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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNI 1870-1871

SCOMUNICA DI PIO IX - ROMA CAPITALE - L'ULTIMO MAZZINI

LA SCOMUNICA DI PIO IX DOPO L'OCCUPAZIONE DI ROMA - INAUGURAZIONE DELLA XI LEGISLATURA - AMEDEO DI SAVOIA, RE DI SPAGNA - APPROVAZIONE DEL PLEBISCITO ROMANO E DEL TRASFERIMENTO DELLA CAPITALE - LA DISCUSSIONE PARLAMENTARE DEL DISEGNO DI LEGGE DELLE GUARENTIGIE - IL RIFIUTO PAPALE - LA CAPITALE A ROMA - LA PRIMA SEDUTA DELL'ASSEMBLEA DEI DEPUTATI A MONTECITORIO E IL DISCORSO DELLA CORONA - UN GIUDIZIO DEL MAZZINI SULLA FRANCIA - GARIBALDI A DIGIONE - INGRATITUDINE FRANCESE - TENSIONE DI RAPPORTI TRA L' ITALIA E LA FRANCIA - LE ULTIME BATTAGLIE POLITICHE DI GIUSEPPE MAZZINI
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LA SCOMUNICA DI PIO IX DOPO L'OCCUPAZIONE DI ROMA
INAUGURAZIONE DELLA XI LEGISLATURA
AMEDEO DI SAVOIA, RE DI SPAGNA
LA LEGGE DELLE GUARENTIGIE - LA CAPITALE A ROMA

(L'intero testo della legge detta delle GUANTIGIE )
interamente digitalizzato è presente solo nei documenti del CD
per i possessori cliccare QUI )


L'occupazione di Roma inasprì enormemente i rapporti tra la chiesa e lo Stato. Il 20 ottobre del 1870, Pio IX, dichiarando sospeso il Concilio Ecumenico, chiamava sacrilega l'invasione dell'Alma Città e affermava di trovarsi "pienamente sotto dominazione e podestà nemica": e il 1° novembre (il 20 si tenevano le elezioni politiche) pubblicava un'enciclica (la "Respicientis") nella quale dichiarava "ingiusta, violenta, nulla e invalida, l'occupazione italiana". Premesso, che non avrebbe mai acconsentito ad una conciliazione dalla quale i diritti della Santa Sede dovessero uscire distrutti o diminuiti, dichiarava che "erano incorsi nella maggiore scomunica e nelle altre censure e pene ecclesiastiche non solo coloro che avevano perpetrato l'invasione, l'usurpazione e l'occupazione dello Stato Pontificio, ma anche i loro mandanti, i loro fautori, i loro coadiutori, i loro consiglieri".
Denunciava la condizione di "cattività" del pontefice, che "non può esercitare liberamente e sicuramente la suprema autorità pastorale"; ed infine invitava tutti i cattolici ad astenersi dalla vita politica italiana e a disertare le urne (alle elezioni politiche generali del 20 novembre, dei 530.018 elettori aventi diritto di voto, solo 240.974 si recheranno a votare).

IL TRASFERIMENTO DELLA CAPITALE
INAUGURAZIONE DELLA XI LEGISLATURA

Premevano numerose intanto le esortazioni al Governo di trasferire la capitale a Roma e poiché il LANZA, presidente del Consiglio, aveva dichiarato che il trasferimento si sarebbe fatto nel luglio del 1871, era sorto un gravissimo malcontento fra i patrioti romani, i quali, a metà ottobre, quasi a protesta contro le dichiarazioni del Lanza, accoglievano con significative dimostrazioni il ministro Sella, che era invece un acceso sostenitore dell'immediato trasferimento del Governo a Roma.
Sciolta la Camera, furono convocati i Comizi per il 20 e 27 novembre 1870, e il 5 dicembre, a Firenze, fu inaugurata la XI Legislatura.
"Con Roma, capitale d'Italia, - disse il re nel discorso della Corona - ho sciolto la mia promessa e coronato l'impresa che ventitré anni or sono veniva iniziata dal magnanimo mio genitore. Il mio cuore di re e di figlio prova una gioia solenne nel salutare qui raccolti per la prima volta tutti i rappresentanti della nostra patria diletta, nel pronunciare queste parole: L'Italia è libera ed una; ormai non dipende più che da noi il farla grande e felice".

AMEDEO DI SAVOIA, RE DI SPAGNA

Nel suo discorso VITTORIO EMANUELE annunciava al Parlamento che le "cortes" spagnole avevano chiamato sul trono di Spagna suo figlio AMEDEO, DUCA D'AOSTA:
"Mentre l'Italia s'inoltra sempre più sulle vie del progresso, una grande nazione, che le è sorella per stirpe e per gloria, affida ad un mio figlio la missione di reggere i suoi destini. Io sono lieto dell'onore che, reso alla mia Dinastia, è reso insieme all'Italia".
Da quella nomina il re sperava grandi cose per la sua politica internazionale e per il suo sogno di egemonia italiana sulle nazioni latine, ma ben presto quelle speranze dovevano svanire. Partito il 26 dicembre, Amedeo di Savoia, deposto lo scettro se ne tornava in Italia l'8 marzo del 1873 dopo poco più di un anno di regno, amareggiato dal tradimento, dalle ostilità e dagli attentati.

