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CRONOLOGIA

DA 20 MILIARDI
ALL' 1  A.C.
1 D.C. AL 2000
ANNO x  ANNO
PERIODI STORICI
E TEMATICI
PERSONAGGI
E PAESI

ANNO 1859 

*** PROCLAMA DEL RE
ULTIMATUM AUSTRIACO e RISPOSTA DI CAVOUR

LE NOTE AUSTRIACHE ALLO SCOPPIO DELLA GUERRA
*** LA PROTESTA DEL DUCA DI MODENA
*** LA PROTESTA DEL DUCA DI PARMA

1859: IL VENETO COME IL LUSSEMBURGO?

LA GUERRA PRIMA DI  MAGENTA (2 versioni)  - LA BATTAGLIA DI SOLFERINO (5 versioni)

*** TRATTATO DI ZURIGO - "E TRADIMENTI"
*** LETTERE DI NAPOLEONE, DEL RE, e di... DI MAZZINI (poco repubblicano)
*** GARIBALDI - UN MILIONE DI FUCILI E PROCLAMI
*** PROCLAMA DI GARIBALDI  AGLI STUDENTI DI PAVIA e agli  ITALIANI
***  LA COMPONENTE MASSONICA
*** ENCICLICA DI PIO IX DEL 19.01.1860 - L' USURPAZIONE
 Scuola e istruzione  - 
La "questione" debiti Analisi (1859 -'70)  - 
I Personaggi politici di questo periodo

VEDI ANCHE I RIASSUNTI DI QUESTO PERIODO IN STORIA D'ITALIA


*** L'ALLEANZA FRANCO-PIEMONTESE
*** IL SABAUDO "SACRIFICA SUA FIGLIA PER AVERE QUALCHE METRO DI TERRITORIO"
*** SECONDA GUERRA D'INDIPENDENZA
*** INSURREZIONE A FIRENZE
*** RICHIESTE DI ANNESSIONE AL PIEMONTE
*** LA ROMAGNA CHIEDE L'ANNESSIONE
***
NASCITA DELLA SCUOLA ITALIANA

1 GENNAIO - Inizio d'anno con venti di guerra. Tutti gli stati europei (che stanno mobilitandosi per scongiurare la guerra) danno imminente l'inizio delle ostilità tra Austria e Piemonte. La prima ha già ammassato le truppe sui confini. E al grande ricevimento di fine anno all'ambasciata  Napoleone non nasconde ai diplomatici l'intenzione di scendere in Italia a fianco del Regno di Sardegna. Del resto l'annuncio dell'anomalo matrimonio di suo cugino Giuseppe con la figlia del Re Vittorio Emanuele non lasciano dubbi. Questo "sacrificio" ha un prezzo.

10 GENNAIO - Il discorso della corona in Parlamento di Vittorio Emanuele II (vedi sopra - proclama)

17 GENNAIO - A siglare il patto di alleanza della Francia e i Savoia, giunge a Torino GIUSEPPE NAPOLEONE, cugino di Napoleone III. Nel patto tre convenzioni: una militare, una finanziaria, una territoriale. Quella militare prevede la formazione di una  armata di 200.000 francesi e 100.000 sardi ma con al comando supremo  Napoleone III. Quella finanziaria prevede un rimborso alla Francia a fine guerra con un decimo di tutte le entrate del costituente regno dell'Alta Italia (previsto a fine guerra dalle Alpi fino ad Ancona).  Quello territoriale : eventuale cessione alla Francia della Savoia e della contea di Nizza.
Tra i "patti" extra, la "cessione" della quindicenne principessa MARIA CLOTILDE

""Vittorio Emanuele  in esecuzione agli accordi presi da Cavour con Napoleone III per farsi aiutare contro gli austriaci,  oltre che accettare i patti sopra esposti, doveva dargli in sposa al cugino Giuseppe, sua figlia Maria Clotilde. La principessa non aveva mai visto quest'uomo. Ma la sua fama gli era nota. (era nota in mezza Europa).  Lo sposo gli pareva ricco solo di qualità negative, per l'immoralità e l'ateismo; ed era offesa di dovere, essa principessa sabauda, sposare un simile  parvenu. Ma Cavour gli scrisse una pomposa lettera. La sostanza era che  voleva che la Principessa si sacrificasse.
Maria Clotilde - narra la sua dama di compagnia, dama di alti sensi, di delicato sentire- pianse quando lesse la lettera.  Il Re suo padre si dibatteva tra il suo desiderio di agevolare l'alleanza, e il dolore di dover dare la figlia prediletta ad un uomo indubbiamente spregevole. (lui che sapeva cosa era l'amore con la bella Rosina). Cavour scrisse a Villamarina -marito della dama di compagnia della Principessa- "...essendo egli (il Re) di carattere straordinariamente debole, non osa insistere con sua figlia. Vuole che solo io faccia la parte del tiranno, riservando per sè quella di padre nobile, affettuoso. Ma non importa: se il re è debole, io sono duro come il macigno e per raggiungere il santo scopo che ci siamo preposti, incontrerei ben altri pericoli che l'odio di una ragazza e le ire dei cortigiani"
(Francesco Cognasso, Vittorio Emanuele II,  Utet, To 1942, pag. 142)

Le pressioni sul Re per convincere la figlia a non dire no, si fecero durissime. Cavour entrò nella sua vita privata a proposito della sua amante Rosa Vercellana (la Bella Rosina, pazzo di lei; rapita quando aveva 15 anni, "consumata" e messa incinta, ma che seguitava ad amare profondamente). Mise in giro la voce che voleva sposare la popolana e farla diventare regina; La cosa se fosse avvenuta, avrebbe determinato discredito per la Casa Savoia e per la causa italiana, che oramai aveva sposato e fatto la sua vita, la sua speranza. Il Conte si propose con questo attacco di allontanare il re dall'amante e cercò di screditarla sfruttando voci e pettegolezzi di bassa lega.
Inoltre iniziò a circolare a Torino la diceria che il re dovesse sposare Maria di Russia rimasta vedova . E che il matrimonio avrebbe servito alla politica russofila antiaustriaca. Il re ci vide un'azione indelicata ed indegna. Mentre Rosa Vercellana minacciò di uccidersi o di "fare una scena" a chi diffondeva tali notizie. Ed alludeva al Cavour. Il Re troncò ogni diceria. Dichiarò che non avrebbe sposato nessuna principessa, ma avrebbe mantenuto il suo impegno d'onore con una dama e che l'avrebbe sposata in forma privata (morganatica, eventuali figli esclusi dalla successione dinastica). Cavour aggravò il suo torto, insistendo ancora, finchè il Re scrisse il famoso biglietto a Rattazzi "Faccia il favore di dire al Conte Cavour se basta la mia parola datale o se è partito preso per distruggere la Rosa". (Ib. pag 148)

