1871-1913

L'emigrazione 
come fenomeno sociale
dal 1871 al 1913

(VEDI ANCHE - EMIGRAZIONE:  UN SECOLO CANCELLATO )

 L’emigrazione come fenomeno sociale, prodotto cioè essenzialmente dalla necessità di sfuggire la miseria e la disoccupazione, comincia a comparire nei primi anni successivi all’unificazione politica del paese, si fa robusta a partire dal 1870, e assume vere e proprie dimensioni di massa a partire da questo  1880. Per tutto l’ultimo ventennio del secolo diciannovesimo e nel primo decennio del ventesimo il tasso di emigrazione aumentò regolarmente ogni anno, fino a toccare il massimo nel 1913 (anno in cui gli emigrati sono oltre 872.000), per poi subire un brusco calo in coincidenza con gli anni della prima guerra mondiale.

Le statistiche sull’emigrazione nel periodo considerato non sono del tutto attendibili, poiché non si distingue fra emigrazione definitiva ed emigrazione temporanea. Si può comunque dire che per quanto riguarda l’emigrazione nei paesi extraeuropei questa va considerata, nella grande maggioranza dei casi, come definitiva.

Nella seguente tabella, compilata sulla base dei dati disponibili, sono indicate, per ogni quinquennio a partire dal 1871, le medie annue degli espatri nei paesi europei e del bacino mediterraneo, nei paesi transoceanici, e il totale complessivo.

(il totale, ripetiamo,   é la media di espatri di ogni anno)
(gli ultimi 140 di emigrazione italiana  sono riassunti nella tabella del link  CURIOSITA')

  Europa Oltre oceano Totale
1871-1875 95.977 25.101 126.395
1876-1880 82.201 26.595 108.796
1881-1885 95.146 58.995 154.141
1886-1890 90.694 131.005 221.699
1891-1895 109.067 147.443 256.510
1896-1900 148.533 161.901 310.434
1901-1905 244.808 309.242 554.050
1906-1910 257.594 393.694 651.288
1911-1912 289.602 333.043 622.645
1913 313.032 559.566 872.598

Dopo la flessione del 1876-80 si ha un brusco aumento dell’emigrazione nel 1881-85, con una regolare tendenza all’aumento negli anni successivi. Per quanto riguarda le destinazioni del flusso migratorio, i paesi europei assorbono la quota maggiore degli emigrati fino al 1881-85, poi col quinquennio successivo questa passa ai paesi transoceanici. In particolare, la Francia è il paese col maggior numero di immigrati italiani nel decennio 1876-85; nel quinquennio 1886-90 il suo posto è preso dall’Argentina, quindi dal Brasile e infine dagli Stati Uniti.

Per quanto riguarda la composizione sociale degli emigrati, la stragrande maggioranza di questi è formata da contadini, in prevalenza meridionali e quindi veneti e friulani.

Alla radice del fenomeno stavano i profondi squilibri dello sviluppo economico e sociale italiano: innanzitutto fra nord e sud, e quindi fra città e campagna, fra zone industrializzate o a tendenziale industrializzazione e zone agrarie arretrate e in via di disgregazione sociale ed economica. La contraddizione tra la crescente pressione demografica e la scarsa disponibilità di nuovi posti di lavoro di una struttura economica arretrata poteva essere risolta o attraverso un radicale rivoluzionamento della struttura economica stessa o attraverso la valvola di sfogo dell’emigrazione.

In assenza di iniziative governative e di alternative concrete, le masse meridionali contadine scelsero spontaneamente la via dell'emigrazione. Lo stesso governo vide favorevolmente questo fenomeno che da una parte allontanava il pericolo di esplosioni sociali e dall’altra contribuiva, mediante le rimesse degli emigrati, al riequilibrio della bilancia dei pagamenti. Ciò nondimeno, il governo si mosse solo tardivamente e in modo insufficiente: la prima legge in materia è del 1888.

Gli effetti di lunga durata di questa emorragia di forza-lavoro furono contraddittori. L’allentamento della pressione demografica, traducendosi in una relativa diminuzione dell’offerta di lavoro, permise a chi restava di conquistare salari più alti e condizioni di lavoro migliori. Ma nel lungo periodo lo spopolamento delle campagne meridionali ne ritardò lo sviluppo, sottraendo a quelle regioni le forze più giovani e dinamiche.

La politica e l'emigrazione

Se per i poveri emigrare era una necessità, i ceti dirigenti considerarono il fenomeno migratorio un'autentica calamità. I proprietari terrieri, in particolare, vi vedevano sia il rischio di una diminuzione di manodopera e di una rottura dei patti colonici, sia il pericolo di un crollo demografico che avrebbe conseguentemente aumentato i salari agricoli. In generale si può affermare che a una più netta opposizione della proprietà terriera meridionale fece da contrappeso una più favorevole posizione dei settentrionali, soprattutto del mondo imprenditoriale più attento ai benefici derivanti dalla libera circolazione della popolazione. In effetti furono favorevoli all'emigrazione non solo gli armatori, per evidenti e diretti interessi economici, ma anche gli industriali manifatturieri e gli impresari in genere. In alcune circostanze, per esempio durante e dopo l'esplosione delle lotte bracciantili seguita alla crisi agraria, gli stessi agrari, pur avversando l'emigrazione in quanto responsabile dell'aumento dei salari, videro con favore uno sfoltimento della forza lavoro; l'emigrazione in quei casi diventava una insostituibile valvola di sfogo economico e un mezzo per il controllo sociale.

