.
Scrive il Gori:
"I piemontesi moderati, i monarchici, che avevano seguito con tanta fiducia, con tanto affetto e con tanto spirito di sacrificio la politica ardimentosa e talvolta poco chiara del conte di CAVOUR, sicuri che solo lui poteva in ogni momento prevenire o arginare la rivoluzione, si domandavano se non fossero tornati i più tristi giorni dell'anno '49, e se l'onore e la vita del paese non fossero ancora alla mercé delle sette e dei colpi di testa degli avventurieri.
La diplomazia estera, che non poteva credere che un governo così stimato fosse così imprevidente e inetto quanto si era mostrato nel caso genovese, e cominciava a sospettare di essere connivente con la rivoluzione disordinata e violenta, e quindi tornarono ad aggirarsi tutti quei sospetti, che l'Azeglio prima e il Cavour poi avevano tanto penato a dissipare o attutire"
(Questi sospetti -in maggior misura e non senza motivi- ci furono con il comportamento di Garibaldi nei successivi dieci anni- il più plateale quando poi nel 1870 si schierò -unico a farlo- proprio con l'isolata Francia; quella stessa che gli aveva "rapinato" la città natale Nizza; la stessa che l'aveva fatto arrestare e perseguitato).

"Il più (finto?) addolorato (e sospettoso - ma lui era l'ex rivoluzionario del '31, il "carbonaro coronato", il "parvenu" come lo chiamavano aVienna e a Pietroburgo) era l'imperatore NAPOLEONE III, che vedeva scendere il primo ministro piemontese dall'alto concetto in cui lo teneva, quando additandolo affermava: "..il solo uomo di Stato capace di assecondare le sue sublimi e quasi mistiche concezioni di giustizia sociale e internazionale".

"Nel paese, il più direttamente colpito fu il RATTAZZI, "l'uomo di Novara", accusato senza reticenza di avere per incapacità o per deliberato proposito tradita la fiducia del re e del paese; e che da complice si era mutato in persecutore, a moto fallito; o peggio ancora di aver tollerato prima per dopo reprimere più forte. La "dolcezza" d'intelletto politico, rimproveratagli dal Gioberti, gli impedì di conoscere il rischio dell'indugiarsi nelle ambiguità, pur non avendo animo da dominarle; né il castigo avutone lo corresse. Chiamato a render ragione nella Camera e nel Senato, si schermì con la consueta abilità, ma non vinse la censura. Forse sarebbe caduto, se non lo sorreggeva ostentatamente il Cavour, che si sentiva solidale con lui e che nella sua condanna vedeva quella del "connubio", che era stato l'elemento vincente della propria carriera ministeriale". (Gori)

Dopo i fatti di Genova, il 16 luglio incominciavano le vacanze parlamentari e il 23 ottobre la Camera, vicina ormai a compiere il quinquennio, fu sciolta. Le elezioni generali furono indette pel 15 novembre. Attivissima era stata la V Legislatura e la Camera nell'ultima sessione, aveva sostenuto il governo in risoluzioni importantissime: fra l'altro aveva, il 16 marzo, approvato con 160 voti contro 14 il disegno di legge sui miglioramenti ed aumenti delle fortificazioni d'Alessandria, l'8 maggio aveva approvato con 90 voti contro 56 il disegno di legge sul trasferimento della marina militare da Genova alla Spezia e il 25 giugno aveva infine dato l'approvazione con 98 voti contro 30 per l'ardito disegno del traforo del Moncenisio.
Il ministero reputava così forte la sua posizione e così sicura la vittoria che non si curò molto della campagna elettorale. Grande fu invece il lavoro dei municipali, dei retrivi, degli assolutisti e dei clericali, i quali nelle elezioni conseguirono risultati insperati: su 204 collegi, circa 90 elessero deputati contrari al governo; dei ministri solo il CAVOUR riuscì a salvarsi con una lieve maggioranza nel suo collegio di Torino; il LA MARMORA fu battuto a Pancalieri ed eletto a Biella, il RATTAZZI e il LANZA entrarono in ballottaggio ad Alessandria e a Frassineto; gli avversari invece ottennero risultati "trionfali", basti accennare al SOLARO DELLA MARGHERITA che fu eletto in quattro collegi ed entrò in ballottaggio in altri tre.
Si rimediò al risultato delle urne con i ballottaggi, in cui il governo favori i candidati dell'estrema sinistra contro quelli dell'estrema destra, con l'annullamento per corruzione o abuso dell'autorità spirituale ecclesiastica di molte elezioni di clericali e con l'esclusione di trenta canonici, dopo che il parlamento ne dichiarò l'ineleggibilità.
Questa fu stabilita l'8 gennaio, dopo una discussione di tre giorni. Il 13 gennaio, URBANO RATTAZZI presentava le dimissioni e il suo portafoglio, quello degli Interni, fu assunto dal Cavour, che a sua volta lasciava quello delle Finanze al LANZA.

Cavour assumeva la sua nuova carica, ma passarono solo ventiquattrore,
quando il giorno dopo 14 gennaio 1858 ......

ATTENTATO DI FELICE ORSINI

..... un gravissimo fatto avveniva a Parigi, che minacciava di rompere l'amicizia francosarda: l'attentato di FELICE ORSINI contro NAPOLEONE III.

Mentre l'imperatore e l'imperatrice Eugenia si recavano al teatro dell'Opera, furono gettate contro la carrozza imperiale tre bombe che, scoppiate con gran fragore, uccisero due lancieri della scorta e ferirono circa una cinquantina di persone, ma lasciarono quasi illesi i sovrani, solo una lieve ferita alla guancia destra dell'imperatore.
Autori dell'attentato erano FELICE ORSINI, il PIERI, il RUDIO e il GOMEZ, i quali si erano proposti di sopprimere "l'uomo del 2 dicembre", l'uomo che aveva ordinato la spedizione francese contro la Repubblica romana, il nemico della libertà e, come loro credevano ed erano convinti, nemico dell'indipendenza italiana.

L'attentato commosse l'Europa ed irritò la Francia; furono espulsi molti stranieri, specialmente italiani. Il gabinetto francese inoltre chiese ed ottenne dai governi dell'Inghilterra, della Svizzera e del Belgio provvedimenti contro gli eccessi della
stampa e degli emigrati politici e invitò il governo sardo a voler prendere provvedimenti ancora più energici.
Il Cavour fece alcuni arresti, ordinò alcune espulsioni, sequestrò alcuni giornali, ma, resistendo alle pressanti e minacciose sollecitazioni del WALEWSKY, si rifiutò di eccedere nelle misure. Promise alcune modificazioni alla legge sulla stampa, dichiarò che si sarebbe adoperato ad impedire che il Piemonte diventasse la fucina delle cospirazioni, ma nel medesimo tempo - e qui fu abile- richiamò l'attenzione sulle condizioni degli altri Stati d'Italia e sostenne che "… se si voleva sanare la piaga del fuoruscitismo politico occorreva impedire ai pessimi governi della penisola di spargere tanti esuli per il mondo".

