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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1860

DA MESSINA A NAPOLI - CAVOUR INQUIETO - PARTE IL RE
( Anno 1860 )

GARIBALDI IN CALABRIA - MANIFESTO DI FRANCESCO II AI SUDDITI - IL RE SI TRASFERISCE A GAETA - GARIBALDI A NAPOLI - ANNESSIONISTI ED ANTIANNESSIONISTI - COMBATTIMENTO DI CAJAZZO - BATTAGLIA DEL VOLTURNO - PREPARAZIONE DELLA SPEDIZIONE PIEMONTESE NELLE MARCHE E NELL' UMBRIA - LA NOTA SARDA ALL'ANTONELLI - II CORPO DI SPEDIZIONE - BATTAGLIA DI CASTELFIDARDO
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Una delle lettere di Re V.E.
citate in queste pagine

GARIBALDI AL FARO

Dopo la resa del forte di Milazzo avvenuta il 23 luglio e con quella di Messina stipulata il 28 (meno la "cittadella" che restava in mano ai borbonici) i garibaldini erano davanti allo stretto. Avendo deciso di passare in Calabria, Garibaldi, che l'8 luglio aveva cacciato dalla Sicilia LA FARINA per i suoi intrighi tendenti ad affrettare l'annessione dell'isola al Regno Sardo, chiese a Torino al re Vittorio Emanuele che inviasse AGOSTINO DEPRETIS e, quando questi giunse, lo nominò prodittatore, gli mise a fianco FRANCESCO CRISPI, quindi rivolse tutti i suoi pensieri all'altra sponda.

Disponeva di circa venticinquemila uomini, ripartiti in quattro divisioni numerate a seguito di quelle sarde: la 15a (Turr), la 16a (Cosenz), la 17a (Medici) e la 18a (Bixio). Di queste truppe il battaglione Bentivegna della Cosenz presidiava Milazzo la divisione Bixio era andata a Bronte a smorzare alcuni tumulti, il resto si trovava concentrato sulla punta del Faro.
Nella notte dell'8 agosto, su ordine di Garibaldi, quattrocento volontari comandati dal calabrese MUSOLINO partirono dalla costa siciliana per passare lo stretto e sorprendere il forte Cavallo. Avvistati e presi a cannonate dal forte Stella, una parte tornò indietro, e una parte sbarcò presso Cannitello e si gettarono nelle selve dell'Aspromonte. Tre giorni dopo un altro tentativo di impadronirsi di Alta Fiumara fu fatto da SALVATORE CASTIGLIA, ma neppure questo ottenne un successo.

Informato dal BERTANI, che al Golfo degli Aranci, si erano concentrati circa novemila volontari, guidati da LUIGI PIANCIANI raccolti per invadere lo Stato Pontificio ed avendo saputo che a Torino, il Governo Sardo, contrario a simile impresa, aveva ordinato a questi volontari (divisi in quattro brigate, Eberhardt, Thorrena, Gandini e Puppi) di proseguire per la Sicilia, GARIBALDI, lasciato al SIRTORI il comando dell'esercito del Faro, il 12 agosto si recò al Golfo degli Aranci, dove era venuto a sapere che le brigate "Eberhardt" e "Thorrena" erano partite per Palermo sui piroscafi "Franklin" e "Torino"; prese con sé le altre due brigate e navigò con queste alla volta di Palermo, dove giunse il 17.

A Palermo non si fermò. Dato ordine al RUSTOW, succeduto al Pianciani, di condurre per la via di terra a Messina le brigate "Tharrena, Gandini e Puppi", il generale s'imbarcò con il battaglione Chiassi sul "Franklin" e, facendo il giro dell'isola, giunse il 18 nelle acque di Taormina, dove vi trovò il BIXIO reduce da Bronte e la brigata "Eberhardt" con il "Torino". La sera del giorno seguente, imbarcati gli uomini del Bixio - quattromila circa - sui due piroscafi, prese il largo verso la costa calabrese e all'alba del 20 giunse a Melito.
Lo sbarco avvenne senza incidenti, ma il "Torino", incagliatosi presso Rumbolo, fu affondato dalle navi borboniche "Aquila e Fulminante" sopraggiunte all'ultimo momento.

Una volta in Calabria, Garibaldi si riunì ai volontari del Musolino e marciò su Reggio, presidiata dal generale GALLOTTI con buon numero di soldati. Dopo breve resistenza sul torrente Calopinace i regi si ritirarono nella città ed essendo questa nella notte del 20 caduta in mano dei Garibaldini si chiusero nel forte che capitolò il 21, dando in mano ai vincitori trenta cannoni di posizione, otto da campo e molti fucili.

Nella notte del 21 agosto il COSENZ, dalla punta del Faro con la brigata Assanti, i cacciatori genovesi e la compagnia straniera del DE-FLOTTE andò a sbarcare a Favazzina, presso Scilla e puntò su S. Giovanni, riuscendo alle spalle delle brigate borboniche "Briganti e Melendez" che il 23 agosto si arresero. Il generale BRIGANTI fu trucidato dalle stesse sue truppe oramai demoralizzate e prive di disciplina.

