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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1866

SADOVA - BATT. DI LISSA - L' "OBBEDISCO" - CORMONS
( 1866 - Atto Terzo - Fine )

SADOWA - CESSIONE DEL VENETO A NAPOLEONE III - LE OPERAZÌONI DI G. GARIBALDI NEL TRENTINO - LA BATTAGLIA DI LISSA - LA TREGUA - L'ARMISTIZIO PRUSSIANO - L' "OBBEDISCO" DI GARIBALDI - L'ARMISTIZIO DI CORMONS - I TRATTATI DI PRAGA E DI VIENNA - RETROCESSIONE DELLA VENEZIA - IL PLEBISCITO
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Il famoso e laconico telegramma di Garibaldi

SADOVA


Mentre i dissidi dei generali italiani facevano perdere del tempo tanto prezioso alle truppe italiane, l'esercito prussiano chiudeva la serie dei suoi Successi con la strepitosa vittoria di Sadowa (3 luglio 1866). Il giorno dopo, in un consiglio tenuto a Vienna, si deliberava di cedere la Venezia a Napoleone, di pregarlo affinché stipulasse un armistizio con l'Italia e d'indurlo ad occupare subito il Veneto per impedire che l'esercito italiano avanzando, fermasse l'Arciduca Alberto. Questo mentre si preparava il giorno 5 a fronteggiare il nuovo attacco gli giunse un telegramma con l'ordine di cessare il fuoco; di inviare a Vienna per ferrovia un corpo d'Armata; prepararsi allo sgombero del Veneto, lasciando alle fortezze solo alcuni presidi.

La mattina del 5 luglio, CIALDINI stava già aprendo il fuoco contro Borgoforte, quando giunse anche al Quartier generale italiano il telegramma di NAPOLEONE III, così concepito:
"L'imperatore d'Austria .... mi cede la Venezia, e si dichiara pronto ad accettare la mia mediazione per ricondurre la pace tra i belligeranti. L'armata italiana ha avuto l'occasione di mostrare il proprio valore; un nuovo spargimento di sangue é dunque inutile e l'Italia può raggiungere onoratamente il fine delle sue aspirazioni per mezzo di un accordo con me, sul quale accordo riuscirà facile intenderci. Scrivo al re di Prussia per fargli conoscere questa situazione e proporgli per la Germania, come propongo a Vostra Maestà per l'Italia, la conclusione di un armistizio come preliminare dei negoziati di pace".

Ma oltre che inviarla al Re telegraficamente, la notizia l'Imperatore l'aveva già resa pubblica su "Il moniteur" a Parigi. E per gli Italiani e il Re era un bel pasticcio

Il gioco di Napoleone III era evidente: evitare che l'Austria fosse schiacciata. Ma il male era che voleva evitare questo a discapito dell'Italia, come telegrafava La Marmora quel giorno stesso a Nigra:
"Ricevere la Venezia in dono dalla Francia per noi è umiliante, tutto il mondo crederà che noi abbiamo tradito la Prussia. Non si potrà più governare in Italia; l'armata perderà tutto il suo prestigio. Procurate di evitarci la dura alternativa di un'umiliazione insopportabile e di una rottura con la Francia".

D'altro canto l'opinione pubblica reclamava che si lavasse l'onta di Custoza. Con lo scopo di guadagnare tempo, VITTORIO EMANUELE rispose all'imperatore che gli "occorreva consultare il suo governo e quello prussiano".
Ricordiamo che l'8 aprile l'Italia aveva firmato il trattato di alleanza con la Prussia, dove si affermava al punto 5, che "nessuna delle due potenze avrebbe firmato la pace o l'armistizio senza il consenso dell'altra".

Al telegramma del Re rispose telegraficamente il 6 luglio Napoleone III:
"Il Re di Prussia accetta il principio della mia mediazione, purché Vostra Maestà acconsenta. Se ho il vostro consenso, procurerò di far consegnare le fortezze, come pegno dell'armistizio. Se Vostra Maestà rifiuta, sarò costretto a prendere un partito".
Era un Aut-Aut!!

Nonostante la minaccia, il governo italiano non cedette (ma solo per prendere tempo).
Vittorio Emanuele, d'accordo con Ricasoli, rispose (anche lui solo telegraficamente) che "accettava la mediazione, l'armistizio di 10 giorni e la consegna delle fortezze"
Ma contemporaneamente (seguendo i consigli del genero - Girolamo Buonaparte - che gli diceva di continuare ad attaccare energicamente) scriveva impaziente a La Marmora di attaccare per avere "...una buona battaglia e per essere in condizioni ancora più favorevoli per la pace".
Soprattutto insisteva che fosse fatta l'occupazione del Trentino, inviando una o due divisioni di rinforzo a Garibaldi. Perché "...se l'armistizio ci capita prima di averlo occupato, corriamo il rischio di non averlo più con la pace" (e non si sbagliava!).

LE OPERAZIONI DI G. GARIBALDI NEL TRENTINO

Poi rispose a Napoleone ringraziandolo per la mediazione ma chiese che l'Austria cedesse anche il Trentino e consegnasse direttamente all'Italia le fortezze; a questi patti l'Italia avrebbe accettato la mediazione, ma solo dopo aver ricevuto direttamente la notizia dell'accettazione prussiana. Nel frattempo La Marmora e il Ricasoli, che erano d'accordo nell'idea di penetrare subito nel Veneto, cercavano d'indurre il Cialdini a varcare il Po. Ma Cialdini telegrafò a La Marmora che "era impossibile colpire un nemico che si stava ritirando, e che "passare ora il Po avrebbe l'aria di una buffonata". Che era insomma poco onorevole.
Ma Piuttosto scocciato e anche altero, La Marmora gli rispose "Se non lo fate voi, entreremo noi nel Veneto dal Mincio, giacché il peggio sarebbe ricevere Venezia senza avervi messo un piede"
ritenendo vergognoso per l'Italia accettare il Veneto, prima che i suoi soldati vi fossero entrati. E che bisognava fare in fretta, nel Veneto come nel Trentino".

