I gravosi problemi interni
all'inizio dell'Unità

La morte di Cavour e la proclamazione del Regno d'Italia chiudevano il periodo storico del Risorgimento e ne aprivano un altro meno esaltante ma certamente difficile e decisivo; finito il tempo degli eroismi, bisognava costruire un nuovo stato, affrontare e risolvere una lunga serie di gravi problemi organizzativi, tra i quali quelli relativi alla scuola, ai tribunali, alle vie di comunicazione, ai pubblici uffici, alle tasse e così via.

Le difficoltà maggiori derivavano dal fatto che l'Italia era stata unificata da gruppi di persone piuttosto ristretti (studenti, professionisti, etc.) i quali per lo più non costituivano neppure l'intera classe borghese in quanto una parte di essa era rimasta pressoché indifferente ai contrasti e ai conflitti per l'unità. Pochissimi poi erano gli operai e i contadini che avevano personalmente partecipato alle lotte unitarie e possedevano una sia pur pallida idea del concetto di " nazione" e di " patria".

L'Italia era ormai fatta, aveva raggiunto l'indipendenza e una parziale unità. Si trattava però piuttosto di una unità territoriale e non spirituale: espressione non già di tutto il popolo ma di una piccola parte di esso. L'Italia era stata unificata da gruppi di persone piuttosto ristretti (studenti e professionisti avanti a tutti), i quali non costituivano neppure l'intera classe borghese in quanto una parte di essa era rimasta pressoché indifferente ai contrasti e ai conflitti per l'unità. Pochissimi poi erano gli operai e i contadini che avevano personalmente partecipato alle lotte unitarie e possedevano una sia pur pallida idea del concetto di " nazione" e di " patria". Ecco spiegato perché D'Azeglio affermasse che l'imperativo in quel momento fosse quello di fare gli Italiani, di dare loro uno spirito civico e una coscienza nazionale.

 

Problemi del Regno d'Italia

Politica estera

Politica interna

- occupazione di Roma
- occupazione di Venezia
- difficili rapporti con le grandi potenze
- tensione con la Chiesa e lo Stato pontificio
- Austria desiderosa di rivincita
- Gelosia della Francia

- necessità di opere pubbliche
- analfabetismo
- arretratezza dell'agricoltura e dell'industria
- malattie endemiche
- deficit del Bilancio statale
- riorganizzazione dell'esercito
- unificazione di pesi, misure, leggi, ecc.
- brigantaggio

 

 

 

Con l'espressione di Massimo D'Azeglio si riconosceva anche il profondo distacco fra le diverse parti del paese: specie tra Nord e Sud la distanza era enorme. Sarebbe stato necessario, come aveva teorizzato Carlo Cattaneo, dar vita a una forma statale su base regionale, le cui funzioni di fondo fossero cioè lasciate alle regioni stesse: esse sole avrebbero potuto essere a conoscenza delle riforme necessarie nelle singole zone e nei limiti entro i quali andavano realizzate. In tale direzione premevano sia Cavour e i liberali moderati, sia, in maniera consistente, i mazziniani, mentre si mostravano decisamente contrari i conservatori più accaniti.

La scelta centralista. In tale disputa si fronteggiarono a lungo le due anime del Risorgimento Italiano: da una parte quella borghese, sempre pronta a scelte fatte da un ristretto numero di persone culturalmente ed economicamente predominanti, dall'altra quella democratica e popolare, vivacemente espressa da Mazzini e dai suoi seguaci. Rimase, alla fine, vincitrice la tendenza borghese e venne fuori, sul modello della Francia napoleonica, uno stato accentrato (piemontesizzazione) nel quale una schiera di funzionari, per lo più piemontesi, sarebbero stati distribuiti in una rete destinata a due scopi essenziali:

  1. controllare la popolazione, nel senso di garantire l'ordine pubblico e garantire ogni manifestazione di assenso e ogni volontà di distacco dal nuovo e ancor fragile organismo statale;
  2. trasmettere la volontà dello stato dall'alto dei suoi vertici fino all'ultimo degli abitanti.

Il Regno d'Italia venne così suddiviso in province, il cui prefetto veniva nominato dal governo. Le province a loro volta furono suddivise in comuni con a capo un sindaco, anch'egli nominato dal governo (solo a partire dalla fine dell'800 esso sarebbe stato eletto liberamente dai consiglieri comunali e quindi, in base all'ultima riforma della legge elettorale, direttamente dagli elettori del comune). I prefetti diventarono in pratica gli arbitri della vita locale e influenzarono le elezioni appoggiando - specialmente nel sud - i candidati favorevoli al governo. Inoltre al prefetto spettava la tutela dell'ordine pubblico, la disponibilità delle forze di sicurezza, la direzione degli organismi sanitari provinciali e, più in generale, il potere decisionale in tutti i settori cruciali della vita civile, dalla scuola ai lavori pubblici. La centralizzazione significò insomma che il governo, tramite il ministro dell'Interno o dei Lavori pubblici, aveva l'ultima parola in ogni minima questione locale. Una strada o una scuola non potevano essere costruite senza il suo consenso.