La stessa diversità di valutazione si ritrova nelle posizioni ufficiali delle forze politiche del tempo: opinioni favorevoli e sfavorevoli si fronteggiarono fino alla fine del secolo tanto all'interno della destra storica, naturale portavoce degli interessi della proprietà fondiaria, quanto fra le file della sinistra. Per esempio, i socialisti espressero spesso un giudizio severo poiché vedevano nell'emigrazione un mezzo attraverso il quale i contadini inseguivano quel sogno della proprietà privata e individuale della terra che essi invece avversavano. Inoltre consideravano l'espatrio una conseguenza dell'incapacità di dar vita a un'organizzazione di classe e di modificare così la realtà sociale e politica da cui gli emigrati fuggivano. Anche i gruppi cattolici temevano l'emigrazione per ragioni etiche e di controllo sociale: l'additavano sia come occasione di alcolismo, di dissolutezza, di adulterio e quindi di dissoluzione dell'istituzione familiare, sia come veicolo attraverso il quale l'emigrante poteva entrare in contatto con le idee socialiste e anarchiche.

Fino al varo della prima legge sull'emigrazione, che avvenne nel 1888, prevalse un atteggiamento di diffidenza, puntualmente rispecchiato dall'ordinamento legislativo e dai provvedimenti amministrativi. Varie circolari, emanate nel corso degli anni settanta, documentano un atteggiamento ostile basato su considerazioni economiche (aumento dei salari) ed etico-morali (dissoluzione della famiglia e dei valori cristiani). L'emigrante era addirittura considerato un soggetto "pericoloso" e il controllo dei suoi movimenti rientrava in una normativa poliziesca di controllo dell'ordine pubblico.

A partire dal 1888, la grande emigrazione trovò un riconoscimento ufficiale in una legislazione che allineò l'Italia alle politiche mogratorie del resto d'Europa. La legge riconobbe per la prima volta la libertà di emigrare (e riconosceva agli agenti e ai subagenti il diritto di reclutare gli emigranti) ma non prevedeva un intervento diretto delle forze governative per tutelare gli emigranti stessi, con provvedimenti e istituzioni di assistenza.

Negli anni successivi finì per prevalere il fronte unitario di quanti videro nell'emigrazione una valvola di sfogo nei momenti di conflittualità sociale e uno strumento di miglioramento economico attraverso le rimesse. Con la legge del 1901 il Parlamento approvò un intervento organico destinato a riflettersi su tutta la legislazione successiva. In primo luogo la legge tutelò i momenti iniziali della partenza e del viaggio, vietando l'attività degli agenti, sostituiti dai 'vettori', ossia gli armatori o i noleggiatori. Al fine di meglio coordinare le attività di difesa e di tutela dell'emigrante, il fenomeno migratorio fu classificato nelle due categorie di emigrazione continentale e tansoceanica. Venne costituito un Commissariato dell'emigrazione, organismo tecnico dipendente dal Ministero degli Esteri ma dotato di autonomia finanziaria e del potere di varare una propria legislazione e normativa. Il Commissariato curò, attraverso l'attività dei Consoli, inchieste e rilevazioni sulle comunità degli italiani all'estero, che si affiancarono a quelle effettuate dalla Direzione Generale della Statistica. I risultati di quelle indagini comparvero regolarmente nel Bollettino dell'emigrazione, l'organo a stampa del Commissariato.

I risultati furono inferiori alle attese. L'organizzazione consolare, affidata ad una rappresentanza diplomatica di estrazione sociale prevalentemente aristocratica, si dimostrò incapace di comprendere le condizioni e i problemi degli emigranti. A questa carenza si sommava l'assoluta mancanza di interventi di tutela nei paesi di arrivo: la legge non era riuscita a realizzare infatti nessuna forma di negoziazione e nessun accordo che agevolasse l'inserimento della manodopera immigrata nei mercati del lavoro esteri.

La legge dette comunque spazio ad altri interventi assistenziali e di tutela che furono delegati ad associazioni private, sia laiche sia religiose. Del resto, la Chiesa si era mossa già a partire dagli anni settanta: la Società di San Raffaele, promossa da monsignor Scalabrini, vescovo di Piacenza, si era posta come primo obiettivo quello di seguire gli emigranti transoceanici per evitarne la "scristianizzazione". Gli "scalabriniani" si occupavano dell'emigrante difendendolo dalla rapacità delle compagnie di navigazione e degli intermediari al momento dell'imbarco, e aiutandolo ad integrarsi nelle città e nelle campagne del paese di arrivo, nonché nella ricerca dell'occupazione. Un'altra istituzione cattolica, l'Opera per gli emigranti nell'Europa e nel Levante, fondata da monsignor Bonomelli nel 1900, rivolse la sua attenzione all'emigrazione continentale e temporanea. Nell'Opera Bonomelli così come nella Società Scalabriniana è evidente un analogo intento di mantenere la fedeltà alla chiesa combattendo la laicizzazione.

Anche le forze laiche e socialiste costituirono le loro Società assistenziali, la più importante delle quali fu certamente la Società Umanitaria di Milano che predispose una rete periferica di segretariati dislocati strategicamente nelle aree di più intensa emigrazione temporanea. Applicando i propri programmi pedagogico-educativi di solidarietà, l'Umanitaria cercava di favorire l'integrazione dell'emigrante.

La scelta di intervenire soprattutto in favore dell'emigrazione temporanea dipendeva dalla considerazione che quella fosse, grazie alla sua composizione prevalentemente operaia, più permeabile agli ideali del socialismo, ma ancora di più dall'assunzione di funzioni di delega del Commissariato il quale si occupò invece quasi esclusivamente dell'esodo transoceanico.

 

(VEDI ANCHE - EMIGRAZIONE UN SECOLO CANCELLATO )


(gli ultimi 140 di emigrazione italiana  sono riassunti nella tabella del link  CURIOSITA')


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