Anche per il Re, occorreva una vittoria pronta e convincente e poiché questa vittoria "forse" non era in grado di darla l'Esercito, toccava alla Marina (la flotta comandata dal PERSANO) fare la sua parte. Una vittoria navale, qualora mancasse quella terrestre poteva essere il "dignitoso" riscatto, prima di firmare un armistizio di quel tenore.

A questo punto Cialdini l'8 luglio passò il Po a Carbonarola, Sermide e Felonico).
Ma era necessario risolvere il problema del comando supremo. Prima a Polesella (12 e 13 luglio) con i colloqui tra il Ricasoli e il Cialdini, poi in un consiglio di guerra tenuto a Ferrara il 14 luglio, si stabilì di costituire un esercito di operazione di 150.000 uomini sotto il comando di Cialdini; destinato ad avanzare oltre l'Isonzo, e un esercito d'osservazione di circa 70.000 uomini, comandato dal re con La Marmora capo di Stato Maggiore, destinato a sorvegliare le fortezze del Veneto.

Il corpo di GARIBALDI, rinforzato da una divisione, avrebbe compiuto la conquista del Trentino, e l'ammiraglio PERSANO se entro otto giorni non attaccava la flotta nemica, sarebbe stato sostituito; e il Duca di Mignano avrebbe formato presso Reggio e comandato un corpo di riserva della forza di tre divisioni.
Garibaldi, che già il 24 giugno aveva occupato monte Suello e il ponte del Caffaro, ricevuto l'ordine di ritirarsi, aveva la sera del 25, sgombrato la zona del lago d'Idro e aveva disposto le sue truppe sui contrafforti tra i poggi del Castiglione e l'estrema punta occidentale del Garda; ma il 1° luglio, lasciati tre reggimenti tra Salò e Lonato e spostate le truppe in Valcamonica, aveva ripreso la marcia verso la frontiera trentina.
Il 3 luglio GARIBALDI assalì la forte posizione di Monte Suello, che gli Austriaci difesero molto bene, ma, minacciati di aggiramento, lo abbandonarono durante la notte. Garibaldi, ferito alla coscia, dovette ritirarsi lasciando il comando al CORTE.

Il 4 luglio ci fu un furioso combattimento a Vezza D'Oglio, dove trovò la morte fra gli altri l'eroico CASTELLINI, comandante del 2° battaglione Bersaglieri, e quel giorno stesso i volontari occuparono Bagolino e il Caffaro, quindi Lodrone e Darzo e infine Ponte di Darzo e Storo dove Garibaldi pose il Quartiere Generale. Seguirono alcuni giorni di scaramucce.
Il 16 luglio, la brigata garibaldina del NICOTERA, spintasi a Cimego, fu assalita dalle truppe del generale KUHN e, trovatasi in posizione svantaggiosa, dopo una violenta resistenza, in cui perse la vita il maggiore AGOSTINO LOMBARDI, dovette ripiegare su Condino, dove, spalleggiata da rinforzi sopraggiunti da Storo e da Darzo e dalla presenza di Garibaldi, riuscì ancora a fermare l'offensiva.
Intanto un'altra colonna austriaca proveniente dalla val di Ledro, inoltratasi per le balze del Gioiro fino alla Chiesetta di S. Lorenzo aveva cominciato a bersagliare la strada di Condino e un suo distaccamento, inerpicatosi su Rocca Pagana batteva le vie di Storo e perfino il Quartiere generale garibaldino. "Il momento era critico: per fortuna Garibaldi era là; una mezza batteria opportunamente appostata e validamente sostenuta da alcune compagnie del 9° reggimento arresta la colonna di San Lorenzo; un'altra colonna di volontari del 7° avanza a cerchio contro Rocca Pagana e ne respinge gli occupanti; finché dopo alcune ore di contrasto, il nemico che di fronte aveva guadagnato appena pochi palmi di terreno al di qua di Cimego, visto il fallimento del premeditato aggiramento, udita la notizia che pure la brigata Hóffern, attardatasi, era stata perfino meno fortunata delle altre, comandò la ritirata su tutta la linea (Guerzoni)".

Il 17 luglio, i volontari, dopo un combattimento a Pieve di Ledro avanzarono in val di Ledro, il 18 si scontrarono con il nemico a monte Notta; il 19 il forte austriaco d'Ampola, contro cui operava fin dal 15 la 1a brigata sotto la direzione del maggiore d'artiglieria DOGLIOTTI, si arrese e il 21 luglio ebbe luogo la più importante azione della campagna garibaldina del Trentino che, dal luogo dove fu combattuta, prese il nome di BATTAGLIA di BEZZECCA.
Due colonne austriache dovevano operare quel giorno; una comandata dal KAIM, scendendo dalle Giudicarie, avrebbe attaccato la sinistra e il centro garibaldino, l'altra agli ordini del MONTLUISANT, piombando attraverso la val Concei fra Tiarno e Bezzecca, doveva sfondare la destra e, convergendo su Ampola e Storo, aiutare la prima e insieme schiacciare il nemico.

