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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNI 1888-1889

CRISPI: FRANCIA, ROTTURA RAPPORTI - GERMANIA: OTTIMI RAPPORTI

ROTTURA DELLE RELAZIONI COMMERCIALI TRA LA FRANCIA E L' ITALIA - BUONI RAPPORTI CON LA GERMANIA - VIAGGIO DI GUGLIELMO II IN ITALIA; SUA VISITA IN VATICANO E STRATTAGEMMA DI CRISPI - IL VIAGGIO DI UMBERTO I IN ROMAGNA - LA SPEDIZIONE SAN MARZANO IN AFRICA - CONVENZIONE SEGRETA CON IL RE DELLO SCIOA - LA MISSIONE PORTAL - RITIRATA DEL NEGUS GIOVANNI - INTERPELLANZE ALLA CAMERA SULLA CAMPAGNA D'AFRICA - CONVENZIONE MILITARE ITALO-GERMANICA - MUTAMENTI MINISTERIALI - INAUGURAZIONE DELLA TERZA SESSIONE DELLA XVI LEGISLATURA - TUMULTI ROMANI - DIMISSIONI DEL MINISTERO

ROTTURA DELLE RELAZIONI COMMERCIALI
TRA L'ITALIA E LA FRANCIA

Non furono soltanto i piccoli incidenti che abbiamo letto nelle precedenti pagine, che contribuirono ad inasprire i rapporti tra l'Italia e la Francia, che cercava di nuocere in tutti i modi quelli che invece diventavano -a suo danno- sempre più ottimi con la Germania e l'Austria.

Ancora dal 15 dicembre del 1886, in seguito a voto parlamentare, era stato denunciato dal governo italiano per il 31 dicembre del 1887 il trattato di commercio italo-francese. Nel denunciarlo, il governo italiano dichiarava di esser disposto ad aprire i negoziati per un trattato migliore. Nei primi del settembre del 1887 fu mandato a Parigi l'on. BOSELLI per accordarsi con il presidente dei ministri ROUVIER e alla fine del mese giunsero alla capitale francese i negoziatori italiani onorevoli BRANCA, ELLENA e LUZZATTI, che però non conclusero nulla.
Verso la fine di dicembre i negoziati furono ripresi a Roma, ma neppure qui si concluse qualcosa di positivo, e nei primi di febbraio i delegati francesi MARIO e TEISSERENC de BORT partirono. Significative furono le parole di quest'ultimo, nel congedarsi, con l'on. ELLENA:
"Finché sarete nella triplice non sarà possibile un accordo commerciale tra l'Italia e la Francia".
Il 27 febbraio 1888 furono rotte le relazioni commerciali tra i due Stati e due giorni dopo il governo italiano dovette applicare le tariffe generali e differenziali, a partire dal 1° marzo successivo.
Per ritorsione il governo di Parigi inpose a sua volta dazi quasi proibitivi ai prodotti italiani.

Quello stesso giorno CRISPI, dando comunicazione alla Camera delle trattative non riuscite con la Francia, dichiarò: "In ogni guerra, ci sono morti e feriti, e morti e feriti ci possono essere pure nelle battaglie economiche. Tuttavia un popolo forte non si scoraggia perciò noi dobbiamo guardare allo scopo, al fine che ci siamo posti dinanzi: ebbene, questo scopo, questo fine è tale che merita tutti i nostri sforzi, e sono sicuro che sapremo raggiungerlo. Dopo aver conquistato l'indipendenza nazionale; dopo esser diventati politicamente un grande Stato, certo dei suoi destini, bisogna che ci rafforziamo anche economicamente e finanziariamente per renderci indipendenti dalle altre nazioni".

Enorme fu il danno che la lotta economica con la Francia causò all'Italia e in modo speciale alle province del Mezzogiorno, e non meno grande fu il danno finanziario. Fu fatta una campagna accanita ed infame in Francia contro le azioni italiane, che nella borsa di Parigi erano sprezzantemente chiamate "macaroni"; furono ritirati i capitali francesi investiti nella Penisola; nei giornali francesi fu descritta l'Italia come il paese più miserabile. Fu talmente spietata la lotta contro i titoli italiani che CRISPI fu costretto a invocare tramite BISMARCK l'intervento dell'alta banca germanica, consigliato anche da MAGLIANI che suggerì di "ricomprare sul mercato di Parigi quanto più sia possibile le azioni italiane" e di "indurre le Banche tedesche a scontare gli effetti cambiari del commercio italiano, mostrando di avere in noi la fiducia che la Francia ci nega nel momento attuale".