Dopo questi successi dei Garibaldini si accentuò lo sfacelo delle truppe borboniche e Garibaldi nella sua avanzata, che fu quasi una passeggiata militare, non ebbe più davanti a sé truppe borboniche animate dal proposito di ostacolare la marcia nemica, la quale procedette spedita, preceduta da alcune rivoluzione nelle città che attraversava ma anche nelle altre. Fin dal 17 agosto era insorta Potenza trascinando nella rivolta tutta la Basilicata, poi insorsero le Calabrie e le Puglie; a Foggia le truppe fecero causa comune con il popolo, a Bari altrettanto, così che il generale FLORES, comandante militare delle Puglie dovette riparare nel Principato con i pochi soldati rimasti fedeli.
A Cosenza, la brigata Caldarelli il 27 agosto si arrese al comitato insurrezionale e dichiarò di ritirarsi verso Salerno con i soli bagagli.
Il maresciallo VIAL, che aveva il comando di tutte le forze borboniche della Calabria e risiedeva a Monteleone con la brigata del generale GHIO, il 28 agosto s'imbarcò per Napoli lasciando il comando al Ghio. Questi, quel giorno stesso, alla testa di diecimila uomini, si ritirò in direzione di Cosenza, ma il 29 a Severia, trovatosi tra le bande calabresi del barone STOCCO da una parte e l'avanguardia del COSENZ dall'altra, dopo una debolissima resistenza si arrese lasciando in mano a Garibaldi dodici cannoni, diecimila fucili, trecento cavalli e moltissimo materiale di guerra.

Mentre Garibaldi inesorabile procedeva, a Napoli si viveva nell'ansia, nell'incertezza e nel timore.
Cavour - il suo piano lo abbiamo già accennato nella precedente puntata- voleva fare insorgere la capitale prima che vi sarebbe giunto Garibaldi per togliere alla rivoluzione e ai volontari il vanto di aver fatto tutto da soli. Per mezzo del marchese VILLAMARINA, ambasciatore sardo e dell'ammiraglio PERSANO, che con la flotta era nel porto, i due si sforzavano di suscitare disordini, facendosi aiutare dai numerosi esuli moderati ritornati nel regno dopo la concessione della costituzione.
Schieratisi con il piano insurrezionale del Cavour, il barone NISCO introduceva fucili in città e il generale NUNZIANTE sobillava l'esercito borbonico, mentre a bordo delle navi del Persano due battaglioni di bersaglieri erano pronti a scendere al primo segnale d'insurrezione.

FRANCESCO II, irresoluto, non prestava orecchio alle parole della regina e del generale PIANELL, ministro della guerra, che lo consigliavano di mettersi alla testa dei cinquantamila uomini che ancora gli rimanevano e di marciare contro Garibaldi. Il re, consigliato da altri diversamente, il 5 settembre decise di ritirarsi con la famiglia a Gaeta e di mandare l'esercito oltre il Volturno, incaricando la guardia nazionale di mantenere l'ordine nella capitale.
Il 6 settembre mattina FRANCESCO II indirizzò ai suoi sudditi il seguente manifesto:
(che riportiamo fedelmente, così nella sua originaria sintassi)

"Fra i doveri prescritti ai re, quelli dei giorni di sventura sono i più grandiosi e solenni, ed io sono contento di compierli con rassegnazione scevra di debolezza, con animo sereno e fiducioso, quale si addice al discendente di tanti monarchi. A tale scopo rivolgo ancora una volta la mia voce al popolo di questa metropoli, da cui debbo allontanarmi con dolore. Una guerra ingiusta e contro la ragione delle genti ha invaso i miei Stati, nonostante che io ero in pace con tutte le Potenze Europee. I mutati ordini governativi, la mia adesione ai grandi principi nazionali ed italiani non valsero ad allontanarla; che anzi la necessità di difendere l'integrità dello Stato trascinò dietro avvenimenti che ho sempre deplorato. Onde io protesto solennemente contro queste inqualificabili ostilità, sulle quali pronunzierà il suo severo giudizio l'età presente e la futura. Il corpo diplomatico residente presso la mia persona seppe fin dall'inizio di quest'inaudita invasione di quali sentimenti era compreso l'animo mio per tutti i miei popoli e per quest'illustre città per garantirla dalle rovine della guerra, salvare i suoi abitanti e le loro proprietà, i sacri templi, i monumenti, gli stabilimenti pubblici, le collezioni d'arte e tutto quello che forma il patrimonio della sua civiltà e della sua grandezza, e che appartenendo alle generazioni future, è oggi superiore alle passioni di un tempo. Questa parola è giunta ormai l'ora di compierla. La guerra si avvicina alle mura della città, e con dolore ineffabile io mi allontano con una parte dell'esercito, trasferendomi là dove la difesa dei miei diritti mi chiama; l'altra parte resta per contribuire, in concorso con la Guardia nazionale, all'inviolabilità ed incolumità della capitale, che come un palladio sacro raccomando allo zelo del ministero. Chiedo all'onore ed al civismo del sindaco di Napoli e al comandante della stessa Guardia cittadina di risparmiare a questa patria carissima gli errori dei disordini interni ed i disastri della guerra vicina; al tale scopo concedo a questi ultimi, tutte le necessarie e più estese facoltà.
Discendente da una dinastia che per 126 anni regnò in queste contrade continentali, dopo averle salvate dagli errori di un lungo governo vicereale, i miei affetti sono qui. Io sono napoletano né potrei senza grave rammarico dirigere queste parole d'addio ai miei amatissimi popoli e ai miei compatrioti; e qualunque sarà il mio destino, prospero od avverso, io conserverò sempre per loro forti ed amorevoli rimembranze. Raccomando loro la concordia, la pace, la santità dei doveri cittadini e che uno smodato zelo per la mia corona non diventi motivo di turbolenze. Se per le sorti della presente guerra io dovrò tornare fra voi, o in ogni altro tempo in cui piacerà alla giustizia di Dio per restituirmi il trono dei miei maggiori, fatto più splendido dalle libere istituzioni di cui l'ho irrevocabilmente circondato, quello che imploro ora, è di vedere i miei popoli concordi, forti e felici".