L'attacco riuscì imprevisto ai Garibaldini. Il 5° reggimento Chiassi che era a Locea e aveva un battaglione in avanguardia a Lenzumo, colto di sorpresa, dopo una violento scontro ripiegò su Bezzecca, dove si difese disperatamente contro il nemico più numeroso che attaccava da tutte le parti. Numerosi i morti e i feriti fra i volontari. Lo stesso colonnello CHIANI, mentre con un manipolo dei suoi tentava di arginare il nemico irrompente, fu colpito mortalmente da una palla austriaca.
Arrivava in quel momento in carrozza, a causa della ferita toccata a Monte Suello, GARIBALDI, il quale intuita più che vista la situazione, impartì immediatamente precisi ordini:
"MENOTTI con quanto lei ha sottomano del 9° reggimento piombi da Tiarno sulla destra del nemico. Colonnello SPINAZZI lei sbocchi da Molina e lo avvolga per la destra; il 7° reggimento e i resti del 5° e dei Bersaglieri si lancino di fronte, e tutti insieme riprendano ad ogni costo Bezzecca, chiave della posizione e premio della vittoria".
MENOTTI, impedito dai sentieri quasi impraticabili, tardò a comparire in linea; SPINAZZI, o ricevette tardi o fraintese l'ordine, non comparve neppure. Gli Austriaci nel frattempo non solo si sono resi padroni incontrastati di Bezzecca, ma già compaiono fuori del villaggio, già pongono sulle alture circostanti le artiglierie e si preparano al terzo e finale attacco contro l'estrema linea garibaldina.

Per i volontari di Garibaldi, la situazione divenne critica: la strada di Tiarno era tempestata dai proiettili nemici, e lo stesso Garibaldi muovendosi in carrozza era il più visibile e il più cercato bersaglio.
Le palle sibilano, rimbalzano, avvolgono la sua carrozza nella polvere, uno dei cavalli è ferito, una delle sue guide a cavallo, GIANNINI, colpito anche lui muore all'istante; la sua scorta CAIROLI, ALBANESE, DAMIANI, MICELI, CARIOLATO, CIVININI gli fanno scudo con i loro corpi, tentano di strapparlo da quel posto mortale, salvare lui, e se non è possibile, almeno salvar la propria pelle e la giornata.

Ma Garibaldi ha sul volto la calma delle tragiche soluzioni, poi indica Bezzecca: "Là si vince o si muore". Sordo ai consigli, insensibile al pericolo, tutto assorto nelle strategia che il delicato momento richiedeva, grida ordini e fa avanzare di corsa la batteria di riserva, poi ordina al maggiore DOGLIATTI, eroico e sprezzante del pericolo quel giorno, di convergere i suoi fuochi principalmente su Bezzecca, additandogli con un colpo d'occhio magistrale la posizione più felice all'appostamento dei pezzi; su una piccola altura a monte, prima del paese.

"Però, per arrivarci, mi ci vorrà più di mezz'ora !" grida il bravo Dogliotti .... "Fate più presto possibile" esclama Garibaldi, mi troverete qui vivo o morto".
E se Dogliotti non avrebbe fatto presto, la seconda ipotesi era quasi una certezza.

Dogliotti si muove in un baleno, e le otto bocche da fuoco stupendamente dirette producono subito il loro terribile effetto; il nemico folgorato prima di Bezzecca, ributtato sulla via dagli uomini del 7° reggimento, ben presto colti pure di fianco dal 9° reggimento, è costretto ad arrestarsi, a ripiegare all'interno di Bezzecca e a prepararsi a sua volta alla difesa. E stanarli sarebbe stato difficile.

Aveva ragione Garibaldi. Bisognava prendere Bezzecca, del resto l'artiglieria del Dogliotti rappresentava una copertura, quindi per prenderla bisognava andarci con la baionetta. Ed è questo l'ultimo episodio, l'ultimo sforzo della battaglia, l'ultimo comando della giornata.
MENOTTI, CANZIO, RICCIOTTI, BEDESCHINI, RIZZI, MOSTO, ANTONGINI, PELLIZZARI, improvvisata una falange con i più volenterosi di tutti i corpi; la soluzione è la più disperata: quella di lanciarsi tutti insieme, intanto che il cannone del Dogliotti manda in fiamme Bezzecca, a testa bassa, al passo di corsa, chi al grido di Garibaldi, chi d'Italia, oppure in silenzio pensando a ciò che lo aspettava, piombano sul villaggio, in una lotta a corpo a corpo con gli ultimi difensori, o a inseguirli con la baionetta alle reni fino oltre Enguiso e Lenzumo, alle falde del monte Pichea da dove erano discesi.
E poiché nello stesso momento anche la colonna KAIM, stava scendendo in val di Chiese, trovò i Garibaldini a riceverla, e dopo un breve scontro fu respinta su tutti i punti.
Così la vittoria del 21 luglio! facile a Condino, contrastata e sanguinosa a Bezzecca fu compiuta su tutta la linea". (Questa è una sintesi narrata dal Guerzoni).
Quello di Bezzecca fu l'ultimo combattimento di Garibaldi nel Trentino.

