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CRONOLOGIA

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E PAESI

vedi stesso periodo "RIASSUNTI STORIA D'ITALIA"

ANNO 1866
LA BATTAGLIA DI LISSA  - L'ARMISTIZIO DI CORMONS -

LA GRANDE TRUFFA - L'EMIGRAZIONE VENETA

LE EPIDEMIE DI COLERA

LA CONVENZIONE - LA PACE DI VIENNA 
  VOTA SI  ( IL PLEBISCITO "BURLETTA" )
I Personaggi politici di questo periodo

*** III GUERRA D'INDIPENDENZA
*** LA BATTAGLIA DI CUSTOZA
*** LA BATTAGLIA DI LISSA
*** L'ARMISTIZIO DI CORMONS
*** VITTORIO EMANUELE A VENEZIA
*** IL VENETO "SOTTO" SAVOIA
*** VENETO "I LIBERATORI"
*** GERMANIA - VERSO L'UNITA'


La lapide "ricordo" nel Palazzo del Doge a Venezia
(quel "sotto" è tutto un programma! I Veneti non l'hanno ancora "digerito" )

*** SOGNI DI CONQUISTE
*** LA SCONFITTA A CUSTOZA
*** L' "OBBEDISCO" DI GARIBALDI A BEZZECCA
*** IL VENETO BEFFATO - UNA CONSEGNA UMILIANTE
*** I DEBITI DEL VENETO-AUSTRIACO  AL RESTO D'ITALIA
*** LA BATTAGLIA DI LISSA DEI VENEZIANI - IL 20 LUGLIO

***  In ITALIA, dopo che si erano spenti gli ultimi focolai nel scorso dicembre, riesplode la grave pestilenza di Colera, in particolare a Napoli, Genova e Torino. Nell'agosto del prossimo anno raggiungerà la Lombardia mietendo numerose vittime a Milano. Ma la più colpita sarà la città di Bergamo con 3817 morti.

MARZO -  I rapporti Austria  e Prussia si fanno sempre più tesi. La previsione di una guerra tra le due potenze spingono Otto von BISMARCK a ratificare l'alleanza con l'Italia. In caso di vittoria congiunta sugli Austriaci, l'Italia riceverebbe come compenso il Veneto. Che sarà poi quello che infatti cederà l'Austria il 5 Maggio all'Italia, tramite Napoleone III. 

L'8 APRILE,  l'Italia firma il trattato di alleanza con la Prussia. Con il patto l''Italia sarebbe entrata in guerra a fianco della Prussia e -si contemplava- nessuna delle due potenze avrebbe firmato la pace o l'armistizio con l'Austria senza il consenso dell'altra.
Il 23 APRILE  l'Austria inizia un concentramento di forze alla frontiera italiana come risposta ai preoccupanti armamenti in corso nel Regno. Nell'esercito, come pure nelle file garibaldine.

Il 5 MAGGIO, l'Austria tramite Napoleone III, tenta una mediazione e offre al Piemonte il Veneto in cambio della rottura del trattato con la Prussia. L'Italia rifiuta (vuole anche il Trentino e il Goriziano) ma si dichiara pronta ad accettare un congresso europeo, proposto da Inghilterra, Francia e Russia per la soluzione delle vertenze italo-austro-prussiane.
12 MAGGIO - Vienna rifiuta di partecipare e si rompono le relazioni diplomatiche quando l'Austria pone come condizione che nessuno dei partecipanti al congresso ottenga ingrandimenti territoriali. 
Nello stesso giorno l'Austria  firma un trattato con la Francia che si impegna alla neutralità ottenendo come compenso il Veneto che gli austriaci avrebbero ceduto all'Italia tramite la Francia, in cambio del riconoscimento della sovranità del pontefice e a impegnarsi a far sì che l'Italia non si battesse con troppo vigore.
Inutile dire che questo trattato rese sospettosa la Prussia.
Ma anche in Italia Vittorio Emanuele e il suo governo avrebbero dovuto insospettirsi.

Ma i guai più grossi per il Re incominciarono quando si trattò di organizzare il Comando Supremo della imminente guerra contro l'Austria. Nell'esercito c'erano tre illustri generali, fieri di glorie militari; La Marmora eroe in Crimea, Cialdini eroe a Pastrengo, Della Rocca Capo di Stato maggiore del Re dal 1859. Tre generali nati in epoca rivoluzionaria di scarsa disciplina, tre generali fatti per comandare più che per ubbidire.
Inoltre da anni si parlava di fare una guerra all'Austria, ma nessuno di questi tre generali si era mai incontrato per studiare insieme, esaminare, proporre un piano di guerra corrispondenti alle varie possibilità.

Che il Re assumesse il Comando Supremo nessuno lo metteva in dubbio, aveva questo diritto ed era anche un dovere (da Novara in poi).
Il problema sorse quando il Re volle dividere l'esercito in tre masse, due armate per l'attacco (di linea), affidate a Cialdini e a La Marmora, e una di riserva affidata al Della Rocca. 
L'esercito italiano disponeva di 280.000 uomini, 36.000 cavalli e 456 pezzi d'artiglieria. Vittorio Emanuele era un buon guerriero, pieno d'ardire, intuito fine, buon senso, ma non aveva le conoscenze tecniche necessarie a dirigere tale massa di uomini. E lo si era già visto già nel 1859 a San Martino.
Questo il Re lo sapeva, quindi gli era necessario avere al suo fianco un tecnico, con l'ufficio di Capo di Stato maggiore.
Il Re avrebbe tenuto il Comando con l'assistenza del Petitti, nominato Capo di Stato maggiore, ed esecutore degli ordini che sarebbero stati presi d'accordo con i tre generali Comandanti d'armata. Non era una buoba soluzione. Stava creando il "quarto incomodo".

La Marmora era duro e angoloso e con il Re non era mai andato d'accordo; il Cialdini invece era orgoglioso e impetuoso come un garibaldino. Ad entrambi l'idea di un Petitti che dava ordini non piaceva e lo dissero chiaro e tondo. Ma nemmeno i due volevano (questo se lo confidarono loro due) prendere il posto del Petitti - a fianco del Re - sapendo le velleità del sovrano di voler alla fine comandare solo lui. Il Re alla fine rinunciò a Petitti, convinse La Marmora ad affiancarlo (come Capo di Stato Maggiore), e al comando delle due armate di linea mise il Cialdini e Della Rocca.

Il peggio venne dopo. Quando La Marmora con il Re e l'intero Stato Maggiore discussero il piano di guerra; alla fine approvato, invece di sottoporlo a Cialdini per metterlo in esecuzione, La Marmora che avrebbe dovuto solo passarglielo, si mise invece a discutere il piano con il Cialdini .
La Marmora progettava di attaccare sul Mincio dopo una diversione del corpo delle truppe sul Po del Cialdini, mentre il Cialdini voleva lui attaccare dal Po il 26 giugno dopo la diversione sul Mincio che il La Marmora avrebbe dovuto fare due giorni prima, il 24.
Cioè l'opposto. In sostanza non sapevano cosa fare di preciso. Attaccare le fortezze del Quadrilatero? Ma nemmeno per sogno. Erano convinti che davanti al duplice attacco gli austriaci la fortezza l'avrebbero abbandonata da soli arretrando su Vicenza, Padova, e lì sarebbe piombato Cialdini dopo aver passato il Po. 
E non è che si misero a valutare quale progetto fosse il migliore. Sappiamo come andarono a finire le cose. Cioè male! La Marmora si fece plagiare dalle idee di Cialdini e andò poi -come vedremo più avanti- con il Re sul Mincio a fare una inutile diversione, poi fece un attacco, finito in una disfatta, seguita da una ritirata sull'Oglio, mentre Cialdini non solo non attraversò il Po ma preso dal panico si mise ad arretrare anche lui su Modena.
Quando dovettero giustificarsi ognuno disse che "si erano messi d'accordo che i due comandi agissero autonomi, salvo aiutarsi in dipendenza dei successi ottenuti". Progetto strano; semmai l'aiuto doveva venire a uno dei due in dipendenza degli insuccessi ottenuti. Chi vince una battaglia non ha certo bisogno di aiuti!
Altro progetto strano  "in pieno accordo" quello di non attaccare o assediare le fortezze del Quadrilatero. Fu un grosso regalo al nemico.
Poi stranissimo (e qui vediamo una vera e propria assurdità) è che l'azione principale veniva affidata  a otto divisioni, mentre quella di diversione (di minaccia) a 15 divisioni. E se queste ultime venivano attaccate per prima come avrebbero fatto le altre a portare aiuto?

