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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1860

L' ASSEDIO DI ANCONA - TEANO - PLEBISCITI - FINE
( Anno 1860 )

ASSEDIO E CAPITOLAZIONE DI ANCONA - CAVOUR E GARIBALDI - CONVOCAZIONE DEI COMIZI NEL NAPOLETANO E NELLA SICILIA - INCONTRO DI VITTORIO EMANUELE CON GARIBALDI - I PLEBISCITI - PARTENZA DI GARIBALDI - ASSEDIO E CAPITOLAZIONE DI GAETA E DELLE FORTEZZE DI MESSINA E CIVITELLA DEL TRONTO - II PRIMO PARLAMENTO ITALIANO - VITTORIO EMANUELE II PRIMO RE D'ITALIA
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Una delle lettere di Re V.E.
citate in queste pagine

ASSEDIO E CAPITOLAZIONE D'ANCONA

Dopo la battaglia di Catelfidardo, il LAMORICIÈRE, temendo che il CIALDINI volesse tagliarlo fuori da Ancona, arretrò rapidamente verso questa città e tra il 16 e il 17 settembre, per Monte Lupone e Recanati, giunse a Loreto; ma la via per Ancona era ormai chiusa dall'esercito sardo, ma ugualmente volle tentare un'impresa quasi disperata per aprirsi un passaggio. Il 18 il Pimodan attaccò furiosamente le Crocette. Qui vi era solo il 26° bersaglieri, che resistendo, diede tempo al 10° fanteria di correre in suo aiuto con una sezione d'artiglieria. Più tardi sopraggiungeva anche il 9° con un'altra sezione. Il Pimodan fu respinto e sbaragliato, lui stesso fu ferito mortalmente, 400 dei suoi furono fatti prigionieri, il resto fuggì disordinatamente a Loreto, mentre il LAMORICIÈRE riusciva con una cinquantina di uomini a riparare ad Ancona.

Il 19 settembre i Pontifici rifugiatisi a Loreto si arresero a discrezione: erano 4.000 soldati e 150 ufficiali con 11 pezzi, cavalli e materiali. Molti che erano riusciti a fuggire in abiti borghesi furono catturati.
Il 20 settembre il generale FANTI si portò a Macerata e qui incontrò la divisione CADORNA, quindi andò a Loreto. Il 24 il presidio di S. Leo si arrese e le operazioni di guerra si concentrarono intorno ad Ancona, assediata da terra e dal mare.
Il 26 settembre dopo un violento fuoco d'artiglieria, la brigata Bologna, sostenuta da due battaglioni bersaglieri, si impadronì delle ridotte di Monte Pelago e Monte Pulito, e il 6°, 7° e 12° battaglioni bersaglieri di Borgo Pio; il 27 i medesimi battaglioni penetrarono nel Lazzaretto e dal mare la squadra navale dell'ammiraglio PERSANO bombardò impetuosamente le batterie del Molo e della Lanterna: quest'ultima fu poi distrutta dalla "Vittorio Emanuele", che spezzò pure la catena che chiudeva il porto, che da quel momento rimaneva aperto alle navi sarde.


A quel punto la fortezza alzò la bandiera bianca e il LAMORICIÈRE inviò un parlamentare al PERSANO per trattare la resa. Il Fanti, non ricevendo alcuna comunicazione dalla piazza, fece riprendere il fuoco che fu fatto cessare la sera del 28 quando al quartiere generale giunse il maggiore pontificio Mauri.

Significa che per due giorni fu bombardata Ancona, che oltre che essersi arresa, militarmente fu un attacco anche inutile. La città era ormai circondata da mare e da terra.
A prenderla per fame sarebbe bastato aspettare solo qualche giorno. Fu insomma un inutile massacro. Da "re bomba" (ma questa volta gli inglesi rimasero zitti).

Solo la mattina del 29 settembre fu conclusa la resa; il 30 la guarnigione papalina, che constava di 3 generali, 368 ufficiali e 6.000 soldati, uscì da Ancona, poi, deposte le armi, fu fatta prigioniera; caddero in mano dell'esercito regio 4 vaporiere da guerra, 6 da trasporto, 154 pezzi d'artiglieria con tutto il materiale occorrente, 180 cavalli, 100 buoi, magazzini pieni di viveri e oggetti di vestiario e 750.000 lire in oro.

