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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNI 1882-1883

IL TRASFORMISMO - PARLANO I FONDATORI - CARDUCCI: ARMI!

IL NUOVO CODICE DI COMMERCIO - AUMENTO DELLE SPESE MILITARI - SCIOGLIMENTO DELLA CAMERA - IL DISCORSO DI DEPRETIS - ANDREA COSTA E FRANCESCO COCCAPIELLER DEPUTATI - INAUGURAZIONE DELLA XV LEGISLATURA - IL CASO FALLERONI - DISEGNO DI LEGGE SUL GIURAMENTO - DISCUSSIONE PARLAMENTARE SULLA POLITICA INTERNA - MARCO MINGHETTI E IL " TRASFORMISMO " - DISCUSSIONI SUL "TRASFORMISMO"-
DIMISSIONI E RICOMPOSIZIONE DEL MINISTERO

( vedi anche "LOGICA E FUNZIONE DEL "TRASFORMISMO" > > > )
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LA XV LEGISLATURA - MINGHETTI-DEPRETIS E IL "TRASFORMISMO"
DISCUSSIONE SUL "TRASFORMISMO"

 

Nel corso dell'anno 1882 -che abbiamo riassunto nel precedente capitolo- oltre ai grossi avvenimenti di politica estera (Triplice Alleanza, Occupazione francese di Tunisi) erano avvenuti molti altri importanti fatti di carattere economico; anche se i più importanti furono gli avvenimenti politici interni che segnano una svolta nella politica della sinistra al potere, E il più importante fu, che nelle elezioni del 22 ottobre 1882, il capo del governo DEPRETIS inaugurò la politica del "trasformismo", una scelta che implicava un chiaro mutamento di prospettiva rispetto al 1875, quando a Stradella (PV), aveva affermato che il programma della sinistra era preparare la cosiddetta "rivoluzione parlamentare": vale a dire la fine dell'egemonia politica della destra storica, erede del pensiero di Cavour.
Con le elezioni a suffragio allargato (da circa 600 mila elettori si passò a circa 2 milioni) e la riforma elettorale varata in gennaio, era nata la necessità di costituire dei cartelli elettorali con delle motivazioni che -più avanti le leggeremo- ci forniranno gli stessi promotori.
Questa necessità rappresentò una risposta al crescente peso politico dei partiti dell'estrema sinistra; alle agitazioni dei contadini in un periodo di grave crisi; e ad un tentativo di conciliare interessi diversi e di costruire il consenso intorno alla figura del capo del governo, punto di riferimento del nuovo corso.
Non mancarono forti opposizioni sia all'interno della compagine governativa, con il costituirsi nell'ambito della sinistra moderata del gruppo della "Pentarchia", sia da parte dei gruppi dell'estrema sinistra che avrebbero dato vita al "Fascio della Democrazia" per denunciare la diffusa pratica clientelare e il ricorso governativo a brogli elettorali.
Di ogni cosa (compreso il "trasformismo") tratteremo in queste pagine.

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In un clima che era diventato già guerresco, o almeno molti erano intenzionati a crearlo, il 29 giugno 1882 fu approvata una legge con la quale non solo si votò una spesa straordinaria di 127 milioni e 80 mila lire per la difesa dello Stato, ma, per poter sostenere la politica di potenza italiana, si aumentarono da dieci a dodici i corpi d'armata, da 330 mila a 430 mila i soldati di prima linea e da 150 mila a 200 mila quelli di seconda linea. La Camera aveva approvata la prima il 27 aprile con 221 voti contro 18 contrari.

GIOSUE' CARDUCCI poteva ritenersi soddisfatto! Da quando, il "fiero" poeta, d'impronta più decisamente democratica e giacobina- si fece convincere a far visita all'affascinante regina MARGHERITA, folgorato dall' "Eterno femminino regale" (il suo più acerrimo nemico lo bollò "di gonne regali umil lecchino") il poeta occupò un posto sempre più centrale nella struttura ideologica e culturale dell'Italia umbertina, e diventerà un fedelissimo di Crispi (non estraneo alla "megalomania" crispina, che Carducci difese - e che coltivando il mito di Roma antica e le aquile imperiali, forse fu lui a spingerlo a volerle riportare in terra d'Africa (di Carducci parleremo ancora nel capitolo del Primo ministero di Crispi).

