NOVECENTO  
UNA CODA DELL'OTTOCENTO CHE ARRIVA FINO AL 1914... 
... alla soglia della Prima guerra mondiale. Poi tutto cambierà 

 

PARTENZA

AL 
RALLENTATORE

di GIAN PIERO PIAZZA.

Avete un figlio, o una figlia, che frequenta le scuole superiori ed è appassionato di storia? Provate a fargli qualche domanda per sondare la sua preparazione su una materia tanto vasta e incompiuta da essere paragonata all'infinito. Se il "soggetto" è diligente e ha studiato con un interesse che va oltre il concetto puramente pratico di ottenere buoni voti vi stupirà con un trattato sulle guerre puniche o sull'ascesa e la decadenza dell'impero romano, oppure si dimostrerà ferratissimo sull'età medievale. Ma quando l'argomento dell'inquisitoria conversazione sfiorerà la storia del Novecento il fiume di parole del vostro dotto interlocutore, o interlocutrice, s'interromperà di botto per lasciare spazio a un imbarazzato silenzio. 

Il Novecento, sconosciuto come il Carneade di manzoniana memoria e negletto come una moderna Cenerentola, fino a ieri non era contemplato nel programma di studi. Eppure è il secolo, ormai in via di compimento, che ha maggiormente e più rapidamente inciso sull'evoluzione dell'umanità regalandole in frenetica sequenza conquiste a volte inimmaginabili nel campo della scienza, della vita sociale, della tecnica e perfino nella longevità dell'esistenza terrena. 

Sono trascorsi pochi decenni dal medioevo tecnologico in cui i termini station wagon, jet, computer, missile, per non parlare dei più utilitaristici marchingegni come frigorifero, lavatrice, radio stereo e televisore non appartenevano neppure al lessico fantascientifico di Giulio Verne e tutto è successo tanto in fretta che sembra quasi impossibile ipotizzare come fosse la vita quotidiana di un individuo adulto appena 97 anni fa. 
Agli inizi del secolo, l'uomo usciva per sempre dalla crisalide della sua storia ancorata, per millenni a un'esasperante lentezza nel cammino del progresso, per affacciarsi timidamente alla finestra di un mondo nuovo e rivoluzionario. 

Nel 1900, l'Europa si è conquistata dal Congresso di Vienna del 1815 in poi un assetto politico e geografico stabile dopo una serie di rivoluzioni interne in Spagna e in Grecia, di guerre nazionali come quelle risorgimentali in Italia e la guerra franco-germanica del 1870-71 e si è decisamente avviata verso una radicale trasformazione della società basata su nuovi valori: libertà e nazione, democrazia, diritti dei lavoratori. 

I segni del progresso sono tangibili soprattutto in Europa dove maggiormente si è sviluppata la "rivoluzione industriale": L'Esposizione Mondiale, che a Parigi inaugura il nuovo secolo, mette in mostra le grandi innovazioni nel campo della tecnica e dell'ingegneria: le macchine meccaniche, a vapore, a forza idraulica innanzitutto per l'industria tessile e per le industrie estrattive, per l'agricoltura, per i trasporti, per la metallurgia. Nelle capitali europee non tutti hanno l'acqua corrente in casa e la stanza da bagno è ancora un lusso per pochi ma per le strade circolano le prime automobili di Daimler e Benz con motore a combustione interna e il cielo è solcato dalle prime mongolfiere e da enormi dirigibili con la pancia piena di idrogeno, un gas micidiale che a contatto di una scintilla esplode con effetti devastanti. Tre anni dopo il primo aereo a motore dei fratelli Wright si alzerà in volo sui cieli d'America.

Al grande sviluppo del nuovo secolo contribuiscono invenzioni fondamentali (in gran parte eredità dell'Ottocento ma ora applicate su scala sempre più ampia) come la dinamo, che trasforma la forza meccanica in energia elettrica, l'illuminazione elettrica, il telefono, il cemento armato che rivoluzionerà l'edilizia. L'enorme incremento delle comunicazioni postali e telegrafiche, l'intensificazione della rete ferroviaria con collegamenti anche internazionali, la stampa a vapore e la rotativa che consentono la larghissima diffusione di giornali quotidiani a buon mercato favoriscono nuovi sviluppi di più diretta influenza politica e sociale. 