La sera del 6 settembre, imbarcatosi con la regina, con l'ambasciatore di Spagna e accompagnato a bordo dai ministri DE MARTINO e SPINELLI, partì sulla nave da guerra spagnola "Colon" - perché i comandanti della sua flotta avevano rifiutato di seguirlo - e nel corso della notte approdò a Gaeta.
A Napoli, partito il re, il VILLAMARINA "offrì" ai ministri, per mantenere l'ordine pubblico, di procedere all'occupazione della città con i bersaglieri del PERSANO, ma i ministri rifiutarono l'offerta e si misero tramite emissari-staffette in corrispondenza con Garibaldi.

Questi intanto si affrettava a risalire verso nord inviando le truppe a Salerno e Napoli via del mare. La sera del 3 settembre aveva toccato Sapri, il 4 a Casalnuovo, il mattino del 6 Auletta, e di qui scrisse ai capi del comitato dell'ordine e del comitato d'azione pregandoli di formare un unico "comitato unitario nazionale".
La sera del 6 settembre era giunto Salerno e invitava il sindaco di Napoli e il comandante della Guardia nazionale di recarsi da lui.
All'alba del 7 settembre, Garibaldi conferiva con il sindaco di Napoli e con il generale ROBERTO DE LAUGET e riceveva nello stesso tempo, una lettera del ministro LIBORIO ROMANO che gli assicurava che "con la maggiore impazienza, Napoli aspettava il suo arrivo per salutarlo come il Redentore d'Italia e per deporre nelle sue mani i poteri dello Stato e i propri destini".

GARIBALDI decise il giorno stesso di recarsi nella capitale e, accompagnato dal BERTANI, dal COSENZ, dal NULLO, da fra PANTALEO e da due altri ufficiali partì alle 9.30 da Salerno. Subito dopo mezzogiorno giunse a Napoli ancora occupata in parte dalle truppe borboniche e fra l'entusiasmo del popolo prima si recò ad onorare le reliquie di San Gennaro, poi al Palazzo del Governo.
GARIBALDI, assunto il potere dittatoriale - come a Palermo- costituì un nuovo ministero in cui mise fra gli altri, LIBORIO ROMANO e COSENZ; nominò il SIRTORI prodittatore delle province di terraferma; diede il comando militare di Napoli al TURR, fece giurare fedeltà a Vittorio Emanuele agli ufficiali di marina borbonici; permise che tre bastimenti della marina regia, che si trovavano nel porto, mutassero i nomi di "Monarca, Borbone, Farnese in quelli di "Re Galantuomo, Garibaldi, Italia"; dichiarò aggregati alla flotta sarda tutti i navigli da guerra e mercantili e gli arsenali del Regno delle Due Sicilie; ordinò che tutti gli atti della pubblica amministrazione e della giustizia fossero emanati in nome di Vittorio Emanuele; infine fece proclamare lo Statuto Albertino.

Nonostante questi ed altri provvedimenti, i quali sembravano essere una prova della lealtà del Dittatore verso la monarchia sabauda, in Sicilia e nel Napoletano si tramava da parte di cavouriani affinché si procedesse subito all'annessione delle province al Regno Sardo, annessione che, sotto l'influenza del Crispi e del Bertani, Garibaldi voleva invece procrastinare "per non ripetere - come lui stesso diceva - gli errori del '48 (ricordiamoci Milano - "mentre Carlo Alberto contava i voti, Radetzky contava le divisioni" - Ndr) chiamando i popoli a votare anziché a combattere" e, perché, secondo lui, doveva farsi "sul colle del Quirinale, quando l'Italia potrà contare i suoi figli nello stesso consorzio e liberi tutti accoglierli nell'illustre suo grembo e benedirli".

In Sicilia l'attrito tra annessionisti e dilazionisti ebbe la sua fase acuta il 6 settembre con le dimissioni del CRISPI da ministro degli Interni e l'11 con le dimissioni di DEPRETIS da prodittatore della Sicilia. Recatisi i due uomini politici a Napoli da Garibaldi, questi disapprovò l'opera del Depretis, e il 14 accettò le sue dimissioni; il 16 partì per Palermo, vi giunse il 17 settembre e quel giorno stesso licenziò i vecchi ministri, nominò (sbagliando, perchè poi si schiererà con il re) prodittatore ANTONIO MORDINI e lanciò alla cittadinanza il famoso proclama:
"Il popolo di Palermo, siccome impavido a fronte dei bombardatori, lo è stato in questi giorni a fronte degli uomini che volevano traviarlo. Essi vi hanno parlato di "annessione" come se più fervidi di me fossero per la rigenerazione d'Italia - ma la loro meta era di servire a bassi interessi individuali - e voi rispondete come conviene ad un popolo che sente la sua dignità e che si fida del vero ed inviolato programma da me proclamato: Italia e Vittorio Emanuele. A Roma, popolo di Palermo, noi proclameremo il regno italiano, e là solennemente santificheremo il gran consorzio di famiglia tra i liberi e gli schiavi ancora figli della stessa terra. A Palermo si volle l'annessione perché io non passassi lo stretto. A Napoli si vuole l'annessione perché io non possa passare il Volturno".