L'assedio era costato ai sardi 400 uomini fuori combattimento, circa la metà ai Pontifici.
Dei morti non si è mai saputo nulla. In meno di venti giorni finiva la guerra e il 29 il FANTI poteva dire in un suo ordine del giorno:
"In 18 giorni voi avete battuto il nemico sul campo, presso i forti di Pesaro, Perugia, Spoleto, S. Leo, e la fortezza di Ancona, cui ebbe gloriosa parte il raro ardimento della nostra squadra. L'armata del nemico, ad onta del suo valore, fu interamente sconfitta e prigioniera, meno un'accozzaglia di gendarmi e fuggitivi di ogni lingua ed arma, raccolti da monsignor DE MERODE che resistono ancora, ma per poco, nella marca di Velletri. Io non so se più debbo in voi ammirare il valore nei cimenti, la sofferenza delle marce o il contegno amoroso e disciplinato verso queste popolazioni che vi benedicono per averle liberate dal martirio e dall'umiliazione".

Il giorno stesso che il LAMORICIÈRE chiedeva di capitolare, il Pontefice pronunziava
in concistoro una severa allocuzione, in cui protestava contro l'usurpazione e invocava l'aiuto dei principi cattolici (stranieri ! altri non c'erano):

"Dal momento che - diceva - si tratta di un'immane violazione, che è stata commessa iniquamente contro l'universale diritto delle genti, e che, se non si reprime interamente, nessun legittimo diritto potrà ritenersi saldo e sicuro. Si tratta del principio di ribellione, dal quale il governo subalpino turpemente si lascia condurre, e da cui è facile cosa intendere quanto pericolo nell'avvenire minacci ogni governo e quanta rovina ne risulti all'universale società civile, poiché in tale maniera si apre la strada al pericoloso comunismo".

Il giorno 3 ottobre a cavallo giungeva ad Ancona Re Vittorio Emanuele a prendere le redini dell'esercito e della guerra, con destinazione Napoli.

CAVOUR E GARIBALDI

Anche se abbiamo già anticipato qualcosa, mentre questi avvenimenti si svolgevano, durava, anzi si faceva ancora più acuto il dissidio tra CAVOUR e GARIBALDI, e ancora più accanita la lotta tra annessionisti ed antiannessionisti nei territori invasi.

Essendo questa lotta molto pericolosa per l'unità italiana ed essendo, d'altro canto, insanabile il dissidio tra il Presidente del Consiglio sardo e il Dittatore, Cavour, per tagliar corto (ma indirettamente fu lo stesso Garibaldi e il Pallavicino a spingerlo) finalmente persuase il re a mettersi alla testa delle truppe e marciare verso Napoli e, contemporaneamente, convocato il 2 ottobre in sessione straordinaria il Parlamento, presentò un disegno di legge accordante al governo la facoltà di annettere alla Sardegna quelle province dell'Italia Centrale e Meridionale che chiedevano con suffragio diretto universale di far parte della monarchia sabauda.

Quando Cavour giorni prima aveva scritto e proposto al Re di radunare il più presto possibile il Parlamento in seduta straordinaria, il sovrano tentennò, cercò tante ragioni plausibili per ritardarne la riunione. Ma Cavour fu anche questa volta fosco e insistente "…la riunione del Parlamento è la nostra ancora di salvezza; ogni ritardo sarebbe fatale; solo i garibaldini questo ritardo potrebbero volerlo; questo è un punto in cui mi è impossibile transigere".
Quel "tentennare" riaprì i timori di Cavour, sapendolo lontano, fuori del suo controllo diretto, era capace di combinare qualche guaio e scrisse poi il 23 dicembre al CASSINIS "è bene che il Re se ne vada… cosa ci fa a Napoli…Perde prestigio…Se non va all'assedio di Gaeta se ne ritorni a Torino" E quando seppe che il Re voleva dare ordini al Cassinis riguardo alcune forze napoletane da inquadrare nei ranghi della monarchia, Cavour fu implacabile "sono delle improntitudini reali, faccia in modo di ricondurlo al più presto a Torino". (lettere, ib. Pag. 228-229)

