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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNI 1902-1904

ESORDIO DI UN CRITICO 19 ENNE: BENITO MUSSOLINI

 

Mentre in Italia si discuteva l'appoggio al governo dei socialisti, su ispirazione di Turati, scatenando la scissione (sarà poi più netta al VII congresso del 6-9 sett. '902) tra i riformisti e i rivoluzionari intransigenti, un giovane "rivoluzionario" 19enne deluso, da Losanna, intervenendo, scrive il suo primo articolo; iniziando così la sua carriera di giornalista: Benito Mussolini.

Era alla sua prima avventura in Svizzera per "provare il mondo". Partito da Dovia i primi di luglio del 1902, senza meta fissa, in compagnia della fame e che i lavori umili non erano sufficienti a eliminare, rimasto con in tasca 15 centesimi, lo "stoico" giovane (in una lettera si definisce tale) la notte del 27 è arrestato come vagabondo a Losanna perché trovato a dormire sotto un ponte. Dopo tre giorni di cella lo rilasciano perché in regola con i documenti. A Losanna incontra Emilio Marzetto, redattore dell'"Avvenire dei Lavoratori" organo del movimento socialista operante fra gli emigrati italiani in Svizzera, con la maggior parte di loro d'idee socialiste o anarchiche. Del resto, quasi tutti sono, o operai malpagati (muratori, manovali, minatori, facchini ecc.) oppure sono degli intellettuali rifugiati, proscritti ancora da Crispi e che dopo i fatti di Milano del 1898 li raggiunsero quelli proscritti da Pelloux. A questi ultimi in quel luglio del 1902 si era unito l'emigrante Benito Mussolini. Lui ha una discreta cultura, ha letto avidamente qualcosa, è un buon comiziante, un duro polemista, ha dialettica e le sue idee, nelle condizioni in cui si trovava, oltre che essere figlio di un autodidatta rivoluzionario che amava la rivolta - (Nell'82 il padre Alessandro Mussolini, era stato ammonito ed era sotto osservazione dalla polizia come "elemento pericoloso alla società e alla pubblica sicurezza", e quando era partito il figlio a luglio per la Svizzera era nuovamente finito in prigione per aver provocato disordini e fracassato le urne delle elezioni a Predappio) non potevano che essere socialiste, ma non erano le sue del tutto definite, né erano ancora autonome; più che sfoggiare una vera e propria ideologia il suo -prima in Romagna poi in Svizzera- è un apprendistato socialista, ne usava i termini intellettuali, ma il suo era un socialismo come quello operaista, degli "umili", quindi "rivoluzionario", "anticapitalista", "antimilitarista", ; ma dato che lui si definiva un intellettuale, lui non era un socialista riformista ma un "rivoltoso" (suo il termine). Lo definiscono anarchico, ma lui dice "Nulla di più falso", però gli piace leggere Kropotkin, Sorel, Bakunin, Stirner, Blanqui, Sombart ecc. Ammira Cafiero, Domokos, Bresci, Cipriani. Ha insomma il fascino dell'anarchismo, anche se questo è da qualche tempo in declino.

Dunque, a 19 anni, dalle colonne dell'"Avvenire dei Lavoratori", M. si permette di intervenire sulla politica italiana, criticando i socialisti, il loro zig zag, la loro incoerenza, i loro compromessi. Lo fa con questo suo primo articolo, piuttosto vago e sicuramente sarebbe rimasto nel dimenticatoio della letteratura politica di quel tempo, ma poi il ventenne matura velocemente e attacca sempre più in crescendo, fino al punto che nel 1904, dopo il grande sciopero generale, su "Avanguardia socialista", con l'articolo "La teppa", questa la difende e attacca i socialisti! Esaltando "la violenza delle folle in movimento", con il "suo" motto (ma è di Guyau) "Vivere non è calcolare, è agire".
Non è ancora il Mussolini di fine 1914, ma è già qualcosa di diverso dagli altri. Il carattere sicuramente, l'ideologia pure, anche se indefinita; e definita non lo sarà mai, nonostante il suo "Cos'è il fascismo".
Iniziamo intanto a soffermarci su questi primi scritti. L'evoluzione e l'involuzione avremo tutto il tempo per raccontarla nei successivi anni.
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da: L'Avvenire del Lavoratore, 30 agosto 1902

