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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1866

LA CAMPAGNA DI GUERRA - SUL MINCIO - CUSTOZA - LA RITIRATA
( Anno 1866 - Atto Secondo )

SECONDO MINISTERO RICASOLI - LA CAMPAGNA DEL 1866: L'ESERCITO ITALIANO - I GENERALI LA MARMORA E CIALDINI E IL PIANO DI GUERRA - LE TRUPPE ITALIANE PASSANO IL MINCIO - IL QUADRATO DI VILLAFRANCA - VICENDE DELLA BATTAGLIA DI CUSTOZA - LA RITIRATA ITALIANA
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SECONDO MINISTERO RICASOLI

 

Le ostilità furono iniziate dalla Prussia, il 17 giugno del 1866, quando invase l'Annover. Quel giorno stesso, partito come generale LA MARMORA per il campo, RICASOLI si mise all'opera per formare un nuovo ministero, che risultò così composto:
Ricasoli presidenza del Consiglio, Interni e interim degli Esteri fino all'arrivo di E. VISCONTI-VENOSTA; SCIALOIA: Finanze; JACINI: Lavori Pubblici; BORGATTI: Grazia e Giustizia; BERTI
Istruzione; PETTINENGO: Guerra; DEPRETIS: Marina; CORDOVA: Agricoltura. Ministro senza portafoglio fu nominato LA MARMORA.

Il 20 giugno RICASOLI presentava al Parlamento il nuovo ministero, e annunciava che nello stesso giorno era stata dichiarata la guerra all'Austria, comunicava che il re partiva per assumere il comando supremo dell'esercito, lasciando la reggenza dello Stato al principe EUGENIO di Carignano e leggeva il proclama di Vittorio Emanuele II agli Italiani, che terminava così:

"Io riprendo la spada di Goito, di Pastrengo, di Palestro e di San Martino. Io sento in cuore la sicurezza che scioglierò pienamente questa volta il voto fatto sulla tomba del mio magnanimo genitore. Io voglio essere ancora il primo soldato dell'indipendenza italiana. Viva l'Italia !".


All'inizio delle operazioni belliche l'Italia si trovava politicamente e militarmente in condizioni favorevoli; metteva in campo 220.000 uomini, 36.000 cavalli e 456 cannoni.
Vittorio Emanuele era un buon guerriero, pieno di ardire, intuito fine, molto buon senso, ma non aveva le conoscenze tecniche necessarie per dirigere tale massa di uomini E questo era apparso evidente nel 1859 e perfino nella giornata di San Martino. Va a suo onore come coraggio che si era buttato nella mischia, rischiando spesso la vita, ma un grande condottiero non può mettere a repentaglio un intero esercito, che dovrebbe invece guidare, e proprio per questo non esporsi troppo, per non provocare con la sua morte la dissoluzione nell'esercito stesso (nella Storia è accaduto spesso).

Era quindi necessario che al suo fianco vi fosse l'uomo tecnico con l'ufficio di Capo di Stato Maggiore e che tra il sovrano ed il capo vi fosse massimo affiatamento, fiducia reciproca, leale collaborazione. Ricordiamoci che nel 1859 tra il Re ed il DELLA ROCCA la collaborazione desiderata era mancata.
L'entusiasmo anche ora c'era, ma i guai incominciarono quando si trattò di organizzare il Comando supremo, e quando il Comando fu organizzato ognuno espose i suoi piani, cercando di convincere che il suo era il migliore.

L'esercito imperiale aveva invece una forza di 143.000 uomini, 15.000 cavalli e 192 cannoni; di questi, però, soltanto 95.000 uomini, 13.000 cavalli e 168 pezzi operavano nel Veneto, cioè metà circa delle truppe italiane.

"La cavalleria italiana era di due terzi più numerosa dell'imperiale; l'artiglieria regia era superiore all'austriaca di tre volte .... È bensì vero che le fortezze erano un gran sostegno per l'esercito imperiale, perfettamente compatto, esperto, con ottima cavalleria, e guidato da un uomo, a cui l'altissimo grado, il merito incontestato e la piena fiducia delle truppe e del governo, assicuravano pienissima libertà d'azione; ed era l'arciduca Alberto, figlio non indegno del grande arciduca Carlo! Una coesione molto minore c'era invece nell'esercito italiano, che per la prima volta si presentava come tale alla prova. Era costituito di giovani soldati, pieni di slancio e di fiducia, ma da poco messi insieme; uniti da un comune sentimento, ma privi di una tradizione comune. La coesione mancava sopratutto negli ufficiali, nello stato di servizio dei quali poteva dirsi riassunta la storia delle vicende italiane (Cori)".

