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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1859

PALESTRO - MAGENTA - SOLFERINO -
AMBIGUITÁ - ARMISTIZIO
VILLAFRANCA
( Anno 1859 - Atto Secondo )

BATTAGLIA DI PALESTRO - FAZIONE DI ROBECCHETTO - BATTAGLIA DI MAGENTA - II RE DI SARDEGNA E L' IMPERATORE DEI FRANCESI A MILANO PROCLAMA DI VITTORIO EMANUELE AI LOMBARDI - COMBATTIMENTO DI MELEGNANO - FAZIONE DI TREPONTI - BATTAGLIA DI SOLFERINO - BATTAGLIA DI S. MARTINO - TRATTATO DI VILLAFRANCA - DIMISSIONI DEL CAVOUR - PROCLAMA DI NAPOLEONE III AL SUO ESERCITO
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BATTAGLIA DI PALESTRO

Dalle imprese quasi isolate dei volenterosi nelle Valli dei Grandi Laghi, dobbiamo ritornare sul teatro di guerra dei due eserciti - i franco-sardi e gli austriaci- che si stanno affrontando in Piemonte e sui confini della Lombardia. Dobbiamo tornare al 26 maggio.

Mentre Garibaldi e compagni combattevano fra Varese e Como, l'esercito francese, partendo da Alessandria, Valenza, Voghera e Tortona, iniziava un grande movimento in avanti verso nord, ma nello stesso tempo di fianco ne iniziava un altro per prendere l'offensiva da Vercelli, volendo puntare su Novara e Milano aggirando la destra austriaca.

Il movimento delle forze francesi fu mascherato e protetto dai Sardi schierati sulla Sesia; i quali, per meglio nascondere lo spostamento degli alleati e trarre in inganno il nemico, passarono su due punti il fiume e avanzarono (30 maggio) con quattro divisioni guidate da CIALDINI, DURANDO, FANTI, CASTELBORGO su Palestro, Confienza, Casalino, Vinzaglio tenevano occupata l'estrema ala destra austriaca, formata dalla divisione Lilia (brigate Weigl e Dondorf).

Alla "BATTAGLIA DEL VINZAGLIO" ci furono dei forti contrasti fra il Re e il La Marmora (li abbiamo già visti nella precedente puntata). Il re dal suo quartier generale aveva disposto che le truppe varcassero la Sesia in due punti per affrontare gli austriaci. La Marmora dal suo personale quartier generale (Come ministro della guerra, Cavouriano) le aveva fermate; poi andò a dirlo arrogantemente al Re, affermando che il suo era "un ordine sbagliato". Il Re infuriato gli voltò le spalle e ridiede l'ordine di varcare il fiume; ed aveva ragione lui, la battaglia fu vinta in quel modo.

La mattina del 30 il CIALDINI si presentò davanti a Palestro e schierò a destra il 7° battaglione bersaglieri, a sinistra il 6° e al centro, sulla strada, una sezione d'artiglieria e due squadroni di cavalleggeri Alessandria, rinforzati più tardi da un'altra sezione d'artiglieria e da due battaglioni e mezzo del 9° fanteria. Il resto della brigata "Regina" fu lasciato dietro il ponte della Roggia Gamora e più indietro, in riserva, tutta la brigata "Savona".

Il combattimento, iniziato su tutta la linea, fu particolarmente vivace alla destra. Qui i piemontesi riuscirono ad espugnare la Fornace, quindi, contrastati accanitamente dai granatieri austriaci del reggimento "Arciduca Leopoldo", penetrarono nella parte occidentale del villaggio e, combattendo per le vie, giunsero fino alla Chiesa. L'avanzata fu arrestata dal sopraggiungere di rinforzi nemici, ma fu ben presto ripresa quando il CIALDINI lanciò all'assalto la cavalleria, il resto del 9° e tutto il 10° fanteria, che con cariche alla baionetta costrinsero il nemico a sgombrare il villaggio.

Il resto fu fatto dalla "Savona" che, sopraggiunta nel momento in cui gli austriaci uscivano da Palestro, li assalì e, scompaginandoli, li mise in fuga verso Robbio.
Mentre si combatteva a Palestro, il generale DURANDO assaliva Vinzaglio. I primi a prender contatto con il nemico furono il 10° battaglione bersaglieri e il 7° reggimento fanteria, che per qualche tempo rimasero inchiodati davanti al paese dal fuoco infernale che i difensori lanciavano dalle case e da dietro le mura dei giardini. Rinforzati però dagli altri battaglioni della Cuneo, gli assalitori riuscirono a penetrare nel villaggio. Qui trovarono una resistenza ancora più accanita, che si sarebbe prolungata chi sa quanto tempo se il sopraggiungere della brigata "Pinerolo", del 2° battaglione bersaglieri e di uno squadrone del Piemonte Reale non avesse costretto gli austriaci a ritirarsi.

Tuonava il cannone a Palestro e a Vinzaglio, quando la 2a divisione comandata dal generale FANTI, partita da Borgo Vercelli e diretta a Confienza, giungeva a Casalino. Di qui il generale mandò una brigata a Vinzaglio e l'altra a Confienza; la prima giunse in tempo per rendere più precipitosa la ritirata degli austriaci, la seconda non riuscì come sperava, di tagliar la strada al nemico, tuttavia lo mise in fuga costringendolo ad una ritirata verso Robbio. La 1a divisione di Castelborgo non partecipò ai combattimenti essendo giunta a Casalino solo verso sera, a ritirata austriaca avvenuta.

La notte sul 30 maggio fu impiegata dai sardi nel fortificare le posizioni di Palestro e Confienza, temendo un ritorno offensivo del nemico. Né questi timori erano infondati. Infatti, il maresciallo ZOBEL, nell'intento di riconquistare le posizioni perdute, concentrava a Robbio la divisione "Lilia" (brigate "Weigl e Dondorf") del suo corpo e la divisione "Jetlachich" (brigate "Szabo e Kudelka") del 2° corpo del LIECHTENSTEIN, che il GYULAI aveva messo a sua disposizione: forze, queste, però insufficienti avendo di fronte quattro divisioni italiane e due francesi (la "Renault" e la "Crochi") del corpo CANROBERT che passarono la Sesia il 31 mattina.

A Palestro si trovava il CIALDINI, il quale mise a difesa del lato prospiciente la strada di Robbio otto pezzi d'artiglieria e il 10° fanteria e collocò sul lato che guarda le due strade di Rosasco il 9° con gli avamposti spinti fino ai canali Scotti e Gamara e al ponte della Brida.
Quest'ala, che costituiva la destra, ora unita per mezzo di alcuni piccoli presidi (di cui il più forte era alla cascina S. Pietro) con il 3° Zuavi, che era stato aggregato alla divisione Cialdini e si trovava dietro Palestro, tra la Sesietta e la Sesia. L'ala sinistra, dirimpetto alla strada di Confienza era difesa dal 16° fanteria, da un battaglione del 15° e del 6° bersaglieri. Dentro il villaggio la riserva, costituita dagli altri battaglioni del 15° e del 7° bersaglieri.

La prima a muovere contro Palestro, nella mattina del 31 fu la brigata "Dondorf", che in un primo tempo trattenuta dai fuochi concentrici del 9° e 10° fanteria fu pure contrattaccata dalla "Regina" e ricacciata, perdendo in un'ora circa di combattimento quasi settecento uomini. Più fortunata fu la "Szabo", la quale, avuta ragione di piccoli posti dell'ala destra sarda, ricacciate alcune compagnie del 16° fanteria e del 7° bersaglieri accorse a sostenere la "Dondorf", e impadronitasi della cascina S. Pietro, si fece tanto minacciosa da costringere il Cialdini a chiamare in linea il 3° zuavi.

Questo avanzò di corsa seminando il terreno di caduti sotto le terribili raffiche della mitraglia austriaca, ma riuscì a catturare una batteria nemica e con il colonnello CHABRON alla testa si lanciò in direzione del ponte della Brida. Ma ecco ad un tratto alcuni battaglioni austriaci sbarrare il passo al valoroso reggimento, il quale si scagliò addosso ai zuavi gridando: Viva l'imperatore ! In quel momento giungeva al galoppo Vittorio Emanuele, seguito dal generale La Marmora e dal suo Stato Maggiore, e si gettarono anche loro con la sciabola sguainata nella mischia. Alcuni cercarono d'impedirgli di esporsi troppo, ma il re si fece largo gridando: "Avanti, miei bravi, qui c'è gloria per tutti".

Assaliti in questo modo, gli austriaci si difesero con grande bravura e solo dopo una
accanita resistenza si ritirarono al ponte della Brida, trincerandosi fortemente in una vicina fattoria e dietro gli argini del fiume, dove erano le loro riserve, e mettendo in azione davanti al ponte due cannoni. Ma anche da questa postazione furono scacciati dopo un'altra mischia veramente epica, durante la quale sembra proprio che VITTORIO EMANUELE, nel fare l'intrepido alla testa dei combattenti, per essere un re, si espose forse anche un po' troppo.