COMBATTIMENTO DI CAJAZZO
BATTAGLIA DEL VOLTURNO

Sul Volturno si fronteggiavano cinquantamila borbonici, comandati dal generale RITUCCI appoggiati da Capua e Gaeta, e ventimila garibaldini dislocati a S. Maria, a Caserta e a S. Leucio. Partendo per Palermo, Garibaldi aveva affidato il comando dell'esercito al generale TURR, raccomandandogli - scrive il Guerzoni - "di tenersi sulla difesa, staccando tutt'al più delle bande volanti sui fianchi ed alle spalle del nemico, onde tentare di sollevargli attorno le popolazioni e scompaginarne le masse".
Invece il TURR, il 17 settembre, ignorando gli ordini del suo capo, si era proposto di conquistare Cajazzo, di là dal fiume, e il 18 aveva stabilito il piano d'operazione consistente in un'azione dimostrativa del RUSTOW con le brigate "La Masa, Milano" e "Spongaro" su Capua e la "Eber" su S. Angelo e una puntata del maggiore CATTABENE con i "Cacciatori di Bologna", una sezione d'artiglieria e una compagnia del genio su Cajazzo.
L'azione fu fatta il 19 ed ebbe successo; ma se il Cattabene riuscì con poche forze a impadronirsi di Cajazzo, non fu però capace, nonostante il suo disperato valore e l'aiuto insufficiente del colonnello VACCHIERI con il 2° reggimento, a sostenersi contro la schiacciante superiorità numerica dei borboni che lo attaccarono il 21. Il CATTABENI, ferito fu fatto prigioniero, il VACCHIERI riuscì a stento a salvarsi; di milleduecento uomini solo quattrocento riuscirono a ritornare alle posizioni di partenza.

Tornato Garibaldi, l'esercito dei volontari ebbe il seguente schieramento: la destra, comandata dal BIXIO, a monte Caro, Villa Gualtieri, Ponte della Valle e Castelmorrone; il centro, con la brigata SACCHI, a Gradillo e a S. Leucio; la sinistra, divisa in due settori sotto i comandi del MEDICI e del MILBITZ, a S. Angelo, S. Maria e S. Tommaso; la riserva, agli ordini del TURR, a Caserta con una brigata distaccata ad Aversa; e a Caserta pure il Quartier Generale.
Contro tali forze così disposte il l° ottobre del 1860 il generale RITUCCI sferrò l'offensiva, che provocò la più grossa battaglia di tutta la campagna. Il piano del generale borbonico era di attaccare frontalmente le posizioni garibaldine fra S. Tommaso e S. Angelo, aggirandole contemporaneamente da nord per Ducenta verso i ponti della Valle. Perciò ordinò alla 1a divisione di puntare da Capua su S. Angelo, alla 2a di marciare su S. Maria e alla brigata "Mekel", appoggiata da quelle dei generali RUIZ e PERRONE, di impadronirsi delle alture fra Caserta e Maddaloni e prendere alle spalle S. Maria.

All'alba gli opposti eserciti si scontrarono e subito la battaglia si accese furiosa su tutta la linea del fronte. A S. Angelo il MEDICI, con un energico contrattacco, prima respinse la 1a brigata della la divisione ("Afan De Rivera"), poi, assalito dall'intera colonna nemica più numerosa come numero, fu costretto a rifugiarsi nel paese, dove fu costretto a fare una resistenza quasi disperata per l'audacia dei suoi assedianti.

Il GARIBALDI, che a quell'ora di trovava a S. Maria, temendo che il nemico si incuneasse tra i settori del MEDICI e del MILBITZ, chiamò da Caserta la brigata "Assanti" e le ordinò di rafforzare lo schieramento nel punto di congiunzione dei due settori, poi si avviò con una carrozza e con poca scorta verso S. Angelo. "Potevano essere le 6 del mattino - scrive il Guerzoni. - e circa alla stessa ora gli avamposti del BIXIO si scontravano con l'avanguardia del VON MEKEL, mentre il PERRONE passava il Volturno a Limatola.
Giunta verso la metà della strada che da S. Maria porta a Sant'Angelo, la carrozza di Garibaldi è all'improvviso fu tempestata da una grandine di fucilate, e al tempo stesso avvolta da un gruppo di nemici sbucati da alcuni fossi laterali…alla prima scarica moriva il cocchiere e un cavallo della carrozza; Garibaldi fu costretto a balzare a terra e con i suoi pochi uomini di scorta a mettersi sulla difensiva. Ma, narra lui stesso, "mi trovavo in mezzo ai genovesi di Mosto e ai lombardi di Simonetta. Non fu quindi necessario di difenderci noi stessi; quei prodi militi, vedendoci in pericolo, caricarono i borbonici con tanto impeto, che li respinsero un bel po' distanti da noi e ci facilitarono la via verso Sant'Angelo".