La batosta fu grossa per l'agricoltura; ma bisogna dire che una crisi agraria era già in atto su scala europea fin dal 1880; più accentualta in Italia dovute alle condizioni di arretratezza dell'economia italiana.
Già l'anno prima, nell'87, in Italia era stata approvata la nuova tariffa generale che aumentava in modo rilevante i dazi protettivi applicati all'importazione di alcuni prodotti agricoli e della maggior parte di quei beni che potevano essere invece prodotti dall'industria nazionale.
Ma fu un'applicazione anomala, perchè quasi esentava dal dazio le materie prime necessarie alle grandi industrie, mentre invece colpiva le importazioni di prodotti agricoli, come i cereali, lo zucchero, ecc.
L'intenzione buona era quella di incentivare i due settori, per soddisfare la domanda interna senza far ricorso alle importazioni. Mentre invece solo un settore si avvantaggiò.

Storicamente è ricordata come "scelta protezionistica", votata alla Camera il 24 giugno 1887 con 199 voti a favore e 37 contrari; al Senato il 10 luglio con 69 a favore e 12 contro.
Su questa scelta, e sul ruolo svolto nello sviluppo economico italiano, alcuni economisti e storici si sono divisi. I più concordano nell'attribuirgli una funzione essenziale per l'affermazione e il consolidamento di alcune attività industriali (quasi interamente a favore dei grandi gruppi nati o operanti nel Nord Italia -tessile, siderurgico, chimico ecc.), altri ritengono che abbia avuto dei risvolti negativi, in quanto sacrificò l'agricoltura e soprattutto tutte le culture specializzate dell'Italia meridionale.
In queste condizioni, aggiuntasi poi la "batosta" francese (chiudendo per rivalsa le sue importazioni dall'Italia) causò un danno ancora maggiore al settore agricolo, e in particolare al meridione le cui esportazioni verso la Francia erano piuttosto consistenti. Nè ebbe il meridione quelle attenzioni, che invece la Germania riservò alle industrie italiane del nord; e paradossalmente anche il meridione i suoi utili preferì investirli nel nord, consolidando quell'alleanza degli agrari del sud con la borghesia industriale del nord che si era già stabilita in seguito al processo di unificazione.

In questo frangente delle ritorsioni francesi, a favore dell'Italia intervenne il sindacato formato dal banchiere BLEICHROEDER, dalla Deutsche Bank e dalla Discontogeselleschaft, che arrestò la discesa delle azioni italiane alla borsa di Parigi. L'anno seguente, essendo ricominciata l'offensiva francese contro la valuta italiana, furono ancora le banche tedesche a sostenere il credito del consolidato italiano. Per meglio tutelare il credito nazionale, nell'estate del 1890, il governo Crispi, favorì la creazione dell'"Istituto Italiano di Credito Fondiario" cui contribuì anche con capitali propri un sindacato tedesco; e nel 1894, sotto la spinta dello statista siciliano, sorse la "Banca Commerciale Italiana" con capitali germanici. Guidata da tre ebrei, questi si lanciarono sugli investimenti della grande industria italiana, soprattutto siderurgica. Ma dovettero con non poca fatica conciliare la redditività in Italia dei loro patrioti, con le pressioni delle forze politiche italiane tese a favorire solo alcuni grossi gruppi. Tuttavia riuscirono a far decollare quelle industrie siderurgiche impegnate negli armamenti. Paradossalmente le stesse industrie che poi, nella Grande Guerra, contribuirono a fornire le armi per combattere la stessa Germania.

Naturalmente, i rapporti italiani, più si facevano tesi con la Francia, più si facevano cordiali con la Germania. Il 5 marzo del 1888 la Camera inviava auguri e saluti al principe ereditario, FEDERICO, che si trovava ammalato in Liguria; quattro giorni dopo moriva GUGLIELMO I di HOHENZOLLERN e gli succedeva il figlio, dimorante, come si è detto, in Italia.
UMBERTO I e CRISPI si recarono, la mattina del 10 marzo, a salutare il nuovo imperatore alla stazione di Sampierdarena, in partenza per Berlino e Federico III, grato delle dimostrazioni che in suo onore erano state fatte al parlamento italiano, consegnò al presidente del Consiglio, un biglietto su cui era scritto: "J'ai été bien touché tles paroles prononcées dans les deus Chambres".

Tre mesi dopo, il 15 giugno, Federico III cessava di vivere e gli succedeva GUGLIELMO II. Presero avvio contatti diplomatici tra i Gabinetti di Roma e di Berlino per concertare una visita in Italia del nuovo imperatore tedesco, seguiti da altrettanti contatti per un nuovo viaggio di CRISPI in Germania.
Il 18 agosto prima di partire il premier italiano andò a consultarsi con il re a Sant'Anna di Valdieri; il 21 giunse a Friedrichsruhe accolto dalla popolazione festante. Ebbe colloqui con BISMARCK, e a Eger, con KALNOKY, cancelliere austroungarico, che, in settembre, gli fece conferire dal suo imperatore Francesco Giuseppe, la Gran Croce dell'Ordine di Santo Stefano! "in riconoscenza dei meriti di lui nel rafforzamento delle strette relazioni d'amicizia dell'Austria-Ungheria con l'Italia, nonché del concorso illuminato e leale che non cessava di prestare alla comune politica conservatrice".

