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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1862-1865

RATTAZZI - L'ASPROMONTE - CONVENZIONE SETTEMBRE
FIRENZE CAPITALE - MIN.RO LA MARMORA

IL MINISTERO RATTAZZI - GARIBALDI IN LOMBARDIA - SARNICO - GARIBALDI IN SICILIA - ASPROMONTE - IL MINISTERO FARINI - IL MINISTERO MINGHETTI - VITTORIO EMANUELE, IL MAZZINI, GARIBALDI E LA QUESTIONE DELLA VENEZIA - LA CONVENZIONE DI SETTEMBRE TRA L' ITALIA E LA FRANCIA - LICENZIAMENTO DEL MINISTERO MINGHETTI - IL SECONDO MINISTERO LA MARMORA - IL TRASFERIMENTO DELLA CAPITALE A FIRENZE - LA IX LEGISLATURA - IL TERZO MINISTERO LA MARMORA
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IL MINISTERO RATTAZZI
SARNICO - GARIBALDI IN SICILIA - ASPROMONTE

URBANO RATTAZZI, il 6 marzo 1862, compose il nuovo gabinetto prendendo la presidenza, il portafogli dell'Interno e l'interim degli Esteri,affidando le Finanze a QUINTINO SELLA, i Lavori Pubblici ad AGOSTINO DEPRETIS, la Grazia e Giustizia a FILIPPO CORDOVA (cui successe poi CONFORTI), la Guerra al generale AGOSTINO PETITTI, la Marina all'ammiraglio conte CARLO PELLION di Persano, l'Istruzione a STANISLAO MANCINI, l'Agricoltura a GIOACCHINO PEPOLI. ENRICO POGGI ministro senza portafoglio.
Il 31 marzo il generale GIACOMO DURANDO ebbe il portafoglio degli Esteri e a Mancini, ritiratosi, fu sostituito il MATTEUCCI.

Il RATTAZZI si procurò l'appoggio dei radicali, dei cavouriani e dei piemontesi e cercò il favore dei democratici repubblicaneggianti quelli tendenti alla monarchia (come il Crispi), né gli mancò quello dei garibaldini e dello stesso Garibaldi, il quale, dopo aver partecipato a Genova al convegno dei "Comitati di provvedimento" e delle "Associazioni unitarie", che fondendosi costituirono la "Società emancipatrice italiana", superati i contrasti con i mazziniani fu nominato e accettò la presidenza delle "Società del tiro a segno" (progetto di origine mazziniana), e fu inviato in Lombardia, a spese dello Stato, con l'incarico ufficiale di ordinare le società medesime.

Del comitato direttivo fanno parte FRANCESCO CRISPI, AURELIO SAFFI, GIOVANNI NICOTERA, AGOSTINO BERTANI, GIOVANNI NICOTERA.
Ovviamente, si parlò più o meno in segreto, di un attacco all'Austria d'accordo con gli ungheresi.
Il Generale fu però (poco) segretamente pure a Torino; vide Rattazzi e fu ricevuto dal Re. Ricasoli li chiamò questi incontri "conciliaboli di faccendieri e mestatori d'ogni maniera, che stimo pericolossissimi alla mia Patria". Ma era entrato anche lui segretamente in relazione con Garibaldi tramite il Plezza, e sembra che il progetto dei Tiri a segni, era una sua idea per lusingare il Nizzardo e per fargli abbandonare i progetti contro l'Austria; lui pensava solo a Roma.
Intrighi non mancavano da entrambe le parti, come i denari che provenivano dal Re al giornale di sinistra "Il Tribuno" il cui direttore era un siciliano, MURATORI. Era un tentativo del Re di dominare gli elementi di sinistra per impedire che ricadessero sotto l'influenza mazziniana.
Ricasoli che aveva capito, era scandalizzato, per gli articoli che vi comparivano "anticostituzionali". Sappiamo da una lettera del Re a La Marmora del 9 febbraio, che il sovrano si compiaceva che gli stessi articoli irritavano terribilmente Ricasoli, e volle pure sapere da Rattazzi "se non sono troppo violenti.... e se crede faranno male o bene per la democrazia"

GARIBALDI giunto in Lombardia fu ovunque acclamato dal popolo. Si disse che preparava una spedizione, secondo alcuni nello Stato Pontificio, secondo altri nel Veneto, e qua e là si formarono comitati d'arruolamento e cominciarono a raccogliersi armi, mentre il nizzardo prima si recava dai CAIROLI, poi dai CAMOZZI nella loro villa di Trescore.

Il governo conosceva quanto si diceva e si faceva, ma Rattazzi si barcamenava alla "Mazzarino", evitava di impegnarsi a fondo in decisioni troppo rigide, manteneva buoni legami con tutti, e non mostrava di curarsi di ciò che accadeva, anzi, nell'aprile, consigliò il sovrano a recarsi a Napoli, dove tutti i ministri lo accompagnarono.
Erano assenti Re e ministri dalla capitale quando a Torino si seppe che per il 19 maggio era stata fissata una spedizione garibaldina nel Trentino. Nelle intenzioni garibaldine l'invasione del Trentino avrebbe determinato la sollevazione degli ungheresi, dei boemi, degli slavi. Un piano mazziniano e che corrispondeva solo in parte a quello del Re che pensava ad un attacco non dal Trentino ma ad un'azione nei Balcani, con il contributo della Grecia; ed infatti, c'erano già state relazioni con il Re di Grecia Ottone di Baviera (gli balenò anche l'idea di dare ai greci come re il secondogenito principe Amedeo).

Ma l'influsso di Mazzini su Garibaldi trasformò i progetti studiati da Garibaldi con il Re.
Il concentramento di uomini armati poco lontano dal confine austriaco non passò inosservato alle potenze europee, né a Parigi, da dove VIMERCATI scriveva "E' ora che Rattazzi prenda un partito deciso; l'occasione è buonissima…Garibaldi ha ceduto alle istanze di Mazzini; e più di un anno che questi spinge a fare stoltezze…". Dello stesso tono MARTINI "Bisogna che il governo si mostri del partito del Re… il tempo degli equivoci è passato…"

E il RATTAZZI si mosse, MELEGARI, segretario generale del ministero degli Esteri fece occupare militarmente i passi prima del confine austriaco, fece sequestrare le armi e le munizioni raccolte e arrestare a Sarnico, a Trescore e a Palazzolo 123 volontari (fra i quali numerosi ex "Mille" e il colonnello NULLO) e furono tradotti a Milano, ad Alessandria e a Brescia.
In questa città, il 16 maggio, una manifestazione popolare protestò e si affollò intorno alle carceri per liberare gli arrestati.
L'esercito non riuscendo a scioglierla, fece fuoco, uccise quattro cittadini e ne ferì sei. L'eco di questi fatti commosse il Paese; ci furono dimostrazioni a Milano, a Genova, a Napoli e a Palermo; la stampa moderata addossò a Garibaldi la colpa, quella democratica invece espresse le lodi del generale e si dichiarò favorevole ad ogni tentativo rivolto a liberare il Veneto e Roma.