LA CAMPAGNA DI GUERRA

Comandante supremo, era Vittorio Emanuele II, che aveva come capo di Stato Maggiore LA MARMORA, sottocapo il colonnello BARIOLA, aiutante generale il gen. PETITTI; comandante dell'Artiglieria era il generale VALFRÈ, del Genio il generale MENABREA, dell'Intendenza il generale BERTOLÈ-VIALE. Tutte le truppe operanti erano divise in due parti; la prima, agli ordini diretti del re e destinata ad operare sul Mincio, era costituita del I Corpo comandato da DURANDO (la divisione Cerale, 2a divisione Pianell, 3a divisione Brignone, 5a divisione Sirtori), del II Corpo comandato dal CUCCHIARI (4a divisione Nunziante, 6 divisione Cosenz, 10a divisione Angioletti, 19a divisione Lorigoni) e del III Corpo del DELLA ROCCA (7a divisione Bixio, 8a divisione Cugia, 9a divisione Govone, 16a divisione principe Umberto); la seconda, distaccata sul Po, era formata dal IV Corpo comandato da CIALDINI (11a divisione Casanova 12a divisione Ricotti, 13 a divisione Mezzacapo, 14a divisione Chiabrera, 15a divisione Medici, 17a divisione Cadorna, 18a, divisione Della Chiesa e 20a divisione Franzini).

Inoltre vi era un corpo di volontari, comandato da GARIBALDI e formato di cinque brigate (Hang, Pichi, Orsini, Corte e Nicotera) della forza di quaranta battaglioni di fanteria e due di bersaglieri, tre batterie da campagna, una da montagna, due squadroni di guide sotto il MISSORI e una compagnia del genio, in complesso 38.000 fanti 200 cavalli e 24 cannoni. Capo di Stato Maggiore era il generale FABRIZI sottocapo il colonnello GUASTALLA, comandante dell'Artiglieria il maggiore ORAZIO DOGLIOTTI, dell'intendenza l' ACERBI, del servizio sanitario BERTANI.

L'esercito austriaco aveva come capo di stato Maggiore il generale JOHN ed era formato di tre corpi (Liechtenstein, Maroicic, Hartung) e di una divisione di riserve (Rupprecht).
Nell'esercito italiano pareva che ci fosse una "Unità di Comando" e sembrava che non mancasse un piano di guerra. Invece non c'era né l'uno né l'altro. L'unità di comando era apparente perché la direzione delle operazioni di guerra solo nominalmente era de re. In sostanza doveva essere del Capo di Stato Maggiore. Questa carica che, se fosse stato vivo sarebbe spettata al Fanti, si era pensato di darla al DELLA ROCCA o a LA MARMORA o al CIALDINI; ma il primo era stato subito scartato, sebbene molto accetto al re, gli altri due se l'erano offerta a vicenda perché nessuno dei due voleva accettarla. Temevano entrambi che andando sotto il Re questo avrebbe voluto comandare lui solo con tutti i rischi della fastidiosa "ingerenza"..
Rifiutata la proposta del sovrano di nominare il generale PETITTI, si era ricorso al dannosissimo espediente di dividere in tre parti l'esercito con due comandi autonomi di cui uno, affidato al LA MARMORA, che però aveva pure la carica di capo di Stato Maggiore (quindi sarebbe dovuto stare vicino al Re e dare ordini a CIALDINI) e l'altro di riserva affidata al DELLA ROCCA
Duro e angoloso il LA MARMORA, orgoglioso e impetuoso il CIALDINI. Entrambi erano due generali sorti in epoca rivoluzionaria di scarsa disciplina, generali fatti per comandare più che obbedire. Ed entrambi erano ricchi di glorie militari, ricchi di prestigio e quindi ricchi di orgoglio.

I GENERALI LA MARMORA E CIALDINI E IL PIANO DI GUERRA

Da anni si parlava di fare una guerra all'Austria, ma nessuno dei due (ma anche gli altri) si erano mai incontrato per studiare, esaminare, proporre un piano di guerra corrispondenti alle varie necessità.
Uno era impegnato nella politica, e l'altro nella sua caserma si era divertito a immaginarne uno tutto personale.

Al dunque come piano di guerra, il ministro prussiano Usedom, in nome del suo re, aveva suggerito il suo con l'aria di volerlo imporre; e consisteva nel sorpassare il quadrilatero, battere il nemico in aperta campagna e puntare quindi sul Danubio incontro ai Prussiani, mentre un corpo di volontari guidato da Garibaldi, gettato sulle coste orientali dell'Adriatico avrebbe fatto insorgere gli Ungheresi e gli Slavi.

Questo piano, caldeggiato da Vittorio Emanuele specie nella parte che riguardava l'azione dei volontari, la quale era stata accettata entusiasticamente da Garibaldi, non aveva ricevuto favore presso LA MARMORA. Non rimaneva pertanto che accettare il piano di CIALDINI, l'unico generale che ne aveva uno. Esso consisteva nell'attirare il nemico lontano dal Polesine fingendo di passare il fiume a Borgoforte e a Brescello; passarlo invece presso Sermide e, riunite tutte le forze verso i Colli Euganei, marciare verso l'Isonzo.
LA MARMORA, che non aveva un piano preciso, ma intendeva, come si era fatto nelle guerre precedenti, operare sul Mincio con un'azione dimostrativa dal Basso Po, ebbe un incontro col Cialdini a Bologna il 17 giugno. Nessuno assisteva al colloquio, ma dai fatti successivi si può arguire che i due generali si siano lasciati nella persuasione che l'uno avesse aderito alle idee dell'altro. E invece ognuno era rimasto fedele al proprio piano: il Cialdini, pensava che il passaggio del Po era l'operazione principale (cioè la sua) e che al Mincio quella del La Marmora era una diversione. Mentre La Marmora credeva principale l'operazione da farsi al Mincio (cioè la sua) e di diversione quella del Po.
Erano convinti che davanti al duplice attacco gli austriaci la fortezza l'avrebbero abbandonata da soli arretrando su Vicenza, Padova, e poi lì dopo aver passato il Po sarebbe piombato Cialdini , oppure lì sarebbe piombato La Marmora dopo aver passato il Mincio.
Insomma uno dei due doveva far paura, e l'altro andare a cogliere il successo. Il fatto è che nessuno dei due voleva fare l'inserviente all'altro.