Intanto da Palestro il CIALDINI respingeva il nemico e, passando al contrattacco, lo costringeva alla ritirata. Lo stesso faceva a Confienza la divisione del FANTI, che respingeva con gravi perdite la brigata "Weigl". Alle 3 del pomeriggio, tutte le forze austriache erano in ritirata e si rendevano inutili le disposizioni date dal CANROBERT di fare entrare in azione altre truppe francesi, le quali, se mandate e impiegate prima, avrebbero potuto tagliare agli austriaci la ritirata.

Quel giorno stesso, Vittorio Emanuele, che, per la sua attiva partecipazione era stato dagli stessi Zuavi proclamato loro "caporale", ancora eccitato dalla positiva battaglia esprimeva la sua soddisfazione per la vittoria lanciando alle truppe il seguente proclama:

"Soldati ! Oggi un nuovo e splendido fatto d'armi è stato segnalato da una novella vittoria; il nemico ci attaccava vigorosamente nelle posizioni di Palestro. Portando poderose forze contro la nostra destra cercando di impedire la congiunzione delle nostre con le truppe del maresciallo Canrobert. L'istante era supremo; e di gran lunga inferiori in numero all'avversario erano le nostre schiere. Ma c'erano a fronte degli assalitori le valorose truppe della 4a divisione, guidate dal generale Cialdini, l'impareggiabile 3° reggimento degli Zuavi, il quale operando in questo giorno con l'esercito sardo, possentemente contribuiva alla vittoria.
Micidiale fu la mischia, ma alla fine le truppe alleate respinsero il nemico dopo avergli procurato gravissime perdite, fra le quali un generale e parecchi ufficiali. A mille circa sommano i prigionieri austriaci. Otto cannoni furono presi alla baionetta, cinque dagli Zuavi, tre dai nostri. Nello stesso tempo in cui avveniva il combattimento di Palestro, il generale Fanti con pari successo respingeva con le truppe della 2a divisione un altro attacco diretto dagli austriaci sopra Confienza. S. M. l'Imperatore Napoleone III, nel visitare il campo di battaglia esprimeva le sue più sentite congratulazioni, ed apprezzava l'immenso vantaggio di questa giornata. Soldati ! Perseverate in questi vostri sublimi propositi ed io vi assicuro che il Cielo coronerà la vostra opera così coraggiosamente iniziata".

BATTAGLIA DI MAGENTA

Il 31 maggio i francesi avevano effettuato il loro spostamento dal sud al nord, e passata la Sesia, puntavano verso il Ticino. Il 1° giugno, NIEL con il suo corpo il 4°, entrò a Novara e andò ad accamparsi alla Bicocca, seguito dal 2° del MAC MAHON e, a distanza, dal 1° del BARAGUAY d' Hilliers; il 2 giugno la divisione "Espinasse" del 2° corpo e la divisione "Camou" dei volteggiatori della Guardia furono mandate verso il Ticino, la prima occupò Trecate e S. Martino, la seconda passò il fiume e s'impadronì di Turbigo.
Il 3 giugno, allo scopo di assicurare stabilmente i due passi del Ticino, il generale MELLIVET, comandante la seconda divisione della Guardia, fu mandato a sostituire la divisione "Espinasse" e al MAC MAHON fu dato l'ordine di recarsi con le truppe disponibili del 2° corpo a rinforzare la "Camou" a Turbigo dove sarebbe stato raggiunto dall'"Espinasse".
Eseguito il movimento e saputo che alcuni battaglioni austriaci occupavano la vicina Robecchetto, il Mac Mahon ordinò al generale La Motterouge di sloggiare il nemico da quel villaggio. L' impresa fu affidata al reggimento "Turcos", che assalì impetuosamente il paese e dopo un sanguinoso combattimento con gli austriaci, che erano comandati dal maresciallo Cordon, se ne impadronirono. I nemici sconfitti si ritirarono, inseguiti per un buon tratto, verso Magenta, dove il GYULAI aveva raccolto una parte del suo esercito.

Qui, il giorno 4 giugno, fu combattuta una grande battaglia, nella quale gli alleati impiegarono 48.000 mila uomini, 1400 cavalli e 91 pezzi d'artiglieria e gli austriaci 56.000 uomini, 3500 cavalli e 176 pezzi. Al mattino del 4 il GYULAI aveva l'esercito così disposto: sulla linea del naviglio grande, da Bernate a Rebecco, la divisione Montenuovo del 1° Corpo d'Armata con il 14° battaglione cacciatori, la divisione Jellachich e la divisione Herdy del 2° Corpo d'Armata; la divisione Reischack del 7° a Corbetta, la Lilia a Castelletto, tre brigate del 3° corpo presso Abbiategrasso e una alla sponda sinistra del Ticino, sulla strada da Castelnuovo ad Abbiategrasso; la divisione Cordon a Cuggiono. Il 5° corpo era in marcia da Garlasco ad Abbiategrasso, l'8° in marcia da Binasco a Bestazzo, il 9° tra Piacenza e Pavia.
L'esercito degli alleati doveva, il 4 giugno mattina, eseguire questi movimenti: il 2° corpo, rinforzato dalla divisione dei volteggiatori della Guardia e seguito da tutto l'esercito sardo, doveva portarsi da Turbigo su Boffalora e Magenta; la divisione dei granatieri della Guardia doveva avanzare per S. Martino seguita dal 3° corpo Canrobert; il 4° corpo doveva occupare Trecate e il 1° che si trovava a Lumellogno, doveva seguire il 4° fino a Ofengo e Bicocca.
MAC MAHON, tra le nove e le dieci del mattino, avanzò da Turbigo su due colonne: quella di destra (divisioni "Motterouge" e "Camou"), per Cuggiono e Casale, su Boffalora; quella di sinistra (divisione "Espinasse"), per Inveruno, Mesero e Marcallo, su Magenta.
La divisione FANTI seguì questa seconda colonna con l'incarico di esplorare il terreno verso l'estrema sinistra; la divisione DURANDO restò a guardia dei ponti con ordine di seguire la prima colonna non appena fosse stata raggiunta dalle altre divisioni sarde.
L'avanguardia della colonna di destra, formata dal 1° battaglione dei "Turcos" e da alcune batterie, trovato il villaggio di Casate occupato dagli austriaci, se ne impadronì e inseguì il nemico fino a Boffalora contro di cui sferrò l'attacco; ma il generale Mac Mahon, accortosi di aver davanti a sé forze molto superiori alle sue e dell'intenzione degli austriaci di tagliare in due il 2° corpo francese, fece sospendere l'assalto di Boffalora, fece schierare le truppe della colonna tra Cascina Valeggio e Cascina Malastella e mandò ordine al generale Espinasse di appoggiare la sinistra a Marcallo e di collegarsi con la destra alla divisione La "Motterouge".
Il movimento che doveva eseguire la divisione del granatieri della Guardia cominciò alle otto del mattino. Presto raggiunse S. Martino e mandò sulla sinistra del Ticino la brigata "Wimpffen"; ma NAPOLEONE III, che si trovava al ponte di Boffalora, non volendo impegnarsi con il nemico prima che il MAC MAHON raggiungesse i suoi obiettivi, la fece tornare indietro e collocare a mezzo chilometro dietro il ponte.

Verso mezzogiorno, essendosi udito dalla parte di Boffalora il fuoco di fucileria dei "Turcos", la brigata "Wimpffen" fu rimandata avanti e, passato il Ticino, spinse a sinistra il 2° granatieri del colonnello d' ALTON e a destra, contro una ridotta sulla ferrovia, il 3° granatieri del colonnello METMAN. La ridotta fu espugnata e il nemico si ritirò dietro il canale inseguito da alcuni battaglioni francesi; i quali però, avendo incontrato notevoli rinforzi austriaci, furono costretti a ripiegare sulla ridotta.
Sebbene il nemico ricevesse sempre nuove truppe e fosse superiore di numero ai francesi, il generale WIMPFFEN non volle rinunziare all'offensiva e mandò contro le case di Ponte Nuovo il colonnello TRYON con quattro compagnie del 3° granatieri e poi il colonnello GUIGNARD con gli zuavi della Guardia. Ponte Nuovo fu conquistato; ma il nemico cresceva sempre più di numero e i francesi dovevano fare sforzi terribili per non essere sopraffatti. Avrebbero dovuto però alla fine cedere se verso le 17 non fosse giunto
il generale PICARD, del 3° corpo Canrobart, con il 23° e 90° di linea e l'8° cacciatori a piedi, i quali, mentre la Guardia si sosteneva alla ridotta e, con alterna vicenda, a Ponte Nuovo, si lanciarono contro Ponte Vecchio, lo conquistarono, lo ripersero e lo ripresero sette volte e infine l'occuparono.