Il suo disegno di legge presentato il 2 ottobre (proprio mentre Garibaldi vinceva sul Volturno, e Ferdinando si rifugiava a Gaeta) era accompagnato da un'esposizione dei motivi, in cui, fra l'altro, si diceva:
"L'Emilia e la Toscana, prima d'ogni altra cosa hanno pensato di uscire da uno stato precario; a questo pensano pure le province del mezzogiorno, comprendendo quanto danno, per loro e per tutto il paese sarebbe il disordine che nasce nell'incertezza.
Il Re, nel cui nome (!!) si è fatta la rivoluzione di Sicilia e di Napoli, non può lasciare che i frutti di questa siano compromessi e perduti; egli non vuole disporre a suo arbitrio dei popoli di quelle province, ma bensì intende che questi manifestino liberamente ciò che vogliono. Come Italiani, noi desideriamo che i Napoletani e i Siciliani imitino l'Emilia e la Toscana; come ministro del re, noi vogliamo loro assicurare la piena libertà del voto .... Alcuni patrioti d'alto grado vorrebbero ritardare l'annessione, fino a che Roma e Venezia fossero anch'esse libere; ma ciò equivarrebbe a mantenere la rivoluzione in permanenza, fin quando non si porterà a termine la totale indipendenza d'Italia.
Ora, al punto in cui sono arrivate le cose, quando cioè noi possiamo costituire uno Stato di 22 milioni di abitanti, forte e compatto, il periodo rivoluzionario deve avere fine e iniziare quello dell'ordine. Il generoso cittadino, che si è finora opposto all'annessione delle province meridionali, deve pensare che se il suo progetto si verificasse, ben presto ogni autorità passerebbe non a colui, che ha scritto sulla sua bandiera "Italia e Vittorio Emanuele", ma nelle mani di coloro che hanno per insegna questa mistica e oscura formula "Dio e popolo". Un uomo, che il paese giustamente tiene caro, ha affermato che non ha alcuna fiducia in noi; ma tocca al parlamento dichiarare se noi dobbiamo ritirarci, o se dobbiamo continuare l'opera nostra".

La commissione parlamentare, cui fu dato ad esaminare il disegno, lo approvò. Il relatore Andreucci, letta la relazione, propose quest'ordine del giorno: "La camera dei deputati, mentre plaude altamente allo splendido valore dell'armata di terra e di mare e al generoso patriottismo dei volontari, attesta la nazionale ammirazione e riconoscenza all'eroico generale Garibaldi che, soccorrendo con magnanimo ardire ai popoli di Sicilia e di Napoli, in nome di Vittorio Emanuele, restituiva agl'Italiani tanta parte d'Italia".

La discussione si svolse dall'8 all'11 ottobre, poi si passò alla votazione e il disegno fu approvato con 290 voti contro 6. Anche al Senato fu presentato un ordine del giorno in cui si attestava "la nazionale ammirazione e riconoscenza al generale Garibaldi e ai volontari" e il 16 ottobre il disegno fu approvato con 84 voti contro 12.

Ma Garibaldi -forse si rese conto del grande errore- (il manifesto del Re che leggeremo più avanti è annunciatore) cedette prima che il Parlamento subalpino si pronunciasse sul disegno di legge.
Il 4 ottobre dopo la vittoria sul Volturno, scriveva da Caserta al Re (che come abbiamo visto si trovava già ad Ancona alla testa dell'esercito) comunicandogli che era "sua intenzione varcare il fiume, gli suggeriva di inviare avanti almeno 4.000 uomini come avanguardia, - "così Vostra Maestà … potrà fare una passeggiata da Ancona fino a Napoli".
Garibaldi fa lo sfrontato e nello stesso tempo fa l'ingenuo. Vuole mandare a dire che ha fatto e sta facendo tutto lui e sembra ignorare che se il Re è sceso ad Ancona (a resa avvenuta) la sua intenzione era proprio quella di andare a Napoli a far valere le sue prerogative di Re o come gli aveva suggerito Cavour "a ristabilire l'ordine" o come aveva scritto lo stesso Cavour al NIGRA precisando il programma del Re " marciare alla testa dell'esercito su Napoli per far mettere giudizio a Garibaldi e gettare a mare quel nido di repubblicani rossi e demagoghi socialisti che si era formato attorno a lui". (Lettera al Nigra, ib. Pag.223)