Né si misero a valutare quale progetto fosse il migliore. Sappiamo come andarono a finire le cose. Cioè male! La Marmora si fece plagiare dalle idee di Cialdini e andò con il Re -come vedremo più avanti- sul Mincio a fare un'inutile diversione, e decise per un vero e proprio attacco, finito poi in una ritirata, mentre Cialdini non solo non attraversò il Po ma preso dal panico si mise ad arretrare invece di avanzare a prestare soccorsi.
Quando dovettero giustificarsi ognuno disse che "si erano messi d'accordo che i due comandi agissero autonomi, salvo "aiutarsi" in dipendenza dei successi ottenuti". Progetto strano; semmai l'aiuto doveva venire ad uno dei due in dipendenza degli insuccessi ottenuti. Chi vince una battaglia non ha certo bisogno di aiuti!

Altra assurdità è che l'azione principale (quella finale, del Cialdini) veniva affidata a otto divisioni, mentre quella di diversione (di minaccia) a 15 divisioni. E se queste ultime erano attaccate per prima come avrebbero fatto le altre in numero inferiore portarle aiuto?
Ed è quello che poi fece l'arciduca Alberto d'Asburgo: decise di attaccare prima la più forte per poi volgersi contro la più debole, che non fu neppure necessaria perché saputo della disfatta il Cialdini arretrò fino a Modena.

"Entravano in campagna - scrive il Savelli - senza un'ombra di Unità di Comando, con generali che non si stimavano a vicenda, sotto il comando nominale del Re, riguardo al quale nessuno, in sostanza, dei due generali supremi voleva riconoscere che avesse, ed in grado eminente, alcune precipue doti del comandante, ardire cavalleresco e precisione e nettezza d'idee, se anche non possedeva "le cognizioni militari indispensabili per comandare e guidare da sé un grosso esercito"; e che inoltre non c'era accordo nemmeno generico su un piano di guerra, poiché quello che si battezzava come accordo si fondava sopratutto su un equivoco. A ciò si aggiunga che i servizi logistici e i servizi d'informazione erano del tutto trascurati, e si vedrà bene che la preparazione della campagna fu piena di colpe e di difetti".

LE TRUPPE ITALIANE PASSANO IL MINCIO

La sera del 22 giugno Vittorio Emanuele telegrafava al Ricasoli dal quartier generale: "Oggi percorso il paese. Riscontrate le posizioni, io da un lato, La Marmora dall'altro. Domani mattina passerò il Mincio con dieci divisioni. Viva l'Italia !".
Ma non dovevano fare solo una diversione e non un attacco?

Alcune vaghe informazioni dicevano che gli Austriaci erano oltre l'Adige (infatti erano a Lonigo) e che quindi se fra il Mincio e l'Adige non c'era nessuno, la diversione sul Mincio non serviva a nulla, ma che semmai bisognava avanzare. Cioè prendere l'iniziativa dell'offensiva (cioè quello che avrebbe dovuto fare il Cialdini due giorni dopo partendo dal Po a diversione sul Mincio avvenuta).

PETITTI telegrafa che -secondo lui- il nemico era in ritirata. Il Re telegrafa a Cialdini che poche truppe austriache occupano Valeggio sul Mincio, Villafranca e Roverbella. E Cialdini a sua volta telegrafava che dopo la loro diversione sul Mincio lui intendeva attraversare il Po la notte del 25. Ma nessuno gli comunica che la diversione non è più tale e che nonostante l'inferiorità numerica- è già in atto un attacco, cioè un inseguimento del nemico (creduto) in "ritirata". Né tanto meno gli comunicano in quale direzione è la ritirata austriaca. Questo perché sia il Re sia La Marmora ignorano dove si trova il grosso del nemico.
Il servizio informazioni italiano è così male organizzato che in breve tempo non solo non sa dove si trova il nemico, ma non riesce nemmeno a comunicare con i propri capi d'armata, non li trova dove dovrebbero essere, perchè cambiando i piani si sono messi in movimento.

Il 23 mattina, avendo deciso per l'attacco, nove divisioni di fanteria ed una di cavalleria passarono in più punti il Mincio senza incontrare resistenza, il che convinse appieno LA MARMORA che l'esercito dell'Arciduca si teneva sulla difensiva dietro l'Adige.
In effetti la divisione austriaca "Pianell" era rimasta a guardia di Peschiera sulla sinistra del fiume, e due divisioni del II Corpo a sorvegliare Mantova. Ma non il grosso dell'esercito.
E dato che "in pieno accordo" nessuno aveva pensato di attaccare o assediare le fortezze del Quadrilatero, fecero anche qui un bel regalo al nemico.