Il generale KUHN, avuta notizia dell'avanzarsi sul Brenta della divisione MEDICI, staccata dall'esercito d'operazione, abbandonò le Giudicarie per volgersi in Valsugana contro il nuovo nemico, lasciando, oltre le guarnigioni dei forti, solo qualche distaccamento a fronteggiare Garibaldi, il quale, procedendo per la Val Concei mise il suo Quartiere generale a Cologna, cominciò a martellare il forte di Lardara, mentre il Medici sconfiggeva gli Austriaci, il 22, a Rivalta e li scacciava, il 22, da Primolano li sloggiava, e il 23, da Borgo e si avvicinava a grandi passi ai laghi di Levico, pensando a Trento distante poco più di una quindicina di chilometri.

LA BATTAGLIA DI LISSA

Abbiamo detto sopra che nel consiglio di guerra del 14 luglio si era stabilito d'intimare al PERSANO, pena la sostituzione, di attaccare il nemico con la flotta, che era forte di dodici corazzate e diciannove bastimenti e che dal 25 giugno si trovava ad Ancona inoperosa. Il 15 a spingere l'ammiraglio Persano all'azione giunse ad Ancona il ministro della marina DEPRETIS, che lo persuase ad operare contro Lissa (una base navale fortificata dell'impero austriaco, al comando del colonnello Urs von Margina).
"deve sbarazzare l'Adriatico dalle forze nemiche, attaccandole a Lissa o bloccandole in qualunque altro posto dove si trovano". In che modo, non glielo dicono: era affar suo.
Il Persano, mediocre ammiraglio e privo di spirito generoso, odiato dalla maggior parte degli ufficiali, vanitoso ed inetto sebbene non privo di coraggio, sapendo di non avere uno strumento potente di guerra (perché se la flotta era notevolmente superiore a quella austriaca, improvvisati erano gli equipaggi, scarsa la disciplina, incompleto il corredo, nulla la coesione dei marinai e degli ufficiali, usciti da due scuole diverse e gelose l'una dall'altra, e da poco unite, l'ex borbonica Napoletana-Siciliana e la Sarda- che era in sostanza quella genovese) sarebbe volentieri rimasto ancora inoperoso, ma dopo l'ultimatum del consiglio di guerra e le insistenze del Depretis non poté più
indugiare e nel pomeriggio del 16 lasciò Ancona con 28 navi, compresi una da trasporto e un bastimento ospedale.

(su questa battaglia vedi anche LA BATTAGLIA DI LISSA - 2 versioni)

Il giorno 20 LUGLIO scadeva il termine per accettare l'armistizio. Ma nello stesso giorno la Prussia concordava la sospensione d'armi con l'Austria con una convenzione, e il 21 LUGLIO senza informare il governo italiano, Austria e Prussia firmano un armistizio a Nikolsburg, ed iniziano i preliminari di pace. Non si parla ancora di nessuna concessione all'Italia, che pur essendo alleata della Prussia non è presente, non è stata invitata, e neppure informata; lo faranno a cose fatte (Ne parleremo più avanti a Battaglia di Lissa terminata)

Il 18 luglio la flotta italiana giunse nelle acque di Lissa e subito il VACCA aprì il fuoco contro Porto Comisa, il viceammiraglio Albini, contro Porto Manego e Persano contro Porto San Giorgio. Qui soltanto il bombardamento fu efficace, avendo ridotto al silenzio quasi tutte le batterie; negli altri due punti invece nulla si poté e ben presto si cessò il fuoco.
La sera sulla nave ammiraglia "Re d'Italia", si tenne un consiglio di guerra si stabilì di rimandare il proseguimento dell'azione il giorno dopo.
Il 19, essendo giunte truppe da sbarco e la grossissima nave "Affondatore", PERSANO ordinò all'Albini, che comandava la squadra in legno, di tentare lo sbarco a Porto Carober. Non essendo questo riuscito, si rimandarono le operazioni il giorno seguente.
Il 20 luglio, infatti, l'attacco fu rinnovato. Tuonava il cannone quando gli esploratori avvistarono la squadra austriaca, comandata da WILHELM VON TEGETHOFF e forte di ventisette navi, che muoveva verso Lìssa disposta a cuneo.

Le navi austriache era piuttosto antiquate, moltissime ancora di legno, era questa la "Oesterreich-Venezianische Marine" (Imperiale Veneta Marina). Ed era proprio "Veneta", equipaggi ed ufficiali provenivano praticamente tutti dall'area veneta dell'impero, non certo dalle montagne austriache. Lo stesso ammiraglio Tegetthoff aveva studiato (come tutti gli altri ufficiali) nel Collegio Marino di Venezia e fu "costretto" a parlar veneto fin dall'inizio della sua carriera se voleva farsi capire.
Come marinai, più affiatati dei veneziani al mondo non esistono, loro già nascono sul mare e la loro intera vita è sul mare. Ecco perché fu detto questo scontro navale "Navi di legno con equipaggi di ferro, contro navi di ferro con equipaggi di legno".
E quando von Tegetthoff annunciò la vittoria, gli equipaggi veneti risposero lanciando i berretti in aria gridando: "Viva San Marco". E ancora oggi molti veneti (ieri "austriaci", oggi "italiani") non sanno decidersi come celebrarlo questa ricorrenza del 20 luglio 1866, se con animo mesto o animo gioioso.

PERSANO ordinò all'Albini di sospendere le operazioni di sbarco, fece richiamare al Porto Comisa la "Varese" e la "Terribile", comandò a tutte le navi di riunirsi per muovere contro il nemico e LUI trasbordò dal "Re d'Italia" sull'"Affondatore", la moderna corazzata con torri mobili e uno sperone di otto metri di lunghezza. Una nave ariete che era stata costruita in Inghilterra ma che Persano non sapeva ancora bene come manovrare perché la nuova unità l'aveva raggiunto in mare.

