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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNI 1906-1909

IL 3° MIN. GIOLITTI - IL "MODERNISMO" - TERREMOTO DI MESSINA

IL TERZO MINISTERO GIOLITTI; SUO PROGRAMMA - DICHIARAZIONI DELL'ON. GIOLITTI RELATIVE AI LAVORATORI - ATTIVITÀ LEGISLATIVA - DISEGNO DI LEGGE SULA CONVERSIONE DELLA RENDITA - L'INCHIESTA SULLA MARINA - L'INCHIESTA SULL' ESERCITO - IL PRIMO MINISTRO BORGHESE DELLA GUERRA - INCHIESTA SULLE CONDIZIONI DEI CONTADINI DEL MEZZOGIOGIORNO E DELLA SICILIA - ACCUSO CONTRO L'ON. G. ROMANO - IL PROCESSO NASI - IL NASISMO - I TUMULTI E GLI SCIOPERI DEL 1906 - IL IX CONGRESSO SOCIALISTA E IL TRIONFO DELLA TENDENZA INTEGRALISTA - TORBIDI E SCIOPERI NEL 1907 - IL MOVIMENTO ANTICLERICALE - IL "MODERNISMO" - IL SILLABO E L'ENCICLICA "PASCENDI" - DISCUSSIONE ALLA CAMERA SULL' INSEGNAMENTO RELIGIOSO NELLE SCUOLE PRIMARIE - IL SINDACALISMO ITALIANO E LO SCIOPERO AGRARIO NEL PARMENSE - IL X CONGRESSO SOCIALISTA - IL TERREMOTO CALABRO-SICULO - LA DISTRUZIONE DI MESSINA E REGGIO
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IL TERZO MINISTERO GIOLITTI - SUO PROGRAMMA

 

Il 18 maggio 1906 - abbiamo visto nelle precedenti pagine, come- usciva dalla scena il Ministero SONNINO, durato solo 98 giorni, battuto alla fiducia con un netto 179 voti contro 152 e 40 astenuti.
Durava da 13 mesi l'assenza di GIOLITTI, che riposatosi abbastanza bene da quella che fu da alcuni chiamata "fuga", ritorna alla ribalta chiamato dal Re per formare il nuovo Ministero.

GIOLITTI, lo costituì il 27 maggio, assumendo la presidenza del Consiglio e il portafoglio dell'Interno e affidando gli Esteri a TOMASO TITTONI, le Finanze all'on. FAUSTO MASSIMINI, il Tesoro all'on. ANGELO MAJORANA, i Lavori Pubblici all'on. EMANUELE GIANTURCO, le Poste e i Telegrafi all'on. CARLO SCHANZER, la Grazia e Giustizia all'onorevole NICCOLÒ GALLO, la Pubblica Istruzione all'on. GUIDO FUSINATO, la Guerra al generale ETTORE VIGANÒ, la Marina al viceammiraglio CARLO MIRABELLO, l'Agricoltura, Industria e Commercio all'on. FRANCESCO COCCO-ORTU.
Questo terzo Ministero Giolitti ebbe vita lunga: durò, infatti, dal 27 maggio del 1906 al 9 dicembre del 1909; fu però funesto, come il primo, a parecchi dei suoi componenti. FUSINATO, si dimise nell'agosto del 1906 per nevrastenia; GALLO cessò di vivere il 7 marzo del 1907; il giorno prima fu colpito da apoplessia MASSIMINI; nel maggio seguente si ritirò MAJORANA, insidiato dal male che doveva spegnerlo ancor giovane; il 10 novembre, infine, morì il ministro GIANTURCO.
Giolitti sostituì Fusinato con LUIGI RAVA, Massimini con LACAVA, Gallo con VITTORIO EMANUELE ORLANDO, Maiorana con CARCANO e Gianturco con PIETRO BARTOLINI.

DICHIARAZIONI DELL'ONOREVOLE GIOLITTI RELATIVE AI LAVORATORI
ATTIVITA LEGISLATIVA
DISEGNO DI LEGGE SULLA CONVERSIONE DELLA RENDITA
INCHIESTA SULL'ESERCITO - IL PRIMO MINISTRO BORGHESE DELLA GUERRA
INCHIESTA SULLE CONDIZIONI DEI CONTADINI DEL
MEZZOGIORNO E DELLA SICILIA

Il 12 giugno, Giolitti espose al Parlamento il suo programma; vi entravano l'inchiesta sulla Marina e i provvedimenti per il Mezzogiorno, per la Sicilia, per la Sardegna e per i danneggiati dal terremoto e dal Vesuvio. Affermò anche che riteneva opportuno nominare due Commissioni parlamentari, affidando ad una l'incarico di studiare le condizioni dei lavoratori della terra nelle province meridionali e in Sicilia, specialmente in rapporto ai patti agrari; e all'altra l'incarico di studiare le condizioni della Sardegna e specialmente quelle degli operai delle miniere. Degno di nota furono le dichiarazioni di Giolitti relative ai lavoratori, affermando:

"Il problema che in questo momento domina tutti gli altri é quello del miglioramento delle classi lavoratrici. Dal modo come si compirà il grande movimento sociale che attraversiamo, dal miglioramento morale e materiale, ma ordinato, costante, pacifico delle più numerose classi della Società dipende l'avvenire della civiltà nostra, la prosperità e la grandezza del nostro paese. A rendere sicuro e ordinato tale progresso devono tendere la costante azione del Governo e le riforme legislative. Anzitutto è evidente che il benessere delle classi operaie, è inscindibilmente connesso con la prosperità dell'agricoltura, delle industrie, del commercio, perché solo dove il capitale e il lavoro abbondano vi possono essere alti salari é buone condizioni di lavoro. Nelle condizioni attuali d'Italia, l'aiuto più diretto ed immediato che si possa dare al lavoro nazionale è quello di agevolare i mezzi di comunicazione facilitando le esportazioni, completando rapidamente la rete stradale, dando efficace impulso ad un buon ordinamento ferroviario, organizzando bene i servizi marittimi. Altra condizione indispensabile per l'incremento della pubblica ricchezza è, da un lato una più rapida diffusione dell'istruzione popolare, e dall'altro un grande elevamento della istruzione tecnica superiore, ora affatto inadeguata ai continui progressi delle industrie".