Il 3 ottobre -correndo ai ripari- Garibaldi aveva già sostituito il SIRTORI nell'ufficio di prodittatore per le province di terraferma con il marchese PALLAVICINO-TRIVULZIO, notoriamente favorevole all'immediata annessione al regno sabaudo, e la conseguenza di questa nomina, fu che il Pallavicino soppresse, l'8 ottobre, la segreteria della Dittatura, vietò qualunque associazione sotto il nome di "club" o "circolo" e bandì il "plebiscito" con il seguente proclama:

"Il popolo delle province continentali dell'Italia meridionale sarà convocato il giorno 21 del corrente mese di ottobre in comizi, per accettare o rigettare il seguente plebiscito: "Il popolo vuole l'Italia una e indivisibile, con Vittorio Emanuele, re costituzionale, e suoi legittimi discendenti". Il voto sarà espresso per sì o per no, per mezzo di un bollettino stampato. Sono chiamati a dare il voto tutti i cittadini, che abbiano compiuto gli anni ventuno".

CONVOCAZIONE COMIZI NEL NAPOLETANO E IN SICILIA

Ma il MORDINI, prodittatore (scelto da Garibaldi) della Sicilia, il 5 ottobre aveva convocato lo stesso giorno 21 ottobre i collegi elettorali affinché scegliessero i componenti di un "Assemblea" che avrebbe poi votato si o no l'annessione. Favorevole all'assemblea era CRISPI e, poiché quelli che la pensavano come lui si misero a protestare forte contro il bando del Pallavicino dell'8 ottobre, Garibaldi convocò l'11 presso a Caserta i capi delle due parti. La discussione fu tumultuosa e alla fine il Pallavicino-Trivulzio rassegnò le dimissioni, che suscitarono a Napoli clamorose dimostrazioni. GARIBALDI, preoccupato, riunì una seconda volta, il 13, i capi delle due parti e, poiché il prodittatore confermava le dimissioni nel caso si stabilisse di convocare ugualmente le assemblee, il Dittatore si pronunciò alla fine anche lui per il plebiscito esclamando: "Non voglio assemblee; si faccia l'Italia".

A far cessare gli ultimi maneggi degli antiannessionisti, il 15 ottobre Garibaldi emanò il decreto seguente:
"Il dittatore, per adempiere ad un voto indispensabilmente caro alla Nazione intera, decreta che le Due Sicilie, le quali al sangue italiano devono il loro riscatto, e che lo elessero liberamente a dittatore, fanno parte integrale dell'Italia una e indivisibile, con il suo re costituzionale Vittorio Emanuele e suoi discendenti".

Lo stesso giorno furono accettate le dimissioni di FRANCESCO CRISPI da Segretario di Stato per gli Esteri, e il MORDINI, sposata la causa e seguendo l'esempio del Pallavicino, convocò i comizi siciliani, con la medesima formula usata per Napoli.

Vittorio Emanuele intanto -come già detto- era giunto ad Ancona (3 ottobre) prendendo il comando dell'esercito e delle operazione di guerra. Il 9 ottobre lanciò un manifesto, in verità piuttosto retorico e prolisso (e con un bel siluro ai democratici), ai popoli dell'Italia meridionale; dopo aver illustrato sommariamente la storia degli avvenimenti d'Italia e la parte avuta -negli stessi- dalla Casa Savoia, diceva:
(è un contentino al Generale ma è anche un attacco allo stesso Garibaldi, Mazzini & C.)

