IL DOPO DEPRETIS
....CRISPI


In BREVE ....
(vedi altrimenti in RIASSUNTI, periodi relativi agli anni crispini)

e in dettaglio (vista da Salvemini) la POLITICA ESTERA DI CRISPI

L'erede "naturale" di Depretis, morto il 29 luglio 1887, era Crispi e al politico siciliano fu affidata da re Umberto la Presidenza del Consiglio. A quella carica Crispi assommò i ministeri dell'estero e degli interni, che avrebbe tenuto fino al gennaio 1891, cioè fino alla caduta del suo secondo ministero. Nessuno fino a quel momento aveva osato tanto.

La storia politica d'Italia subì una svolta radicale; il nuovo ministero inaugurò una politica estera di prestigio e di espansione che avrebbe aggravato la tensione con la Francia e cacciato il paese nell'avventura etiopica (in questa parte del lavoro accennerò solamente alla politica interna autoritaria che caratterizzò la svolta crispina).

Quando Crispi assunse la direzione della politica estera, essa era caratterizzata da due fatti soprattutto: la tensione crescente con la Francia e il rinnovo della Triplice alleanza (con i trattati separati che ne erano seguiti). Inoltre sullo sfondo continuava ad agitarsi la questione balcanica, questa volta a causa di un contrasto austro-russo sorto a proposito della successione al trono di Bulgaria, rimasto vacante dopo la forzata abdicazione del re Alessandro di Battenberg.

La diplomazia italiana aveva davanti a sé due scelte:

Nell'estate e nell'autunno del 1887 Crispi fu attivissimo: appoggiò l'Austria nella questione bulgara; sfruttò il conseguente malcontento russo per convincere Austria e Inghilterra a firmare nuovi trattati che garantissero lo status quo nel Mediterraneo. Effettivamente ottenne uno scambio di note diplomatiche in tal senso ma lord Salisbury rifiutò la proposta di concludere un'alleanza militare.

Maggiore fortuna Crispi ebbe nei rapporti con la Germania, almeno in apparenza. Nel febbraio del 1888, a conclusione di colloqui cominciati nell'ottobre 1887, Italia e Germania firmavano una convenzione militare. In essa si stabiliva che in caso di guerra della Triplice da una parte e della Francia e della Russia dall'altra, l'Italia avrebbe impegnato i francesi sulle Alpi e inviato cinque corpi d'armata a rafforzare i tedeschi sul Reno. Quando venne a conoscenza, tramite i servizi di spionaggio, della convenzione, il governo francese interruppe le trattative in corso per rinnovare il Trattato commerciale bilaterale.

Le trattative erano state avviate su richiesta del governo italiano, il 16 settembre 1887, sulla base della clausola della "nazione più favorita" e del mantenimento della tariffa convenzionale già vigente per un certo numero di merci. Il governo francese rispondeva, il 29 ottobre, chiedendo una riduzione del dazio italiano sulle lanerie, le seterie e i tessuti di cotone. Quando il governo italiano si mostrò indisponibile ala richiesta francese, il governo transalpino propose di di prorogare il trattato del 1881 per altri cinque mesi e intanto avviare nuovi negoziati. Infine, gli italiani offrirono una proroga di due mesi che i francesi accettarono. Le trattative si svolsero a Roma (31 dicembre 1877 - 18 febbraio 1888) ma con esito assolutamente negativo, dato l'irrigidimento soprattutto del governo italiano. La rottura fu così brusca che portò ad una vera e propria guerra commerciale.

La tensione italo-francese giunse ad un passo dall'irreparabile, quando la Francia concentrò la sua flotta nel porto di Tolone e a Roma e a Berlino si temette che si potesse arrivare ad un conflitto armato. Non vi fu guerra ma la politica di Crispi si rivelò ancora una volta tanto appariscente quanto dannosa. La guerra commerciale con la Francia svantaggiò più l'economia italiana, in particolare l'agricoltura del mezzogiorno, che non l'industria francese, tanto che nell'ottobre del 1889 il ministero Crispi provvedeva a rimuovere le tariffe differenziate per le merci francesi senza peraltro ottenere che la Francia facesse altrettanto con quelle italiane.

Nel frattempo Crispi si era impegnato a fondo nel tentativo imperialistico in Africa orientale, la sola zona ancora aperta alla colonizzazione europea vuoi per il terreno montagnoso ed arido vuoi per la presenza di popolazioni bellicose e sufficientemente evolute ed organizzate per poter resistere ad una invasione. Come gli abissini che abitavano l'interno dell'Etiopia, divisi in tribù guidate da un re locale, il ras, e un imperatore o re dei re, il negus neghesti.

La situazione interna non era molto stabile a causa delle ambizioni di molti ras a succedere al negus Giovanni. Crispi appoggiò ras Menelik, il quale, una volta imperatore, firmò un trattato, detto di Uccialli, in base al quale il nuovo negus riconosceva le conquiste fatte dall'Italia fino al fiume Mareb ed accettava il protettorato sull'Abissinia e la Somalia (in verità la clausola del protettorato era esplicita solamente nel testo in italiano, in quello in copto c'era appena un vago accenno).

Nel frattempo il governo aveva preparato un regio decreto, emanato il 5 gennaio 1890, che trasformava i possedimenti italiani del Mar Rosso in Colonia di Eritrea, governata da un Governatore assistito da tre consiglieri, rispettivamente per le finanze, l'agricoltura e i lavori pubblici. La Colonia Eritrea passò alle dipendenze del Ministero degli Esteri (e dunque di Crispi!).

Il dominio nell'Eritrea fu consolidato rapidamente; non altrettanto accadde in Abissinia, dove il protettorato sull'Etiopia non fu accettato dal negus. Non bastò un anno intero di trattavtive a piegare Menelik. Crispi rientrò in Italia a mani vuote (era l'11 febbraio 1891, pochi giorni prima, il 31 gennaio, aveva rassegnato le dimissioni del suo ministero).

Due anni dopo, tornato al potere, Crispi riprese la sua politica coloniale in Etiopia. Le truppe italiane, dopo alcuni successi iniziali, furono sconfitte all'Amba Alagi e il maggiore Galiano fu costretto a cedere il forte di Macallé. L'opinione pubblica, indignata per l'umiliazione subita, e lo stesso Crispi attribuirono la responsabilità della sconfitta all'indecisione del governatore dell'Eritrea. Perciò fu ordinato al generale Baratieri di lanciare una forte offensiva. In realtà la sconfitta all'Amba Alagi era da addebitare alla fretta con cui era stata preparata la spedizione abissina, tant'è vero che il generale Baratieri subì una vera disfatta ad Adua, la sconfitta più grave subita dagli europei nella colonizzazione dell'Africa.

L'indignazione popolare raggiunse il culmine. Crispi diede le dimissioni e di lì a poco sarebbe morto; il suo successore, Di Rudinì, si affrettò a firmare (ottobre 1896) il Trattato di Addis Abeba, in base al quale l'Italia rinunciava ad ogni pretesa sull'Abissinia e limitava le sue colonie all'Eritrea e alla Somalia.

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