Garibaldi, naturalmente, non rimase zitto: in una lettera pubblica, assumendo la responsabilità degli arruolamenti protestò contro il contegno dell'autorità e delle truppe; chiamò boia l'ufficiale che aveva ordinato il fuoco e affermò che "gli sgherri erano mascherati da soldati… i soldati italiani devono combattere i nemici della patria e del Re, non uccidere e ferire i cittadini inermi. Le milizie devono essere sulle frontiera e sui campi di battaglia, là e non altrove è il loro posto".

In un'altra lettera, diretta al presidente della Camera, dichiarò che tutto quanto aveva operato in Lombardia "l'aveva fatto con il consenso, anzi dietro incitamento del Governo, ma che non era vero che i volontari volessero fare un'incursione nel Trentino; e accusato quindi il Governo di malafede e di tiepidezza verso la causa dell'unità nazionale, incitò la Camera a non sostenere con i suoi voti il ministero".
Gli arrestati furono poi rimessi in libertà, ma Garibaldi si dimise da presidente della "Società, emancipatrice", proibì gli arruolamenti, quindi, crucciato (Il Re ritornato da Napoli rifiutò di ricevere Garibaldi- per essere venuto meno ai progetti con lui concordati) e animato dal proposito di prendersi la rivincita su Rattazzi, se ne tornò quieto quieto (sembrò) a Caprera.

I fatti di Sarnico furono portati alla Camera e suscitarono una tempestosa discussione nella quale il CRISPI e il BERTANI accusarono il presidente del Consiglio di aver prima lusingato e poi tradito Garibaldi. La discussione durò quattro giorni e si chiuse il 6 giugno con l'approvazione dell'ordine del giorno proposto dal MINGHETTI: "La Camera, udite le dichiarazioni del ministero, approva il suo operato e confida che esso, con l'autorità della legge, manterrà sempre illese le prerogative della Corona e del Parlamento".

Giuseppe Garibaldi si era imbarcato - abbiamo detto quieto quieto- il 20 giugno a Genova con un manipolo di veterani, diretto a Caprera; ma qui non aveva fatto che una fugace presenza di qualche giorno; già il 27 si era rimesso in mare, e prima approdò a Napoli poi il 28 giunse a Palermo. Era un segreto per tutti e tutti rimasero sorpresi quando fu annunciato che il Generale era sbarcato sull'Isola.
"Quale nuova sorpresa preparava egli all'Italia? - si chiede il Guerzoni - Finora fu detto e creduto che il disegno di fare della Sicilia una base all'impresa di Roma fosse già fermo e compiuto nella mente di Garibaldi prima della sua partenza da Caprera. Ma alcune espressioni dei suoi frammenti a matita ci disingannano e ci assicurano come unico motivo di quel suo viaggio fu l'idea, tuttora vaga ed oscura, di ravvivarsi con la sua presenza lo spirito unitario, quietarvi il pubblico malcontento, e combattervi le fazioni autonomistiche e borboniche che tentavano di rialzar la testa. Né di dubitare della sua parola vi sarebbe ragione; in ogni caso, a noi suoi compagni d'azione, non mancherebbero argomenti per confermarla".

Qual'era la sorpresa? - Il 3 luglio Garibaldi scrivendo al BERTANI annunciava la sua intenzione di "voler partire dalla Sicilia, recarsi a Napoli per organizzare la rivoluzione, abbattere il governo Rattazzi, stabilire a Napoli un nuovo governo e di lì marciare su Roma".
Poi oltre questa la lettera pochi giorni dopo declamò la sua famosa invettiva del "Foro Italico".

Questo perché, l'entusiasmo indescrivibile con il quale i Palermitani lo avevano accolto, Garibaldi persuaso che con gente animata da quella fiamma avrebbe potuto compiere qualunque impresa, decise di intraprendere l'impresa di Roma, che da tanto tempo vagheggiava. Il 15 luglio, assistendo al Foro Italico ad una rivista della Guardia Nazionale, da una Tribuna in cui si trovavano il sindaco, il prefetto Pallavicino-Trivulzio ed altre autorità, Garibaldi, trascinato dall'entusiasmo, arringò il popolo con infuocate parole:
"Il padrone della Francia, il traditore del 2 dicembre, colui che versò il sangue dei fratelli di Parigi, sotto pretesto di tutelare la persona del Papa, di tutelare la Religione, il Cattolicismo, occupa Roma. Menzogna ! Menzogna ! Egli è mosso da libidine, da rapina, da sete infame d'impero, egli è il primo che alimenta il brigantaggio. Egli si è fatto capo di briganti, di assassini. Popolo del Vespro, Popolo del 1860, bisogna che Napoleone sgombri Roma. Se è necessario, si faccia un nuovo Vespro .... A Roma vi giungeremo, ma con le armi; vi giungeremo con il santo programma con cui passammo il Ticino e sbaragliammo gli Austriaci, con cui sbarcammo a Marsala e venimmo qua a dividere le sorti di voi, bravi palermitani".

Era un tentativo di far ribaltare le sorti, finora poco fortunate rispetto ai suoi iniziali programmi, cioè prima di Teano.
Il 10 luglio il Generale era a Marsala e teneva un discorso violento agli abitanti. Dalla folla s'alzò un grido: "O Roma o Morte !" e quello fu il motto della nuova impresa da scriversi sulla bandiera accanto al vecchio Italia e Vittorio Emanuele !

Tornato a Palermo, Garibaldi si dedicò alacremente ai preparativi della spedizione. Il silenzio del Governo, facendo supporre che questo fosse d'accordo con il generale, agevolava la preparazione. Il Palazzo Reale era diventato il quartiere generale, da ogni parte dell'isola e anche dal continente affluivano volontari, armi e munizioni. Il 28 luglio, più di seicento volontari armati e vestiti con le camice rosse attraversarono le vie di Palermo in mezzo a una folla plaudènte e si recavano alla Ficuzza, luogo di concentramento delle forze della spedizione; il giorno dopo Garibaldi annunciava alla città l'impresa di Roma e raggiungeva i suoi alla Ficuzza, dove il MISSORI guidava, il 30, un'altra colonna.

Solo allora il Governo (ma il Re nel frattempo aveva spedito a Parigi PEPOLI sollecitando a stabilire d'urgenza gli accordi per Roma così da impedire la spedizione garibaldina; ma l'imperatore aveva rifiutato, affermando che prima bisognava ristabilire la quiete) fece sapere di non avere permesso o comunque favorito l'iniziativa di Garibaldi. Quanto al Re, che sembrava compromesso, il Rattazzi fu di poche parole, se aveva aderito alla spedizione, e ora l'avrebbe sconfessata, il minimo che doveva fare era quello di abdicare, lasciare vuoto il trono, andarsene.
Di cose scritte non ce n'erano, salvo un aiuto in denaro per mandare Garibaldi in esplorazione in Grecia, quindi avrebbe potuto benissimo sconfessare il piano del tutto autonomo di Garibaldi.