LA NECESSITÀ DELLA POLITICA SOCIALISTA IN ITALIA

"Tale il titolo di un opuscolo scritto da Costantino Lazzari e pubblicato dal "Sorgete!", giornale socialista del Lodigiano. Il momento abbastanza sintomatico della sua comparsa e il nome dell'autore ci spingono a farne parola su queste colonne.
Anzitutto, nell'uomo, che se non ingiustamente certo spietatamente fu condannato, ammiriamo la serenità dei giudizi e lo spirito animatore della critica scevra di quelle punte velenose che escono dalla triste fucina del personalismo.
Il suo opuscolo comincia con una lunga disamina della nuova tattica di FILIPPO TURATI, del "metodo rivoluzionario" di ENRICO FERRI, del socialismo astensionista in politica e beotamente radicale in economia di SAVERIO MERLINO e della "pregiudiziale variante" di ARTURO LABRIOLA.
Il Lazzari si domanda: Qual'è stata la causa generatrice di questa diversità di vedute che hanno provocato non l'equivoco, come vorrebbe il buon Dinale, ma tendenze spiccatamente diverse?
"Una pretesa rivoluzione parlamentare" e cioè la salita al potere della Sinistra costituzionale con un programma - restato finora programma - di libertà.
Certo, dopo un decennio di reazione - incarnata in tre uomini: CRISPI, RUDINI, PELLOUX, seminatori di stragi e di lutti per le contrade d'Italia - la formazione di un ministero che dichiara le associazioni economiche dei lavoratori aver diritto di sciopero perché essi possano vivere da umani, è un fatto confortante che merita di essere studiato.
Ma studiandolo, senza preconcetti di idealismo politico, noi vediamo che la "famosa rivoluzione" si riduce ad un'abile manovra delle classi dirigenti le quali -incalzate dalla marea dei tempi nostri- capirono che andando a ritroso con un potere alla Pelloux o alla Crispi rischiavano di giocare -con sicurezza di perdere- la vita del sistema.

Non le schede di fiducia gettate nelle urne ministeriali dall'Estrema Sinistra, ma una grande forza morale sviluppatasi in tutto il paese "costrinse" chi molto può a volgere il timone della barca politica verso le prode (finora semplicemente intraviste) di un saggio governo. E persistendo, anzi fortificandosi ancora di più l'energia morale nella coscienza delle masse organizzate, la rotta della barca sarebbe stata piú decisiva, se l'Estrema Sinistra non avesse blandito abilmente la vecchiaia degl'incerti nocchieri; ma 1i avesse invece fustigati con un'accanita politica di opposizione e di guerra.
A questo punto sentiamo dirci: Voi avreste, cosí operando, perduto il primo ministero liberale (?) che l'Italia abbia avuto dopo il '70 e avreste favorito la scalata del potere agli uomini della forca, ai compari del '94 e del '98.
È una strana allucinazione di politicanti, dice il Lazzari, quello di vedere un ministero liberale laddove gli uomini che lo compongono sono le volpi della reazione. I fatti poi smentiscono questa pietosa leggenda di liberalismo che la democrazia parlamentare colla sua condotta aveva creato e diffuso tra il popolo. Noi pensiamo che il ritorno della reazione terroristica sia molto improbabile, se non impossibile. Gli uomini che ebbero il potere nei tristi periodi in cui furono manomesse le pubbliche libertà e il sangue proletario corse per le strade, non furono capaci di conservare le livree dei ministri e caddero sopraffatti dall'esecrazione di tutto un popolo. Per loro sono chiuse le vie del ritorno. E ad ogni modo noi preferiamo una reazione sfacciata a questo genere di reazione ipocritamente pudibonda che illude quelli che non dovrebbero illudersi
.
FILIPPO TURATI fu costretto a verificare che la politica del ministero attuale va a zig-zag; proprio come quella del gruppo socialista. E va a zig-zag la politica della GIOLITTI perché vuol riuscire ad accontentare due settori: la destra di cui rappresenta gli interessi e la sinistra di cui gabba i voti e la fiducia.
Ora noi comprendiamo che le frazioni radicali appoggino il "governo delle leggine inconcludenti", ma non possiamo approvare la massima per cui i rappresentanti del proletariato danno continuo suffragio di aiuto a un potere borghese che - finché tale - ci è sempre nemico, tentando poi di giustificare l'incoerenza manifesta con abili logomachie che conducono sino alla sfrontatezza di chiedere l'autonomia nell'azione parlamentare del gruppo. Di questa politica a base di compromessi il popolo ha ormai ragione di diffidare; e se fu tradito le cento volte dai dominatori ha il diritto di non essere turlupinato da coloro che si professano suoi amici. Esso ha bisogno, urgente bisogno di una sana politica socialista che "come fanfara di guerra squilli sempre per il cielo italiano soverchiando i piccoli rumori dei vari partiti borghesi.