 Riguardo invece al matrimonio "sacrificale" della Principessina, il Principe d'Assia così scrive a sua sorella, l'imperatrice zarina Maria di Russia:  "Povera vittima della politica, il Savoia sacrifica la sua graziosa figliola quindicenne a un uomo come il principe Napoleone, scostumato, disprezzato in Francia da tutte le persone oneste e da tutti deriso, solo per la speranza di poter conquistare con l'aiuto della Francia qualche chilometro quadrato di territorio".
(Lettera di Alessandro D'Assia all'imperatrice Maria di Russia, 30 gennaio 1859 - Docum. Castello di Walchen).
30 GENNAIO - Si celebra a Torino il matrimonio della giovane principessa. Alla cerimonia  il disagio della principessa accanto a quell'uomo (brutto e volgare)  anche la folla la percepì. Più che emozione provò tanta pena. Le popolane giovinette  furono felici  di non essere figlie di un re; "guarda un po' in che braccia ti "butta"".

28 FEBBRAIO - Da Londra, dove a settembre dello scorso anno ha fondato una rivista (Pensiero e Azione - ostile ai progetti cavouriani-sabaudi) GIUSEPPE MAZZINI attacca duramente la guerra dei piemontesi uniti ai francesi, affermando che l'Italia non ha bisogno di questi loschi "intrighi", "L'Italia è matura per essere nazione libera e una", ed invita l'Europa a lasciarla sola"

MARZO  - In effetti l'Europa non rimase insensibile, era decisa ad impedire al Piemonte ogni mossa. Le pressioni furono molte per scongiurare la guerra. L'Inghilterra appoggiata anche dalla Prussia cerca di ottenere il disarmo del Piemonte. Mentre la Russia ha invece proposto un Congresso delle potenze europee per trovare una via d'uscita all'Italia. Nella stessa Francia l'opinione pubblica  è ostile alla politica di Napoleone, che considera aggressiva, pericolosa e anche inutile. 
 Se l'intesa delle potenze contro la guerra fosse avvenuta, Cavour avrebbe dovuto ritirarsi; ma anche la situazione del Re sarebbe diventata critica. Dimissioni per il primo e abdicazione per il secondo. Una conclusione che a Cavour pareva inevitabile dopo un intenso marzo fallimentare su molti fronti, fino al punto che il Re vedendo in spasmodica agitazione Cavour (che parlava già di "rovina")  pensò di nominare D'Azeglio quando il ....

  1 APRILE ...Cavour rientrò da Parigi deluso nelle sue speranze. Che crollarono del tutto quando si seppe che il governo di Parigi -sollecitato dall'opinione pubblica-  aveva aderito al progetto inglese del disarmo. 

11 APRILE - Il re non perde la calma, ma senza Cavour sembra perso. Mandò il Rattazzi da Cavour per dirgli che aveva conferito alla Rosa (la sua amante che presto avrebbe sposato) il titolo di Contessa di Mirafiori, e che voleva dimenticare gli attriti del passato (l'offesa grave nella sua dignità e nel suo amor proprio che il Cavour aveva scatenato nella sua sfera privata - dimenticato tutto).

18 APRILE - Per partecipare al Congresso delle potenze proposto dai Russi bisognava aver già disarmato. Cavour propone al Re di farne uno qualsiasi, smobilitando qualche vecchio reparto, pur di essere ammessi.   Il Re scrive a Cavour:  " L'imperatore si è burlato di noi...Siamo a mal partito...quel cane di imperatore non mi ha mai convinto...è una carogna. Se si disarma facciamo la topica (la gaffe) completa...Facciamo come lei suggerisce, basta che se ne contentino.... Ma temo che siamo in agonia...Coraggio, tutto non è ancora terminato e talvolta "arriva la fortuna", mentre uno se lo aspetta di meno"

19 APRILE - L'"agonia" arrivò alla sera con un dispaccio delle potenze europee, ed era l'intimazione di cedere senza riserve. Il Cavour parlò quella notte di uccidersi; il giorno dopo il 20 dichiarò al Consiglio dei Ministri di volersi ritirare; il 21  "vede tutto bene e ha dormito" - scrive il Re- e il 22  scrive ancora " dice che bisogna stare impavidi al nostro posto, medita un gran discorso per martedì ai popoli subalpini. Intanto domani e domenica va a Leri in campagna a farsi le vacanze di Pasqua. Ma il....

23 APRILE (Sabato Santo) - Arriva la sorpresa, "arriva la fortuna". Il Re aveva ragione: la fortuna arrivò a Torino, ed era l'Ultimatum  dell'Austria. (VEDI L'ULTIMATUM  nel link sopra). Quello che aspettava Cavour. Il trionfo della sua politica. La guerra si farà, basta attendere. Quello che voleva Cavour. In fretta e furia propone alla Camera di conferire pieni poteri al Re durante la guerra. Poi all'uomo che pochi  settimane prima aveva attaccato indegnamente, gli riservò un incredibile panegirico: " Chi potrebbe essere il migliore custode delle nostre libertà? Egli, il cui nome dieci anni di regno fecero sinonimo di lealtà e di valore, Egli che tenne sempre alto il vessillo tricolore, Egli che ora si apparecchia a combattere per la libertà e per l'indipendenza?".

Il Conte ha vinto, ma in guerra deve andarci il Re.  Cavour, ora deve passare in seconda linea, stare a Torino a fare presidente del Consiglio, il ministro degli Esteri, degli Interni e l'interim della  Guerra.
Il Re prende il comando supremo dell'esercito, nomina capo di Stato maggiore Morozzo, ma Cavour ha staccato come rappresentante del governo al suo Quartier Generale il ministro della guerra, La Marmora.