Non mancava, nel discorso della Corona, un accenno ai propositi del Governo circa la condotta da tenere nei riguardi della Chiesa: "Noi entrammo in Roma - diceva Vittorio Emanuele - in nome del diritto nazionale, in nome del patto che vincola tutti gli italiani ad unità di nazione; vi rimarremo mantenendo la promessa che abbiamo fatto solennemente a noi stessi: libertà della Chiesa, piena indipendenza della sede pontificia nell'esercizio del suo ministero religioso, nelle sue relazioni colla cattolicità".

Il 9 dicembre 1870, il LANZA presentò alla Camera tre disegni di legge: il primo riguardante l'approvazione del plebiscito dell'ex-Stato Pontificio; il secondo sul trasferimento della capitale a Roma; il terzo intorno alle Guarentigie formulate per il Pontefice e per la Chiesa.

La discussione sul primo disegno iniziò il 21 dicembre. GIUSEPPE FERRARI sostenne essere assurdo che Roma potesse essere contemporaneamente la sede del re e del Pontefice; GIUSEPPE TOSCANELLI dichiarò che per evitare l'intervento degli Stati cattolici europei bisognava costituire Roma in città libera con l'alta sovranità del Pontefice e il protettorato italiano; il ministro degli esteri VISCONTI VENOSTA, infine chiarì qual'era la situazione dell'Italia di fronte agli Stati d'Europa riguardo alla "questione romana" ed assicurò che nulla le potenze estere avrebbero fatto se il Governo italiano manteneva fede alle sue promesse. "Ora, o signori - concludeva - che lo scopo nazionale è raggiunto, un pensiero di prudenza e nel tempo stesso di giustizia occorre porre per norma alla nostra condotta di astenerci da tutti quegli atti che senza una necessità assoluta, possono offendere i sentimenti cattolici, e di astenerci da quegli atti che possono ingenerare il dubbio che realmente la libertà del Pontefice sia menomata. Da noi, o signori (ne ho la profonda convinzione), dalla nostra condotta dipenderà il porre un termine alla questione romana, con comune vantaggio dell'Italia, del mondo cattolico e della Religione, od il risollevarla con il danno comune ed irreparabile".

La Camera approvò il plebiscito con 239 voti contro 30. Anche il Senato nonostante, i discorsi contrari del MAMELI e del conte di CASTAGNETTO, la proposta sospensiva del MENABREA e la protesta di GINO CAPPONI per l'occupazione violenta di Roma, approvò il plebiscito con 56 voti contro 22.

Il dibattito sul trasferimento della capitale cominciò il 23 dicembre. La proposta del ministero che il trasferimento doveva avvenire dopo sei mesi dalla promulgazioni della legge, prevalse sulle proposte di DEPRETIS, AVEZZANA, CEROTTI, PIANCIANI, LA PORTA e, messa ai voti, 132 furono i favorevoli e 18 contrari. Fu alla fine approvato quest'ordine del giorno: "La Camera, associandosi ai sentimenti espressi dalla Commissione, rende solenne atto di gratitudine alla città di Firenze, sede temporanea del Governo, per la libertà e il patriottismo con cui ne compì l'alto ufficio, e la proclama benemerita della nazione".
II Senato approvò il trasferimento della capitale con 94 voti contro 39.

LA LEGGE DELLE GUARENTIGIE

Più ampia e dibattuta fu la discussione sul disegno di legge delle "guarentigie". Il 16 gennaio 1871 in nome della Giunta, presentò la relazione con cui erano apportate notevoli modifiche al disegno ministeriale, fra le quali la più importante era la distinzione del progetto in due titoli: il primo comprendeva le norme riguardanti le prerogative del Pontefice e della Santa Sede, il secondo regolava le relazioni della Chiesa con lo Stato.
Il dibattito iniziò il 23 gennaio 1871 e durò dieci mesi. Clericali e radicali parlarono contro il disegno di legge, sostenendo gli uni che il disegno di legge non rappresentasse una sufficiente garanzia alla libertà della Chiesa, gli altri pretendendo che tutti i culti dovevano essere trattati alla medesima stregua. Quarantacinque deputati di Sinistra, tra cui CAIROLI, CRISPI, FABRIZI, AVEZZANA, LA CAVA, presentarono il seguente ordine del giorno:
"La Camera, considerando che la libertà di coscienza, diritto innato ed incrollabile, è offesa dal progetto di legge in discussione, che anzi il medesimo impedisce ogni attuazione di libertà religiosa; considerando che esso non sancirebbe neppure la separazione della Chiesa dallo Stato, ma, con danno reciproco, un maggior vincolo costituendo al Capo della Chiesa cattolica una sovranità eccezionale, ed un Governo irresponsabile e superiore alla legge, offensivo ai diritti dei cittadini ed agli stessi interessi del clero; rinvia il progetto alla Commissione perché, correggendone il concetto informatore, sostituisca alle gerarchie del privilegio quelle della libertà che assicura con la piena indipendenza del potere spirituale del Pontefice, la perfetta uguaglianza di tutte le credenze davanti alla legge".

