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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1867-1868

GARIBALDI FUGA DA CAPRERA - LA BATTAGLIA DI MENTANA

FUGA DI GARIBALDI DA CAPRERA - MONTEROTONDO - MINISTERO MENABREA - INTERVENTO FRANCESE E ITALIANO NELLO STATA PONTIFICIO - BATTAGLIA DI MENTANA - ARRESTO DI G. GARIBALDI A FIGLINE
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LA FUGA DI GARIBALDI DA CAPRERA

Mentre il governo di Torino con imbarazzo discuteva quali provvedimenti prendere per stroncare l'insurrezione a Roma, sotto la minaccia fatta dai Francesi, contemporaneamente nelle stesse ore era avvenuto ciò che il governo aveva cercato con ogni mezzo (non si sa fino a qual punto) di impedire: la "fuga di Garibaldi da Caprera".
In Nizzardo, deludendo la robusta sorveglianza dei navigli di guerra, nel pomeriggio del 14 ottobre (mentre a Roma infuriava la battaglia) su un piccolissimo scafo si era diretto alla Maddalena e qui era stato ospite della signora inglese Collins; poi la mattina del 17 a bordo di una barca, insieme con i fedeli SUSINI, CUNEO e BASSO, era passato in Sardegna e da Porto Prandinga con una paranza prestata da STEFANO CANZIO aveva fatto vela per la Toscana, era approdato a Vade, e il mattino del 19 era giunto a Livorno.

Il 20 ottobre GARIBALDI era a Firenze; il 22 CIALDINI tentava di indurlo a ritirare i volontari dallo Stato Pontificio, ma poco mancò che non fosse persuaso lui stesso a marciare con lui verso Roma alla testa dell'esercito regolare. Quel giorno stesso con un convoglio speciale Garibaldi si recava a Terni e da qui a Passo Corese, dov'era il campo del figlio MENOTTI, e impartiva le disposizioni per espugnare Monterotondo, cittadina molto forte per la sua posizione, difesa da due cannoni e presidiata da circa quattrocento papalini, quasi tutti francesi.
L'azione doveva iniziare nella notte dal 23 al 24 ottobre, ma, smarrita la strada, colonne garibaldine giunsero sul posto a giorno fatto e l'assalto fu differito alla mattina del 25. All'ora fissata, le colonne "Valzania" e "Valdesi" attaccarono dalla destra la porta Canonica, la colonna "Mosto", operando al centro attaccò porta Canonica, la colonna "Frigesy", dalla sinistra assalì porta Ducale, la colonna "Salomone" prima rimase sulla via Salaria poi mosse contro porta Romana. Dirigeva l'azione, sotto gli ordini del padre, MENOTTI.

I Garibaldini, decisi e con numerosi assalti sferrarono l'attacco, stringendo la città, occupando il borgo di San Rocco, il convento di S. Maria, il convento dei Cappuccini, il cimitero, la Madonna di Loreto, il casino dei Crociferi e il colle di S. Martino; ma furono sempre respinti dai Pontifici, che combattevano al sicuro dalle feritoie e con il fuoco martellante dei fucili e con quello micidiale di un cannone rigato abilmente utilizzato dal tenente QUATREBARBES, causando gravi perdite agli assalitori.
Alla sera del 25 ottobre, verso le 20, i Garibaldini spinsero a Porta Romana un fascio di legna cosparso di zolfo per dar fuoco alla porta, che continuò a bruciare fin dopo la mezzanotte, quindi si lanciarono dentro la città e non tardarono ad avere ragione dei Francesi, i quali, tentata un'estrema difesa dietro le barricate, si asserragliarono nel castello. Ma non vi rimasero a lungo: alle ore 9 del 26, avendo i volontari appiccato il fuoco anche alla porta principale, i Pontifici si arresero a discrezione e furono mandati al confine italiano.