A questo punto le sorti cominciarono a volgere favorevoli ai Francesi. Affluivano una dopo l'altra le brigate del 3° e del 4° corpo, la "Mortimprey", la "De la Charriére", la "Jonin", con i generali divisionali VINOY, RENAULT, TOCHU e con gli stessi marescialli CANROBERT e NIEL; le truppe si slanciavano nella mischia furiosa, riconquistavano le posizioni perdute, si aprivano faticosamente il passo fra i battaglioni nemici e vincevano la disperata resistenza della "Hartung", della "Raurming", dalla "Durfeld", della "Wetztar" e delle altre brigate austriache.
Ma ecco tuonare i1 cannone del corpo di MAC MAHON, che, ristabilito il contatto delle due colonne, avanzò rapidamente, cacciando davanti a sé il nemico che combatteva ostinatamente, occupando Boffalora e Cascina Nuova e puntando risoluto verso la stazione di Magenta. L'attacco vigoroso, implacabile del MAC MAHON decise le sorti della battaglia.
Mancò poco a una disfatta di Napoleone III. Napoleone III fu salvato in extremis dall'intervento del 2° Corpo d'armata del generale Mac-Mahon. Scriverà lo storico De La Gorge: "In Napoleone III non vi era mancanza d'intelligenza, né debolezza d'animo: ma inesperienza di quella cosa terribile che si chiama guerra"

La lotta davanti a Magenta si fece terribile; la stazione dovette essere espugnata alla baionetta dalle brigate "Castagny" e dal 9° battaglione dei bersaglieri piemontesi; le case del paese furono prese una dopo l'altra a prezzo di molto sangue; finalmente Magenta, assalita da tre lati, fu presa, occupata e gli austriaci ripiegarono verso Robecco, Castellano e Corbetta, martoriati dal fuoco spietato dell'artiglieria francese.

Alla battaglia di Magenta dell'esercito sardo, oltre alcuni squadroni di cavalleria, solo da divisione Fanti partecipò, ma vi ebbe una parte decisiva. Essa giunse a Magenta quando tutte le truppe di Mac Mahon erano in linea, impossibilitate ad avanzare per la magnifica resistenza austriaca e per la mancanza di riserve. Il suo intervento non solo apportò notevoli forze al combattimento finale, ma permise a Mac Mahon di disporre di tutte le sue truppe e impedì al GYULAI di aggirare la sinistra francese.
Le perdite furono gravi da ambo le parti. Gli austriaci subirono 64 ufficiali morti e 2221 feriti, fra i quali i generali Reichach, Dierfeld, Liebzeltern, Wetzlar e Bandina, che mori in seguito alla ferite, 1370 soldati morti, 4360 feriti e altrettanti prigionieri o dispersi
I francesi 52 ufficiali morti , tra cui i generali Espinasse e Cler e i colonnelli Da Souneville, Dronhot, De Chabriere e Charlier, 600 soldati morti, 194 ufficiali e 3230 uomini di truppa feriti, oltre 650 prigionieri o dispersi.

(le due versioni (rapporti) della battaglia di MAGENTA dei vinti e dei vincitori,
la possiamo leggere QUI anno 1959

GLI ESERCITI ALLEATI A MILANO
PROCLAMA DI NAPOLEONE III

Milano fu sgombrata dagli austriaci il giorno 5 giugno (il rapporto di Gyulai - citato nel link sopra- a F.G. è del 6 giugno) e la notte successiva, partirono così precipitosamente che al Castello, oltre le armi, gli effetti militari e gran quantità di viveri, fu abbandonata la cassa militare con parecchi milioni.
Gli austriaci non erano ancora tutti usciti che le vie si imbandierarono con i colori nazionali e il governo della città fu affidato alla Congregazione Municipale, che si affrettò a lanciare il seguente manifesto:

"Cittadini ! L'eroico esercito alleato condotto dal magnanimo Imperatore Napoleone III, che ha preso la difesa dell'indipendenza italiana, dopo splendide vittorie si avvicina alle porte della città ! Le truppe nemiche sono state sconvolte e sono in piena rotta. Il Re Vittorio Emanuele II, il primo soldato dell'Italia redenta, giungerà fra poco fra voi e domanderà quello che l'eroica Milano ha fatto per la causa nazionale. La resistenza morale di dieci anni all'oppressione straniera vi ha già meritato la stima di tutta Italia, ed ha confermato la gloria delle "cinque giornate".
Ma ora si deve preparare un accoglimento degno di voi all'esercito nazionale ed all'esercito alleato. Proclamate RE VITTORIO EMANUELE II, che da dieci anni prepara la guerra dell'indipendenza; rinnovate l'annessione della Lombardia al generoso Piemonte; rinnovatela, con i fatti, con le armi, con i sacrifici. Viva il Re ! Viva lo Statuto ! Viva l'Italia".
,
Il 7 giugno entrò in Milano il MAC MAHON, il giorno dopo l'8, fra l'entusiasmo delirante della popolazione fecero il loro trionfale ingresso il Re e l'Imperatore. Questi, lo stesso giorno, lanciò il proclama famoso che riportiamo:

"Italiani ! La fortuna della guerra mi conduce oggi nella capitale della Lombardia; ora vengo a dirvi perché vi sono. Quando l'Austria aggredì ingiustamente il Piemonte, ho deciso di sostenere il mio alleato, il Re di Sardegna, l'onore e gli interessi della Francia me lo imponevano. I vostri nemici, che sono i miei, hanno tentato di sminuire la simpatia, che era universale in Europa per la vostra causa, facendo credere che io volevo fare la guerra per ambizione personale o per ingrandire il territorio della Francia. Se mai ci sono uomini che non comprendono il loro tempo, io certo non sono nel numero di costoro.

L'opinione pubblica è oggi illuminata per il modo che si diventa più grande per influenza morale esercitata che non per sterili conquiste, e questa, influenza morale io la cerco con orgoglio, contribuendo a far libera una delle più belle parti d'Europa. La vostra accoglienza mi ha già provato che mi avete compreso. Io non vengo tra voi con un sistema preconcetto, non per spodestare sovrani o per imporre la mia volontà; il mio esercito non si occuperà che di due cose: combattere i vostri nemici e mantenere l'ordine interno; esso non porrà alcuno ostacolo alla libera manifestazione dei vostri legittimi voti. La Provvidenza favorisce talvolta i popoli, come gl'individui, dando loro occasione di farsi grandi d'un tratto, ma a questa condizione soltanto, che sappiano approfittarne.
Il vostro desiderio d'indipendenza, così lungamente represso, così sovente deluso, si effettuerà se saprete mostrarvene degni. Unitevi dunque in un solo intento, la liberazione del vostro paese, ordinatevi militarmente, volate sotto le bandiere di Vittorio Emanuele, che vi ha così nobilmente indicata la via dell'onore. Ricordatevi che senza disciplina non vi c'è esercito, e infiammati dal santo fuoco dell'amor patrio siate oggi soldati; domani sarete liberi cittadini di un grande paese".
Il giorno dopo anche Vittorio Emanuele indirizzava ai Lombardi un proclama:

PROCLAMA DI VITTORIO EMANUELE AI LOMBARDI

"Popoli della Lombardia ! La vittoria delle armi liberatrici mi conduce fra voi ! Restaurato il diritto nazionale, i vostri voti riaffermano l'unione con il mio regno, che si fonda nelle guarentigie del vivere civile. La forma temporanea che oggi do al governo è richiesta dalle necessità della guerra. Assicurata l'indipendenza, le menti acquisteranno la compostezza, gli animi la virtù, e sarà quindi fondato un libero e durevole reggimento. Popoli della Lombardia ! I Subalpini hanno fatto e fanno grandi sacrifici per la patria comune; il nostro esercito, che accoglie nelle sue file molti animosi volontari delle nostre e delle altre province italiane, già offrì splendida prova del suo valore, vittoriosamente combattendo per la causa nazionale. L'Imperatore dei francesi, generoso nostro alleato, degno del nome e del genio di Napoleone, facendosi duce dell'eroico esercito di quella grande nazione, vuole liberare l'Italia dalle Alpi all'Adriatico.
Facendo a gara di sacrifici, asseconderete questi magnanimi propositi sui campi di battaglia, vi mostrerete degni dei destini, cui l'Italia è ora chiamata dopo secoli di dolori".

COMBATTIMENTO DI MELEGNANO - FAZIONE DI TREPONTI

Mentre i milanesi festeggiavano i due sovrani alleati, la retroguardia austriaca (brigata "Roden") veniva il giorno 8 assalita dal BARAGUAV D' HILLIERS con la divisione del generale BAZAINE a Melegnano e dopo due ore di sanguinosissimo combattimento era sconfitta e si ritirava protetta dalla brigata del generale BOER, il quale vi perdeva la vita. Quasi 1000 uomini persero i francesi in quella battaglia e circa 1200 gli austriaci.
La lentezza degli alleati e alcuni giorni passati in riposo permise al grosso dell'esercito austriaco di ritirarsi comodamente oltre il Mincio, come aveva già stabilito l'imperatore FRANCESCO GIUSEPPE che, esonerato il GYULAI, scese lui in Italia ad assumere il comando dell'esercito imperiale.

