| DA
20 MILIARDI ALL' 1 A.C. |
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D.C. AL 2000 ANNO x ANNO |
PERIODI
STORICI E TEMATICI |
PERSONAGGI E PAESI |
vedi stesso periodo "RIASSUNTI STORIA D'ITALIA"
ANNO
1862 138 ANNI FA -
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BENI ECCESIASTICI
- Q. SELLA TASSA REDDITI
- ENTRATE E SPESE IT. 1861-1870
I
Personaggi politici di questo periodo
*** LA MORTE DI CAVOUR
*** LA BATTAGLIA DELL'ASPROMONTE
*** COMPLICAZIONE POLITICHE PER L'ARRESTO DI GARIBALDI
*** LEGGI SPECIALI BRIGANTAGGIO
*** "MONARCHIA E RIVOLUZIONE ASSOCIATE"
*** LA SCOPERTA DEL PETROLIO
***
America - Battaglia di Hampton
Guerra civile - Nuove strategia di guerra
*** PULIZIA ETNICA PIEMONTESE NEL SUD
GENNAIO - Con Ricasoli al governo, le relazioni con il Re andavano peggiorando. La Marmora giudicò la situazione seria, e auspicava che il Re intervenisse a mettere fine a certi dissapori. Intrighi non mancavano e Ricasoli invece di migliorare i rapporti, li peggiorava, ritenendo eccessive le pressioni esercitate dalla Francia sulla politica interna italiana. Il Re era deciso ad invitare il Ricasoli a ritirarsi; gli rimproverava di non seguire la politica coraggiosa e temeraria di Cavour.
27 FEBBRAIO - Ricasoli era fatale che dovesse cadere. Cercò di risolvere anche la questione romana, che per lui si collegava a tutta una politica ecclesiastica per elevare anche le condizioni del basso clero; egli confidava nel patriottismo di un clero italiano. Volle inoltre tentare la conciliazione con il papato, ma la missione segreta da lui mandata sollevò clamori dell'anticlericalismo demagogico, Si andò avanti ancora alcune settimane in un clima insostenibile; poi dopo un ennesimo scontro con Vittorio Emanuele, Ricasoli fece l'offeso, rispose al Re con un aspra lettera poi diede le dimissioni.
3 MARZO - Il Re chiamò Rattazzi a formare il nuovo ministero che fu composto prevalentemente da ministri piemontesi e con una forte partecipazione della sinistra.
E ci pensò Rattazzi nell'assumere oltre la presidenza del consiglio e i ministeri degli esteri e degli interni, a ricucire certi strappi, usando nuovamente l'"arte cavouriana", che a Parigi nonostante tutto, seguitavano ad ammirare.
Rattazzi pensò perfino di replicare le mosse politiche di Cavour, permettendo a Garibaldi di prendere l'iniziativa di un'azione risoluta per trarne poi pretesto all'intervento dell'esercito regio nel territorio pontificio. Ma la situazione era tuttavia diversa dalla precedente, ora Napoleone III non poteva alienarsi l'appoggio del forte partito clericale francese che era a favore del papa.Intanto rimontava la protesta del partito d'azione. Con un Garibaldi che già parlava di agire in primavera, formando la Società liberatrice per Venezia con progetti contro l'Austria.
Prima di andarsene Ricasoli aveva fatto un bel danno; per accattivarsi le simpatie di Garibaldi gli aveva concesso i tiri a segno che il generale aveva sempre desiderato fondare in Lombardia per mascherare la propaganda per Venezia, e quindi per reclutare volontari da usare nelle agitazioni contro l'Austria.
L'idea sua era di invadere il Trentino, cosa che avrebbe dato il segnale alla sollevazione ungherese, dei boemi e degli slavi, impegnando così a est l'Austria. Un piano già coordinato dall' Associazione emancipatrice mazziniana. Che ha pure studiato un piano per Roma.
5 MAGGIO - Riunendo a Trescore i suoi veterani di Sicilia per commemorare il 5 maggio Garibaldi iniziò a parlare di questa spedizione in Trentino, ma essendo poco lontano dai confini, le voci arrivarono nelle varie cancellerie, e questa iniziativa iniziò seriamente a non essere tollerata dalle Potenze europee. Ma neppure dal Rattazzi che inviò la polizia a Sarnico il 13 maggio ad arrestare numerosi garibaldini (123 ex Mille) che secondo Garibaldi facevano invece solo "esercitazioni al poligono". Per gli arresti la polemica fu rovente, e trovò anche l'appoggio di numerose manifestazioni popolari per la liberazione degli arrestati.