Il giorno dopo - il 27 ottobre 1867- della presa di Monterotondo, il generale MENABREA, cui il Re, togliendolo a Rattazzi aveva affidato l'incarico di costituire il ministero, formava il nuovo gabinetto prendendo per sé la presidenza, gli Esteri e l'interim della Marina (che il 10 novembre fu data al viceammiraglio PROVANA del Sabbione) e affidò gli Interni
al marchese FILIPPO GUALTIERO, i Lavori Pubblici al Conte GIROLAMO CANTELLI, la Grazia e Giustizia all'avvocato ADRIANO MARI, le Finanze al conte GUGLIELMO CAMBRAY-DIGNY, la guerra al generale BERTOLÈ-VIALE, l'Istruzione e l'interim dell'Agricoltura, Industria e Commercio ad EMILIO BROGLIO.

Lo stesso giorno 27, VITTORIO EMANUELE pubblicava un proclama (la pressione francese si fa sentire) in cui diceva:
"…deploro l'azione di elementi irresponsabili che con il muover guerra al Pontefice fanno correre al paese il rischio di una guerra con la Francia, dichiaro che non posso permettere che altri usurpino il diritto di guerra e di pace, di cui sono io il depositario".
"Allorché -
concludeva - la calma sarà rientrata negli animi e l'ordine pubblico pienamente ristabilito il mio governo, d'accordo con la Francia secondo il voto del Parlamento, curerà con ogni lealtà e sforzo, di trovare un utile componimento, che valga a porre un termine alla grave e importante questione dei Romani".

II re credeva che questo proclama e l'energia spiegata dal nuovo ministero avrebbero accontentato Napoleone III. Volle fare perfino di più: mandò a Parigi LA MARMORA affinché esponesse all'imperatore la difficile situazione in cui si trovava l'Italia e lo pregasse di sospendere la spedizione di un corpo d'esercito, già pronto a Tolone, per portarsi a Civitavecchia, ma con la chiara intenzione di entrare poi nello Stato Pontificio.
Nella missione La Marmora ottenne lo scopo: Napoleone assicurò che avrebbe lasciato a Tolone il corpo, ma disse pure che non poteva richiamare la divisione già partita il 26, alla quale però -assicurò- avrebbe dato ordine di fermarsi a Civitavecchia.
La spedizione francese giunse, infatti, a Civitavecchia il 28 e il giorno dopo il comandante generale DE FAILLY, rivolgeva un proclama ai Romani, in cui diceva che l'imperatore mandava le sue truppe per difendere la Santa Sede dagli attacchi di sconsiderate bande armate e per ristabilire l'ordine e la sicurezza, rispettando le persone, i costumi e le leggi. Parte delle truppe sbarcate -nonostante le assicurazione fatte a La Marmora- si trasferirono a Roma, dove giunsero il 30.
Saputo che i Francesi erano sbarcati a Civitavecchia per poi dirigersi su Roma, Vittorio Emanuele ritenne necessario intervenire e diede comunicazione delle sue decisioni con una lettera a Napoleone III e con una nota ai governi esteri. Nello stesso tempo ordinò ad alcuni reparti di penetrare nello Stato Pontificio.
Furono subito occupate Acquapendente, Civita Castellana, Frosinone ed altri paesi, come Velletri occupata dai volontari del Nicotera, o Viterbo da quelli dell'Acerbi; che convinte seriamente di non fallire su Roma, cominciarono già a preparare i plebisciti.

VITTORIO EMANUELE sperava che la questione romana con l'occupazione contemporanea dei Francesi e degli Italiani fosse sottratta all'azione violenta dei volontari e portata nel campo pacifico delle trattative diplomatiche; difatti nella nota ai governi esteri assicurava di essere intervenuto
"per mettersi, in condizioni pari a quelle in cui si era messa la Francia, nell'attesa di intraprendere nuovi negoziati sulla questione romana".

MA CHI APPOGGIAVA GARIBALDI ?