Il Re il 31 luglio richiamò il Pallavicino-Trivulzio e nominò prefetto di Palermo e comandante militare dell'isola il generale EFISIO CUGIA;
e il 3 agosto Vittorio Emanuele pubblicò il seguente proclama:

"Italiani ! Nel momento, in cui l'Europa rende omaggio al senno della nazione e ne riconosce i diritti, è doloroso al mio cuore che giovani inesperti ed illusi, dimentichi dei loro doveri, della gratitudine ai nostri migliori alleati, facciano segno di guerra il nome di Roma, quel nome al quale intendono concordi i voti e gli sforzi comuni. Fedele allo Statuto, da me giurato, tenni alta la bandiera dell'Italia fatta sacra dal sangue e gloriosa dal valore dei suoi figli. Non segue questa bandiera chiunque violi le leggi e manometta la libertà e la sicurezza della patria facendosi giudice dei suoi destini.
Italiani ! Guardatevi dalle colpevoli impazienze e dalle improvvide agitazioni. Quando l'ora del compimento della grande opera sarà giunta, la voce del vostro Re si farà udire tra voi. Ogni appello, che non è il suo, è un appello alla ribellione, alla guerra civile. La responsabilità e il rigore delle leggi cadranno su coloro che non ascoltarono le mie parole. Re acclamato dalla nazione, conosco i miei doveri. Saprò conservare integra la dignità della Corona e del Parlamento per avere il diritto di chiedere all'Europa intera giustizia per l'Italia".

Poi intervenne anche con Garibaldi inviandogli tramite il PLEZZA, una lettera, dove lo scongiurava "a desistere dall'impresa condannata all'insuccesso, ad evitare una guerra civile, perché il governo lo avrebbe fermato con tutti i mezzi ed anche con la forza".
A Plezza, Garibaldi fu anche insolente, dicendogli che "gli ordine del Re lui li avrebbe presi solo a Roma, e verso la nuova capitale d'Italia lui stava ormai marciando".
Era questa un'ingenuità; anche se giungeva a Roma, il Re non poteva certo assumersi la protezione e la responsabilità del suo movimento rivoluzionario.
Napoleone comunque ebbe questi timori, e fece partire alcuni reggimenti per Civitavecchia e la flotta salpò da Tolone per Napoli.

GARIBALDI ebbe notizia del nuovo atteggiamento del Governo e del Re alla Ficuzza dove erano già radunati tremila volontari; mosse per Mezzoiuso. Di là partì la mattina del 6 agosto; la sera fu ad Alia, il 7 a Valledolmo, l'8 a Villalba, accolto dovunque come un sovrano, il 10 a Caltanisetta, il 14 a Castrogiovanni. Il 15 in Regalbuto, si presentarono a lui i deputati MORDINI, FABRIZI, CALVINO e CADOLINI, che offrirono la loro mediazione fra lui e il ministero. Il 17, girato alle spalle delle truppe regolari che gli sbarravano il passo a Paternò, giunse a Misterbianco e il 18 entrò trionfalmente a Catania.

ALL'ASPROMONTE

A Catania Garibaldi ingrossò il suo contingente, che raggiunse il numero di cinquemila uomini, e ricevette dalle pubbliche casse trecentomila franchi. Il 22 si sparse la notizia che i generali MELLA e RICOTTI si preparavano ad assalire con le truppe regolari i volontari: allora la città si levò a tumulto, la Guardia Nazionale corse alle armi e si cominciarono ad erigere barricate per respingere l'assalto dei regi. Il 24, impadronitosi di due piroscafi, uno italiano ed uno francese, il "Dispaccio" e il "Generale Abatucci", imbarcati circa tremila volontari, Garibaldi lasciò le acque di Catania e il mattino dopo prese terra a Melito, in Calabria.

Avendo saputo che i regolari avanzavano da Reggio, Garibaldi si gettò sulle montagne e all'alba del 29 giunse ad Aspromonte. Intanto il Governo aveva decretato lo stato d'assedio in Sicilia e nel napoletano e al generale CUGIA, aveva sostituito il CIALDINI, il quale, ripresa Catania e dispersi i garibaldini rimasti nell'isola, passò a Napoli per mettersi d'accordo con LA MARMORA.
Nel pomeriggio del 29 agosto i regi, comandati dal colonnello PALLAVICINI, assalirono i volontari. Questi avrebbero potuto fare lunga resistenza, ma il Generale, che non voleva si versasse sangue fraterno, ordinò di sospendere il fuoco.
Purtroppo però il sangue fraterno fu versato: i regi sette morti e ventiquattro feriti, i garibaldini cinque morti e venti feriti; fra questi ultimi Garibaldi fu colpito alla coscia sinistra, da una palla rimbalzata e da un'altra pallottola al collo del piede destro.
Cessato il fuoco regi e volontari fraternizzarono alle grida di Viva l'Italia e Vittorio Emanuele in Campidoglio ! e "Viva Garibaldi ! quindi 1909 garibaldini, dichiarati prigionieri di guerra, furono mandati ad Ischia, a Monteralli a Vinadio, il generale fu imbarcato sulla fregata Duca di Genova e condotto al forte del Varignano, presso la Spezia; 232 minorenni furono però rinviati alle loro case.
Sorte peggiore toccò ad alcuni soldati che avevano lasciato i loro reparti e si erano uniti a Garibaldi. Questi furono fucilati sul posto.

I primi giorni di settembre ci furono in tutta Italia violenti manifestazioni antigovernative, turbate da numerosi incidenti. Gli arresti e il ferimento di Garibaldi provocò anche grande emozione in tutta l'opinione pubblica liberale europea. A Torino il Rattazzi ne approfittò per affrettare i tempi di una soluzione diplomatica della questione romana. Ma la situazione diventò per lui grave quando Napoleone III si rifiutò di fare qualsiasi concessione, e quando a Torino partirono le accuse della destra e della sinistra sul suo governo, accusandolo di aver spinto Garibaldi e poi di averlo abbandonato. Stesse accuse al Re, con volantini anonimi, ma ci fu anche un giornale "Discussione" che parlava della necessità di abdicare al trono.
Ma se la situazione era critica dentro il governo e dentro il Palazzo Reale, nelle piazze era ancora più critica. Ai rivoluzionari gli si era data l'arma migliore, quello di ingrossare le loro file con lo sdegno dell'opinione pubblica. E non mancarono -sotto l'emotività del ferimento e dell'arresto di Garibaldi - anche minacce di complotti verso Napoleone, Vittorio Emanuele e Rattazzi.

Ma liberare i garibaldini e Garibaldi, sotto la pressione popolare, senza processo (e lo volevano i militari che avevano fatto il loro dovere e avevano avuto i loro caduti) si rischiava di compromettere il Re, che doveva dimostrare che lui con quell'azione rivoluzionaria non c'entrava proprio per nulla. Peggio ancora liberarlo con una grazia del Re, si toglieva valore all'atto di energia che il governo -a ragione, legalmente- aveva compiuto nei confronti di un esercito rivoluzionario.

Il Re non si lasciò scappare l'occasione nello scrivere a Napoleone che certi partiti erano più che mai irrequieti, e che anche lui avrebbe sofferto se le cose si fossero messe male.
Napoleone III, oltre che riesaminare il problema di Roma, intervenne anche sulla scabrosa questione di Garibaldi, e gli fornì un primo salvataggio; lui lo voleva libero senza processo, anche se insisteva che bisognava condurlo alla ragione, perché prima o dopo l'occupazione francese di Roma sarebbe cessata, dopo aver regolato la posizione del Papa con le potenze europee.
Ma subito non poteva fare nulla, mica voleva compromettersi con le altre Potenze; queste avrebbero potuto pensare che lui agiva sotto ricatto, o del re o peggio del (suo compare) ribelle.