Non è quindi la politica di chi raccomanda la temperanza nelle agitazioni operaie per non mettere in pericolo la libertà... che non abbiamo; non è la politica dell'"appoggio condizionato", prosaica formula che ridurrebbe il partito conquistatore del mondo ad una "bottegaia azienda di dare e avere"; né la politica che si compendia nella peregrina trovata del "meno peggio" perché la gradazione del cattivo come del buono non ha limite alcuno. PELLOUX è piú forcaiolo di ZANARDELLI, ma TORRACCA - poni caso - è piú belva di Pelloux. Domani, caduto Zanardelli, occorrerà appoggiare Pelloux, per salvarci dal Torraca!! Queste le "deformazioni logiche" che ci vorrebbero imporre i parlamentari.
Non è questa la politica che necessita in Italia.
"Noi ci basiamo - dice il Lazzari - su di una verità geometrica: la retta è la piú breve distanza fra due punti. I due punti ci sono noti: la civiltà borghese presente, la civiltà socialista avvenire. Piú ci allontaniamo da quella e piú ci avviciniamo a questa. Se ci fermiamo a scaramucciare colle varie frazioni borghesi, non solo perdiamo il tempo, ma rischiamo di perdere anche l'obiettivo finale che deve sempre risplendere chiaro per l'educazione della pubblica opinione e della pubblica coscienza".

Noi non abbiamo formule. Solamente ci auguriamo che il partito nostro ritorni ai suoi metodi antichi di lotta, incalzi con una combattività implacabile i poteri costituiti senza mai discendere - in barba ai deliberati di congressi - a patti e a mercature. La sua fisionomia resterà intatta come la sua integrità morale che andrebbe miseramente perduta qualora continuasse a battere una strada che lo confonde fra le frazioni della democrazia radicale e borghese e gli scema il prestigio sulle moltitudini. La necessità della vecchia e corroborante politica socialista è sentita e noi speriamo che, insieme all'unità del partito, sarà affermata nel prossimo congresso. (Benito Mussolini. L'Avvenire del Lavoratore, N. 163 - 30 agosto 1902)
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L'anno dopo, il già 20enne Benito Mussolini, indica quale socialismo:

da: Il Proletario, 18 ottobre 1903

SOCIALISMO E MOVIMENTO SOCIALE NEL SECOLO XIX

Sotto questo titolo, Werner Sombart, professore a l'Università di Breslavia, ha raccolte le conferenze da lui tenute a Zurigo nel 1898. Non mi pare inutile riassumerle.
Egli, con lo sguardo profondo dello studioso, abbraccia in rapida sintesi i tratti caratteristici e differenziali del movimento proletario, ne rivela le cause, l'intima struttura, lo sviluppo, le finalità.
Comincia dall'ammettere incondizionato il principio della lotta di classe. Ne allarga, anzi, i confini nel tempo e nello spazio.
La storia dell'umanità non sarebbe che una lotta continua per il pascolo o per la biada.
Semplice è la genesi di questo dualismo che divide e ha diviso con forme progressivamente meno selvagge - il genere umano. La differenza di classe produce un interesse di classe, l'interesse un contrasto, il contrasto antagonistico la lotta di classe.
Il movimento odierno è sociale perché creato da una classe, è socialista perché tende, nella produzione economica, a sostituire la comunità all'individuo.
Il proletariato - o la nuova classe, che imprime energia cosciente a questo moto - è la risultante della produzione capitalista; tende - come meta ideale del suo sforzo - al socialismo, perché questo germina inevitabile dai nuovi rapporti economici e da essi acquista forme di vita e di realizzazione storica.
È bene insistere: senza il rapporto capitalistico-proletariato, gli ideali sociali sarebbero rimasti utopie senza valore. Cosí, prima dello sviluppo dell'industrialismo borghese, il socialismo era una divinazione di poche menti elette, ma non poteva divenire necessità coordinatrice di un'azione pratica, positiva.
Per questo i sistemi dei precursori socialisti furono imperfetti e non
potevano non esserlo dato il rapporto sociale dell'economia contemporanea. Intuizioni talvolta sublimi, mezzi sempre inefficaci.
OWEN credeva togliere le cause della miseria riformando l'ambiente e correggendo, con l'educazione, i costumi del popolo; LAMENNAIS in Francia e KINGSLEY in Inghilterra facevano conto sull'ideale etico e sullo spirito cristiano. FOURIER, che fu pure uno spirito rivoluzionario, aveva fra le altre, la candida ingenuità di aspettare da un capitalista la somma necessaria per la costruzione del primo falansterio.
L'utopismo delle vecchie dottrine socialiste derivava, dice il Sombart, "da una sconfinata sottovalutazione della forza avversaria, originata dalla credenza che i detentori della ricchezza potessero cedere davanti alla semplice e pura predicazione del bene".

Solo quando la borghesia ebbe sulle rovine del blasone, affermato il suo imperio - scomparso il medioevale rapporto economico corporativista - sorse il dualismo fra i detentori degli strumenti di produzione e i produttori. Ecco il proletariato moderno.
Scorti i criteri di questa nuova fase dello sviluppo storico, il complesso dei loro studi, informati a rigidezza di metodo scientifico, diede corpo a nuove dottrine che, prendendo le mosse dal mondo della realtà economica, dovevano necessariamente essere comprese dalle folle operaie, alle quali e per l'agglomerazione nelle grandi città e per l'insicurezza costante del domani riusciva píú facile la concezione d'una società comunista.
Con CARLO MARX abbiamo il primo teorico del movimento sociale. Dalla premessa che l'uomo agisce in conformità dei suoi interessi e sotto lo stimolo dei suoi bisogni, sorge la concezione che se qualcosa si vuol ottenere al mondo, bisogna chiamare a raccolta l'interesse. All'interesse della classe capitalista non si può opporre l'eterno amore, ma alla forza si deve contrapporre una forza, una forza reale fatta solida dall'interesse.

Questa constatazione - filosoficamente logica - conduce non soltanto alla teoria, ma anche alla pratica della lotta di classe. Lotta di classe che diventerà sempre piú acuta, via via che l'armata proletaria andrà occupando le posizioni e acquisendo le attitudini indispensabili per il suo avvento al potere politico ed economico.
Sombart non crede ad un'espropriazione pacifica della borghesia e lascia supporre la fatalità della Rivoluzione Sociale. Però egli dedica queste parole agli empirici amatori del bel gesto:
"È passato il tempo dei colpi di mano, delle rivoluzioni condotte da piccole minoranze coscienti, alla testa di masse incoscienti".
Dove si tratta della completa trasformazione dell'organismo sociale, è necessario avere con sé le masse già consce di che si tratta e del perché del loro concorso. - Questo c'insegna la storia degli ultimi 50 anni. Urge quindi "preparar le coscienze" con lungo, assiduo, tenace lavoro".