Se molte sono le prove giunte da Torino per sconsigliare l'azione di Garibaldi, nessuna però vi è di una decisa opposizione. Revel scrivendo al fratello Ottavio, sospettava che il Rattazzi non fosse contrario a quella spedizione. Ma poi lo stesso Rattazzi sguinzagliò l'esercito e lo fece arrestare a Sinalunga. Sappiamo che lo stesso Crispi esortò a rinunciare all'impresa. E sappiamo pure che Mazzini si dissociò da Garibaldi, e gli mandò a dire che non avrebbe cooperato all'impresa se non si fosse levata in alto netta la bandiera repubblicana.
Ma allora Garibaldi dove trovava incoraggiamenti? Nella sollevazione romana? Ma non era sicura, e anche se ci fosse stata non sarebbe stata tale da fermare due eserciti che marciavano sulla capitale, quello del Re e quello Francese.
A parte il poco o no attendibile patto segreto fatto con il Re, che voleva avere un piede in due scarpe, per non compromettersi con il patito rivoluzionario davanti alle Potenze, per non perdere consensi con l'agguerrita sinistra parlamentare, fu anche detto (e non sembra inverosimile) che ad incoraggiare Garibaldi furono i Prussiani; che agivano sul movimento allo scopo di provocare una rottura tra l'Italia e la Francia.
E' una tesi verosimile; perché la rottura ci fu dopo, nel '70; direttamente o indirettamente favorita dalla Prussia, ma anche per nulla sgradita all'Austria.

Del resto sappiamo che, già il prossimo anno (1867), se Napoleone III, piuttosto preoccupato per la Prussia fa alcuni passi per avvicinarsi a Vienna cercando di far dimenticare i rancori per Sadova; Vittorio Emanuele dimenticando Custoza, fa anche lui i suoi passi e, con Nigra e Vimercati, nella successiva primavera studierà la possibilità di un accordo con l'Austria. Le riservate conversazioni rivelarono che a Firenze e a Vienna vi era il più vivo desiderio di accordarsi e di dimenticare il passato. L'Austria aveva il desiderio di assicurarsi l'appoggio dell'Italia ed era pronta anche a darlo a sua volta. Il prezzo dell'Italia era il consenso che l'Austria avrebbe dovuto dare alla Convenzione. E forse, qualcosa di più. (ma ci ritorneremo sopra a suo tempo).
Non lasciamoci però sfuggire più avanti, nelle prossime pagine, la realistica e impertinente frase di PALLAVICINI, che invitava il Re a compiere un'audace "svolta" ad "angolo retto", cioè un'inversione nelle alleanze.

Torniamo a GARIBALDI, che sebbene consigliato e pregato (e perfino platealmente (!) diffidato dalla "Gazzetta Ufficiale" del 21 settembre) di rientrare nei confini del regno, non volle abbandonare l'impresa e, lasciato un battaglione a Monterotondo, spostatone un altro a Mentana e un terzo con il colonnello PIANCIANI a Tivoli ed ordinato alle colonne di ACERBI e di NICOTERA di raggiungerlo, fece occupare le colline di Santa Colomba e dall'avanguardia, comandata dal FRIGESY; poi spinse le avanguardie a Castel Giubileo e a Villa Spada e alla sera del 29 ottobre, alla testa di due battaglioni di bersaglieri genovesi, avanzò fino a Casale dei Pazzi, presso Ponte Nomentano, sperando che la sua presenza avrebbe indotto la popolazione di Roma ad insorgere.