I Toscani alla fine proposero di non parlare nemmeno più di Roma capitale. Qualcuno chiese anche di sciogliere le Camere e rifare le elezioni; ma sotto questa cappa di sdegno e di emotività dell'opinione pubblica per i gravi fatti, si sapeva quanto era pericoloso concedere nuove elezioni. La monarchia avrebbe rischiato grosso (ci fu solo più tardi, l'8 dicembre un rimpasto nel governo, con un ministero nettamente antipiemontese, superando le ripugnanze del Re".
Ma non tutto era ancora perduto dopo il fallimento in Francia.

A Vittorio Emanuele andò meglio le relazioni con il Re del Portogallo Luigi I. Oltre che a mirare alla grandezza della dinastia sabauda nel Mediterraneo, riuscì anche a venire fuori dalla critica situazione creatagli da Garibaldi: con un matrimonio.
Per procura si affrettò a dare in sposa a Luigi, la figlia, la principessa Maria Pia di Savoia.
E, com'era nella tradizione in casi come questi, il 27 concesse un'amnistia ai carcerati. Così tutti i coinvolti nei fatti di Aspromonte tornarono in libertà, compreso Garibaldi. Nessuno avrebbe potuto accusarlo d'indulgenza a senso unico. Era la consuetudine.

Furono così posti in libertà gli arrestati, fra i quali i deputati CALVINO, FABRIZIO e MORDINI, presi il 27 agosto a Napoli, dov'erano giunti dalla Sicilia. Furono esclusi i disertori dell'esercito regio, che furono condannati a varie pene, più tardi ridotte e infine condonate. Dei disertori che si erano uniti ai garibaldini, sette furono catturati e fucilati alla Fantina, in provincia di Messina, da un maggiore DE-VILLATA, ex-ufficiale austriaco, il quale con ferocia inaudita, avendo trovato il giorno dopo un giustiziato ancor vivo, gli fece sparare a bruciapelo e vietò al condannato studente diciannovenne romano Balestra, emigrato da Roma ed arruolatosi fra i Bersaglieri, a scrivere una lettera alla madre, prima di essere fucilato.

Questi fatti - che giungevano immancabilmente anche a Torino- scossero gravemente il ministero RATTAZZI che con l'amnistia cercò di cancellare all'interno il ricordo dei tristi avvenimenti e, per mezzo di una nota inviata del ministro degli Esteri DURANDO ai rappresentanti italiani, volle mostrare ai governi europei, specie a quello francese, quanto era pericoloso ritardare l'annessione di Roma al regno d'Italia. Ma niente ottenne né all'interno né all'estero e nel novembre, riapertasi la Camera, non riuscì a resistere alla battaglia ingaggiatasi contro di lui.
La iniziò il BONCOMPAGNI con un'interpellanza, presentata il giorno 20, sulle condizioni politiche generali del paese. Ne seguì una discussione vivacissima che durò dieci giorni; implacabili nell'accusare il ministero furono il MORDINI e il NICOTERA; invano il RATTAZZI impiegò tutta la sua abilità nel difendersi; poi visto che le cose si mettevano male per il ministero, presentò le dimissioni il 1° dicembre, dichiarando di cadere per l'energia con cui aveva voluto difendere le prerogative della Corona e del parlamento.
Per il re non era facile; se abbandonava il Rattazzi la dava vinta ai suoi avversari, che in sostanza avevano rivolto al suo fidato consigliere le accuse che avrebbero voluto rivolgere anche a lui. Quindi studiò di creare un ministero in cui non sarebbero entrati i più accaniti nemici del Rattazzi.

IL MINISTERO FARINI - IL MINISTERO MINGHETTI
LA CONVENZIONE DI SETTEMBRE - I LUTTI DI TORINO -
LICENZIAMENTO DEL MINISTERO MINGHETTI.

L'incarico di formare il nuovo ministero fu dato prima al conte PONZA di S. MARTINO, poi a G. B. CASSINIS e a PASOLINI, infine a FARINI, il quale lo costituì l'8 dicembre 1862, prendendo la presidenza e dando gli Esteri a PASOLINI, le Finanze a MARCO MINGHETTI, gli Interni ad UBALDINO PERUZZI, la guerra ad ALESSANDRO DELLA ROVERE, la Marina a GIOVANNI RICCI, l'Istruzione al MICHELE AMARI, la Giustizia a GIUSEPPE PISANELLI, i Lavori Pubblici a LUIGI FEDERICO MENABREA e l'Agricoltura a MARCORA (poi GIOVANNI MANNA)

Il gabinetto subì in seguito dei mutamenti: il Ricci si ritirò e fu sostituito da DI NEGRO, cui poi successe CUGIA; Pasolini fu sostituito da EMILIO VISCONTI-VENOSTA; Farini stesso, gravemente ammalato, lasciò il posto di presidente il 24 marzo del 1863, che fu occupato da MARCO MINGHETTI.
Tutti questi rimpasti crearono per circa quattro mesi un governo non proprio di transizione, ma servì tuttavia a stemperare i dissidi interni.

Il Ministero MINGHÉTTI fu più lungo dei tre che lo avevano preceduto: durò fino al 28 settembre del 1864. Fin da quando era semplice ministro delle Finanze il Minghetti aveva cercato di risolvere il problema finanziario proponendo un prestito di settecento milioni, nuove tasse e forti economie; queste ultime però non poterono esser fatte; anzi furono accresciute le spese per lo sviluppo dato alle costruzioni ferroviarie, le quali diedero luogo ad un'inchiesta parlamentare provocata dal MORDINI e chiusasi con le dimissioni da deputato di PIETRO BASTOGI.
Uno dei problemi interni di maggiore importanza che il nuovo ministero fu chiamato a risolvere era quello del brigantaggio. Vi si dedicò il PERUZZI (che diventò del ministero un po' la figura dominante), il quale iniziò una sottoscrizione in favore dei danneggiati dal brigantaggio e ottenne dalla Camera che si nominasse una commissione parlamentare, incaricata di studiare anche sui luoghi il fenomeno del brigantaggio e di proporne i rimedi.
Presidente della Commissione fu il SIRTORI, relatore il pugliese GIUSEPPE MASSARI, il quale nei primi di maggio lesse la sua relazione che attribuiva il brigantaggio alla miseria e all'ignoranza.
Allora fu affidato l'incarico a PICA di redigere un disegno di legge. Questo, che concedeva al Governo poteri speciali, fu votato il 15 agosto (ne abbiamo già parlato a proposito del brigantaggio)
Il 15 agosto la Legge Pica fu così applicata su tutto il regno, con delle disposizioni severissime nei confronti di ribelli, ma anche nei confronti di vagabondi e oziosi.
Questa legge che doveva essere applicata solo per alcuni mesi, fino a dicembre, sarò poi prorogata fino al 28 febbraio 1864, quando fu sostituita da un'altra legge speciale.
Leggi che seminarono sdegno e orrore (dai meridionali mai dimenticati).

Iniziatosi il governo Minghetti, i problemi sempre vivi erano quelli della liberazione della Venezia e di Roma. La soluzione della questione veneta restava sempre in primo piano per Vittorio Emanuele. E i suoi pensieri cominciarono a rivolgersi a Mazzini, finché nella primavera del 1863, per mezzo dell'ingegner Diamilla-Muller e dell'avvocato G. Pastor, entrò in trattative con lui allo scopo di promuovere un'insurrezione nel Veneto.