Alla morte di Oberdan, il 20 dicembre 1882 (che accenneremo più avanti) in quella ventata di nazionalismo e irredentismo che colpì una parte dell'Italia, in un articolo intitolato "XX dicembre" apparso sul "Don Chisciotte" così Carducci si esprimeva e... incitava:

"L'Italia intanto è debole dentro, debolissima alle frontiere.
Al nod-est l' Impero austro-ungarico dalle Alpi centrali e orientali la stringe alla gola. Al nord-ovest dalle Alpi occidentali la repubblica francese la minaccia alle spalle. Nelle coste è in balia di tutti, Dentro, ella marcisce nel bizantinismo.
Ora non bisogna marcire di più.
Ora bisogna: riforme sociali, per la giustizia; riforme economiche, per la forza:
armi, armi, armi, per la sicurezza.
E armi, non per difendere, ma per offendere.
L'Italia, non si difende che offendendo. Altrimenti sarà invasa"

E nel "Giambi ed Epodi" (sempre nel 1882) aveva già scritto a proposito della plebe, "Santa canaglia" e "martire":
"...la plebe contadina e cafona muore di fame,
o imbestia di pellagra e di superstizione, o emigra.
Oh menatela almeno a morire di gloria contro i cannoni dell'Austria
o della Francia o del diavolo che vi porti!"

C'era in questi appelli una fortissima contraddizione con la linea di governo, perché lo stesso, sulla Gazzetta Ufficiale, condannò duramente le agitazioni nazionaliste e irredentiste, tese ad incrinare i "buoni rapporti d'amicizia con l'Austria".

Ancora nel 1886, in un discorso al popolo al Teatro nuovo di Pisa, Carducci questo declamava (ma non era ancora scoppiata la "malattia mediterranea", delle "antiche aquile romane in Africa"): "...io credo di rendere al re d'Italia il massimo onore, quando io lo veggo in fantasia su l'Alpi giulie a cavallo, capo del suo popolo, segnare con la spada i naturali confini della più grande nazione latina".

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Il 2 ottobre 1882, in seguito alla riforma elettorale, il Re sciolse la Camera e convocò i comizi, per le elezioni generali il 22 dello stesso mese.

L'8 ottobre durante la breve campagna elettorale, il presidente del Consiglio dimissionario AGOSTINO DEPRETIS, tenne di nuovo a Stradella (PV) un importante discorso; ricordò che con il riscatto delle ferrovie dell'Italia settentrionale, con l'obbligatorietà dell'istruzione, con l'abolizione della tassa sul macinato e del corso forzoso della lira e con la riforma elettorale era stato quasi interamente attuato il programma da lui esposto proprio a Stradella nel 1875 e -iniziando il suo primo ministero, che era anche il primo della sinistra- aveva ribadito in Parlamento il 25 marzo '76.

A Stradella, Depretis, promise che il Governo non si sarebbe ingerito nelle prossime elezioni e che alla nuova Camera avrebbe presentato parecchi disegni di legge, fra cui quelli sulla perequazione fondiaria, sul decentramento amministrativo, sulle pensioni, sulle opere pie, sulla marina mercantile; dichiarò che non sarebbe stata mutata la politica ecclesiastica, lodò la liberale monarchia Sabauda ed affermò essere le leggi attuali sufficienti a tutelare l'ordine pubblico, aggiungendo che in caso di necessità "da parte della nuova Camera si sarebbe provveduto alla lacuna della nostra legislazione con provvedimenti già in uso in altri paesi, affinché si regoli ad esempio la libertà di associazione".

Inoltre il DEPRETIS, in questo famoso discorso, preannunciando il "Trasformismo", accennò alla possibilità di trasformazione dei partiti, i quali non potevano cristallizzarsi e fossilizzarsi. "Noi siamo un Ministero progressista, e se qualcuno vuol trasformarsi e diventar progressista, se vuole accettare il mio moderatissimo programma, posso respingerlo? Ma non ricordate che anche il Divin Maestro concesse lo stesso diritto all'operaio che giungeva all'ultima ora al campo?".

Definiamo qui bene cos'era questo "TRASFORMISMO"
Poi, più avanti, lo spiegheranno gli stessi "trasformisti" ai loro colleghi.