Le dichiarazioni dell'on. Giolitti ebbero l'approvazione della Camera, che ad un ordine del giorno dell'on. CRESPI di fiducia nel programma governativo la confermò con 262 voti favorevoli e 98 contrari.
Nel primo mese di governo del terzo Ministero Giolitti intensa fu l'attività legislativa: furono approvati i provvedimenti per il Mezzogiorno, per le isole e per o danneggiati dal Vesuvio, fu approvato il disegno di legge per il riscatto delle ferrovie meridionali e fu votata la conversione della rendita.
Il 29 giugno del 1906 il ministro del Tesoro Majorana presentò alla Camera un disegno di legge sulla conversione dei titoli delle rendite consolidate 5 per cento lordo e 4 per cento netto in 3.75 per cento dal 1° luglio 1907 o in 3.50 per cento netti dal 1° luglio 1912.
Ad evitare giuochi di borsa, Giolitti invitò l'assemblea a discutere quel giorno stesso il disegno, quindi fu nominata la Commissione, che risultò composta degli onorevoli COLAJANNI, DI RUDINÌ, FORTIS, GIOVANELLI, MARCORA, RAVAF SONNINO, TURATI e LUZZATTI. Quest'ultimo lesse, con molti applausi, la relazione, poi si precedette alla votazione e il disegno fu approvato con 264 voti contro 11. Nel medesimo giorno il disegno fu approvato dal Senato, sanzionato dal re e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale. Il successo dell'operazione, che doveva dare all'erario un utile di 20 milioni annui per i primi cinque anni, di 40 milioni poi, fu pienissimo: su un capitale di 8 miliardi e 200 milioni fu chiesto soltanto meno di cinque milioni il rimborso e inoltre il corso della rendita si mantenne superiore alla pari.

Il giorno prima (28 giugno) era cominciata alla Camera la discussione intorno alla relazione della Commissione d'inchiesta sulla Marina, inchiesta che era stata ordinata il 27 marzo del 1904 e che era stata condotta da una Commissione di 17 membri, di cui era presidente l'on. GEROLAMO GIUSSO e relatore l'on. LEOPOLDO FRANCHETTI. L'inchiesta era stata lunga e minuziosa e nella relazione, che comprendeva cinque volumi, erano consacrate gravissime accuse contro il ministero della Marina, relative allo sperpero del pubblico denaro e ai contratti con la Terni e con la Casa Amstrong.
Durante il dibattito diversi furono i deputati che si scagliarono contro la Commissione, la quale fu difesa non solo dal suo presidente e dal suo relatore, ma anche dagli onorevoli ALBASINI, BISSOLATI, COMANDINI, LACAVA, NITTI, PRINETTI. L'amministrazione della Marina fu difesa da BETTOLE e dal ministro MIRABELLO. Per evitare uno scandalo, nella seduta del 4 luglio, Giolitti accettò un ordine del giorno dell'on. ARLOTTA di fiducia nella marina italiana e il presidente BIANCHERI lo pose ai voti e lo dichiarò approvato fra il tumulto della Camera. I socialisti coprirono d'ingiurie il vecchio Biancheri che, indignato o per la vergogna, abbandonò quasi fuggendo il suo seggio e poi si dimise. La Camera nel febbraio del 1907 gli diede come successore l'on. MARCORA

Nonostante le rivelazioni dell'inchiesta, il Parlamento si mostrò favorevole a concedere maggiori spese per la Marina da guerra, e Mirabello, nei sei anni del suo ministero, poté innalzare il bilancio ad oltre 160 milioni a rinnovare il naviglio, che si arricchì della San Marco, più tardi, della Dante Alighieri, della Giulio Cesare e della Leonardo da Vinci.
L'inchiesta sulla Marina fu seguita, a distanza di parecchi mesi, da quella sull'esercito. Fu lo stesso Giolitti a presentare un disegno di legge per la nomina di una Commissione destinata ad indagare sull'organizzazione e sull'amministrazione dei servizi dipendenti dal Ministero della Guerra, disegno che fu approvato il 16 maggio del 1907.
Intanto il ministro della Guerra VIGANÒ aveva presentato un disegno di legge per una spesa straordinaria di 200 milioni, da ripartirsi in 10 annualità. Il 13 giugno, in nome del gruppo socialista, l'on. TREVES sostenne che bisognava respingere, fin che durava l'inchiesta, ogni credito straordinario militare; ma la Camera respinse la proposta di Treves e approvò la richiesta dei fondi riducendola però da 200 alla cifra di 60 milioni.
Il 15 dicembre del 1907 la Camera votò l'accrescimento del contingente annuo incorporabile. Verso la fine del mese, il generale Viganò presentò le dimissioni e al suo posto fu chiamato il senatore SEVERINO CASANA, ingegnere ed ex-sindaco di Torino, che fu il primo ministro borghese della Guerra.