Nonostante i precedenti e la condanna a morte in contumacia, le idee mazziniane al Re non gli dispiacevano, anche perché Mazzini a differenza di Garibaldi non era prigioniero del programma romano. Il re prese coraggio. Gli rivolse un invito ad abbandonare l'ideale repubblicano, pur essendo quest'idea la vita spirituale di Mazzini, e a collaborare con la monarchia per cercare di raggiungere l'unità d'Italia. Era la stessa linea d'azione di entrambi, anche se continuava Mazzini a credere che la liberazione del Veneto dovesse precedere quella di Roma. Insurrezione che Mazzini intendeva preparare nel Veneto già all'inizio del 1863.
Pregiudiziale a parte, il Re volle entrare in relazione con Mazzini. Che non si fece pregare, ma pretese dal Re di:
"non prendere iniziative sul Veneto, ma di permettergli di agire, tenendosi pronto poi ad intervenire nella fase decisiva del movimento, con le forze dello Stato". Gli assicurava che avrebbe taciuto sulla pregiudiziale repubblicana e che il suo grido sarebbe stato uno solo "Viva l'unità d'Italia". Anche se sapeva che gli italiani avrebbero gridato pure "Viva Vittorio Emanuele".
Il Mazzini dunque anche senza legarsi accettava di marciare d'accordo con il Re per risolvere il problema del Veneto: "monarchia e rivoluzione associate".

Le relazioni del Re con il Mazzini erano continuate l'intero anno, ma le risposte alle proposte del Mazzini erano rimaste sempre nel vago; spazientito il Mazzini inviò ripetutamente a Torino attraverso gli aiutanti di campo del re SAVOITOUX e il VERARIS, altre lettere di sollecitazione sulla questione Veneto ("permettergli di agire, tenersi il re pronto, poi intervenire con le forze dello stato"); fin quando in una delle ultime scrisse chiaro e tondo "...che si decidesse, se il Re ha del coraggio".
Vittorio Emanuele gli rispose energicamente attraverso un agente mazziniano: "Abbiamo in comune lo slancio ed il desiderio di fare....con la massima energia senza le timidi impressioni altrui... ma gravi sono i momenti, bisogna ponderarli con mente calma...io e noi tutti vogliamo e dobbiamo compiere nel più breve spazio di tempo la grande opera... ma guai a noi tutti se non sappiamo ben farlo, o se ci abbandoniamo ad impetuose intempestive frenesie...Non possiamo far ripiombare la patria nostra nelle antiche sventure....Il momento non è ancora maturo; fra breve spero...".

Il Re con queste righe prendeva tempo e agiva con cautela, purtroppo aggiunse nella stessa lettera che voleva nel frattempo pubblicare le dichiarazioni da lui fatte (" monarchia e rivoluzione associate").
Insomma voleva legare il capo rivoluzionario e comprometterlo. Quasi scaricato Garibaldi, voleva attaccare (ma dietro e non davanti) al suo carro il Mazzini. Ci fu anche un colloquio fra i due (si scambiarono anche i ritratti, ma senza dedica) e Mazzini parve accettare, comunque non si oppose alla pubblicazione di quel motto.
Il veto giunse invece dal Minghetti, e alla fine Mazzini risentito non autorizzò più la pubblicazione aggiungendo quasi offeso "Il mio scopo non è di mostrare quello che voglio e quello che credo di dover fare per l'unità d'Italia. Il mio scopo è Venezia e per tale scopo la pubblicazione richiesta non serve a nulla. Che volete che io mi attenda da un Re che ha bisogno per andare a Venezia di preparare l'opinione pubblica sul mio conto, come se io volessi essere un ministro e come se andare a Venezia fosse un delitto?".

Mazzini insomma non voleva cedere alla monarchia il diritto d'iniziativa, questa Mazzini la pretendeva per sé, né intendeva modificare minimamente il suo piano. Ma nemmeno il Re il suo, perché temeva di diventare il gregario di Mazzini; e se Mazzini voleva sfruttare la monarchia per il suo ideale, anche il Re voleva usare la rivoluzione come strumento della sua politica. Con una differenza però, che il primo non temeva di giocarsi tutto, nulla avendo da perdere. Mentre il secondo non voleva rischiare nulla (o il trono o forse conscio dei doveri verso il già esistente).

Arrivati entrambi a queste diffidenze, diventate ostilità, Mazzini se ne ripartì per Londra, mentre con altri progetti Vittorio Emanuele tornò riallacciare le relazioni con Garibaldi proprio quando il generale era a fare i famosi brindisi a Londra con gli inglesi, ma anche i brindisi a casa del rivoluzionario russo Herzen e con... lo stesso Mazzini sopraggiunto!
Il viaggio trionfale di Garibaldi nella sua visita in Inghilterra (con banchetti, ricevimenti, cortei di folla ecc) mise perfino in imbarazzo le autorità inglesi, che esercitarono diplomaticamente alcune pressioni per farlo rientrare in Italia. Ma quest'ospitalità calorosa non passò inosservata e diede anche motivo di maliziosi commenti politici da parte di Stati (e regioni d'Italia) usciti sconfitti nel corso dell'Unità d'Italia (Due Sicilie, Papato).
Se prima, solo alcuni sospettavano che nelle decisioni di Garibaldi (in Sicilia) c'erano gli inglesi, dopo questi festeggiamenti furono molti coloro che s'insospettirono.
Inoltre gli incontri di Garibaldi avuti con Mazzini all'isola di Wight, e i brindisi in casa di Herzen, preoccuparono un po' Torino. Si temette nuovamente un ravvicinamento di Garibaldi alle idee e ai progetti repubblicani di Mazzini. Stavano i due forse progettando insieme qualcosa?
Del resto Garibaldi anche se era stato graziato non aveva dimenticato l'affronto ricevuto dall'esercito regio all'Aspromonte.

Tuttavia GARIBALDI rientrò in trattative con il sovrano.
Il Re (forse per calcolo, conoscendo l'imprevedibile personaggio) gli scrisse proponendogli di guidare un moto in Transilvania (Ungheresi, Rumeni, Serbi) contro l'Austria in modo da far sguarnire le Province occidentali, onde permettere all'esercito regio un attacco nel Veneto (facendo così a meno di Mazzini)
Sebbene dopo l'Aspromonte fosse irritato contro il Re, da Caprera dov'era rientrato, Garibaldi gli inviò un accorata lettera: "Io sono disposto ad andare dove Egli mi manda, ma credo che io potrei essere più utile qui" e riferendosi al Meridione "Il Suo governo è più odiato di quello dei Borboni, gli amici suoi sono gente interessata che prima o poi lo tradiranno, come gli amici dell'altro. Il giorno che il suo esercito sarà impegnato sul Mincio, nel Mezzogiorno ci sarà un cataclisma come mai si vide.... Mi lasci nel Mezzogiorno, mi dia i poteri che vuole e mi lasci fare..e non temi che io mi faccia Re né che io voglia proclamare la repubblica. Organizzerò qui duecentomila uomini che saranno suoi come l'esercito regolare".