L'ultima constatazione solleva l'animo anche a noi che apparteniamo alla derisa ala evangelica del partito socialista. (Benito Mussolini, Il Proletario, N.42, 18 ottobre 1903).
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"Tutti vi dicono che sono anarchico. Nulla di più falso"
(Ma a M. piace Kropotkin, Sorel, Bakunin, Stirner, Blanqui, Nietzche)

da: Avanguardia Socialista", 3 aprile 1904

PAGINE RIVOLUZIONARIE. "LE PAROLE DI UN RIBELLE"
(M. usa il vocabolo "rivoltoso")

ne riportiamo alcuni brani

"A Marzo Les Paroles d'un Revolté usciranno nella versione italiana. Le Revolté era il giornale che Kropotkine pubblicava a Ginevra prima d'esservi espulso. Les Paroles sono gli articoli comparsi su quel glorioso periodico dal 1879 al 1882, raccolti poscia in un volume da Eliseo Réclus, quando l'autore scontava nelle prigioni di Clairvaux la condanna avuta pei fatti di Lione.
Venti anni sono passati, ma Les Paroles sembrano di ieri tanto vibrano di attualità. [.] Kropotkine comincia da un esame:

Leggendole queste pagine, si ha una prima impressione che afferra l'animo, all'infuori delle teorie enunciate. Esse riboccano di un grande amore del genere umano oppresso e di un'infinita bontà. [.]. A lato dello studioso, del filosofo, voi sentite Borodin, Il principe fuoriuscito dalla sua casta che si fa operaio per diffondere nelle fabbriche di Mosca il verbo della Rivoluzione - il recluso dei bastioni di Trubetzkoi - l'agitatore cacciato da tutti i paesi - salvo dall'ospitale Inghilterra; e un arcano senso di ammirazione vi prende davanti a quest'uomo la cui vita precorre i tempi nel puro e illuminato ascetismo dell'Anarchia! [.]

Kropotkine comincia da un esame critico della situazione attuale. Caos economico nella produzione capitalista, progressiva decomposizione degli Stati Europei, fallimento della morale cristiana, perita, dopo XX secoli d'ingloriosa esistenza, contro l'egoismo borghese; leggero valore pratico dei famosi diritti politici delle Carte Costituzionali, grande movimento anti-autoritario e di libera critica in tutti i campi dello scibile umano.
La Rivoluzione balza inevitabile - date queste condizioni di fatto. Essa diventa un bisogno in certe epoche di profonda trasformazione storica. E GEVINUS, nel suo "Saggio d'Introduzione alla Storia del Secolo XIX" e GIUSEPPE FERRARI nella sua "Ragione di Stato", hanno concluso alla fatalità di un vasto e internazionale movimento di popolo.
Ai pessimisti, agli increduli, agli impazienti, Kropotkine risponde: "Piú la Rivoluzione tarda, piú sarà matura". [.]

Gli scioperi e le agitazioni che sommuovono il proletariato, sono i segni precursori. [.]
La prossima Rivoluzione sarà distinta dalle precedenti perché sarà generale e dovrà condurre all'espropriazione della borghesia e all'abolizione dello Stato. Probabilmente trarrà origine da una disorganizzazione del potere centrale al seguito di una guerra provocata dalle gelosie reciproche di preponderanza economica sui mercati internazionali. I gruppi rivoluzionari ne approfitteranno per mettersi all'opera. E quantunque oggi essi siano minoranza, è certo però che diverranno la forza predominante nella Rivoluzione, se la loro, sarà la vera espressione degli interessi proletari. Prima che la Bastiglia cedesse sotto l'urto del popolo di Parigi, ben pochi erano i rivoluzionari e questi isolati.
Kropotkine ricorda la frase di Camillo Desmoulins: "Noi eravamo appena dodici repubblicani a Parigi prima dell'89".
La Rivoluzione socialista, iniziata da minoranza, sarà presto sentita dalla maggioranza, perché attaccherà la base dell'ingiustizia sociale, cioè, la proprietà privata. La sua parola d'ordine sarà l'"espropriazione" di tutti coloro che hanno mezzo di sfruttare esseri umani. Ritorno alla comunità di tutta la ricchezza sociale accumulata e dei mezzi di produzione economica.
I rivoluzionari non aspetteranno un decreto per espropriare la borghesia, ma - dovunque e agli inizi - sostituiranno la produzione comunista alla produzione capitalista. Che la Rivoluzione futura, ammonisce Kropotkine, non manchi di pane!