Tuttavia gli stessi monarchici applaudirono l'energia del Rattazzi, che tutto voleva meno di permettere che l'Italia rimanesse isolata dalla politica estera per i colpi di testa di Garibaldi.
Ma Garibaldi a un certo momento si sentì incoraggiato sia dal re (che invece poi smentì qualsiasi appoggio) che dal governo (per non aver usato il pugno di ferro).
GIUGNO - Ma a Napoli durante la visita del Re, si discusse molto del movimento garibaldino: se continuare il ciclo rivoluzionario o conservare quanto acquisito. Chi voleva l'azione e chi voleva la repressione dei moti. Alla fine - per non compromettersi troppo- il Re fece una scelta e rassicurò le Potenze che il governo avrebbe stroncato qualsiasi azione illegale.
Ma nulla si fece contro Garibaldi, e perfino i garibaldini arrestati a Sarnico furono liberati.
Il Re, tornato a Torino, rifiutò semplicemente di ricevere Garibaldi per non aver mantenuto la parola data. Ma con lui non ruppe del tutto le relazioni. E nemmeno Rattazzi che anzi fra l'altro aveva dato la facoltà a Garibaldi di creare due battaglioni di volontari per "andare a combattere i briganti nel Sud".
27 GIUGNO - Ci fu poi grande sorpresa quando all'improvviso Garibaldi il 27 giugno sbarcò a Palermo, come "privato cittadino", ma manifestando subito le sue intenzioni nella famosa invettiva "Popolo del Vespro, bisogna che Napoleone sgombri Roma; se è necessario, si faccia un nuovo Vespro". Poi da Marsala il 20 luglio, innalzò il grido famoso "Roma o morte!". Una parola d'ordine per la liberazione di Roma. Altro che combattere i briganti, Garibaldi iniziò nelle dimostrazioni popolari a raccogliere volontari e a inquadrarli. Allarmando non solo i sabaudi ma anche mezza Europa.
Il Re intervenne per scongiurare a desistere da un'impresa condannata all'insuccesso, di evitare una guerra civile, e che sicuramente il Governo -gli scrisse- se saliva a Roma lo avrebbe fermato con tutti i mezzi anche con la forza. Quando gli recarono il messaggio, che era ambiguo, Garibaldi pensò che allora il Re approvava, chi non approvava era solo il suo "corrotto governo".
Inutilmente si mosse (ambiguamente) anche Rattazzi, ma l'opinione diffusa era che la spedizione fosse segretamente voluta dal governo e dalla corte di Torino. Garibaldi -quando arringava la folla- dava questa impressione, quando terminava i suoi incitamenti a marciare su Roma con la frase "...ovviamente sulla base di un accordo con Vittorio Emanuele". Una sfumatura che irritava il Re perchè dava l'impressione agli altri di essere d'accordo "...quello lì ci darà molti fastidi; già due tre volte mi ha ingannato con le false promesse di non muoversi...". Ma non è che lui era innocente e nemmeno era meno ambiguo di Garibaldi.
Infatti Napoleone III non si fidò; temendo che il Generale potesse arrivare veramente a Roma, nei primi mesi di agosto fece partire alcuni reggimenti per Civitavecchia mentre una flotta salpò da Tolone per Napoli. (un po' troppo per affrontare 1300 volontari garibaldini, quindi il dubbio di qualche connivenza c'era)
Movimenti quelli francesi che inquietarono il Re, che si precipitò a scrivere all'imperatore per stabilire d'urgenza degli accordi per Roma. Ma Napoleone III rifiutò. A questo punto al re per essere ancora credibile non restava che usare le maniere forti se Garibaldi avesse avuto le intenzioni di marciare su Roma (come a Napoli nel '60)
20 AGOSTO - Muovendosi in anticipo il re fa decretare lo stato d'assedio nelle province napoletane per bloccare l'eventuale spedizione di Garibaldi, che infatti si muove da Catania il 25 e sbarca in Calabria accampandosi sull'Aspromonte.
29 AGOSTO - Garibaldi dall'Aspromonte con 1300 volontari si muove, scontrandosi subito dopo con le truppe regolari guidate dal colonnello Pallavicini, che fa prima un tentativo di bloccare la marcia poi con le armi fa aprire il fuoco colpendo sette volontari e ferendo lo stesso Garibaldi a un piede. Il Generale assieme ad altri suoi uomini (che hanno colpito cinque bersaglieri) sono sopraffatti, arrestati e condotti in carcere.