Vittorio Emanuele non era uno stratega, aveva ancora la concezione della "guerra alla baionetta", anche se era lucido e rapido nelle decisioni. Aveva appena  respirato a pieni polmoni partendo per il campo non avendo più il tirannico Cavour, quando il Conte iniziò a scrivergli dando consigli che sapevano di ordini. Poi con il La Marmora che agiva da controllore, iniziò a non tollerarlo, e lo scrisse al Cavour "Noi due insieme non possiamo stare. Siamo sempre di opinione opposta. Se la cosa continuerà così, tutto andrà male. Vuol far tutto, comandare tutto, vedere tutto" poi aggiunse anche un sarcastico rimprovero "Sappia che è ridicolo fare progetti a Torino, mentre noi, che siamo sul posto, ci caviamo la pelle per fare il nostro dovere...avrà mie nuove, ma io non scriverò più".

Cavour non si scompose  e gli rispose per le rime: " In altre circostanze avrei dato le dimissioni, ma nelle attuali un ministro ha l'obbligo di rimanere al suo posto". Poi non si scrissero più fino a quando non arrivò il "padrone" della guerra.

Infatti  "il bello" per il frustrato Re  "ubbidiente" e "disubbidiente" a secondo le circostanze doveva ancora venire.

Il piano di guerra austriaco mira a schiacciare il piccolo esercito sabaudo prima che i francesi di Napoleone III possano accorrere in aiuto; il piano tuttavia fallisce, perché l'esercito austriaco, comandato dal vecchio maresciallo Giulay, si attarda (senza ordini precisi da Vienna, dove sembra che regni tanta confusione e incertezza - (Vedi il link sopra LA GUERRA AUSTRIACA PRIMA DI MAGENTA) nelle risaie del Vercellese, appositamente allagate per ostacolare l'avanzata del nemico.
Del resto altro i piemontesi non potevano fare. Erano molto pochi di numero.

5 MAGGIO - Le truppe francesi della divisione del generale Vinoy attraversano il passo del Moncenisio, per raggiungere e congiungersi con i reparti piemontesi. Nel frattempo a Parigi Napoleone si prepara a partire per Marsiglia. Si imbarca il 10 maggio, arriva a Genova il 12.

14 MAGGIO - L'alleato del Re di Sardegna,  NAPOLEONE III, sbarcato a Genova arriva ad Alessandria. Ovviamente l'imperatore intende avere il comando supremo e considera il Re come comandante in seconda. Vittorio Emanuele che già credeva di essere un vero Re condottiero, si trovò a disagio tra tutti quelli che  pretendevano ora dirigerlo. La Marmora in un modo, Cavour in un altro, e ora anche Napoleone.

RITORNIAMO AI PRIMI GIORNI DELL'INIZIO OSTILITA'

24 APRILE -(Pasqua) - Primo giorno di Guerra. Si muovono da Torino sei divisioni. - Cavour fa presentare una nota dal suo ambasciatore piemontese a Firenze; chiede alla Toscana di aderire all'alleanza franco-piemontese. Il governo fiorentino vuole affermare la sua neutralità. Ma il 27 Bettino Ricasoli filo-piemontese organizza con gli aderenti alla Società Nazionale una grande manifestazione. Si cerca di  scatenare una insurrezione popolare per cacciare dalla città Leopoldo II. I fedeli al Granduca tentano una mediazione, e si danno da fare per convincere Leopoldo ad abdicare a favore del figlio, ma il granduca rifiuta ed è obbligato a lasciare la Toscana. S' instaura un governo provvisorio e chiede ai Savoia di assumere la dittatura della Toscana. L'11 maggio  poi consegna i poteri a un commissario piemontese, al conte BONCOMPAGNI
La stessa cosa si ripete a Massa e Carrara mentre soldati piemontesi occupano il territorio.

29 APRILE - I Borboni da Napoli per il conflitto annunciano la propria neutralità. Purtroppo  il re delle Due Sicilie Ferdinando II morirà quattro settimane dopo, il 22 maggio. Gli succede il figlio ventitreenne Francesco II (1859-1861) che non gode di grande fama  di acuta intelligenza.

1 MAGGIO - Un gruppo di ufficiali presenta alla duchessa reggente il ducato di Parma,  Maria Luisa di Borbone una petizione per entrare a fianco del Regno di Sardegna contro l'Austria. La duchessa decide di lasciare Parma dove si insedia una giunta provvisoria in nome di Vittorio Emanuele, ma tre giorni dopo l'esercito la depone e richiama la duchessa.

14 MAGGIO - L'esercito francese al comando di Napoleone III via passi alpini e via mare entra in Italia e si ricongiunge con i Piemontesi ad Alessandria. L'Imperatore assume il comando di tutte le forze armate, con il Re suo secondo, che riprende improvvisamente a scrivere a Cavour ironizzando "Sono io ora il Cavour del degnissimo Imperatore il quale ci comanda a bacchetta"

20 MAGGIO - Si svolge la prima battaglia tra franco-sardi e austriaci a  Montebello. Il risultato più rilevante è quello di essere riuscire a fermare l'avanzata austriaca. Mentre il 23 MAGGIO il corpo volontario dei "cacciatori delle Alpi" guidato da GIUSEPPE GARIBALDI,  su ordine di Cavour, sferrano un'offensiva nelle Prealpi lombarde,  varcano il Ticino, vincono gli austriaci a Varese il 26,  poi a San Fermo,  dopo di che il 27 occupano Como.

I Piemontesi il 30  e il 31 occupano Palestro (PV). Gli austriaci compiono una ritirata arretrando su Milano.

(analizzeremo in un secondo tempo le confuse azioni degli austriaci dai documenti del Principe  Alessandro D'Assia - sempre nel link ....LA GUERRA PRIMA DI MAGENTA.... ).