Il viaggio dell'imperatore tedesco in Italia avvenne nell'ottobre del 1888. L'11 di quel mese GUGLIELMO II giunse a Roma, accolto da imponenti dimostrazioni. Era la prima volta che un potente sovrano entrava nella capitale d'Italia, per visitare un re, e il merito era tutto di Crispi, e a lui furono rivolte tutte le attenzioni dell'imperatore.
Il giorno dopo del suo arrivo GUGLIELMO II si recò a far visita al Santo Padre, che aveva intenzione di trattare in quel colloquio la questione romana. CRISPI, che per mezzo della sua polizia segreta aveva appreso in anticipo questo incontro, si era accordato con il principe ENRICO di Prussia, fratello dell'imperatore, e con HERBERT Bismarck, figlio del cancelliere, i quali avevano accompagnato in Italia il sovrano, sul modo di evitare che il Papa e l'imperatore potessero rimanere a lungo insieme per parlare della questione romana. Era, da alcuni minuti, Guglielmo II entrato nel Gabinetto privato del Pontefice, quando nell'anticamera segreta del Vaticano giunse il principe Enrico, che chiese di essere introdotto subito alla presenza del Papa e, poiché monsignor Della Volpe rispondeva di non poterlo fare in quel momento, il conte Herbert di Bismarck, che accompagnava il fratello dell'imperatore, esclamò: "Un principe reale di Prussia non fa anticamera!" E così fu introdotto, troncando il colloquio tra Guglielmo II e Leone XIII.

Alcuni giorni dopo l'imperatore andò a far visita a CRISPI a Napoli, gli conferì la fascia dell'Aquila Nera, dicendogli che nessuno più di lui l'aveva meritata, e gli regalò il proprio ritratto con il motto scritto di suo pugno: "Au gentilhomme; gentilhomme; au corsaire, corsaire et demi".
La considerazione in cui era ritenuto CRISPI da Bismarck e dall'imperatore di Germania aumentò il suo prestigio in modo straordinario. Alla Camera, rimossi i malumori per la politica autoritaria del presidente del Consiglio e l'abituale molestia di IMBRIANI, nessuna seria opposizione incontrava il governo di CRISPI, il quale non solo di giorno in giorno rinforzava la sua posizione parlamentare, ma riusciva ad acquistarsi nuove simpatie nel paese e a eliminare le antipatie di qualche regione per la monarchia.
Nel maggio del 1888 i Reali inaugurarono a Bologna l'esposizione industriale emiliana e l'Esposizione artistica nazionale. L'accoglienza entusiastica ricevuta dai sovrani spinse CRISPI a far compiere al re un viaggio in Romagna, nella rossa e turbolenta Romagna, piena di repubblicani e di socialisti rivoluzionari.

Il presidente del Consiglio, volendo assicurare alla visita il miglior successo, si mise a preparare il terreno e poiché una delle principali cause dell'agitazione romagnola era la detenzione a Porto Longone di Amilcare Cipriani, reo di diserzione nel 1866 e di duplice omicidio commesso ad Alessandria d'Egitto e per protesta eletto ripetutamente deputato a Forlì e a Ravenna, fece graziare verso la fine di luglio il Cipriani, e predispose pure che le grandi manovre avessero luogo in Romagna.
Sul finire d'Agosto, UMBERTO I, accompagnato dal Principe di Napoli, iniziò il viaggio. Visitò Imola, Castel Bolognese, Faenza, Forlì, Cesena, Ravenna, Rimini e altri luoghi. Dappertutto ebbe accoglienze calorose da quelle popolazioni generose ed ospitali, cui contribuì anche l'opera di AURELIO SAFFI e di ALESSANDRO FORTIS.

Lieto di quelle accoglienze, il sovrano telegrafava a Crispi:
"Ella sa come io abbia avuto ognora fede piena e illimitata nella lealtà e nel cuore generoso del popolo di Romagna. Fu sempre mio fermo convincimento che la libertà deve essere la base immutabile della nostra vita nazionale, ma queste popolazioni, che oggi mi accolgono con grande affetto, mi dicono qualche cosa di più che la gratitudine per il libero reggimento nel quale vivono; esse mi esprimono il disagio economico in cui si dibattono e invocano l'esame di taluni problemi dei quali chiedono la soluzione al mio Governo. Le farò pervenire quanto prima le istanze di Municipi e di Associazioni che furono consegnate in mie mani e per le quali ho preso impegno di benevola considerazione. Fin d'ora comprendo le difficoltà che si oppongono alla soddisfazione di molti di questi desideri. Ella vorrà perciò studiarli d'accordo con i suoi colleghi e riferirmene. L'energia, il sapere, è l'amor patrio di lei varranno ad agevolare il non facile compito. Mettiamoci all'opera con amore e con il fermo volere di riuscire, e riusciremo".

