1876 

 

LA SINISTRA STORICA
 AL POTERE

 

L'opposizione alla dura politica tributaria voluta da Quintino Sella e l'ostilità ai provvedimenti con cui i ministri Quintino Sella prima, Marco Minghetti poi, accentuarono il controllo pubblico sulla ferrovia, finirono per intrecciarsi con le istanze di riforma avanzate dalla Sinistra e tendenti da un lato ad ampliare le basi di consenso dello stato, attraverso l'estensione del suffragio, dall'altro ad allentare la tensione sociale.
La caduta del debole governo Minghetti, il 18 marzo 1876, non sorprese nessuno.

Il re Vittorio Emanuele incaricò della formazione del nuovo governo Agostino Depretis, il leader della Sinistra, il cui ruolo venne sanzionato pochi mesi dopo, nel novembre dello stesso anno, da una netta vittoria elettorale.

La "rivoluzione parlamentare" modificava l'equilibrio del blocco dominante a favore della componente finanziaria e commerciale, mentre gli interessi dei proprietari terrieri venivano, ridimensionati, sia pure parzialmente. Il nuovo governo si mostrò più attento ai problemi della mediazione tra Stato e società civile, sia sul versante della politica economica, sia su quello della politica sociale. Iniziò allora quella stretta compenetrazione tra Stato e forze economiche che avrebbero caratterizzato il capitalismo italiano, creando aree di interesse protetto e determinando una forte interdipendenza tra sfera politica e sviluppo economico. Difatti, soprattutto a partire dall'inizio degli anni ottanta, la politica del governo andò identificandosi in modo sempre più netto con gli interessi delle forze economiche emergenti, in particolare delle banche di emissione e dei principali istituti di credito, mentre la spesa pubblica registrò un tremendo aumento (in particolare per iniziativa del ministro delle finanze Agostino Magliani) a favore dei gruppi agrari e industriali più potenti. Rispetto al modello economico della Destra, caratterizzato da un rigoroso uso dello Stato "come pressione dall'alto sulla società" al fine di indirizzarne i processi, si trattava di un'inversione di tendenza nettissima in quanto lo Stato si poneva, per così dire, al servizio delle forze economiche consolidate, assecondandone le tendenze.

La forza politica salita al potere nel 1876 era composta da tre correnti principali. La prima, la "sinistra storica piemontese", derivava dal vecchio "centro sinistra" di Urbano Rattazzi (componente di sinistra del "connubio" cavouriano) e si collocava su una posizione liberale prudentemente progressista: essa faceva capo a A. Depretis.

La seconda componente di cui facevano parte uomini come Benedetto Cairoli e Giuseppe Zanardelli, costituiva la vera e propria "sinistra storica nazionale", prodotto dell'evoluzione delle vecchie componenti risorgimentali mazziniane, garibaldine e federaliste disponibili a un compromesso con la monarchia e a una parlamentarizzazione dell'azione politica. Intorno ad essa gravitava, benché su posizioni più accentuatamente democratiche e radicali, anche un'estrema sinistra assai combattiva guidata da Agostino Bertani e Felice Cavallotti.

La terza corrente, infine, era rappresentata dalla "sinistra meridionale", composta sia dalla cosiddetta "sinistra giovane", i cui principali esponenti, De Luca e Francesco De Sanctis, erano su posizioni decisamente moderate, sia da uomini come Giovanni Nicotera, l'antico compagno di Pisacane, appartenenti alla "sinistra storica", ma spostatisi via via su posizioni di conservazione sociale. Quest'ultimo gruppo era inoltre intenzionato a dare rappresentanza politica "alle aspirazioni della borghesia terriera del Sud, malcontenta del governo della Destra e desiderosa di ristabilire su basi per lei più vantaggiose l'alleanza con la borghesia centro - settentrionale". Si trattava, dunque, di un fronte ampio di posizioni, in cui le spinte democratiche e innovative già presenti nel Risorgimento convivevano con le tendenze conservatrici e clientelari proprie della debole borghesia italiana. Tuttavia, fu proprio su quest'ultimo terreno, nella sua capacità di legarsi ai settori sociali più desiderosi di assicurarsi la protezione statale e più disposti a pratiche clientelari, che la sinistra poté ampliare la propria base di consenso e conquistarsi, soprattutto al Sud, l'appoggio di un vasto elettorato e quella forza politica che le permise di essere scelta per andare al potere.

LE ELEZIONI DEL 1874
  Destra Sinistra
aree regionali voti % seggi voti % seggi
Italia settentrionale
Italia centrale
58.131
30.705
50,1
26,5
220 24.104
12.606
24,0
12,5
085
Italia meridionale
Italia insulare
21.224
06.069
18,2
05,2
56 43.558
20.082
43,5
20,0
147
Totale 116.129 100 276 100.350 100 232
 

Se si considera la geografia politica italiana nel periodo immediatamente precedente la svolta di governo, assumendo come fonte i dati relativi alle elezioni politiche del 1874, che rappresentarono un notevole successo per la sinistra, si può notare come il Meridione fosse l'area di maggiore concentrazione dei consensi. Mentre la destra raccolse circa il 76,6% dei propri voti nell'Italia centro settentrionale e solo il 23,4% nel Sud e nelle isole, la sinistra concentrò il 63,5% dei propri suffragi nell'Italia meridionale e insulare contro il 36,5% nel centro-nord. In questo senso il suo ingresso al governo può essere definito una forma di "meredionalizzazione" della vita politica italiana, in quanto per la prima volta la classe dirigente meridionale "abbandonò l'atteggiamento protestatario tenuto fino allora, si inserì nello stato e arrivò a diventare man mano il nerbo della maggioranza parlamentare" (G. Carrocci).