Gli alleati ripresero l'avanzata il 12 giugno; il 13 i francesi erano già sulla sinistra dell'Adda; il 14 sotto Bergamo; i sardi invece il 14 erano a Brescia, dove il giorno prima erano entrati i "Cacciatori delle Alpi". Questi, lasciata la città alla divisione CIALDINI, la sera del 14 si trasferirono a S. Eufemia della Fonte e il 15, su ordine del re, più tardi revocato (il contrordine però non giunse a Garibaldi), a Treponti, dove ebbe luogo un combattimento sanguinoso fra le truppe della divisione Urban e alcuni reparti di Cacciatori. In quest'azione si distinsero il COSENZ, il TURR, il BRONZETTI e il GRADENIGO; questi ultimi due caddero uccisi sul campo di battaglia.
Il 16 giugno gli alleati cominciarono a passate l'Oglio; il 21 erano tra il Chiese e il Mincio.
Dunque, il 22 giugno, la guerra entrava nella sua fase risolutiva.

Il 23 giugno l'esercito francese era così disposto: l'Imperatore con la Guardia a Montichiari; il 1° corpo ad Esenta; il 2° a Castiglione; il 3° a Mezzane, il 4° a Carpenedolo. Il giorno dopo l'esercito alleato doveva eseguire gli spostamenti seguenti, ordinati dall'Imperatore: i sardi dovevano recarsi a Pozzolengo; dei corpi francesi il 1° a Solferino, il 2° a Cavriana, il 3° a Medole, il 4° a Guidizzolo, la Guardia a Castiglione.

Il 23 giugno l'esercito austriaco era invece così dislocato: l'8° corpo a Pozzolengo con gli avamposti tra Rivoltella e Castel Venzago; il 5° a Solferino; il 1° a Cavriana; il 7° a Foresto; la divisione di cavalleria di riserva a Tezze. Questi corpi costituivano il secondo esercito, comandato dal generale SCHLICK; il primo esercito era sotto il comando del maresciallo WIMPFFEN ed aveva il 3° corpo a Guidizzolo, il 9° a Ceresole con la brigata di cavalleria "Laningen" e due battaglioni di fanteria a Medole, l'11° corpo a Castel Grimaldo e la brigata di cavalleria "Vopatemi" a Gazzoldo.
Il quartier generale di FRANCESCO GIUSEPPE era a Valeggio, quello di WIMPFFEN a Cereta, quello dello SCHLICK a Volta.

Ma vi era il clima ideale per affrontare in questa guerra gli Austriaci?

Il giorno 23 giugno, alla vigilia dell'offensiva, l'imperatrice EUGENIA, nonostante tutte le vittorie di suo marito nell'avventura italiana seguendolo con preoccupazione, gli telegrafava piena di ansia che se andava oltre il Mincio parecchie Potenze si sarebbero schierate contro di lui. La Prussia stava già mobilitando, e sul Reno la Francia era troppo debole a causa della guerra in Italia. Temeva un'invasione del territorio patrio e desiderava perciò una pronta pace e un pronto ritorno dell'esercito in Francia.
Napoleone mostrò questo dispaccio a Vittorio Emanuele, ma entrambi rimasero nei propri pensieri, fino all'indomani quando alle 6 del mattino improvvisamente i capi dell'esercito austriaco avevano deciso di tentare ancora una volta la fortuna delle armi e fecero tuonare i primi cannoni.
Che il clima non era sereno ma piuttosto ambiguo, ci viene in aiuto La Marmora.

"La mattina del 24 giugno 1859 alle 6 del mattino il generale LA MARMORA era… intento con il RE… e con il generale DELLA ROCCA, capo dello stato maggiore generale, a scrivere un telegramma in cifra al Conte di Cavour per informarlo, delle predisposizioni pacifiche alle quali l'Imperatore dei francesi si mostrava disposto; ma poi udito ad un tratto (alle ore 6) il rumoreggiar del cannone, gettarono la penna per montare senza indugio a cavallo. Queste sono le parole testuali che La Marmora scrive a questo proposito: "Non après, mais avant Solferino l'Empereur nous communiquait les dépèches de Paris sur les armements de la Prusse et l'impossibilité à la France d'envoyer une armée sur le Rhin. Nous étions en train (le Roi, moi et Della Rocca) d'ecrire une dépêche à Cavour pour l'informer de ce que l'Empereur nous avait communiqué, lorsque les premiers coups de canon (6 heures) nous appellèrent sur le champ de bataille..."
Sembrerebbe che la battaglia di Solferino fu dunque combattuta per nulla. Perdente o vincente, Napoleone (sei ore prima) aveva già deciso (o lo avevano fatto decidere le grandi Potenze) di non proseguire oltre nella sua campagna"
(Il Generale Alfonso La Marmora - Ricordi Biografici, per Giuseppe Massari. Firenze G. Barbera 1880)


BATTAGLIA DI SOLFERINO E S. MARTINO

di questa battaglia ne abbiamo riportate 5 versioni > > >

* Rapporto del Quartire Generale Francese
* Rapporto a S. M. il Re di Sardegna.
* Rapporto Austriaco all'imperatore
* Memorie del duca di Modena 
* Dal Diario di A. D'Assia


Tuttavia, la sera del 23 giugno, avendo saputo da informatori che le truppe nemiche (la divisione "Jellachich") avanzavano verso Rodondesco. NAPOLEONE III aveva inviato al CANROBERT l'ordine di marciare, anziché da Mezzane a Medole, lungo la destra del fiume fino a Visana, di passare il Chiese presso Acquafredda e quindi di volgere a Castel Goffredo.
Il 24 mattina alle ore 3 si mosse da Esenta il BARAGUAY-D' ILLIERS con il 1° corpo e, scacciando successivamente gli austriaci da Fontana, da Grole e da monte Fenile. Dopo "il rumoreggiar dei cannoni" (alle ore 6) attaccò alle ore 8, con tre colonne, le alture di Solferino. Contemporaneamente anche il 2° corpo del MAC MAHON, poco dopo Medolano, durante la sua marcia su Cavriana, si scontrava con gli austriaci, e il 4° corpo del NIEL, dopo un sanguinoso scontro dei suoi cacciatori con gli ulani, dava l'assalto a Medole e se ne impadroniva dopo un accanito combattimento durato un'ora e mezza, mentre il 3° corpo del CANROBERT scacciava gli austriaci da Castel Goffredo.
Erano gli inizi sanguinosi di una tremenda giornata. NAPOLEONE III, che non credeva di dover combattere così presto una battaglia decisiva, persuaso di avere davanti a sé tutto l'esercito austriaco schierato da S. Martino a Castel Goffredo, stabilì di raccogliere quante più forze poteva per sfondare il centro nemico a Solferino e perciò ordinò al MAC MAHON di appoggiare a destra, per dare mano al Niel, marciando nella direzione di S. Cassiano, e al NIEL e al CANROBERT di appoggiare a sinistra per unirsi al Mac Mahon, mandò la cavalleria della guardia tra il 2° e il 4° corpo e mandò a dire a VITTORIO EMANUELE di convergere a destra con l'esercito serrando sulla sinistra del 1° corpo.
Date queste disposizioni, Napoleone III da Castiglione si portò sul monte Fenile, al centro della battaglia. Qui la lotta si fece in breve furiosa e molti sacrifici di sangue e mirabili prove di valore dovettero sostenere le divisioni Forey, Bazaine, Ladmirant e Camou per scacciare il nemico da Solferino.

Ma finalmente gli sforzi dei francesi furono coronati dal successo e alle 15,3 la torre, detta la "Spia d' Italia", il villaggio ed il castello, nonché 1500 austriaci, due bandiere e 14 cannoni caddero nelle loro mani.
Il corpo austriaco dello STADION (5°) che aveva difeso strenuamente Solferino, si ritirò, trascinandosi dietro i corpi del CLAM GALLAS e dello ZOBEL (1° e 7°) sulle alture retrostanti, inseguito dal generale francese MANÈQUE con i volteggiatori della Guardia e alcuni reparti di granatieri, che ingaggiato il combattimento contro forze superiori, sarebbero stati sopraffatti se non fosse sopraggiunto in tempo il generale MOLLINET con alcuni battaglioni di granatieri e zuavi, con l'aiuto dei quali il nemico fu sloggiato dalla difficile posizione di Casal del Monte.

Meno sanguinoso, ma egualmente accanito fu il combattimento sul fronte del 2° corpo del MAC MAHON. Respinto un tentativo nemico d'aggiramento alla sinistra, e messosi in comunicazione con il 4° corpo, il Mac Mahon prese risolutamente l'offensiva, ordinando alla divisione "La Motterouge" di impadronirsi di S. Cassiano. Questo villaggio, assalito da due parti, fu preso dal 45° reggimento di linea e dai tiratori algerini. Questi ultimi poi si spinsero sul contrafforte tra S. Cassiano e Cavriana e riuscirono a conquistare un'altura, ma ne furono sloggiati. Sostenuti dal 45° e dal 72° di linea, se ne impadronirono una seconda volta, ma furono ancora ricacciati; ritentò una terza volta la prova il Mac Mahon con la maggior parte delle sue truppe aiutate dai granatieri del Mollinet e dai volteggiatori del Manèque, mandati in rinforzo dall'Imperatore e finalmente riuscì a impadronirsi di Cavriana, costringendo il nemico a ritirarsi su Volta.