Le corazzate e altre navi che mancavano all'appello per muoversi unite, erano 19, fra cui la "Formidabile" la "Terribile" e la "Varese" (quest'ultima giunse quando il combattimento stava per finire) al comando del controammiraglio GIOVANNI VACCA che era sul "Principe di Carignano", si disposero su una linea di parecchi chilometri e aprirono il fuoco contro la flotta nemica che invece avanzava in ordine serrato con il vantaggio del vento e del mare.

Nel combattimento, che si svolse tra un fumo fittissimo, le navi italiane che si distinsero all'inizio furono l'"Affondatore" e il "Re di Portogallo" che fu gravemente danneggiato dal vascello austriaco "Imperatore".
Il "Re d'Italia" (l'ex ammiraglia), investito verso le 11,30 dal "Ferdinando Massimiliano" dov'era Tegethoff, colò a picco. Aveva un equipaggio di seicento uomini, quattrocento perirono; anche il comandante FAÀ DI BRUNO volle perire con la sua nave.
VACCA, vista colare a picco la "Re d'Italia, dove sa che è imbarcato Persano, immagina che l'ammiraglio sia morto e che tocchi a lui assumere il comando. Nessuno gli aveva riferito che Persano si era invece trasferito sull'"Affondatore".
La "Palestro", colpita da una granata che produsse un incendio a bordo, uscì dal combattimento; i feriti furono trasportati sulla "Governalo", ma colpita anche questa, si cercò di evitare uno scoppio innaffiando le polveri, ma lo scoppio avvenne comunque e quasi tutto l'equipaggio e l'eroico comandante ALFREDO CAPPELLINI, che aveva dichiarato che non avrebbe abbandonato la nave, saltarono in aria, e finirono in fondo al mare lui e altri 248 marinai.
Vacca credendosi lui il comandante tenta di raccogliere intorno quante navi possibile; Persano che invece era vivo tenta di fare altrettanto. Ma Tegetthoff ha già dato il segnale d'adunata.
Sono le 11.45 e il combattimento è finito.
Per l'Italia 648 marinai morti e 40 feriti in combattimento. Gli austriaci 28 morti e 138 feriti. (i dati sono di A. Iachino - Storia Illustrata 06/1966 (pagg. 113-119).
Fu insomma una disfatta per gli Italiani.

La squadra austriaca combatté indubbiamente con ordine e valore, obbedendo ai comandi e mostrandosi audace, soprattutto quando si accorse della grande confusione delle navi italiane. Le navi del Tegethoff subirono solo lievi danni, la più provata l'"Imperatore", che perse il fumaiolo, l'albero di trinchetto, il bompresso e solo su questa ebbe ventidue morti e ottantacinque feriti; verso le 13, 15 si rifugiò malconcia nel porto di San Giorgio.

A quell'ora la battaglia languiva. I danni maggiori li avevano riportati gli Italiani, ma tutto non era perduto e la giornata si sarebbe potuta risolvere a favore degli italiani se la squadra dell'ALBINI, che disponeva di quattrocento cannoni (contro i 98 del nemico), fosse entrata nel combattimento, ma non si mosse; d'altra parte l'ordine dato dal Persano verso mezzogiorno a tutti i navigli di attaccare il nemico e dargli la caccia, fu eseguito solo dal "Re di Portogallo" di AUGUSTO RIBOTY e dal "Principe Umberto" di GUGLIELMO ACTON.

Verso le ore 14 il TEGETHOFF riparò con le sue navi a Lissa, nel porto di San Giorgio. Aveva vinto o meglio aveva conseguito il suo scopo che era quello di salvare l'isola, il che equivaleva ad una vittoria; ma padrona delle acque rimase la flotta italiana, il che diminuisce molto l'entità dello scacco e dimostra che con equipaggi più disciplinati e con ufficiali coscienti del proprio dovere la situazione poteva cambiare ancora. PERSANO non sfruttò nemmeno le 8 ore di luce a sua disposizione, poi alle ore 23 lasciò le acque di Lissa per mancanza di carbone e fece ritorno ad Ancona dove giunse il giorno dopo.
Il capro espiatorio dello scacco di Lissa, reclamato dall'opinione pubblica, fu naturalmente il PERSANO, che non era il solo responsabile. Se si volevano punire tutti i responsabili si doveva, come scrisse "Forcate" nella "Revue des Deux Mondes" del 1° Dicembre 1866, "portare alla sbarra tutta la flotta, il ministro della marina e il Governo stesso".

L'ammiraglio PERSANO fu giudicato dall'Alta Corte, che esclusi i reati di tradimento e di viltà, il 15 aprile del 1867 con sentenza firmata da centodieci senatori fu condannato per negligenza e imperizia alla dimissione, alla perdita del grado e alle spese di giudizio. L' ALBINI, il VACCA e parecchi altri furono collocati a riposo.

LA TREGUA

Il giorno stesso che la flotta italiana rientrava in Ancona, la Prussia, ad insaputa dell'Italia, concedeva all'Austria una tregua di cinque giorni, preludio di un lungo armistizio perché BISMARCK si era assicurata l'esclusione dell'Austria dalla confederazione germanica. Questo fatto costrinse poi il governo italiano a fare altrettanto per impedire che il nemico portasse tutte le sue forze in Italia, e dopo un consiglio di guerra tenutosi a Ferrara il 23, La Marmora chiese la sospensione delle ostilità per otto giorni, che fu accordata "a cominciare dal 25" con la condizione che le truppe da quel giorno (3 AGOSTO) dovevano fermarsi nei punti raggiunti dalle teste di colonne.
Il Consiglio italiano decise pure di chiedere all'Austria a) l'unione del Veneto col plebiscito; b) la cessione del Trentino senza compenso; c) la consegna di Venezia come pegno.