Il programma con cui la sinistra si era candidata a divenire la forza di governo e che era stato esposto da A. Depretis in un famoso discorso tenuto il 10 ottobre 1875 a Stadella (Pavia), aveva un carattere nettamente laico, democratico e progressista, incentrato su alcune grandi riforme: istruzione elementare obbligatoria, gratuita e laica; decentramento amministrativo; rIdistribuzione del carico fiscale a favore delle aree meno favorite; e soprattutto riforma elettorale con un ampliamento del suffragio. Esso risentiva ancora dei grandi ideali della Sinistra risorgimentale, nonostante quell'epoca fosse ormai chiusa e i suoi stessi simboli andavano rapidamente scomparendo: Giuseppe Mazzini era scomparso nel 1872, Vittorio Emanuele e Pio IX sarebbero morti nel 1878 e Giuseppe Garibaldi nel 1882.

In verità quel programma politico venne in seguito progressivamente ridimensionato: la riforma scolastica intervenne a stabilire l'obbligatorietà dell'istruzione solo fino alla seconda classe elementare e in materia fiscale l'abolizione della tassa sul macinato (1880-83) attenuò solo in parte il pesante carico fiscale che gravava sulle masse contadine. Tuttavia i provvedimenti scolastici ebbero inoltre critiche. Alcuni settori cattolici sostenevano che si doveva lasciare alle famiglie di decidere come istruire i loro figli. Alcuni esponenti liberali affermavano che era inutile imporre la scuola a tutti, quando mancavano gli edifici e i maestri. In realtà i governi dell'epoca concepivano astrattamente la scuola come un servizio che il cittadino deve allo Stato e non viceversa.

(per questo c'era questa situazione)
ANALFABETISMO (140 ANNI) CONFRONTI  ITALIA-EUROPA

La pressione delle forze della sinistra in favore di una piena statalizzazione trovava ulteriore resistenza negli ambienti cattolici e tra le forze politiche più conservatrici convinte che, lasciando la gestione della scuola ad amministrazioni comunali spesso in difficoltà economiche, la legge Casati servisse ad impedire un "eccesso" di investimenti nel settore e scoraggiasse l'afflusso troppo massiccio nella scuola dei ceti più poveri. Il progetto di piena nazionalizzazione dell'istruzione, proposto e sconfitto più volte, avrebbe trovato attuazione solo nel 1911, con l'approvazione della legge Daneo-Credaro. Solo da quella data sarebbe stata avviata la formazione di un ente di controllo, i consigli scolastici provinciali, con il compito di controllare le nomine dei maestri; lo stato inoltre avrebbe dovuto sostenere l'intero costo dell'istruzione elementare.

Anche sui programmi, e in particolare sull'insegnamento della religione, il dibattito fu intenso e accanito. Esso vide contrapporsi da un lato le tendenze "laiche" liberali e radicali, che miravano a rendere "non confessionale" tutto l'insegnamento e cercavano di dare ampio spazio alle materie scientifiche e dall'altro ancora una volta un'alleanza tra conservatori e cattolici, i quali intendevano assegnare un ruolo essenziale nell'insegnamento ai valori religiosi e patriottici. La legge Coppino del 1877 rese facoltativo l'insegnamento del catechismo nella scuola elementare.

Nel 1888 fu varata una riforma radicale dei programmi scolastici in senso laico e filoscientifico, che prevedeva tra l'altro l'"educazione al dubbio", cioè un insegnamento fondato sul metodo sperimentale e critico nei confronti di tutte le forme di dogmatismo. Le forti resistenze incontrate dai programmi del 1888 trovarono uno sbocco nella successiva riforma del 1894. Questi lasciavano nuovamente ampio spazio all'educazione religiosa, definita come "la parte più nobile dell'educazione domestica", e al tempo stesso riducevano fortemente lo spazio riconosciuto alle discipline scientifiche.

Nel 1882 venne approvata la nuova legge elettorale che non introdusse, come era stato richiesto dall'estrema sinistra, il suffragio universale, tuttavia estese significativamente la percentuale degli aventi diritto al voto: dal 2,2% della popolazione (circa 600.000 elettori) al 6,9% (2.000.000 circa), in tal modo inserendo nel sistema politico una più ampia sezione di società. Il diritto di voto venne stabilito per tutti i cittadini maschi che avessero compiuto 21 anni e che avessero superato l'esame di seconda classe elementare o che pagassero un'imposta diretta annua di almeno 19,80 lire.

Questa riforma modificò nella sostanza il carattere della vita politica italiana e del sistema di governo: essa segnò la rottura di quel rapporto organico tra elettori ed eletti che aveva caratterizzato l'età della destra e assegnò alla classe politica compiti di rappresentanza e di mediazione di interesse molteplici e articolati spesso contraddittori, ben più ampi di quelli delle antiche élite. Ciò rafforzò il ruolo del Parlamento, che divenne l'ambito privilegiato di contrattazione e ridefinizione delle alleanze sociali. Venne riformato poi il Codice penale approvato nel 1889 ed entrato in vigore l'anno dopo. 

 


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