Fino alla presa di Roma (settembre 1870) l’elemento distintivo tra le due principali aree della politica del giovane Regno d’Italia (Destra Storica e Sinistra Storica) era stato rappresentato da come giungere ad annettere Roma al Regno. La Destra Storica riteneva che ciò dovesse avvenire attraverso un’azione diplomatica tra l’Italia e la Santa Sede, invece la Sinistra Storica, Roma doveva essere presa ad ogni costi utilizzando ogni mezzo, anche militare e violento, possibile. 
Dopo la “breccia di Porta Pia” e la dichiarazione di “Roma Capitale” la politica italiana dovette ricalibrarsi ponendosi nuovi obiettivi e nuove tematiche. Si cominciò a sostenere che la politica dovesse diventare una scienza positiva, ossia dovessero venire meno le divisioni ideologiche esistenti in precedenza e che i partiti dovessero trasformarsi (da qui il termine trasformismo) guardando il “bene comune”.

Per guidare questa nuova fase ci si rifece alle tesi di uno studioso svizzero Blunsqui il quale vedeva i partiti divisi in quattro diverse aree corrispondenti alle fasi della vita umana: giovinezza-radicali, maturità-liberali, media età-conservatori, senilità-reazionari. L’ideale sarebbe un governo fatto dall’alleanza liberali-radicali che si alternasse ad un governo realizzato dall’alleanza conservatori-reazionari. Qualora in seno alle due coppie di partiti politici fossero più forti le componenti estreme (radicali e reazionari) si dovrebbe giungere “all’unione dei centri”, ossia all’alleanza tra liberali e conservatori per avere un’azione di governo basata su elementi di moderazione e di tiepido riformismo. 

Furono proprio questi presupposti alla base dell’accordo tra Marco Minghetti ed Agostino Depretis che portò il leader della Sinistra Storica alla guida del governo del Regno inaugurando la stagione del trasformismo, il cui significato cominciò ad assumere un significato negativo a causa delle accuse rivolte all’alleanza Minghetti-Depretis dagli esclusi da tale accordo: come i componenti della Pentarchia che vedremo più avanti.. 

I cinque componenti quest’area non erano affatto innovatori e la loro opposizione non era spinta da motivazioni politiche, ma da motivi personali: CRISPI era l’altro leader della Sinistra Storica sempre in competizione con Depretis, CAIROLI era una cariatide del Risorgimento, uomo senza infamia e senza lode, BACCARINI era un oscuro deputato di Ravenna, ZANARDELLI un rispettabile, ma stagionato deputato del Nord ed infine vi era l’uomo più chiacchierato e più corrotto del Parlamento italiano, NICOTERA.

Il trasformismo si basò su maggioranze sempre diverse e provvisorie, sui rapporti personali, su interessi ristretti e corporativi, sul "clientelismo" fenomeno diffuso soprattutto nelle regioni meridionali ma non esclusivamente meridionale (si ha clientelismo quando un partito o persone singole cercano appoggi, non sulla base di idee e di programmi, ma per mezzo di favori e di raccomandazione di vario genere). In queste condizioni i governi non avevano programmi precisi, si ricomponevano di volta in volta con uomini della Destra o della Sinistra (e lo vedremo scandalosamente fare anche dopo la caduta di Crispi nel '91).
Così le differenze fra gli esponenti dei due gruppi, che non erano mai state rilevanti per quanto riguarda la loro origine sociale, lo divennero ancora meno in seguito alla politica di compromessi e di favoritismi grazie ai quali il governo di Depretis si garantì l'appoggio dei deputati dell'opposizione, annullando i contrasti derivanti dalla diversità delle idee che esistevano, per esempio sulle riforme da fare e anche sulla politica estera.

La critica storica al trasformismo, quindi, non può prendere le mosse da elementi di carattere etico e morale, ma da una considerazione più propriamente storica: non si giunse ad un sistema politico dialettico e competitivo, ma si ebbe una situazione di blocco e di stagnazione che si sbloccarono solamente con l’avvento (alla fine anche lui divenne un trasformista entrando nel governo Depretis) del demiurgo, il decisionista FRANCESCO CRISPI.
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DEPRETIS insomma a Stradella, poi dai banchi, dichiarava apertamente -a chi voleva intendere- l'obiettivo di far convergere, attorno agli indirizzi della sinistra moderata al potere, gli esponenti della destra disponibili a misurarsi sulle questioni concrete della gestione della cosa pubblica, abbandonando le antiche contrapposizioni di principio nate nel clima risorgimentale.
L'invito era rivolto ai candidati conservatori, percependo Depretis, che c'era una forte crescita di coesione fra i diversi gruppi della borghesia italiana intorno all'esigenza comune di formare maggioranze parlamentari più solide e compatte.