Dopo circa un anno, la Commissione d'inchiesta presentò la prima parte della sua relazione, in cui, fra le altre cose, era messo in rilievo il disagio morale degli ufficiali, dovuto alle difficoltà economiche ed alla lentezza della carriera, e si proponeva un aumento degli stipendi e un più rapido passaggio da un grado all'altro. Inoltre era messa in evidenza la grave deficienza delle difese frontiere di terra e di mare, si affermava non doversi più oltre procrastinare una soluzione completa del grave problema che doveva essere risolto con unità di vedute e subordinato a criteri generali di carattere permanente, e si riteneva urgente la costruzione di nuove fortificazioni che potevano approssimativamente importare una spesa di 140 milioni per le frontiere terrestri e di 50 milioni per quelle marittime.

Nel giugno del 1908 il ministro CASANA presentò un disegno di legge con cui fino al 30 giugno 1917 si chiedevano altri 223 milioni. Contro questo disegno l'on. BISSOLATI presentò il seguente ordine del giorno: "La Camera, persuasa della necessità di sistemare la difesa del paese entro i limiti della spesa attuale, respinge ogni domanda di nuovi crediti militari". Ma la Camera con 230 voti contro 18 respinse l'ordine del giorno, ed approvò i crediti nuovi chiesti dal ministro:

Un'altra inchiesta votò il Parlamento nel 1907: quella "sulle condizioni dei contadini nelle province del Mezzogiorno e in Sicilia". La Commissione nominata si propose specialmente di studiare le condizioni dei contadini e la natura dei patti agrari. Essa fu presieduta dal senatore FAINA, il quale, riassumendo in una relazione finale le varie relazioni contenute in parecchi volumi, sostenne che nel Mezzogiorno e nella Sicilia l'impedimento al progresso dell'agricoltura era costituito, dalla distruzione dei boschi, dalla malaria, dal latifondismo e dalla scarsità d'acqua e concluse affermando che dal rimboschimento, dall'aumento dei mezzi di comunicazione e dalla diffusione della cultura dipendeva l'avvenire del Mezzogiorno.

ACCUSE CONTRO L'ON. ROMANO
IL PROCESSO NASI - IL NASISMO

Poiché parliamo di accuse e d'inchieste, non è inopportuno qui accennare al "caso Romano" e al ben più importante "caso Nasi".
L'on. GIUSEPPE ROMANO, deputato del collegio di Sessa Aurunca, fu, nell'aprile del 1907, dal giornale socialista di Napoli la "Propaganda", accusato di essere il capo della camorra di Aversa, mercante di voti, protettore di malviventi, persecutore dei galantuomini che non volevano vendergli i "voti e capo di tutta la malavita della Terra di Lavoro". Il ministro Orlando, richiesto dall'on. MORGARI il 23 maggio di quell'anno, se volesse prendere atto di quelle accuse, rispose che non poteva riconoscere ai giornali il diritto alla pubblica accusa. Dilagando lo scandalo, il Procuratore del Re di Santa Maria Capua Vetere aprì un'istruttoria contro l'onorevole Romano, che però, per insufficienza d'indizi e per prescrizione, fu prosciolto dai reati di falso e di peculato, di cui era stato anche accusato.

Vicende più lunghe e più complesse ebbe il "caso Nasi", ministro delle Poste nel primo Gabinetto Pelloux (1898-1899) e ministro della Pubblica Istruzione nel Gabinetto Zanardelli (1901-1903) contro cui lanciò la prima accusa, nel dicembre del 1903, l'on. ETTORE CICCOTTI con un'interpellanza sull'impiego delle eccedenze passive del bilancio dell'Istruzione Pubblica.
Nella seduta del 9 febbraio del 1904 l'on. Bissolati svolse l'interrogazione seguente "Il sottoscritto interroga il ministro della Pubblica Istruzione per sapere se ha riaffidato all'economo il servizio dei pagamenti dei sussidi ai maestri, e se ha vidimato all'economo di compilare la nota degli oggetti di proprietà dello Stato che siano risultati all'uscita del precedente ministro e se gli risulta la scomparsa di originali telegrammi di Stato".

Allora, consentendolo lo stesso Nasi, fu affidato all'on. VINCENZO SAPORITO, siciliano e nemico di Nasi e relatore dei rendiconti consuntivi, l'incarico di esaminare i documenti relativi alla gestione dell'ex- ministro. Il Saporito, compiute le indagini presentò il 22 marzo la relazione da cui risultava che il Nasi e il suo segretario cav. Ignazio, Lombardo avevano compiuto gravi irregolarità: sperperi, abusi, dissipazioni di fondi, sussidi ingiustificabili, asportazioni di oggetti, spese personali addossate all'erario.
Nella seduta del 23 marzo, l'on. Nasi dichiarò che la relazione del Saporito era piena di errori e ispirata dall'ostilità di chi l'aveva stesa e domandò che fosse fatta una regolare inchiesta. Il 24 la Camera stabilì che le indagini del Saporito sarebbero proseguite da una Commissione di cinque membri, a comporre la quale furono chiamati gli onorevoli CAPPELLI, presidente, PRAMPOLINI, segretario, CHIAPUSSO, GORIO e TORRIGIANI. La Commissione nei primi di maggio presentò la relazione che confermava le accuse, affermando fra le altre cose che il Ministro aveva addossato allo Stato le spese di dispacci privati, aveva esagerato nelle spese di viaggi, aveva sottratto oggetti del Ministero, si era appropriati di libri pervenuti al medesimo ed infine proponeva che fossero inviati gli atti all'autorità giudiziaria.
Nella seduta del 7 maggio del 1904 la Camera approvò il rinvio degli atti e concesse l'autorizzazione a procedere contro il Nasi, il quale però riuscì a fuggire all'arresto riparando all'estero e invocando nello stesso tempo "l'incompetenza dei tribunali ordinari a giudicarlo".