Ed è quello che poi fece l'arciduca Alberto d'Asburgo, che addirittura - disponendo di un buon servizio d'informazioni- fin dal 14 giugno (6 giorni prima dell'attacco) concentrò 95.000 fanti e 15.000 cavalli fra Lonigo e Montagnana, e decise di attaccare prima la più forte (le 15 divisioni) per poi volgersi contro la più debole armata (le 8 divisioni).

MA TORNIAMO ALL'INIZIO DELLA GUERRA

16 GIUGNO - La Prussia dichiara guerra all'Austria e passa la frontiera.
In contemporanea dovrebbero muoversi anche gli italiani, almeno così era stato concordato in un sommario piano strategico.
17 GIUGNO - La Marmora lascia Firenze dopo che si è incontrato con Cialdini, per portarsi sul Mincio a compiere il primo attacco diversivo.
18 GIUGNO - Lo Stato Maggiore che ha già preparato la dichiarazione di guerra e la sta consegnando all'Austria, viene fermato dal Re. La vuole ritardare di due giorni. I Prussiani non capiscono perché.
20 GIUGNO - Viene ufficialmente presentata a Verona la dichiarazione di guerra all'Austria. Il Re si porta a Cremona per assumere il comando delle operazioni, fa poi il proclama ai soldati, ed approva il piano di guerra che gli presenta La Marmora (che è poi quello di Cialdini).

Il Re trova anche una nota prussiana di Usedom (piuttosto allarmato per il grave ritardo dell'entrata in guerra dell'Italia) che prescrivere quali prime operazioni dovesse fare l'esercito italiano. E fra le altre cose indica l'attacco al Quadrilatero, anche se non dice come; a Berlino pensano, sapranno bene come farlo i generali italiani, la zona la conoscono meglio di noi.
Qui forse aveva ragione l'Oldofredi scrivendo al Castelli ancora il 6 giugno "Il La Maromora ed il Re sono ubriachi di sicurezza, di entusiasmo e di testardaggine, qualcuno cerca di far comprendere che non si gioca il Paese ai dadi: ma essi rispondono come se il consiglio venisse loro da cretini".
Ed infatti letta la nota di Usedom a chi gliela presentò il Re rispose "Non stia a rispondere. Delle operazioni militari rispondo io. Non ho bisogno che i diplomatici tedeschi mi insegnino a fare la guerra".

Il 21 GIUGNO - Vengono organizzati i reparti di La Marmora verso il Mincio per la diversione, mentre il Cialdini avanza disseminando i suoi reparti, circondando Mantova e Peschiera con forze superiori alla reale importanza delle due piazzeforti (quasi prive di difese consistenti).
 
22 GIUGNO - Da Canneto il Re telegrafa al Ricasoli (che ha preso a Firenze il posto di La Marmora al Governo come Primo Ministro) "Domani passo il Mincio con dieci divisioni".
Ma già la sera prima ha avuto dei dubbi. Alcune vaghe informazioni dicevano che gli Austriaci  erano oltre l'Adige (infatti erano a Lonigo) e che quindi se fra il Mincio e l'Adige non c'era nessuno, la diversione sul Mincio non serviva a nulla, ma semmai  bisognava avanzare. Cioè prendere l'iniziativa dell'offensiva (cioè quello che avrebbe dovuto fare il Cialdini due giorni dopo partendo dal Po a diversione avvenuta).
Il Petitti telegrafa che -secondo lui- il nemico è in ritirata. Il Re telegrafa a Cialdini che poche truppe austriache occupano Valeggio sul Mincio, Villafranca e Roverbella. E il Cialdini a sua volta telegrafa che dopo la loro diversione sul Mincio lui intende attraversare il Po la notte del 25. Ma nessuno gli dice che la diversione non è più tale ma - nonostante l'inferiorità numerica - è già in atto un attacco, cioè un inseguimento del nemico in ritirata. Né tanto meno gli si dice in quale direzione. Anche perchè né il Re né La Marmora ignorano dove il grosso del nemico si trova.
Il servizio informazioni italiano è così male organizzato che in breve tempo non solo non sa dove si trova il nemico, ma non riesce nemmeno a comunicare con i suoi capi d'armata, non li trova dove dovrebbero essere. E loro non sanno dove è il Re.

Mentre l'Arciduca Alberto non solo ha compreso il piano dell'attacco sul Po e della diversione sul Mincio, ma ha già deciso di attaccare prima. E ha anche deciso di andare a cercare il nemico o tra Mincio ed Adige, o se necessario, sulla destra del Mincio. E per ingannare il Comando italiano architetta un bel piano.

23 GIUGNO - La Marmora sollecitato da Re (pieno di dubbi) a fare una manovra offensiva invece della diversione, si muove. La Marmora avanzando, rilevò una cosa molto strana; che i ponti gli austriaci ritirandosi non li avevano rotti, quindi pensò che gli Austriaci da quella parte si sarebbero fatti nuovamente vivi con una controffensiva. Mentre sappiamo che i ponti gli Austriaci  li lasciarono intatti proprio per farli cadere in inganno, mentre in tutta segretezza stavano occupando il retro delle colline del Garda da Castelnuovo a Custoza; il 23 già erano a sud-ovest di Sona, a Santa Giustina e Santa Lucia; cioè su quelle colline che il La Marmora additava come meta ai suoi reparti per il giorno dopo, il 24. Cioè gli Austriaci li stavano attendendo su posizioni prestabilite in attesa di fare la sorpresa, su un fronte perpendicolare al Mincio, mentre il La Marmora era più che mai convinto che nessuno combattimento poteva avvenire - in mezzo - prima di arrivare sulle colline.