CIALDINI nell'intento di acquistar più territorio possibile prima del 3 agosto, ordinò al MEDICI di avanzare a marce forzate nel Trentino e al CADORNA verso Gorizia e Trieste. Sperava anche che la Prussia avrebbe lasciato spirare la tregua senza concludere l'armistizio, e la sua speranza era tenuta viva dall'atteggiamento di Bismarck il quale, mentre trattava con l'Austria, consigliava l'Italia a resistere alle pressioni napoleoniche di fermarsi, ma quest'atteggiamento era utile solo a lui e solo per piegare Vienna ad accettare le sue condizioni.

Con questa vaga speranza, Cialdini insisteva per l'attacco, mentre a non volerlo più era sia il Re sia La Marmora. Cialdini si infuriò tempestando con telegrammi i due e contestando il suo diritto a decidere "avendo lui il comando indipendente dal re"; poi con un altro telegramma a Firenze comunicò le sue dimissioni: "Parto stanotte per Udine e solo lì attenderò il mio successore". Altrettanto furioso il Re, che respinse le sue dimissioni e gli impose di rimanere, ma l'altro ostinato le riconfermò. Poi si accorse che stava subordinando il dovere e rientrò nei ranghi. Forse perché era in grosse difficoltà anche lui.
Infatti, due giorni dopo, il 27, con l'esercito accampato a Udine scriveva al Re che si era spinto dall'Adige all'Isonzo "non con le regole della prudenza militare, ma solo per considerazioni politiche". Che il suo esercito era messo male, mentre fresche truppe austriache sull'Isonzo stavano invece ingrossando quelle già sul posto, e in quanto a rifornimenti erano a casa loro.

Il 29 luglio a Ferrara ci fu un Consiglio su cosa fare se l'Austria non accetta le condizioni proposte dall'Italia. Cialdini propone di continuare la guerra a oltranza, forse facendo capire di aspettarsi un aiuto dalla Francia; ma il Ricasoli pur d'accordo con lui a continuare la guerra, un po' altero lo rimbrotta "ma non vogliamo in mezzo pantaloni rossi (i francesi ndr.), faremo da noi, da soli!".
Questa volta il più saggio fu La Marmora: "...anche se chiamiamo alle armi altri 100.000 uomini come vorrebbe Cialdini per essere più forte, vale la pena imbarcarci in una guerra da soli, e solo per avere in più il Trentino? Non si deve né si può". Ma non convinse i tre.
Il Re fu d'accordo con Cialdini e il Ricasoli: tenersi pronti alla battaglia con le sole truppe disponibili; anche perché non c'era il tempo materiale per richiamare nuove truppe.
Ma scaduto il termine, com'era prevedibile, l'Austria respinse le condizioni dell'Italia.
Nel frattempo erano discesi nuovi contingenti dalla Boemia a rinforzare l'esercito che doveva sostenere lo scontro sull'Isonzo, desiderosi gli austriaci di vendicare la sconfitta di Sadowa (attribuita all'Italia per l'attacco contemporaneo sul Mincio).

BISMARCK, intanto aveva raggiunto il suo scopo, il 2 agosto, il giorno prima che spirasse la tregua, a Nikolsburg concludeva un armistizio con l'Austria, alla quale era garantita la sua integrità territoriale, eccettuato il Veneto; e lo concludeva senza il consenso e la partecipazione dell'Italia dichiarando che "questa non poteva negare il consenso, dato che veniva in possesso della Venezia, verificandosi cioè la condizione stabilita nell'articolo 4 del trattato dell'8 aprile".
L'armistizio di Nikolsburg, che significava abbandono della Prussia, costringe l'Italia a fare ciò che né il Re né Garibaldi né il Cialdini né il Ricasoli volevano, trattare cioè un armistizio con l'Austria, la quale l'accordò a patto che l'Italia sgombrasse il Trentino e accettasse la cessione del Veneto a Napoleone.
Date le pessime condizioni militari italiane era necessario accogliere queste condizioni.