L'esercito del Mincio, disposto col I Corpo a sinistra, il III al centro e il II a destra, doveva attirare a sé il nemico occupando saldamente le alture tra Valeggio e Sommacampagna per permettere nella notte dal 25 al 26 al CIALDINI di passare il Po tra Occhiobello e Kermide.
Fidandosi dell'atteggiamento solo difensivo degli Austriaci, che fu perfino assicurato da Parigi, ed ignorando che il nemico lo stesso giorno 23 aveva cominciato a portarsi al di qua dell'Adige e si preparava a mettersi con il grosso dell'esercito tra Castelnuovo e Sona, il comando italiano, con riprovevole leggerezza, non prese alcuna misura precauzionale, trascurò di esplorare il territorio tra i due fiumi portandosi su questo terreno con la conseguenza che il giorno dopo le truppe italiane furono costrette a combattere su quello, senza che se l'aspettassero e in condizioni d' inferiorità, non numerica ma prini di mezzi offensivi perchè inizialmente il corpo era nato con funzioni di diversione. Quello d'attacco era in mano a Cialdini.

Che cosa era accaduto? Che La Marmora cadde nel tranello.
La Marmora guardandosi in giro, rilevò una cosa: che i ponti gli austriaci ritirandosi non li avevano distrutti, quindi pensò che gli Austriaci da quella parte si sarebbero fatti nuovamente vivi con una controffensiva. Mentre sappiamo che i ponti gli Austriaci li lasciarono intatti proprio per farli cadere in inganno, mentre in tutta segretezza stavano occupando il retro delle colline del Garda da Castelnuovo a Custoza; il 23 già erano a sud-ovest di Sona, a Santa Giustina e Santa Lucia; cioè dietro quelle colline che La Marmora additava come meta ai suoi reparti per il giorno dopo, il 24. Cioè gli Austriaci li stavano attendendo su posizioni prestabilite nella attesa di fare la sorpresa, lungo il percorso su un fronte perpendicolare al Mincio, mentre La Marmora era più che mai convinto che nessuno combattimento poteva avvenire -in mezzo alle colline- prima di arrivare a quelle che aveva di fronte.

Poco dopo le sette del mattino del 24, la divisione del principe UMBERTO, che avanzava verso Villafranca, e quella del BIXIO, che procedeva verso Ganfardine, furono improvvisamente assalite al lato destro dagli usseri e dagli ulani del PULTZ, i quali caricarono furiosamente, ma furono trattenuti dalle fanterie italiane disposte in quadrati, in uno dei quali si trovava il principe ereditario, ma poi affrontati e inseguiti dai provvidenziali sopraggiunti squadroni dell'"Alessandria", la cui bandiera quel giorno si guadagnò la medaglia d'argento grazie al valore dei suoi uomini, salvò la critica situazione.

La cavalleria austriaca che caricava la 16a divisione sulla strada di Villafranca non era né numerosa né favorita dal terreno, per sfondare uno solo dei quadrati italiani. Il pericolo però non fu dopo che i quadrati erano chiusi, ma prima ancora che si chiudessero; fu nel momento, in cui la cavalleria nemica rovinava addosso alla colonna che si era rotta per mettersi in formazione; fu una spiacevole sorpresa, rimediata con l'arrivo dell'"Alessandria". Il merito fu poi dato ad uno dei quadrati comandati dal principe ereditario Umberto. Il GUERZONI (mazziniano- storico 1835-1886) nella sua versione dei fatti, scrisse un panegirico degno di Napoleone Bonaparte.

"Allora un principe del sangue in mezzo alle file poteva essere a sua volta, secondo il cuore che aveva in petto, una cagione di disastro o come una bandiera di vittoria. Se il principe di Piemonte teme, si turba, volta le spalle, e si dimentica in quell'istante decisivo il nobile sangue che porta nelle vene non c' è più forza di disciplina, né abilità, né esempio di capitani che riesca a fare arginare un torrente già scatenato, perché un principe travolge nella sua fuga. Ma poiché in quel momento non c'era da fuggire Umberto di Savoia si rivelò ad un tratto soldato, e mise la fronte davanti al nemico. Allora, bastò questo suo esempio perché tutti lo imitassero, ed il nemico s'infrangesse contro una muraglia di petti valorosi, pronti a difendere il figlio di Vittorio Emanuele e l'Italia".

Forse il Guerzoni ci rimase male, in seguito, quando Umberto abbracciando la Triplice Alleanza, a Vienna al pranzo di gala nella Halle, e poi alla Keaisermesse, si presentò con la divisa di colonnello di del reggimento austriaco del 28° fanteria, del quale l'imperatore Francesco Giuseppe lo aveva creato titolare. "Umberto soldato di Custoza, travestito da colonnello austriaco?…ci lasciava così di colpo l'impressione di un pugno nello stomaco"… Scriverà nel dicembre dell''81 l'Illustrazione Italiana". Il 28° nel '48 diede la batosta a Novara e nel '66 a Custoza contro "la muraglia di petti per difendere il figlio di V.E.").