È necessario quindi, che fin d'oggi, le minoranze rivoluzionarie acquistino la capacità tecnica per riorganizzare la produzione economica sulle nuove basi di giustizia, il giorno in cui verranno espropriate le aziende capitalistiche. Dalla soppressione della proprietà individuale, conseguirà una nuova forma di organizzazione politica. Lo Stato - comitato di difesa degli interessi delle classi abbienti - non avrà piú ragione d'essere.
Kropotkine, vede - nelle svariatissime Associazioni e Federazioni di ogni colore e per ogni causa - svolgenti la loro azione al di fuori e al disopra dello Stato, - la tendenza, diffusa e pronunciata che condurrà ad un'organizzazione politica senza leggi e senza autorità, basata invece sul libero accordo delle sue parti. Questo concetto fu largamente trattato dall'autore nella sua "Conquista del Pane". Nelle "Parole" - lo riafferma e prevede la Comune - quale organamento politico dell'avvenire. Non il Comune medioevale con l'esclusivismo sordido delle sue Giurande e corporazioni; non la Comune di Parigi - uccisa non tanto dai Versagliesi quanto dal pregiudizio governamentale che inceppò la libera iniziativa delle forze popolari: ma la Comune Socialista, composta da gruppi federali a seconda delle loro attitudini e tendenze, uniti fraternamente dalla solidarietà dei propri interessi. Senza bisogno di governo, di codici, di tribunali; uomini e gruppi troveranno le vie dell'accordo - per ogni questione che sorgerà nel seno della Comunità. [.]

Già dall'82 Kropotkine osserva una degenerazione del senso socialista. Forse, non avrebbe mai preveduto che si fosse andati fino alla partecipazione diretta al potere borghese. Ma cosí è. Kropotkine ricorda che nei primi tempi si domandava al nuovo socialista: "Ammettete, voi la necessità di abolire la proprietà individuale? di espropriare a profitto di tutti gli attuali detentori del capitale sociale, di vivere conformemente a questi principi?"

Oggi invece, grazie agli avventurieri della media borghesia che vanno foggiando un socialismo di penetrazione e collaborazione; grazie alle lusinghe delle classi conservatrici, il partito socialista non è più all'avanguardia vigile del proletariato, ma un'eterogenea accolta di malcontenti, una rappresentanza di tutti gli interessi, un vasto movimento pietista.
La borghesia rassicurata apre ai nemici di ieri prodigalmente le porte dei suoi consessi legislativi, affinché il socialismo autentico naufraghi nel compromesso del sistema rappresentativo e dei suoi organi parlamentari. In nome del socialismo, oggi tutto si compie; anche la difesa dei gendarmi! le apologie delle istituzioni monarchiche, l'appagamento delle più ignobili vanità!

Il socialismo non sa piú di petrolio, da quando fu definito, "sogno di poeta in una notte d'estate"! Della Casa, divenuto rosso tempera le asperitudini della tattica antica, ormai relegata dai saltimbanchi del riformismo, fra gli oggetti senza valore. Non più lotta di classe, ma cooperazione di classe; non più la Rivoluzione sociale ma la metà più uno dei balordi di Montecitorio; non la conquista delle officine, ma la conquista delle municipalità!
Tutti socialisti e a buon mercato. Basta votare ogni cinque anni per l'onorevole del partito e organizzare qualche innocua sbandierata.
Qual senso di profondo sconforto pervade l'anima, ripensando quale fu l'idea madre del Socialismo e a qual degenerazione l'hanno condotta i fuorusciti della borghesia infiltratisi nel movimento per corromperlo e ritardarlo!
Ma il Socialismo, presto o poi, ritornerà quale fu agli inizi: operaio e rivoluzionario. Solo a questo patto potrà raggiungere la sua mèta. Quanto alla fungaia riformistica, essa sarà già scomparsa il giorno della Rivoluzione Sociale. (Benito Mussolini- "Avanguardia Socialista", n. 67, 3 aprile 1904).