 Il grosso delle forze franco-piemontesi si appresta ai primi di giugno a passare il Ticino a Turbigo e a Magenta, puntando da lì verso Milano, mentre gli austriaci attendono l'attacco molto più a sud, in Lomellina. Accortosi troppo tardi del tranello, Giulay retrocede, ordinando di far saltare il grande ponte napoleonico sul Ticino tra Magenta e Trecate. L'operazione non ha successo. A Magenta si combatte così il 4 giugno 1859 una grande battaglia campale tra l'esercito austriaco, forte di 58.000 uomini, con 176 pezzi, e l'armata franco-piemontese, con 59.100 uomini e 91 pezzi al comando di Napoleone III
Il piano dei franco-piemontesi consiste nel puntare su Magenta da due direttrici: da Turbigo e dal ponte sul Ticino sulla strada tra Milano e Novara. Lo sforzo maggiore è sostenuto dai francesi, mentre l'esercito piemontese ha il compito di seguire le truppe che muoveranno da Turbigo e di intervenire in caso di necessità.
Il comando austriaco, resosi conto delle intenzioni dei francesi, ordina che il grosso dell'esercito sia spostato dalla Lomellina a Magenta, attraverso Vigevano e Abbiategrasso; la difesa è disposta lungo il Naviglio, confidando di fare saltare i ponti di Robecco, Pontevecchio, Pontenuovo e Boffalora.

4 GIUGNO, DALLE 10 ALLE 14
Il secondo corpo d'armata francese al comando del generale Mac Mahon viene diviso in due colonne, una al comando del generale stesso, l'altra agli ordini del generale Espinasse; le due colonne partono da Turbigo dirette a Magenta con due itinerari diversi: Mac Mahon passerà per Boffalora, Espinasse per Marcallo. Altre truppe francesi si attestano dopo Trecate sul ponte del Ticino, solo parzialmente danneggiato dall'esplosivo austriaco, in attesa dell'arrivo di Mac Mahon a Boffalora.
Intanto le truppe austriache tardano ad arrivare dalla Lomellina, e a difendere la linea del Naviglio restano solo i 20-25.000 uomini del generale Clam-Gallas, che dispone le sue truppe a triangolo, con i vertici a Magenta, Boffalora e Marcallo.
4 GIUGNO, DALLE 14 ALLE 16
Mac Mahon ordina di investire Boffalora.
Non appena odono i cannoni, le truppe francesi in attesa presso il ponte sul Ticino si muovono verso Magenta.
A Boffalora gli austriaci riescono a far saltare il ponte sul Naviglio, e difendono strenuamente alcune cascine nei dintorni per guadagnare tempo in attesa dei rinforzi.
La battaglia si fa concitata attorno a Pontenuovo, lungo la linea ferroviaria poco lontano dal ponte sul Naviglio che gli austriaci non erano riusciti a minare, con ripetuti attacchi e ritirate da parte dei francesi.
4 GIUGNO DALLE 16 ALLE 17
Mentre il terzo corpo d'armata francese, partito al mattino da Novara, ritarda a giungere sul campo di battaglia, Espinasse cerca inutilmente di congiungersi a Mac Mahon a Boffalora. Vengono allora cambiati i piani: le due colonne marceranno separatamente su Magenta, avendo il campanile della chiesa di San Martino come punto di riferimento.
Comincia tuttavia ad arrivare da Abbiategrasso il grosso delle truppe austriache, il cui ingresso in linea rende la situazione critica per i francesi, a tal punto che gli austriaci inviano a Vienna un telegramma che annuncia la loro vittoria.
In particolare a Pontenuovo la situazione per i francesi appare disperata, con cinquemila uomini che per tre quarti d'ora devono sostenere l'urto di cinquantamila austriaci. L'avanzata di Mac Mahon da Boffalora, restituisce tuttavia fiducia ai francesi, e induce gli austriaci a retrocedere da Pontenuovo per difendere Magenta.
4 GIUGNO DALLE 17 ALLE 19
La battaglia divampa attorno alla stazione ferroviaria di Magenta; gli austriaci abbandonano le posizioni e si ritirano nelle case per difendere palmo a palmo il terreno. Il generale Espinasse cade nell'attacco alla stazione ferroviaria, ma la sua divisione e quella di Mac Mahon attaccano con un movimento a tenaglia gli austriaci asserragliati nel borgo, riuscendo a conquistare il controllo delle vie d'accesso.
Alle sette della sera gli austriaci si persuadono di aver perso la partita, e si affrettano a ritirarsi meditando una rivincita, che non verrà, per il giorno successivo. Sul campo si contano circa seimila morti, tre quarti dei quali austriaci.

4 GIUGNO ORE 20
Gli Austriaci sconfitti e incalzati abbandonano il campo, mentre la  vittoria franco-piemontese apre le porte alla liberazione di Milano.
LA GUERRA E LA BATTAGLIA DI MAGENTA NELLA VERSIONE DI DUE RELAZIONI 

La ritirata degli austriaci  non è più su Milano ma verso est, prima a Melegnano dove resistono qualche giorno, poi in direzione di Brescia infine  verso il quadrilatero veronese. Già in questa circostanza i francesi sfiorarono la disfatta. Napoleone III fu salvato in extremis dall'intervento del 2° Corpo d'armata del generale Mac-Mahon. Scriverà lo storico De La Gorge: "In Napoleone III non vi era mancanza d'intelligenza, nè debolezza d'animo: ma inesperienza di quella cosa terribile che si chiama guerra".

6-8 GIUGNO - Vittorio Emanuele e Napoleone III  entrano a Milano. Il primo ha avuto dei forti contrasti con La Marmora alla Battaglia di Vinzaglio. Il re dal suo quartier generale aveva disposto che le truppe varcassero la Sesia per affrontare gli austriaci. La Marmora dal suo personale  quartier generale (Cavouriano) le aveva fermate; poi  andò a dirlo arrogantemente al Re, affermando che il suo era un ordine sbagliato. Il Re infuriato gli voltò le spalle e ridiede l'ordine di varcare il fiume. Ed aveva ragione lui, la battaglia fu vinta.
Entrando a Milano il Re non fece l'errore di suo padre nell'agosto del '48. Incalzò gli austriaci in ritirata verso Verona. Pochi giorni dopo, il 12  Garibaldi occupa Brescia e punta sul Lago di Garda attraverso le valli Giudicarie. Lo scopo è quello di arrivare a conquistare la val d'Ampola (Bezzecca-Ledro) per poi scendere su Riva del Garda, Torbole, indi Rovereto.