Tuttavia Bismarck quel giorno camminò sul filo del rasoio, e in quel frangente si rivelò chiara la discordia tra gli Stati. Il principe Alessandro d'Assia più tardi apprenderà confidenzialmente da Sciuwalov, che il 4 luglio a Pietroburgo si erano svolti eventi drammatici. (Diario Assia, 30 maggio 1870). Quel giorno era arrivato un telegramma di Napoleone III che "domandava, se all'occorrenza la Russia fosse decisa ad intervenire a mano armata per paralizzare la Prussia. Già stavano rispondendo di sì quando, un'ora dopo, un dispaccio dà notizia della grande vittoria prussiana di Koniggratz. Dopodiché Gorciakov cambia completamente di colore e fa pervenire felicitazioni a Berlino, e con gran dolore della zarina l'indirizzo prussianofilo permane, anche se il conte Redern vede chiaro e riferisce "Una Prussia potente che sfugga all'influenza russa è un pruno in un occhio ad ogni Russo. Specialmente ostile alla Prussia è l'imperatrice". (5 luglio 1886, archivio del Ministero degli esteri, Berlino - Conti op. cit. p. 214).
Ricordiamo che la zarina era sorella del principe Alessandro d'Assia, che si trovò nell'imbarazzante situazione di guidare un esercito austriaco contro i propri numerosi parenti prussiani nella sua terra natale.
Ed ecco una lettera della Zarina ad Alessandro che fa un po' il quadro della situazione al fratello:
"Puoi immaginare come mi senta, come ci sentiamo, potrei dire. Non ho altri pensieri che voi, non penso che a ciò che dovete provare e a quello che il futuro, il futuro più immediato, vi riserberà. Come ho compreso terribile la situazione in cui ti sei trovato non so nemmeno dirtelo: dal tempo della guerra in Crimea non sono stata in una tensione così febbrile, tale che ne sono notevolmente dimagrita con dispiacere del mio medico Hatman che solo per questo odia ancora di più i Prussiani. In generale qui non avverto, grazie a Dio, nessuna simpatia per loro. N. Adlergerg, che è appunto arrivato da Berlino riferisce che la loro baldanza passa tutti i limiti, essi parlano nientemeno che di voler occupare le nostre province baltiche. La follia di Bismarck ancora non ci attacca direttamente, al contrario cerca di guadagnarci, ma lo zar è talmente indignato dei loro piani rivoluzionari…che ha fatto dire chiaramente a Bismarck la sua opinione in merito. La cosa più stupefacente è che adesso Napoleone III ha scritto a Bismarck intorno al pericolo di adottare mezzi rivoluzionari… Così in basso è caduto il vecchio re. Questo duole moltissimo allo zar. Ci si chiede cosa ci sia da aspettarsi per il futuro della Germania. Per noi viceversa è molto importante non vedere la Prussia strapotente, e c'è da credere che questo sia il caso anche della Francia. Almeno Napoleone, esprime questo in una lettera allo zar…". (lettera della Zarina ad Alessandro d'Assia. Pietroburgo 20 luglio 1866 - ib. p. 216).

Ma poi il 3 agosto, lo zar prende energicamente le parti del vincitore e scrivendo a re Guglielmo: "Proprio come Voi, io considero la Prussia e la Russia delle alleate naturali; questa è la mia persuasione più profonda. Potete esser certo che non mi si troverà mai schierato tra gli avversari della Prussia. Per quanto riguarda gli altri infelici, è impossibile raggiungere qualche cosa: la loro annessione, "helsas", è stata decisa ieri" (Lettera dello zar a Guglielmo, archivio del Ministero esteri, Berlino - ib. p.219)

Abbiamo visto dunque sopra come si comporta Napoleone III, Bismarck, e lo Zar.

L'8 agosto, l'Arciduca Alberto, intima perentoriamente all'Italia, "entro il giorno 11 AGOSTO alle ore 4 del mattino, di sgombrare tutti i paesi del Tirolo e del Goriziano non appartenenti al Veneto".
E' insomma un ultimatum.

A questo punto torna ad imporsi sulla scena LA MARMORA, che ha il titolo di Capo di Stato Maggiore ma è anche un politico; e questa volta si va valere, andando contro l'opinione pubblica che voleva la guerra, contro Cialdini, contro Ricasoli e il suo governo e, rischiando di persona la sua popolarità si assume tutte le responsabilità.

L' " OBBEDISCO " DI GARIBALDI

L'8 agosto stesso, La Marmora telegrafò al MEDICI l'ordine di ritirarsi dalla Valsugana, il 9 mattina telegrafò da Padova a GARIBALDI: "Considerazioni politiche esigono imperiosamente la conclusione dell'armistizio, per il quale si richiede che tutte le nostre forze si ritirino dal Tirolo. D'ordine del re, ella disporrà quindi in modo che per le ore 4 antimeridiane di posdomani, 11 agosto, le truppe da lei dipendenti abbiano ripassato la frontiera del Tirolo".
Garibaldi quel giorno stesso rispose da Bezzecca: "Ho ricevuto dispaccio 1072 - Obbedisco".

La Marmora poi ordinò al Petitti che stava a Cormons di trattare le condizioni dell'Arciduca; e di fronte alle opposizioni del Ricasoli e dei ministri di Firenze lui tirò diritto; infine ordinò pure al Cialdini di cessare ogni ostilità, di abbandonare l'Isonzo, il Tagliamento e di ritirarsi sul Brenta
Il Re a quel punto gli disse "Caro La Marmora, adesso è troppo". Ma non intervenne a fermarlo, né poteva farlo. Il Capo di Stato maggiore era La Marmora e prima della guerra era lui al governo.
Cialdini fu costernato, chiese chiarimenti, perché non riusciva -lui nato e vissuto soldato- a capire i motivi politici. "Sono spaventato, tale passo è gravissimo, e non comprendo, la Francia ci ha forse abbandonati e si mette con l'Austria e ci minaccia? Deve esserci qualche grave ragione, che io ignoro"; lui era anche "pronto a sfidare l'Arciduca sul Tagliamento". Poi si convinse, visto che solo tre giorni prima aveva telegrafato al Re che "...c'erano i soldati senza scarpe, scalzi completamente, e in quanto ai viveri campiamo alla giornata, senza riserve, provviste, cucine e mancano molte cose...".
Lui era a 300 chilometri dai rifornimenti, mentre gli austriaci invece erano a casa, e con le efficienti ferrovie da Vienna in Italia potevano riversare ora (disimpegnatisi in Prussica) tutte le divisioni che volevano. Cialdini l'avrebbero spazzato via in poche ore.