Tre anni dopo, e precisamente il 10 giugno del 1907, la Corte di Cassazione di Roma diede ragione al Nasi dichiarando l'autorità giudiziaria incompetente a giudicare un ministro.
Il 20 giugno, la Camera, dietro proposta dell'on. TURATI, nominò una Commissione di cinque membri (onorevoli Calissano, Alessio, Fani, Grippo e Leonardo Bianchi) per riferire sulla sentenza della Corte di Cassazione. I commissari proposero di deferire Nunzio Nasi al Senato costituito in Alta Corte di Giustizia, e la Camera, approvate le proposte, nominò tre commissari, Paesini, Mariotti e Pozzi, per sostenere davanti al Senato l'accusa contro l'ex-ministro.

Il 12 luglio del 1907 il Senato si costituì in Alta Corte e il suo Presidente, il vecchio e giolittiano TANCREDI CANONICO, successo al Saracco; fece arrestare il Nasi, che era ritornato a Roma. L'arresto provocò a Trapani e a Palermo dimostrazioni e conflitti sanguinosi e poiché in Sicilia l'ex-ministro era considerato - e in parte lo era - vittima degli avversari politici e si credeva che questi osteggiando il Nasi volessero colpire l'isola, si formò una lega generale per gl'interessi siciliani.
Il processo cominciò il 5 novembre. NASI respinse sdegnosamente l'accusa di peculato, difese l'accentramento di tutto il lavoro nella sua segreteria particolare, dichiarò di non aver presi per sé i libri, ma per distribuirli ai vari enti e di avere speso cospicue somme per far sostenere dalla stampa le sue idee sulla riforma della scuola media, per far partecipare molti professori al Congresso di Cremona e per diffondere l'influenza commerciale e politica in Tripolitania.
Contro l'on. Nasi deposero gli onorevoli Bissolati, Cappelli. Ciccotti, Chiapusso, Cortese, Saporito e Torrigiani e altre persone. A proposito del CICCIOTTI, Nasi ricordò di averlo fatto passare da professore straordinario ad ordinario e di essersi opposto al Consiglio Superiore dell'Istruzione, il quale voleva annullare il concorso alla cattedra di storia antica nell'Università di Messina in cui il Ciccotti medesimo era riuscito vincitore.
Moltissimi furono i testi favorevoli a Nunzio Nasi: Fortis, Orlando, Baccelli, Nitti, Nathan, Castellino, Rastignac, Calza e molti altri, e tutti furono concordi nel dichiarare che l'ex ministro era generoso, modesto e incapace di appropriazioni per lucro personale.

Il 18 febbraio del 1908, l'on. POZZI pronunziò in nome dei Commissari della Camera la requisitoria, affermando "essere necessario colpire non coprire". A difesa del Lombardo parlarono gli avvocati Scimonelli e Marchesano; in difesa di Nasi gli avvocati Filippo Bonacci ed Angelo Muratori. Quest'ultimo pronunziò un'arringa poderosa e commovente. Grande commozione, destò l'autodifesa del Nasi.
Il 24 febbraio del 1908, l'Alta Corte, presieduta dall'on. Giuseppe Tancredi, assolse IGNAZIO LOMBARDO per non provata reità e condannò per peculato continuato con danno lieve NUNZIO NASI alla reclusione di undici mesi e venti giorni da scontarsi in casa ed all'interdizione dai pubblici uffici per quattro anni e due mesi.
La Camera dichiarò NASI decaduto da deputato; ma il condannato insisté nel proclamarsi innocente ed ebbe nella sventura il conforto dell'affetto e della solidarietà della Sicilia, la quale forse fu intemperante nella protesta.
Disordini, infatti, avvennero a Trapani, dove furono abbattuti e buttati a mare gli stemmi dello Stato, s'intitolarono al Nasi e ai membri della sua famiglia alcune strade e per molto tempo l'autorità statale non fu riconosciuta dalla città esasperata. L'agitazione "nasista" degenerò in movimento autonomista, ch'ebbe perfino un organo molto battagliero, "L'azione di Catania".
Trapani fu fedelissima a Nasi; lo rielesse deputato tante volte quanto la Camera annullò le elezioni e con Trapani gareggiarono parecchi collegi della Sicilia e del Napoletano in segno di protesta contro Giolitti, al cui odio si dovette in gran parte la sventura del Nasi, il quale non trasse profitto per sé dei denari dello Stato e se irregolarità commise le commise per bontà d'animo, per negligenza e per necessità d'ambiente.
Trascorso il periodo dell'interdizione, Nunzio Nasi, legittimamente eletto poté ritornare alla Camera dei deputati.