L'arretratezza economica. Con il 1861 l'unificazione del mercato nazionale, una delle condizioni essenziali per lo sviluppo capitalistico, era compiuta.
Ma, come si legge in un rapporto sull'economia italiana redatto per il Foreign Office inglese:

"Al momento dell'unificazione, le industrie manifatturiere erano piccine e di importanza locale. Gli stabilimenti industriali si annidavano nelle vallate, dove si trovavano la forza motrice pronta e non costosa nei torrenti e nei fiumi che la traversavano. La manodopera era composta principalmente da contadini che spesso possedevano qualcosa di loro, i salari troppo bassi, gli scioperi sconosciuti".

Il processo di industrializzazione procedeva a rilento per la limitata disponibilità di capitali offerti dalle banche ma soprattutto per la quasi totale assenza di ferro e carbone nel sottosuolo. A peggiorare la situazione contribuivano la mancanza di manodopera specializzata e le difficoltà per importare dall'estero macchine che costavano molto, mentre il poco denaro disponibile serviva per l'acquisto dei cereali.

L'Italia era un paese prevalentemente agricolo ma la grande proprietà terriera, specialmente nel sud, era largamente dominante e, nonostante le promesse, una seria riforma agraria non era nemmeno stata abbozzata. Di fronte ad una Europa occidentale decisamente avviata all'industrializzazione, l'Italia aveva un prodotto nazionale che per il 57% derivava dall'agricoltura, che impegnava il 70% della manodopera mentre un'industria in gran parte artigianale forniva solo il 20% del prodotto e impegnava appena il 18% della manodopera; il restante 12% della forza lavoro era impegnato nelle attività terziarie e produceva il 23% del prodotto nazionale.

 

 

PNL

Forza-lavoro

agricoltura

57%

70%

industria

20%

18%

terziario

23%

12%

 

 

La situazione varia a seconda delle differenti aree geografiche.

Anche se gran parte della popolazione era urbanizzata, eccezion fatta per pochissime città come Milano o Genova, i centri urbani erano del tutto parassitari nel senso che consumavano prodotti delle campagne senza fornire in cambio prodotti industriali. Inoltre l'isolamento geografico e la mancanza di vie di comunicazione da luogo a luogo, il permanere di forme di proprietà e di gestione semifeudali e la scarsità degli investimenti avevano fatto sì che la maggior parte delle attività agricole fosse destinata all'autoconsumo.

Anche il mancato sviluppo ferroviario giocava un ruolo pesantemente negativo; di fronte ai 38.000 chilometri di ferrovia dei paesi più progrediti d'Europa, la penisola italiana poteva contare solo su 2.000 chilometri di ferrovie quasi tutte al Nord e questo non forniva certo la formazione di quel mercato a livello nazionale che l'unificazione avrebbe dovuto aver dato vita.

 

L'analfabetismo. Un altro fondamentale problema era quello relativo alla pubblica istruzione. Bisognava organizzare scuole e portare l'insegnamento elementare fra una popolazione che per il 78% era ancora costituita da analfabeti. Tale percentuale si elevava addirittura al 90% in certe regioni del Meridione e della Sicilia, ove i sovrani borbonici avevano deliberatamente lasciato le masse cittadine e rurali nell'ignoranza e nella superstizione, convinti come erano che "solo se abbandonata in quelle condizioni la plebe obbedisce e non si mette grilli nel capo".

Fin dal 1860 venne estesa a tutti i territori unificati la legge Casati: l'istruzione elementare, impartita gratuitamente per quattro anni, era distinta in due gradi, superiore ed inferiore, entrambi biennali, di cui soltanto il primo era obbligatorio. Erano gli asili che dovevano impartire l'istruzione elementare, ma allo stesso tempo erano considerati mezzi per la diffusione dei valori civili e patriottici.

Lingua e scuola. La scuola costituì un rimedio importante visto che l'italiano era sì la lingua ufficiale dell'Italia unita ma pochi la conoscevano, pochissimi la parlavano; ovunque prevalevano i dialetti. In dialetto poi non parlavano solo le classi popolari ma anche i ceti colti. Prima del 1860, in Piemonte si predicava in dialetto; il dialetto era d'uso nei salotti della borghesia e dell'aristocrazia milanese, a Venezia, il dialetto si affacciava e dominava perfino nelle orazioni politiche e giuridiche; anche a Napoli era d'uso normale nella corte. Il primo re d'Italia, Vittorio Emanuele, usava abitualmente il dialetto anche nelle riunioni con i suoi ministri. Cavour aveva una conoscenza molto imperfetta dell'italiano e preferiva scrivere in francese. Gli abitanti del Piemonte non capivano i Siciliani; i Veneti non riuscivano a comprendersi con i Napoletani, i Liguri con i Calabresi.