"Si combatteva per la libertà in Sicilia, quando un prode guerriero, devoto all'Italia ed a me, il generale Garibaldi, salpava in suo aiuto. Erano Italiani che soccorrevano Italiani: io non potevo, non dovevo trattenerli ! La caduta del governo di Napoli riaffermò quello che il mio cuore sapeva, cioè quanto sia necessario ai re l'amore e ai governi la stima dei popoli! Nelle Due Sicilie il nuovo governo s'inaugurò con il mio nome. Ma alcuni atti diedero a temere che per ogni rispetto non bene interpretasse quella politica che è dal mio nome rappresentata. Tutta l'Italia ha temuto che all'ombra di una gloriosa popolarità e di una probità antica si tentasse di riannodare una fazione pronta a sacrificare il vicino trionfo nazionale alle chimere del suo ambizioso fanatismo. Tutti gli Italiani si sono rivolti a me perché io scongiuri questo pericolo. Era mio obbligo farlo perché nell'attuale condizione di cose non vi sarebbe moderazione, non vi sarebbe senno, ma fiacchezza ed imprudenza il non assumere con mano ferma la direzione del moto nazionale, del quale sono io responsabile dinnanzi all'Europa.
Ho fatto entrare i miei soldati nelle Marche e nell'Umbria disperdendo quell'accozzaglia di gente d'ogni paese e d'ogni lingua, che qui si era raccolta, nuova e strana forma d'intervento straniero, la peggiore di tutte. Io ho proclamato l'Italia degli Italiani, e non permetterò mai che l'Italia diventi il nido di sette cosmopolite, che vi si raccolgano a tramare i disegni o della reazione o della demagogia universale. Popoli dell'Italia meridionale! Le mie truppe avanzano fra voi per riaffermare l'ordine, io non vengo ad imporvi la mia volontà, ma a far rispettare la vostra. Voi potrete liberamente manifestarla: la Provvidenza che protegge le cause giuste, ispirerà il voto che deporrete nell'urna. Qualunque sarà la gravità degli eventi, io attendo tranquillo il giudizio dell'Europa civile e quello della Storia, perché ho la coscienza di compiere i miei doveri di re e di Italiano! In Europa la mia politica non sarà forse inutile a riconciliare il progresso dei popoli con la stabilità delle monarchie.
In Italia io so che chiudo l'era delle rivoluzioni".

La marcia dell'esercito d'operazione cominciò il 7 ottobre. Il 13 Vittorio Emanuele metteva piede nelle province Napolitane; il 18 il IV Corpo, con il quale era il re giungeva a Popoli, il 19 a Castel di Sangro; il 20 ottobre aveva luogo sul Macerone uno scontro tra i borbonici e i sardi.
"Il generale SCOTTI DOUGLAS, - scrive GENOVA DI REVEL che partecipò alla spedizione - mandato per fermare il nostro avanzare, con un corpo di cinquemila soldati di truppe regolari e 1500 fra urbani e artiglieri, era a Isernia ed il 20 faceva salire a tre colonne il monte Macerone per occupare il passo. Ma vi era già la nostra prima avanguardia formata da due battaglioni di bersaglieri, una sezione d'artiglieria ed uno squadrone "Lancieri di Novara". Nonostante l'inferiorità di numero, i nostri fermarono le colonne nemiche, dando tempo a CIALDINI di accorrere con la brigata "Regina", la quale unendosi agli altri sbaragliò le colonne borboniche. Il capitano Montiglio con il suo squadrone caricò con furia sulla strada, ed aprendosi il varco, oltrepassata la colonna nemica, si rivolse e chiuse la ritirata su Isernia ai Borbonici, mentre il 9° Reggimento ed i bersaglieri piombarono loro addosso. Gli urbani fuggirono per la campagna, ma la maggior parte della truppa fu fatta prigioniera compreso il generale Scotti Douglas".

L' INCONTRO DI TEANO

Dopo lo scontro del Macerone, il generale DELLA ROCCA con una parte del V Corpo marciò contro Capua, il Re con il resto del V e buona parte del IV mosse verso il Garigliano dove si ritiravano i borbonici. Il 26 ottobre, fra Teano e Calvi, al quadrivio della "Taverna della catena", s'incontrarono Vittorio Emanuele e il Garibaldi, che si corsero incontro a cavallo e si strinsero la mano. Il dittatore gridò: "Viva il re d' Italia"; il sovrano rispose: "Viva Garibaldi !". I convenevoli furono rispettati, ma la simpatia un po' meno.
Garibaldi - era circa mezzogiorno- non fu nemmeno invitato a pranzo, ma dovette accontentarsi di sedersi sul prato poco lontano e mangiare con i suoi, pane e formaggio.