I Generali, il Re, i vari comandanti iniziano a commettere tante ingenuità; perchè non conoscono le posizioni del nemico. Varie divisioni italiane vennero di sorpresa a contatto con forze nemiche già schierate sulle colline ai lati, cosicchè ci furono una serie di operazioni slegate, senza che i comandi sapessero quello che avveniva alla loro destra e sinistra.
Il Re attraversò il Mincio al ponte di barche di Pozzolo, poi per Valeggio prese la via di Villafranca. Udì i cannoni da quella parte, pensò che fossero le sue batterie, mandò a prendere informazioni; ma non le ebbe. Salì sulla collina di Monte Torre, ma appena comparve sul cucuzzolo incominciarono  a piovere granate austriache, così capì subito di chi erano. E sotto le granate comparve pure il Comando Supremo con La Marmora non infuriato ma ancora pieno di speranze, anche se non aveva idea di cosa fare; il Re era inquieto per l'attacco alle posizioni di Custoza,  invece ora scopriva che il La Marmora era in giro per il campo, e questo voleva dire che nessuno poteva comunicare con lui. Fra lui e il re sorse un battibecco. Alla fine si decise di andare a raccogliere gli sbandati che scendevano da Monte Torre e Monte Croce. Ma non è che La Marmora si era reso conto ancora della situazione.
Anche il Re sul ponte Tione andò a dare man forte per riunire gli sbandati della divisione Brignone. Oltre che il triste spettacolo, nessun soldato ubbidiva perchè nessuno lo conosceva, né voleva prendeva ordini da lui in un momento così pericoloso; fin quando l'ufficiale di scorta lo convinse a ritirarsi dal pericolo, fra l'altro comunicandogli che suo figlio Amedeo era stato ferito. "Meglio ferito o morto piuttosto che prigioniero" commentò e prese la via per Valeggio, per incontrarsi nuovamente con il La Marmora, ma trovò una tale confusione  che proseguì per Cerlongo. Poco dopo a Valeggio arrivò La Marmora ma invece di andare al Quartier Generale di Cerlongo a incontrare il Re proseguì per Goito in mezzo al caos.
Fu a quel punto che il La Marmora finalmente resosi conto, impressionato dalla rovina, andava dicendo "che disfatta, che catastrofe, peggio del 1849!", "Le truppe non tengono!", quando invece -lo riconobbero gli stessi austriaci- gli italiani avevano combattuto bene, e che sarebbe bastato un contrattacco per essere da loro sconfitti. 
Dunque la situazione non era del tutto sfavorevole, bastava valutarla; ed occorreva solo dare ordini per attaccare a fondo i nemici ormai esausti e pronti a cedere. Furono invece lasciati in pace a riprendere le forze.

Ma sia il La Marmora che il Cialdini (quest'ultimo non si era ancora nemmeno mosso dal Po) avevano la convinzione che la situazione fosse molto grave ed agirono sotto tale influsso. Il primo voleva ritirarsi, e l'altro intimorito invece di attaccare non solo non si mosse, ma iniziò a ritirarsi pure lui verso Modena.
Solo allora il re maledisse i suoi errori: quello di aver fatto due eserciti, e che ora si trovava a non comandarne nemmeno uno. Anzi, a vederne nemmeno uno!

Il 24 GIUGNO l'esercito piemontese viene così sconfitto nella Battaglia di Custoza (VR) dal duca ALBERTO d'ASBURGO con un esercito composto da poco più di 70.000 uomini. I soldati di La Marmora, più che essere stati battuti in un vero e proprio scontro si sono fatti sorprendere dagli austriaci prima ancora di iniziare, non conoscendo la dislocazione, i vari punti strategici del nemico, né dove dirigersi. La Marmora perde sul campo 714 soldati; poi subito preso dal panico ordina la immediata ritirata che si tramuta in un disastro. Si ritira sbandandosi sul Mincio, e non predispone una difesa nella grande e ciclopica fortezza di Valeggio (oggi, ancora integra e visitabile)  sul lungo ponte che invece avrebbe dovuto bloccare con un valido presidio,  ma arretra fino alla linea del fiume Oglio. Lo stesso Cialdini invece di correre in aiuto a La Marmora sul Mincio e contrattaccare, arretra fino a Modena. Un disastro!

Narrare l'intera battaglia che si svolse a Custoza è piuttosto noiosa, per i molteplici movimenti, le numerose azioni, gli attacchi e i contrattacchi di entrambi i due eserciti.

Di solito si attribuisce la ritirata dell'esercito di La Marmora sul Mincio alla ritirata dell'esercito di Cialdini dal Po, ma questo non è vero: il La Marmora aveva già deciso ed aveva provvisto alla ritirata la sera del 24 giugno. E il Cialdini lo stesso 24 già si ritirava su Cremona "perchè pericoloso rimanere sul Po".
Ciascuno attribuì all'altro la responsabilità della triste iniziativa della ritirata, ma ciascuno fu invece responsabile della propria. 

25 GIUGNO - Il disastro era compiuto. Il Re si lagnò amaramente di tutti i generali, specialmente di La Marmora. Il Della Rocca nella sua autobiografia, afferma che il giorno 25 davanti al Re il La Marmora si assumeva le responsabilità dell'operato come Capo di Stato Maggiore ma nel farlo intendeva prima cacciare tutti i generali incapaci. Altrimenti avrebbe dato le dimissioni. Nasceva una polemica.

26 GIUGNO - Non ottenendo ciò che voleva, le dimissioni le diede il giorno dopo. Ma più tardi nella sua prima relazione del 1868, il La Marmora diede la colpa di quanto era successo tutto al Re "Ero stato nominato Capo di Stato maggiore, in tale carica io potevo proporre, suggerire, consigliare, invece mi si vietava di agire di proprio impulso, di emanare ordini chiari, precisi, assoluti, come è nella mia natura...e mi si costringeva sovente di tacere, cedere, transigere".
In realtà La Marmora agì sempre in piena libertà. E anche la ritirata fu decisa da lui, e non imposta dal Re, che addirittura ubbidì perfino lui ai suoi ordini, mentre il La Marmora non ubbidì a quelli del Re. Inoltre resta il telegramma inviato a Cialdini giustificando le sue dimissioni "...Perchè siamo troppi a comandare. Propongo che prendiate Voi il comando con ampia facoltà di far tutte le nomine che credete". Questo era il colmo! fa lui il capo e il sovrano!
Insomma La Marmora si azzardava pure a esautorare il Re. Ma il Re nel frattempo aveva telegrafato a Cialdini per un incontro e per fare il giorno 27 il punto sulla situazione. E Cialdini con molta disinvoltura (rivincita non trattenuta) si affrettò a svelare allo sbigottito La Marmora l'invito regio. Questo era il clima di collaborazione! 

Seguirono dopo la disfatta, tante polemiche e reciproci rimproveri; chi diceva che il La Marmora "ormai non godeva più la fiducia nell'esercito"  (il 28 Vincenzo Ricasoli, colonnello di Stato Maggiore, scrivendo al fratello Bettino a Firenze); e chi che "bisognava dare il comando a Cialdini per risollevare il morale delle truppe" (il generale Menabrea);  Ma Cialdini fece sapere che non accettava l'incarico finché il Re non abbandonava l'armata; e le stesse condizioni chiese poi il La Marmora quando il Re dopo aver prima accettato le dimissioni, poi respinte, gli ripropose di guidare l'esercito. Promettendogli però di "...lasciar fare e di astenersi da ogni atto che possa disturbare, purchè si salvino le convenienze verso di lui dirimpetto all'esercito ed alla nazione, perchè quando un re di Prussia ha il comando supremo dell'esercito, il Re d'Italia non può essere da meno".

29 GIUGNO - La sera del 29 giugno a Parma la crisi del comando fu risolta. Il La Marmora dopo aver accettato di prendere il Comando, conveniva con il Cialdini nell'idea di sferrare l'offensiva il 5 luglio partendo dall'Oglio, mentre il Cialdini contemporaneamente avrebbe dovuto attaccare Borgoforte. Ma il La Marmora nella notte tra il 2 e il 3, senza avvertire il Cialdini, tornò a fare il "La Marmora". Agendo da solo e senza informarlo fece fare una ricognizione in forze oltre l'Oglio (ma non sapremo mai cosa avesse in mente di fare il 5, giorno fissato per l'attacco)

3 LUGLIO - Fu il giorno dell'imprevisto. L'esercito prussiano a Koniggratz (Sodowa, in Boemia) decideva le sorti della guerra dopo aver battuto l'esercito austriaco. Vienna il giorno dopo chiedeva una mediazione di Napoleone III per far cessare le ostilità in Italia, anticipando che in cambio avrebbe ceduto il Veneto.
Per due giorni l'Italia rimase senza notizie.