I TUMULTI E GLI SCIOPERI DEL 1906
IL NONO CONGRESSO SOCIALISTA E IL TRIONFO DELLA TENDENZA INTEGRALISTA
TORBIDI E SCIOPERI NEL 1907

Frequenti furono i tumulti e gli scioperi nel 1906. In Sicilia scioperarono gli zolfatari, che a Caltanissetta ebbero conflitti con la forza pubblica e con il loro atteggiamento ottennero che fosse subito votata la legge sul Consorzio obbligatorio degli zolfi; a Bari scioperarono i metallurgici, a Napoli gli studenti universitari, a Roma gli allievi guardie municipali, a Torino e a Genova i tranvieri, nel Vercellese i risaiuoli. Scioperarono anche i lavoratori del mare provocando per reazione la serrata degli armatori e il disarmo delle navi. E tra uno sciopero e l'altro si ebbero atti terroristici degli anarchici, che fecero scoppiare bombe nella capitale.

IL IX CONGRESSO SOCIALISTA
E IL TRIONFO DELLA TENDENZA INTEGRALISTA

Dal 7 al 9 ottobre del 1906 si tenne a Roma il IX congresso socialista sotto la presidenza di ANDREA COSTA. In questo Congresso si manifestò ancor più insanabile il dissidio tra riformisti e sindacalisti e trionfò la tendenza integralista che faceva capo a FERRI e a MORGARI. Fu, infatti, con 26.947 voti approvato l'ordine del giorno presentato dagli integralisti, il quale affermavano che il partito mirava alla socializzazione dei mezzi di produzione da raggiungersi con il metodo della lotta di classe e con il criterio di "una gradualità entro al seno stesso della società borghese" , usando i mezzi legali e solo in via eccezionale la violenza.

Non meno frequenti che nel 1906 furono i torbidi e gli scioperi nel 1907. Si ebbero quello degli operai delle Acciaierie di Terni, che, con la serrata, durò 93 giorni, quello dei vetrai di diciotto stabilimenti, quello dei tranvieri a Napoli, quello agrario ad Argenta, durato tre mesi, lo sciopero generale a Bari, lo sciopero dei gassisti a Milano cui seguì lo sciopero generale esteso a Bologna, a Parma, a Cremona e a Torino. Dovunque tumulti, conflitti, saccheggi; occupazioni violente di terre in Puglia dove l'agitazione durò dal settembre al novembre, barricate a Napoli; qua e là morti e feriti.
Le agitazioni si estesero anche tra gl'impiegati dello Stato e non lasciarono immune, purtroppo l'esercito. Carabinieri e guardie carcerarie chiesero miglioramenti, sottufficiali di Marina si agitavano alla Spezia, si agitavano i magistrati, patrocinati dal senatore QUARTA, procuratore generale della Cassazione di Roma, si agitavano i professori universitari. I ferrovieri poi non mancarono di scioperare e il Governo non seppe infliggere altra punizione che quella di considerare dimissionari sedici fra i più compromessi.

In mezzo a tanti scioperi ricominciava il movimento anticlericale,
che contribuì ad accrescere i disordini.

IL MOVIMENTO ANTICLERICALE
IL MODERNISMO - IL SILLABO E L'ENCICLICA "PASCENDI"
DISCUSSIONE ALLA CAMERA SULL'INSEGNAMENTO RELIGIOSO NELLA SCUOLE PRIMARIE

II Grande Oriente di Roma, preoccupato degli accordi avvenuti con i cattolici nelle elezioni politiche ed amministrative intesi a combattere il pericolo socialista, nel novembre del 1906 ordinava ai massoni di essere intransigenti verso i clericali; in quel torno di tempo si costituiva un "Comitato nazionale" per fare una manifestazione anticlericale in occasione del 307° anniversario della morte sul rogo di Giordano Bruno, e la manifestazione, il 17 febbraio del 1907, avvenne a Roma, in Campo di Fiori; frequenti dimostrazioni anticlericali avvenivano a Messina, inscenate anche dagli studenti, che come impetuosità furono superati da quelli di Padova. A dare esca alle agitazioni anticlericali si diffondevano notizie vere o false di atti turpi commessi da preti in collegi femminili o in convitti maschili. Specie lo scandalo suscitato dalle turpitudini del sacerdote don Riva compiute in un asilo infantile milanese diretto dalla sedicente suora Giuseppina Fumagalli, commosse l'opinione pubblica e fece diventare più intensa la campagna anticlericale.

Si ebbero dimostrazioni a Roma, a Milano, a Venezia, a Mantova, a Livorno, a Sampierdarena e alla Spezia, dove anticlericali e socialisti incendiarono una cappella e devastarono una chiesa e furono quindi dispersi dalla truppa, lasciando sul terreno un morto e vari feriti, per cui fu proclamato lo sciopero generale. Altre dimostrazioni avvennero a Pisa, a Torino, a Genova, a Firenze e a Roma e furono tali le violenze contro i religiosi che lo stesso Grand'Oriente si vide costretto a condannarle.
Massoni, socialisti e anticlericali in genere non erano i soli nemici che la Santa Sede doveva combattere, vi erano anche i modernisti capitanati da don ROMOLO MURRI, contro i quali una lotta senza quartiere fu ingaggiata dal Pontefice, che il 3 luglio del 1907 pubblicò un "Sillabo" in cui erano condannate 65 proposizioni dei modernisti e l'8 settembre emanò l'enciclica "Pascendi dominici gregis" che ufficialmente estese la condanna a tutte le forme di modernismo, giudicato "un indirizzo di pensiero contrario alla dottrina cattolica". Seguì un severo controllo sull'attività dei sacerdoti, che avrebbe poi portato nel 1910, all'obbligo per tutti di prestare un giuramento antimodernista.