Non contento di ciò il Cavour, quasi a volere indicare lo Stato Pontificio come quello che era il responsabile del maggior numero di fuorusciti, indirizzò al suo incaricato d'affari a Roma, con l'ordine di darne copia al cardinale ANTONELLI, la seguente nota, che fu inoltre comunicata a tutti i governi esteri amici, e perciò anche a quello di Francia:

"Questo sistema d'espulsione dai propri Stati esercitato su larga scala dal governo pontificio, dato che nel solo nostro Stato i sudditi di Sua Santità così espulsi sommano a diverse centinaia, non può a meno di avere le più funeste conseguenze. L'esiliato per sospetti o per meno buona condotta non è sempre un uomo corrotto o affiliato indissolubilmente alle sette rivoluzionarie. Trattenuto in patria, sorvegliato, punito dove invece potrebbe migliorarsi, o per lo meno non diventerebbe un uomo molto pericoloso. Mandato invece in esilio, irritato da misure illegali, costretto a vivere fuori della società onesta e spesso senza mezzi di sussistenza, si mette necessariamente in relazione con i fautori delle rivoluzioni. Quindi è facile a questi aggiogarlo, sedurlo, affiliarlo alle loro sette. Così il discolo diventa in breve settario e talora settario pericolosissimo. Onde si può con ragione asserire che il sistema seguito dal governo pontificio ha per effetto di provvedere e di continuo nuovi soldati alle file rivoluzionarie. Finché durerà, tutti gli sforzi dei governi per disperdere le sette saranno inutili, perché a mano a mano che si allontanano gli uni dai centri pericolosi, altri vi convengono in certo modo spediti dal proprio governo. A ciò si deve attribuire la vitalità straordinaria del partito mazziniano, e vi contribuiscono in gran parte le misure adottate dal governo del Papa".

Subito dopo l'attentato, VITTORIO EMANUELE aveva mandato a Parigi il generale conte ENRICO MOROZZO della Rocca per complimentare l'imperatore dello scampato pericolo. Napoleone III ricevette affabilmente il generale, ma si lagnò con lui della debolezza del governo di Torino, della troppa libertà che il Piemonte concedeva agli emigrati, dell'inettitudine della polizia sarda e sostenne che occorreva prendere energici provvedimenti se il ministero sardo non voleva che la Francia, invece di aiutare la causa dell'indipendenza italiana, si accostasse all'Austria.

" Io amo e stimo infinitamente il Re, ho la più grande considerazione per il conte Cavour. Io desidero che siano convinti che ho sempre per il Piemonte le migliori disposizioni, ma io so che voi non avete polizia...la stampa è troppo libera...non vi è rispetto per la morale, per la religione, per l'ordine...Voi non avete leggi sufficienti per reprimerla... Io ho gran simpatia per la vostra bandiera, per la causa che rappresenta l'Italia, ma se non si fa nulla...la mia amicizia s'intiepidirà ed io sarò costretto a legarmi strettamente con l'Austria. Che arriverà allora al Piemonte? Il solo vostro alleato sono io; credete forse di poter essere aiutati dall'Inghilterra? Ho fiducia nella lealtà e nel bel carattere del Re, ma, se non fa ciò che desidero, io non posso contare su di lui". (Francesco Cognasso, Vittorio Emanuele II, Utet, To 1942, pag. 134)

Il linguaggio dell'imperatore non piacque molto a Vittorio Emanuele, il quale, con la fierezza che gli era solita, scrisse al Della Rocca: "Dite all'imperatore nei termini che credete migliori, che non si tratta così un fedele alleato; che io non ho mai tollerato violenze da alcuno, e che seguo la via dell'onore sempre senza macchie e di quest'onore non rispondo che a Dio e al mio popolo; che da ottocentocinquant'anni noi portiamo alta la testa, e nessuno me la farà abbassare; e che, con tutto questo, io non desidero altro che d'essere suo amico".
E rivolgendosi al Della Rocca, aggiungeva "Non fate l'imbecille, caro generale, se le parole trasmessimi sono testuali, ditegli all'Imperatore che non si tratta così un fedele alleato...io non desidero altro che essere suo amico".

La franchezza del re fece ottima impressione sull'animo di Napoleone III, che esclamò: "Questo è coraggio; il vostro re è un brav'uomo; la sua risposta mi piace; sono certo che finiremo con l'intenderci".
Inoltre scrisse a Vittorio una, lettera amichevole e il 26 febbraio, essendo il generale della Rocca, andato a congedarsi da lui, lo incaricò di assicurare il Re di Sardegna, confidenzialmente, che in caso di guerra del Piemonte con l'Austria, sarebbe sceso con un forte esercito in Italia per combattere a fianco del suo alleato; e aggiunse: "Dite a Cavour che si metta in corrispondenza diretta con me e noi indubbiamente ci intenderemo".
Il dissidio che sembrava minaccioso scomparve: il Re e Cavour calmarono Napoleone III, e riuscirono a conservarne l'amicizia inviandogli un'altra lettera: "Io e Cavour amiamo molto Vostra Maestà ed entrambi noi attendiamo l'avvenire. Dobbiamo perfino calmare l'esaltazione dei nostri ragazzi d'Italia".