Contemporaneamente si accendeva la battaglia al lato sinistro. Prima ad incontrarsi con il nemico fu l'avanguardia della 5a divisione "Sirtori", comandata dal generale VILLAHERMOSA, la quale, sbagliata strada mentre marciava in direzione di Santa Giustina, fu fermata ad Oliosi dalle artiglierie del V corpo austriaco, specie da quelle della brigata BENKO, appostate sul M. Cricol, che fu preso e poi lasciato dal 5° battaglione bersaglieri. Vedendosi assalito, il Villahermosa chiese aiuto alla vicina 1a divisione e fu soccorso dalla sua avanguardia, comandata dal generale VILLAREY, che dopo un accanito combattimento s'impadronì di Fenilo, Mongabbia, M. Cricol e Case Renati. Purtroppo il Villarey nell'azione di soccorso morì sul campo.
Avanzava nel frattempo la 1a divisione in colonna, con alla testa il generale CERALE, che non pensava che in quel luogo era in corso il combattimento (avendo come detto sopra il Sirtori sbagliato strada). Attaccata ripetutamente dalla cavalleria austriaca e minacciata di fianco dalla brigata Piret che aveva ripresa l'altura di Oliosi, la 1a divisione fu costretta a ripiegare su Valeggio e Monzambano.

LA RITIRATA ITALIANA

Furono feriti i generali Dho e Cerali. Anche il Villahermosa, che da Oliosi aveva ripiegato su Casa Valpezone, continuò la ritirata per raggiungere la 5a divisione che aveva la brigata "Brescia" schierata ai due lati della Pernisa e la "Valtellina" sull'altura di Muraglie.
Respinta la brigata Piret con impetuose cariche degli squadroni "Aosta", che quel giorno si guadagnarono la medaglia d'oro, la riserva del I Corpo occupò M. Vento; ma intanto anche la divisione "Sirtori" del Villahermosa si trovava nuovamente in difficoltà: la brigata Brescia, attaccata da forze superiori, si era difesa accanitamente distinguendosi il 19° reggimento che aveva sbaragliato e messo in fuga il reggimento "Benedeck", ma, alla fine, decimata, si univa alla "Valtellina"; questa a sua volta già attaccata si sosteneva a stento ed era stata ridotta a pochi uomini.

A togliere dal grave pericolo in cui la 5a divisione si trovava contribuì efficacemente il generale PIANELL, il quale, nonostante l'ordine ricevuto di non muoversi dalle posizioni occupate presso Peschiera, resosi conto della difficile situazione in cui si trovava la sinistra del I Corpo, passò il Mincio con alcuni battaglioni dell' Aosta e li mandò a sostegno dell'ala sinistra comandati dal colonnello PASI, quindi fece passare altre truppe della sua divisione, il cui intervento fu provvidenziale, perché il Pasi, avanzando su Marzago e Fontana, attaccò la divisione austriaca di riserva e la colonna Bellacs uscita da Peschiera riuscì a ricacciarle indietro, e che poi il maggiore Aichelburg con il 17° battaglione bersaglieri, coadiuvato da alcune batterie e da battaglioni del 6° e del 32° fanteria, distrusse quasi interamente il 36° battaglione cacciatori austriaco, diretto a tagliare il ponte di Monzambano.

A questi valorosi ma modesti successi seguirono quelli conseguiti dalla brigata "Valtellina" che contrattaccò brillantemente e respinse la brigata austriaca "Bauer", riconquistando le posizioni abbandonate dalla "Brescia". Ma furono tenute per poche ore; verso le due del pomeriggio, il SIRTORI, vedendo la brigata Piret progredire verso M. Vento, dove il generale DURANDO era stato ferito, e avanzare contro le sue posizioni le brigate "Bauer" e "Mòring", non potendo con le poche forze di cui disponeva far fronte a tanti nemici si ritirò, molestato gravemente dall'artiglieria nemica, verso Valeggio dove, non molto più tardi, ripiegarono anche le truppe di riserva dal M. Vento, attaccate da un numero di forze triple.