Il 27 ottobre le avanguardie sarde si scontrarono a S. Giuliano con le retroguardie borboniche, che per proteggere il grosso dell'esercito nel passaggio del Garigliano impegnarono un combattimento durato fino a sera. Il 29 il Della Rocca, con 17.000 uomini, di cui 11.000 erano volontari comandati dal SIRTORI, cominciò l'attacco di Capua.
Il 31 ottobre gli assediati tentarono una sortita che fu respinta. Il l° novembre le batterie d'assedio iniziarono l'attacco, provocando una vivace reazione da parte dell'artiglieria nemica, ma il giorno dopo il generale DE CORNÈ, comandante la piazza, chiese di capitolare ed ottenne che il presidio, composto di 6 generali ed 11.000 uomini, uscisse, con gli onori di guerra e poi inviato in Piemonte. 290 bocche da fuoco caddero nelle mani dei vincitori.

Nell'altro versante il 29 i soldati sardi tentarono in forze di passare alla destra del Garigliano dove si erano schierati circa 30.000 borbonici, che avevano alla destra il mare, il centro a Traetto e la sinistra a monte. La squadra navale del PERSANO che doveva appoggiare l'azione fu impedita dalla squadra francese del TINAN, che si pose alla foce del fiume, ma da Parigi, in seguito alle proteste di Vittorio Emanuele, giunse l'ordine alle navi francesi di non ostacolare le operazioni dei Piemontesi, che così il 2 novembre si resero padroni della sponda destra del Garigliano, essendosi i borbonici ritirati a Mola di Gaeta e Castellone dopo un aspro combattimento.

Il 4 Novembre il DE SONNAZ con i suoi granatieri e tre battaglioni di bersaglieri attaccò il nemico ed espugnò Mola e Castellone. I borbonici, battuti, fuggirono parte a Gaeta, parte, con il generale RUGGIERI, verso Itri. Questi ultimi giunsero il 5 a Terracina e a Velletri furono disarmati dalle autorità pontificie.

Oramai non rimanevano ai borbonici che il forte di Civitella del Tronto, la piazza di Gaeta e in Sicilia la cittadella di Messina.

I PLEBISCITI

Il 3 novembre fu pubblicato il risultato del plebiscito del NAPOLETANO
Su una popolazione di 6.500.000 di abitanti i votanti iscritti alle liste erano 1.650.000
Votarono pronunciandosi per l'annessione SI 1.302.064, contro 10.302 NO.

Il 4 novembre giunsero i risultati del plebiscito SICILIANO
Su una popolazione di 2.232.000 abitanti i votanti iscritti erano 575.000
Votarono pronunciandosi per l'annessione 432.053, contro 667.


I risultati delle votazioni nelle MARCHE
I votanti iscritti erano 212.00, votarono 134.977
Votarono pronunciandosi per l'annessione 133.765, contro 1.212

I risultati delle votazioni in UMBRIA
I votanti iscritti erano123.000, votarono 97.708
Votarono pronunciandosi per l'annessione 97.040, contro 380

Il Papa rientrò in possesso di Viterbo, Tivoli, Subiaco e tutto il Patrimonio che con le province di Marittima e Campagna formarono il nuovo Stato Pontificio.

PARTENZA DI GARIBALDI ASSEDIO E CAPITOLAZIONE
DI GAETA E DI CIVITELLA DEL TRONTO

Il 4 novembre GARIBALDI distribuì ai "Mille" di Marsala, di Calatafimi e di Milazzo la medaglia decretata in loro onore dalla città di Palermo; il 6 sulla piazza di Caserta passò in rassegna i volontari; il 7 andò a incontrare a Capua il re e lo accompagnò a Napoli, sedendo in carrozza, assieme al PALLAVICINO e al MORDINI, alla sinistra del sovrano; l'8, nella sala del trono, rimise nelle mani del re i poteri dittatoriali, e rifiutò il Collare dell'Annunziata, il titolo di principe di Calatafimi, il grado di generale d'Armata, una cospicua dote per la figlia, un palazzo e la carica di aiutante di campo del re per il secondo figlio.
La sua più grande amarezza fu (perché imposta) quella di sciogliere le sue forze militari.
All'alba del 9 novembre partì sul "Washington" per Caprera, seguito da BASSO, GUSMAROLI, COLTELLETTI, NUVOLARI e da pochi altri fidi.