Ma, quando vi stava per giungervi, corse un'altra volta pericolo di cadere nelle mani dei borbonici; questa volta caricando con la scorta ed altri volontari accorsi, riuscì ad aprirsi la strada e raggiungere il MEDICI sull'altura di S. Iorio; qui riuniti alcuni battaglioni, li guidò contro il nemico, che fu costretto a interrompere l'avanzata e a rinunciare al tentativo di aggirare le posizioni occupate dal MILBITZ.
Consolidata la difesa di S. Angelo, Garibaldi inviò l'ordine al TURR di portarsi con tutte le riserve a S. Maria, dove si recò lui stesso. La situazione in questo settore era piuttosto critica; il MILBITZ, ferito, era stato costretto a lasciare il comando e i battaglioni del CORRAO, del LA PORTA e del PACE, la brigata "Assanti" e le truppe del PALIZZOLO, MALENCHINI, SPROVIERI, LAUGÈ, FARDELLA e la compagnia francese, facevano inauditi sforzi per sostenersi a vicenda e per trattenere il nemico.
Giunte le riserve, Garibaldi uscì da S. Maria al contrattacco alla testa della brigata "Milano", appoggiato a sinistra da alcuni battaglioni della "Eber", dal 1° reggimento e da reparti di Usseri e bersaglieri, alla destra dalla compagnia estera, dal 2° reggimento e dagli Ungheresi. Il contrattacco si estese al settore del Medici che affrontò alla baionetta il nemico con le brigate "Simonetta e Guastalla". I borbonici, che avevano combattuto con gran valore, alle cinque del pomeriggio erano in piena ritirata sulle posizioni di partenza e Garibaldi poteva telegrafare a Napoli: "Vittoria su tutta da linea".

Anche alla destra dello schieramento garibaldino quel giorno la lotta fu durissima. Il VON MEKEL, sceso con settemila uomini, in gran parte bavaresi, e tre batterie da Ducenta, conquistò in un primo tempo l'importante posizione di Monte Caro, ma più tardi, contrattaccato dal colonnello DEZZA con la sua brigata ed altri elementi della divisione Bixio, dopo un'accanita resistenza, fu costretto ad abbandonare il monte e ritirarsi a Ducenta.
Diversa la sorte della colonna borbonica del PERRONE, forte di duemila uomini, che doveva puntare su Caserta e sorprendere il Quartier Generale nemico; respinse il battaglione FERRACINI, che si trovava in posizione a Grottata e a S. Annunziata, distrusse il battaglione del maggiore PILADE BRONZETTI, che a Castelmorrone resistendo anziché arrendersi preferì sacrificarsi, sbaragliò il battaglione BOSSI accorso in aiuto del Bronzetti e, ricevuti rinforzi dal generale RUIZ, giunse a Caserta Vecchia, dove passò la notte.
Al mattino del 2 ottobre la colonna PERRONE, non sapendo che la battaglia era finita la sera prima al Volturno con la vittoria dei Garibaldini, continuò l'avanzata, ma circondato dai volontari e da alcune compagnie sarde mandate il giorno prima da Napoli, dopo un breve scambio di fucilate si arrese.
La battaglia del Volturno costò a Garibaldi 306 morti, 1328 feriti e 389 prigionieri e dispersi; ai borbonici 308 morti, 820 feriti e 2160 prigionieri e dispersi.

LA SPEDIZIONE PIEMONTESE NELLE MARCHE E NELL' UMBRIA

I Successi di Garibaldi avevano superata ogni previsione. La meta per cui si combatteva - l'unità nazionale - si faceva di giorno in giorno più vicina; ma le condizioni d'Italia non erano senza grave pericolo.
Oltre il Volturno rimaneva un esercito borbonico forte di molte migliaia di uomini ed ottimamente armato; (l'esatta consistenza dell'esercito regio, la troviamo nelle pagine successive, nella versione "vista dai borbonici")
La reazione borbonica aveva rialzato la testa nelle province napoletane, specie nell'Abruzzo; le lotte civili dilaniavano la Sicilia; fra gli stessi "patrioti" non c'era identità di vedute e di scopi e chi voleva l'immediata annessione delle Due Sicilie al Piemonte, chi sosteneva la riunione di un'assemblea costituente, chi parlava di separatismo.
Non c'erano idee politiche precise. Fra gli stessi garibaldini, chi sognava Garibaldi come nuove Re, Chi una specie di dittatura popolare senza Parlamento. E chi come il Bertani parlavano della dittatura di Garibaldi, con il segreto scopo di arrivare alla Costituente e poi alla Repubblica.

Inoltre Garibaldi non faceva mistero dei suoi propositi di marciare, non appena distrutta la potenza borbonica, su Roma e Venezia e così minacciava con il suo atteggiamento di provocare un intervento delle potenze europee in Italia; infine il Pontefice aveva messo su un esercito di diciassettemila uomini, reclutati da ogni nazione d'Europa e perfino in America, e l'aveva affidato al generale francese LAMORICIÈRE (anche lui da repubblicano fattosi legittimista ed ora campione del clericalismo politico) il quale nel suo ordine del giorno dell'8 aprile 1860 aveva scritto pure lui questa bella stupidaggine:
"La rivoluzione, come altra volta l'Islamismo, minaccia oggi l'Europa, ed oggi, come altre volte, la causa del Papato è quella della civilizzazione e della libertà del mondo".
Fu un'uscita infelice, perché paragonava gli italiani (italiani, abitanti d'Italia!) ai saraceni!