GLI ULTIMI FREMITI DELLA "BELLE EPOQUE

"Sono gli anni magici e irripetibili della "Belle Epoque", che si consuma soprattutto sull'altare parigino delle mille follie e stravaganze. La classe dominante dell'unica repubblica d'Europa, i ricchi commercianti e la borghesia, dilapida fortune per i begli occhi di una sciantosa e sui tavoli da gioco, ancora frastornata dalle bombe anarchiche di Ravachol mentre lentamente la democrazia si fa strada. 

(vedi LA "BELLE EPOQUE" )

Si è calcolato che agli inizi del Novecento la popolazione sparsa sul globo fosse di circa un miliardo e mezzo di individui, 400 milioni in più rispetto al decennio precedente. La percentuale di tale aumento spetta all'Europa, dove fra il 1800 e il 1914 la popolazione sarebbe pressoché triplicata, passando da 175 milioni a 450, con un tasso di aumento molto diverso nei vari Paesi: più del triplo in Gran Bretagna, quasi il triplo in Russia, all'incirca il doppio in Germania e in Italia, soltanto un terzo in Francia. Per l'Europa l'incremento demografico si accorda con il pieno sviluppo della "rivoluzione industriale" con un'intensificazione estrema dei commerci internazionali e la grande produzione extraeuropea di cereali, dell'allevamento del bestiame, dell'estrazione di minerali. Una produzione che invade i mercati della vecchia Europa e che genera il grande spostamento di forze lavorative dall'agricoltura all'industria con un aumento vertiginoso della nuova realtà sociale, la classe operaia.

 Nel neonato secondo impero germanico di Guglielmo ll, nell'impero austro-ungarico dell'ormai settantenne Francesco Giuseppe, in quello britannico di Edoardo VII e nelle monarchie europee il governo assolutista, anche se con forme più o meno liberali, ha lasciato il posto ai governi costituzionali generando al contempo la democrazia e il socialismo. E' contro le organizzazioni operaie di stampo socialista che i nuovi governanti europei devono misurarsi. ( Gian Piero Piazza)

PRIMI PASSI DELLA LEGISLAZIONE SOCIALE

All'inizio del nuovo secolo la libertà di organizzazione sindacale è di fatto acquisita in tutta Europa, ma il riconoscimento più o meno generico del diritto di associazione operaia non corrispondeva alla totale libertà pratica di funzionamento. La libertà di sciopero, all'inizio non contestata e generalmente riconosciuta nei vari Stati europei, viene mortificata sul piano della sua efficacia da misure coercitive e poliziesche. Ma accanto alla politica autoritaria o liberale dei governi nei confronti del movimento operaio nasce una politica del lavoro gestita direttamente dagli stessi governi con la legislazione sociale. 

Dapprima in Inghilterra e in seguito anche in Italia una legge tutela il lavoro delle donne e punisce lo sfruttamento di manodopera minorile, si impongono misure protettive per i lavoratori nelle industrie in cui si manipolano sostanze dannose per la salute. La Germania nell'intento di arginare il socialismo introduce le assicurazioni sociali operaie contro le malattie e gli infortuni sul lavoro e quella per l'invalidità e la vecchiaia che diventano obbligatorie. 

Ma le rivendicazioni operaie per la limitazione dell'orario di lavoro e per il salario minimo garantito saranno ancora a lungo osteggiate. La legislazione protettrice del lavoro, introdotta in modo autonomo in ogni Stato, si ispira tuttavia agli stessi motivi, un senso di umanità nei confronti della classe economicamente più debole caldeggiato dalla religione e dalla morale aggiunto alla forte preoccupazione per l'ordine politico e sociale gravemente minacciato dalle frange più estremiste dei partiti sovversivi, il movimento anarchico. 