Quest'ordine del giorno fu svolto da BENEDETTO CAIROLI, il quale tentò di dimostrare che:
"…nonostante le garanzie, la Santa Sede sarebbe stata nemica dello Stato e se la liberazione di Roma - perorava infine con calore - non resuscita le glorie di un mondo spento, deve aprire all'Italia l'orizzonte di un nuovo avvenire, perché è stato rimosso l'ingombro del maggiore ostacolo al progresso sociale. Ma poiché a noi è toccata la fortuna di compiere il legato di Dante e di Machiavelli in questa gentile città che fu la loro patria illustre, non assumiamo il triste ufficio di profanarlo con le mutilazioni. Io ve ne supplico nel nome santo di quella milizia del pensiero e del sacrificio benemerita della patria e dell'umanità, dai capi più celebrati fino alle ultime onorate vittime del nostro esercito. L'Italia non può, non deve andare a Roma sotto l'arco di trionfo di queste garanzie, che negano il passo alla civiltà".

Parlarono contro il disegno di legge BORTOLUCCI, TOSCANELLI, ABIGNENTE, COPPINO, MORELLI, BILLIA, CIVININI e, meglio di tutti. PASQUALE STANISLAO MANCINI, che presentò un suo progetto e pronunciò un discorso veramente poderoso, che terminava così:
"L'Italia ha avuto il grande onore, al cospetto del mondo, di essere strumento della più grande e benefica delle rivoluzioni che si potesse desiderare, della distruzione del potere temporale del Papato. Oggi soltanto, possiamo, senza vergogna e raccapriccio, volgere indietro il nostro sguardo attraverso l'ordine dei tempi, e rifare con il pensiero la lunga e dolorosa storia del popolo italiano. Questa storia attesta che la vita intera dell'Italia si ridusse per otto o dieci secoli a non essere nient'altro che il suo incontro col Papato, con questo suo incomodo ospite e nemico, una continua e tremenda lotta in cui un istante il Papato finì per vincere e distendere a terra l'Italia, muta ed immobile cadavere; ma più tardi questo cadavere ha potuto rialzarsi deponendo il suo funereo lenzuolo, ricominciare la lotta, trionfare, e condannare a perire l'antico oppressore, cui mancavano le condizioni a vivere ed a ringiovanirsi, dopo che aveva giurato una guerra implacabile alla civiltà e al progresso".

In favore del disegno di legge parlarono BERTI, CARUTTI, GIUSEPPE MASSARI, MINGHETTI, BONCOMPAGNI, DEL ZIO, il ministro RAELI, Bonfadini e RUGGERO BONGHI, il quale difese il progetto con un discorso appassionante, in cui dimostrò la necessità di accordare garanzie al Capo di una Chiesa universale, che, se turbata in Italia, avrebbe prodotto turbamenti in tutto il mondo, dimostrò che non privilegi erano quelli che si concedevano al Pontefice, ma prerogative, che non potevano costituire un pericolo per l'Italia, e infine, rispondendo ai deputati clericali, con una mirabile sintesi storica dimostrò che il potere temporale non era stato mai una garanzia per l'indipendenza spirituale del Pontefice. "Se siete cattolici, dunque - terminava - ringraziate il Cielo che il principato temporale sia finito; si è chiusa la più grande e vergognosa piaga della Religione cattolica nel mondo".

II 2 febbraio 1871 iniziò la discussione degli articoli. Il primo che stabiliva esser sacra e inviolabile la persona del Pontefice trovò difensori negli onorevoli BERTOLANI e PISANELLI, ma fu aspramente combattuto dal MANCINI e dal CRISPI, il quale propose che fosse così formulato:
"Il Sommo Pontefice nell'esercizio delle sue funzioni spirituali e per gli atti concernenti l'esercizio delle medesime è immune dall'azione penale"; ma la Camera non accettò l'emendamento e votò l'articolo proposto dalla Commissione. Il secondo articolo, il quale prescriveva che l'attentato e le offese pubbliche alla persona del Santo Padre fossero punite con le stesso pene stabilite per i medesimi reati contro la persona del re, incontrò la disapprovazione generale e fu rifatto dalla Giunta. Il terzo, il quale accordava onori sovrani al Pontefice e gli dava facoltà di mantenere il solito numero di guardie, nonostante l'opposizione del Crispi, fu approvato e così pure approvati furono gli articoli, quarto e quinto che stabilivano di conservare a favore della Santa Sede la dotazione dell'annua rendita di L. 3.325.000 esente da ogni tassa e di lasciare al Pontefice i palazzi apostolici e la villa di Castel Gandolfo.

