SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
TERMINI POLITICI

I Personaggi politici di questo periodo

Socialisti, Repubblicani, Radicali...

** Nascita del Movimento operaio (poi socialista)
** Programma massimalista

 

Nel 1882 a Genova nasceva il Partito dei Lavoratori Italiani, ribattezzato l'anno dopo Partito Socialista dei Lavoratori Italiani e nel 1895 Partito Socialista Italiano: il primo dei grandi partiti italiani nel senso moderno del termine, al quale sotto la direzione di intellettuali borghesi, aderirono operai e contadini in parte già appartenenti ad organizzazioni diverse, come quella di Gnocchi VIANI, il cui gruppo nel 1886 era stato soppresso d'autorità.

Tra le finalità della nuova formazione politica -oltre a quella della costituzione di organismi di diversa natura, come le strutture sindacali, le cooperative, i circoli politici e culturali- v'era una netta separazione dall'anarchismo e dal radicalismo borghese, la lotta di classe estesa anche al terreno elettorale per il rovesciamento dello stato borghese e la conquista del potere da parte della classe operaia.

Autorevoli fondatori del Partito Socialista e personalità di grande fascino e prestigio furono l'avvocato milanese FILIPPO TURATI e la sua compagna russa ANNA KULISCIOFF che già nel 1889 avevano fondato la Lega Socialista Milanese e nel 1891 il periodico "Critica sociale", con l'intento di costituire un partito politico in cui si operasse l'incontro tra intellettuali borghesi di orientamento socialista e il
movimento operaio e contadino (*1) , che proprio in quel periodo mostrava grande combattività. 

Il punto di riferimento per il PSI fu il partito socialdemocratico tedesco, un "modello" di grande prestigio per i suoi successi organizzativi e parlamentari.
A questi va aggiunto il filosofo cassinese ANTONIO LABRIOLA: pur non coprendo un ruolo di primissimo piano nelle vicende che accompagnarono la nascita e la crescita del PSI egli contribuì decisamente sul piano teorico alla diffusione del marxismo in Italia, mantenendosi tra l'altro in stretto contatto con le personalità più significative del socialismo europeo.
 Fu per merito di costoro se il partito, all'inizio dotato di forze assai modeste sul piano parlamentare, riuscì ad espandersi tanto che il numero dei deputati salì dai 5 nel 1892 ai 15 nel 1895 e ai 33 nel 1990, malgrado il clima pesantemente reazionario di quegli anni. Di grande efficacia fu l'azione di persuasione del settimanale poi quotidiano del partito, l'Avanti!; fondato a Roma nel dicembre 1896 fu diretto fra gli altri, da LEONIDA BISSOLATI  e d CLAUDIO TREVES che nel 1910 trasferì il giornale da Roma a Milano. L'Avanti!  ebbe il merito non solo di contribuire ad una concreta unificazione dei socialisti italiani nell'ambito di un partito a dimensione nazionale, ma anche di influenzare vasti settori dell'opinione pubblica. 

Superata la fase iniziale dell'organizzazione, fin dai primi anni del nuovo secolo si vennero sempre più delineando diverse correnti all'interno del PSI (programma minimalista e massimalista del 1882 (*2), che si differenziarono tra loro rispetto all'atteggiamento da tenere nei confronti del governo e alla possibilità di collaborazione con la borghesia di orientamento progressista. 

Da un lato vi era la corrente riformista (i cui esponenti principali erano Turati, Bissolati, Treves), che si proponevano di trasformare la società gradualmente e pacificamente attraverso la conquista delle riforme in Parlamento. Al lato opposto stava una corrente intransigente, guidata in primo tempo da ENRICO FERRI , favorevole invece all'azione diretta del proletariato, in quanto convinta che la moderazione della linea politica e i compromessi parlamentari avrebbero indebolito la presa del partito fra le classi popolari e lo avrebbero portato a rinunciare alla prospettiva di una trasformazione rivoluzionaria della società. 

Accanto ad essa era una terza corrente, quella socialista rivoluzionaria, facente capo ad ARTURO LABRIOLA, il quale sul modello del francese GEORGES SOREL incitava i lavoratori allo sciopero generale per bloccare i meccanismi del sistema capitalistico esasperando la situazione fino al punto di giungere ad una definitiva rivoluzione, la sola capace di distruggere lo stato esistente e dare luogo alla dittatura del proletariato. 