9 GIUGNO - A Parma dov'era rientrata la duchessa Maria Luisa di Borbone, dopo le notizie delle prime vittorie franco-piemontesi con la liberazione della Lombardia,  lascia la città dopo alcune infiltrazioni di soldati piemontesi. Assume il potere dopo alcuni giorni un governatore sabaudo, Diodato PALLIERI.
(VEDI LETTERA  DI PROTESTA DEI BORBONI nel link sopra)

11 GIUGNO - Per le stesse ragioni il duca  Francesco V, fugge da Modena e viene dichiarato decaduto. Si forma un municipio con poteri governativi. A guidarlo un altro governatore sabaudo, Luigi Carlo FARINI.
(VEDI LETTERA  DI PROTESTA DI FRANCESCO nel link sopra)

12 GIUGNO - Bologna, nello Stato Pontificio, insorge, affiancata dalla stessa guarnigione pontificia. Costringono il cardinale Ferretti a lasciare la città. Si forma un governo provvisorio e si invia a Torino un'ambasciata per offrire la dittatura ai Savoia. In Piemonte si tentenna, inviare un governatore significa dichiarare guerra allo Stato Pontificio e allargare il conflitto su tutto il centro Italia. Poi ci si toglie lo scrupolo, inviando a Bologna Massimo D'Azeglio.  In pochi giorni altre città della Romagna, Marche, Umbria, seguono la stessa sorte invitando i Piemontesi ad occupare e a governare le città.
PIO IX  vedendo franare l'intero Stato Pontificio, il 20 scomunica  tutti i ribelli, poi assumendo dei mercenari svizzeri, questi riescono a riconquistare alcune città delle Marche e dell'Umbria; in particolare Perugia.

16 GIUGNO - Svolta nel comando delle armate austriache. Addossando le sconfitte (innanzitutto il ripiegamento) all'incapacità del comandante in capo GYULAI, l'imperatore 29 enne FRANCESCO GIUSEPPE (precipitatosi in Italia)  assume personalmente il comando delle operazioni, dando il comando dell'armata a Schlick, anche se è troppo tardi.

24 GIUGNO - Si svolge la BATTAGLIA DI SOLFERINO  e di SAN MARTINO. Una battaglia durissima con una carneficina in entrambi i due schieramenti.
Ognuno dei due eserciti è incline a credere che è andata male, entrambi hanno combattuto con grandi difficoltà ed entrambi hanno sofferto momenti difficili (Con Napoleone perfino preoccupato (*))
 I francesi hanno avuto il sopravvento ma sono lontani dalla patria nè possono sperare di ricevere rinforzi salvo smantellare del tutto le frontiere di casa.
Mentre pur in difficoltà (soprattutto per le debolezze di Gyulai create nell'esercito già all'inizio poi per il colpo mortale alla battaglia di Magenta) gli austriaci sperano ancora; osano ancora sperare anche dopo la disfatta di Solferino; primo motivo:  perché i Piemontesi, ma in particolare i Francesi stranamente (*)  hanno rinunciato all'inseguimento; secondo motivo: gli austriaci sono a Verona, città ottimamente fortificata e al centro delle proprie risorse.
 
(*) Vediamo cos'era arrivato a Napoleone da Parigi -due giorni prima della battaglia di Solferino- da sua moglie Eugenia (il 22) e nello stesso giorno cosa scriveva Alessandro d'Assia a sua sorella Maria di Russia)
Il Principe Alessandro d'Assia (che stranamente guida una divisione austriaca di Francesco Giuseppe informa il 22 per lettera la sorella (la zarina) di tutti gli eventi e i mutamenti avvenuti in questa guerra, e non manca d'aggiungere che tutti -quindi alla vigilia della Battaglia di Solferino- erano molto avviliti per il modo atroce in cui Gyulai aveva ridotto e compromesso l'esercito a lui affidato. Tra i combattenti non si faceva che parlare di tradimento e regnava un'indignazione tale che il generale, dopo la sua destituzione, non sapeva proprio dove andare per sottrarsi agli insulti. La lettera si chiude con violenti attacchi contro il "carbonaro coronato" che aveva raggiunto tali successi e minacciava di distruggere tutte le basi su cui si fondava l'ordine in Europa"
(Lettera di Alessandro d'Assia all'Imperatrice Maria di Russia, da Mozzecane, 22 giugno 1859.

Francesi e Piemontesi perdono 12.000 uomini, gli austriaci 18.000.  L'intero esercito austriaco è costretto a ripiegare su Verona, e al di là dell'Adige. Ci si meraviglia perchè Napoleone dopo Solferino non ha impegnato la sua efficiente cavalleria per inseguire gli austriaci.  La ragione sembra che a Solferino i francesi un po' confusi e forse non molto motivati dallo stesso Napoleone (con i pensieri rivolti a Parigi e anche limitato come stratega) rischiarono quasi la disfatta, come a Magenta. Cosa sarebbe accaduto a Parigi -con molti francesi già ostili a questa guerra- lo si può solo immaginare.
Inoltre altre notizie che arrivarono a Napoleone da Parigi  non erano per nulla buone. C'erano seri pericoli che minacciavano la Francia dalla zona del Reno, quindi il suo pensiero era rivolto in patria, e non alla Battaglia di Solferino, che pur fortunatamente vinta gli suggerì il programma di armistizio che però aveva già in mente di chiedere..

Il giorno 22, l'imperatrice Eugenia, nonostante tutte le vittorie di suo marito nell'avventura italiana seguendolo con preoccupazione, gli telegrafava piena di ansia che se oltrepassava il Mincio parecchie Potenze si sarebbero schierate contro di lui. La Prussia stava già mobilitando, e sul Reno la Francia era troppo debole a causa della guerra in Italia. Ella temeva un'invasione del territorio patrio e desiderava perciò una pronta pace e il ritorno dell'esercito in Francia.
Napoleone mostrò questo dispaccio a Vittorio Emanuele, ma entrambi rimasero nei propri pensieri, fino all'indomani quando alle 6 del mattino improvvisamente  i capi dell'esercito austriaco avevano deciso di tentare ancora una volta la fortuna delle armi e fecero tuonare i primi cannoni.