Un tentativo d'insurrezione, in verità, ci fu a Roma con l'annunciato arrivo dei Francesi e questa presenza-ingerenza straniera aveva suscitato sdegno fra i popolani. La sera del 30 ci furono qua e là confitti tra papalini e insorti, un gruppo dei quali fece accanita resistenza in un'osteria uccidendo e ferendo parecchi zuavi e gendarmi pontifici; un forte gruppo d'insorti cercò d'impadronirsi di Porta San Giovanni, ma fu respinto.
Nella notte del 30 ottobre, GARIBALDI informato dell'arrivo dei Francesi e non sperando più in un nuovo tentativo su Roma, fece ritorno a Monterotondo. La mattina del 31 i Pontifici, usciti dalla città, ebbero la lieta sorpresa di non trovare più i Garibaldini nelle posizioni occupate il giorno prima. Ventinove di questi, sorpresi da un reparto di papalini sul Monte San Giovanni, non vollero arrendersi e, asserragliatisi in un cascinale, resistettero per cinque ore eroicamente, guidati dal maggiore siciliano RAFFAELLO DE BENEDETTO; infine, avendo i papalini appiccato il fuoco alla porta, si lanciarono dalle finestre con le armi in pugno ma caddero tutti uccisi dagli implacabili fucili nemici.

Con l'arrivo dei francesi le cui forze ascendevano a 22.000 uomini con 42 pezzi, cosa avrebbe potuto fare Garibaldi che disponeva appena di seimila uomini, e che per di più con l'intervento italiano era stata chiusa la frontiera ai rifornimenti? Due sole scelte gli rimanevano: sciogliere il corpo, aspettando tempi migliori, o mantenere viva l'insurrezione nel territorio. Scelse quest'ultima e stabilì di trasferirsi a Tivoli, dov'era PIANCIANI e dove avrebbero dovuto raggiungerlo l' ACERBI e il NICOTERA.
A mezzogiorno del 3 novembre, con tre ore di ritardo -che furono funeste- lasciato a Monterotondo il battaglione "Bernini", con 4.700 uomini (ma metà disertò durante la marcia), il Generale si pose in cammino. L'avanguardia della colonna aveva appena sorpassato il paese di Mentana, quando, verso le 12,30, fu segnalata la presenza del nemico sulla via Nomentana; consistente in una colonna pontificia di circa 3.500 uomini comandati dal generale DE COURTEN e una colonna francese, della stessa forza comandata dal generale DE POLHÈS.

Alle 12,45 il battaglione "Stallo", testa dell'avanguardia garibaldina, urtò contro l'avanguardia pontificia del maggiore LAMBILLY, che con un primo balzo occupò monte d'Oro e la spianata del Romitorio e con un secondo le alture di Ara Cacamele e dell'Immaginella poi si spinse sullo Sperone delle Pianelle, costringendo il battaglione "Stallo" a ripiegare su Casale Santucci. Accorsi i battaglioni "Missori, Burlando e Ciotti" e i carabinieri livornesi, la difesa garibaldina, da questa parte, fu posta sulla linea Cantucci- Salvatore.
Verso le 14, i pontifici del colonnello DE CHARRETTE sferrarono un secondo energico attacco contro Casali, il caseggiato Santucci e conca Guarnieri e quelli del colonnello D'ARGY contro l'altura di S. Salvatore che dopo un'ostinata resistenza fu occupata.

I Garibaldini ripiegarono su Conventino e Mentana, mentre le colonne Elia e Frigesy occupavano il borgo e il castello di Mentana, la Rocca e l'altura dei Pagliai e chiudevano lo sbocco meridionale del paese con una barricata, la colonna Valzania occupava le alture di Salincerqua, alcuni battaglioni furono spinti verso S. Antonio e il Conventino, mentre le colonne Salomone e Cantoni rimanevano in riserva all'imbocco settentrionale di Mentana e sulla strada di Monterotondo
Avanzando ancora, il DE CHARRETTE occupò, dopo una forte resistenza di nuclei garibaldini, il Conventino e si spinse sulla strada di Colombana. Intanto le artiglierie pontificie e quelle francesi prendevano posizione e cominciavano a bombardare l'abitato di Mentana e le posizioni garibaldine, che dovettero sostenere pure un terzo attacco pontificio lanciato contro l'entrata meridionale di Mentana, a Vigna Cicconetti e a Pagliai ma fu respinto grazie a due ben piazzati cannoni garibaldini. I Pontifici furono ricacciati in disordine verso S. Antonio e il Conventino e un battaglione di carabinieri esteri, stretto da due lati nell'oliveto dell'altura della Rocca venne a trovarsi in una situazione molto critica. Allora cinque compagnie e un plotone di dragoni pontifici furono mandati a contenere il contrattacco garibaldino o per aggirare la destra dello schieramento dei volontari, ma un secondo furioso contrattacco di questi, proveniente dalla strada di Gattaceea e dalla vigna Cicconetti, ricacciò disordinatamente i papalini.