Mentre alcuni soldati che avevano disertato e si erano uniti a Garibaldi sono fucilati sul posto come traditori.
La notizia si sparse in un baleno; s'improvvisarono manifestazioni in tutta Italia di sdegno per l'esercito piemontese e di solidarietà a favore di Garibaldi. Avvennero anche numerosi incidenti. 1909 persone furono arrestate. Ma sia l'azione che la cattura di Garibaldi -e non solo in Italia- furono oggetto di commenti diversi dalle diverse parti politiche. I monarchici si compiacevano per "l'energia dei Savoia", ma anche l'Europa non rimase indifferente, nel sapere di aver a che fare con un governo serio, che stava ai patti e agiva nella legalità.
Rattazzi cerca di sfruttare il momento per forzare i tempi per una soluzione diplomatica sulla questione romana. Anche se il problema del carcere e poi del regolare processo a Garibaldi rischia di travolgerlo (si diceva a Torino che Rattazzi prima aveva spinto avanti Garibaldi all'azione e poi di averlo abbandonato). Ma anche liberarlo sotto la pressione popolare, senza processo (e lo volevano i militari che avevano fatto il loro dovere e avevano avuto pure loro i caduti) si rischiava di compromettere il Re, che doveva dimostrare che lui con quell'azione rivoluzionaria non c'entrava proprio per nulla. Peggio ancora liberarlo con una amnistia dello stesso Re, si toglieva valore all'atto di energia che il governo -a ragione, legalmente- aveva compiuto nei confronti di un esercito rivoluzionario.
Un primo salvataggio gli venne dallo stesso Napoleone III, che nel riesaminare il problema di Roma, intervenne anche sulla scabrosa questione di Garibaldi; lui lo voleva libero senza processo, anche se insisteva di condurlo alla ragione, perché prima o dopo l' occupazione francese di Roma sarebbe cessata, dopo aver regolato la posizione del Papa con le potenze europee.
Ma non mancarono -sotto l'emotività del ferimento e dell'arresto di Garibaldi - anche minacce di complotti verso Napoleone, Vittorio Emanuele e Rattazzi.
Oltre il complotto, una certa stampa, perfino a Torino, parlò di legami del Re e di Garibaldi, e chiedeva -per il "pastrocchio" che si era venuto a creare- l'abdicazione del Re. E altrettante dimissioni di Rattazzi, che aveva -dissero i fedeli di Ricasoli e C.- compromesso le ottime relazioni con la Francia, che ora indubbiamente era evasiva; l'Imperatore mica voleva compromettersi con le altre Potenze. Queste avrebbero potuto pensare che lui agiva sotto ricatto, o del re o del (suo compare) ribelle.
I Toscani alla fine proposero di non parlare nemmeno più di Roma capitale. Qualcuno chiese anche di sciogliere le Camere e rifare le elezioni; ma sotto questa cappa di sdegno e di emotività dell'opinione pubblica per i gravi fatti, si sapeva quanto era pericoloso concedere nuove elezioni. La monarchia avrebbe rischiato grosso.
Si fece alla fine (l'8 dicembre) solo un rimpasto nel governo, con un ministero nettamente antipiemontese, superando le ripugnanze del Re. Ma di fronte a questi intoppi e a queste inerzie, il partito d'azione pareva risollevarsi, riprendere coraggio. Il Re non si lasciò scappare l'occasione nello scrivere a Napoleone che certi partiti erano più che mai irrequieti, e che anche lui avrebbe sofferto se le cose si fossero messe male. Per il Re già si erano messe male per il suo progetto in Grecia dopo aver a lungo brigato -sostenendo i ribelli- per mettere sul trono vacante il figlio Amedeo.
Ma non tutto era perduto.
27 SETTEMBRE - A Vittorio Emanuele andò meglio con il Re del Portogallo Luigi I. Oltre che a mirare alla grandezza della dinastia sabauda nel Mediterraneo, riuscì anche a venir fuori dalla critica situazione creatagli da Garibaldi: con un matrimonio.
Per procura si affrettò a dare in matrimonio a Luigi I, la figlia, la principessa Maria Pia di Savoia.
E come era nella tradizione in casi come questi, potè concedere un'amnistia ai carcerati. Così tutti i coinvolti nei fatti di Aspromonte tornarono in libertà, compreso Garibaldi. Nessuno avrebbe potuto accusarlo di indulgenza a senso unico. Era pura consuetudine.