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Da settembre ad ottobre ci sono stati i grandi scioperi; che sindacalmente fanno emergere il sindacalismo rivoluzionario, ma politicamente sono stati dei fallimenti; pur fortemente colpita l'opinione pubblica dalla grande partecipazione e imprevista combattività dei lavoratori, alle elezioni politiche di novembre, viene eletto un solo sindacalista rivoluzionario. Ed ecco -prendendo quasi le difese di quella che è stata chiamata "teppa", cosa scrisse Mussolini (mettendoci nozioni positivistiche):

da: "Avanguardia Socialista", 10 dicembre 1904

LA TEPPA

"È ancora un argomento all'ordine del giorno. Dopo le esilaranti epistole settembrine del fu Maironi, abbiamo avuto i commenti della stampa rosea e gialla sulle elezioni. - La "teppa" responsabile del verdetto elettorale - ecco il motivo sinfonico odierno che va dai gravi fogli quotidiani ai giornalucoli di provincia e valica anche le frontiere patrie. Difatti il corrispondente italiano del Vorwaerts scriveva al suo giornale che, nel settembre scorso lo sciopero generale non era scoppiato dovunque colla stessa intensità, perché in molti luoghi si erano temuti gli "eccessi anarchici" contro le persone e la proprietà. Oggi la "teppa" va diventando un'istituzione ufficiale.
Della teppa autentica che vegeta nei bassifondi delle grandi città, non vale la pena di occuparsi. Essa è impotente a pregiudicare in qualsiasi modo la riuscita di un movimento proletario. - Può qualche volta favorire lo scoppio delle ostilità e accentuare il carattere della violenza fisica. Talvolta è l'insurrezione medesima che redime questa categoria di individui. I 3.000 "repris de justice" che si trovavano in Parigi nel '71 morirono quasi tutti eroicamente per la Comune contro gli assassini di Versailles. - Benedetto Malon poteva scrivere che in quelle memorabili giornate le "carceri erano deserte e vuote come il Louvre".

Se è vero dunque che ogni movimento di popoli ha un'appendice torbida dove si agitano elementi che non hanno alcuna idealità sociale e nessuno scopo da conseguire, è altresí vero però che questi elementi "precipitano" e sono eliminati.
Come la schiuma dell'agitato oceano proletario essi sorgono per un momento alla luce - sulle onde - e poi, ai primi urti, si confondono, si dividono, si disperdono - scompaiono.
Ma i buoni apostoli (buoni nel senso cristiano) del riformismo, quando stigmatizzano nella loro prosa sonora (sonora, perché vuota) gli atti vandalici cui si abbandonò la teppa - annuenti i "torvi tribuni del Pulvinare" - intendono di condannare non già il teppismo, ma l'insurrezione. Il loro socialismo - strana amalgama di positivismo borghese e di pretismo cristiano - non concepisce l'idea di "forza".
Per gli ideologi, per i "professionnels de la pensée" direbbe Sorel, per tutti coloro che al socialismo andarono attraverso le vie del sentimento, riesce impossibile di concepire la rivoluzione socialista come una semplice e pura questione di "forza". L'idea della "violenza" poi li fa rabbrividire. - Essi attraversano come ciechi quaranta secoli di storia!

Per noi invece - ignobili materialisti che con lo studio delle dottrine marxiste siamo riusciti a liberarci finalmente da tutto l'innocuo "fatras" del "socialesimo" degli ideologi - il problema dell'emancipazione proletaria si presenta nei suoi veri termini - progressiva accumulazione di forza nelle organizzazioni sindacaliste - impiego di quella forza per compiere l'espropriazione della borghesia - attore unico di questo processo - il proletariato- come classe che ha interessi antagonistici contro tutte le altre che compongono la società civile.
Ma prima di giungere a questo punto culminante, vi sono altri problemi preliminari la cui soluzione richiede pure l'uso della forza. Ed ogni forza che si esplica, da statica passando a dinamica, comincia con un periodo piú o meno breve, piú o meno intenso di violenze, nella biologia e nella meccanica, nella vita inorganica e nella vita sociale.