Ci viene in aiuto La Marmora.
 [Il Generale Alfonso La Marmora — Ricordi Biografici
per Giuseppe Massari. Firenze G. Barbera 1880]

"La mattina del 24 giugno 1859 alle 6 il generale La Marmora era intento col Re e col generale Della Rocca, capo dello stato maggiore generale, a scrivere un telegramma in cifra al Conte di Cavour per informarlo, delle disposizioni pacifiche alle quali l’Imperatore dei francesi si mostrava proclive; ma udito ad un tratto il romoreggiar del cannone, gettarono la penna per montare senza indugio a cavallo. Ecco le parole testuali che La Marmora scrive a questo proposito: "Non après, mais avant Solferino l’Empereur nous communiquait les dépèches de Paris sur les armements de la Prusse et l’impossibilité à la France d’envoyer une armée sur le Rhin. Nous étions en train (le Roi, moi et Della Rocca) d’ecrire une dépêche à Cavour pour l’informer de ce que l’Empereur nous avait communiqué, lorsque les premiers coups de canon (6 heures) nous appellèrent sur le champ de bataille..."

Dopo quella giornata memoranda, il generale La Marmora ebbe sempre più motivo di convincersi che l’imperatore Napoleone accennava a propositi e a disegni di pace: e forse nell’animo suo quando poi arrivò  l’annunzio dell’armistizio di Villafranca e della conclusione dei preliminari di pace fra l’Austria e la Francia, non destò quell’impressione di sorpresa e di stupore che produsse nell’universale, e che fece pronunziare a Cavour così severi  giudizî sul modo di comportarsi dell’Imperatore e anche del Re medesimo. Gli appunti scritti dal La Marmora su quest’argomento nelle sue annotazioni, esprimono i suoi giudizî, e Massari li trascrive: "L’Empereur se croyait dégagé, nous ayant averti avant Solferino des menasses de la Prusse, et de ce qu’il ne nous demandait aucune compensation. Ce qui s’est passé en Toscane, et surtout l’accueil peu favorable au prince Napoléon, peut bien avoir eu de l’influence sur la décision de l’Empereur de s’arrêter au Mincio. L’Empereur avait bien aussi d’autres motifs, ou prétextes pour s’arrêter au Mincio. Je crois pourtant que Magenta, et surtout Solferino, l’avaient beaucoup frappé. Du reste, il ne se sentait pas capable de commander, et croyait que parmi les généraux il n’y avait personne qui aurait pu le remplacer. Il était encore très-heureux du prestige qu’il avait acquis, et ne voulait pas le compromettre. J’avais averti Cavour d’abord à Brescia, avant Solferino, et à Rivoltella aprés la bataille; mais il ne voulait pas le croire, et plus que jamais il état persuadé que l’Empereur ne ferait rien sans lui."  [Il Generale Alfonso La Marmora — Ricordi Biografici, per Giuseppe Massari. Firenze G. Barbera 1880]

Abbiamo visto come si è conclusa poi la battaglia di Solferino (vedi anche le 5 versioni della medesima). In seguito i Francesi avanzarono fino a Villafranca, ma la situazione malgrado la vittoria a Solferino, non era delle più favorevoli, quasi critica.
Nelle due lettere che si scambiano i due imperatori, Napoleone bluffa affermando che "potrebbe" far arrivare rinforzi, altri 400.000 soldati, ma gli risponde Francesco Giuseppe paventandone il doppio; e con le valide comunicazioni che ha alle spalle, non mente. Ha effettivamente questo vantaggio.

Inoltre il 4 luglio arrivarono altri dispacci. Dal Reno giunsero a Napoleone altre  notizie preoccupanti; ed anche lo zar, per quanto si congratulava per la disfatta austriaca, a poco a poco incominciava a temere le troppe clamorose vittorie del "rivoluzionario monarca di Francia". E le stesse idee circolavano in Inghilterra anche se non si espongono.
Il 4 luglio la Prussia rompe gli indugi si arma minacciosamente e trova ascolto in Russia, visto che  una lettera  arriva a Valeggio sul Mincio nello stesso giorno, portata da un aiutante di campo dello zar, in cui si consiglia Napoleone III di concludere una pace. (anche se questa lettera sembra che sia stata dai prussiani millantata. Lo zar ne fu poi perfino indignato)
Piaccia o no al suo alleato Vittorio Emanuele, i pericoli si addensano davanti all'occhio e alla mente di Napoleone, quindi è deciso a porre fine all'avventura. 
Non ci si poteva certo attendere una prosecuzione dell'impresa sino alla liberazione di Venezia. Nascose per due giorni il messaggio e le sue intenzioni a Vittorio Emanuele, poi il 6 iniziò ad entrare in trattative con gli austriaci.
L'occasione per fare questo passo, gli venne da un fatto singolare; giunse nel campo un capitano austriaco inviato dai familiari a reclamare il cadavere del principe Carlo Windischgraetz caduto nella battaglia di Solferino. Napoleone non solo si diede personalmente molto da fare cercando e scovando il corpo sotto una montagna di morti, ma assolto il dolente compito incaricò il capitano di ringraziare l'imperatore del modo come trattava i prigionieri francesi, lasciando anche cadere alcune considerazioni sulla tragica guerra e al desiderio di porvi fine con un armistizio.
Che cosa avvenne dopo non si sa, ma sappiamo che il ....