Alle 15,30 il Garibaldi ordinò un contrattacco generale, il quale progredì tanto specie dalla parte del Conventino, da costringere il generale DE COURTEN a chiedere l'aiuto dei Francesi, che giunti da Civitavecchia, presto entrarono in azione aprendo il fuoco con i loro nuovi "Chassepots". (I Chassepots erano i nuovissimi fucili francesi a retrocarica con una cadenza di tiro molto più rapida, a ripetizione quasi continua rispetto a quelli antiquati dei garibaldini - Ndr.).
A destra la colonna "Frémont" scese da colle Santucci al Conventino e, piegando a dritta, puntò verso monte S. Croce e colle Manzi, ma fu arrestata da un contrattacco guidato personalmente da GARIBALDI. A sinistra, la colonna "Saussier" mosse contro le alture di Salincerqua, che furono assalite anche dalla colonna "De Troussures", proveniente dalla via Salaria. Al centro i Pontifici tornarono ad attaccare vigna Cicconetti, i Pagliai e lo sbocco sud di Mentana.
Assaliti da ogni parte da forze triple sorrette da numerose artiglierie, i volontari ripiegarono su tutto il fronte ritirandosi disordinatamente verso Mentana e Monterotondo.

"Scrive il Guerzoni, lo storico che quel giorno era nella mischia: "La giornata già vinta alle due, alle quattro era di nuovo perduta. E non pareva vero. FABRIZI, il vecchio Fabrizi, sereno ed impassibile in mezzo alle palle, quasi solo talvolta ad un tiro di pistola dal nemico, implorava, dimentico di sé, quasi pregando gli altri di resistere ancora qualche istante; BEZZI rimasto tutto il giorno con CELLA ed altri, contro villa Santucci, anche lui nel trattenere i fuggitivi si strappava i capelli; MARIO, FRIGESY, MENOTTI, MISSORI (parliamo di quelli che ci passarono davanti in quell'ora) si spingevano dove più ardeva la mischia a contrastare il terreno. GARIBALDI, pallido, rauco, cupo, invecchiato di vent'anni, seguito dall'indivisibile CANZIO, sarcastico ululava ai fuggitivi: "Sedetevi, che vincerete!". Invano ! tutto rigurgitava, correva, precipitava sulla via finale della ritirata; e la ritirata si operò, sotto la sinfonia "merveilleuse" dei fucili francesi "Chassepots", verso Passo Corese. Garibaldi sapeva, come noi tutti, che là ci attendeva la catastrofe, ma non sarebbe stato da uomini il differirla perché sarebbe stato inevitabile l'inutile spargimento di sangue".
"Mentana non cadde però quel giorno, essendo stata difesa da circa cinquecento Garibaldini, che, tagliati dal resto dei volontari, vi si erano barricati. Il giorno dopo, il capitano
"LUIGI MAGGIOLO, che aveva assunto il comando e si era chiuso nel castello, compresa l'inutilità di un'ulteriore resistenza, trattava la resa con i Francesi ed otteneva che i suoi uomini raggiungessero il confine italiano.
"La notte dal 3 al 4 novembre, Giuseppe Garibaldi lasciò Monterotondo, dove con i suoi si era ritirato. "La notte era grigia, la campagna squallida e muta: buffi di vento soffiati dal Tevere penetravano nelle ossa, intirizzendovi quelle ultime ceneri d'energia che l'angoscia e la fatica di quell'aspra giornata non avevano consumato. La colonna seguiva, lunga, serrata, taciturna: non un canto, non un grido, non un colloquio. Garibaldi precedeva a cavallo, silenzioso anche lui, con il cappello sugli occhi, le braccia abbandonate, lugubre, spettrale. Non badava a nessuno, e nessuno a sua volta avrebbe osato interrompere il sacro colloquio di quell'uomo con la sua sventura. Un istante tuttavia parve accorgersi che qualcuno gli cavalcava vicino, mosse ansioso tutti i segni della sua fronte e rotto per poco il silenzio, gli disse: "È la prima volta, Guerzoni, che mi fanno voltare le spalle così e sarebbe stato meglio ...." qui un profondo sospiro gli troncò nella gola la parola, e spinto avanti il suo cavallo, arrivò poche ore dopo insieme a tutta la colonna a Passo Corese. Voleva forse dire: "Sarebbe stato meglio morire ?". L'evento e l'ora consigliavano questi pensieri, e molti forse li covavano come lui. Il primo ad affacciarsi fu il volto franco ed ospitale del colonnello CARAVÀ, già suo soldato, ora comandante il 4° granatieri al confine:... Garibaldi gli porse la mano e gli disse: "Colonnello, siamo stati battuti, ma potete assicurare i nostri fratelli dell'esercito che l'onore delle armi italiane fu salvo". Fu quella la più eloquente epigrafe di tutta quella campagna (Guerzoni)".