La legge Casati. Tuttavia anche se resa obbligatoria per legge la scuola accoglieva sempre una minoranza nelle aule scolastiche. Inoltre, fuori dalle aule i bambini vivevano in ambienti dove dominava il dialetto. Gli stessi maestri, per farsi capire, furono costretti per decenni ad usare nella scuola il dialetto o un misto di dialetto e di lingua letteraria.

Dal punto di vista dell'istruzione la legge Casati aveva alcuni gravi limiti:

Un primo importante progresso fu favorito dall'industrializzazione e dallo sviluppo della città.

A diffondere la lingua comune contribuirono anche la burocrazia e la leva militare. Gli impiegati dello stato furono costretti, almeno in pubblico, negli uffici, ad abbandonare il dialetto di origine. Fu un processo con influenze reciproche, nuove parole entrarono nell'uso comune. Dall'uso dei burocrati meridionali e dello spagnolo "encartamiento" dallo spagnolo "desguido" (trascuratezza), passato nel '600 nel dialetto napoletano, vengono l'italiano "disguido" e "incartamento".

Esercito e leva obbligatoria. La formazione di un unico esercito modificò questo stato di cose. Il servizio militare obbligatorio servì ad indebolire le tradizioni dialettali forti non solo fra i soldati analfabeti ma anche tra gli ufficiali.

L'organizzazione di un nuovo esercito era un altro grosso problema. Enormi difficoltà infatti dovevano essere superate per unire e fondere tra loro le forze militari provenienti dagli stati soppressi e per indurle ad accettare criteri e metodi propri dell'esercito piemontese, comandato da ufficiali di educazione aristocratica, poco adatti a suscitare attorno a sé simpatie e senso di cameratismo. Ad aumentare risentimenti e rancori contribuivano le polemiche sulla possibilità di immettere nell'esercito regio i volontari garibaldini, da molti guardati con sospetto per lo spirito rivoluzionario che li animava e considerati degli "indisciplinati sovversivi da mettersi al più presto in condizione di non nuocere". Suscitava anche grande malcontento il servizio militare obbligatorio, nel quale le popolazione centro-meridionali vedevano non già un dovere verso la patria, bensì un atto di prepotenza dei nuovi venuti, un sacrificio che senza l'animo dei "piemontesi" esse non avrebbero dovuto sopportare: in verità, la partenza di una giovane recluta recava spesso un danno economico alla famiglia povera, in quanto essa era privata per un lungo periodo del valido aiuto di due salde braccia.

Debito e finanza. Con la legge del 2 aprile 1865 venne successivamente realizzata l'unificazione legislativa, estendendo a tutto il regno il corpus giuridico piemontese, il 25 giugno dello stesso anno fu promulgato un codice civile unitario, ispirato a quello napoleonico. Va inoltre ricordato che il nuovo stato aveva ereditato la situazione finanziaria degli stati annessi, in sé e per sé quasi sempre disastrosa e per di più peggiorata dalle guerre e dai rivolgimenti degli ultimi anni. Ecco perché l'Italia, appena unita, si trovò a dover far fronte a rilevantissimi impegni finanziari senza possedere entrate sufficienti: basti ricordare che nel suo primo anno di vita il nuovo stato poté riscuotere 479 milioni di lire e ne pagò 925 con un disavanzo di ben 446 milioni, cifra enorme per quei tempi. Eppure tale situazione era destinata a peggiorare e a raggiungere nel giro di pochi anni livelli sempre più alti e preoccupanti. In più lo stato piemontese, specialmente sotto la guida di Cavour, aveva contratto debiti e aveva imposto ai sudditi forti tasse per pagarli, ma in compenso aveva creato le premesse per uno sviluppo economico di tipo di quello inglese e francese. L'unificazione significò forti tasse in tutto il paese (anche per pagare i debiti contratti durante la politica di guerra per l'unificazione d'Italia). Si trattò di imposte indirette, che ciò colpiscono i consumi e non i redditi, perché il Parlamento che le approvò e i governi che le decisero erano composti di rappresentati delle classi possidenti. Inoltre la situazione critica in cui l'economia italiana si trovava nel momento del suo inserimento nel mercato internazionale poneva l'esigenza di scelte drastiche: liberismo o protezionismo, sostegno all'industria o privilegiamento dell'agricoltura, sviluppo equilibrato Nord-Sud o primato delle aree più dinamiche, fiscalismo rigido o astensionismo statale in campo economico, sostegno alla domanda di mercato o prevalenza del risparmio e dell'investimento.