5 LUGLIO - Invece di sferrare l'offensiva il giorno 5, tutti i generali furono chiamati al Quartier Generale del Re a Cicognolo. Era giunto infatti un telegramma da Parigi di Napoleone III che comunicava a Vittorio Emanuele avere Francesco Giuseppe ceduto a lui il Veneto, dichiarandosi disposto ad accettare la sua mediazione per il ristabilimento della pace".
L'Imperatore chiedeva al Re di "acconsentire ad un armistizio, potendo l'Italia raggiungere onorevolmente la meta delle sue aspirazioni con un arrangement con la Francia su cui sarebbe stato facile intendersi".
La notizia oltre che turbare il re e lo Stato Maggiore, questa offerta dell'Imperatore il Monitor l'aveva già resa pubblica. Ed era un bel pasticcio.
Inoltre l'Arciduca Alberto che stava preparandosi a fronteggiare il nuovo attacco tra il Mincio e l'Adige, aveva già ricevuto ordini per inviare a Vienna per ferrovia un corpo d'Armata; quindi il cessate il fuoco e lo sgombero del Veneto, iniziando da Verona era già in atto. Alle fortezze rimasero solo alcuni presidi austriaci.

A creare il pasticcio ancora più grosso ci si mise il Principe Napoleone  con un altro telegramma al Re (suo suocero) suggerendogli di scrivere all'Imperatore "...di ringraziarlo per la mediazione, ma nel contempo avvertirlo che non poteva far nulla senza l'intesa con il governo alleato di Berlino, e di continuare ad attaccare energicamente " E non aveva nemmeno tutti i torti (legali e morali) : l'8 aprile l'Italia aveva firmato il trattato di alleanza con la Prussia, dove si diceva che "nessuna delle due potenze avrebbe firmato la pace o l'armistizio senza il consenso dell'altra".
Nè questa volta l'orgoglio di La Marmora era fuori luogo quando telegrafò a Nigra che " ..ricevere il Veneto in regalo dalla Francia è umiliante per noi, tutti crederanno che noi abbiamo tradito la Prussia".  In effetti questo si stava facendo.

6 LUGLIO -  Il Re per quanto anche lui amareggiato, temeva che l'Imperatore inviasse dei presidi francesi nel Veneto, di conseguenza, cominciò a parlare di fare subito uno sbarco a Trieste. Occorreva una vittoria pronta e convincente e poiché questa vittoria non era in grado di darla l'Esercito, toccava alla Marina. Una vittoria navale, anziché terrestre poteva essere il "dignitoso" riscatto prima di firmare un armistizio di quel tenore.
Ma nel frattempo cercò di tracciare uno schema per la risposta a Napoleone, cercando le parole adatte per fargli capire la necessità di assicurargli la dignità di Re.
Ma gli arrivò da Napoleone un altro telegramma di sollecito al consenso dell'armistizio, aggiungendo che ci avrebbe pensato lui a fargli consegnare le fortezze austriache come pegno.
Vittorio Emanuele, d'accordo con Ricasoli, rispose  (solo telegraficamente) che "accettava la mediazione, l'armistizio di 10 giorni e la consegna delle fortezze" 
Ma contemporaneamente (seguendo i consigli del genero, il Principi Napoleone) scriveva  impaziente al La Marmora che si attaccasse e si avesse "...una buona battaglia per essere in condizioni ancora più favorevoli per la pace". 

E soprattutto insisteva che venisse fatta l'occupazione del Trentino, inviando una o due divisioni in rinforzo a Garibaldi. Perchè "...se l'armistizio ci capita prima di averlo occupato, corriamo il rischio di non averlo con la pace" (e non si sbagliava!).
Garibaldi con i suoi volontari era nelle Giudicarie. Aveva colto qualche successo a Monte Suello il 3 luglio nonostante le forti resistenze delle truppe guidate dal generale austriaco Kuhn. E stava ora dirigendosi su Bezzecca. 

Cialdini si era riportato sul Po e aveva già iniziato a bombardare Borgoforte, ma telegrafò al La Marmora che era impossibile colpire un nemico che si stava ritirando, e che "passare ora il Po avrebbe l'aria di una buffonata". Che era insomma poco onorevole.
Piuttosto scocciato e anche altero La Marmora gli rispose "Se non lo fate voi, entreremo noi nel Veneto dal Mincio, giacchè il peggio sarebbe ricevere Venezia senza avervi messo piede".

8 LUGLIO - L'ambasciatore francese a Firenze chiede al governo di sospendere le ostilità.
Mentre l'Imperatore annunciava l'arrivo in Italia del Principe con le proposte scritte. E addolciva il "boccone amaro" lasciando lo spiraglio che l'annessione del Veneto sarebbe avvenuta per mezzo di un plebiscito.
Nel frattempo La Marmora si stava preparando  ad attraversare il Mincio; e il Cialdini il Po con la direzione dell'avanzata Padova e Vicenza; mentre da Berlino (dagli alleati Prussiani) giungevano solleciti di continuare le operazioni, non dando ascolto a Parigi. E a questo punto anche il Ricasoli da Firenze, invece di telegrafare di sospendere le ostilità, sollecitò i generali di continuare le ostilità e di tagliare la ritirata agli austriaci.
Alla fine si convinse (o fu convinto) anche il Re a continuare la guerra ad oltranza, e il ...

9 LUGLIO ...faceva dire al governo Prussiano ch'egli rimaneva fedele al trattato d'alleanza, cioè che non avrebbe firmato. Ma Bismarck - abboccandosi con qualche diplomatico - non era affatto ostile all'idea di chiudere le ostilità, anche se non aveva fatto conoscere le sue intenzioni all'alleato (e se uno stava tradendo nelle intenzioni, il Prussiano non era di meno nei fatti).

11 LUGLIO - Il Re raggiunge Ferrara (nuovo centro delle operazioni). Fu così deciso di far avanzare Cialdini con 100.000 uomini verso l'Isonzo e La Marmora e il Re con 70.000 uomini come esercito arretrato e di osservazione.

14 LUGLIO - Sulla progettata "Battaglia Navale", il consiglio di Guerra italiano decide di ordinare all'ammiraglio Persano di muovere contro la flotta austriaca, per ottenere la tanto desiderata vittoria sul mare.

16-17 LUGLIO - Altra lettera di Napoleone III al Re per annunciargli per il 19 l'arrivo del Principe (suo genero) per concludere al più presto l'armistizio e la pace; e si augurava che non avrebbe "messo ostacoli",  che "l'avvenire dell'Italia non doveva essere compromesso dai malintesi con la Francia".
Il Re voleva ricevere il genero a Padova, mentre Cialdini non voleva avere i due fra i piedi, mentre era già impegnato nell'azione da Padova verso il Tagliamento; o il Re s'incontrava con il Principe a Bologna o lui avrebbe dato le dimissioni. Eppure il Re nello stesso giorno gli aveva scritto che era d'accordo a resistere al diktat della Francia "Cercherò di impedire nuove trattative armistizio che ci minacciano e terrò linguaggio fiero".

20 LUGLIO - Poi arrivarono le due brutte notizie.
La "BATTAGLIA DI LISSA" (ne diamo la cronaca a parte), e nello stesso giorno la Prussia concordava la sospensione d'armi con l'Austria con una convenzione. 
21 LUGLIO - Senza informare il governo italiano Austria e Prussia firmano un armistizio a Nikolsburg; ed iniziano i preliminari di pace. Non si parla ancora di nessuna concessione all'Italia, che pur essendo alleata della Prussia non è presente, non è stata invitata, viene informata a cose fatte.


Il Re a questo punto dovette cedere. Con già il Principe a Ferrara e il ministro francese a Firenze, fu deciso di incaricare il Consiglio di trattare con il comando austriaco la sospensione d'armi per il...