Nove giorni prima Napoleone III aveva ricevuto una lettera dall'Orsini, che con i
suoi complici era stato arrestato e messo sotto processo. La lettera diceva:
"Le deposizioni che io ho fatto contro me stesso in questo processo politico istruito per l'attentato del 14 gennaio sono sufficienti per mandarmi alla morte, ed io la subirò senza chiedere grazia, sì perché io non mi umilierò mai dinnanzi a colui che ha ucciso la nascente libertà della mia sventurata patria, sì perché nella situazione in cui mi trovo la morte è per me un beneficio. Vicino al termine della mia carriera, voglio nulladimeno tentare un ultimo sforzo per venire in aiuto all'Italia, la cui indipendenza mi ha fatto fino al presente giorno sfidare tutti i pericoli e andare incontro a tutti i sacrifici. Essa è l'oggetto costante di tutti i miei affetti; ed è questo l'ultimo pensiero che voglio deporre nelle parole che indirizzo alla Maestà Vostra. Per mantenere l'equilibrio presente dell'Europa bisogna rendere l'Italia indipendente o spezzare le catene con le quali l'Austria la tiene in schiavitù. Chiedo forse che per la sua liberazione si sparga il sangue dei francesi? No. Io non arrivo a questo punto. L'Italia chiede solo che la Francia non intervenga contro, chiede che la Francia non permetta all'Alemagna di aiutare l'Austria nelle lotte che forse presto s'impegneranno. Questo dunque è precisamente quanto può fare, se vuole, la Maestà Vostra.
Da questa volontà dipendono la prosperità o la sventura della mia patria,la vita o la morte di una nazione alla quale l'Europa va in gran parte debitrice del suo incivilimento. Tale è la preghiera che io dalla mia prigione oso indirizzare alla Vostra Maestà, e non dispero che la mia debole voce sia intesa. Io scongiuro la Maestà Vostra che rendi alla mia patria l'indipendenza che i suoi figli hanno perduto nel 1849 per l'errore stesso dei francesi.
Si rammenti la Maestà Vostra che gl'italiani, in mezzo ai quali era mio padre, versarono con gioia il loro sangue per Napoleone il Grande dovunque a lui piacque condurli; si rammenti che essi gli restarono fedeli fino alla sua caduta; si rammenti che finché l'Italia non sarà indipendente, la tranquillità dell'Europa e quella della Maestà Vostra non sarà che un sogno. La Maestà Vostra non respinga la voce suprema di un patriota che è sulla via del supplizio; liberi la mia patria, e le benedizioni di venticinque milioni di cittadini lo seguiranno nella posterità".

Questa lettera fu letta in udienza alle assise della Senna da JULES FAURE, difensore dell'Orsini e fu stampata nel "Moniteur", giornale ufficiale, insieme con la difesa dello stesso Faure, che aveva gran simpatia per l'Italia. Questo fatto fece credere a molti che Napoleone III fosse disposto a clemenza verso i rei, e in verità l'imperatore non era alieno dal graziare l'Orsini e il Pieri, condannati a morte (al Rudio era stata commutata la pena capitale in quella dell'ergastolo a vita, il Gomez era stato condannato al carcere perpetuo); ma la ragione di Stato vinse i sentimenti di generosità e i due italiani il 13 marzo del 1858, andarono al supplizio che fu da loro affrontato con serenità.

Due giorni prima di salire il patibolo, una seconda lettera, che merita di essere riferita, aveva scritto Felice Orsini a Napoleone III:
"L'avere la Maestà Vostra imperiale permesso che la mia lettera scrittale l'11 febbraio p.p. sia resa di pubblica ragione mentre è un argomento chiaro della sua generosità mi dimostra che i voti espressi a favore della mia patria trovano eco nel Suo cuore; e per me, quantunque vicino a morire, non è al certo di piccolo conforto il vedere come la Maestà Vostra Imperiale sia mossa da veraci sensi italiani. Fra poche ore io non sarò più; però prima di dare l'ultimo respiro vitale voglio che si sappia, e lo dichiaro con quella franchezza e coraggio che sino ad oggi non ebbi mai smentito, che l'assassinio sotto qualunque veste si ammanti non entra nei miei principi, benché per un fatale errore mentale io mi sia lasciato condurre ad organizzare l'attentato del 14 gennaio. No, l'assassinio politico non fu il mio sistema; e io combattei esponendo la stessa mia vita, tanto con gli scritti quanto con i fatti pubblici, allorché una missione governativa mi poneva in caso di farlo. E i miei compatrioti anziché riporre fiducia nel sistema dell'assassinio, lungi da loro il respingerlo, e sappiano per la voce stessa di un patriota che muore, che la loro redenzione si deve conquistare con l'abnegazione, con la costante unità di sforzi e di sacrifici, e con l'esercizio
della virtù; doti che già germogliano nella parte giovane dei miei connazionali, doti che solo varranno a fare l'Italia libera, indipendente e degna di quella gloria onde i nostri avi la illustrarono. Muoio, ma mentre lo faccio con calma e dignità, voglio che la mia memoria non rimanga macchiata da alcun misfatto. Quanto alle vittime del 14 gennaio offro il mio sangue in sacrificio, e prego gli italiani che diventati un giorno indipendenti offrano un degno compenso a tutti coloro che ne soffrirono danno. Permetta da ultimo la Maestà Vostra Imperiale che le domandi grazia della vita, non già per me, ma sebbene per i miei complici che furono con me condannati a morte".

La seconda lettera dell'Orsini, dietro sollecitazioni venute da Parigi, fu stampai il 31 marzo del 1858 dalla "Gazzetta piemontese", giornale ufficiale sardo. Doveva esser preceduta da un preambolo scritto da una persona che stava molto vicina a Napoleone III:

"Possano i patrioti italiani essere ben persuasi che non è con i delitti biasimati da tutte le società civili che giungeranno ad ottenere il loro giusto intento, e che il cospirare contro la vita del solo sovrano straniero, che nutre sentimenti di simpatia per i loro mali, e che solo può ancora qualche cosa per il bene dell'infelice Italia, è un cospirare contro la propria patria".

Cavour fece osservare al Walewsky che quel preambolo avrebbe irritato l'Austria, esso fu sostituito con quest'altro:
"Riceviamo da fonte sicura gli ultimi scritti di Felice Orsini. C'è di conforto come lui, sull'orlo della tomba, rivolgendo i pensieri confidenti all'Augusta Volontà che riconosce propizia all'Italia, mentre rende omaggio al principio morale da lui offeso, condannando l'esecrando misfatto, cui fu trascinato da amor di patria spinto al delirio, insegni alla gioventù italiana la via da seguire per riacquistare all'Italia il posto che a lei spetta fra le nazioni civili".

Il preambolo mandato da Parigi era la prova più chiara dello sdegno dell'imperatore verso il Piemonte, causato dall'attentato, era del tutto cessato e che il suo animo era tornato ai vecchi disegni di giovare alla causa italiana, disegni ravvivati ora da certe informazioni ricevute e suffragate da prove, secondo le quali il governo austriaco sapeva dell'attentato assai prima del 14 gennaio, e che alla preparazione dello stesso non era estranea una contropolizia carbonara stipendiata dal Gabinetto di Vienna.
Riconoscente all'imperatore, Cavour mise tutto l'impegno possibile affinché fosse approvato il disegno intorno alla modificazione della legge sulla stampa, presentato alla Camera il 17 febbraio. Il disegno era stato accolto con ostilità dalla parte più liberale della Camera che la considerava come una concessione poco dignitosa a Napoleone III e la commissione eletta dagli uffici per esaminarlo aveva il 23 marzo presentata relazione sfavorevole.
Nonostante questo, Cavour non disperò di fare approvare il disegno.