Il CAVOUR, che sorvegliava attentamente la situazione politico-militare della penisola, temeva: un possibile risollevarsi delle forze borboniche; un'azione unanime del re di Napoli, del Pontefice e dell'Austria; un intervento delle potenze europee e il sopravvento dei repubblicani negli eventi nazionali; convinto che il governo sardo non doveva rimanere inoperoso, per non perdere il suo prestigio e per non lasciare la direzione delle cose in mano a dei rivoluzionari; da un lato dispose che il 1° corpo d'armata (E. DE SONNAZ) e il 3° (DURANDO) si tenessero pronti a difendere la linea del Po da Ferrara a Casalmaggiore e il 2° (LA MARMORA) quella del Mincio dal Po al Garda, e concentrò numerose truppe nella Romagna e nella Toscana, destinate ad invadere lo Stato Pontificio e ad entrare nel Napoletano; dall'altro si mise a preparare moti insurrezionali nelle Marche e nell'Umbria e a convincere Napoleone III che era necessario al governo sardo occupare militarmente le due predette province, prima che vi giungesse la rivoluzione popolare.

Il 28 agosto, trovandosi NAPOLEONE III a Chambery, il Cavour mandò da lui FARINI e CIALDINI, i quali gli parteciparono il proposito del governo piemontese di mettersi a capo del movimento nazionale per non lasciarsi trascinare dove né esso né le potenze europee avrebbero potuto o voluto acconsentire e gli mostrarono come nello Stato Romano gli uomini erano commossi ed era imminente l'insurrezione. L'imperatore non volle dare alcun appoggio all'impresa, ma non mostrò di volerla contrastare, anzi - se è vero quanto alcuni riferiscono - rispose: "Fate, se lo credete, ma fate presto".

Il Cavour fece molto presto! Il 7 settembre inviò al Cardinale ANTONELLI, per mezzo del Conte della MINERVA, una nota in cui era detto:
"… il governo sardo vede con rammarico stranieri a servizio della Santa Sede; e questo offende la coscienza pubblica d'Italia, causa nuovi rivolgimenti e impedimenti alla manifestazione dei buoni desideri dei popoli. Le ragioni di sicurezza propria costringono il governo sardo a porvi riparo, non potendo esso restare testimonio impassibile; perciò l'esercito del re ha ricevuto ordine di impedire che i mercenari recassero ostacolo al volere della popolazione delle Marche e dell'Umbria; quindi si dovevano sciogliere e disarmare subito le schiere pontificie, che erano una continua minaccia alla tranquillità d'Italia".

Il 9 settembre, prima che l'ANTONELLI rispondesse alla nota sarda, il FANTI, che aveva assunto il comando delle truppe concentrate in Romagna e in Toscana, avvertì il LAMORICIÈRE che
"avrebbe occupato le Marche e l'Umbria, se il Lamoricière stesso non si fosse dichiarato "pronto ad accettare le seguenti condizioni: che cioè le sue truppe non userebbero le armi per reprimere una manifestazione nazionale del paese nel quale si trovassero, che non marcerebbero contro un paese ove si fosse prodotta una manifestazione nazionale, lasciando libere le popolazioni di esprimere i loro voti".
Il 10 settembre il generale pontificio rispose di avere inviato la nota al proprio governo, per avere istruzioni, ma il FANTI telegrafò che considerava come un rifiuto la mancata adesione e che il giorno dopo avrebbe varcato la frontiera.
Lo stesso giorno 10 settembre il rappresentante francese a Torino avvertì CAVOUR che avrebbe interrotto le relazioni diplomatiche con il governo sardo se non forniva assicurazione che l'esercito del re non avrebbe assalito quello del Pontefice. A questa nota il Cavour rispose l'11:
"Se noi aspettiamo Garibaldi alla Cattolica siamo perduti".
Allora il rappresentante francese partì da Torino.

Quando Cavour iniziò a concepire il suo ingegnoso progetto, non lo fece certo per l'unificazione immediata, né si lasciò conquistare dagli straordianri successi di Garibaldi; per lui l'unificazione era sempre stata una eresia mazziniana o una repubblicana "corbelleria" di Manin.
Ma ora non c'era tempo da perdere, il successo di Garibaldi rischiava di renderlo popolare a milioni di italiani, di togliere prestigio al re che se "andava bene" avrebbe brillato solo di luce riflessa; e c'era sempre il costante pericolo di vedere l'Italia trasformata in una Repubblica; e riunire -come andava dicendo Garibaldi gli italiani in un'assemblea costituente non quell'Italia che intendeva Cavour.
L'idea quindi era quella di entrare con un piccolo corpo di truppe nello Stato Pontificio, spiegando alla Francia e al resto d'Europa, di voler salvare il papa dalla rivoluzione, e che solo questo avrebbe potuto fermare Garibaldi, che già da Napoli minacciava di marciare su Roma. Non c'erano altre prospettive, se non quella della guerra civile che avrebbe scatenato.

Forse qualche mese prima il Re avrebbe visto con piacere il dissidio fra Cavour e Garibaldi; ma ora le insistenze del Conte nel rappresentargli il pericolo che Garibaldi cedesse a Mazzini, ne divenne il sostenitore.
L'8 settembre entrato Garibaldi a Napoli sia Cavour che il Farini avevano offerto le dimissioni perché intendevano evitare un grave conflitto politico. Il re non le accettò perché disse "non voleva modificazioni né nella politica né nel ministero"…"…e manterrò la mia decisione, dovessi anche salire a cavallo". (era l'8 settembre, e cominciava a convincersi).