Questo telegramma, che comincia con le parole "…Ogni nuova conferma dell'amicizia di lei mi riesce di grande soddisfazione", è una prova degli eccellenti rapporti che correvano tra il Re e Crispi, rapporti che alcuni, esagerando piccoli e inevitabili dissidi, dicevano poco cordiali.
Erano tanto cordiali che l'11 settembre 1888, in occasione delle nozze del Duca d'Aosta, ex-re di Spagna, che doveva spegnersi il 19 gennaio del 1890, con la principessa Letizia Napoleone, CRISPI che fungeva da notaio della Corona, il re gli conferì il Collare dell'Annunziata.

LA SPEDIZIONE SAN MARZANO IN AFRICA
CONVENZIONE SEGRETE DEL RE CON LO SCIOA
LA MISSIONE PORTAL - RITIRATA DEL NEGUS GIOVANNI
INTERPELLANZE ALLA CAMERA SULLA CAMPAGNA D'AFRICA

Il 26 ottobre del 1887, l'indomani cioè del discorso pronunziato dal Crispi al banchetto di Torino, partirono per l'Africa i primi scaglioni della spedizione militare che doveva vendicare l'eccidio di Dogali; comandata dal tenente generale ASINARI di San Marzano, aveva con sé i generali di brigata GENÈ, LANZA, CAGNI e BALDISSERA. Le truppe del corpo di spedizione, sbarcate nell'autunno a Massaua e unite al Corpo speciale d'Africa formarono una massa operante di circa 20.000 uomini, di cui 3.000 indigeni, con 38 pezzi d'artiglieria, i duemila uomini delle bande del capo Debèb e gli equipaggi della squadra del Mar Rosso.
Le operazioni dovevano cominciare non appena il corpo di spedizione fosse stato in condizione di muoversi; invece rimase a Massaua, esposto a quel clima torrido, colpito dalle febbri e dalla dissenteria, fino a tutto il gennaio in attesa che si sapesse l'esito della "missione PORTAL", inviata dall'Inghilterra presso il Negus per tentare di rappacificare l'Italia e l'Abissinia.
Il Governo italiano sperava un esito migliore da MENELIK, allora re dello Scioa e aspirante alla corona imperiale d'Abissinia, con il quale il conte ANTONELLI, accreditato presso di lui, aveva il 20 ottobre del 1887 in Addis Abeba stipulato la seguente convenzione segreta:

"S. M. MENELIK, re dello Scioa e di Kaffa ecc., ed il conte PIETRO ANTONELLI, come inviato di S. M. il Re d'Italia, hanno convenuto:
1° - S. M. il Re d' Italia e S. M. il Re di Scioa ed i loro rispettivi governi si dichiarano amici ed alleati e si sottintende che debbono godere, quanto più estesamente è possibile, di tutti i diritti e privilegi di due nazioni civili alleate; 2° - S. M. Il Re d'Italia promette a S. M. il Re di Scioa che, qualora S. M. Scioana avesse bisogno di aiuti in armi od altro, per far valere i suoi diritti, glieli darà con la maggior sollecitudine possibile. Dal canto suo S. M. il Re Menelik promette di aiutare S. M. il Re d' Italia in tutte le circostanze;
3° - S. M. il Re d'Italia dichiara a S. M. il Re Menelik che non farà annessioni di territori.
4° - Il Governo di S. M. il Re d'Italia si impegna a far consegnare all'agente di S. M. il Re Menelik 5000 fucili Remington in Assab, nello spazio di sei mesi dalla data della presente convenzione.
5° - S. M. il Re Menelik promette al Governo di S. M. il Re d'Italia che dette armi serviranno per la propria difesa e non saranno mai impegnate a recare danno alcuno agli Italiani, e di ciò dà formale promessa".

Ma né Menelik né la "missione Portal" furono utili all'Italia. Il primo aveva in animo di giocare l'Italia per assicurarsi l'invio delle armi e un aiuto per le sue mire ambiziose, non impegnandosi però a fondo e fingendo di volere mettere i suoi buoni uffici tra l'Italia e il Negus GIOVANNI, contro il quale, se l'Italia lo avesse conosciuto meglio, si sarebbe accorta che lui al Negus non ci sarebbe mai andato.
Mentre al Portal il Negus rispose che "non si poteva parlare di pace quando i cavalli erano già sellati e le sciabole sguainate e quando gli Italiani calpestavano ancora il suolo etiopico".
La risposta di Giovanni si conobbe nel Natale del 1887, al ritorno della "missione Portal". Allora il Crispi telegrafò a Londra, ringraziando il Governo inglese per l'opera svolta presso il Negus e chiudendo il telegramma con queste parole:
"La parola spetta oramai alle armi. Fidiamo nel valore dei nostri soldati".