Alle elezioni del 22 ottobre i risultati premiarono il nuovo corso della politica di Depretis, e i deputati neoeletti rafforzarono lo schieramento dell'inventore dell' l'accordo al fine di unire le forze contro l'estrema sinistra, ma esprimeva una più vasta tendenza spontanea "di molti candidati conservatori o moderati ad assumere l'etichetta governativa (quindi di sinistra moderata) sulla base di compromessi locali con le varie clientele elettorali da un lato e con i rappresentanti del governo centrale dall'altro".

Si svolsero queste elezioni con la nuova riforma elettorale (del 22 gennaio '82), a suffragio allargato. Legge che abbassava il limite d'età degli elettori da 25 a 21 anni, dimezzava la quota d'imposta necessaria per avere diritto al voto e garantiva tale diritto anche a coloro che, pur non raggiungendo la quota minima richiesta, avevano concluso con buon esito i primi due anni della scuola elementare.
Il corpo elettorale passò da 621.896 a 2.017.829 aventi diritto (dal 2,2% della popolazione al 6,9%).

Con la seconda parte della "riforma", varata nel successivo maggio, si sostituiva al collegio uninominale il sistema a scrutinio di lista; di modo che i 508 collegi urbani e rurali, furono raggruppati in 135 nuovi collegi di varie dimensioni. Questo perché la sinistra storica (ala zanardelliana) intendeva colpire le clientele elettorali (soprattutto clericali) presenti in molti piccoli centri.
Alle elezioni parteciparono il 60,7% degli aventi diritto, circa 1.224.000, quasi quattro volte rispetto a tutte le altre precedenti consultazioni.

Dai risultati, uscì una Camera in gran parte conservatrice; ma l'estrema sinistra guidata dai radicali raddoppiò i suoi deputati, ottenendo una quarantina di seggi.
Le Romagne mandarono al Parlamento l'internazionalista ANDREA COSTA (il primo socialista in Parlamento), gli operai milanesi l'operaio ANTONIO MAFFI (il primo operaio in Parlamento), quelli romani il meccanico COCCAPIELLER, che si era reso popolarissimo perché in alcuni suoi giornali "L'Eco dell'operaio" e l'"Ezio II" faceva una "campagna spietata contro la massoneria, contro gli avanzi del partito repubblicano lombardo, contro i profittatori, contro tutti coloro che abusavano del loro partito e delle nazione, contro quelli che nascondevano sotto la bandiera del liberalismo l'animo penale e rapace, con il proposito di sgominare ed estirpare dall'Italia i ladri e i traditori".
Fra i nuovi membri del parlamento, eletto per la prima volta deputato, un personaggio che dominerà la politica nei prossimi anni: GIOVANNI GIOLITTI.

La XV Legislatura fu inaugurata il 22 novembre del 1882 con un discorso del sovrano, il quale dichiarò che, dopo aver dato un assestamento alle finanze, levato di mezzo alcuni odiosi tributi, regolato la circolazione monetaria e riordinate le forze militari, il Parlamento era ora impegnato a provvedere a perfezionare gli ordini amministrativi dello Stato, a moderare i dissensi politici e a cooperare alla ricostruzione economica del paese.

Il giorno dopo fu riconfermato nella carica di presidente della Camera DOMENICO FARINI. Il 29 novembre, il dottor GIOVANNI FALLERONI, deputato repubblicano di Macerata, si rifiutò di giurare, e, all'intimazione del presidente, abbandonò l'aula. Questo fatto indusse il Depretis a presentare un disegno di legge con il quale all'articolo 49 dello Statuto, prescriveva per i deputati e i senatori il giuramento di fedeltà al re e di leale osservanza delle leggi dello Stato, si aggiungeva una norma secondo cui erano dichiarati decaduti quei deputati che rifiutavano di prestare il giuramento o, se entro due mesi dalla convalida della loro elezione, non l'avessero prestato.
Il disegno di legge fu dato in esame ad una commissione presieduta da LA PORTA. La discussione cominciò il 18 dicembre e si svolse piuttosto animata. Parlarono CENERI, BOVIO, CRISPI; il Bovio disse fra l'altro:

"Le ore delle istituzioni non si sono mai contate sopra i giuramenti, nemmeno quando i giuramenti valevano; si sono contate sopra i bisogni di un popolo, sopra la successione delle sue idee, sulle fasi della sua educazione e della sua civiltà. I Bonaparte I e III Carlo X e Luigi. Filippo non caddero per mancati giuramenti; principi che regnano non stanno su per giuramenti mantenuti; cerchiamo altrove le cagioni delle rovine e delle vittorie".