Erano le ore 17 circa. A quest'ora una furiosa tempesta si scatenò improvvisamente sul campo di battaglia; quando il temporale cessò gli austriaci si erano allontanati tanto da rendere infruttuoso l'inseguimento. Pur tuttavia l'artiglieria francese aprì un intenso fuoco contro le colonne nemiche. Alle 18.30 il centro del fronte austriaco era in potere dei francesi.
Meno importante fu l'azione svolta dalla destra costituita dal 4° corpo del NIEL e dal 3° del CANROBERT. Il Niel, occupata Medole, era stato fermato nella marcia verso Guidizzolo da forze nemiche più numerose e, nell'attesa che il Canrobert lo appoggiasse a destra, resisteva ai tentativi austriaci di aggirarlo sul fianco destro. Il pronto accorrere della divisione "Renault" del 3° corpo fece sì che il nemico rivolgesse i suoi sforzi sulla sinistra del 4° corpo, ma qui urtò violentemente con la divisione "Vinoy", che, espugnata Casa Nuova, procedeva in avanti mentre la divisione "De Luzy" puntava su Rebecco e Ceresara. Allora il maresciallo austriaco SCHEAFFGOTTSCHE lanciò dei reparti di fanteria e cavalleria tra il 2° e il 4° corpo francesi, ma quest'attacco fu prontamente respinto dal terribile fuoco di quarantadue pezzi diretti dal generale SOLEILLE.

Entrate in linea nuove imponenti forze austriache, la battaglia infuriò specialmente intorno a Casa Nuova e a Rebecco e i francesi dovettero spiegare tutte le loro forze per far fronte agli attacchi, mettendo in azione anche la divisione "De Faitly" e le divisioni di cavalleria "Partonneaux" e "Desvaux". Rebecco fu perso e ripreso parecchie volte, ma alla fine rimase ai francesi; Casa Nuova, difesa dai cacciatori del 9° battaglione e dai fanti del 76° di linea, resistette ai ripetuti assalti degli austriaci, i quali, da ultimo, presi di fianco dall'86° fanteria del colonnello BERTHIER, furono costretti a ritirarsi.
Era intenzione del NIEL di tagliare la strada al nemico tra Volta e Goito, ma per fare questo gli occorreva l'aiuto del 3° corpo. Il CANROBERT invece, preoccupato esageratamente dalla notizia comunicatagli da Napoleone III di notevoli forze nemiche marcianti su Rodondesco, si limitò ad appoggiarlo con la divisione "Renault" e con una brigata della divisione "Trochu" e non solo impedì al Niel di mandare ad effetto il suo piano, ma fu causa dei pericolosi indugi del 4° corpo, il quale, alla fine, quando il nemico era in piena ritirata non riuscì per l'improvviso temporale trarre maggior frutto dalla vittoria inseguendo gli Austriaci.

Mentre i Francesi combattevano a Solferino, quattro divisioni dell'esercito sardo, la 1a, la 2a, la 3a e la 5a (la 4a del Cialdini con i "Cacciatori delle Alpi" era stata incaricata della sorveglianza dei passi alpini) si battevano valorosamente sulla sinistra. Al mattino si erano mosse la 1a, la 3a e la 5a, manovrando la 3a tra il lago e la linea ferroviaria e puntando le altre due per vie parallele verso Pozzolengo; la 2a divisione Fanti era rimasta a S. Polo di Lonato e da qui doveva muovere alle ore 11 verso Solferino e Cavriana in appoggio dei Francesi.
Primo a prender contatto con il nemico fu il tenente colonnello CARLO CADORNA, il quale, comandando una ricognizione della 5°, divisione Cucchiari (uno squadrone del Saluzzo e l'8° battaglione bersaglieri, una sezione d'artiglieria e l'8° battaglione dell'11° fanteria), si era spinto per Brugnoli, Rifinella, Arnia, Perentovella, S. Martino ed Ortaglia, fino a Cascine Ponticella. Dopo un combattimento piuttosto vivace, la piccola colonna, trovandosi di fronte a imponenti forze nemiche, cominciò e ripiegare ordinatamente, protetta dai cavalleggeri e dai pezzi, dando tempo al generale MOLLARD, comandante la 3a Divisione, di mandar in soccorso la brigata "Cuneo". Questa, lanciatasi alla baionetta, dopo un impetuoso assalto, giunse sulle alture di S. Martino, tenuta dalle truppe Austriache del BENEDEK; ricacciata giù dal numero soverchiante del nemico, tornò all'attacco, sostenuta dai nutriti tiri dell'artiglieria e dalle brillanti cariche dei cavalleggeri "Monferrato", e riuscì a toccare nuovamente le cime e a impadronirsi di tre cannoni, ma poco dopo, fu di nuovo respinta.

Erano le 10 del mattino e i Sardi resistevano in un modo disperato agli attacchi Austriaci, quando sopraggiunse la divisione "Cucchiari" a far riprendere la battaglia. Le alture furono di nuovo assalite e nuovamente occupate; furono perdute una terza volta, e una quarta volta riconquistate a prezzo di molto sangue, poi la divisione "Cucchiai", decimata ed affranta, dovette ritirassi a S. Zeno per riposarsi e riordinarsi, lasciando la divisione "Mollard" a fronteggiare il nemico, anche questo rotto e stanco.
Erano a questo punto le cose, quando VITTORIO EMANUELE inviò l'ordine al generale FANTI di spostare verso S. Martino una brigata. II Fanti partito alla 11 per Solferino, era già giunto alle 13 a Fenile Bruse quando ricevette l'ordine del Re. Senza indugiare inviò al MOLLARD la brigata "Aosta" comandata dal generale CERALE, che, con la brigata "Piemonte" agli ordini del generale CAMERANA, mosse in soccorso della 1a divisione DURANDO, il quale dalle 5 del mattino combatteva impari contro il nemico più forte fra Porterosse, S. Carlo Vecchio e Cesellino Nuovo e stava per essere avvolto a destra dalla brigata austriaca KÓLLER.

Il FANTI, giunto sul monte Codignolo e accortosi del pericolo in cui si trovava il DURANDO, fece aprire il fuoco di una batteria contro la sinistra della brigata "Gaal" che fronteggiava la 1a divisione Sarda, quindi spostò tre battaglioni sul fianco della "Kóller". L'intervento del FANTI fu così tempestivo che il DURANDO, alleggerito dalla pressione nemica, riuscì ad avanzare verso Madonna della Scoperta, dove, fuggiti gli austriaci per le molestie dell'artiglieria francese del generale FORGEOT, riuscì a impadronirsene alle 14.30.

Padroni i piemontesi di Madonna della Scoperta, il DURANDO con la sua divisione fu mandato dal generale LA MARMORA contro il fianco sinistro degli austriaci a S. Martino, ma non riuscì a giungere a tempo per dare aiuto al MOLLARD perché lungo la via incontrò una colonna nemica, messa in movimento, si crede, per tentar l'aggiramento della destra della 3° divisione. Nello stesso tempo il LA MARMORA e il FANTI con la brigata Piemonte mossero in direzione di Pozzolengo e a sera, dopo avere aperto il passo fra numerose pattuglie nemiche ed avere scacciato gli austriaci da Monte Serino, l'occuparono.

L'altra brigata della divisione FANTI concorse alla conquista di S. Martino insieme con la brigata "Pinerolo". Quella fu messa con il 1° battaglione bersaglieri a sinistra, questa a destra di Controcania, entrambe spiegate in due linee, per reggimenti con l'artiglieria alle ali. Prima delle 17, sotto gli occhi del Re di cui rimase famosa la frase detta in dialetto piemontese: "fiuoi prenduma ….Figlioli bisogna prendere S. Martino, se no i Tedeschi lo faranno fare a noi", fu dato l'ordine dell'attacco e le due brigate scattarono. Poco dopo scoppiò un terribile temporale, ma né gli elementi scatenati dalla natura, né quelli scatenati dai tiri del nemico riuscì a fermare l'attacco delle truppe Sarde.

La "Pinerolo", pur rimasta priva dei comandanti dei due reggimenti, colonnelli BOLEGNO e CAMINATI, abbattuti dal piombo nemico, guidata dal generale MOIOZZO avanzò di posizione in posizione verso Controcania; l'"Aosta", prese le cascine Canova, Arnia e Monate e respinti alcuni contrattacchi, fece aprire il fuoco su Controcania con diciotto cannoni, quindi, con alla lesta il generale CERALE, proseguì l'avanzata.
Nel frattempo il generale MOLLARD, condotta tutta l'artiglieria disponibile sull'altura faceva aprire il fuoco a brevissima distanza dagli austriaci, i quali, anziché disperdersi, si lanciarono alla baionetta verso i pezzi per impadronirsene e ci sarebbero riusciti se non fosse entrato in azione il capitano AVOGADRO con uno squadrone di cavalleggeri del "Monferrato", che con due decisive cariche riuscirono a far retrocedere il nemico.
Approfittando del scompiglio degli austriaci causato dalle carica dell'Avogadro, il generale MOLLARD condusse all'ultimo assalto le truppe Sarde e, nonostante una forte resistenza nemica, riuscì a conquistare S. Martino.
Alla testa di quest'ultimo assalto alla baionetta austriaco, c'era il principe ALESSANDRO D'ASSIA, che riuscì a portare il suo battaglione fino a cento passi dal Mollard, poi fu colpito da una palla che gli fracassò la borraccia e fece stramazzare al suolo il suo cavallo; pur rimanendo illeso la sua divisione proprio come il comandante di Corpo d'Armata Benedek, inizia la ritirata generale da San Martino.
I Francesi però, rinunciano all'inseguimento, e così gli austriaci possono raggiungere, bene o male, l'opposta sponda del Mincio. Pochi giorni dopo, i Francesi avanzeranno fino a Villafranca. Ma dal Reno giungono notizie preoccupanti.