Ma il RE decise per la Transilvania. MORDINI e CAIROLI trattarono con emigrati polacchi ed ungheresi - il Michievicz, il Klapka ed Armand Levy - per coordinare un'azione contemporanea nelle varie province soggette all'Asburgo: inoltre fu costituito, sotto la presidenza di Benedetto Cairoli a Milano, un Comitato centrale unitario per "raccogliere mezzi pecuniari", "preparare gli animi alla concordia del sacrificio e del dovere" e, con l'occhio fisso "la meta del Riscatto Nazionale", porgere "fraterno aiuto alle province schiave nel giorno invocato della battaglia".
Garibaldi alla fine finì per aderire iniziando a radunare i suoi fidi per la spedizione in Gallizia.

Procedevano così bene, nella primavera del 1864, le trattative con i Polacchi e con
gli Ungheresi, che parve vicino l'accordo raggiunto tra, loro, Garibaldi e il governo italiano per un'azione comune. "Invece non si concluse nulla - scrive il Rosi - perché il governo italiano "rifiutava di prendere impegni ufficiali precisi in previsione di una guerra contro l'Austria, preferendo in sostanza di vietare iniziative in Italia, e di lasciare che Garibaldi a suo rischio e pericolo agisse in Oriente. E a tale risultato sembrava che volesse giungere anche il Re trattando direttamente con tutti, cosicché gli amici del generale, piuttosto malcontenti contribuirono ad impedire la spedizione nel luglio del 1864".

Ma il 10 luglio, prima della partenza, i repubblicani (ovviamente mossi da Mazzini) non solo s'indignarono, ma sul giornale "Il Diritto" (organo del partito d'azione) comparve un rovente articolo-protesta: "I migliori del partito d'azione sono chiamati a partecipare ad imprese fuori d'Italia...in imprese incerte e remote ordite da principi, che servono più ai loro interessi che a quelli dei popoli...inoltre l'allontanamento dei patrioti italiani in questi momenti possono solo riuscire funesti agli interessi della patria".
Fu un colpo mancino, che irritò non solo il re e Garibaldi, ma era un colpo che li comprometteva anche davanti all'Europa.
Si rinunciò all'impresa, e Garibaldi se ne tornò a Caprera.

LA CONVENZIONE DI SETTEMBRE
E LA QUESTIONE DELLA CAPITALE

Dovendo rimandare a tempo indeterminato la soluzione della questione veneta, il governo italiano rivolse le sue cure alla questione romana e, poiché ciò che ostacolava principalmente la soluzione era la presenza a Roma delle truppe francesi, intavolò trattative con Napoleone III allo scopo di ottenere che fossero richiamate in Francia.

A Parigi da quando era morto Cavour, non c'era più disponibilità a fare incontri e tanto meno intavolare trattative, per non compromettersi. Napoleone III, sperava che prima o poi la questione si sarebbe risolta da sola.
C'è da ricordare che le condizioni di salute di Pio IX in quei mesi non erano buone, e forse a Parigi si sperava che morto lui, la popolazione romana si sarebbe sollevata da sola per proclamare l'annessione al Regno. Questo voleva Parigi: lasciare ai romani il diritto di scegliersi il proprio destino.
Ma nell'attesa di quest'evento, i francesi non avevano nessuna intenzione di sgomberare Roma, seguitavano a temere che una volta lasciata Roma, gli italiani (mazziniani o garibaldini, e forse lo stesso regio esercito) avrebbero occupato i territori.
Ma poi ai primi di giugno del 1864, Napoleone III acconsentì a discutere privatamente la questione.

Le trattative, iniziate e condotte da NIGRA, da MENABREA e da PEPOLI, si conclusero nel settembre del 1864 con una convenzione firmata il 15 a Parigi. Con questa convenzione l'Italia s'impegnava di non attaccare il territorio pontificio e di impedire anche con la forza qualunque attacco contro di esso; la Francia s'impegnava di ritirare gradatamente, e nel termine di due anni, le sue truppe dallo Stato romano; il governo italiano non si sarebbe opposto all'organizzazione di un esercito pontificio, anche se composto di cattolici volontari stranieri, nei limiti però della difesa e custodia dello Stato; si sarebbero avviate trattative per regolare gli oneri relativi al debito pubblico delle province pontificie riunite al regno; la convenzione, infine, avrebbe avuto la sua ratifica entro quindici giorni. Con un protocollo segreto fu stabilito che la convenzione avrebbe avuto effetto dopo che il re d'Italia avesse trasferito la capitale dove a lui fosse piaciuto. Il trasferimento doveva avvenire entro sei mesi dall'approvazione parlamentare della convenzione medesima.

La clausola segreta del trasferimento della capitale…
…era ritenuta vantaggiosa ai propri interessi da ciascuna delle due parti. La Francia, difatti, credeva che le forti spese per il trasporto avrebbero consigliato l'Italia a non sostenerle due volte in un breve intervallo e che la nuova sede avrebbe creato tali interessi da rendere improbabile un nuovo mutamento di sede con meta Roma. Il governo italiano invece vedeva le cose in un altro modo: togliendo la capitale da Torino, accontentava le nuove province, ostili, e non a torto, al piemontesismo, e allontanava, secondo i militari, i pericoli che, in caso di guerra, avrebbero minacciato una capitale troppo vicina alle frontiere, e, infine, considerava il trasferimento come una tappa verso Roma.

Il segreto del trasferimento della capitale non fu proprio segreto; a Torino la notizia è subito trapelata provocando indignate proteste, perché gli ex sudditi piemontesi considerano una sventura economica lo spostamento della capitale, e i cittadini torinesi una decadenza della città.

Il 18 settembre (dopo la firma della convenzione, avvenuta tre giorni prima a Parigi) una commissione (questa volta di generali, che esaminò l'aspetto militare) dopo discussioni animate, decide che la soluzione migliore, per motivi strategici, sarebbe quella di eleggere capitale Firenze. Roma che ha il papato è da escludere (è l'"officina massima del brigantaggio, in tutti i sensi e in tutti i modi, moralmente e materialmente..." - (dalla relazione della Commissione del Brigantaggio nel Meridione), ...mentre Torino è una città troppo vicina alla Francia.

Le proteste continuarono, ma anche Vittorio Emanuele ne rimase affranto "ho il cuore schiantato, io che ho sempre vissuto qui, che ho qui tutte le memorie d'infanzia, tutte le abitudini, i miei affetti". Quella clausola segreta nella convenzione gli era stata nascosta fino all'ultimo momento da PEPOLI che l'aveva concordata con Napoleone; poi il Re a cose fatte l'aveva accettata con tristezza, sperando in un aiuto francese in caso di un attacco da parte dell'Austria o di un appello di aiuto del Papa ad altre Potenze. Ma non si capacitava che tale promessa (aiuto dei francesi) non compariva nella Convenzione.
Il Vaticano, allarmato dalle possibili conseguenze dell'accordo italo-francese, accentuò ulteriormente il proprio atteggiamento d'intransigente chiusura nei confronti del governo italiano; unica consolazione quella di poter contare sulle truppe francesi che seguitavano a proteggere lo Stato della Chiesa. E ovviamente sull'Austria, da sempre la sua paladina.