Ma anche Croce e Gentili accusarono il "modernismo" di "voler conciliare principi non conciliabili, come fede e scienza, accettazione dei dogmi e spirito critico".
La personalità più originale del modernismo italiano, era ERNESTO BONAIUTI, a lui si devono alcuni interventi su "Studi religiosi" una delle principali riviste nella diffusione del "movimento modernista" e autore anche di "Lettere di un prete modernista" e "Nova et vetera", dove esprimeva le aperture al socialismo; subito condannate dal Vaticano.

La lotta anticlericale ebbe un'eco al Parlamento. Nel maggio del 1907 si rimproverò il Governo di aver pagato al Vaticano nove milioni; ma risultò che tale somma era dovuta in compenso dei beni incamerati delle Case generalizie. Altro rimprovero mosso al Governo ebbe origine dagli onori militari resi al cardinal Lorenzelli, ex-nunzio a Parigi, nel suo solenne possesso dell'Arcidiocesi di Lucca.
L'on. GIOLITTI, rispondendo, nella seduta del 9 maggio, all'on. BARZILAI, dichiarò che gli onori militari erano stati resi perché i cardinali erano ritenuti equiparati ai principi reali ma rassicurò che "lo Stato e la Chiesa erano due linee parallele che non dovevano incontrarsi mai".

Il 14 gennaio del 1908, l'amministrazione popolare del Comune di Roma, presieduta dal sindaco ERNESTO NATHAN, ex-Gran Maestro della Massoneria, approvò il seguente ordine del giorno: "Il Consiglio Comunale di Roma fa voti perché Governo e Parlamento, in coerenza alle leggi vigenti, dichiarino esplicitamente estranee alla scuola primarie qualsiasi forma d'insegnamento confessionale". Continuava ad esserci però il regolamento del 1895, che conservava l'obbligo dell'insegnamento religioso nelle scuole se richiesto dagli interessati.
Su tale questione si ebbe un animato dibattito alla Camera. L'on. BISSOLATI, massone, presentò il seguente ordine del giorno: "La Camera invita il Governo ad assicurare il carattere laico della scuola elementare, vietando che in essa sia impartito, sotto qualsiasi forma, l'insegnamento religioso".
Alla discussione che ne seguì presero parte numerosi deputati, fra cui gli onorevoli BISSOLATI, FERDINANDO MARTINI, SALANDRA, SACCHI, RAVA, COMANDINI, FRADELETTO, NITTI, BERENINIJ LEONARDO BIANCHI, MIRABELLI, TURATI, FORA e i clericali AGOSTINO CAMERONI e MAURI. Il dibattito si protrasse fino al 27 febbraio del 1908, quando Bissolati presentò una mozione che proponeva la "completa abolizione dell'insegnamento del catechismo cattolico nelle scuole elementari";

BISSOLATI disse, fra le altre cose, che sapeva di suscitare con il suo ordine del giorno nel paese "la fiaccola di un incendio non facilmente domabile", e dichiarò di compiacersene. "Me ne compiaccio - affermò - perché la fiaccola io l'ho gettata nell'edificio dell'apatia e della incoscienza, che sono i vizi peggiori della nostra vita pubblica; perché credo che, sotto lo stimolo e sotto l'aculeo di questa discussione, le coscienze dei cittadini italiani saranno tratte ad elaborare se stesse, ad occuparsi di tutti quei grandi problemi, con i quali ha attinenza il problema che stiamo discutendo. Queste coscienze saranno sollecitate a salire le vette delle grandi idealità e dei grandi interessi collettivi ! È vero, sopra le vette soffia la tormenta; ma è appunto in questa tormenta di lotte civili che le Nazioni possono sentire, riconoscere se stesse e darsi una missione nella storia".

L'on. CAMERONI attaccò vigorosamente il principio della scuola laica, il quale, - disse - "poggia sopra una visione monca ed unilaterale dello spirito e della società umana, il quale muove da una concezione astratta ed unilaterale dei rapporti tra Stato e cittadino, il quale lede i diritti primordiali delle famiglie italiane nella educazione della prole, e vilipende la sovranità popolare a beneficio di minoranze prepotenti e faziose", e concluse con un attacco violento alla Massoneria, "quella setta che, attraverso il sogno radioso del Risorgimento Nazionale, ha cercato di sradicare la religione d'Italia, quella setta, la quale si rode e si sgomenta al pensiero che si sfasciano quelle barriere che essa ha creduto di erigere incrollabili, in nome della libertà ed unità d'Italia, tra la fede e il popolo, quella setta che non rappresenta il popolo, che anzi l'offende nei suoi più cari sentimenti e nelle sue più salde tradizioni e, accendendo la guerra religiosa, gli ritarda l'evoluzione morale e materiale cara a tutti i patrioti. Il popolo forte e sano d'Italia - concluse l'on. Cameroni - domanda invece alla rappresentanza nazionale che voglia riconoscergli piena ed intera la prima, la più elementare delle libertà, quella di educare i figli del proprio sangue nella fede per farne dei cittadini forti ed utili alla Patria".

A CAMERONI rispose l'on. MARTINI, ex-governatore dell'Eritrea, dov'era stato sostituito dal marchese Salvago-Raggi. Sostenne che "l'insegnamento religioso deve essere dato nel luogo che gli è proprio, cioè nelle chiese e che l'insegnamento di Stato deve essere laico".