Il 1° febbraio 1888, SAN MARZANO con quasi tutte le sue truppe marciò su Saati, lo rioccupò e lo fortificò potentemente per sostenervi gli attacchi del Negus. Questi, nel marzo scese dall'altipiano con più di ottantamila uomini ed andò ad accamparsi nella conca di Sabarguma, a poca distanza dalle posizioni occupate dagli italiani.
Nonostante la superiorità numerica del suo esercito, GIOVANNI non osò attaccare le linee italiane. Invano tentò di attirare le nostre truppe fuori delle loro posizioni, poi dopo due mesi di inattività, verso gli ultimi di marzo, per mancanza di viveri e per le epidemie scoppiate nel suo esercito, fu costretto a iniziare una ritirata. Questa iniziò il 3 aprile del 1888 e si sarebbe facilmente trasformata in una rotta disastrosa se gli italiani fossero piombati su quelle torme stanche, sfiancate dal digiuno; ma per ordine giunto da Roma, rimasero dentro le linee della difesa e lasciarono che il Negus si allontanasse tranquillamente dalla conca di Sabarguma.
Di lì a poco (e pochi capirono perché) la spedizione SAN MARZANO rimpatriava e al comando delle truppe rimaste restava il generale ANTONIO BALDISSERA con poteri civili e militari sulla colonia.

In Italia nella tornata del 2 maggio 1888, incominciò alla Camera lo svolgimento delle interpellanze sulla campagna d'Africa. L'on. DE RENZIS disse che era giunta l'ora delle spiegazioni su quanto si era fatto e su quello che si voleva fare; sostenne che la responsabilità della campagna africana dopo Dogali spettava al presente ministero; affermò che dopo 14 mesi e molti milioni, non si era avuto né la pace né la guerra; ed il ritorno delle nostre truppe era pieno di malinconia perché quelle avevano dovuto assistere inerti alla ritirata nemica quando avrebbero potuto sbaragliare le orde abissine.
BONGHI intervenendo, affermò che "…dopo Dogali non si poteva certo abbandonare l'Africa senza vergogna, ma che non dovevamo neppure impegnarci in una guerra vera e propria"; lodò le istruzioni date dal Governo a San Marzano e lodò questo per averle eseguite; quindi, venendo a parlare di ciò che l'Italia doveva fare in Africa, sostenne che "è nostro interesse rimanere a Massaua ed allacciare amichevoli relazioni con l'Abissinia. Da uno stato di pace con l'Abissinia si possono avere grandi e veri vantaggi; e nella storia politica coloniale si sarebbe potuto, forse per la prima volta, registrare il fatto di uno Stato europeo che ha dominato popolazioni barbare con le civili conquiste della pace e non con gli orrori del ferro e del sangue".

POZZOLINI rettificò alcune asserzioni di Bonghi e chiese che si annullasse il trattato inglese Howett. Rispose a tutti il ministro della guerra, il quale spiegò le ragioni per cui si era dovuta limitare l'azione delle truppe, accennò alla difficoltà dei trasporti, e lodò San Marzano per la sua prudenza e le nostre truppe per il valore e la disciplina; disse che "…se poi era mancato il successo militare non era però mancato quello morale".
Anche CRISPI prese la parola; disse di avere sempre sostenuto che non si dovesse fare una politica di conquista, ma riprendere le posizioni abbandonate. Quelle posizioni erano state riprese e saldamente tenute davanti ad un nemico sì numeroso ma anche impotente a ricacciarci. Circa le intenzioni del Governo per l'avvenire, Crispi disse che non si poteva tenere Massaua senza Saati e che a Saati quindi si sarebbe rimasti.

La discussione proseguì nella seduta successiva. Vi parteciparono DE BENZIE e POZZOLINI che presentò una mozione approvante la politica del Governo in Africa; BONGHI che propose l'abbandono di Saati ed Uaà, infine Crispi, il quale dichiarò che il Governo desiderava e sperava di ottener la pace, e che non avrebbe potuto, senza recare offesa, ricusare la mediazione inglese; quindi BACCARINI e MUSSI presentarono, anche in nome di molti deputati, due mozioni: la prima diceva:
"La Camera encomia altamente le virtù dell'esercito e dell'armata, ritiene non conforme all'interesse nazionale una politica militare sulle coste del Mar Rosso e invita il Governo i richiamare le truppe"; la seconda era così concepita: "La Camera, deplorando che al suo voto sia stato sottratto l'inizio dell'impresa africana, contraria all'interesse ed al prestigio del Paese, invita il governo a richiamare in Italia il corpo di spedizione".