Il Depretis prese la parola per difendere il disegno di legge, e si sforzò di dimostrare che il giuramento era una condizione necessaria al deputato per esercitare le sue funzioni, e che il disegno di legge non era né incostituzionale né reazionario. Il 22 dicembre la Camera approvò il disegno con 222 voti contro 45, e pochi giorni dopo anche il Senato.

L'anno 1882 si concluse mestamente. Poco prima della vigilia di Natale, da Trieste giunse la triste notizia dell'impiccagione di GUGLIELMO OBERDAN. Alle manifestazioni natalizie, si confusero le dimostrazioni antiaustriache, che iniziate a Milano il 22 dicembre proseguirono fino al 3 gennaio, con numerosi arresti e condanne e una nota del Governo sulla Gazzetta Ufficiale che condannò duramente le agitazioni tese ad incrinare i buoni rapporti d'amicizia con l'Austria.
Ciononostante, le manifestazioni si allargarono il 6-7 gennaio in altre città della penisola; da Cremona, a Roma, a Bari, provocando nuovi arresti, perquisizioni di Associazioni, sequestri di giornali che avevano promosso sottoscrizioni in memoria di Oberan. Perfino lo scultore FELICE ALBANI intento a preparare il busto del martire triestino, fu condotto in carcere, accusato di propaganda contro lo stato.

CODICE DEL COMMERCIO

Migliore fu l'inizio 1883, quando con il 1° gennaio entrava in vigore il Codice di Commercio varato il 31 ottobre precedente. Decisamente moderno rispetto a quello del 1865 e al codice francese del 1805; questo tiene conto dei mutamenti economici dovuti allo sviluppo industriale. Che riflette la volontà della sinistra di promuovere l'industrializzazione e l'allargamento dei consumi popolari e che a rigore di logica sono poi questi a promuovere la nascita della stessa industria, altrimenti destinata a soddisfare solo piccole fasce di consumatori.
Fra l'altro fu previsto -per la prima volta- la possibilità di costituire società cooperative; in primo luogo per difendersi dall'aggressività delle imprese capitalistiche, poi garantire ai soci maggiori benefici derivanti dalla comune attività.
A secondo dell'oggetto della loro attività, le cooperative che nacquero si distinsero in: cooperative di consumo (veri e propri negozi di alimentari, vestiario, ecc), edilizie, di lavoro (soprattutto agrario), di credito e assicuratrici.
Ovviamente per le due ragioni sopra esposte (difesa e garanzie) fin dal sorgere, sulla spinta soprattutto delle organizzazioni politiche proletarie, le cooperative incontrarono l'ostilità economica e politica degli industriali e delle formazioni politiche legate alla borghesia.
Tuttavia nella storia dell'Italia unita, fino al fascismo (che cercò in tutti i modi di eliminarle, soprattutto quelle agricole, dove all'azione economica delle cooperative s'intrecciava quella politica delle leghe socialiste) la cooperazione rappresentò uno dei fenomeni sociali più significativi, sia come fattore essenziale di aggregazione di produttori, di lavoratori e di masse di consumatori; sia come forza di partecipazione democratica, tanto più rilevante quanto più ristretta era la base di consenso allo stato monarchico; sia come strumento di mobilità socioeconomica, attraverso forme peculiari d'impresa e, in generale di intervento sul mercato. La cooperazione fu dunque figlia della modernità, e si venne configurando come un'originale forma di reperimento collettivo di beni e servizi altrimenti conseguibili ad un costo economico e sociale più elevato.
In seguito, lo svilupparsi di un sistema economico sempre più basato sulle grandi concentrazioni industriali e finanziarie emarginò via via le società cooperative, costrette a dover ricorrere al credito per poter avviare e mantenere le loro attività, e quindi di fatto costrette a sottostare alla logica del sistema capitalistico, senza adeguate strutture competitive.
Il punto debole era che dovevano sottostare al controllo governativo; inoltre la struttura societaria era a responsabilità limitata e l'importo del capitale e il numero dei soci, pur variabile, nessun socio poteva partecipare alla società con una quota superiore a una certa cifra (piuttosto minima); quest'ultima ovviamente causava un vero e proprio nodo scorsoio all'ampliamento delle strutture. Insomma le imprese capitalistiche (appoggiati dai governi che eleggevano) le avevano concesse le cooperative ma avevano preso le loro cautele.