Con il miglioramento delle condizioni dei lavoratori si intende prevenire "turbamenti gravi e rendere più sopportabili le leggi repressive nei confronti della massa operaia". Accanto al movimento operaio di matrice socialista compare un movimento sociale cattolico da cui scaturiranno nel corso del nuovo secolo i diversi partiti nazionali democratici cristiani. Sul piano pratico alcune attività sociali cristiane si limitano ad agire sul terreno della carità svolgendo compiti di assistenza volontaria e paternalistica di ispirazione puramente religiosa, come le società di San Vincenzo de' Paoli sorte nella Francia del secondo impero e diffuse poi in tutto il mondo cattolico. 

COMINCIA IL POST-COLONIALISMO

Altre hanno invece l'intento di operare una vera e propria trasformazione sociale ma in senso corporativistico nel tentativo di restaurare le vecchie corporazioni che associavano imprenditori e operai, mentre sul piano sindacale ammette le forme di resistenza e di lotta sciopero incluso, pur osteggiando drasticamente il principio socialista della lotta di classe e il programma di soppressione della proprietà privata dei mezzi di produzione. In Italia un congresso cattolico tenutosi a Roma nel 1894 ha approvato un ambizioso programma mai compiutamente attuato che prevede la creazione delle corporazioni, una legislazione e un credito sociali, la partecipazione agli utili d'impresa delle maestranze e l'elevazione operaia di concerto con il mantenimento delle gerarchie sociali. 

Ma la "rivoluzione industriale" oltre che mutare la fisionomia della società genera esigenze nuove che si concretizzano con un sempre maggiore consumo di fonti energetiche e di materie prime che gli Stati europei industrializzati posseggono in misura insufficiente. Comincia l'era del postcolonialismo improntata soprattutto alla politica dei protettorati, una formula molto più vantaggiosa della dominazione coloniale che prevede sviluppo e assistenza tecnica di zone depresse in cambio di contratti esclusivi per l'estrazione e lo sfruttamento di giacimenti di ogni genere. La poderosa flotta britannica fa vela verso gli Eldorado dell'Estremo Oriente alla conquista di facili approvvigionamenti e s'insedia in Sudafrica dopo avere sconfitto i Boeri, la Germania sbarca nell'agonizzante impero ottomano e la Francia con un colpo di mano invade pacificamente la Tunisia. Le legazioni europee si contendono il favore della Cina e la flotta americana raggiunge le rive del Marocco. 

ALL'ORIZZONTE NUVOLE DI GUERRA

Per l'Italia il nuovo secolo inizia con una tragedia. Il 29 luglio 1900 Re Umberto I viene ucciso dall'anarchico Gaetano Bresci sul viale che conduce il corteo alla Villa Reale di Monza, l'ex residenza del vicerè del Lombardo Veneto. Il regno alla cui guida subentrerà Vittorio Emanuele III, figlio di Umberto II, è in condizioni economiche di trend positivo. La rete ferroviaria ha raggiunto un'estensione capillare su tutto il territorio nazionale, il processo di modernizzazione registra vigorosi impulsi nel campo dell'industria laniera e cotoniera e della siderurgia con i forni Martin Siemens e il primo impianto siderurgico a Terni. La pianura padana collegata con il centro Europa favorisce la formazione del triangolo industriale Milano-Torino-Genova e le popolazioni di queste città registrano un notevole incremento demografico.

La situazione di relativo benessere è tuttavia turbata dagli scioperi massicci della massa operaia nonostante l'avvento dei governi illuminati della corrente liberale di Giolitti. Le mire colonialistiche dell'Italia si realizzano nel 1911 con la conquista della Libia dopo il vittorioso conflitto contro i turchi ma nell'aria già aleggiano venti di guerra. L'impero austro-ungarico si allarga nei Balcani con l'annessione della Croazia e della Slavonia ed è proprio da lì che scaturirà (come vedremo nel prossimo numero) il sanguinoso movente che darà via allo scoppio della prima guerra mondiale.
 

GIAN PIERO PIAZZA

Ringraziamo per l'articolo
(concesso gratuitamente) 
il direttore di

 

prosegui con I PRESAGI di "10 milioni di morti"

e UN SECOLO AMBIGUO


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