6 LUGLIO, a notte fonda, una carrozza con dentro l'aiutante di campo di Napoleone, il conte Fleury, entra nel quartier generale dell'imperatore Francesco Giuseppe, già a letto, per consegnare uno scritto concepito abbastanza stranamente.
"Mio signor fratello, mi si comunica da Parigi che una grande Potenza vuol proporre un armistizio ai belligeranti. Se Vostra Maestà lo volesse accettare, desidererei saperlo, poichè in tal caso darei ordine alla flotta, che attaccherà Venezia, di non intraprendere nulla perchè è nostro dovere d'impedire un inutile spargimento di sangue. Napoleone III"
(Questo scambio epistolare tra Napoleone III e Francesco Giuseppe si trova nell'Archivio di Stato di Vienna ed è stato pubblicato per la prima volta dal senatore Francesco Salata nella Nuova Antologia, volume 232, serie VI, 16 dicembre, pag 289. Mentre la corrispondenza tra Alessandro d'Assia e l'imperatore Napoleone, che pone le premesse per il convegno di Villafranca, è pubblicata in La Tragedia di Tre Imperi, Mondadori anno 1951) per la prima volta in base alle lettere originali di Napoleone e al diario (17 volumi) del principe Alessandro d'Assia; lo stesso per le lettere inviate alla sorella  zarina Maria Imperatrice di Russia; il tutto conservato al Castello di Walchen).

Francesco Giuseppe non sa nulla di una  proposta del genere (della grande Potenza), ma ugualmente è disponibile ed esprime oralmente al latore del messaggio la volontà di trattare direttamente. Napoleone aderisce con una seconda missiva il giorno dopo, il 7 luglio, proponendo una immediata cessazione delle ostilità, mettendo dei punti fermi sulle condizioni di pace (piuttosto esose), ed infine lanciando la proposta di incontrarsi solo loro due per una intesa.

La risposta di Francesco Giuseppe a Napoleone non si fece attendere ed anche questa è concepita in un modo abbastanza strano: 
"... avendo tratta la spada solo per la difesa dei mie diritti, apprezzo  troppo i benefizî della pace per non accoglierne di gran cuore la proposta; sono però bensì disposto a subire le conseguenze di una guerra sino a ora sfortunata, purché compatibili colla dignità della mia corona, sulla quale ad ogni costo non acconsentirò mai venga menomata della considerazione per tanti secoli goduta;  soprassiedo quindi pel momento ad accogliere l’invito del convegno propostomi nel timore che, dopo avere stretta la mano dell'amico Imperatore dei Francesi, mi sarà difficile poi doverlo incontrare di nuovo come nemico sul campo di battaglia".

Per Napoleone non c'era alcun dubbio che la volontà di pace quindi c'era. Nella stessa notte scrisse una  lunghissima lettera, millantando ingenti forze a disposizione e bluffando anche lui che altrimenti avrebbe proseguito la guerra a oltranza, ma modificando le primitive esose proposte, restringendo alcune pretese; chiedendo l'abbandono della supremazia sino allora goduta in Italia;  proponendo una federazione di stati italiani, ed infine fissava subito un incontro a due a Villafranca per definire con la reciproca buona volontà i dettagli.

8 LUGLIO - Napoleone avvertì più tardi anche l'alleato  re Vittorio Emanuele; che fu così sconcertato da questa  notizia e dell'incontro a due, che ritornando a Mozambano, o si sentì male, o perchè i pensieri erano altrove, ruzzolò a terra da cavallo pur non facendosi  molto male. Lo stesso giorno i capi di stato maggiore Vaillant, Della Rocca, Hesse prepararono a Villafranca la prima "bozza dell'armistizio" che era in effetti già una pace definitiva. Già chiare le spartizioni.  La Lombardia veniva ceduta dall'Austria alla Francia  affinché questa la consegnasse al Piemonte (quindi unione della Lombardia al Piemonte); escluse le fortezze di Mantova e Peschiera. Inoltre nel Ducato di Modena, nel Granducato di Toscana e nelle varie legazioni dovevano rientrare i legittimi sovrani. Mentre Venezia entrava a far parte della (presupposta) confederazione dei sovrani italiani, ma restava sotto la corona d'Austria governata da un arciduca.
Sia l'armistizio che queste intenzioni (ormai già stese sulla carta) giunsero immediatamente anche a Torino. La notizia atterrì Cavour; partì precipitosamente e raggiunse Monzambano, il Quartier Generale del Re.

 "La notte dell'10 luglio 1859 Cavour, stravolto e già sul "teatro della sciagura", attendeva nella villa Melchiorri, a Monzabano il ritorno del re da Valeggio, ove si trovava il quartiere generale di Napoleone III. Appena Vittorio Emanuele giunse, racconta Nigra, unico testimone della storica scena, fece entrare il ministro nella stanza che gli serviva da salotto. Il re si tolse la tunica (il caldo era soffocante) e accese un sigaro. Fumava ferocemente. Si sedette alla gran tavola con i gomiti appoggiati sull'orlo. Disse:"Nigra, date il foglio a Cavour". Cavour era in piedi, vicino al tavolo, alla sinistra del re. Prese il foglio e lesse: ma prima di terminare la lettura lo buttò sulla tavola e scattò: "Lei non firmerà mai un simile obbrobrio!".
Il colloquio che seguì ebbe momenti tempestosi e drammatici.
Il Cavour che vedeva crollare in un solo istante l'edificio che con tante difficoltà era andato costruendo, scongiurava il re di respingere le inique proposte di pace di Villafranca: "Maestà, voi non firmerete questo documento, sarebbe ignominioso.Ci vien data la Lombardia. Ma che vale se il resto dell'Italia vien mantenuto sotto il dominio degli Asburgo? Napoleone se ne vuole andare. Se ne vada. Lei continui la guerra da solo. Se dovremo perire, periremo da prodi". "Si -disse il re- torneremo a Torino sotto le baionette austriache, tra le risate di tutto il mondo". In un impeto d'ira Cavour invitò allora il sovrano ad abdicare.
"A questo ci devo pensare io, che sono il re", ribattè Vittorio Emanuele. E Cavour: "Il re? Il vero re in questo momento sono io!".
"Chiel a l'è 'l re? Chiel a l'è mac un birichin!"("Lei il re? Lei non è altro che uno sfacciato!) scattò in piemontese il re e rivolgendosi a Nigra: "Nigra, ca lu mena a dourmi!" (Nigra, lo porti a dormire!).
Cavour presentò la mattina dopo le dimissione e si ritirò nel suo possedimento di Leri. Vittorio Emanuele nell'accettarle commentò: "Questi signori con le dimissioni si aggiustano sempre. Sono io che non mi posso dimettere!".