Lo svolgimento di queste mozioni si cominciò nella seduta del 10 maggio 1888. Dopo BACCARINI e MUSSI, che illustrarono nuovamente le loro mozioni, parlò il ministro della Guerra sul trattamento ai reduci di Dogali; l'on. DI CAMPOREALE sostenne che "…non si dovesse abbandonare la costa del Mar Rosso" e presentò un ordine del giorno in cui si approvava la politica del Governo; l'on. L. FERRARI dichiarò che la politica di espansione coloniale si era inaugurata senza il consenso del Parlamento ed affermò che "…il Governo avrebbe dovuto concentrare le sue forze a risolvere il problema della politica interna con intenti di civiltà e di rinnovamento nazionale anziché fare una politica coloniale consentita soltanto a paesi di esuberante vitalità"; l'on. DE ZERBI in un forte discorso considerò "…inaccettabile la teoria secondo cui il re e il potere esecutivo non potessero spedire truppe fuori i confini del regno senza l'autorizzazione del Parlamento", lodò la condotta delle truppe in Africa e del San Marzano, e si disse contrario al richiamo delle truppe da Massaua "…perché l'indomani dell'imbarco del nostro ultimo soldato vi sarebbero sbarcati i soldati di un'altra nazione europea", sostenne che Massaua era una colonia importantissima e che "…occorreva avanzare anziché indietreggiare" e concluse col dire che "…l'avvenire di tutti i popoli stava nella colonizzazione e che i popoli i quali non pensavano al domani si votavano al suicidio".
Dopo Zerbi, di altro avviso fu ODESCALCHI che si dichiarò "…favorevole all'abbandono completo di Massaua, che era e sarebbe stata sempre una passività per il nostro bilancio".

Nella seduta dell'11 maggio 1888, parlarono il ministro della Guerra, l'on. MARSELLI, il quale affermò che l'obiettivo dell'Italia doveva esser quello di un protettorato commerciale sull'Abissinia che ci consentisse di esercitare una legittima influenza sul Sudan e sull'Egitto; FERDINANDO MARTINI, disse doversi "…lasciare a Massaua un esiguo presidio e abbandonare Saati perché la sua occupazione significava uno stato di guerra in permanenza con l'Abissinia"; l'on. TOSCANELLI che presentò e svolse un ordine del giorno, augurandosi la pace e l'alleanza con l'Abissinia per combattere i Sudanesi, e approvando la politica africana del Governo e il modo com'era stata ispirata e condotta la campagna militare; l'on. FORTIS, da parte sua affermò che "…abbandonare Massaua dopo tutto quello che era accaduto ripugnava al sentimento ed alla ragione perché avrebbe diminuito infallibilmente il nostro prestigio in Europa", ma, sostenne, che si doveva rimanere a Massaua con intenti pacifici; l'on. GIUSSO appoggiò la necessità del mantenimento di Saati, e l'on. ARNABOLDI, dichiarandosi contrario alle mozioni presentate, approvò la condotta del Governo che credeva "…ispirata ad un alto sentimento del diritto e della dignità nazionale".

Nella seduta del giorno 12 maggio 1888, l'on. SOLIMBERGO svolse il seguente ordine del giorno:
"La Camera, encomiando altamente le virtù dell'esercito e dell'armata, volendo mantenere l'occupazione italiana nel Mar Rosso, confida che la politica si esplichi come è richiesto dalla dignità e dall'interesse nazionale".
L'on. POZZOLINI svolse quest'altro: "La Camera, udite le dichiarazioni del Presidente del Consiglio, approva la condotta del Governo in Africa";
infine l'on. CAMILLO FINOCCHIARO-APRILE svolse questo terzo ordine del giorno
"La Camera, affermando che l'esercito e l'armata hanno bene meritato della Patria, udite le dichiarazioni del Presidente del Consiglio, confida che il Governo saprà risolvere la questione africana secondo la dignità e gl'interessi della nazione".

FRANCESCO CRISPI, prendendo la parola, si disse lieto che nella discussione si fosse levata una nota alta e patriottica da tutti i settori della Camera, dichiarò di esser contrario all'abbandono di Massaua che agli indigeni sarebbe parsa una fuga, affermo affermò che a Massaua l'Italia esercitava piena sovranità e che si era opposto decisamente alla Francia, la quale sosteneva che vigeva ancora il sistema delle capitolazioni, e concluse facendo appello al patriottismo di tutti e alla lealtà di quanti volevano il bene e la grandezza d'Italia e dicendo: "Le colonie sono una necessità della vita moderna. Noi non possiamo rimanere inerti e far sì che le altre potenze occupino da sole tutte le parti del mondo inesplorate, altrimenti saremmo colpevoli di un gran delitto verso la patria nostra; comportandosi da inerti chiuderemmo per sempre le vie alle nostre navi ed i mercati ai nostri prodotti .... Noi cominciamo oggi, e mal si comincerebbe quando, al primo ostacolo, si fuggisse dai punti che abbiamo occupato"; "Siamo a Massaua e ci resteremo!".