LA BATTAGLIA DI CUSTOZA

Con maggiore accanimento si combatté quel giorno anche al centro e sulle alture di Custoza che diedero poi il nome alla battaglia. Il Generale BRIGNONE, eseguendo gli ordini di LA MARMORA, aveva occupato le alture di Monte Torre e Monte Croce con le truppe della 3a divisione ("granatieri di Sardegna" e di "Lombardia"). Assalito dalle brigate WECKBECKER e BÓCK, le respinse dopo un sanguinoso combattimento, durante il quale fu ferito, alla Cavalchina, pure il principe AMEDEO di Savoia che combatteva alla testa della brigata "granatieri di Lombardia" di cui era comandante; ma più tardi, attaccata da truppe fresche nemiche ("brigata Scordier"), nonostante le prove di valore dei suoi soldati, dovette sgombrare una buona parte delle posizioni.
Ma M. Torre e M. Croce non dovevano restare agli Austriaci: il 1° e il 3° battaglione del 64° fanteria della divisione "Cugia", guidati dal colonnello FERRAR, contrattaccarono il nemico ricacciandolo indietro e conquistarono le posizioni, dove vi erano un migliaio circa di granatieri e bersaglieri della 3a divisione.
A completare questa breve riscossa giunse il generale GOVONE con la 9a divisione ("brigata Pistoia" e "Alpi" e 34° batt. bersaglieri). Sostenuto dai granatieri superstiti del "Frignone", da M. Torre dove si era portato, assalì Custoza, tenuta dagli Austriaci, e se ne impadronì verso le ore 11, quindi scacciò la brigata "Scordier" dal Belvedere e da alcune posizioni a nord di Custoza.
Contro le posizioni conquistate dal CUGIA e dal GOVONE furono sferrati numerosi contrattacchi nemici. Invano i due generali chiesero rinforzi al DELLA ROCCA, comandante del III Corpo (quello di riserva), invano le divisioni del principe UMBERTO e del BIXIO, inoperose a Villafranca, chiesero insistentemente di andare in loro aiuto; l'8a e la 9a divisione rimasero da sole a combattere, demoralizzate e perfino affamate, contro il nemico fresco e più numeroso, per oltre sei ore, dalle 11 alle 5 e mezza pomeridiane.

Verso mezzogiorno gli Austriaci erano riusciti a conquistare il Belvedere, ma furono ben presto ricacciati dalle truppe del GOVONE. Verso le 16 entrarono in azione le brigate "Toply" e "Welserheinb", le quali nonostante la valorosa resistenza della divisione Govone e dei resti della 3a del tenente colonnello BONI, espugnarono la Bagolina, M. Molimenti e M. Arabica. Alle 16,30 la brigata "Móring" attaccò Custoza e il reggimento Maroicic M. Croce.
Erano gli ultimi assalti, "era - scrive il Pollio - per gl'Italiani, una lotta senza probabilità di riuscita, perché erano molto inferiori in numero, perché avevano truppe stanchissime contro truppe fresche, perché la loro artiglieria era troppo inferiore all'artiglieria avversaria per quantità, per le posizioni occupate e per disponibilità di munizioni. Così cadde Custoza, nelle cui vie si combatté a corpo a corpo ostinatamente; così cadde M. Croce e alle 17,30 le truppe italiane iniziarono la ritirata su Valeggio. Anche Villafranca fu sgombrata: la ritirata fu protetta dalla divisione Bixio e dalla cavalleria di linea; la cavalleria austriaca la assalì, ma fu ricacciata"
.
Prima che spuntasse l'alba del giorno dopo, tutto l'esercito italiano, sebbene Vittorio Emanuele avesse ordinato che Valeggio fosse tenuta ad ogni costo, aveva ripassato il Mincio.

Il Re attraversò il Mincio al ponte di barche di Pozzolo, poi per Valeggio prese la via di Villafranca. Udì i cannoni da quella parte, pensò che fossero le sue batterie, mandò a prendere informazioni; ma non le ebbe. Salì sulla collina di Monte Torre, ma appena comparve sul cucuzzolo incominciarono a piovere granate austriache, così capì subito di chi erano. E sotto le granate comparve pure il Comando Supremo con La Marmora, non infuriato ma ancora pieno di speranze, anche se non aveva idea di cosa fare; il Re che era inquieto per l'attacco alle posizioni di Custoza, ora scopriva che La Marmora era in giro per il campo, di modo che nessuno poteva comunicare con lui. Fra lui e il re sorse un battibecco. Alla fine si decise di andare a raccogliere gli sbandati che scendevano da Monte Torre e Monte Croce. Ma non è che La Marmora si era reso conto ancora della situazione.

Anche il Re sul ponte Tione andò a dare man forte per riunire gli sbandati della divisione Brignone. Oltre che il triste spettacolo, pochi soldati ubbidivano perché pochi lo conoscevano, né volevano prendere ordini da lui in un momento così pericoloso; fin quando l'ufficiale di scorta lo convinse a ritirarsi dal pericolo, fra l'altro comunicandogli che suo figlio Amedeo era stato ferito. "Meglio ferito o morto piuttosto che prigioniero" commentò e prese la via per Valeggio, per incontrarsi nuovamente con La Marmora, ma trovò una tale confusione che proseguì per Cerlongo. E a sua volta a Valeggio arrivò La Marmora ma invece di andare al Quartier Generale di Cerlongo ad incontrare il Re prosegui per Goito in mezzo al caos.

Fu a quel punto che La Marmora finalmente resosi conto, impressionato dalla rovina, decise di ritirarsi e andava dicendo "che disfatta, che catastrofe, peggio del 1849!", "Le truppe non tengono!", quando invece -lo riconobbero gli stessi austriaci- gli italiani avevano combattuto bene, che sarebbe bastato in quelle stesse ore un contrattacco per essere da loro sconfitti.
Purtroppo sia La MARMORA che CIALDINI (che non si era ancora nemmeno mosso dal Po) avevano la convinzione che la situazione fosse molto grave ed agirono sotto tale influsso. Uno aveva deciso di ritirarsi, e l'altro intimorito, invece di attaccare non solo non si mosse, ma iniziò a ritirarsi anche lui verso Modena.
Solo allora il re maledisse i suoi errori: quello di aver fatto due eserciti, e che ora si trovava a non comandarne nemmeno uno. Né a vederne uno di quelli a cui aveva affidato il comando!