Un'altra versione...di Kossuth (uomo di Napoleone, presente sul luogo)
"All'armistizio di Villafranca, nel 1859, Cavour da Torino -a cose quasi fatte- giunse trafelato a notte alta  al Q.G. di  Momzambano. Nel tempestoso colloquio notturno, per le condizioni del trattato accettate (anche se era ancora da firmare) da Vittorio Emanuele,  perse ogni ritegno e rispetto nei riguardi di Napoleone III; ma anche di fronte al suo stesso sovrano. Cavour era fuori di se' dal furore, e fu tale da chiedere le proprie dimissioni, che il Re imperturbabile accettò.  Nella sua indignazione egli arriva a dire al re che anche lui dovrebbe dimettersi, abdicare. Allorchè Vittorio Emanuele risponde che, in fin dei conti il Re era lui e che quello era affar suo, Cavour, perde le staffe, e lasciandosi del tutto andare nell'ira diventa perfino insolente "il Re?  Gli italiani non guardano il Re, ma a me, il vero Re sono io". Vittorio Emanuele, pur offeso, mantenendo una calma glaciale si rivolse a Nigra "Si è fatto molto tardi, portatelo a dormire!"
Il giorno dopo, presente io Kossuth e Petri (uomini di fiducia di Napoleone III - Ndr.) Cavour prosegue con  la propria furia e l' indignazione: "Il vostro imperatore mi ha disonorato. Mi aveva dato la sua parola che avremmo cacciato tutti gli  austriaci dall'Italia. E adesso si prende il premio (Nizza e la Savoia, ma senza darci il pattuito Veneto) e ci pianta in asso a mezza strada. E' terribile, terribile...Alla pace non si verrà!...Io mi farò cospiratore. Rivoluzionario. Questo trattato di pace non si dovrà attuare. No! Mille volte no! Mai!, mai"  (Memoriale di Luigi Kossuth, Meine Schriften aus der Emigration. Presburgo, 1880, vol. 1, pagg.518-519).

Cavour cospiratore? Rivoluzionario? Lo avrebbe fatto. In Parlamento si alleò con la sinistra, con la destra, con i democratici, con i ribelli, con tutti. Usò Garibaldi, il Re, i nemici come amici, gli amici li trasformò in nemici di altri amici, accese tante micce per scatenare una guerra, minacciò un po' tutti, e s'inventò le "annessioni" che volevano dire "sottomissioni",  il tutto per dare una soluzione monarchica all'unità italiana, o forse se fosse vissuto  (la impudente frase di sopra era già chiara)  farne un Regno personale (Lo Statuto Albertino così com'era concepito lo permetteva - vedi poi Mussolini) e non una Nazione. La Chiesa gli fu ostile, ma lui camminò diritto, imperturbabile; si disse coerente con la tradizione liberale (tutta sua però, dicono i nemici. Gli inglesi non erano per nulla d'accordo. Ne erano perfino inorriditi, ma intanto "lo ammiravano e... lo utilizzavano")
 Morì a soli 50 anni, alcuni storici dicono di sifilide. "Regnò" per 13 anni, sconvolgendo l'Italia. Se "Regnava" per altri 20, avrebbe sconvolto l'Europa. Lui lo aveva del resto promesso!

"Francesco Giuseppe nei colloqui preliminari con Napoleone III  a Villafranca, senza Vittorio Emanuele che evita perfino di nominarlo  e ha pure incaricato il Principe D'Assia di comunicare al Savoia qualora lo incontrasse (ma non lo farà) di assolutamente evitare nei colloqui di pronunciare il nome di Cavour". Nutre per lui il disprezzo che nutriva per Metternick. Ma non dimentichiamo che l'imperatore austriaco è un giovane inesperto, fa quello che gli dicono i suoi consiglieri. E lo fa anche male; vedi l'irriconoscenza verso la Russia, la causa di tanti mali)
(Memorie del principe  Alessandro D'Assia -  17 vol, Diari, Lettere,  Documenti, Castello di Walchen)

 La filosofia di Cavour era invece che: "Non dovevano ripetersi "quarantottate" che avrebbero allarmato i conservatori; ciò che occorreva era una guerra regolare, non una rivoluzione popolare. Cavour guardava lontano, mirando a coinvolgere se necessario, persino la Russia e gli Stati Uniti in un conflitto mondiale; "l'Italia avrebbe un giorno conquistato il mondo"; e  affermava: "noi metteremo a ferro e fuoco l'Europa". - "Gli inglesi erano addirittura inorriditi dal fatto che Cavour, senza essere attaccato da nessuna potenza straniera, e senza che fosse in gioco alcun punto d'onore" cercasse in modo così deliberato di provocare un grande conflitto europeo, un conflitto da cui tutti gli altri sarebbero stati verosimilmente danneggiati". (C. Cavour,  Lettere edite e inedite, a cura di L.Chiala, Torino 1883-87, vol, VI, pag. 307 -  G. Massari, Diario delle cento voci, Bologna 1959, pag. 116, 140, 142, 147,148, 206. - D. Mack Smith, Univ. Cambridge, Storia del Mondo Moderno, Garzanti, 1970-82,  X vol, pag.734 ).
(ma intanto gli inglesi lo ammiravano, e a fine anno imposero al Re di rimetterlo al governo affermando "abbiamo bisogno di un uomo su cui poter contare, che conosca bene la situazione e che abbia molto coraggio morale. Questo uomo è Cavour; se ne cercherebbe invano un altro" 
(Francesco Cognasso, Vittorio Emanuele II,  Utet, To 1942, pag. 178)

  11 LUGLIO - Del colloquio di Napoleone e Francesco Giuseppe che avvenne in questo giorno non ci furono testimoni, nè rimase un verbale, nè alcuna traccia scritta. "L’encrier et le papier, dice Taxile Delord * [Histoire du second Empire. Tom. II, pag. 538], aprés le départ des seux interlocuteurs, étaient intacts sur la table, où on les voit encore."  Tutto ciò, che venne riferito dopo,  può essere ricavato solo dalle trattative posteriori l'incontro che assunsero forma ufficiale con i funzionari addetti a redigere i trattati. I due monarchi non svelarono mai altro.

La stessa mattina, a Monzambano, Cavour, dopo la notte non era affatto cambiato...... 

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