Accanto a tanto fervore di idee miranti a trasformare o distruggere il sistema capitalistico-industriale si venne sviluppando e imponendo anche un movimento sindacale, dimostratosi ben presto capace di determinare una efficace attività in difesa degli operai al fine di ottenere riforme che migliorassero le condizioni di vita e di lavoro: i suoi numerosi aderenti avevano infatti compreso che l'unico modo per farsi valere e per imporre le proprie rivendicazioni alle classi dominanti era riunirsi in "associazioni", alle quali tutti i lavoratori erano invitati ad aderire.

Da questo fenomeno associativo, attraverso le numerose Società Operaie di mutuo soccorso e in analogia con le Camere di Commercio delegate a tutelare gli interessi padronali, sorsero dal 1891 in poi le prime Camere del Lavoro; organizzate territorialmente -sull'esempio francese- dai lavoratori di ogni categoria, assunsero ben presto un rilievo fondamentale nella vita economica del Paese, rappresentando gli interessi dei lavoratori di fronte alle controparti private, alla pubblica amministrazione e ai partiti. Ecco perché esse possono essere considerate per il ruolo che svolsero e per l'importanza che assunsero l'istituto più vivo del sindacalismo italiano e, in fondo, la sua migliore eredità storica.

Tra i gruppi della Sinistra che esercitarono un ruolo di primo piano vanno ricordati anche quello costituito dai repubblicani, riunitisi nel 1895 in un vero e proprio partito, e quello dei radicali, costituito nel 1877 da AGOSTINO BERTANI, Di ascendenza mazziniana e quasi un'appendice del vecchio Partito d'azione, i due gruppi si spostarono su posizioni "radicali" per una diretta partecipazione alla vita politica e si impegnarono nella soluzione dei problemi riguardanti l'uguaglianza, sia quella civile e politica (regime pubblicano, regionalismo, suffragio universale) sia quella economica e sociale (riforma tributaria, esproprio delle terre incolte, legislazione sociale). Essi pertanto si collocavano in una posizione mediana fra la grande borghesia da una parte e i socialisti dall'altra, rivolgendosi perciò ai ceti medi, di cui riconoscevano il diritto alla proprietà individuale.

I più noti esponenti del movimento radicale furono FELICE CAVALLOTTI, divenuto famoso per il suo culto del gesto plateale e per la sua aspirazione ad una grande sinistra radical-socialista capace di trovare un proprio spazio politico tra i conservatori e i socialisti senza per questo nutrire mire di conquista globale del potere, e Agostino Bertani, uno dei padri del radicalismo italiano, democratico e progressista: ambedue artefici di una opposizione di un elevato tono morale, anche se non priva di qualche contraddizione e ambiguità.

Di fronte all'espandersi dei movimenti popolari, considerati come pericolosi artefici di anticlericalismo, sovversione e giacobinismo ad oltranza, la Destra storica si stringeva attorno alla Corona. 

Questa, che dopo la morte di VITTORIO EMANUELE  II era rappresentata dal re UMBERTO I e dalla consorte, la regina Margherita, era favorevole -pur nel sostanziale ma restrittivo rispetto dello Statuto Albertino- ai ceti aristocratici e militaristi, propugnanti la politica di prestigio internazionale, colonialista e conservatrice. 

Dopo la fondazione del Partito Socialista e il conseguente timore di un pericolo giacobino-comunista, il re tese a riprendere il controllo del governo, esautorando il Parlamento, rendendo i ministri direttamente responsabili nei confronti della sola Corona, secondo una rigida interpretazione della Carta Costituzionale (il vecchio Statuto Albertino del 1848). In tal senso insisteva anche una parte rilevante dell'opinione pubblica, che fece sentire la propria voce attraverso SIDENEY SONNINO, un conservatore moderato autore di un articolo datato 10 gennaio 1897 e dal titolo "Torniamo allo statuto", nel quale per l'appunto si proponeva a fronte delle numerose difficoltà della vita pubblica italiana, un rafforzamento del potere esecutivo ai danni di quello legislativo, secondo il modello germanico: in definitiva una svolta autoritaria e anti-parlamentare

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La Sinistra e il protezionismo

La scelta protezionistica in materia economica è esemplare sia in riferimento alle tendenze involutive che il governo della Sinistra storica venne evidenziando, sia per quanto riguarda il blocco sociale formatosi e rafforzatosi in quel periodo come intreccio di conservazione (il latifondo meridionale) e di novità (la nascente industria pesante).