Vivace opposizione, specie da parte del MANCINI e del CRISPI, incontrò il settimo articolo, il quale stabiliva che nei palazzi apostolici, nessuna autorità politica, giudiziaria o agente di polizia potesse entrare senza l'autorizzazione del Papa o del Conclave, ma la Camera, lo approvò. Il Crispi e il Mancini osteggiarono anche l'articolo che contemplava la rinunzia dello Stato ad ogni intervento nell'elezione e nomina dei vescovi e la soppressione del giuramento, ma la Camera diede la sua approvazione.
L'articolo proposto dalla Giunta, che stabiliva la conservazione del placet e dell'exequatur in materia beneficiaria fino a quando non si fosse data una stabilità maggiore alla proprietà della Chiesa, fu strenuamente difeso dal BONGHI ma la Camera votò la proposta del PISANELLI, secondo la quale si abolivano il placet e l'exequatur, ma, fino a quando non si provvedeva con una legge speciale, rimanevano soggetti al placet ed all'exequatur gli atti delle autorità ecclesiastiche, riguardanti la destinazione dei beni della Chiesa e la provvista dei beni maggiori o minori eccetto quelli di Roma e delle sedi suburbicarie. Infine fu approvato l'articolo che stabiliva che, gli atti delle autorità ecclesiastiche in materia spirituale e disciplinare, non ammettevano nessun richiamo od appello salvo il caso che essi fossero contrari alle leggi dello Stato o ledessero i diritti dei privati o minacciassero di sovvertir l'ordine pubblico.

Il 21 marzo del 1871, il disegno di "legge delle guarentigie" fu approvato dalla Camera con 185 voti contro 106. Due giorni dopo fu presentato al Senato, dove la discussione ebbe inizio il 20 aprile. Parlarono contro il disegno SIOTTO-PINTOR, VILLAMARINA, e MUSIO; un gruppo di senatori, per bocca del Musio, chiese che si desse alla Chiesa una libertà ancora più vasta; alcuni chiesero la completa abolizione del placet e dell'exequatur.
II 20 maggio, con 150 voti a favore, contro 20, anche il Senato approvò il disegno di legge, che fu poi sanzionato dal re.

Il Governo italiano comunicò alle Potenze il contenuto della legge. Pio IX non volle riconoscerla e lo dichiarò nell'enciclica del 15 maggio del 1871 (la "Ubi nos"); vi era detto:
"Il Governo Subalpino (sic), ad ingannare i cattolici e a calmare le loro ansietà, si adoperò a mettere insieme e fabbricare alcuni futili privilegi e immunità, che volgarmente sono detti "guarentigie", con l'intendimento che tenessero per noi il luogo di quel civile principato, del quale per lunga serie di macchinazioni e con armi parricide ci ha spogliati .... Adesso per debito del nostro ufficio dichiariamo che non saremo mai per ammettere ed accettare, né lo potremmo in alcun modo, quelle Guarentigie .... Siamo costretti a confermare di nuovo ciò che più volte dichiarammo già solennemente: che cioè il civil Principato della Santa Sede fu al Romano Pontefice per singolare consiglio della Divina Provvidenza accordato, e questo essere necessario, affinché il medesimo Sovrano Pontefice, a nessun principe o potere civile soggetto, possa esercitare la, suprema potestà e autorità di pascere e governare l'intero gregge di Lui con pienissima libertà su tutta la Chiesa universale, e così provvedere al maggior bene, all'utilità, e ai bisogni della medesima Chiesa".

II 15 marzo del 1871, mentre si discuteva, la legge delle Guarentigie, QUINTINO SELLA fece l'esposizione finanziaria. Il bilancio del 1870 si era chiuso con un disavanzo di 36 milioni, non tenendo conto di altri. 176 milioni che la Camera, al principio dell'XI Legislatura, aveva autorizzato a ricavare dall'emissione di rendita. Essendo questa discesa molto in borsa, il Sella propose, per provvedere al disavanzo, un aumento di 150 milioni di circolazione cartacea e un aumento di un altro decimo sulle imposte dirette.
La Giunta, cui era stato affidato l'esame delle proposte del Sella, accettò l'emissione dei 150 milioni di carta moneta, ma respinse l'aumento del decimo sulle imposte dirette, proponendo un aumento di dazio sul grano proveniente dall'estero.
Il 23 maggio cominciò la discussione. Il Sella dichiarò subito che non avrebbe insistito sul decimo se la Camera avesse votato qualche altra entrata e propose che la tassa di successione fosse calcolata sull'ammontare dell'eredità e che il sale fosse gravato di cinque centesimi e l'imposta fondiaria di due centesimi e mezzo. La Camera invece approvò l'aumento sul dazio del grano.