Dopo il discorso del Crispi presero la parola: MANCINI che presentò e svolse un ordine del giorno, MUSSI che ritirò la sua mozione, BACCARINI che disse esser fuori di questione la fiducia nel Governo; gli onorevoli POZZOLINI, PELLOUG, ELIA, TOSCANELLI, DI CAMPOREALE, FORTIS, PATERNOSTRO, BRANCA, CHIALA ed altri ritirarono i loro ordini del giorno; fu messa ai voti la mozione BACCARINI; fu approvata la prima parte e respinta la seconda, quindi la Camera approvò l'ordine del giorno presentato da CAMILLO FINOCCHIARO-APRILE.

CONVENZIONE MILITARE ITALO-GERMANICA
MUTAMENTI MINISTERIALI
INAUGURAZIONE 3a SESSIONE DELLA XVI LEGISLATURA
TUMULTI ROMANI E DIMISSIONI DEL MINISTERO

Tre mesi prima delle tornate in Parlamento, cioè il 1° febbraio del 1888, fu firmata a Berlino la convenzione militare tra l'Italia e la Germania proposta da CRISPI a BISMARK nell'ottobre dell'anno precedente.
Con questa convenzione si stabiliva che, se fosse scoppiata una guerra tra gli Stati centrali da una parte e la Francia e la Russia dall'altra, l'Italia avrebbe attaccato la Francia e avrebbe inviato in Germania sei corpi d'armata e tre divisioni di cavalleria perché operassero con l'esercito tedesco.

Dopo questa convenzione si rendeva necessario un aumento nel bilancio della Guerra e il 1° dicembre i ministri BERTOLÈ-VIALE e BRIN presentarono un disegno di legge per l'autorizzazione di spese militari straordinarie.
Il 21, durante la discussione parlamentare, contro questo disegno si scagliò CAVALLOTTI con un suo ordine del giorno: "deplorava la politica estera del Crispi turbatrice della pace e della vita economica italiana" e affermava che "…nel paese e specie fra gli avanzi delle vecchie legioni garibaldine era sorto un grido di protesta e d'allarme per la "politica crispina" che avviava la nazione alla guerra e alla catastrofe"…."Questi uomini che insorgono contro la politica troppo ardita dell'onorevole Crispi sono pur quelli che la patria ha visto sempre al loro posto, in prima fila, nel giorno delle supreme audacie; e alla loro testa vi è Giuseppe Missori, poesia vivente, idealizzata dell'eroismo italiano. E sono questi impavidi sfidanti della fortuna che per creare la patria non esitarono a gettarsi incontro all'ignoto, che oggi dell'ignoto, hanno paura, sul suo pauroso limitare si fermano, e invitano l'onorevole Crispi a fermarsi. Perchè è lecito a quelli, anche se non conoscono la paura, temere per la cosa che hanno idolatrato di più. Sono queste le paure dei forti".

FRANCESCO CRISPI rispose che le spese proposte erano esclusivamente quelle necessarie alla difesa, e aggiunse:. "Fatalmente tutti armano, compresi i piccoli Stati, e noi non possiamo restare inerti. Aggiungete, signori, che noi siamo nel Mediterraneo dove è disputata e si è anche insediata quella legittima influenza alla quale abbiamo diritto.
Noi abbiamo quindi bisogno, di una forte armata, la quale non solo difende il paese da possibili assalti, ma vada per i mari a proteggervi i nostri commerci. Io non so se vi sarà o no la guerra .... Molte però sono le cause di un grande, eventuale incendio europeo; molti sono i dissidi in questo vecchio continente che, o all'oriente o all'occidente, potrebbero produrre uno scoppio, e noi bisogna che ci troviamo preparati a fare il debito nostro .... Non dobbiamo permettere che, in tutte le questioni che potrebbero sorgere, e nelle quali l'interesse del nostro paese fosse impegnato, il nome d' Italia, la bandiera del nostro paese potessero abbassarsi dinanzi alle esigenze dello straniero.
Finché io sono a questo posto, di questi esempi non ne darò mai".
Il 22 dicembre 1888 la Camera con 231 voti contro 45 approvò la politica estera del Governo.

Nello stesso mese in cui si firmava la convenzione militare si dimetteva il Coppino da ministro della Pubblica Istruzione, avendogli il Senato respinto un Disegno di legge per la conservazione dei monumenti. CRISPI lo sostituì con BOSELLI. La Destra, di cui il nuovo ministro faceva parte, interpretò la nomina come un passo del presidente del Consiglio verso di essa e mise ogni impegno per abbattere MAGLIANI, ministro delle Finanze, che, come il COPPINO, era di Sinistra.
I motivi per combatterlo non mancavano. Grave era il disavanzo del bilancio; nell'estate del 1888 erano aumentati il dazio sui cereali; la tassa graduale del bollo per cambiali; nel novembre il ministro proponeva di ristabilire i due decimi dell'imposta fondiaria e di aumentare il prezzo del sale.
Fu questo nuovo disegno di legge che rovesciò MAGLIANI. La commissione del bilancio respinse all'unanimità il disegno e l'onorevole GIOLITTI, relatore, attaccò a fondo il ministro e la politica finanziaria del Governo. Negli ultimi di dicembre AGOSTINO MAGLIANI si dimetteva dal ministero delle Finanze e del Tesoro. Crispi lo affidava a BERNARDINO GRIMALDI, che lasciava l'Agricoltura a LUIGI MICELI e al Tesoro il senatore PERAZZI.