Il dominio incontrastato del credo liberista aveva cominciato ad incrinarsi già alla fine degli anni sessanta, quando l'Esposizione Internazionale di Parigi del 1867 aveva messo in risalto la drammatica arretratezza industriale dell'Italia rispetto alle altre potenze europee, in particolare alla Germania bismarckiana. Erano stati, allora, ristretti gruppi di economisti a segnalare l'importanza che l'azione dello stato avrebbe potuto assumere nel favorire un più rapido sviluppo industriale. Ma queste riflessioni non avevano raggiunto la classe politica che restò, nella sua componente di destra come di sinistra, rigorosamente liberista.

 

( *1) MOVIMENTO OPERAIO

  Il trasformismo produsse effetti deleteri: le poche voci di protesta e di denuncia furono soffocate dal dilagare della corruzione del costume politico, tanto che, nel Parlamento come nel Paese, scomparve ogni opposizione efficace ed organica, capace di tenere il governo sotto la costante minaccia delle sue critiche. Un'altra forma di opposizione iniziò allora a far sentire la propria voce nel Paese. Nel corso degli ultimi decenni del secolo le classi popolari -sotto l'impulso di alcuni intellettuali borghesi- presero coscienza di essere rimaste isolate e dimenticate dal ceto politico dirigente, abbandonate in uno stato di profonda depressione economica e culturale. Pertanto, non sentendosi rappresentate né dalla Destra né dalla Sinistra essi miravano a formare un'unità dei lavoratori in diretta opposizione allo stato borghese.

Per il momento quell'aspirazione era destinata a restare tale. In Italia infatti non si era ancora sviluppata in modo consistente un'economia industriale: perciò non si era ancora formata una classe operaia numericamente rilevante e battagliera (si pensi alle "Trade-Unions" inglesi) nell'impegno consapevole di cercare una soluzione accettabile dei problemi sociali che più da vicino la riguardavano (la ridistribuzione della ricchezza prodotta, l'orario di lavoro, il rispetto delle norme igienico-sanitarie, la soggezione della manodopera alla macchina) e che erano i soli capaci di amalgamare i singoli lavoratori e di creare una generalizzata coscienza politica nei riguardi della comune condizione di emarginazione nella quale da tempo ormai si trovavano.

Al suo sorgere il movimento operaio italiano si riconobbe poco nelle dottrine di Marx ed Engels, che puntavano sull'organizzazione solidale del proletariato, e si espresse meglio nell'opera di alcune personalità, dotate più di spirito libertario ed umanitario che non di vera esperienza politica. Anche la sezione dell'Internazionale sorta a Milano per diretto interesse di Engels ebbe una scarsa incidenza sulla realtà sociale dell'ambiente che la circondava. Un'influenza più decisa fu esercitata dal "mazzinianesimo" ma soprattutto dall'anarchismo di Bakunin, attivo in Romagna, nelle Marche e in Toscana: l'ideale cospiratorio bakuniano contro ogni istituzione statale si diffuse ampiamente anche per la presenza di capi carismatici quali CATLO CAFIERO eD ENRICO MALATESTA. Riunitisi nel 1872 a Rimini, gli anarchici bakuniani riuscirono a dare forma ad una loro Internazionale, la Federazione Dell'Associazione Internazionale Dei Lavoratori; successivamente dettero vita a vari moti insurrezionali, male organizzati e tutti facilmente repressi, come quello attuato nel 1874 nel bolognese da Bakunin o quello promosso nel 1877 nel Matese da Cafiero e Malatesta.

Gli insuccessi fecero comprendere che una lotta troppo generica, anche se suggestiva, non avrebbe potuto infrangere il dominio del capitalismo borghese; tale convinzione mise in crisi l'anarchismo bakuniano e favorì l'iniziativa dI ANDREA COSTA di fondare nel 1881 il Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna con precise finalità parlamentari, nel tentativo di portare le esigenze operaie e contadine nel più ampio dibattito politico. L'anno seguente lo stesso Costa fu eletto deputato del collegio di Imola e fece il suo ingresso nella Camera.

Un'iniziativa simile, ma con intenti ben diversi, fu attuata nel 1882 da OSVALDO GNOCCHI VIANI; fondando, a Milano, il Partito Operaio Italiano di composizione esclusivamente proletaria e con un programma fortemente economista e riformista, egli intendeva lottare per il diritto di sciopero per ottenere miglioramenti per la classe operaia.