In quello stesso mese e nel successivo furono approvate due leggi importanti. La prima riguardava l'ordinamento dall'esercito: furono stabilite norme più rigorose per il matrimonio degli ufficiali; fu fissata la durata del servizio militare per gli uomini di prima categoria; furono aboliti l'esonero per denaro dal servizio militare e la surrogazione di un estraneo; e infine fu istituito il volontariato di un anno in favore degli studenti.
La seconda, provocata dall'aumento impressionante dei reati comuni in alcune province del regno, dava facoltà al Governo di ammonire e di mandare al domicilio coatto i facinorosi.
Il 24 giugno fu tenuta l'ultima seduta alla Camera e il presidente BIANCHERI, dopo avere rivolto un saluto alla città di Firenze, disse: "Ed ora, onorevoli colleghi, a rivederci a Roma, sempre intenti al bene della Patria, sempre uniti nel nostro affetto al Re e all'Italia".

IL TRASFERIMENTO DELLA CAPITALE

Il trasferimento a Roma, fu compiuto nel mese di giugno del 1571. Il 3 luglio, Vittorio Emanuele II, - che in forma privata era andato a Roma il 31 dicembre dell'anno avanti in occasione dell'inondazione del Tevere - accompagnato da quasi tutti i suoi ministri, fece il suo ingresso solenne nella nuova capitale, fra le entusiastiche accoglienze della popolazione. Quel giorno stesso, ricevendo al Quirinale le deputazioni politiche e cittadine, pronunziò la (dubbia) frase famosa: "A Roma ci siamo e ci resteremo".

Il 27 novembre, a Montecitorio, fu inaugurata fra la commozione di tutti la seconda sessione dell'XI Legislatura e il re, che, fuori e nell'aula, era stato da molte acclamazioni, pronunciò il discorso che dava inizio alla nuova vita politica e parlamentare della nazione:
"L'opera cui consacrammo la nostra vita è compiuta - egli disse. - Dopo lunghe prove di espiazione, l'Italia è restituita a se stessa e a Roma. Qui, dove il nostro popolo, dopo la dispersione di molti secoli, si trova per la prima volta raccolto nella maestà dei suoi rappresentanti, qui dove riconosciamo la Patria dei nostri pensieri, ogni cosa ci parla di grandezza, ma nel tempo stesso ogni cosa ci ricorda i nostri doveri; le gioie di questi giorni non ce li faranno dimenticare. Noi abbiamo riconquistato il nostro posto nel mondo difendendo i diritti della Nazione. Oggi che l'unità nazionale è compiuta e si riapre una nuova èra della storia d'Italia, non falliremo ai nostri principi. Risorti in nome della libertà, dobbiamo cercare nella libertà e nell'ordine il segreto della forza e della conciliazione. Noi abbiamo proclamato la separazione dello Stato dalla Chiesa, e riconoscendo la piena indipendenza dell'autorità spirituale, dobbiamo aver fede che Roma capitale d'Italia possa continuare ad esser la sede pacifica e rispettata del Pontificato .... L'avvenire ci si schiude innanzi, ricco di liete promesse; a noi tocca rispondere ai favori della Provvidenza col mostrarci degni di rappresentare fra le grandi nazioni la parte gloriosa d'Italia e di Roma".

GARIBALDI A DIGIONE - INGRATITUDINE FRANCESE
TENSIONE DEI RAPPORTI TRA L'ITALIA E LA FRANCIA

"La Francia è la Nazione più cinica d'Europa. Incredula, protegge il Papa, predicatrice di libertà, vota per il 2 dicembre. Si vanta unica fra le nazioni a combattere per un'idea, ed esige danaro e terre non sue, senza restituirci la Corsica, che sarà la sua rovina, per nostra fortuna, in un giorno non lontano. La Francia è la Nazione più ipocrita del mondo. Si disse avversa alla guerra alla Germania e l'applaudì quando la guerra gli fu dichiarata. Invase il Messico, dimenticò la santa Polonia, trucidò, muovendo Repubblica contro Repubblica, la Roma degli italiani e del popolo. La Francia oggi espii le sue colpe".