La discussione cominciò il 13 aprile. Parlarono contro il disegno di legge: SOLARO DELLA MARGHERITA, LORENZO VALERIO, PARETO, BROFFERIO; parlarono a favore: MARIANI, FARINI, BUFFA, RATTAZZI, REVEL, BOGGIO, MIGLIETTI, TECCHIO e, naturalmente il CAVOUR, il quale pronunziò il 16 aprile un gran discorso, in cui, dopo avere tratteggiato la politica inaugurata da Carlo Alberto e proseguita da Vittorio Emanuele, che aveva fatto crescere in reputazione il piccolo Regno di Sardegna e prodotto un gran mutamento nell'ordine delle idee rispetto all'Italia; dopo aver sostenuto che questa politica si basava sulle alleanze e che queste erano state concluse senza condiscendenze e senza che la dignità sarda fosse menomata; dopo avere sferzato i rivoluzionari, condannata la teoria dell'assassinio politico ed affermato che il disegno di legge non era che il prodotto di suggerimenti, pressioni o imposizioni di potenze estere, concludeva dichiarando ben altro:

"….se ciò che riguarda la politica interna noi abbiamo potuto errare, per ciò che ha tratto la politica estera, qualunque sia la vostra sentenza, la nostra coscienza ci dice che non abbiamo compiuto un atto, non scritto una linea, non pronunciato una parola che non ci sia stata ispirata da un caldo amore di patria, da un vivissimo desiderio di promuoverne gli interessi, di accrescerne gli onori; che qualsiasi nostra azione fu costantemente
guidata dall'irremovibile intendimento di mantenere illesa la dignità nazionale, di serbare pura da ogni macchia, sia sui campi di battaglia, come nell'arena della diplomazia, quella gloriosa tricolore bandiera che affidava alle nostre mani un generoso sovrano".

" Dopo il disastro di Novara e la pace di Milano, due vie politiche si aprivano davanti a noi. Noi potevamo, piegando il capo avanti ad un fato avverso, rinunziare in modo assoluto a tutte le aspirazioni che avevano guidato negli ultimi anni il magnanimo re Carlo Alberto. Noi potevamo rinchiuderci strettamente nei confini del nostro Paese, e chinando gli occhi a terra per non vedere quanto succedeva oltre il Ticino e oltre la Magra, dedicarci esclusivamente agli interessi materiali e morali del nostro Paese, noi potevamo, in certo modo, ricominciare e continuare la politica in vigore prima del 1848. Noi potevamo ricominciare quella politica prudentissima che non si preoccupava che delle cose interne.
L'altro sistema invece consisteva nell'accettare i fatti compiuti, nell'adattarsi alle dure condizioni dei tempi, ma nel conservare ad un tempo viva la fede che ispirato aveva le magnanime gesta di re Carlo Alberto. Consisteva nel dichiarare la ferma intenzione di mantenere i patti giurati, ma di continuare nella sfera politica quell'impresa che andò fallita sui campi di battaglia.
Non vi è rivolgimento politico notevole, non vi è grande rivoluzione che possa compiersi nell'ordine materiale se preventivamente non è già preparata nell'ordine delle idee. E se noi siamo giunti ad operare questo canbiamento nell'ordine morale e nell'ordine delle idee a favore dell'Italia, noi abbiamo fatto assai più che se avessimo guadagnato parecchie vittorie"" .
(Atti Parlamentari-16 aprile 1858)

Il 23 aprile1859, la legge sulla stampa ebbe l'approvazione della Camera con 110 voti su 152 e il 2 giugno dal Senato con 50 voti contro 5. Il discorso alla Camera del 16 aprile pronunziato dal Cavour, in cui l'oratore aveva alluso al Mazzini parlando contro l'assassinio politico e di un complotto che sarebbe stato ordito a Genova per attentare alla vita di Vittorio Emanuele II, provocò una violentissima lettera di Giuseppe Mazzini che chiamò il presidente del Consiglio sardo "uomo d'ingegno astuto più che potente, fautore di partiti obliqui, e avverso, per indole di patriziato e tendenze ingenite, alla libertà; calunniatore tristo e stolto, mentitore e indecoroso nemico, rappresentante della vecchia, cupida e famosa ambizione di Casa Savoia".
Negò recisamente il complotto e fece l'apologia di Agesilao Milano e di Felice Orsini.

Come per il disegno di legge sulla stampa così il Cavour ebbe ad incontrare delle difficoltà in parlamento per il disegno di un prestito di quaranta milioni presentato dal ministro delle Finanze fin dal 22 febbraio. Il disegno fu discusso nel maggio, e Cavour riuscì a farlo approvare con una maggioranza però molto scarsa. Difatti su 159 votanti solo 97 diedero voto favorevole, 62 contrari.

IL CONVEGNO DI PLOMBIERES

( QUI - i testi dei colloqui )

Mentre il parlamento subalpino era impegnato a discutere il disegno del prestito dei quaranta milioni, tra NAPOLEONE III e CAVOUR iniziavano quegli approcci che dovevano portare all'alleanza franco-sarda e alla guerra del 1859.
Il primo a fare delle aperture fu l'imperatore per mezzo del principe GEROLAMO BONAPARTE, che s'incontrò con ALESSANDRO BIXIO. Risultato dei colloqui: Cavour chiese di incontrarsi con il dottor CONNEAU, amicissimo di Napoleone III, e difatti negli ultimi giorni di maggio 1858 l'incontro avvenne a Torino. Fu stabilito che il primo ministro sardo, nel luglio di quel medesimo anno, si sarebbe recato a Plombières e qui si sarebbe incontrato con l'imperatore.
CAVOUR partì da Torino l'11 luglio per la Svizzera, senza che altri - eccettuato il Re e il ministro della guerra La Marmora - conoscessero lo scopo del suo viaggio. Il 14 fu annunciato alla Camera che, nell'assenza del Cavour, il portafoglio degli Esteri e quello degli Interni erano affidati interinalmente al La Marmora e al De Foresta.
Il 20 da Genova, dove da qualche settimana si trovava, il Cavour si recò a Plombières e ne partì il 22, dopo un soggiorno di trentasei ore.