SALANDRA disse che "lo Stato non deve essere antireligioso o areligioso", affermò che "il pericolo clericale non è una realtà" e sostenne che "è dannoso per il nostro paese l'espulsione dei cattolici dalla vita italiana politica ed è contrario ai maggiori interessi della Patria "quella qualsiasi forma di persecuzione, anche legale, di cui l'approvazione della mozione Bissolati sarebbe il primo segno. La nostra patria non è ancora così forte, così possente nella sua fibra, da consentire che sia, per atto della nostra politica, attenuato od annientato il patriottismo di una parte della popolazione italiana. Noi abbiamo bisogno di raccogliere intorno alla patria nostra, intorno allo Stato italiano, tutte le nostre forze, da qualunque parte esse giungono. Così come io crederei assurda, inopportuna e dannosa una politica di persecuzione e di ostilità contro i cattolici".

Intervenne SONNINO e si dichiarò favorevole alla soluzione intermedia patrocinata dal Governo: "dare ai Comuni la facoltà di stabilire se si dovesse o no impartire l'insegnamento religioso, lasciando però ai padri di famiglia il diritto di chiedere, per proprio conto e sotto il controllo delle autorità scolastiche, fosse data ai loro figli l'istruzione religiosa".

L'on. GIOLITTI, come conclusione del dibattito, disse: "I sistemi non possono essere che tre: o proibire l'insegnamento religioso, o imporlo, come qualcuno ha pensato, o lasciare la libertà di dare tale insegnamento a coloro che lo domandano. Noi crediamo che l'ampia via della libertà sia quella che corrisponde ai sentimenti dell'immensa maggioranza degli italiani, e che più sicuramente conduce al vero progresso ed alla prosperità del nostro paese".

La Camera alla fine degli interventi, il 27 febbraio 1908 giunta al voto, respinse con 347 voti contro 60 la "mozione Bissolati".
(indubbiamente non mancarono i voti dei socialisti.
E a questi dobbiamo ritornare, ripartendo dall'anno precedente)

IL SINDACALISMO ITALIANO E LO SCIOPERO AGRARIO NEL PARMENSE - IL X CONGRESSO SOCIALISTA

I sindacalisti italiani, decisi a romperla con i riformisti, il 27 giugno del 1907 si riunirono a congresso in Ferrara mentre questa provincia era funestata dallo sciopero agrario; un secondo congresso ci fu il 3 novembre dello stesso anno a Parma, dove poco dopo doveva scoppiare un gravissimo sciopero agrario, organizzato e guidato dai sindacalisti.
L'astensione dal lavoro fu deciso il 26 aprile del 1908 in un congresso delle organizzazioni dei lavoratori della terra ed ebbe inizio il 10 maggio, capitanato da ALCESTE DE AMBRIS, capo dei sindacalisti parmensi e direttore dell'Internazionale (l'uomo che influenzò prima D'Annunzio e poi lo stesso Mussolini come ideologia che però abbandonò subito per farne una tutta sua- vedi i singoli anni della questione Fiume).

Gli scioperanti parmensi trovarono avversari ben più forti di loro nei proprietari della provincia, stretti intorno all'Associazione agraria, che si procurò manodopera per il lavoro dei campi assoldando lavoratori liberi fuori provincia, e a questi volontariamente si unirono studenti e giovani di buona famiglia, che più che usare la zappa non esitarono ad usare le armi per difendersi - così sostenevano- dalle violenze dei sindacalisti che giravano le campagne incitando gli analfabeti contadini a scioperare.

Fra disordini e tumulti, lo sciopero durò più di un mese e mezzo. Il 19 giugno 1908, avendo gli scioperanti tentato d'impedire l'arrivo dei liberi lavoratori (al grido di "crumiri") chiamati per la mietitura, la truppa intervenne per difenderli. Allora la Camera del Lavoro proclamò nella città lo "sciopero generale a oltranza", cui la Federazione industriale rispose con "la serrata".
Nacquero tumulti e la truppa, fatta segno da fitta sassaiola, occupò il 20 giugno i locali della Camera del Lavoro e arrestò una settantina di sindacalisti con l'accusa di "insurrezione armata contro i poteri dello Stato".
Alcuni dirigenti e lo stesso DE-AMBRIS, sgomento per la piega che prendevano le cose, fuggirono riparando a Lugano.
Dalla Svizzera DE AMBRIS consigliava la resistenza; ma i lavoratori desistettero dalla inutile agitazione. Continuò ancora per poco lo sciopero generale a Parma, per farlo cessare il Governo restituì il 24 giugno la Camera del Lavoro, provocando le proteste degli agrari e le dimissioni della Giunta comunale parmense.
Il fallimento dello sciopero segna la fine della prima stagione del sindacalismo rivoluzionario, e la Confederazione generale del lavoro (CGdL) conferma i rapporti privilegiati con il PSI riformista (soprattutto a settembre, al X Congresso - vedi sotto).

Già il 10 luglio, il Partito socialista in un convegno riunito in Parma sconfessò i metodi usati nello sciopero e deliberò un'inchiesta, la quale riuscì ad assodare che l'amministrazione De Ambris aveva sperperato i fondi raccolti fra le organizzazioni per lo sciopero.
Il 19 settembre ci fu poi a Firenze il X Congresso nazionale socialista; qui fu votato un ordine del giorno che biasimava i metodi e le massime del sindacalismo rivoluzionario, sconsigliava lo sciopero generale e stabiliva un programma minimo di azione parlamentare. A direttore dell'Avanti! fu nominato BISSOLATI.
Riprendendo il gruppo riformista la direzione, a maggioranza fu approvata una mozione in cui si sottolineava l'incompatibilità dei principi del PSI con la teoria e la pratica del sindacalismo rivoluzionario.
Fra gli altri interventi ci fu quello di SALVEMINI che criticò il disinteresse mostrato dal PSI nei confronti della questione meridionale, e oltre questo, propose il suffragio universale come strumento fondamentale per la modifica della condizione politica del Sud. Criticato l'intervento da TURATI, la sua mozione non sarà nemmeno inserita tra le proposte centrali del programma socialista (che era un "programma minimo" in vista della prossima legislatura).