IL TERZO ARRESTO DI GARIBALDI - A VARIGNANO

La mattina del 4 novembre 1867, GARIBALDI dettò un manifesto agli Italiani, in cui assicurava che se la questione romana, ormai affidata agli eserciti italiani e francesi, non fosse stata risolta secondo il voto della nazione, lui sarebbe nuovamente intervenuto, quindi, accompagnato da FRANCESCO CRISPI, salì in un treno speciale diretto a Firenze. Giunto a Figline, nonostante le sue proteste, fu arrestato e condotto al Varignano, dove rimase fino al 26 novembre; poi gli fu concesso di far ritorno a Caprera, dietro sua promessa di non muoversi fino al 1° marzo del 1868. Ma non si mosse più, nemmeno dopo quella data.

Nella sua isola Garibaldi rimase fino all'ottobre del 1870 quando, con (singolare) magnanimità veramente straordinaria ma anomala, volle andare a difendere contro i Prussiani quella stessa Francia che tanto odiava l'Italia e che due volte, nel 1849 e nel 1867, si era opposta con le armi alla libertà romana e anche alla sua, chiedendone l'arresto.
Ripetutamente eletto deputato (era diventato il leader della sinistra radicale) Garibaldi parteciperà raramente alla vita parlamentare, insofferente dei compromessi della politica, indignato della corruzione del mondo parlamentare, deluso della litigiosità e dalla debolezza dei governi della sinistra, si dimetterà il 27 settembre 1880 scrivendo alla redazione del giornale romano "La Capitale" una clamorosa lettera:

"Non voglio essere tra i legislatori di un Paese dove la libertà è calpestata e la legge non serve nella sua applicazione che a garantire la libertà ai gesuiti ed ai nemici dell'Unità d'Italia…Tutt'altra Italia io sognavo nella mia vita, non questa, miserabile all'interno e umiliata all'estero".


Il fallimento a Mentana; i fucili "Chassepots", e una "pesante" lettera di un ministro francese,
in Italia indignarono sia gli amici della Francia e sollevarono ancora di più i nemici;
tutto contribuì a dare quella svolta che provocatoriamente indicherà Pallavicini

il dopo Mentana il 1868 - 1869 > > >

 

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