LE PERDITE NEI TRE ESERCITI

Le perdite del 24 giugno furono gravi per tutti e tre gli eserciti. Gli austriaci soffersero 50 ufficiali uccisi e 490 feriti, 2.270 uomini di truppa morti e 10.160 feriti, oltre 8.500 scomparsi; in complesso più di 21.000 uomini fuori combattimento, fra cui i GENERALI DE CRENNEVILLE, BLOMBERG, PALFFY e BALTIN.
I francesi 150, ufficiali morti e 270 feriti, 12.000 uomini di truppa tra uccisi e feriti e 3.000 scomparsi, in complesso oltre 13.000 uomini fuori combattimento tra cui 5 generali gravemente feriti: LADMIRAULT, AUGER, DIEN, DONAY e FOREY e 7 colonnelli e 6 tenenti colonnelli uccisi.
I Piemontesi subirono 49 ufficiali uccisi e 167 feriti, 642 uomini di truppa uccisi e 3.405 feriti, oltre 1.200 dispersi; in complesso circa 5500 uomini fuori combattimento.


Il giorno dopo Vittorio Emanuele indirizzò alle sue truppe il seguente ordine del giorno: "Soldati ! La vittoria è costato gravi sacrifici, ma per mezzo di questo nobile sangue largamente versato per la santa causa l'Europa saprà che l'Italia è degna di figurare tra le Nazioni. Soldati ! Nelle precedenti battaglie io ho avuto spesso l'occasione di segnalare all'ordine del giorno i nomi di molti fra voi. Oggi io porto all'ordine del giorno l'armata intera !".

L'esercito austriaco era stato vinto, ma non disfatto, anzi si trovava in condizioni di risollevarsi con i notevoli rinforzi che stavano per sopraggiungere. NAPOLEONE III e VITTORIO EMANUELE, conoscevano tutte le difficoltà cui andavano incontro e procedevano con la massima prudenza tanto è vero che solo il 28 giugno iniziarono il passaggio del Mincio.
Tuttavia, queste vittorie a Solferino e a S. Martino procurarono molto ottimismo e grandi speranze agli Italiani: il 5° Corpo del principe Napoleone e la legione toscana agli ordini di GIROLAMO ULLOA erano vicini al teatro della guerra; l'esercito sardo stava per dare l'assalto a Peschiera; infine la squadra franco-sarda che bloccava Venezia pareva che di momento in momento avrebbe compiuto lo sbarco; quindi si fantasticava in Italia che in poco tempo anche il Veneto sarebbe stato liberato.

Ma Napoleone III non nutriva le stesse rosee speranze, e non viveva tranquillo. Egli sapeva che le fortezze del quadrilatero avrebbero potuto resistere lungamente permettendo all'Austria di mandare sul campo altri eserciti; sapeva che la guerra (ora con tutti quei morti) non era popolare in Francia e che gli sarebbe stato difficile far giungere rinforzi; non vedeva di buon occhio oltre la misura un ingrandimento del Piemonte che egli stesso aveva promosso; sapeva che l'Europa era inquieta per i compensi territoriali che a guerra finita avrebbe ricevuto la Francia, ricavandone un (temuto) accrescimento di potenza; sapeva infine che ormai la Prussia si stava mobilitando sul Reno per occupare ed annettersi l'Alsazia e la Lorena.

Anche lo Zar, per quanto si congratulava della disfatta austriaca, a poco a poco incomincia a temere le troppo clamorose vittorie del "rivoluzionario monarca di Francia".
Le stesse idee circolavano in Inghilterra anche se gli inglesi non si esponevano troppo.

Il 4 luglio Napoleone III ricevette una lettera portata da Parigi (si disse) da un aiutante di campo dello Zar ALESSANDRO II, che lo "esortava a concludere la pace accontentandosi della Lombardia, perché altrimenti la Prussia avrebbe assalito la Francia mentre lui si trovava impegnato nel Veneto, e la Russia, che fino allora aveva trattenuto i Prussiani, sarebbe stata costretta a rimanere neutrale". (questa lettera sembra che sia stata o dai prussiani o dallo stesso Napoleone, millantata. Lo zar fu poi perfino indignato che qualcuno usava il nome della Russia "E' un infamia, noi non sapevamo una parola di questa proposta" (Lettera dello Zar al cognato Assia - Hapsal 19 luglio 1859).


Questa lettera (vera o falsa) -si disse dopo- che impressionò talmente Napoleone III che il giorno dopo telegrafò all'imperatrice di pregare il Governo inglese affinché chiedesse all'Austria un armistizio di quindici giorni e dire al WALENSKI di avanzare proposte di trattative.
(queste sono alcune versioni - vedi anche l'anno 1859 )

Ma (vera o falsa la lettera) a questo punto NAPOLEONE scrive a Francesco Giuseppe.

L'occasione a Napoleone (ma anche questa è una voce) per fare questo passo, gli venne da un fatto singolare; giunse nel campo un capitano austriaco inviato dai familiari a reclamare il cadavere del principe CARLO WINDISCHGRAETZ caduto nella battaglia di Solferino. Napoleone non solo si diede personalmente molto da fare cercando e scovando il corpo sotto una montagna di cadaveri, ma assolto il dolente compito incaricò il capitano di ringraziare l'imperatore del modo come trattava i prigionieri francesi, lasciando anche cadere alcune considerazioni sulla tragica guerra e al "desiderio di porvi fine con un armistizio".
Che cosa avvenne poche ore dopo, non si sa, ma sappiamo che scrive una lettera e che il ....

6 LUGLIO, a notte fonda, una carrozza con dentro l'aiutante di campo di Napoleone, il conte FLEURY, entra nel quartier generale dell'imperatore FRANCESCO GIUSEPPE, già a letto, per consegnare uno scritto di NAPOLEONE concepito abbastanza stranamente.

"Mio signor fratello, mi si comunica da Parigi che una grande Potenza vuol proporre un armistizio ai belligeranti. Se Vostra Maestà lo volesse accettare, desidero saperlo, poiché in tal caso ordino alla flotta, che attaccherà Venezia, di non intraprendere nulla perché è nostro dovere impedire un inutile spargimento di sangue"
(Questo scambio epistolare tra Napoleone III e Francesco Giuseppe si trova nell'Archivio di Stato di Vienna ed è stato pubblicato per la prima volta dal senatore Francesco Salata nella Nuova Antologia, volume 232, serie VI, 16 dicembre, pag 289. Mentre la corrispondenza tra Alessandro d'Assia e l'imperatore Napoleone, che con lui pone le premesse per il convegno di Villafranca, è pubblicata in La Tragedia di Tre Imperi, Mondadori anno 1951) per la prima volta in base alle lettere originali di Napoleone e al diario (17 volumi) del principe Alessandro d'Assia; idem per le lettere inviate alla sorella zarina Maria, Imperatrice di Russia; il tutto conservato al Castello di Walchen).

FRANCESCO GIUSEPPE non sa nulla di una proposta del genere (della grande Potenza), ma ugualmente è disponibile, e la risposta a Napoleone non si fece attendere; ma anche questa è concepita in un modo abbastanza strano:

"... avendo tratta la spada solo per la difesa dei mie diritti, apprezzo troppo i benefizî della pace per non accoglierne di gran cuore la proposta; sono però bensì disposto a subire le conseguenze di una guerra sino a ora sfortunata, purché compatibili colla dignità della mia corona, sulla quale ad ogni costo non acconsentirò mai sia menomata della considerazione per tanti secoli goduta; soprassiedo quindi per il momento ad accogliere l'invito del convegno propostomi nel timore che, dopo avere stretta la mano dell'amico Imperatore dei Francesi, mi sarà difficile poi doverlo incontrare di nuovo come nemico sul campo di battaglia". - Francesco Giuseppe.

Per Napoleone, senza alcun dubbio la volontà di pace del Kaiser quindi c'era. Nella stessa notte scrisse una lunghissima lettera, millantando ingenti forze a disposizione e, bluffando anche lui, che altrimenti avrebbe proseguito la guerra a oltranza, ma modificando le primitive esose proposte e restringendo alcune pretese; chiedendo l'abbandono della supremazia sino allora goduta in Italia; proponendo una federazione di stati italiani, ed infine fissava subito un incontro a due a Villafranca per definire con la reciproca buona volontà i dettagli. Napoleone la nota la invia il 7 luglio
Solo più tardi, e a lettera già consegnata all'Assia (il Principe come abbiamo visto fu uno degli ultimi a difendersi a Cavriana- "C'etait une belle dèfense" lo complimenta Napoleone) l'imperatore francese avvertì l'alleato re VITTORIO EMANUELE; che fu sconcertato da questa notizia e dell'incontro, che ritornando a Mozambano, o si sentì male, o perché i pensieri erano iracondi, ruzzolò a terra da cavallo pur non facendosi molto male.