Il 12 settembre, quasi persuaso da Cavour del "pericolo" ("che Garibaldi non era suo amico, ma che si serviva solo del suo nome"), scrisse una lettera affettuosa a Garibaldi, ringraziandolo per tutto quello che aveva fatto, ma nello stesso tempo terminava la lettera molto allarmato per le eventuali reazioni delle Potenze; era necessario evitare un'intempestiva guerra con la Francia, e vi era il serio pericolo di essere attaccati dall'Austria e quindi conveniva "…che l'azione militare in Italia abbia una sola e concorde direzione e non si faccia nessuna spedizione od attacco senza l'ordine mio". (Cognasso op. cit. pag. 219)
V. E. confermava la sua autorità assoluta di Re e quindi voleva piegare il Generale ai suoi ordini. E per quanto riguardava Roma, avvertiva che intendeva occuparsene lui, c'erano in gioco troppe e delicate complicazioni politiche.

GARIBALDI nello stesso giorno 11, prima che Vimercate giungesse a Napoli con questa lettera del re, ne scriveva una lui, poco politica ma molto ineducata, che portò a Torino il Trecchi e che infuriò Vittorio Emanuele:
"Vostra Maestà, io tacqui fino a questo momento tutte le turpi contrarietà da me sofferte da Cavour, Farini, ecc. Oggi però, che ci avviciniamo allo sviluppo del gran dramma italiano, io devo implorare dalla Maestà Vostra per il bene della Santa Causa che servo, l'allontanamento di quegli individui…Io non vedo altro rimedio, se non quello di allontanare quegli uomini incorreggibili che ci fanno un danno immenso e con cui sarà certamente impossibile mi presenti al cospetto di Vostra Maestà".

Il 15 settembre Garibaldi, rispondendo all'altra lettera, ne scrisse una ancora peggiore. Non conosciamo il contenuto, ma il Pallavicino, quando scriverà al Cavour il 26 settembre, difendendolo, scriveva che "Garibaldi, generale di Vittorio Emanuele, usava del suo diritto dicendo al Re - Io ed il Vostro ministero di Torino siamo incompatibili, scegliete Cavour o me".

Sappiamo pure da una lettera del rattazziano MARAZIO inviata al MACCHI, che "il Re fu turbato dal tono brusco e violento dell'insolente lettera, e che perfino il Rattazzi fino allora schierato con Garibaldi e contro Cavour, disse che il Conte faceva di tutto soffermandolo sui "pericoli" per far perdere la fiducia del Re su Garibaldi, sperava che non ci riuscisse, ma che il pericolo vi era" (lettere, Ib. Pag. 220).

Infine sappiamo della reazione del Re stesso. Se Vittorio Emanuele fino allora odiava Cavour e desiderava forse liberarsene, dopo questa lettera, non permetteva a Garibaldi che osasse dargli degli ordini, e non poteva ammettere che la cosa gli fosse imposta da lui. Né del resto era possibile al Re altra decisione. Cominciò a non più temerlo, e a prendere coscienza che aveva tutti i mezzi per fermarlo e se necessario abbatterlo. Intuì insomma che CAVOUR era il più forte e che il più debole era GARIBALDI.
Con PALLAVICINO, salito da Napoli a Torino con le stesse idee di Garibaldi, fu ancora più brusco e più chiaro "…tutti abbandoneranno Garibaldi quando sapranno che è contro di me" (lettere. ib. Pag. 221).
E fu proprio dopo il colloquio con il Pallavicino, che il Re decise di partire per assumere il comando dell'esercito destinato ad occupare Napoli.
Un po' di preoccupazioni l'ebbe il Cavour, sapendolo fuori della sua sorveglianza. Ma poi il 17 settembre era soddisfatto e giubilante, e al principe di Carignano scriveva: " Il Re si è deciso a partire…..Dopo l'"ultimatum" insolente recato da quell'imbecille di Pallavicino il Re ha deciso!"
E contemporaneamente scriveva al Nigra: "Le Roi a refusè net" Ogni accordo con Garibaldi è impossibile. Appena presa Ancona, andremo a ristabilire l'ordine a Napoli" (lettere, ib. Pag. 222-223) .

Dall' 11 al 17 settembre avvenivano questi fatti, ma dobbiamo tornare all'11 settembre, con l'esercito Sardo che era già pronto a muoversi verso il Centro Italia. Quel giorno Vittorio Emanuele riceveva una deputazione umbro-marchigiana cui prometteva la protezione delle due province, e rivolgeva alle sue truppe, destinate alla spedizione (non ha ricevuto ancora la brutta lettera, quindi non ha ancora deciso di guidarlo lui), questo proclama:

"Voi entrate nelle Marche e nell'Umbria per restaurare l'ordine civile nelle desolate città e per dare ai popoli la libertà di esprimere i propri voti. Non dovete a combattere potenti eserciti, ma liberare infelici province italiane dalle compagnie straniere di ventura. Non andate a vendicare le ingiurie fatte a me e all'Italia, ma ad impedire che gli odi popolari prorompano a vendetta della mala signoria. Voi insegnate con l'esempio il perdono delle offese e la tolleranza cristiana a chi stoltamente paragonò all'islamismo l'amore alla patria italiana.
In pace con tutte le grandi potenze, e alieno da ogni provocazione, io intendo togliere dal centro d'Italia una cagione perenne di turbamento e di discordia. Io voglio rispettare la sede del Capo della Chiesa, al quale sono pronto a dare, in accordo con le potenze alleate ed amiche, tutte quelle guarentigie d'indipendenza e di sicurezza che i suoi ciechi consiglieri legati al fanatismo della setta malvagia, cospirante contro la mia autorità e la libertà della nazione. Mi accusano d'ambizione. Sì, ho un'ambizione, ed è quella di restaurare i principi dell'ordine morale in Italia e di preservare l'Europa dai continui pericoli della rivoluzione e della guerra".