23 LUGLIO ...Questa ebbe decorso dal 25 LUGLIO, per otto giorni, e doveva servire per trattare l'armistizio, cioè dettare le condizioni. Il Consiglio riunitosi decise di chiedere all'Austria a) l'unione del Veneto col plebiscito; b) la cessione del Trentino senza compenso; c) la consegna di Venezia come pegno.
A infuriarsi con dei telegrammi al Re, il Cialdini, poi telegrammi risentiti del La Marmora allo stesso Cialdini contestandogli a lui il diritto di decidere "avendo lui il comando indipendente dal re"; poi a Firenze comunicò le sue dimissioni "Parto stanotte per Udine e lì attenderò il mio successore". Altrettanto furioso il Re, che respinse le sue dimissioni e gli impose di rimanere, ma l'altro ostinato le riconfermò. Poi si accorse che stava subordinando il dovere e rientrò nei ranghi. Ma forse perché era in grosse difficoltà anche lui.

Pochi giorni dopo, il 27, con la tregua in atto, e con l'esercito accampato a Udine Cialdini scriveva al Re che si era spinto dall'Adige all'Isonzo non con le regole della prudenza militare, ma solo per considerazioni politiche. Che il suo esercito era senza viveri, senza scarpe e con pochi uomini,  mentre fresche truppe austriache sull'Isonzo stavano invece ingrossando quelle già sul posto, che in quanto a rifornimenti erano quasi a casa loro, quindi non avevano problemi.

29 LUGLIO - A Ferrara si tiene il Consiglio su cosa fare se l'Austria non accetta le condizioni proposte dall'Italia.  Cialdini  propone di continuare la guerra a oltranza, forse facendo capire di aspettarsi un aiuto dalla Francia; ma il Ricasoli pur d'accordo con lui a continuare la guerra, un po' altero lo rimbrotta "ma non vogliamo in mezzo pantaloni rossi (i francesi ndr.), faremo da noi, da soli".
Questa volta il più saggio fu La Marmora: "...anche se chiamiamo alle armi altri 100.000 uomini  come vorrebbe Cialdini per essere più forte, vale la pena imbarcarci in una guerra da soli, e solo per avere in più il Trentino? Non si deve né si può". Ma non convinse i tre.
Il Re fu d'accordo con Cialdini e il Ricasoli: tenersi pronti alla battaglia con le sole truppe disponibili; anche perché non c'era il tempo materiale per richiamare nuove truppe.

1 AGOSTO - Vittorio Emanuele si reca a Padova con l'intenzione di recarsi sul fronte  a Udine dov'è accampato l'esercito. Cialdini (come al solito per non averlo fra i piedi) si affrettò a mandare a dire di restare dov'era. E il Ricasoli pure, lo consigliò di restarsene a Padova,  che era più utile se andava a fare visita a ospedali, a distribuire medaglie, a raccogliere per le strade e piazze gli applausi della popolazione liberata.

3 AGOSTO - Scaduto il termine, com'era prevedibile, l'Austria respinse le condizioni dell'Italia.
Nel frattempo erano discesi nuovi contingenti dalla Boemia a rinforzare l'esercito che doveva sostenere lo scontro sull'Isonzo, desiderosi  gli austriaci di vendicare la sconfitta di Sodowa (attribuita all'Italia per l'attacco sul Mincio).

8 AGOSTO - L'Arciduca Alberto, intima perentoriamente all'Italia, entro il giorno 11 alle ore 4  del mattino,  di sgombrare tutti i paesi del Tirolo e del Goriziano non appartenenti al Veneto. Insomma è un ultimatum, che arriva proprio mentre Cialdini  già in difficoltà prima dell'inizio, ha fatto sapere che è costretto dall'Isonzo a ritirarsi sul Tagliamento.

9 AGOSTO - Ritorna sulla scena La Marmora, che per fortuna  ha conservato il titolo di Capo di Stato Maggiore. E questa volta si va valere, andando contro l'opinione pubblica che voleva la guerra, contro il Cialdini, contro il Ricasoli; e rischiando di persona la sua popolarità si assume tutte le responsabilità; e il Re non si oppose visto che anche lui iniziò a inviare dispacci "imperiosi": ordinò a Garibaldi a Bezzecca di fermarsi e di abbandonare i territori occupati ("considerazioni politiche esigono imperiosamente la conclusione dell'armistizio"); ordinò ancora il La Marmora al Petitti che stava a Cormons di trattare le condizioni dell'Arciduca;  e di fronte alle opposizioni del Ricasoli e dei ministri di Firenze lui tirò diritto, e infine ordinò pure al Cialdini di cessare ogni ostilità, di abbandonare l'Isonzo, il Tagliamento e di ritirarsi sul Brenta.

Il re a quel punto gli disse "Caro La Marmora, adesso è troppo". Ma non intervenne a fermarlo, né poteva farlo; il Capo di Stato maggiore era La Marmora (questa volta per fortuna sua!)
Cialdini fu costernato, chiese chiarimenti, perchè non riusciva - lui nato e vissuto soldato - a capire i motivi politici. "Sono spaventato, tal passo è gravissimo, e non comprendo, la Francia ci ha forse abbandonati e si mette con l'Austria e ci minaccia? Deve esserci qualche grave ragione, che io ignoro"; e che lui - aggiunse - era "pronto a sfidare l'Arciduca sul Tagliamento".
Come non si sa, visto che ha sempre gli stessi poveri diavoli, e tre giorni prima aveva telegrafato al Re che "...c'erano i soldati senza scarpe, scalzi completamente, e in quanto ai viveri campiamo alla giornata, senza riserve, provviste, cucine e mancano molte cose...".
Lui era a 300 chilometri dai rifornimenti, gli austriaci invece erano a casa, e con le efficienti ferrovie per Vienna.

12 AGOSTO - Petitti a Cosmons firma l'armistizio
( VEDI L'ARMISTIZIO ) di quattro settimane, secondo gli ordini di La Marmora. 
Insomma alla fine fu lui - il La Marmora - ad avere salvato tutta la situazione, compromessa fin dal 24 giugno a Custoza. Se non altro salvava l'Italia dai più gravi pericoli. Se dal Mincio gli austriaci non avevano ottenuto una schiacciante vittoria perché avevano ritirato alcune divisioni per impegnarle sul fronte prussiano, ora a pace fatta con i Prussiani, avevano tutte le divisioni libere da riversare sul Veneto. Cialdini l'avrebbero travolto. E nelle condizioni in cui era, l'avrebbero ricacciato di nuovo fino al Mincio.

L'episodio di Bezzecca, con Garibaldi, non fu rilevante. E' solo entrato nella leggenda. Garibaldi anche se non riceveva il famoso dispaccio 1072 di La Marmora, il 9 AGOSTO, che lui  accolse con la famosa espressione "obbedisco" e continuava la sua azione, a Trento con la sua colonna guidata da Giacomo Medici, non ci sarebbe molto probabilmente mai arrivato. Gli austriaci si erano già disimpegnati con i Prussiani il 21 LUGLIO con l'armistizio e il successivo 26 LUGLIO avevano firmato la pace. 
Da notare inoltre che l' esercito di Garibaldi non era composto da truppe regolare, ma era costituito da volontari. Garibaldi  aveva sì proposto nel costituirlo di formare una "Guardia nazionale mobile", ma fu respinto il suo progetto dall'Alto Comando (ma anche dal Re e dal Governo) per il timore che avrebbe messo insieme una forza armata alternativa all'esercito regolare, senza le garanzie di un controllo politico e militare. Insomma -come al solito- si temevano i suoi colpi di testa;  e non senza motivo dopo aver creato i due precedenti "pasticci" a Napoli nel '60 e sull'Aspromonte nel '62. Anche se non erano finiti; infatti ne verranno poi altri tre: a Sinalunga il 24 settembre del prossimo anno; a Mentana il 3 novembre e a Figline in Toscana quando il "ribelle" finì nuovamente incarcerato per qualche mese nel forte di Varignano e poi imbarcato nuovamente per Caprera. Quando ritornò a combattere nel 1870 riprese (addirittura) le armi in difesa della Francia, mettendosi contro l'alleata dell'Italia di quest'anno: la Prussia. Garibaldi sulla sua lavagna delle operazioni, si alzava un mattino e scriveva sempre quello che voleva, ignorando trattati, la diplomazia, la politica.