La mattina del giorno 8, s'incontrarono a Villafranca il maresciallo HESS, il maresciallo VAILLANT e il generale DELLA ROCCA e furono da loro sottoscritti i patti di un armistizio fino al 15 agosto. Stipulata la tregua ma falliti i negoziati di pace (con richieste troppo esose) intrapresi con il principe D'ASSIA, Napoleone III espresse (con un semplice bigliettino) a Francesco Giuseppe nuovamente il desiderio di trattare personalmente con lui.
"...Abbiamo ogni vantaggio se ci accordiamo direttamente tra di noi. Togliete di mezzo l'infelice questione italiana e nulla più dividerà la Francia dall'Austria. Anzi l'Austria acquista per giunta il privilegio di una reale ed intima alleanza con un grande popolo" (Scambio epistolare tra Napoleone III e Francesco Giuseppe. Archivio di Stato di Vienna, Vol. CCXXXII, serie VI, pag. 289). 

TRATTATO DI VILLAFRANCA

Il convegno fra i due imperatori avvenne poi a Villafranca la mattina dell'11 luglio e da quel convegno scaturirono i seguenti preliminari di pace:

"L'Imperatore d'Austria e l'Imperatore dei francesi favoriranno la creazione di una confederazione italiana. Questa confederazione sarà sotto la presidenza onoraria del Santo Padre. L' Imperatore d'Austria cede all'Imperatore dei francesi i suoi diritti sulla Lombardia ad eccezione delle fortezze di Mantova e di Peschiera di modo che la frontiera dei possedimenti austriaci, partendo dall'estremo raggio della fortezza di Peschiera, si stenda in linea retta lungo il Mincio sino alle Grazie, e di là a Scorzarola e Luzzano sul Po, dove le frontiere attuali continueranno a formare i limiti dell'Austria. L'Imperatore dei francesi rimetterà i territori ceduti al Re di Sardegna. La Venezia farà parte della Confederazione italiana, restando sotto la corona dell'Imperatore d'Austria. Il Granduca di Toscana e il Duca di Modena rientreranno nei loro Stati, concedendo un'amnistia generale. I due Imperatori chiederanno al Santo Padre di introdurre nei suoi Stati riforme indispensabili; si concede da una parte e dall'altra piena ed intera amnistia alle persone compromesse in occasione degli ultimi avvenimenti nei territori delle parti belligeranti".

L'annunzio dei preliminari di pace di Villafranca irritò grandemente VITTORIO EMANUELE, che sotto l'impulso dello sdegno disse che avrebbe "continuato da solo la guerra".
Ma sia l'armistizio che le intenzioni delle spartizioni (ormai già stese sulla carta) giunsero immediatamente anche a Torino. La notizia non solo sdegnò ma atterrì Cavour, che parte da Torino e senza mai fermarsi si precipita a Monzambano al Quartier Generale del RE e con lui ha un burrascoso colloquio la notte del 10 luglio.

DIMISSIONI DEL CAVOUR

Un altro colloquio ancor più tempestoso, durato due ore, avvenne il giorno 11; il Cavour ebbe parole violente contro Napoleone, consigliò il re a respingere i patti della pace o abdicare e accecato dalla passione, gli parlò con tanta irriverenza da costringere il sovrano a voltargli le spalle. Il Cavour presentò le dimissioni sue e del gabinetto, che furono accettate, poi parlò con il principe Napoleone (Plon Plon) ed infine, non riuscendo a conferire con l'imperatore se ne tornò furibondo a Torino.

"La notte dell'10 luglio 1859 Cavour, stravolto e già sul "teatro della sciagura", attendeva nella villa Melchiorri, a Monzabano il ritorno del re da Valeggio, ove si trovava il quartiere generale di Napoleone III. Appena Vittorio Emanuele giunse, racconta NIGRA, unico testimone della storica scena, fece entrare il ministro nella stanza che gli serviva da salotto. Il re si tolse la tunica (il caldo era soffocante) e accese un sigaro. Fumava ferocemente. Si sedette alla gran tavola con i gomiti appoggiati sull'orlo. Disse: "Nigra, date il foglio a Cavour". Cavour era in piedi, vicino al tavolo, alla sinistra del re. Prese il foglio e lesse: ma prima di terminare la lettura lo buttò sulla tavola e scattò: "Lei non firmerà mai un simile obbrobrio!".
Il colloquio che seguì ebbe momenti tempestosi e drammatici.
Il Cavour che vedeva crollare in un solo istante l'edificio che con tante difficoltà era andato costruendo, scongiurava il re di respingere le inique proposte di pace di Villafranca: "Maestà, voi non firmerete questo documento, sarebbe ignominioso.Ci viene data la Lombardia. Ma che vale se il resto dell'Italia viene mantenuto sotto il dominio degli Asburgo? Napoleone se ne vuole andare. Se ne vada. Lei continui la guerra da solo. Se dovremo perire, periremo da prodi". "Si -disse il re- torneremo a Torino sotto le baionette austriache, tra le risate di tutto il mondo". In un impeto d'ira Cavour invitò allora il sovrano ad abdicare.
"A questo ci devo pensare io, che sono il re", ribatté Vittorio Emanuele.
E Cavour: "Il re? Il vero re in questo momento sono io!".
"Chiel a l'è 'l re? Chiel a l'è mac un birichin!" ("Lei il re? Lei non è altro che uno sfacciato!) scattò in piemontese il re e rivolgendosi a Nigra: "Nigra, ca lu mena a dourmi!" (Nigra, lo porti a dormire!).
Cavour presentò la mattina dopo le dimissioni e si ritirò nel suo possedimento di Leri. Vittorio Emanuele nell'accettarle commentò: "Questi signori con le dimissioni si aggiustano sempre. Sono io che non mi posso dimettere!".
(F. COGNARSCO "Vittorio Emanuele II" Biografia - Utet 1942)

Abbiamo un'altra versione di quell' incontro: di KOSSUTH (uomo di Napoleone, presente sul luogo), che ci racconta, nel 1880, all'incirca le stesse cose:

"All'armistizio di Villafranca, Cavour da Torino -a cose quasi fatte- giunse trafelato a notte alta al Q.G. di Momzambano. Nel tempestoso colloquio notturno, per le condizioni del trattato accettate (anche se era ancora da firmare) da Vittorio Emanuele, perse ogni ritegno e rispetto nei riguardi di Napoleone III; ma anche di fronte al suo stesso sovrano. Cavour era fuori di sé dal furore, e fu tale da chiedere le proprie dimissioni, che il Re imperturbabile accettò. Nella sua indignazione, Cavour, arriva a dire al re che anche lui dovrebbe dimettersi, abdicare. Allorché Vittorio Emanuele risponde che, in fin dei conti il Re era lui e che quello era affare suo, Cavour, perde le staffe, e lasciandosi del tutto andare nell'ira diventa perfino insolente "il Re? Gli italiani non guardano il Re, ma a me, il vero Re sono io". Vittorio Emanuele, pur offeso, mantenendo una calma glaciale si rivolse a Nigra "Si è fatto molto tardi, portatelo a dormire!"
Il giorno dopo, presente io Kossuth e Petri (uomini di fiducia di Napoleone III - Ndr.) Cavour prosegue con la propria furia e l' indignazione: "Il vostro imperatore mi ha disonorato. Mi aveva dato la sua parola che avremmo cacciato tutti gli austriaci dall'Italia. E adesso si prende il premio (Nizza e la Savoia, ma senza darci il pattuito Veneto) e ci pianta in asso a mezza strada. E' terribile, terribile...Alla pace non si verrà!...Io mi farò cospiratore. Rivoluzionario. Questo trattato di pace non si dovrà attuare. No! Mille volte no! Mai!, mai" ( "Memoriale di Luigi Kossuth, "Meine Schriften aus der Emigration". Presburgo, 1880, vol. 1, pagg.518-519).

Cavour cospiratore? Rivoluzionario? Lo avrebbe fatto. In Parlamento si alleò con la sinistra, con la destra, con i democratici, con i ribelli, con tutti. Usò Garibaldi, il Re, i nemici come amici, gli amici li trasformò in nemici di altri amici, accese tante micce per scatenare una guerra, minacciò un po' tutti, e s'inventò le "annessioni" che volevano dire "sottomissioni", il tutto per dare una soluzione monarchica all'unità italiana, o forse se fosse vissuto (la impudente frase di sopra era già chiara) farne un Regno personale (Lo Statuto così com'era concepito lo permetteva - vedi poi Mussolini) e non una Nazione. La Chiesa gli fu ostile, ma lui camminò diritto, imperturbabile; si disse coerente con la tradizione liberale (tutta sua però, dicono i nemici. Gli inglesi non erano per nulla d'accordo. Ne erano perfino inorriditi, ma intanto "lo ammiravano e... lo utilizzavano")
Morì a soli 50 anni, alcuni storici dicono di sifilide, altri avvelenato. "Regnò" per 13 anni, sconvolgendo l'Italia. Se "Regnava" per altri 20, avrebbe sconvolto l'Europa. Lui lo aveva del resto promesso!