MINGHETTI SPIEGA IL SUO TRASFORMISMO

Nei primi del maggio del 1883 ci furono molte interpellanze sulla politica interna. Fra gli altri parlò ALESSANDRO FORTIS che interrogò il presidente del Consiglio sui conflitti tra giovani repubblicani e forza d'ordine avvenuti nel gennaio in seguito alla morte di GUGLIELMO OBERDAN. Affermò che la notizia del martirio commosse l'intera nazione, e che in molte città vi erano state dimostrazioni di protesta.
"Ora - chiese - quale fu il contegno del Governo di fronte a quelle manifestazioni dello spirito pubblico? Dapprima esitò, forse compreso inconsciamente dai medesimi sentimenti che agitavano il paese; poi, con rapido passaggio dalla tolleranza alla reazione, non ebbe altro scopo che quello di soffocare qualunque espressione di compianto, di simpatia, in onore alla memoria, di Oberdan .... Non è più lecito oggi in Italia di pronunciare in pubblico i nomi di Trieste e di Trento; non è più consentito che una corona od un emblema porti i nomi di Trieste e di Trento, non è più permesso alla generosa emigrazione triestina e trentina di porre un segno di lutto nella sua bandiera".

DEPRETIS rispose che, essendo il concetto di libertà basato sul rispetto delle leggi, bisognava reprimere tutti gli atti che violavano o tendevano a violare le leggi; fece inoltre osservare che il principio di nazionalità, in politica estera, non poteva guidare in modo assoluto la condotta del Governo, il quale non avrebbe potuto tollerare che una esigua minoranza "gettasse il seme di discordia e di diffidenza fra Governi la cui cordiale amicizia era necessaria alla conservazione della pace, alla sicurezza e alla prosperità delle Nazioni".

L'on. NICOTERA svolse un'interpellanza per sapere se DEPRETIS era stato sempre fedele al programma della Sinistra e, avendo il presidente del Consiglio risposto che il ministero non aveva ripiegato la sua bandiera né abbandonato i suoi principi, l'11 maggio Nicotera stesso presentò una mozione con cui deplorava l'indirizzo politico del Governo che era definito incerto e contraddittorio.
Dopo questa mozione ci fu un'accesa discussione in cui si trattò dei partiti e del "trasformismo".

MINGHETTI cercò di spiegare le ragioni per cui, dopo le ultime elezioni, si era avvicinato a DEPRETIS. E le principali ragioni stavano nella trasformazione dello Stato, che dopo la riforma elettorale era divenuto più democratico e stavano nelle dichiarazioni fatte dal DEPRETIS a Stradella, che concordavano con quello che lui aveva sempre sostenuto. Il Minghetti ammise la necessità dell'esistenza di due partiti nel regime costituzionale, ma sostenne che nella Destra e nella Sinistra non esistevano più le differenze di un tempo:
"Una volta ciascuno dei due partiti rappresentava un sistema, il fine era uno, ma il metodo per giungervi era assolutamente diverso. Taluni volevano compiere l'Italia con la spontanea iniziativa di popolo; impazienti di ogni indugio, speravano che bastasse l'entusiasmo per conquistare l'indipendenza intera; altri, ed eravamo noi, volevano invece assicurare il presente, e ordinare le forze regolari, preparare l'avvenire con le alleanze, conservare sempre al Governo la direzione, l'iniziativa della cosa pubblica. Quei due partiti si combatterono apertamente; ed avevano la loro ragion d'essere.