Nei colloqui segreti di Plombières furono gettate le basi dell'alleanza tra il Regno di Sardegna e la Francia. L'imperatore dichiarò al Cavour che era pronto a sostenere con tutte le sue forze il Piemonte in una guerra contro l'Austria purché la causa non fosse rivoluzionaria; insomma che si potesse giustificare sia diplomaticamente che davanti all'opinione pubblica europea e specialmente francese. Si stabilì che gli abitanti di Massa e Carrara avrebbero chiesto la protezione di Vittorio Emanuele II contro il mal governo di Francesco V di Modena e l'annessione al regno sardo, e che il re avrebbe diretto una nota minacciosa al duca e se questi forte dell'aiuto dell'Austria, avesse risposto in modo insolente, avrebbe occupato Massa, provocando così l'intervento dell'Austria; che, infine, per riguardo ai cattolici francesi, Roma sarebbe rimasta al Papa e per riguardo alla Russia il Re delle Due Sicilie non sarebbe stato molestato salvo che nel caso in cui si fosse schierato con l'Austria.

A guerra vinta, si sarebbe costituito, con gli stati sardi, il Lombardo-Veneto, le legazioni e le Marche, un Regno dell'Alta Italia sotto la Casa di Savoia; Roma e i suoi dintorni sarebbero stati del Pontefice; il resto degli Stati romani e la Toscana avrebbero formato il Regno dell'Italia Centrale, da mettersi in via provvisoria sotto la sovranità della duchessa di Parma se il granduca Leopoldo II si fosse rifugiato in Austria; e se Ferdinando II era scacciato dai suoi soldati, il Regno delle Due Sicilie lo si poteva dare a LUCIANO MURAT.

I quattro Stati italiani, a somiglianza di quelli germanici, sarebbero stati riuniti in confederazione sotto la presidenza del Papa. La Francia, in compenso dell'aiuto prestato avrebbe avuto la Savoia e, quanto a Nizza, se ne sarebbe parlato più tardi poiché il Cavour fece osservare a Napoleone III che "i nizzardi, per l'origine, per la lingua e per le abitudini loro tenevano più al Piemonte che non alla Francia, e che per conseguenza l'annessione del loro paese all'Impero sarebbe stata contraria a quello stesso principio di nazionalità per il quale si voleva brandire le armi".

TENTATIVI INGLESI PER SCONGIURARE LA GUERRA

L'imperatore riteneva quasi sicura la neutralità inglese (ma il ministro D'ISADRAELI alla Camera dei Comuni aveva però detto chiaro e tondo: "Se le acque dell'Adriatico venissero turbate, l'agitazione si estenderà sul Reno, e l'Inghilterra sarebbe stata forzata a sguainare la spada, non solo per motivi di civiltà, ma anche d'interesse"), sperava in quella prussiana e contava sulla simpatia russa. Pensava pertanto che la guerra si sarebbe combattuta soltanto tra la Francia e la Sardegna da una parte e l'Austria dall'altra; ma poiché la potenza militare degli Asburgo era notevole, era necessario predisporre forze considerevoli e non inferiori in tutti i casi ai trecentomila uomini, dei quali un terzo doveva esser fornito dal Piemonte, che avrebbe potuto negoziare un prestito a Parigi e avrebbe ricevuto dalla Francia il materiale da guerra occorrente.

IL PRINCIPE GEROLAMO BONAPARTE e MARIA CLOTILDE DI SAVOIA

Napoleone III infine fece capire che avrebbe visto con vivissima gioia il proprio cugino GEROLAMO BONAPARTE sposo della sedicenne principessa Clotilde figlia di Vittorio Emanuele.
Ritornato da Plombières, mentre l'Europa si sbizzarriva intorno agli argomenti trattati dall'imperatore e dallo statista sardo, questi spinse il LA FARINA ad intensificare la propaganda attraverso l'organizzazione della Società Nazionale; diede ordine agli ambasciatori e ai consoli di sostenere in tutti i modi l'opera degli appartenenti al partito nazionale; chiamò Giuseppe Garibaldi per discutere con lui un disegno d'insurrezione nell'Italia centrale e per intendersi sulla formazione di un corpo di volontari.

Intenso fu per tutta l'estate e l'autunno il lavoro. Nel medesimo tempo ai governi di Francia e d'Inghilterra ci fu una sovrabbondante pioggia di proteste dei cittadini di Massa e Carrara, contro il governo di Francesco V.

Il 10 di dicembre tra Parigi e Torino furono concordati i patti dell'alleanza francosarda sulla base degli accordi di Plombières. Il 1° gennaio del 1859, nel solenne ricevimento di capo d'anno del corpo diplomatico, Napoleone III, rivoltosi al barone HUBNER, ambasciatore austriaco, gli disse: "Mi duole che le relazioni tra i nostri governi non siano più così buone com'erano tempo addietro; ma vi prego di dire al vostro imperatore che i miei sentimenti personali a suo riguardo non sono punto mutati".

Enorme fu l'impressione che le parole di Napoleone III produssero in Europa; qualcuno volle credere che esse esprimessero il desiderio del sovrano francese di migliorare i rapporti con l'Austria; ma i più però le diedero l'interpretazione giusta e l'allarme non fu poco, e una delle conseguenza immediate fu il ribasso di tutti i valori francesi; la borsa è la prima a sentire odore di polveri.

IL DISCORSO DI VITTORIO EMANUELE DEL 10 GENNAIO 1859

A confermare il significato bellicoso delle parole di Napoleone III venne poco dopo il discorso del trono pronunciato da Vittorio Emanuele il 10 gennaio del 1859 a Palazzo Madama, inaugurando la seconda sessione della VI Legislatura, discorso che merita di essere riportato per intero e -come del resto gli altri- fedelmente nella sua sintassi originale:

"Signori senatori, signori deputati, la nuova legislatura, inaugurata un anno fa, non ha fallito alle speranze del paese, alla mia aspettazione. Mediante il suo illuminato e leale concorso noi abbiamo superato le difficoltà della politica interna ed esterna, rendendo così più saldi quei larghi principi di nazionalità e di progresso, sui quali riposano le nostre libere istituzioni. Proseguendo nella medesima via, porterete quest'anno nuovi
miglioramenti nei vari rami della legislazione e della pubblica amministrazione. Nella scorsa sessione vi furono presentati alcuni progetti intorno all'amministrazione della giustizia. Riprendendone l'interrotto esame confido che in questa verrà provveduto al riordinamento della magistratura, alla istituzione delle Corti di Assisi e alla revisione del codice di procedura. Sarete di nuovo chiamati a deliberare intorno alla riforma dell'amministrazione dei comuni e delle province. Il vivissimo desiderio che essa desta vi sarà d'eccitamento a dedicarvi le speciali vostre cure. Vi saranno proposte alcune modificazioni alla legge sulla guardia nazionale, affinché, serbate in tutto le basi di questa nobile istituzione, siano introdotti in essa quei miglioramenti suggeriti dall'esperienza, atti a rendere la sua azione più efficace in tutti i tempi. La crisi commerciale, da cui non andò immune il nostro paese, e la calamità, che colpì ripetutamente la principale nostra industria, scemarono i proventi dello Stato; ci tolsero di vedere fin d'ora realizzate le concepite speranze di un compiuto pareggio tra le spese e le entrate pubbliche. Ciò non v'impedirà di conciliare, nell'esame del futuro bilancio, i bisogni dello Stato con i principi di severa economia.
Signori senatori, signori deputati, l'orizzonte, in mezzo a cui sorge il nuovo anno, non è pienamente sereno. Ciò non di meno vi accingerete con la consueta alacrità ai vostri lavori parlamentari. Confortati dall'esperienza del passato andiamo risoluti incontro all'eventualità dell'avvenire. Quest'avvenire sarà felice, riposando la nostra politica sulla giustizia, sull'amore della libertà e della patria. Il nostro paese, piccolo per territorio, acquistò credito nei consigli dell'Europa, perché grande per le idee che rappresenta, per le simpatie che esso ispira. Questa condizione non è scevra di pericoli, giacché, nel mentre rispettiamo i trattati, "non siamo insensibili al grido di dolore" che da tante parti d'Italia si leva verso di noi. Forti per la concordia, fidanti nel nostro buon diritto, aspettiamo prudenti e decisi i decreti della Divina Provvidenza".

IL TRATTATO FRANCO-SARDO

Il discorso del trono produsse un entusiasmo indescrivibile nel Piemonte. Ai popoli del Lombardo-Veneto e delle altre parti d'Italia sembrò come una promessa di guerra. Gli eventi oramai si affrettavano verso la fine del mese. Il 16 gennaio giungeva a Torino il principe Gerolamo Bonaparte e due giorni dopo, il generale Niel, il Cavour e il La Marmora firmavano il trattato segreto d'alleanza tra S. M. il Re di Sardegna e S. M. l'Imperatore dei Francesi, diretta al fine di liberare l'Italia dagli austriaci e di formare un Regno dell'Alta Italia. Vi era detto espressamente che la sovranità del Papa sarebbe stata mantenuta, che le spese della guerra sarebbero state a carico del nuovo regno, il ducato di Savoia e la contea di Nizza sarebbero state annesse alla Francia e che nessuno dei due alleati avrebbe potuto proporre la cessazione delle ostilità senza prima averne deliberato in comune. Al trattato segreto furono aggiunte una convenzione militare, concordata tra i generali La Marmora e Niel, e una convenzione finanziaria.
Con il trattato d'alleanza si concludevano anche le nozze tra il principe Gerolamo figlio dell'ex-re di Westfalia, e la principessa Maria Clotilde, la quale faceva sacrificio della sua giovinezza per disciplina filiale e patriottismo.
(alcuni risvolti di questo matrimonio li riportiamo nell'anno 1859 - vedi)
Il matrimonio civile fu celebrato il 29 gennaio, quello religioso il 30; quindi la coppia, accompagnata dal re, dal principe di Carignano e dall'ambasciatore francese, partì per Genova, donde con un numeroso seguito di navi, si recò a Marsiglia.
Il 4 febbraio usciva a Parigi un opuscolo, dovuto alla penna del DE LA GUÉRRONIÈRE, intitolato "Napolèon III et d'Italie" e destinato a render popolare la causa della guerra italiana in Francia, dove pochissimi erano i favorevoli. L'opuscolo sollevò un gran rumore, anche perché si sapeva ispirato dallo stesso imperatore, ed ebbe una gran diffusione; basti dire che nella sola Parigi in quarantotto ore ne furono venduti cinquantasettemila copie.

Tre giorni dopo NAPOLEONE III inaugurava la sessione legislativa con un importante discorso, in cui fra le altre cose diceva
(lo riprendiamo fedelmente dalla "Gazzetta Piemontese"):

"Il governo di Vienna e il mio, lo dico con rammarico, si sono spesso trovati in disaccordo sulle principali questioni ed è stato necessario un grande spirito di conciliazione per poterle risolvere. Per esempio, la ricostituzione dei principati danubiani, non si è compiuto, se non dopo numerose difficoltà che hanno nociuto alla piena soddisfazione dei loro legittimi desideri; e se mi si domandasse quale interesse ha la Francia in quelle lontane regioni, bagnate dal Danubio, io risponderei che l'interesse della Francia è dovunque sia una causa giusta e civilizzatrice da far prevalere. In tale stato di cose non era niente straordinario che la Francia si avvicinasse di più al Piemonte, che era stato così fido durante la guerra, così devoto durante la pace. La felice unione del mio diletto cugino il principe Napoleone con la figlia di Re Vittorio Emanuele non è dunque uno di quei fatti insoliti, in cui bisogna cercare una ragione nascosta, ma è la conseguenza naturale della comunanza degli interessi dei due paesi e dell'amicizia dei due sovrani. Da qualche tempo lo Stato dell'Italia e la sua condizione anormale, dove l'ordine non può essere mantenuto se non con le milizie straniere, inquietano giustamente la diplomazia. Questo non è però un motivo sufficiente per credere alla guerra. La chiedano gli uni con tutti i loro voti, senza legittima ragione, si compiacciano gli altri nei loro esagerati timori di mostrare alla Francia i pericoli di una nuova coalizione, io rimarrò incrollabile nella via del diritto, della giustizia e dell'onore nazionale; e il mio governo non si lascerà né trascinare né intimorire, perché la mia politica non sarà mai né provocatrice né pusillanime .... La pace, spero, non sarà turbata .... La nazione che mi ha commesso i suoi destini sa che un interesse personale o una meschina ambizione, non dirigeranno mai le mie azioni. Quando si salgono, sostenuti dal voto e dal sentimento popolare, i gradini di un trono, ci innalziamo con la più grave responsabilità, al di sopra dell'infima ragione, dove si agitano volgari interessi, e per primi moventi, come per ultimi giudici si hanno: Dio, la propria coscienza e la posterità".

PREPARATIVI DI GUERRA IN PIEMONTE

Fervevano intanto i preparativi sia nella Francia che in Piemonte. Fin dal 4 di febbraio, era stato presentato alla Camera dal ministro delle Finanze Giovanni Lanza un disegno di legge per un nuovo prestito di cinquanta milioni, da servire ai provvedimenti difensivi resi necessari dall'atteggiamento minaccioso dell'Austria. La discussione cominciò cinque giorni dopo e fu appassionante; parlarono contro il SOLARO DELLA MARGHERITA, i savoiardi COSTA di Beauregard e DE VIRY; parlarono in favore il MAMIANI, il BROFFERIO, il CAVOUR. Il prestito risultò approvato con 116 voti favorevoli e 35 contrari. Il Senato lo approvò il 17 febbraio con 59 voti contro 7.