La debolezza e la fragilità delle prime esperienze di organizzazione sindacale e politica del proletariato italiano nei due decenni immediatamente successivi all'unificazione nazionale erano state il prodotto dell'immaturità di un capitalismo caratterizzato dalla assoluta preminenza del settore agricolo. Le 445 società operaie censite in Italia nel 1861 (circa 120.000 soci, passati a 218.000 nel 1871) avevano infatti conservato il carattere prevalentemente assistenziale e semi-caritativo di derivazione appunto mazziniana. Con la fine degli anni settanta la struttura industriale italiana cominciò a cambiare, avviando un processo che si sarebbe accelerato nella seconda metà degli anni ottanta. L'inizio della politica protezionista e il crescente intervento dello stato nello sviluppo economico avevano favorito un relativo rafforzamento dell'apparato produttivo, inducendo una più elevata concentrazione industriale e una più accentuata diffusione del regime di fabbrica.

Nacque in quegli anni, all'ombra della protezione doganale e delle connesse statali, la fabbrica vera e propria, con il suo rigido orario di lavoro (pari a 16 ore giornaliere, ancora negli anni novanta), con il suo ritmo ormai permanente non più stagionale (da 300 a 301 giorni all'anno, escluse cioè solo le domeniche). Si andò contemporaneamente formando un proletariato sempre più nettamente separato dal tessuto sociale contadino e dotato di un'identità più precisa. Gli effetti politici non si fecero attendere: il numero degli scioperi nell'industria, pur mantenendosi di gran lunga al di sotto rispetto a quello degli altri paesi industriali, segnò nel corso degli anni '80 una continua crescita, passando dai 32 scioperi censiti nel 1879, ai 44 del 1881, agli 89 del 1885, ai 101 del 1888 e ai 139 del 1890, mentre il numero degli scioperanti aumentò dai 4.011 del 1879 agli oltre 38.000 del 1890.

 

Gli scioperi in Italia (1879-1895)
anni industria agricoltura
scioperi scioperanti scioperi scioperanti
1879 32 4.044    
1880 27 5.900    
1881 44 8.272 1 100
1882 47 5.851 2 2.200
1883 73 12.900 3 262
1884 84 23.967    
1885 89 34.100 62 8.857
1886 94 46.951    
1887 69 25.027 9 2.275
1888        
1889 126 23.322 4 1.087
1890 139 38.733 24 7.795
1892        
1893     18 12.390
1894 109 27.595 8  
1895 126 19.307 7 1.765

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(*2) Programma mimimalista e massimalista del 1882  -

Considerando che nel presente ordinamento della società umana gli uomini sono costretti a vivere in due classi: da un lato i lavoratori sfruttati, dall'altro i capitalisti detentori e monopolizzatori delle ricchezze sociali;
che i salariati d'ambo i sessi, d'ogni arte e condizione, formano per la loro dipendenza economica il proletariato, costretto ad uno stato di miseria, d'inferiorità e d'oppressione;
che tutti gli uomini, purché concorrano secondo le loro forze a creare e a mantenere i benefici della vita sociale, hanno lo stesso diritto a fruire di codesti benefici, primo dei quali la sicurezza sociale dell'esistenza;
riconoscendo che gli attuali organismi economico-sociali, difesi dall'odierno sistema politico, rappresentano il predominio dei monopolizzatori delle ricchezze sociali e naturali sulla classe lavoratrice;
che i lavoratori non potranno conseguire la loro emancipazione se non mercé la socializzazione dei mezzi di lavoro e la gestione sociale della produzione;
ritenuto che tale scopo finale non può raggiungersi che mediante l'azione del proletariato organizzato in "partito di classe", indipendente da tutti gli altri partiti, esplicantisi sotto il doppio aspetto:
1) della "lotta di mestieri", per i miglioramenti immediati della vita operaia (orari, salari, regolamenti di fabbrica, ecc.), lotta devoluta alle Camere dei Lavoro ed alle altre associazioni di arte e mestieri;
2) di una lotta più ampia, intesa a conquistare i poteri pubblici (Stato, Comuni, Amministrazioni pubbliche, ecc.), per trasformarli, da strumento che oggi sono di oppressione e di sfruttamento, in uno strumento per l'espropriazione economica e politica della classe dominante;
i lavoratori italiani, che si propongono l'emancipazione della propria classe, deliberano:
di costituirsi in Partito informato ai principii suesposti.

da "Lotta di classe", 20-21 agosto 1892


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