Nonostante questa presa di distanza dalle agitazioni, queste continuarono. I ferrovieri reclamavano la revoca delle punizioni per lo sciopero dell'ottobre del 1907, il reintegro dei licenziati per i fatti della primavera del 1908; e le otto ore di lavoro e l'aumento della paga; mentre gruppi di impiegati governativi, spalleggiati dai partiti estremi, si agitavano contro i disegni di legge sullo stato giuridico e sullo stato amministrativo dei pubblici funzionari.
Intanto i viveri rincaravano, sempre più acuto si faceva il disagio economico e finanziario, aggravato dai disastri naturali: inondazioni nel centro e nell'alta Italia, i terremoti nella Calabria (ottobre 1907) e nella Basilicata (marzo 1908).
Ma il peggio doveva ancora accadere, quasi a fine anno.

IL TERREMOTO CALABRO-SICULO
LA DISTRUZIONE DI MESSINA E REGGIO
LA LEGGE A FAVORE DEI DANNEGGIATI DAL TERREMOTO

Erano quelle di sopra le condizioni d'Italia, quando il 28 dicembre del 1908 un terribile terremoto, ripetutosi ad intervalli e seguito da un violentissimo maremoto, devastò la punta meridionale della Calabria e quella prospiciente della Sicilia, radendo al suolo numerosi villaggi e le belle città di Messina e di Reggio e causando oltre 150.000 morti.

Enorme fu il dolore di tutta la nazione e grandissimo lo slancio di solidarietà per portare aiuto nelle regioni colpite. Il re, la regina e i ministri Bertolini ed Orlando partirono subito per i luoghi del disastro, dove pure si recarono i duchi d'Aosta e di Genova; da ogni parte si organizzarono squadre di soccorso che gareggiarono con le truppe e coni marinari d'Italia e con gli equipaggi delle squadre russa, inglese, francese, e tedesca prontamente accorse.
Tutto il mondo fornì mirabile prova di solidarietà umana: comitati di soccorso si costituirono in Inghilterra, in Francia, in Germania, in America e denari e aiuti di ogni tipo giunsero in Italia.

L'8 gennaio del 1909 la Camera fu convocata straordinariamente per approvare un disegno di legge, presentato dal Governo, in favore dei danneggiati dal terremoto, disegno che stabiliva la somma di 30 milioni per la ricostruzione degli edifici pubblici, raddoppiava la tassa di bollo sui biglietti ferroviari e di navigazione e aumentava di un ventesimo le tasse sugli affari e le imposte sui terreni, sui fabbricati e sui redditi di ricchezza mobile.
In quell'occasione l'on. Giolitti disse: "I popoli forti, anziché lasciarsi abbattere dalle sventure, devono con ogni energia, proporsi di ripararvi efficacemente ed immediatamente. Messina e Reggio dovranno risorgere. È un impegno solenne che oggi assumono Governo e Parlamento. Ma prima che questo possa avvenire, è urgenza assoluta provvedere alle persone colpite, ricostituendo in quelle due province la vita civile, ora purtroppo distrutta".
Il giorno dopo, il disegno fu approvato con 406 voti contro 5. Il Senato lo approvò qualche giorno dopo.
Dal momento che bande di "sciacalli" si erano organizzate nelle zone colpite per commettere ruberie e saccheggi, fu proclamato nei primi del gennaio lo stato d'assedio nelle province di Messina e Reggio, che durò fino al 14 febbraio. Inoltre, a dirigere quelle province fu mandato come commissario straordinario il generale Mazza.
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A parte le questioni interne, i disastri, gli scioperi, le insofferenze fra riformisti e rivoluzionari, nel corso dell'anno 1908, erano accaduti dei gravi fatti nella politica estera, che provocarono il ritorno dei fermenti irredentistici in Italia, e tesi rapporti del Governo con Austria, quando quest'ultima a ottobre aveva proclamato l'annessione della Bosnia-Erzegovina, sottoposta alla Turchia, anche se fino allora gli Austriaci la occupavano militarmente e l'amministravano in nome del Sultano, in base alle decisioni prese al Congresso di Berlino del 1878.

Dobbiamo ora necessariamente ritornare alla Politica Estera dell'Italia, fin da quando
era caduto (dopo Adua) il ministero Crispi; cioè dal 1896, e poi dal 1900, quando sul trono era salito in nuovo Re Vittorio Emanuele III, che non solo in politica interna, ma anche in quella estera s'intendeva perfettamente con Giolitti.

periodo 1896 - 1911 > > >

Fonti, citazioni, e testi

Prof. PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - (i 5 vol.) Nerbini 1930
ALBERTO CONSIGLIO - V.E. III, il Re silenzioso. (8 puntate su Oggi, 1950)
COMANDINI - L'Italia nei cento anni - Milano 1907
MACK SMITH, Storia del Mondo Moderno - Storia Cambridge X vol.
MONDADORI . Le grandi famiglie d'Europa - I Savoia. 1972
O' CLERY - The making of Italy - Kegan&Trubner, Londra 1892
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (i 33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (i 20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi
STORIA D'ITALIA Cronologica 1815-1990 -De Agostini
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