Per ostilità della Francia alla guerra il prestito non fu emesso, come si sperava, pure a Parigi; la sottoscrizione fu quindi fatta solo nel regno e fu notevole lo slancio con cui la popolazione rispose all'appello che in poco tempo anziché 50 furono sottoscritti 80 milioni. Di questo positivo risultato del prestito ne dava notizia il 9 marzo la "Gazzetta ufficiale", che lo stesso giorno annunciava anche il richiamo dei contingenti alle armi.

I "CACCIATORI DELLE ALPI"

Una settimana dopo fu pubblicato il decreto che istituiva il corpo volontario dei "Cacciatori stelle Alpi", ordinati in una brigata di tre reggimenti su due battaglioni ciascuno al comando dei tenenti colonnelli COSENZ, MEDICI ed ARDUINO, con deposito a Cuneo e a Savignano. Il comando dei Cacciatori delle Alpi fu affidato a GIUSEPPE GARIBALDI, che il 17 marzo, dietro proposta del generale CIALDINI, fu dal presidente del `consiglio incaricato delle funzioni di maggior generale.

Dal Lombardo-Veneto e dai Ducati accorrevano intanto numerosi i volontari, che furono arruolati nell'esercito sardo; reparti di truppe furono prudentemente avvicinati verso la frontiera, fervevano i preparativi e pareva che la guerra dovesse scoppiare da un momento all'altro. Invece la guerra non era così prossima come si credeva e i governi e la diplomazia d'Europa erano un po' tutte impegnate per impedirla.

Chi più s'adoperava per scongiurare lo scoppio della guerra era l'Inghilterra.
Contro anche MAZZINI, da Londra (su Pensiero e Azione), ostile ai progetti cavouriani-sabaudi) e attacca duramente la guerra dei piemontesi uniti ai francesi, affermando che l'Italia non ha bisogno di questi loschi "intrighi", "L'Italia è matura per essere nazione libera e una", ed invitava l'Europa a lasciarla sola"


L'Inghilterra proseguendo le sue energiche pressioni a Vienna e a Torino, riusciva a preoccupare talmente Napoleone III da far sì che questi autorizzasse il "Moniteur" a pubblicare il 4 marzo una nota rassicurante, che quasi smentiva i propositi guerreschi dell'imperatore.
La pubblicazione di questa nota suscitò grande sdegno in Vittorio Emanuele, il quale scrisse a Napoleone III che, se fosse stato vero il mutamento di propositi dell'alleato, non gli sarebbe rimasta altra via che "seguire l'esempio del magnanimo Genitore il Re Carlo Alberto, e rinunziare a una corona che non potrebbe più a lungo portare con onore per sé e con sicurezza per il suo Popolo". "Costretto - continuava - a rinunziare al trono dei miei avi, i riguardi che io devo a me stesso, alla riputazione della mia Casa e alla prosperità del mio paese, m' imporrebbero il dovere di rendere note al mondo le ragioni, che mi hanno indotto a compiere un simile sacrificio".

La Russia aveva fatto capire che intendeva non interessarsi al conflitto, rimanendo spettatrice se si fosse limitato all'Italia, ma quando si convinse che la guerra poteva diventare generale, suggerì alla Francia di proporre un congresso delle cinque grandi potenze in cui si discutesse la questione italiana. Questo suggerimento era molto utile a Napoleone III perché era sicuro che il congresso non avrebbe risolto nulla e invece gli avrebbe dato il tempo per prepararsi alla guerra. L'Inghilterra sebbene a malincuore, accettò la proposta del congresso e riuscì a farla accettare all'Austria la quale però pose come condizione il disarmo preventivo del Regno di Sardegna.

In Italia le "speranze" crollarono del tutto quando si seppe che anche il governo di Parigi -sollecitato dall'opinione pubblica- aveva aderito al progetto inglese del disarmo.

Chiamato a Parigi e consigliato ripetutamente da Napoleone III di disarmare, Cavour si rifiutò energicamente e se ne tornò a Torino minaccioso (anche se in profonda agitazione già parlava di "rovina").
Allora dalla Francia fu proposto che, invece della sola Sardegna, disarmassero anche la Francia, l'Inghilterra, la Russia, la Prussia e l'Austria ma quest'ultima potenza si ostinò a volere il disarmo preventivo del solo Piemonte.
Un ultimo tentativo fu fatto dall'Inghilterra, la quale propose alle quattro grandi potenze il disarmo preventivo simultaneo, la commissione d'ufficiali superiori e l'ammissione degli Stati Uniti al congresso alle stesse condizioni quando partecipò nel 1821 al congresso di Lubiana. La Francia accolse la proposta e la notte dal 18 al 19 aprile WALEWSKY, dandone, per mezzo del principe LATOUR d'AUVERGNE, comunicazione al CAVOUR, gli intimò di aderire. Sebbene con la disperazione nell'animo, il Cavour dovette chinare il capo e la mattina del 19 aprile fu spedita a Parigi la seguente risposta:
"Giacché la Francia si unisce all'Inghilterra per chiedere al Piemonte il disarmo preventivo, il governo del Re, pur prevedendo che questo provvedimento potrà avere conseguenze dolorose per la tranquillità dell'Italia, dichiara di essere disposto a sottostarvi".
L'intimazione era dunque di cedere senza riserve

Cavour, disperato, messo alle corde cercava una via d'uscita: per partecipare al Congresso delle potenze proposto dai Russi bisognava aver già disarmato e lui propose al Re di farne uno qualsiasi, smobilitando qualche vecchio reparto, pur di essere ammessi.
Il Re scrive a Cavour: " L'imperatore si è burlato di noi...Siamo a mal partito...quel cane di imperatore non mi ha mai convinto...è una carogna. Se si disarma facciamo la topica (la gaffe) completa...Facciamo come lei suggerisce, basta che se ne contentino.... Ma temo che siamo in agonia...Coraggio, tutto non è ancora terminato e talvolta "arriva la fortuna", mentre uno se lo aspetta di meno".

 

L'ULTIMATUM AUSTRIACO

(QUI - testo dell'Ultimatum di Buol e risposta di Cavour)

La "fortuna" per il Cavour, era rimasta in attesa qualche ora, molto indecisa con chi schierarsi, poi fece la sua scelta. Proprio la stessa sera del 19 aprile, ignorando che il Cavour aveva aderito alla proposta franco-inglese, il governo austriaco compilava a Vienna un "ultimatum" da inviare a Torino intimando al Piemonte di congedare i corpi franchi o volontari e di rimettere l'esercito sul piede di pace.