Gli avversari di CRISPI speravano forse nelle dimissioni dell'intero Gabinetto ma dopo averlo visto più saldo che mai, trasportarono la lotta dal Parlamento alla piazza.
Il 13 gennaio del 1889 a Milano, che era centro del partito francofilo, si tenne un comizio pacifista, al quale parteciparono due deputati francesi, il RIVET e il GAINARD, scesi in Italia a fraternizzare in nome degli immortali principi del 1789 e a dare la mano a PANTANO e a CIPRIANI. Presente anche il celebre leader marxista tedesco WILJEM LIEBNECHT.
Pochi giorni prima (l'8 gennaio 1889) a Faenza, migliaia di operai senza lavoro, assalivano i forni del pane; accenni di rivolta anche a Ferrara; poi per quasi tutto il mese manifestazioni di protesta si ripeteranno nel corso del mese in altre città

Il 28 gennaio 1889 fu inaugurata la terza sessione della XVI Legislatura con un discorso del re, il quale ricordò la visita di Guglielmo II, accennò alla necessità di attuare alcune riforme, fra cui quella penitenziaria e carceraria, quella della giustizia amministrativa, quella della Pubblica Istruzione e quella delle Opere Pie, e dichiarò che per raggiungere il pareggio del bilancio occorreva imporre nuovi tributi e ridurre le spese fatta eccezione per i provvedimenti militari, poiché "una pace non salvaguardata dalle armi è una pace infida". Poi il re concludeva: "Se il mio governo non continuasse a dedicare le sue più sollecite cure all'esercito e all'armata, tradirebbe la Patria".

Oltre i fatti di Faenza di gennaio accennati sopra, si erano già verificati disordini a Roma l'anno precedente; tremila operai disoccupati per la crisi edilizia si misero a tumultuare per le vie della capitale gridando "Viva da Rivoluzione" e commettendo eccessi sulle cose e sulle persone. Il Governo si lasciò sorprendere dagli avvenimenti e come non aveva pensato di prevenirli così fu pure impotente a reprimerli. Si ebbe alla Camera il dibattito sui disordini, Crispi chiese poi un voto di fiducia che gli fu largamente accordato.
Ma non era finita lì. Del resto il Re già aveva accennato a qualcosa, parlando di "imporre nuovi tributi".
Infatti, tre giorni dopo iniziò la discussione sui provvedimenti finanziari esposti dal GRIMALDI e da PERAZZI (che nel dicembre precedente aveva sostituito Magliani al ministero del Tesoro). Affermano che il disavanzo del bilancio non era di 62 milioni, ma di 192 milioni; propongono alcuni aggravi fiscali, come il ripristino di un decimo dell'imposta fondiaria, l'aumento di 5 centesimi sul prezzo del sale, aumento dei tributi di circa 50 milioni. La discussione fu lunga e vivace e fin dall'inizio la maggioranza della Camera si dichiarò contraria ai provvedimenti. Temendo di subire uno scacco con un voto di sfiducia sulla gestione delle finanze, il 28 febbraio CRISPI presentò le dimissioni del suo ministero, affermando di "non voler compromettere con un voto parlamentare i grandi interessi del Paese".

Molti nemici di Crispi, speravano proprio di non rivedere più al governo l'"accentratore", il "dittatore"; ma la sorpresa fu che i molti interpellati dal Re, rifiutarono l'incarico di costituire il Gabinetto.
Il Paese, il Re, il Parlamento, avevano bisogno (soprattutto in politica estera) di un uomo con il polso fermo, mente audace, larghe vedute; e, nonostante l'età (71), Crispi, queste qualità le aveva tutte; né intendeva, energico e fiero com'era, di farsi da parte; né volle nel riprendere il bastone di comando, diventare all'improvviso un debole. Anzi.

Nasce così nella polemica il secondo ministero Crispi…

… ed è il periodo delle prossime pagine dal 1889 al 1891 > > >

Fonti, citazioni, e testi
Prof. PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - (i 5 vol.) Nerbini 1930
COMANDINI - L'Italia nei cento anni - Milano 1907
MACK SMITH, Storia del Mondo Moderno - Storia Cambridge X vol.
CONTE CORTI La Tragedia di Tre Imperi. Memorie e documenti
del Principe Alessandro D'assia, conservati al Castello di Walchen. 1951
DE VILLEFRANCHE G.M. Pio IX- Bologna 1877
F. COGNARSCO Vittorio Emanuele II - Utet 1942
PATRUCCO C. Documenti su Garibaldi e la massoneria - Forni 1914
O' CLERY - The making of Italy - Kegan&Trubner, Londra 1892
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
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