"Le ultime parole da lui dette ai pochi che l'avevano scortato a bordo, furono quelle del suo addio ai volontari con un: "Arrivederci a Roma".
Alla partenza, fu lui stesso a sciogliere la fune del bastimento, quasi volesse simboleggiare che scioglieva così il suo potere, nel quale era stato fino allora avvinto, e ricuperava la sua libertà"
(Guerzoni).

Vittorio Emanuele rimase a Napoli fino alla fine di novembre. Il 1° dicembre giunse a Palermo e il 2, alla presenza di tutte le autorità civili ed ecclesiastiche, dal MORDINI ricevette la consegna del plebiscito siciliano. Quel giorno stesso il re nominò luogotenente generale della Sicilia il marchese di MONTEZEMOLO; il 6 ripartì per Napoli, dove si trattenne fino al 26 dicembre, quando raggiunse Ancona, e il giorno dopo fece ritorno a Torino giungendovi il 29.

Il 17 dicembre era gia stato annunciato lo scioglimento della Camera, e fissate le prime elezioni politiche generali per il 27 gennaio 1861 per consentire l'elezioni di un Parlamento che rappresenti i nuovi territori italiani, fissando 443 collegi elettorali.

Ne parleremo nel prossimo capitolo.

L'ASSEDIO DI GAETA

Durava intanto l'assedio di Gaeta, difesa da 20.000 uomini (altri dicono 50.000).
Il CIALDINI, con diciottomila soldati, ne aveva cominciato l'assedio il 12 novembre del 1860 e in quel mese aveva respinto due energiche sortite borboniche.
Nel dicembre furono condotti a buon punto i lavori di avvicinamento e l'8 gennaio fu aperto il fuoco delle batterie contro la città. Il 10 gennaio la squadra francese del TINAN, che da tre mesi stazionava nel porto, partì, lasciando nelle acque di Gaeta una corvetta, a disposizione di FRANCESCO II, e allora il blocco della città fu dichiarato anche dal versante del mare.
Il 22 gennaio, dopo una tregua di dieci giorni, fu ripreso il bombardamento, che il 23 appiccò il fuoco ad un magazzino di polveri e il 4 febbraio esplodendo aprì una breccia nelle mura e il 5, con lo scoppio di un altro magazzino, produsse ingenti danni.
Il 6 febbraio fu dai borbonici chiesta una tregua di quarantotto ore, prolungata poi di altre dodici, per estrarre dalle macerie i morti ed i feriti.
Il 9 febbraio fu ripreso il fuoco e poiché i danni ricevuti erano molti gravi e il tifo infieriva nella cittadinanza e nella guarnigione, il re decise di aprire trattative per la capitolazione, che, già cominciate il 2, si conclusero la sera del 13 febbraio.
Il presidio ebbe l'onore delle armi, ma poi fu disarmato e dichiarato prigioniero fino alla resa di Messina e di Civitella.
Il 14 febbraio il Re s'imbarcò sulla corvetta francese che lo condusse a Terracina, poi proseguì per Roma ricevendo dal papa ospitalità nel Quirinale.

La cittadella di Messina, presidiata da 4.300 soldati agli ordini del maresciallo FERGOLA, capitolò il 12 marzo e il 20 si arrese pure a discrezione il presidio del forte di Civitella del Tronto.

Con qualche mese di ritardo si chiudeva definitivamente la
prima parte dell'UNIFICAZIONE D'ITALIA.

Ma già a gennaio del 1861 erano iniziate altre battaglie…. quelle politiche
dei primi difficili anni del Regno d'Italia
che andiamo a raccontare nel prossimo capitolo
l'anno 1861 dalle prime elezioni fino alla morte di Cavour > > >

 

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