Finiva così la III guerra d'indipendenza Italiana. Gli insuccessi militari e politici rivelarono tutte le debolezze del nuovo stato che, evidentemente non poteva ancora competere con le altre potenze europee.

24 AGOSTO - A Vienna viene firmata la
Convenzione tra la Francia e l'Austria per la cessione delle Venezie. Gli italiani ovviamente non sono presenti. 

29 AGOSTO - A St. Cloud,  Napoleone III, "vista, esaminata e approvata"  la Convenzione tra la Francia e l'Austria, la firma in calce.(vedi sul documento sopra)

3 OTTOBRE - sempre a Vienna viene firmata la
PACE tra ITALIA  e AUSTRIA con la famosa clausola umiliante già contenuta nell'accordo (fatto a insaputa dell'Italia il 21 luglio) tra Austria e Prussia, e la concessione del Veneto all'Italia attraverso la consegna a Napoleone III, fatta con la convenzione del 24 agosto.
 
Il 19 OTTOBRE - A Venezia il rappresentante austriaco generale Karl Moring consegna ufficialmente il Veneto al rappresentante di Napoleone III, generale Edmond Le Boeuf, il quale a sua volta lo cede formalmente ai rappresentante della città di Venezia (e questo prima di fare il plebiscito !!!).

21 OTTOBRE - Si svolge il plebiscito nel Veneto per sancire l'unione  al Regno d'Italia. 
Fu vera festa?
Vedi LA GRANDE TRUFFA 

Sulla libertà del voto e sulla segretezza dello stesso ci illumina la lettura di "Malo 1866" di Silvio Eupani.
"Le autorità comunali avevano preparato e distribuito dei biglietti con SI e col NO di colore diverso; inoltre, ogni elettore, presentandosi ai componenti del seggio, pronunciava il proprio nome e consegnava il biglietto al presidente che lo depositava nell'urna.  Le urne sono separate, una sopra un tavolo, l'altra sopra un altro. Sopra una sarà scritto ben chiaro SI, sopra l'altra il NO".
(ETTORE BEGGIATO, 1866, la Grande Truffa - Editoria Universitaria Venezia - 1999)

Il 27 OTTOBRE la Corte d'Appello proclama l'esito della consultazione:
I voti favorevoli sono attorno al 99,99 %. Ma bisogna fare questa considerazione; votarono  641.758 il SI  e  69 il NO su una popolazione di 2.603.009 abitanti.
E che chi andava a votare visto com'erano allestiti i seggi e col minaccioso manifesto non poteva votare diversamente.
 Circa 2 milioni di Veneti  non hanno partecipato al voto ritenendo la consultazione una truffa già programmata; ma subiscono questa votazione.
Ma anche tutti gli altri, quelli che hanno dato il consenso sono convinti  di aver votato per uno Stato Federalista (quello che aveva sempre invocato Manin, a Cavour e ai Savoia) e non uno Stato "SOTTO" la sudditanza sabauda (come recita la lapide ricordo)
Nazione Federalista, cioè fatta di regioni che avrebbero conservato la propria  autonomia, cultura,  tradizioni, ed alcune leggi che non potevano certo quelle venete conciliarsi con quelle piemontesi.

A votazione avvenuta il risveglio fu amaro per gli uni e per gli altri! - Ma anche per il resto d'Italia  la soluzione francese fu amara, perché l'Italia ha dovuto poi accollarsi il debito pubblico degli Austriaci e le varie spese sostenute per le infrastrutture realizzate.
( vedi gli articoli alla 
PACE DI VIENNA ).
 
E i rimborsi  non uscirono dalle finanze piemontesi (già in bolletta)  ma da altre tasse sul Veneto o non concedendo allo stesso aiuti  per incrementarne l'economia agricola e industriale, e nemmeno aiutando con commesse quella che già esisteva, veneto-austriaca (notevole - i grandi lanifici vicentini, i cotonifici, le seteria, e quelle navali) mandando in decadenza in pochi anni l'intera regione, e con essa anche gli antichi patrizi (lo sfacelo di molti palazzi di Venezia o le stesse Ville Venete, si è verificato proprio in questo oscuro periodo.)

Fermo anche l'indotto, e con la popolazione ridotta alla fame ....
"... nelle nostre campagne sono poveri tutti, i fittavoli, i proprietari di fazzoletti di terra, incredibilmente poveri i braccianti, i salariati, gli artigiani..." così scriveva D. Lampertico.

...inizieranno i grandi esodi migratori (3.630.000  abitanti veneti (in forza lavoro) emigreranno dal 1880 al 1925 - di cui 1.385.000 dall'Unità al 1900)
"Savoja Savoja / i nà portà 'na fame troja
Savoja Savoja /
intanto noaltri...andemo via... vaca troja.." 

Interi paesi emigrarono alla ricerca di una "Merica", soprattutto in America Latina, in particolare il Brasile meridionale (dove esistono oggi intere città di Veneti: la Nova Padua, Nova Vicenza, Nova Bassano ecc.).
Per coloro che rimasero fame, disperazione e perfino la tassa sulla miseria, la tassa sul macinato.

E continueranno  a emigrare fino alla fine degli anni 1950, con gli uomini veneti nelle miniere franco-belghe per dare carbone alle industrie piemontesi (
vedi la "NERA" legge - al punto 6) , o le donne  venete nelle risaie lombarde e vercellesi a spaccarsi la schiena dentro l'acqua per fare la stagione del trapianto oppure la monda, con una paga giornaliera che un piemontese in fabbrica prendeva in un paio di ore (alla conta dei primi anni '50, solo il 3% era piemontese, nella seconda metà l'1%)
Alla fine alle mondine venete, dopo che erano vissute quasi segregate dentro grandi capannoni, con in terra più di cento materassi di lola di riso come giaciglio per la notte, gli "regalavano" un sacchetto di riso (ovviamente quello dell'anno precedente, già con le camole, del tipo Orginario, cioè il più scadente, come qualità e come rottura).

Tutti i locali erano andati nelle fabbriche. A Biella nei 450 lanifici, cotonifici, maglifici,  per ogni 100 biellesi c'erano a disposizione 160 posti di lavoro. Posti in abbondanza, stipendio tutto l'anno, e lavoro meno massacrante. Ecco perchè i locali  letteralmente svuotarono le campagne.
"Ciao Baragia (le grandi risaie fra VC  Biella e NO) 'n duma a travajè a Biela".

I Veneti, soprattutto i Vicentini, dovranno attendere il "salvatore" Mariano Rumor, il potente democristiano che dalla fine degli anni Sessanta e quelli del Settanta cambierà la fisionomia di tutta la Regione. Il "Pio Mariano" dall'alto del suo "santuario elettorale" con la sua aria "curiale", farà i "miracoli" in serie, moltiplicando i pani, i pesci e le piccole e grandi aziende. 
I Veneti poi fatto partire il "volano" faranno il resto: il "miracolo" del Nord-Est. 