"Altra causa della divisione di partiti è stata la ricerca del pareggio e l'assetto delle nostre finanze; non si può negare che vi era un partito il quale era convinto che l'aumentare troppo le tasse non avrebbe raggiunto lo scopo, ma avrebbe intanto distrutte le forze vitali ed economiche del paese. L'altro invece stimava i più gravi sacrifici necessari, urgenti, inevitabili. Ebbene, ci siamo battuti! Abbiamo vinto noi; abbiamo straziato, se volete, con le imposte i contribuenti, ma abbiamo salvato le finanze, il credito, l'onore d'Italia, e vi abbiamo lasciato lo stato di cose che ha permesso a voi di compiere gli atti di cui vi gloriate.
Ma oggi dov' è la bandiera, dov'è principio che ci separa? Si dirà che questo è un periodo transitorio ! E lo affermo anch' io. Normalmente ci debbono essere due partiti nella Camera; e ci saranno pure nell'avvenire. Si raggrupperanno gli uomini sopra idee ben determinate o relative all'ordinamento amministrativo od a qualche punto della politica; ci saranno, ma oggi non ci sono.
Le antiche questioni sono finite: non ne abbiamo nessuna nuova e grande che possa farci uscire dal periodo transitorio. Codesta è per ora una necessità inevitabile, della quale potete rammaricarvi, ma che sarà rimossa solo quando verrà la questione, e sulla quale i partiti si costituiranno di nuovo".

Poiché alcuni oratori avevano sostenuto che con l'avvicinamento della Destra alla sinistra moderata s'iniziava il "periodo del trasformismo", MINGHETTI volle esporre il suo pensiero in proposito.
"Cosa s'intendeva per trasformismo?"

"Intendete voi che gli uomini e i partiti non rimangono immobili, ma modificano le idee e i loro sentimenti secondo le circostanze, secondo le esigenze pubbliche, i tempi e i luoghi diversi? In questo caso permettetemi che io vi dica che il trasformismo è la legge generale delle cose viventi: non vi è pianta, non vi è animale, non vi è uomo che sia oggi lo stesso di quello che era ieri, e se, per non discostarmi dal nostro tema, noi stessi esaminiamo i nostri pensieri di dieci anni fa, troveremo molti giudizi mutati; e coloro che più gridano contro il trasformismo, saranno i primi a riconoscersi mutati da quelli che furono".
E continuò: "Se poi per trasformismo s'intende il rinunziare alle idee, ai principi dei quali si é convinti e farlo per ragioni secondarie o interessate, in questo caso io ripudio con tutta la forza dell'animo mio la parola e l'idea del trasformismo .... Se sentissi di venire meno ai principi che ho creduto sostanziali al bene della mia patria ed al buon governo costituzionale del primo giorno in cui entrai sulla vita politica, io preferirei restare all'opposizione, preferirei restare solo, preferirei rinunziare alla vita politica piuttosto che macchiarla di una viltà".

BONGHI disse su per giù quello che aveva detto il Minghetti; CRISPI ammise con il Minghetti che il trasformismo é nella natura, ma dichiarò di aver sempre visto nel mondo fisico che il trasformismo avviene dal male al bene, non mai dal bene al male e che la Sinistra avvicinandosi alla Destra non avrebbe mai accettato alcune teorie di questa, ma le avrebbe anzi sempre combattute. Riferendosi poi alla risposta data da Depretis a Fortis, CRISPI precisò:

"Nella vita dei popoli vi sono certe sante illusioni, certi generosi errori. Io non approvo le agitazioni che avvengono nel mio paese, le condanno. Per me, tanto nella politica interna, quanto nella politica estera, non voglio, non permetterei, che l'iniziativa provenga dalla piazza. La piazza non deve imporre alcune alleanze, come non deve impedirne altre. Ma anche compiangendolo, chi volete che non ammiri quel giovane animoso che andò a gettarsi nelle mani del carnefice, che morì con il nome d'Italia sulle labbra, che fece paura ai suoi stessi giudici, tanto che nel seppellirlo vollero togliere ogni segno alla fossa che gli avevano scavata? Fu un illuso; ma coloro che prima e dopo il 1848 cospirarono e lavorarono per questa patria che vedemmo risuscitare, e per la libertà di cui godiamo, non potranno condannarlo certamente. Dell'agitazione che dopo quell'avvenimento è sorta nel regno potremo noi fare un reato e portarlo fino agli estremi limiti dell'articolo 174 del Codice penale?

"Quell'agitazione io la deploro e la condanno, ma non ha e non aveva le proporzioni che le avete dato. Signori, vi sono due Italie, una, ufficiale e l'altra geografica. L'Italia ufficiale ha grandi doveri e non deve mancarvi; ma l'Italia geografica, che anche prima del 1860 non era un delitto studiare quale natura l'aveva fatta, volete voi che si cancelli? Potete voi con una sentenza di giudici, con un discorso alla Camera pregiudicare un avvenire che non sarà, ma che può essere?".