"Monarchia e rivoluzione associate"
Poi i pensieri del Re furono rivolti a Mazzini; nonostante i precedenti e la condanna a morte in contumacia, le idee mazziniane non è che gli dispiacevano, anche perchè Mazzini a differenza di Garibaldi non era prigioniero del programma romano. Il re si fece coraggio. Gli rivolse un invito ad abbandonare l'ideale repubblicano (pur essendo questa idea la vita spirituale del Mazzini) e a collaborare con la monarchia per cercare di raggiungere l'unità d'Italia; che era poi la stessa linea d'azione di entrambi, anche se continuava Mazzini a credere che la liberazione del Veneto dovesse precedere quella di Roma. Insurrezione che Mazzini intendeva preparare nel Veneto al principio del 1863.
Pregiudiziale a parte, il Re volle entrare in relazione col Mazzini. Che non si fece pregare, ma pretese dal Re di:
"non prendere iniziative sul Veneto, ma di permettergli di agire, tenendosi pronto poi ad intervenire nella fase decisiva del movimento, con le forze dello Stato". Egli assicurava che avrebbe taciuto sulla pregiudiziale repubblicana e che il suo grido sarebbe stato uno solo Viva l'unità d'Italia. Tuttavia sapeva bene che gli italiani avrebbero gridato anche Viva Vittorio Emanuele.
Il Mazzini dunque anche senza legarsi accettava di marciare d'accordo col Re per risolvere il problema del Veneto: "monarchia e rivoluzione associate".
Le trattative continuarono anche quando il Mazzini, rinviato ogni progetto all'anno seguente, ritornò a Londra.
Poi in una lettera del novembre del 1863 egli ripeteva di voler conservare la sua libertà d'azione, senza danneggiare l'unione delle forze nazionali. Perciò non pensava ad innalzare la bandiera repubblicana e si sarebbe limitato a gridare: guerra all'Austria! Forse più tardi, avrebbe pensato di sollevare la questione politica. Ma chiedeva che lo si lasciasse fare, che gli si lasciasse preparare l'occasione favorevole.
Certo che per Mazzini accettare un Re provvisorio non era facile, dopo aver per anni rimproverato ai suoi seguaci una simile idea. E altrettanto non era facile per il Re far prendere l'iniziativa al Mazzini.
29 NOVEMBRE - A pagare (tutto il "pasticcio" creato da Garibaldi) fu alla fine solo il Rattazzi; le proteste dei suoi nemici (Ricasoli e C.) per i fatti sull'Aspromonte erano continuate, e il mal garbo con i Re era cresciuto fino al punto che dovette dare le dimissioni. Che il re dovette accettare, ma di malavoglia, perché non voleva certo darla vinta agli avversari del Ricasoli (che erano poi anche i suoi); anche a costo di non mettere nessun piemontese dentro il ministero.
Per formarlo ricorse al Farini (pur malato, di squilibrio mentale) che varò un governo nettamente antipiemontese. Ma il 24 marzo successivo dando evidenti segni di pazzia dovette dimettersi (morirà poi a settembre); Minghetti che era alle Finanze, prenderà il suo posto.
DICEMBRE - La Camera sollecitata dalla sinistra in varie sedute volle affrontare il fenomeno del brigantaggio in Meridione. Cercando di capire le cause politiche e sociali. Esaminando eventuali errori commessi, e se la dura repressione dell'esercito piemontese era giustificata, visto che si parlava di abusi e di massacri commessi dai militari. Ma la volontà di appianare i contrasti non c'era, quindi il problema anche se destava gravi preoccupazioni alla fine non fu risolto. Fu nominata una commissione d'inchiesta, che alla fine nella sua relazione del prossimo maggio, evidenziò solo le ragioni economiche (la miseria, e la malavita), ma non parlò mai di responsabilità governative. Le colpe le diede solo agli agenti borbonici, ai clericali della Santa Sede, e ai "briganti" che a quelli si erano uniti.
Concluse così chiedendo delle leggi speciali (Legge Pica) di carattere fortemente repressive. Uno stato d'assedio. 100.000 soldati da inviare nel su. Tribunali militari. Fucilazione dei "ribelli". Insomma la soluzione più sbrigativa.
L'anno si chiude con questa inquietante prospettiva: trasformare il sud, città e paesi, in un campo di battaglia di una guerra civile. Italiani contro Italiani ( per "unirli" ).
Una Italia unificata dall'iniziativa politica della borghesia settentrionale che apparirà ben presto, al di sotto della mistica dell'Unità. Apparirà invece con il duplice volto delle "due Italie", e alcuni cominceranno a parlare di conquista operata dall'una ai danni dell'altra.