I cento anni "sabaudi" quasi rimossi. In occasione di una mostra sull'emigrazione organizzata a Padova dall'assessorato alle Politiche sociali della Provincia.
890 ragazzi tra i 16 e i 24 anni,  il 32 % degli intervistati, dell'emigrazione italiana non sa nulla.
Il 37 %  sanno qualcosa tramite la TV. Il 22 % ne hanno sentito parlare a casa da vecchi (e "barbosi") parenti. 
Fra quelli che ne sanno appena qualcosa  SOLO il 10 %  ne ha sentito parlare a SCUOLA; che forse ha l'obbligo di non far sapere la Storia negativa dell'Italia, che "i giovani hanno bisogno di esempi positivi e che il resto è niente" (così mi scrive una professoressa, rimproverandomi queste mie pagine).
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(PLEBISCITI - vedi manifesto originale VOTA SI VOTA NO )

E vedi la lapide "ricordo" a inizio pagina  collocata nel Palazzo del Doge a Venezia.  
"Il Veneto va "SOTTO" il governo monarchico".

7 NOVEMBRE - A elezioni concluse, Vittorio Emanuele II entra a Venezia.
Molti libri storici successivi scrissero " ...tutto si svolse con mirabile ordine e fra universali manifestazioni di gioia", "il Re entrò tra entusiastiche manifestazioni della folla".
Mentre leggiamo cosa scrisse L'Arena di Verona, giornale  da sempre nazional-tricolore, il 9 gennaio 1868, dopo appena 13 mesi "SOTTO" i Sabaudi: "Fra le mille ragioni per cui noi aborrivamo l'austriaco regime, ci infastidiva sommamente la complicazione e il profluvio delle leggi e dei regolamenti, l'eccessivo numero di impiegati e specialmente di guardie e gendarmi, di poliziotti e di spie. Chi di noi avrebbe mai atteso che il governo italiano avesse tre volte tanto di regolamenti, tre volte tanto di personale di pubblica sicurezza, di carabinieri, ecc....?"
I "Liberatori" "taliani" arrivarono al punto di proibire le tradizionali processioni religiose in quanto "assembramento pericoloso per l'ordine pubblico" (ripreso da La difesa del popolo, Settimanale della diocesi di Padova, 10-5-1981).

15 DICEMBRE - Vittorio Emanuele II inaugura la nuova sessione parlamentare, con l'annuncio agli italiani che "la Patria era libera da ogni dominazione straniera". Infatti pochi giorni prima (l'11 dicembre) il presidio francese aveva sgomberato Roma. E ormai  soltanto Roma mancava per completare l'unità italiana "...secondo il desiderio degli italiani, più presto assai che non lo si pensasse.." disse il Re pieno di speranza nel discorso della Corona.
Ma c'era la "Convenzione di Settembre" e malgrado lo sgombero dei francesi, molti a Parigi  dubitavano che gli italiani l'avrebbero rispettata, ma erano anche decisi a farla rispettare.

Non sbagliavano. All'inizio dell'anno prossimo Garibaldi inizia a tenere infiammati comizi in diverse città italiane sulla necessità di liberare Roma con una spedizione patriottica. Nascerà poi in luglio una giunta nazionale clandestina  con l'obiettivo di abbattere il governo papale. Garibaldi inutile dirlo, con la sua irruenza, e dopo aver organizzato un'altra spedizione di patrioti volontari, provocherà altri problemi al governo; dovranno arrestarlo e rinchiuderlo un'altra volta dentro una fortezza. Mentre i francesi -decisi com'erano- prepararono una spedizione militare a favore del Papa.

Bibliografia:
Francesco Cognasco -Vittorio Emanuele II - Utet, 1942
Storia d'Italia - Cronologia 1815-1990 - De Agostini


LA BATTAGLIA DI LISSA
(Poi vedi anche altra pagina dedicata in BATTAGLIE)

LISSA, 20 LUGLIO 1866
PER I VENETI UNA DATA DA RICORDARE 
(ma molti veneti non sanno decidersi come celebrarlo questa ricorrenza 
se con animo mesto o animo gioioso)  

"NAVI DI LEGNO CON EQUIPAGGI DI FERRO 
CONTRO NAVI DI FERRO CON EQUIPAGGI DI LEGNO"

Lissa isola nel mare Adriatico è la più lontana dalla costa dalmata, conosciuta nell'antichità come Issa, più volte citata dai geografi greci. Fu base navale della Repubblica Veneta fino al 1797, ma non per questo non rimase veneta anche con la dominazione austriaca.

Il "fatal 1866" (dicono i Veneti in venetico) iniziò politicamente a Berlino con la firma del patto d'Alleanza fra l'Italia e la Prussia l'8 di aprile.

Il 16 GIUGNO  scoppiò la guerra fra Prussia e Austria e il 20 giugno con il proclama del re, l'Italia dichiarò guerra all'Austria; la baldanza degli italiani fu però prontamente smorzata poche ore dopo (24 giugno) a Custoza dove l'esercito tricolore fu sconfitto dall'esercito asburgico (dove vi militavano anche molti  soldati veneti - quindi italiani contro italiani). 
Fra il 16 e il 28 giugno le armate prussiane invasero l'Hannover, la Sassonia e l'Assia ed il 3 luglio ci fu la vittoria dei prussiani a Sadowa. Due giorni dopo - ormai a guerra persa-  l'impero asburgico fu costretto a cedere il Veneto alla Francia (con il tacito accordo di cederlo ai Savoia) pur di concludere un armistizio. In Italia furono però contrari a tale proposta che umiliava le forze armate italiane (oltre che il Re), ma viste le penose condizioni dell'esercito dopo la batosta di Custoza, puntarono per riscattarsi sulla marina per riportare una vittoria sul nemico che consentisse così loro di chiudere onorevolmente (una volta tanto) una guerra.

Gli italiani non potevano certo pensare di trovare sul loro cammino i Veneti, che erano l'ossatura della marina austriaca, dall'ufficiale fino all'ultimo marinaio. Del resto il mare era da sempre l'elemento dominante nel carattere veneto, non lo erano di certo i montanari austriaci.

La marina militare austriaca era praticamente nata nel 1797 e già il nome era estremamente significativo: "Oesterreich-Venezianische Marine" (Imperiale Veneta Marina). Equipaggi ed ufficiali provenivano praticamente tutti dall'area veneta dell'impero (veneti in senso stretto, giuliani, istriani e dalmati, popoli fratelli dei quali non possiamo dimenticare l'attaccamento alla Serenissima) (1) e i pochi "foresti" ne avevano ben recepito le tradizioni nautiche, militari, culturali e storiche. La lingua corrente era il venetico, a tutti i livelli, dal mercato del pesce fino al Salone dei Cinquecento. Era la loro lingua del resto, non un dialetto!

Nel 1849 dopo la rivoluzione veneta capitanata da Daniele Manin c'era stata, è vero, una certa "austricizzazione" : nella denominazione ufficiale l'espressione "veneta" veniva tolta, c'era stato un notevole ricambio tra gli ufficiali, il tedesco era diventato lingua "primaria" nella diplomazia. Questo cambiamento non poteva essere assorbito anche in basso nel giro di qualche mese; e non si può quindi dar certo torto a Guido Piovene, il grande intellettuale veneto del novecento, che considerava Lissa "l'ultima grande vittoria della marina veneta-adriatica". (2).

I nuovi marinai infatti continuavano ad essere reclutati nell'area veneta dell'impero asburgico, non certo nelle regioni alpine austriache, e il venetico continuava ad essere la lingua corrente, usata abitualmente anche dall'ammiraglio Wilhelm von Tegetthoff che aveva studiato (come tutti gli altri ufficiali) nel Collegio Marino di Venezia e che era stato "costretto" a parlar veneto fin dall'inizio della sua carriera per farsi capire dai vari equipaggi. La lingua del veneto contribuì certamente ad elevare la compattezza e l'omogeneità degli equipaggi; estremamente interessante quanto scrive l'ammiraglio Angelo Iachino (3) : " ... non vi fu mai alcun movimento di irredentismo tra gli equipaggi austriaci durante la guerra, nemmeno quando, nel luglio del 1866, si cominciò a parlare della cessione della Venezia all'Italia." Anche perché quell'Italia di cui si parlava da Manin in poi, doveva essere una Nazione Federalista, cioè fatta di regioni che avrebbero conservato la propria  autonomia, cultura,  tradizioni, ed alcune leggi che non potevano certo conciliarsi con quelle piemontesi. Carattere e territorio erano completamente diversi, per non parlare del cosmopolitismo veneto dalle Crociate in poi. (intendiamo universalismo commerciale, perchè su quello politico pochissime regioni in Europa, da Attila in poi, erano isolazioniste come la Serenissima (soprattutto dal 1500 in poi).