A complicare la situazione contribuiva il fatto che le varie regioni avevano pesi, misure e monete diversi, oltre che usi e costumi spesso contrastanti fra loro. Bisognava quindi ridurre a unità otto sistemi metrici e monetari diversi e fondere stati regionali da secoli strutturati in modo diverso ed amalgamare e avvicinare tradizioni, costumi morali, mentalità del tutto eterogenei tra loro.

Miseria e malattie. Anche dal punto di vista sanitario le cose lasciavano molto a desiderare. La miseria era causa di malattie particolari come la pellagra (dovuta a scarsezza di vitamine per un'alimentazione insufficiente a base di granoturco) e la malaria ( dovuta invece alla zanzara, diffusissima nelle regioni paludose della Maremma, delle Paludi Pontine, del Polesine, della Sardegna), o di malattie infettive quali il colera, che di tanto in tanto compariva e faceva strage fra la popolazione, e il tifo, diffuso per la scarsa igiene e per la mancanza di acquedotti specie nelle terre meridionali. Altrettanto grave si presentava il problema delle abitazione, spesso del tutto malsane e insufficienti alla crescente popolazione: una parte di questa era costretta a vivere in grotte, in capanne, in cantine o, nel migliore dei casi, entro misere stanze, talora addirittura prive di finestre.

Il brigantaggio meridionale. I primi anni di vita dello stato unitario furono per il Mezzogiorno continentale anni di violente, disperate insurrezioni contadine e di una lunga e sanguinosa guerra per bande nelle campagne. Le classi dirigenti definirono subito tutto ciò, sprezzantemente, "brigantaggio" e insistettero sullo stimolo e sul sostegno che ai "briganti" venivano dalla corte pontificia e da quella borbonica in esilio. Era evidente che si voleva così confermare presso l'opinione pubblica internazionale ed europea la tesi che si trattasse solo di un fenomeno di criminalità comune, al quale non si poteva rispondere che con provvedimenti repressivi e che avrebbe potuto essere stroncato solo con la soluzione definitiva della questione romana.

Guerriglie e rivolte assunsero però proporzioni tali da mettere a dura prova il nuovo stato: l'influenza borbonica sul brigantaggio e sui fatti, che esso ebbe a determinare, fu comunque di scarso rilievo e limitata nel tempo. I contadini passarono all'azione provati soprattutto dalla loro estrema miseria, dalla delusione provata dopo l'arrivo di Garibaldi, da concrete, anche se spesso confuse, rivendicazioni sulla terra. La mancanza, in Italia, di un partito che sapesse interpretare aspirazioni ed esigenze li lasciò privi di direzione e di obbiettivi politici. In quella situazione di grande arretratezza economica e sociale i contadini non potevano che dare alla loro lotta e alla loro protesta la forma della rivolta anarchica e violenta, della guerriglia o, quanto meno, dell'appoggio all'attività delle bande.

Il loro odio si rivolse innanzitutto contro i proprietari e contro i "liberali" che, spesso a ragione, identificavano con i primi; poi contro i "piemontesi", che della proprietà e dei proprietari apparivano i difensori.

Contro i "briganti" il governo scatenò una repressione feroce. Ai delitti brutali commessi nel corso delle rivolte rispose con rappresaglie atroci, alla guerriglia con esecuzioni sommarie. Le garanzie statutarie furono di fatto sospese proprio su quella parte della nazione alla quale erano state da poco estese e per le popolazioni meridionali lo Stato significò solo tribunali militari, leggi speciali, prigione, stato di assedio permanente.

Fu una "guerra" spietata - la prima dell'esercito italiano, e fu una guerra civile - fatta, più che di battaglie, di agguati e selvaggi combattimenti corpo a corpo, di stragi, di reati comuni e di vandalismi connessi da ambedue le parti. Infuriò tra l'autunno del 1860 e la fine del 1864, ma continuò, se pur in forme meno violente, fino agli inizi del 1870. Impegnò contro migliaia di "briganti" organizzati in 400 bande e guidati spesso da abili guerrieri come Crocco, Ninco-Nancò, Masini, Romano; Crocco, la Gala, due quinti dell'esercito italiano, ingenti forze di polizia, carabinieri, guardie nazionali, corpi di volontari. Devastò l'economia di intere province, provocando la distruzione di decine di paesi e la morte di migliaia di uomini.


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(Grazie alla scheda compilata dagli allievi
dell' ISTITUTO RICCATI - TREVISO )

e un grazie al Prof.Giovanni Tozzi