Non un luogo patria di tutti gli italiani, ma uno stato che consacrava il privilegio politico e sociale di una minoranza e nel quale presto si profilò il problema gravissimo derivante dalla estraneità alla vita politica delle masse contadine del sud, per gran parte ancora soggette all'influsso clericale, alle baronie, ai latifondisti.Bibliografia:
Francesco Cognasco -Vittorio Emanuele II - Utet, 1942
------------------------------LA SCHIAVITU' IN AMERICA
STORIA MONDIALE - La fine della schiavitù in America conferisce alla guerra civile dei nordisti un aureola di crociata civile, morale e umana. Ma non fu esattamente così. Infatti Lincoln nel "Confiscation act" promulga la legge ma intende liberi solo gli schiavi degli Stati ribelli sudisti. Fu un vero atto di strategia militare, in modo da permettere che i sudisti avessero contro gli stessi schiavi.
Infatti, nel Proclama di liberazione vi erano esclusi gli schiavi di quegli Stati nordisti rimasti leali all'Unione, quindi nel Nord nessun schiavo fu effettivamente liberato. Ma neppure nel Sud, dato che il governo federale non aveva di sicuro nessun potere di fare rispettare i termini del proclama negli Stati secessionisti. Qualche ribellione di gruppi di schiavi neri nel Sud ci furono, ma non in modo eccessivo e si stroncarono sul nascere. Malgrado questa ambiguità, il proclama ebbe comunque in certi ambienti un grande impatto umanitario-politico, e solo dopo gli si diede l'aureola di nobile gesto.
Ma non tutti erano d'accordo su questa integrazione razziale, piuttosto ambigua (i diritti civili non furono per nulla equiparati).
Era chiaramente solo un ordine teso a dare il colpo di grazia al Sud, la cui economia risentì non poco delle fughe degli schiavi, sicuri di andare verso la libertà rifugiandosi negli stati unionisti. Si creò così una curiosa situazione: dal 1° gennaio del 1863 fino alla fine del 1865, quando, già morto Lincoln, la schiavitù fu abolita in tutta l'Unione, era lecito avere schiavi nei quattro stati schiavisti del Nord ed illecito averli negli Stati del Sud. Senza voler nulla togliere al merito del Presidente Lincoln, che diede comunque il colpo di piccone al vacillante ed immorale istituto della schiavitù, vorremmo chiudere queste brevi note sui principi morali che guidano le azioni in politica proprio con una frase contenuta in un'intervista rilasciata da Lincoln stesso nell'agosto del 1862 al New York Times: "Il mio obbiettivo essenziale in questa battaglia è salvare l'Unione... Se potessi salvare l'Unione senza liberare un solo schiavo, lo farei e se potessi salvare l'Unione liberando tutti gli schiavi, lo farei ugualmente".
Fu insomma onesto ad ammetterlo.
Nasce così nel Tennessee, uno dei gruppi più intransigenti per impedire con metodi terroristici questa integrazione razziale tra bianchi e neri: il KU-KLUX-KLAN.SCHIAVITU' IN AMERICA vedi 1854
*** Il bigliettaio DRAKE é diventato subito miliardario. Drake, questo il nome, dell'uomo a cui si era rivolto quel contadino (vedi 1859) lamentandosi che il suo sale che scavava in una piccola miniera di salgemma era sempre sporco di fango oleoso, nero e puzzolente, che sorgeva dal terreno pietroso (!).
Infatti Drake, dopo un sopralluogo ebbe una folgorante intuizione, di comprare la piccola fatiscente miniera, quindi l'intera proprietà con il terreno
Il 27-8-'59 inizia gli scavi, e dal terreno pietroso esce fuori un rivolo di liquido nero oleoso, che brucia nelle lampade meglio dell'olio; é il petr-olio. Non deve far altro ora che metterlo dentro dei barili e venderlo. Dopo 2 anni realizza il suo primo miliardo, ma é solo l'inizio di una grande avventura che modificherà presto il mondo dei trasporti quando raffinando questo combustibile si otterrà il gasolio e infine la benzina. Il combustibile che trasformerà la civiltà.
Il leggendario nome "Drake" diventa sinonimo di potere, il nomigliolo "drake" sinonimo di uomo dalle grande intuizione manageriale, ma anche onesto e cavalleresco. Infatti l'ex bigliettaio, al vecchio proprietario che gli aveva venduto il terreno, lo nominò socio e anche lui in poco tempo divenne miliardario.