La stessa sera del 19, dopo aver firmato il mattino l'intimazione di cedere senza riserve, il Cavour parlò quella notte di uccidersi; il mattino del 20 un po' più calmo dichiarò al Consiglio dei Ministri di volersi ritirare; il 21 "…vede tutto bene e ha dormito bene... scrive il Re- ...Cavour dice che bisogna stare impavidi al nostro posto, medita un gran discorso per martedì ai popoli subalpini; intanto… domani va a Leri in campagna a farsi le vacanze di Pasqua".
Ma il 22, Cavour non parte per le vacanze, ma parte all' "attacco". Altro che "pace pasquale"!

Gli inviati dovevano giungere il 23 aprile a Torino (vigilia di Pasqua). Quel giorno stesso, Cavour (dopo "aver dormito bene") riuniva la Camera in seduta straordinaria e presentava il seguente disegno di legge:
"In caso di guerra con l'Impero d'Austria, il Re sarà investito di tutti i poteri legislativi ed esecutivi e potrà, sotto la responsabilità ministeriale, fare con semplici decreti reali tutti gli atti necessari alla difesa della patria e delle nostre istituzioni. Rimanendo intangibili le istituzioni costituzionali, il governo del Re, durante la guerra, avrà la facoltà di emanare disposizioni per limitare provvisoriamente la libertà della stampa e la libertà individuale".
II disegno fu approvato con 110 voti favorevoli, 24 contrari e 2 astenuti.

Nel pomeriggio del 23, gl'inviati austriaci, barone di KELLERSPERG e conte CESCHI di S. Croce, consegnavano a CAVOUR l'ultimatum al quale si doveva dare risposta entro tre giorni. "In caso contrario l'Imperatore d'Austria ricorrerà alle armi".

Il presidente del Consiglio diede convegno agli inviati per il 26 aprile, quindi telegrafò a Parigi il testo dell'ultimatum e chiese all'Imperatore l'invio immediato di almeno cinquantamila uomini.
Il 25 aprile il disegno di legge approvato due giorni prima dalla Camera, fu portato davanti al Senato, dove il vecchio generale ALBERTO LA MARMORA disse:
"Antico soldato di Wagram, questi bianchi capelli vi provano che purtroppo io non posso più offrire alla patria e al re una spada che la mia mano non ha più la forza di stringere; ma al vecchio un'offerta è ancora possibile fare, quella della sua esperienza; ebbene, credetelo all'esperienza di cinquant'anni di vita militare rafforzata dal ricordo di altri eventi non antichi, la dittatura che vi si domanda è la condizione indispensabile al riscatto d'Italia".
Venuto ai voti, il Senato approvò il disegno all'unanimità.

Il giorno seguente, il 26, CAVOUR consegnò agli inviati austriaci una lettera per il conte BUOL, nella quale giustificando la condotta del Regno di Sardegna, lasciava all'Austria la responsabilità delle sue azioni. Consegnata la risposta negativa, il grande statista, andando incontro agli amici che aspettavano in anticamera, disse:
"Alea jacta est. Abbiamo fatto della storia ! ".

Il 26 aprile, trascorsi i tre giorni, il governo piemontese respinge l'ultimatum.
Il 27 aprile, i soldati austriaci, comandati da GYULAI, dovrebbero varcare immediatamente il Ticino. Ma gli ordini al maresciallo da Vienna non sono molto chiari.

Infatti la parte militare fu eseguita con esitazione e malavoglia. Inoltre, Gyulai riceve l'ordine di "non procedere all'attacco, ma aspettare istruzioni telegrafiche da altissimo loco"perfino nel caso in cui, trascorso il termine di tre giorni fosse arrivata una risposta negativa". Gyulai trova tutto ciò sgradevole da ogni punto di vista, e dichiara "di non riuscire a spiegarsi tale inaudita leggerezza e superficialità degli alti diplomatici". Se uno di noi facesse il servizio in questo modo lo si dovrebbe radiare dai quadri"
(Lettera di Gyulai ad Alessandro d'Assia, copia della lettera nel suo diario, in data 27 aprile 1858 - Archivio castello di Walchen).

Gyulai è convinto che la Prussia pianti in asso l'Austria. Intanto l'esercito austriaco in Italia aspetta in silenzio. Anzi, apprende, da una lettera autografa secca del sovrano- che l'Arciduca Massimiliano, è stato silurato e va ad assumere il comando della flotta.

In queste condizioni, Gyulai trascura di fare l'unica cosa giusta che dovrebbe fare un generale: prevenire il collegamento dei Piemontesi con i Francesi (che stanno entrando in Italia) e battere i primi isolatamente per poi affrontare i secondi. Esita, perde tempo, e perde tutte le occasioni che gli si presentano.
Quando finalmente decide di agire, il 30 aprile, sul Ticino. Dopo Magenta (4 giugno), da Vienna gli giunge il seguente telegramma "Dato lo stato attuale delle nostre cose, abbandonare Milano, ritirarsi verso l'Adda, il teatro di guerra meglio indicato è…sul Mincio".
I comandanti delle singole unità sono furenti, Gyulai lo sa e si lamenta con l'Assia.
Inizia lo scarica barile; BENEDECK inveisce contro chi comanda questa campagna; e chi la comanda inveisce contro Vienna.
Il principe D'Assia annota nel suo diario il 1° maggio: "Chi ci capisce qualche cosa è bravo".


Inizia così la II Guerra d'Indipendenza Italiana.

Mentre Francesco Giuseppe continua ad aspettare che la Prussia si decida ad intervenire ("spero che forse la Germania e quella miserabile sconcia Prussia vengano, almeno all'ultimo momento in nostro aiuto"(lettera di F.G. alla madre Sofia, Verona 16 giugno 1859 - F. Schnurer - Briefe Kaiseran seine Mutter -Lettere di F.G. alla madre - 1838-1872 - pag, 214).
Con la Russia che resta in disparte, assiste alla guerra e non muove un dito; e la zarina (sorella di Al. D'Assia che opera in Italia con Gyulai) dà sfogo al suo odio per Francesco Giuseppe, "quello che si felicitò per primo la presa di Sebastopoli; è lontano dal cuore dello zar; ed è impensabile come appunto lo è, tale bassezza in un carattere nobile come il suo" (Lettera di Maria di Russia al fratello Alessandro D'Assia - 28 maggio 1859 - op. cit.)
Non poteva che finire per l'Austria come finì.

Della guerra - appunto- parleremo nel prossimo capitolo
Atto Primo anno 1859 > > >

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