GIOVANNI BOVIO sostenne con calore che il trasformismo era l'evoluzione, già prevista, dei partiti parlamentari e che i suoi aderenti avrebbero costituito un partito di liberali moderati in opposizione alla democrazia radicale. CAVALLOTTI, rimproverò a DEPRETIS la mobilità politica, ebbe aspre parole contro gli acrobatismi politici, i giochi ottici, le piccole transazioni e trasformazioni e, poiché si parlava di trasformazioni e si faceva appello alle leggi di natura, "ben vengano - disse - le trasformazioni, ma le grandi, le vere! non quella che avviene in questo momento e che sa di putredine".

Tornò a parlare DEPRETIS per difendere la sua politica (quando perfino due suoi colleghi del ministero, ZANARDELLI e BACCARINI, mostravano di non approvare l'indirizzo politico del loro presidente); parlando del suo programma, sostenne con calore:
"É un programma pacifico e sicuro: compiere i nostri ordinamenti amministrativi; ed abbiamo un campo vastissimo da percorrere prima di arrivare alla meta; nel tempo stesso entrare risolutamente nelle riforme sociali, che aprono pure queste un orizzonte spazioso alla nostra attività .... Se degli uomini eminenti, già nostri avversari, senza mettere nessuna condizione, senza accampare nessuna pretesa, ci vengono a dire: "ma il vostro programma, i vostri atti, adesso che le antiche guerre sono finite, noi crediamo che possano essere appoggiati anche da noi", che male c'è o signori ad accoglierli nelle nostre file ed a considerarli come un aiuto alle nostre forze, come una collaborazione utile al compimento di quello che è una parte del nostro programma?".

La discussione ebbe termine il 19 maggio. Molti ordini del giorno furono presentati e Depretis accettò quello dell'on. ERCOLE di piena fiducia all'indirizzo politico del Ministero. Un emendamento proposto dall'on. MICELI sulla continuazione del programma della Sinistra parlamentare, fu respinto e l'ordine del giorno Ercole fu approvato con 348 voti contro 29.
La vittoria del DEPRETIS era stata strepitosa, ma il Gabinetto non risultava compatto a causa dello ZANARDELLI e del BACCARINI che dissentivano dall'indirizzo politico del presidente. Questi allora fece rassegnare le dimissioni al ministero e il 22 maggio ne diede comunicazione al Parlamento.
Ma non altri, ma solo lui -visto il voto schiacciante della Camera- poteva ricever l'incarico di ricostituirlo; e così fu.
Naturalmente i due soli dissidenti furono sostituiti; al posto di ZANARDELLI, nella Grazia e Giustizia, fu messo il senatore BERNARDINO GIANUZZI SAVELLI, e al posto di BACCARINI, ai Lavori Pubblici, fu chiamato l'on. FRANCESCO GENALA. Più tardi, e precisamente nel novembre del 1883, l'ammiraglio FERDINANDO ACTON ministro della Marina, fu sostituito da ANDREA DEL SANTO.

(per approfondire vedi " ( vedi anche "LOGICA E FUNZIONE DEL "TRASFORMISMO" > > > )

La reazione a questo governo non fu poca,
e questa maturò proprio dentro la stessa sinistra...

...prosegui con gli anni dal 1883 al 1886 > > >

Fonti, citazioni, e testi
Prof. PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - (i 5 vol.) Nerbini 1930
COMANDINI - L'Italia nei cento anni - Milano 1907
MACK SMITH, Storia del Mondo Moderno - Storia Cambridge X vol.
MONDADORI . Le grandi famiglie d'Europa - I Savoia. 1972
CONTE CORTI La Tragedia di Tre Imperi. Memorie e documenti
del Principe Alessandro D'assia, conservati al Castello di Walchen. 1951
DE VILLEFRANCHE G.M. Pio IX- Bologna 1877
F. COGNARSCO Vittorio Emanuele II - Utet 1942
PATRUCCO C. Documenti su Garibaldi e la massoneria - Forni 1914
O' CLERY - The making of Italy - Kegan&Trubner, Londra 1892
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (i 33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (i 20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi
STORIA D'ITALIA Cronologica 1815-1890 -De Agostini
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