Il 21 settembre inizia una dimostrazione popolare contro la "Gazzetta di Torino", sciolta con violenza dalla polizia; la sera dello stesso giorno fu aperto il fuoco sulla folla che gremiva Piazza Castello; all'indomani le dimostrazioni diventarono più feroci e incontrollabili, con saccheggi di negozi, sedi di giornali, assalti a negozi d'armi. Le ribellioni furono domate - questa volta feroce- da un altro intervento dell'esercito, che non si fece scrupolo di sparare ancora sulla folla. Si registrarono oltre 52 morti e 172 feriti.

Precipitosa riunione del consiglio comunale di Torino che all'unanimità boccia il progetto della Convenzione. Al consiglio comunale torinese, sorge un'associazione di deputati piemontesi guidata da GUSTAVO PONZA che si propone di combattere ad oltranza qualsiasi spostamento della capitale.
Immensa fu l'indignazione della cittadinanza e di tutto il Piemonte. I ministri, temendo per la loro vita, volevano dichiarare lo stato d'assedio; ma Vittorio Emanuele non acconsentì e il giorno dopo il 23 settembre al gabinetto Minghetti -accusato di aver represso con ferocia e incompetenza la sommossa torinese- intimò di dimettersi e affidò al LA MARMORA l'incarico di formare il nuovo ministero.
Era un modo per offrire il capro espiatorio all'opinione pubblica.

Per concludere sulla questione della capitale, anticipiamo: il 19 novembre la Camera approverà (con promulgazione l'11 dicembre) il trasferimento della capitale a Firenze, nonostante l'opposizione dell'associazione dei deputati piemontesi e dei cittadini torinesi.


IL SECONDO MINISTERO LA MARMORA
IL TRASFERIMENTO DELLA CAPITALE A FIRENZE
LA IX LEGISLATURA - IL TERZO MINISTERO LA MARMORA

Il nuovo gabinetto, annunciato il 29 settembre 1864, risultò così composto: A. LA MARMORA, presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, e, interinalmente, della Marina che fu poi affidata al generale DIEGO ANGIOLETTI, GIOVANNI LANZA ministro degli Interni, QUINTINO SELLA delle Finanze, AGOSTINO PETITTI della Guerra, GIUSEPPE VACCA della Grazia e Giustizia, STEFANO JACINI dei Lavori Pubblici, LUIGI TORELLI dell'Agricoltura, Industria e Commercio, GIUSEPPE NATOLI dell'Istruzione.
Nella Gazzetta Ufficiale del 30 settembre, il gabinetto pubblicò alcune importanti dichiarazioni, che dovevano esser considerate come parte del suo programma politico:

"Nell'assumere il governo della pubblica cosa in mezzo a tanta gravità di circostanze il nuovo ministero stima suo obbligo di far conoscere alla Nazione nel modo più chiaro ed esplicito i suoi intendimenti intorno alla questione predominante che più vivamente preoccupa gli animi e tiene agitata la pubblica opinione. Esso accetta la Convenzione recentemente stipulata con il Governo imperiale di Francia per lo sgombro delle truppe francesi dal territorio pontificio, con la condizione del trasporto della capitale ad altra sede: con tale proposito ed a questo fine, subito, al primo riaprirsi del Parlamento sottoporrà alle Camere un progetto di legge. Nello stesso tempo porta poi il convincimento che ragioni d'alta convenienza politica e di stretta equità impongono al Governo del Re il debito di proporre al Parlamento tutti quei provvedimenti che possono essere più acconci ad alleviare i danni della Città che cesserebbe d'essere capitale del Regno senza allontanare il termine fissato nella Convenzione per lo sgombro delle truppe francesi dal territorio pontificio".

Era da un mese circa al potere LA MARMORA quando una viva polemica si accese tra il governo italiano e quello francese intorno alla interpretazione della Convenzione di settembre. Il DROUYN de LHUYS, ministro degli Esteri francese, in una nota del 30 ottobre, pubblicata nel "Moniteur", pretendeva che l'Italia con la convenzione avesse definitivamente rinunciato a Roma. A questa nota rispondeva il LA MORMORA con un'altra nota, inserita nella "Gazzetta Ufficiale" del 7 novembre, con la quale dichiarava che il governo italiano intendeva interpretare la convenzione "de la seule manière admissible, c'est à dire selon le sens littéral de sa teneur".

Nello stesso novembre fu discussa alla Camera la Convenzione. Parlarono CONTRO gli onorevoli Miceli, Musolino, Mordivi De Boni, Minervini, Cairoli, Chiaves, Nicotera, Crispi, Mellana, Brofferio, Tecchio, Coppino; a FAVORE Boncompagni, ViscontiVenosta, Pepoli, Rattazzi, Lanza, Bigio, La Marmora.
Pur approvando il trattato, si mostrarono contrari all'unità d'Italia con Roma capitale, il federalista FERRARI, e i cattolici D'ONDES REGGIO e CESARE CANTÙ.
Il 19 novembre 1864, furono approvati la convenzione e il protocollo con 317 voti contro 70 e 2 astenuti. In Senato la discussione del disegno di legge per il trasferimento della capitale a Firenze durò dal 29 novembre al 9 dicembre. Molti parlarono: a FAVORE, Durando, Gallina, Salmour, Sauli, Scialoia, Matteucci, Gualterio, Imbriani e il Cialdini, CONTRO, Revel, Sclopis, San Martino, Ricotti, Pareto, Sfotto-Pintor, Galvagno, Finali e il Pallavicino. La votazione diede 134 voti favorevoli 47 contrari e 2 astenuti.
Era stata nel frattempo nominata una Commissione parlamentare incaricata di aprire un'inchiesta sui luttuosi fatti di Torino e sulle responsabilità del passato Ministero. Il 23 gennaio del 1865 il SANDONNINI lesse la sua relazione, ma questa fu sepolta dopo la proposta di Ricasoli di tirare un velo sul passato, proposta che messa ai voti ne ebbe 140 favorevoli contro 67 e 13 astenuti.

Ma i Piemontesi e sopratutto i Torinesi non volevano dimenticare né i morti né il passato; aizzati com'erano da clericali e repubblicani. Dimostrazioni avvennero il 26, il 27 e il 28 gennaio e infine la sera del 30 la folla lanciò insulti, fango e sassi contro coloro che si recavano al gran ballo a Corte.
Nonostante la tensione e i recenti lutti, il Re aveva voluto tenere il gran ballo di carnevale. A qualcuno sembrò una provocazione, ma altri sostenevano che desistere era come ammettere di aver paura della piazza.
Il partito dei "ballerini" si impose, e la sera del 30, una folla minacciosa si assiepò lungo il percorso delle carrozze dirette al palazzo, lanciando uova marce, insulti, e venendo pure alle mani con qualche vetturino, valletto, cocchiere che cercava di difendere gli occupanti della propria carrozza. Intervenne la Guardia a proteggere i "ballerini" e le loro "ballerine", ma buona parte di queste ultime se ne tornarono a casa. Delle 400 grandi dame invitate solo cinquanta parteciparono al ballo.

Questi fatti riempirono di sdegno l'animo del Re, che il 13 febbraio con La Marmora e pochi altri partì per Firenze con l'intenzione di non rimettere più piede a Torino, ma persuaso da ambascerie e accorati appelli, Vittorio Emanuele dimenticò le offese e il 23 ritornò a Torino.