Contemporaneamente il Cavour diramava ai rappresentanti sardi all'estero, perché ne dessero comunicazione ai governi presso ai quali erano accreditati, una nota in cui,
"esposti i mutamenti avvenuti in Italia dopo Villafranca e mostrati i pericoli in cui sarebbero incorse l'Italia e l'Europa se si fosse lasciata progredire la rivoluzione, si diceva esser necessario accorrere in aiuto dei popoli che volevano scuotere il giogo clericale e si affermava che, così facendo, si provvedeva alla salvezza dei più legittimi e vitali interessi della comune causa dell'ordine europeo. Infine si assicurava che sarebbe stata rispettata la residenza del Santo Padre e il territorio circostante e si diceva che il governo sardo, fedele alla Religione, credeva di concorrere al suo splendore cooperando a separare i due poteri che la rendevano meno rispettata al cospetto degli italiani e del mondo".

L'esercito di spedizione, comandato dal tenente generale MANFREDO FANTI, era composto del IV e del V corpo d'armata. Il IV (tenente generale E. CIALDINI) comprendeva la 4a divisione (maggior generale BERNARDO DI VILLAMARINA): brigate "Regina" e "Savona", 6° e 7° battaglione bersaglieri, Lancieri "Novara", due batterie; la 7a divisione (maggior generale ALBERTO LEOTARDI): brigate "Como" e "Bergamo", 11° e 12° bersaglieri, Lancieri "Milano" e due batterie; e la 13a divisione (maggior generale RAFFAELE CADORNA): brigate "Pistoia" e "Parma", 22° e 26° bersaglieri, Lancieri "Vittorio Emanuele" e cinque batterie. Il V (tenente generale ENRICO DELLA ROCCA) comprendeva la 1a divisione (maggior generale MAURIZIO DE SONNAZ): brigate "Granatieri di Sardegna" e "Granatieri di Lombardia", 14° e 16° bersaglieri, reggimenti "Nizza Cavalleria" e due batterie; e la divisione di riserva (maggior generale CARLO DI SAVOIROUX): brigate "Bologna", il 9°, 23°, 24° e 25° bersaglieri, reggimento "Piemonte Reale Cavalleria" e due batterie.

Il piano di guerra consisteva nell'impedire che LAMORICIÈRE concentrasse tutte le sue forze davanti ad Ancona per ostacolare la marcia dei sardi verso il Napoletano o che, presidiata Ancona, rimanesse in osservazione nella campagna romana, sotto la protezione dei francesi, per attaccare di fianco l'avanzata dei piemontesi verso il Tronto.

L' 8 settembre insorgevano alcune città dell'Umbria e il corpo volontario dei "Cacciatori del Tevere" del colonnello MASI entrava in Città di Pieve. Di lì marciava su Orvieto, poi il 18 espugnava Viterbo, quindi si spingeva verso Tivoli.
L' 11 il V corpo passò il confine a Città di Castello. La sua avanguardia, con il DE SONNAZ, il 14, attaccò Perugia e costrinse alla resa il famigerato generale SCHMID con millequattrocento uomini. Quella sera stessa fu occupato Ponte S. Giovanni sul Tevere e il DELLA ROCCA, saputo che il giorno prima il Lamoricière con due brigate era passato per Foligno, marciò su questa città e l'occupò il 15. Di là mandò il generale BRIGNONE ad occupare Spoleto, Terni, Narni e Rieti, mentre il grosso del V corpo, con il quale stava il FANTI, si spingeva verso Tolentino, dove giungeva il 19 settembre.

BATTAGLIA DI CASTELFIDARDO

Lo stesso giorno 11 settembre sull'altro versante il IV corpo passò la frontiera pontificia alla Cattolica; mentre il grosso muoveva su Fossombrone e Fano, il CIALDINI con un'avanguardia occupava Pesaro e il 12 otteneva la resa a discrezione del forte con milleduecento uomini e un generale, quindi andava a Fano già occupata dai sardi che vi avevano fatto trecento prigionieri. Il 13 la brigata LEOTARDI, incontrata la brigata pontificia DE CURTEN che rientrava ad Ancona, l'attaccava, la sbaragliava, gli catturava duecento uomini; il 14 il Cialdini faceva riposare il suo Corpo tra Senigallia e Mondolfo; saputo poi che il Lamoricière il 16 sarebbe andato da Macerata ad Ancona e che quel medesimo giorno il PIMODAN sarebbe giunto a Macerata, muoveva per Osimo, dove la sua avanguardia vi giungeva il 15, e di là si portava a Castelfidardo, occupando le Crocette. Il 17 la 4a divisione si trovava tra Osimo e Castelfidardo e dietro questa località stavano la brigata "Bergamo", i "Lancieri Novara", il 6° e l'11° battaglione bersaglieri ed una batteria.


Nella prossima puntata:
dall'assedio di Ancona, al Volturno, a Teano, infine a Napoli
dove termina la Prima Parte dell'Unificazione d'Italia
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