Così diceva GIUSEPPE MAZZINI, quando la Francia, invasa dai Prussiani, chiedeva aiuto a tutte le potenze d'Europa e nessuna si muoveva in soccorso di lei, e solo GIUSEPPE GARIBALDI, che aveva tanti seri motivi per dolersi della Francia, le offriva generosamente e cavallerescamente il suo braccio, dimenticando la caduta di Roma nel 1849, la cessione di Nizza nel 1860, le pressioni e le umiliazioni del 1866 e Mentana, e telegrafando (6 settembre 1870 - il 1° Napoleone era stato sconfitto e fatto prigioniero) al Governo provvisorio francese: "Vi offro quel che resta di me".
Inutile generosità ! Inutile sfoggio di valore nella breve campagna, culminata con la vittoria garibaldina nelle tre giornate di Digione (21-22-23 gennaio 1871) in cui i soldati dell'eroe videro i talloni dei terribili soldati di Guglielmo e molti italiani s' immolarono, tra i quali GIORGIO IMBRIANI e GIUSEPPE CAVALLOTTI, e fu strappata una bandiera al nemico e si distinsero per coraggio e perizia RICCIOTTI e MENOTTI GARIBALDI !
Come s'ingannava il generale quando, il 23 gennaio, in un ordine del giorno ai suoi soldati diceva: "Voi avete scritto una pagina gloriosissima per gli annali della Repubblica, e gli oppressi della grande famiglia umana, ancora una volta, saluteranno in voi i nobili campioni del diritto e della giustizia !".
I vinti della guerra non furono grati all'eroe. Fu eletto, sì, deputato in sei dipartimenti, ma il 12 febbraio, recatosi all'Assemblea Nazionale di Bordeaux per parlare in favore degli orfani, delle vedove e dei mutilati del suo esercito, appena chiese la parola fu accolto dalle grida ostili dei colleghi che da ogni parte gli gridavano: "Fuori lo straniero ! Fuori il filibustiere ! Non abbiamo bisogno d'Italiani !" E l'eroe uscì con grande dignità dalla sala e quattro giorni dopo era nella sua lontana Caprera.

Un solo francese, il 10 marzo 1871, prese all'Assemblea Nazionale le difese di Garibaldi il poeta, VICTOR HUGO. "La Francia - egli disse - attraversò una prova terribile, dalla quale uscì sanguinante e vinta. La Francia, oppressa al cospetto del mondo, incontrò la codardia di tutta l'Europa. Nessuno si levò a difendere questa Francia, che tante volte prese in mano la causa della civiltà; non un re, non uno Stato. Nessuno, eccettuato un solo uomo. Le potenze non intervenivano, ma un uomo intervenne e quest'uomo è una potenza. E quest'uomo che cosa aveva? La sua spada. E questa spada aveva già emancipato un popolo e poteva salvarne un altro ! Lui è venuto, ha combattuto. Non ho l'intenzione di ferire nessuno: io non dico che la pura verità, dichiarando che lui solo, fra tutti i generali che lottarono per la Francia, non fu mai vinto". Grida tumultuose impedirono al poeta di continuare e Victor Hugo sdegnato, uscì dall'aula e si dimise da deputato.
Ma Victor Hugo rappresentava un'eccezione e la sua voce trovava eco soltanto nel municipio di Tolone che decretava a Garibaldi la cittadinanza onoraria; per il resto della Francia l'Eroe dei Due Mondi era un intruso, un avventuriero che soffiava nel fuoco dell'autonomia nizzarda, un rappresentante di quell'odiata Italia che aveva assistito impassibile alla rovina della nazione francese nella guerra contro la Prussia.
Gli oltraggi all'Italia, non si contavano più. Erano tante e tali che il Garibaldi, persa la pazienza, il 20 giugno del 1871, scriveva al figlio Menotti: "Ove lo chauvinismo francese tentasse di ripigliare la sua villeggiatura in Italia, e vi fosse una sola donna o bimbo che non uccidesse uno sgherro di quelli, bisognerebbe proprio cancellare l'Italia dal novero delle Nazioni ! Codeste sono le idee che bisogna propagare".

In Francia si faceva di tutto per creare fastidi all'Italia. Dopo la legge delle Guarentigie, più per avversione alla vicina nazione che per zelo religioso il clero francese tentò di rimettere sul tappeto la questione del potere temporale dei Papi. L'Episcopato di Francia inviò una petizione in favore del principato pontificio all'Assemblea Nazionale, e nella seduta del 22 luglio del 1871 il Vescovo d'Orléans parlò vivacemente in pro del potere temporale, infiorando il suo dire con ingiurie al re e ai ministri italiani. Il Thiers, capo del potere esecutivo francese, rispose: " Questa Italia - io non ne sono l'autore, anzi sono colui che meno ha contribuito alla sua unità - esiste infine, essa è fatta; vi è un'Italia, vi è un Regno d'Italia, che ha preso posto tra le grandi potenze europee. Che volete che si faccia ? Tutte le potenze protestanti, scismatiche, le stesse potenze cattoliche sono nei migliori rapporti con l'Italia".
E continuando disse: "Certamente voi non mi chiedete la guerra, ma mi consigliata un'azione diplomatica, il cui risultato sarebbe quello di tenere in sospetto e desta una Nazione che può avere un grande avvenire. Noi abbiamo dei grandi interessi religiosi da difendere. Questi interessi io li difenderò nella misura delle risorse che la situazione ci offrirà".