"Questa la battaglia di Custoza. Da parte degli Italiani - scrive il Pollio - non vi fu nessun piano d'azione (ogni comandante dei vari reparti, abbandonato a se stesso, agì come poté, senza potersi preoccupare di quanto avveniva altrove), quindi un'azione slegata in sommo grado, una successione di sforzi, sterili di risultati, perché non coordinati e non appagati, episodi di strenuo valore, anche azioni tattiche in più larga scala ben pensate e ben riuscite; con grande logoramento di forze e di energie in alcuni riparti; intere divisioni rimaste con le armi al piede tutta la giornata o quasi. Risultato finale: la sconfitta".

"Del comando supremo le colpe maggiori, è che non funzionò né prima né durante la battaglia: trascurò infatti il servizio d'informazioni e l'esplorazione del terreno, in modo da render possibile al nemico la sorpresa; non precisò l'ora in cui i Corpi avrebbero iniziato l'avanzata il mattino del 24; non curò l'ordine di marcia facendo sì che la cavalleria si trovasse dietro la fanteria; i carriaggi si frammischiarono ai combattenti ostacolandone i movimenti; dimenticò a Piadena cinquantaquattro cannoni, che, portati sul campo, avrebbero data la superiorità sul nemico; ed infine, per non dire altro, non comunicò ai comandi di corpo d'armata e di divisione il luogo del Quartier generale".

"LA MARMORA, senza stato maggiore, né ufficiali d'ordinanza, andò lui errando per il vasto campo, impartendo comandi contraddittori, secondo le parziali e immediate necessità, ora assumendo ufficio di divisionario, ora di brigadiere, ora di colonnello; ma del tutto ignaro dell'insieme del combattimento. I capi di corpo, disorientati e privi d'iniziativa, non sapevano dove cercare il comando generale, con un La Marmora sempre vagante in mezzo all'azione. Il re stesso vanamente e a lungo ne fece ricerca in ogni dove" (Gori).

"Si aggiunga che per l'insufficienza del comando supremo un intero corpo d'armata, il II, rimase inoperoso e si tengano presenti, se si vogliono ricordare le principali cause dell'insuccesso, l'inesplicabile condotta del DELLA ROCCA che, mandando in aiuto a Govone e a Cugia le due divisioni di Villafranca, avrebbe potuto conseguire la vittoria; gli errori commessi dal DURANDO e dal CERALE al principio dell'azione; lo sbaglio del VILLAHERMOSA quando la divisione "Sirtori" rimase senza avanguardia e la "Cerale" n'ebbe invece due. Inoltre - "nota bene il Silva" - "le nostre divisioni operarono così slegatamente e alla spicciolata da trovarsi quasi sempre di fronte a nemici superiori di numero; quantunque, in complesso l'esercito italiano del Mincio fosse di molto superiore a quello austriaco.
"Nel settore di sinistra 12.000 italiani agirono in modo sparso contro 32.000 austriaci; nel settore di destra intorno a Custoza tra la mattina e la sera 24.000 Italiani si trovarono di fronte i 48.000 Austriaci, nel pomeriggio, la lotta si svolse tra 30.000 Austriaci e 15.000 Italíani, mentre altri 20.000 si trovavano inoperosi a poca distanza".

I morti, secondo alcuni fonti furono circa 8000. Bisogna ricordare che figuravano molti cognomi italiani fra i morti austriaci, questo perché buona parte dei soldati provenivano dal popoloso Veneto. Quindi, fu uno sbudellamento "fra italiani e italiani". Come del resto fu poi anche la lotta navale a Lissa, che narreremo più avanti.

"La giornata del 24, non ingloriosa del resto per le armi italiane, costituì, più che una sconfitta, un insuccesso che era facilmente riparabile. Lo stesso arciduca non si accorse neppure di aver vinto e non osò inseguirci. Superiori alle nostre erano state le sue perdite; infatti, aveva avuto, tra morti e feriti, 5154 uomini fuori combattimento, gli italiani 3281. Furono i nostri capi che esagerarono la gravità degli avvenimenti. Il Re, in un telegramma al Cialdini, spedito alle 16,45, così esponeva la situazione: "Da questa mattina siamo attaccati in tutti i punti. Battaglia accanita. Abbiamo tutto l'esercito contro di noi. Passi immediatamente il Po. Non so dirle esito. Battaglia continua ancora; essa è dubbia; molte perdite. Divisione granatieri presa la fuga. Mio figlio Amedeo ferito palla in pancia, le iscriverò più tardi se potrò".

In un altro, trasmesso alle 22,30, diceva: "Combattimento finito con il giorno. Perdite immense. Molti generali feriti. Nemico fatto molti prigionieri. Divisione Sirtori, divisione granatieri principe Amedeo, divisione Cerale che è ferito; non tennero. Quelle della Rocca fecero tutte buona resistenza. Dato ordine di ripassare il Mincio. Guarderò tenere Volta e riportare truppe, riprendere offensiva, ma mi mancano quelle tre divisioni che manderò organizzare altro luogo".