Dopo il rientro del sovrano fu concessa un'amnistia per i fatti del 21 e 22 settembre e del 30 gennaio, ma non valse a far cessare l'agitazione in Piemonte, dove capitanata dal conte di S. MARTINO, si costituì un'associazione politica la "Permanente", uno dei cui scopi principali era quello di far guerra implacabile a quei governi, che adagiandosi nella nuova capitale, dimenticavano Roma.
L'associazione, tramite BOGGIO, VILLA e altri, presero contatti con Mazzini, il quale cercava di sfruttare il malcontento piemontese a favore delle idee repubblicane, ma questi contatti non ottennero risultati positivi, perché i "permanenti" riaffermarono la loro fede monarchica, anche chi era stato prima repubblicano.

Fu una grande delusione per Mazzini. Il maestro non riusciva più a fare nuovi discepoli e, quel ch'era peggio, perdeva i vecchi e i migliori, perdeva fra gli altri il CRISPI, che pronunciava la celebre frase: "La monarchia ci unisce; la repubblica ci dividerebbe" e, in risposta ad una lettera di Mazzini pubblicata nell'"Unità Italiana" faceva stampare e diffondere un opuscolo, con in quale, con chiarezza, robustezza e sobrietà difendeva il proprio operato e faceva una serrata requisitoria contro l'opera politica del maestro.

Nonostante l'agitazione del Piemonte, il ministero riuscì in pochi mesi a svolgere opera feconda; promulgò il codice civile ed altre leggi importanti, fra cui quelle sui lavori pubblici, sulle espropriazioni e sulla proprietà letteraria e dedicò le sue cure a restaurare le finanze con una serie di provvedimenti, che la nazione nonostante lo scontento accettò; spinta anche dal "populistico" esempio del re e dei ministri che rinunziarono ad un quinto della lista civile e a parte dello stipendio.

Il 1° giugno del 1865 si compì il trasloco della capitale a Firenze (che venne a costare 7 milioni); iniziato nel dicembre del 1864 e seguito da grandiose feste per l'ottavo centenario della nascita di Dante; nel settembre fu sciolta la camera e furono indette le elezioni politiche generali per il 22 ottobre. Queste non diedero luogo ad incidenti e si svolsero con la massima libertà.
Iscritti, votanti e risultati non furono molto diversi dalle prime elezioni del 1861.

504.265 gli iscritti alle liste (il 2% della popolazione), sempre astenuti i cattolici,
si recarono alle urne 276.523 votanti (il 53,8%).
Vinse la Destra governativa moderata con 250 seggi, la sinistra parlamentare 120 seggi, i conservatori 20, altri partiti 50.

La IX legislatura fu inaugurata il 18 novembre 1865, a Firenze, nella sala dei Cinquecento di Palazzo Vecchio con un discorso in cui Vittorio Emanuele accennò ai negoziati con la Santa Sede, augurando la soluzione della vertenza fra Chiesa e Stato, alla convenzione di settembre, alle relazioni con gli altri e, ai trattati di commercio con essi conclusi, annunciò disegni di legge per dare completa unità legislativa al regno, combattere l'ignoranza del popolo, migliorare il credito, per la soppressione delle corporazioni religiose e per "riparare lo squilibrio delle finanze senza togliere alla nazione d'essere robusti in armi in terra e in mare" e concluse dicendosi certo che, "con il concorso del popolo e il valore dell'esercito, sarebbe riuscito a compiere l'unità nazionale".

Il 6 dicembre 1865 l'elezione presidenziale mostrò che il ministero non aveva la maggioranza; difatti il candidato ministeriale ADRIANO MARI riuscì al terzo scrutinio con 140 voti contro 132 dati ad ANTONIO MORDINI, 9 schede bianche ed 1 nulla.
Il gabinetto non si dimise sperando di rafforzare la propria posizione; ma al momento era difficile dati i rapporti con Roma e la situazione finanziaria.
Con Roma i rapporti non erano migliorati dopo l'enciclica dell'8 dicembre 1864, il Sillabo e il fallimento della missione VEGEZZI sulla questione delle diocesi.
Quanto al problema finanziario, richiedeva sacrifici e concordia per essere risolto; invece gli oppositori del ministero approfittarono delle difficoltà che il problema presentava per dare battaglia al governo.
Un provvedimento del ministro DELLE FINANZE QUINTINO SELLA intorno al servizio di tesoreria da affidarsi alla Banca nazionale fu respinto. Il Sella allora chiese di ritirarsi e l'intero ministero La Marmora il 19 dicembre rassegnò le dimissioni.

Dopo una difficile crisi, l'incarico di formare il nuovo gabinetto fu affidato ancora a LA MARMORA, il quale lo costituì il 31 dicembre del 1865 assumendo la Presidenza, e gli Esteri, ed affidando gli Interni a CHIAVES, la Grazia e Giustizia a GIOVANNI DE FALCO, l'Istruzione a DOMENICO BERTI con l'interim dell'Agricoltura, Industria e Commercio, le Finanze ad ANTONIO SCIALOIA, la guerra al generale IGNAZIO PETTINENGO, la Marina ad ANGIOLETTI, i Lavori Pubblici a STEFANO JACINI.

Chiudiamo l'anno con l'enciclica del Papa del 8 dicembre, "Quanta cura". In appendice il "Sillabo" ("Gli errori del nostro tempo"). Papa Pio IX condanna le dottrine liberali e riconferma il primato temporale della Chiesa. Ribattendo l'opposizione al liberalismo e alle nuove correnti di pensiero sul razionalismo.
"Il laicismo lo considera un rifiuto a quella benefica influenza che la Chiesa ha da sempre esercitato nella vita della società, considerandolo un brutale egoistico segno d'indifferenza morale e religioso, che dovrebbe essere invece un diritto dell'individuo.
Tra le tante proposizioni enunciate, la settantanovesima asserisce che la libertà di discussione corrompe le anime e la trentaduesima che il clero ha un diritto naturale ad essere esente dal servizio militare. La tolleranza religiosa, la libertà di coscienza e di stampa, la legislazione eversiva, sono tutte condannate, insieme con il socialismo, il razionalismo e recisamente nega che il Papa deve o può scendere a compromessi "col progresso, col liberismo, colla moderna civiltà".
Afferma che le idee socialiste sovvertono il diritto alla proprietà. Mentre quel principio tanto elogiato della "Sovranità del Popolo" viola i diritti divini di sovranità delle monarchie".

Il Papa che aveva suscitato tante speranze fra i liberali, condannò in 80 proposizioni, tutti i "funestissimi errori" della civiltà moderna. E vietò ai cattolici di partecipare alla vita politica.

Accolto con entusiasmo dai cattolici più conservatori, il "Sillabo" accentuò invece l'anticlericarismo degli ambienti liberali e democratici.
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Vedi qui, il testo dell'Enciclica "QUANTA CURA" e "SILLABO"

Chiudiamo questo periodo ed entriamo in quello della liberazione dei territori ancora nelle mani dell'Austria, iniziando dalla firma del Trattato fra la Prussia e l'Italia,
prologo sull'inizio del III Guerra di Indipendenza d'Italia

Anno 1866 - Atto Primo > > >

 

 

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