La petizione era respinta, ma soltanto per prudenza politica. E intanto la Francia teneva nel porto di Civitavecchia, a disposizione del Pontefice, la nave "Orenoque", che solo nell'ottobre del 1874 fu richiamata; GIULIO FAVRE sconsigliava il Governo italiano dal rimuovere la capitale da Firenze e quando il trasferimento era avvenuto ordinava all'ambasciatore CHOISEUL di non accompagnare Vittorio Emanuele II nel suo ingresso a Roma. Poco tempo dopo (17 settembre 1871), inaugurandosi il traforo del Frejus, opera completamente italiana perché voluta dal Cavour ed eseguita dal Grandis, dal Grattoni e dal Sommeiller, non ci fu alcun incontro tra Vittorio Emanuele e Adolfo Thiers e questo fatto era la conferma dei cattivi rapporti esistenti tra le due nazioni.

LE ULTIME BATTAGLIE POLITICHE DI GIUSEPPE MAZZINI

GIUSEPPE MAZZINI fu liberato dalla prigionia di Gaeta poco dopo l'occupazione di Roma, ma rifiutò l'amnistia, dichiarando di volere esser libero di fare ciò che gli sembrava giusto senza "l'ombra dell'inquietudine verso alcuno, nemmeno verso un Re" e affermando di sentirsi scevro da colpe verso il paese, che era l'unico padrone ch'egli riconoscesse.
"Non accettando l'amnistia - scriveva - non intendo giovarmi dei suoi benefizi. Ripiglierò dunque, tra pochissimi giorni, volontario, la vecchia via dell'esilio. Dolente, ma sereno e fermo nella mia fede, e certo che i grandi fatti d'Italia devono un giorno o l'altro compirsi, tenderò da lontano l'orecchio a udire - presto, fin ch'io viva (avrebbe dovuto vivere per altri 76 anni) ad accorrere - se dalla sacra, comunque o profanata Roma, o da un angolo qualunque d'Italia, sorga una voce che accenni a generosi fatti e rinnovi la tradizionale rotta di libertà repubblicana e di solenne missione europea".

Dolente nel vedere Roma profanata dalla Monarchia, del che dava la colpa al contegno indeciso e pauroso dei repubblicani, ma sperando sempre nel trionfo delle sue idee, il maestro tracciava ora ai suoi seguaci la linea d'azione da seguirsi:

"L'attività del partito deve ora concentrarsi in gran parte su Roma, a infondere in lei il pensiero italiano ch'essa devo rappresentare nel mondo; a richiamarla alle sue grandi tradizioni; a darle coscienza di ciò che la nazione aspetta da lei; a rendere impossibile ogni vita del Papato fra le sue mura. Un'agitazione pubblica dovrebbe iniziarsi con adunanze tenute in ogni città per sancire che da Roma deve uscire, consacrazione della nuova vita della Metropoli, per opera di un'Assemblea Costituente, convocata dal suffragio universale, il Patto Nazionale Italiano".

Insieme con GIUSEPPE PETRONI, Mazzini fondò il giornale "La Roma del Popolo", che iniziò le sue pubblicazioni il 9 febbraio del 1871, e sulle colonne del suo periodico combatté le sue ultime battaglie. In una serie di articoli sulla politica internazionale sostenne che:
"…le grandi idee fanno i grandi popoli. E le idee non sono grandi per i popoli se non in quanto travalicano i loro confini .... La vita nazionale è lo strumento; la vita internazionale è il fine. La prima è opera di uomini, la seconda è prescritta è additata da Dio. La prosperità, la gloria, l'avvenire di una Nazione sono in ragione del suo accostarsi al fine assegnato".
Dell'Italia, fra l'altro, disse che la sua missione doveva essere religiosa e politica. La nostra nazione doveva liberarsi del Papato e diffondere nel mondo la religione del progresso e della solidarietà umana; doveva inoltre sostenere e far trionfare il principio di nazionalità; il quale - però- non impedì al Mazzini di sostenere che l'Italia doveva partecipare al movimento espansionista.

"Schiudere all'Italia, compiendo ad un tempo la missione d'incivilimento additata dai tempi, tutte le vie che conducono al mondo asiatico: è questo il problema che la politica internazionale deve proporsi con la tenacità, della quale, da Pietro il Grande a noi, fa prova la Russia per conquistarsi Costantinopoli. I mezzi stanno nell'alleanza con gli slavi meridionali e con l'elemento ellenico fin dove si stende, nell'influenza italiana da aumentarsi sistematicamente a Suez e Alessandria e in una invasione colonizzatrice da comporsi, quando che sia, e data l'opportunità, nelle terre di Tunisi. Nel moto inevitabile che chiama l' Europa a incivilire le regioni africane, come il Marocco spetta alla Penisola Iberica e l'Algeria alla Francia, Tunisi, chiave del Mediterraneo centrale connessa al sistema sardo-siculo e lontana un venticinque leghe dalla Sicilia, spetta visibilmente all'Italia. Tunisi, Tripoli e la Cirenaica formano parte importantissima per la contiguità dell'Egitto, e per esso e la Siria con l'Asia, di quella zona africana che appartiene veramente fino all'Atlante al sistema europeo. E sulle cime dell'Atlante sventolò la bandiera di Roma quando, rovesciata Cartagine, il Mediterraneo si chiamò mare nostro. Fummo padroni, fino al quinto secolo, di tutta quella regione. Oggi i Francesi la tengono d'occhio e l'avranno fra non molto, se noi non l'abbiamo".