ARMISTIZIO DI CORMONS
(QUI IL TESTO)

Il 12 agosto a Cormons il maggior generale MURING per l'Austria e il tenente generale PETITTI per l'Italia firmarono un armistizio che dal mezzogiorno del 13 agosto doveva durare
fino al 9 settembre e poteva esser prorogato tacitamente o rotto con preavviso di dieci giorni.

Il 24 agosto Austria e Prussia a Praga firmarono un trattato di pace in cui la prima acconsentiva che la Venezia, ceduta a Napoleone III, fosse data al Regno d'Italia, salvo la liquidazione dei debiti spettanti ai territori ceduti.
(tutto questo era già stato deciso l'11 giugno da Napoleone con L'Austria con il patto segreto)

PACE DI VIENNA e ARTICOLO ADDIZIONALE
(QUI IL TESTO)

Conseguenza dell'armistizio di Cormons e della pace di Praga fu la pace tra l'Italia e l'Austria, che FU firmata a Vienna il 3 ottobre dai plenipotenziari generale MENABREA e conte Felice WIMPFEN.
Col trattato l'Italia si assumeva come quota del debito pubblico della Venezia ottantasette milioni e mezzo di lire, accettava il Veneto dalla Francia e come confini quelli stabiliti nel 1815 tra l'Impero Austriaco e il Regno Lombardo Veneto; ambedue le parti stabilivano inoltre di concedere un generale indulto ai reati politici ed ampia libertà ai cittadini di optare per la nazionalità austriaca o italiana.
Infine i Lombardi e i Veneti militanti sotto la bandiera imperiale erano dichiarati liberi da ogni servizio con facoltà agli ufficiali di rimanere con il loro grado nell'esercito austriaco o di passare con lo stesso in quello italiano e gli archivi dell'antica repubblica veneta venivano restituiti all'Italia.
Con protocollo a parte (testo addizionale) l'imperatore d'Austria rinunziava per sé e per i suoi eredi al titolo di re della Lombardia e della Venezia e restituiva la corona ferrea che nel 1859 era stata da Monza portata a Vienna.
Dopo la firma del trattato di Vienna rimaneva la retrocessione della Venezia. L' Italia avrebbe desiderato per dignità, che il territorio le fosse ceduto direttamente dal generale MURING, commissario austriaco al generale GENOVA DI REVEL, commissario italiano, senza cioè il tramite della Francia; questa invece inviò come commissario il generale LE BEUF.
La presenza di costui, che pur tenne un contegno moderato, irritò il re, il governo e provocò un decreto, in data del 3 ottobre, che invitava la popolazione al plebiscito, il quale fu fissato per il 21 e 22 ottobre.

Allora, da Parigi fu dato ordine a LE BEUF d'impedire l'entrata degli italiani a Venezia e a Verona fino a che non fossero avvenute la cessione, la retrocessione e il plebiscito. L'incidente fu appianato grazie ai buoni uffici del NIGRA; e finalmente il 19 ottobre, in una camera d'albergo, senza alcuna solennità anzi quasi clandestinamente, il Le Beuf firmò il verbale di consegna del Veneto…

QUI IL TESTO DEL VERBALE

….a MICHIEL di Venezia, a DE BOTTA di Verona e ERMI-KELDER di Mantova.

Il 21 e 22 ebbero luogo il plebiscito nel Veneto per sancire l'unione al Regno d'Italia,
che diede questo risultato: 641.758 sì e 69 no, 273 astenuti.


In realtà senza plebiscito, il Veneto era già stato consegnato
"La Gazzetta di Venezia" del 20 ottobre riportava un anonimo trafiletto
"Questa mattina (giorno 19) in una camera dell'Albergo Europa si è fatta la cessione del Veneto"

I voti favorevoli furono sì il 99,99 %. Ma bisogna fare questa considerazione:
che votarono 641.758 abitanti su una popolazione di 2.603.009 abitanti.
VEDI LA LAPIDE RICORDO QUI 1866

Il 4 novembre una deputazione composta dal conte GIUSTINIAN di Venezia, da GIACOMELLI e CACCIANIGA di Treviso, da DE ROSSI di Udine, da PITTONI di Belluno, da DE LAZZARA, di Padova, da COSTANTINI e DE BOTTA di Verona e da PERETTI di Mantova presentò a Torino il risultato dei plebisciti a VITTORIO EMANUELE II, il quale rispose alle parole rivoltegli dal Giustinian dicendo che "l'Italia poteva considerarsi fatta se anche non compiuta" esprimendo la sua gioia nel vedere la patria libera finalmente dalla dominazione straniera.

7 NOVEMBRE - Ad elezioni concluse, Vittorio Emanuele II entra a Venezia.
Molti libri storici successivi scrissero " ...tutto si svolse con mirabile ordine e fra universali manifestazioni di gioia", "il Re entrò tra entusiastiche manifestazioni della folla".

Alcuni storici e alcuni Veneti ritennero che non fu così, ma che fu un

"PLEBISCITO BURLETTA" - VEDI QUI

Altri addirittura la considerano

"LA GRANDE TRUFFA"- VEDI QUI

Qui lasciamo i giudizi ai lettori e terminiamo l'anno 1866.
Ci aspetta un'altra vecchia e scottante questione che si trascinerà per altri tre anni
LA QUESTIONE ROMANA - LA LIBERTA' DELLA CHIESA
Ed è il periodo del prossimo capitolo

che va dal 1867 al 1870 > > >

 

 

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