"Francesco Giuseppe nei colloqui preliminari con Napoleone III a Villafranca, senza Vittorio Emanuele che evita perfino di nominarlo, ha pure incaricato il Principe D'Assia di comunicare al Savoia qualora lo incontrasse (ma non lo farà) di "assolutamente evitare nei colloqui di pronunciare il nome di Cavour". Nutre per lui il disprezzo che nutriva per Metternick. Ma non dimentichiamo che l'imperatore austriaco è un giovane inesperto, fa quello che gli dicono i suoi consiglieri. E lo fa anche male; vedi l'irriconoscenza verso la Russia, la causa di tanti suoi mali".
(Memorie del principe Alessandro D'Assia - 17 vol, Diari, Lettere, Documenti, Castello di Walchen)

La filosofia di Cavour era che: "Non dovevano ripetersi "quarantottate". Cavour guardava lontano, mirando a coinvolgere se necessario, persino la Russia e gli Stati Uniti in un conflitto mondiale; "l'Italia avrebbe un giorno conquistato il mondo"; e affermava: "noi metteremo a ferro e fuoco l'Europa". - "Gli inglesi erano addirittura inorriditi dal fatto che Cavour, senza essere attaccato da nessuna potenza straniera, e senza che fosse in gioco alcun punto d'onore" cercasse in modo così deliberato di provocare un grande conflitto europeo, un conflitto da cui tutti gli altri sarebbero stati verosimilmente danneggiati". (C. Cavour, Lettere edite e inedite, a cura di L.Chiala, Torino 1883-87, vol, VI, pag. 307 - G. Massari, Diario delle cento voci, Bologna 1959, pag. 116, 140, 142, 147,148, 206. - D. Mack Smith, Univ. Cambridge, Storia del Mondo Moderno, Garzanti, 1970-82, X vol, pag.734 ).
(ma intanto gli inglesi lo ammiravano, e a fine anno imposero al Re di rimetterlo al governo affermando "abbiamo bisogno di un uomo su cui poter contare, che conosca bene la situazione e che abbia molto coraggio morale. Questo uomo è Cavour; se ne cercherebbe invano un altro"
(Francesco Cognasso, Vittorio Emanuele II, Utet, To 1942, pag. 178)

Al colloquio dell'11 luglio fra Napoleone e Francesco Giuseppe non ci furono testimoni, né rimase un verbale, né alcuna traccia scritta. "L'encrier et le papier, dice Taxile Delord * [Histoire du second Empire. Tom. II, pag. 538], aprés le départ des seux interlocuteurs, étaient intacts sur la table, où on les voit encore." Tutto ciò, che fu riferito dopo, può essere ricavato solo dalle trattative posteriori l'incontro che assunsero forma ufficiale con i funzionari addetti a redigere i trattati. I due monarchi non svelarono mai altro.

C'era invece Alessandro D'Assia (fu a Villafranca  il mediatore tra Napoleone e Francesco Giuseppe;  poi un eccellente anello di congiunzione tra lo zar e lo stesso imperatore per riconciliare i critici rapporti Romanov-Asburgo) che nei confronti di Napoleone III, è impietoso: "L'offerta francese di armistizio fu fatta nel momento in cui meno la si poteva aspettare, e tutto il contegno di Napoleone in questi giorni testimonia chiaramente che la causa degli italianissimi gli sta così poco a cuore quanto, nella guerra contro la Russia gli importava il destino dei Turchi. Egli parla col più profondo disprezzo del suo nobile alleato Vittorio Emanuele e lo tratta come fosse il suo servitore e i generali francesi prendono apertamente in giro il suo esercito piemontese..."
(Alessandro d'Assia all'imperatrice Maria di Russia, sua sorella; da San Bonifacio, 6 luglio 1859. - Assia Epistolario-Diario, i 17 volumi conservati nel castello di Walchen)

Se Cavour era furibondo, non è che Vittorio Emanale stava meglio. Oltre a dover buttare acqua sul fuoco delle polemiche e maldicenze, aveva il complesso compito di mettere in atto le condizioni dell'armistizio su quei Ducati e quelle Legazioni i cui "ribelli" avevano aderito al Piemonte con tante speranze, ma che ora dovevano in base all'Armistizio -e questo lo stabiliva esplicitamente- sciogliersi e far ritornare i sovrani al loro posto.
Dare ragione ai "ribelli" era pericoloso, i francesi avevano le truppe ancora a Milano; il Re non poteva accettare e lo disse anche: "I Toscani (con Leopoldo esule proprio a Vienna) rendino pure palese il voto al mondo, ma io non posso accettare di fatto la loro decisione di annettersi al Piemonte". Insomma dava un colpo al cerchio e uno alla botte.
Ma anche dare ragione solo a Parigi (e a Vienna), c'era il rischio di far ritornare le insurrezioni, di favorire le organizzazioni autonome, e Mazzini non aspettava che questo. Un bel pasticcio! - "La cosa sta nell'avvenire" concluse il Re molto guardingo davanti ai rappresentanti delle varie delegazioni; ma non bastava! Né bastava il suo vago "assicuro il mio sostegno presso le potenze europee".
A indorare l'amara pillola ci pensò anche Napoleone III.

PROCLAMA DI NAPOLEONE III AL SUO ESERCITO

Il 12 luglio l'imperatore francese annunziò alle sue truppe
la fine della guerra con questo proclama:

"Soldati ! Le basi della pace sono stabilite con l'Imperatore d'Austria; lo scopo principale della guerra è raggiunto. Per la prima volta l'Italia sta per diventare una nazione. Una confederazione di tutti gli Stati d'Italia, sotto la presidenza d'onore del Santo Padre riunirà in un solo corpo le membra di una medesima famiglia. La Venezia rimane, è vero, sotto lo scettro dell'Austria, ma sarà una provincia italiana che farà parte della confederazione. La riunione della Lombardia al Piemonte ci reca da questa parte delle Alpi un potente alleato che ci sarà debitore della sua indipendenza. I governi rimasti fuori del movimento o reintegrati nei loro domini comprenderanno la necessità di salutari riforme. Un'amnistia generale farà scomparire le tracce delle civili discordie. L'Italia, signora ormai delle sue sorti, non avrà più di che a incolpare sé medesima se non avanza gradatamente nell'ordine e nella libertà. Voi tornerete fra breve in Francia; la patria riconoscente accoglierà con giubilo quei soldati che levarono sì alto la gloria della nostre armi a Montebello, a Palestro, a Turbigo, a Magenta, a Melegnano, a Solferino; che in due mesi hanno affrancato Piemonte e Lombardia, e hanno fatto sosta solo perché la lotta stava prendendo grosse proporzioni, tali che non corrispondevano più agli interessi che la Francia aveva in questa guerra formidabile. Andate dunque superbi dei vostri lieti successi, superbi dei risultati ottenuti, superbi sopratutto di esser i figli prediletti di quella Francia, che sarà sempre la gran nazione, finché avrà un cuore per comprendere le nobili cause e uomini come voi per difenderle !".

Quel giorno stesso Vittorio Emanuele firmò i preliminari di pace, aggiungendo sotto la firma la nota clausola: "accetto per ciò che mi riguarda" con la quale si riserbava libertà d'azione per il futuro, e "ai popoli della Lombardia" indirizzò un proclama così concepito.

"Il Cielo ha benedetto le nostre armi. Con il possente aiuto del magnanimo e valoroso nostro alleato, l'Imperatore Napoleone, noi siamo giunti in pochi giorni di vittoria in vittoria sulle rive del Mincio. Io oggi ritorno fra, voi per darvi il fausto annuncio che Dio ha esaudito i vostri voti. Un armistizio, seguito da preliminari di pace, ha assicurato ai popoli della Lombardia la loro indipendenza secondo i desideri tante volte espressi. Voi formerete d'ora innanzi con gli antichi nostri Stati una sola libera famiglia".

Il 15 luglio NAPOLEONE III e VITTORIO EMANUELE giungevano a Torino mentre l'esercito francese cominciava il movimento di ritirata; il 16 l'imperatore, dopo aver chiesto per il rimborso delle spese di guerra cento milioni, lasciava il suolo italiano e ritornava in Francia, dove l'attendevano calorose accoglienze, che dovevano compensarlo di quelle fredde e silenziosamente ostili che gli erano state fatte in Italia ritornando dal Mincio.
Della cessione di Nizza e Savoia, ne parleremo nel prossimo capitolo.

QUI, fatta la cronaca della vera e propria guerra sui campi di battaglia,
cos'era nel frattempo accaduto durante tutto il '59 negli altri Stati fin dall'inizio del conflitto?
C'erano stati, alleanze al Piemonte, moti rivoluzionari in varie parti d'Italia,
plebisciti e annessioni e, con la guerra finita così, molte delusioni.

Andiamo dunque a leggere la prossima puntata > > >

 

anno 1859 - Atto Terzo > > >

 

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