Abbiamo detto che l'insuccesso era facilmente riparabile. Occorreva tenere Valeggio e dopo un giorno di riposo ricominciar l'avanzata con l'esercito del Mincio, ancora in buone condizioni, e con quello del Basso Po. Occorreva insomma fare quel che Vittorio Emanuele aveva pensato telegrafando al Cialdini di passare immediatamente il Po e informandolo, come si è visto, che avrebbe ripreso l'offensiva, che l'Arciduca Alberto prevedeva per il giorno dopo, come risulta dal suo ordine scritto del 24.
Invece non fu così. LA MARMORA, il 25 giugno, decise che l'esercito del Mincio si ritirasse "per prendere una forte posizione difensiva sulla linea Cremona-Pizzighettone Piacenza" e, scrivendo a Garibaldi, il quale era già giunto a Monte Suello, gli raccomandò di coprire le città che, come Brescia, sarebbero rimaste esposte al nemico.
Il 27 nondimeno La Marmora stabiliva di limitare il movimento di ritirata alla linea dell'Oglio. Dal canto suo il Cialdini non solo non ubbidì all'ordine del re, telegrafatogli il 24, "di passare il Po", ma allarmato dalle notizie ricevute dal Mincio, rinunziò al primitivo piano e dopo un vago consiglio di guerra, iniziò la ritirata del suo Corpo verso Modena. Né volle sospenderla quando il 26, da Cerlungo, La Marmora gli telegrafò: "Capisco che dopo giornata del 24 rinunziate al vostro progetto su Rovigo, ma vi prego caldamente di non abbandonare il Po, anzi continuare dimostrazioni per passarlo onde noi possiamo prendere una migliore posizione".

Erano questi i funesti effetti della mancanza di un comando unico. Il 26 di fronte all'atteggiamento del collega LA MARMORA dichiarò che erano troppi a comandare e presentò al re le dimissioni, consigliando che si desse al Cialdini il comando supremo. Seguirono due giorni di trattative, durante i quali l'esercito italiano rimase quasi senza comando, a causa del CIALDINI che pretendeva l'allontanamento del re dal campo. VITTORIO EMANUELE non voleva fare tanto sacrificio e LA MARMORA insisteva nelle sue dimissioni.

Più tardi nella sua prima relazione del 1868, La Marmora diede la colpa di quanto era accaduto tutta al Re: "Ero stato nominato Capo di Stato maggiore, in tale carica io potevo proporre, suggerire, consigliare, invece mi si vietava di agire di proprio impulso, di emanare ordini chiari, precisi, assoluti, com'è nella mia natura...e mi si costringeva sovente di tacere, cedere, transigere".
In realtà La Marmora agì sempre in piena libertà. E anche la ritirata fu decisa da lui, e non imposta dal Re, che addirittura ubbidì perfino ai suoi ordini, mentre La Marmora non ubbidì a quelli del Re. Inoltre resta il telegramma inviato a Cialdini giustificando le sue dimissioni "...Perché siamo troppi a comandare. Propongo che prendiate Voi il comando con ampia facoltà di far tutte le nomine che credete". Questo era il colmo! fa lui il capo e nello stesso tempo il sovrano.
Insomma La Marmora si azzardava pure ad esautorare il Re. Ma il Re nel frattempo aveva telegrafato a Cialdini per un incontro e per fare il giorno 27 il punto sulla situazione. E Cialdini con molta disinvoltura (rivincita non trattenuta) si affrettò con una punta di perfidia e di rivalsa, a svelare a La Marmora l'invito regio. Questo era il clima di collaborazione!

Seguirono dopo la disfatta, tante polemiche e reciproci rimproveri; chi diceva che La Marmora "ormai non godeva più la fiducia nell'esercito" (il 28 VINCENZO RICASOLI, colonnello di Stato Maggiore, scrivendo al fratello BETTINO a Firenze) che "bisognava dare il comando a Cialdini per risollevare il morale delle truppe".Ma Cialdini fece sapere che non accettava l'incarico finché il Re non abbandonava l'armata; e le stesse condizioni chiese poi La Marmora quando il Re dopo aver prima accettato le dimissioni, poi respinte, gli ripropose di guidare l'esercito. Promettendogli però di "...lasciar fare e di astenersi da ogni atto che possa disturbare, purché si salvino le convenienze verso di lui davanti all'esercito ed alla nazione, perché quando un re di Prussia ha il comando supremo dell'esercito, il Re d'Italia non può essere da meno".

La sera del 29 giugno a Parma la crisi del comando fu risolta. LA MARMORA dopo aver accettato di riprendere il Comando, conveniva con il Cialdini nell'idea di sferrare l'offensiva il 5 luglio partendo dall'Oglio, mentre CIALDINI contemporaneamente avrebbe dovuto attaccare Borgoforte. Ma La Marmora nella notte tra il 2 e il 3, senza avvertire Cialdini, tornò a fare il "La Marmora". Agendo da solo e senza informarlo fece fare una ricognizione in forze oltre l'Oglio.


Ma non sapremo mai cosa avesse in mente di fare il 5,
giorno fissato per l'attacco, perché quel giorno giunse…..lo stop

Anno 1866 - Atto terzo > > >

 

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