E fu profeta, come lo fu anche quando disse che "...l'Impero Turco e l'Impero Austriaco sono irrevocabilmente condannati a perire".
Notevoli furono le lotte che il Mazzini sostenne contro il socialismo, con le cui dottrine le sue contrastavano profondamente, perché, il socialismo mirava alla lotta di classe, il mazzinianismo alla solidarietà umana.
E' vero che il Mazzini aderì all'"Internazionale", ma vi acconsentì sperando di dare a quell'associazione un indirizzo rivoluzionario puramente politico, e se ne distaccò quando vide scendere in campo il BAKOUNIN e MARX per indirizzare l'Internazionale o verso l'anarchia o verso il Collettivismo.

Giuseppe Mazzini giudicò aspramente la "Commune di Parigi" (18 marzo - 22 maggio 1871 (DIAMO QUI TUTTA LA SEQUENZA GIORNALIERA DEI GIORNI DELLA COMMUNE) ed ebbe vivaci polemiche con BAKUNIN, che, soggiornando parecchi anni in Italia, vi aveva fatto molti proseliti ed ora da Locarno, ospite di CARLO CAFIERO, dirigeva il movimento rivoluzionario italiano. Il 13 luglio del 1871, il Mazzini lanciò un Appello agli operai italiani. In questo, egli additava il pericolo da cui erano minacciati l'Internazionale:

"Quest'associazione - scriveva - è diretta da un Consiglio, anima del quale è CARLO MARX, tedesco, uomo d'ingegno acuto, ma come quello di PROUDHON, dissolvente; di tempra dominatrice, geloso dell'altrui influenza, senza forti credenze filosofiche o religiose, e, temo, con più elementi d'ira, se anche giusta, che non d'amore nel cuore. Il Consiglio, composto di uomini appartenenti a paesi diversi e nei quali sono diverse le condizioni del popolo, non può avere unità di concetto positivo sui mali esistenti e sui rimedi possibili, ma deve inevitabilmente conchiudere, più che ad altro, a semplici negazioni. L'unico modo ragionevole d'ordinamento per le classi artigiane d'Europa è quello che, riconoscendo sacre le Nazionalità e lasciando alle diverse Associazioni nazionali il maneggio delle cose proprie, formerebbe di delegati da esse muniti d'istruzioni un centro comune per ciò che può mantenere fino dove giova l'armonia del moto verso il fine generale. Un nucleo d'individui che si assuma di governare direttamente una vasta moltitudine di uomini diversi per patria, tendenze, condizioni politiche, interessi economici e mezzi d'azione, finirà sempre per non operare o dovrà operare tirannicamente".

Inoltre il Mazzini combatteva i tre principi fondamentali dell'Internazionale: la negazione di Dio, e "cioè dell'unica, ferma, eterna, incrollabile base dei doveri vostri e dei vostri diritti, dei doveri altrui verso la vostra classe.; della certezza che siete chiamati a vincere e che vincerete", la negazione della proprietà individuale e la negazione della patria, e cioè del punto d'appoggio alla leva con la quale potete operare a pro di voi medesimi e dell'Umanità".
"La Patria - scriveva- vi fu data da Dio, perché in un gruppo di venticinque milioni di fratelli affini più strettamente a voi per lingua, fede, aspirazioni comuni e lungo glorioso sviluppo di tradizioni e culto di sepolture di cari scomparsi e ricordi solenni di martiri caduti per affermare la Nazione, trovaste più facile e valido aiuto al compimento di una missione, alla parte di lavoro che la posizione geografica e le attitudini speciali vi assegnano. Chi la sopprimesse sopprimerebbe tutta quanta l'immensa somma di forze creata dalla comunione dei mezzi e delle attività di quei milioni e vi chiuderebbe ogni via all'incremento e al progresso".

Queste furono le ultime battaglie del maestro. Il 10 marzo 1872, stanco del lungo lottare e del lungo lavorare, chiudeva a Pisa la sua nobile esistenza, spesa nell'amore intenso verso la Patria e nell'indefessa attività per procurarle la libertà, l'indipendenza e la grandezza.

Tanti italiani non saranno d'accordo con lui, ma per altrettanti italiani, GIUSEPPE MAZZINI resta un mito, un politico in anticipo sui tempi; o un profeta.

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Passiamo ora ai fatti degli ultimi mesi del '71 , ai primi mesi del '72
fino alla caduta della destra nel 1876..

... quindi il periodo dall'anno 1872 al 1876 > > >

 

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