Dunque né in terra, né in mare i veneti erano ansiosi di essere "liberati" dagli italiani "piemontesi" come una certa storiografia pretenderebbe di farci credere. Perfino Garibaldi (ma era Garibaldi "l'avventuriero") "s'infuriò perchè i Veneti non si erano sollevati per conto proprio, neppure nelle campagne dove sarebbe stato facile farlo!" Indubbiamente non aveva capito i Veneti, come non li aveva capiti Cavour a suo tempo (l'autonomia che proponeva Manin l'aveva liquidata come "una sciocchezzuola, una corbelleria"(4).

La marina tricolore invece brillava solamente per la rivalità fra le tre componenti e cioè la marina siciliana (o garibaldina ex borbonica), la napoletana (idem) e la sarda (che era poi quella genovese). Inoltre i comandanti delle tre squadre nelle quali l'armata era divisa, l'ammiraglio Persano, il vice ammiraglio Albini ed il contrammiraglio Vacca erano separati da profonda ostilità. Una insofferenza reciproca che non prometteva nulla di buono in caso di conflitto. (Una pietosa anomalia questa che ritroveremo in tutta la sua tragicità, anche all'inizio della prima e della seconda guerra mondiale)

La lettura del quotidiano francese "La Presse" è estremamente interessante:

"Pare che all'amministrazione della Marina italiana stia per aprirsi un baratro di miserie: furti sui contratti e sulle transazioni con i costruttori, bronzo dei cannoni di cattiva qualità, polvere avariata, blindaggi troppo sottili, ecc. E se si vorranno fare delle inchieste serie, si scoprirà ben altro".(5)

Si arrivò così alla mattina del 20 luglio.

"La Marina italiana aveva, su quella Austriaca, una superiorità numerica di circa il 60 per cento negli equipaggi e di circa il 30 per cento negli ufficiali. Ma il nostro personale proveniva da marine diverse e risentiva del regionalismo ancora vivo nella nazione da poco unificata e in particolare del vecchio antagonismo fra Nord e Sud." Insomma sulle navi c'era tanta insofferenza tra gli uomini, ed alcuni nemmeno si parlavano, anche perché non si capivano. (Un napoletano con un piemontese nel 1866!!! - Solo lo 0,6 % conosceva l'italiano, che poi erano i Toscani e nemmeno tutti)

E così nel solo arco di un'ora, l'abilità del Tegetthoff ed il valore degli equipaggi consentì alla marina austro-veneta (come la chiamano ancor oggi alcuni storici austriaci) di riportare una meritata vittoria. Le perdite italiane furono complessivamente di 648 morti e 40 feriti, quelle austro-venete di 28 morti e 138 feriti (7).

La corazzata "Re d'Italia", speronata dall'ammiraglia Ferdinand Max, affondò in pochi minuti con la tragica perdita di oltre 400 uomini, la corvetta corazzata Palestro colpita da un proiettile incendiario esplose trascinando con se in fondo al mare altre 200 vittime.

Quando von Tegetthoff annunciò la vittoria, gli equipaggi veneti risposero lanciando i berretti in aria e gridando: "Viva San Marco" (8).
Alla fine, nonostante le sconfitte di Custoza e Lissa, il Veneto passò all'Italia.
E a Napoleone III, imperatore dei francesi, non resterà che dire riferendosi agli italiani:
"Ancora una sconfitta e mi chiederanno Parigi". (9)

Giuseppe Mazzini su "Il dovere" del 24 Agosto 1866, aggiunse:
"E' possibile che l'Italia accetti di essere additata in Europa come la sola nazione che non sappia combattere, la sola che non possa ricevere il suo se non per beneficio d'armi straniere e concessioni umilianti dell'usurpatore nemico?"

Una frase che purtroppo avrebbe potuta dirla ancora nel 1918, per non parlare del 1943!!

Vicenza, 15 luglio 1997 Ettore Beggiato

Note :

1) A. Zorzi - La Repubblica del Leone - RUSCONI (pag. 550)
2) S. Meccoli - Viva Venezia - LONGANESI (pag. 122)
3) A. Iachino - La campagna navale di Lissa 1866 - IL SAGGIATORE (pag. 133)
4) D. Mack Smith - Storia d'Italia - LATERZA
5) Mario Costa Cardol - Và pensiero ....su Roma assopita - MURSIA (pag. 5)
6 e 7) A. Iachino - Storia Illustrata 06/1966 (pagg. 113-119)
8) Vedi anche A. Zorzi - Venezia austriaca - LATERZA (pag. 138)
9) Mario Costa Cardol - Ingovernabili da Torino - MURSIA (pag. 349)

VEDI LO SVOLGIMENTO DELLA BATTAGLIA DI LISSA > >

VEDI ANCHE LA GRANDE TRUFFA > > > 


GERMANIA: La Prussia sotto la guida di Bismarck continua la sua lotta per l'unità tedesca. Dopo aver compiuto con l'Austria la vittoriosa Guerra dei Ducati nel 1864 contro la Danimarca ora la Prussia si prepara ad abbattere il primo grande ostacolo sulla strada dell'unificazione tedesca: l'Austria. I Ducati di Schleswig-Holstein-Lauenburg, dopo la guerra, erano stati divisi tra Austria e Prussia e la loro gestione aveva già suscitato numerose ostilità. La Prussia poi riprese il progetto di riforma della Confederazione Tedesca in favore della convocazione di un Parlamento pantedesco a suffragio universale inaccettabile per l'Austria che si appella agli organi della Confederazione Tedesca. Per tutta risposta la Prussia esce dalla Confederazione.
L'Austria e la Confederazione mobilitano contro la Prussia e scoppia la Guerra Austro-Prussiana o Guerra delle Sette Settimane. E' una guerra lampo: l'esercito prussiano, sfruttando i trasporti ferroviari, distrugge facilmente gli eserciti degli staterelli tedeschi schierati con l'Austria poi si getta contro gli Austriaci in Boemia. Il Prussiano Moltke riesce molto facilmente a sconfiggere l'Austriaco Benedek a Sadowa-Koniggratz. (In realtà la battaglia di svolse a Koniggratz ma è passata alla Storia come Sadowa che è un'altra città vicina perchè più facile da pronunciare per i Francesi). L'Austria è a terra: "L'Imperatore non ha più un esercito" disse il plenipotenziario austriaco all'armistizio ed i cittadini di Vienna si assiepavano sul Danubio per vedere gli elmetti a punta prussiani sull'altra riva, come dice Franz Herre nella sua biografia di Francesco Giuseppe. Inoltre, oltre agli Italiani in guerra in Veneto anche l'Ungheria sembra sul punto di scoppiare. Bismarck deve inoltre convincere i generali prussiani a non voler fare un'entrata in pompa magna a Vienna dato che è meglio non umiliare gli Austriaci. Le condizioni di pace sono però terribili per l'Austria che esce capovolta rispetto a prima della guerra: la Confederazione viene sciolta, quasi tutta la Germania a nord del Meno viene annessa alla Prussia e viene fondata la Confederazione della Germania del Nord sotto l'egemonia prussiana. (By: Pier Paolo Chiapponi)

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