E la violenza delle folle in movimento si dirige contro gli edifici e i simboli del sistema che opprime. In certi casi e in determinati momenti, anche noi siamo "teppisti". Dopo il giuramento della Pallacorda, il piú significativo esponente psicologico della Rivoluzione, è la demolizione della Bastiglia. La borghesia è teppista. Sono i figli della borghesia gli spicconatori della vecchia prigione di Stato. Piú tardi, le donne di Parigi capitanate dal vecchio Maillard, penetrarono alle Tuileries, ma per far ringoiare l'insulto ai banchettanti delle cene regali. Il 14 luglio, la provocazione diretta manca, eppure la borghesia sente il bisogno di demolire l'immondo edificio, simbolo della tirannide dell' ancien régime. E fu un generale grido di gioia all'annunzio della lieta novella. Tale fu la commozione che fino a Pietroburgo i cittadini si abbracciavano nelle strade. La Bastiglia rasa a terra significava per tutti gli uomini liberi la rovina di un mondo!
Vi sono edifici contro ai quali s'appunta di preferenza la collera popolare. - Essi sono il ricordo di lunghe oppressioni - fra le loro mura si consumarono lunghe infamie - la loro presenza accende il sacro furore della demolizione.

Non era Carlo Marx che nel 1848 urlava in faccia ai democratici "Noi siamo terroristi" ? Non è Carlo Marx che ha scritto queste significanti parole:
"Non solo i socialisti non possono disapprovare certi atti comunemente denominati "vandalici, ma quando essi siano diretti contro persone funeste o contro edifici ai quali si riconnettano odiosi ricordi, i socialisti devono assumerne la direzione..." ?

Ma oggi una parte di coloro che si dicono socialisti sono dei benpensanti, gente seria... I vandalismi governativi trovano la prosa giustificatrice delle "pallottole errabonde". - I vandalismi proletari che in un cosí vasto svolgimento si ridussero alla eliminazione di un dentista prepotente, trovano l'aspra condanna dei dottori e degli avvocati della riformeria italica.
Ma che almeno i socialisti rivoluzionari non s'inchinino alla nuova divinità - la teppa - anche a costo di riabilitare Genserico. Poiché, o amici, il pericolo è grave ed imminente. - Domani, e un domani prossimo, si tratterà per il popolo d'Italia di liberarsi da qualcosa che ci sgoverna. Anche allora molto probabilmente verrà suscitato il sacro terrore della "teppa"...
Piano, elettori, per carità... con calma, con prudenza... Rispettate anche la Monarchia, se... per caso... talora... mai un monello potesse rompere le vetrine del Gambrinus!
I riformisti copiano la borghesia in quanto essa ha di poco nobile e poco coraggioso e non sanno imitarla in quanto essa ebbe un giorno di generoso e di grande! (Benito Mussolini, "Avanguardia Socialista", 10 dicembre 1904)"
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Lasciamo al lettore i commenti e l'analisi di questi tre interventi del giovane Mussolini, che abbiamo intercalato tra il ministero Zanardelli (1901-03) e quello di Giolitti (1903-05), e continuiamo con i fatti successivi, dopo le dimissioni di Giolitti, e la formazione dei due ministeri Fortis e Sonnino, cioè

il periodo dall'anno 1905 al 1906 > > >

 

Fonti, citazioni, e testi

Prof. PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - (i 5 vol.) Nerbini 1930
ALBERTO CONSIGLIO - V.E. III, il Re silenzioso. (8 puntate su Oggi, 1950)
MACK SMITH, Storia del Mondo Moderno - Storia Cambridge X vol.

STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (i 33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (i 20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi
STORIA D'ITALIA Cronologica 1815-1990 -De Agostini
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