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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNI 1911-1912

LA GUERRA TURCA (Libia) - LA VIGILIA - L' ULTIMATUM

REAZIONE AL "GIOLITTISMO" - I GIOVANI LIBERALI E I NAZIONALISTI - LA CAMPAGNA NAZIONALISTA PER LA CONQUISTA DELLA LIBIA - I RAPPORTI ITALO-TURCHI - VIGILIA DI GUERRA - L' ULTIMATUM ITALIANO ALLA PORTA - LA PRIMA NOTA ITALIANA ALLE POTENZE - RISPOSTA DELLA TURCHIA ALL'ULTIMATUM - DICHIARAZIONI DI GUERRA - SECONDA NOTA ITALIANA ALLE POTENZE -
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REAZIONE AL « GIOLITTISMO » - I GIOVANI LIBERALI E I NAZIONALISTI
LA CAMPAGNA NAZIONALISTA PER LA CONQUISTA DELLA LIBIA
(la cartina delle operazioni nella terza parte)

 

Il 30 Marzo del 1911, Giolitti dopo aver ottenuto quello che voleva (le dimissioni di Luzzatti), e avuto l'incarico di formare il nuovo ministero, riprendeva le redini del potere. Presentando alla Camera il suo programma il 6-8 aprile, nonostante la sua celebre frase all'indirizzo dei socialisti da qualche tempo moderati (disse infatti "Carlo Marx è stato mandato in soffitta"), il gruppo parlamentare socialista voterà compatto la fiducia al IV governo Giolitti; che ottenne 340 voti a favore, 88 contrari e 9 astenuti.

E' questo il periodo giolittiano dove la destra e la sinistra avevano perduto quasi ogni significato: Sonnino, Luzzatti, Fortis, Salandra, componevano i loro ministeri con uomini di destra o di sinistra, indifferentemente. Ma il caposcuola, o meglio chi tirava i fili anche quando era in "fuga" e c'erano altri a fare il premier, rimaneva, lui, il pedagogo Giolitti. Molti nuovi deputati, entravano per la prima volta dalla porta di sinistra, facevano qualche esperienza e dopo brevissimo tempo dopo aver fatto il giro del semicerchio, li ritrovavi che entravano dalla porta destra.
Gli uomini che avevano guidato i fasci di Sicilia

Molti dei nuovi da introdurre nella politica attiva, li sceglieva Giolitti stesso, li faceva eleggere deputati e li seguiva con occhio vigile, anche se erano dei rivoluzionari; lui sapeva che dopo un solo anno di vita parlamentare, anche il più acceso rivoluzionario si ammorbidiva, e accettava certe norme di convivenza con gli avversari. Ai parlamentari che rivelavano certe attitudini, faceva fare il giro dei ministeri chiave, e quando voleva riprendere un po' di forze (o evitare grossi scogli) ritornava al suo banco di deputato, ed uno dei suoi discepoli saliva per qualche mese alla presidenza, poi tornava lui.
Lui e il re, operando così, in apparenza sotto la modestia e la mediocrità, senza scosse e senza rivoluzioni, in undici anni avevano portato il Paese ad accettare questa politica che alcuni definivano "priva di ideali e di fede"; e che a forza di "sdrammatizzare" avevano entrambi, re e primo ministro, visti da una parte svuotato completamente le rivendicazioni rivoluzionarie delle masse operaie, e visti dall'altra parte addormentato la politica, il nazionalismo, "fatto ammalare il partito liberale; una malattia che covava già da tempo pericolosamente, fin dalla crisi del 1896, che aveva preso e abbattuto il vecchio glorioso partito del Risorgimento nel suo massimo e degno superstite, Francesco Crispi. Da allora il partito liberale visse, o sopravvisse, come potè, senilmente, di riguardi e di cure, ben tappato in casa, difendendosi dai colpi d'aria della propaganda socialista con la pesante coltre dell'alleanza elettorale cattolica".
Questo e altro scriveva LUIGI FEDERZONI, su "L'Idea Nazionale", foglio di destra con un nutrito gruppo di intellettuali (Corradini, Davanzati, Rocco, Oliva ecc.) impegnati politicamente nel nazionalismo; settimanale finanziato da imprenditori e operatori finanziari (poi divenne quotidiano dall'ottobre 1914, quando s'impegnerà a propagandare l'interventismo).

L'errore di molti fu di considerare i due soggetti senza ambizioni, deboli e scettici; mentre invece l'ambizione era smisurata; infinitamente piu grande e audace che non il posteriore mussoliniano sogno imperiale.
Solo il vecchio imperatore Francesco Giuseppe, fin dal 1903, se ne accorse, e lamentandosi con Bulow e Guglielmo, osservò che il re d'Italia era "troppo attivo e troppo ambizioso".
Alberto Consiglio, nella Biografia del "re silenzioso", scrive "...testimonianza preziosa quella di Bulow, che desterà un grande stupore in chi è abituato a giudicare V.E. III un sovrano debole. La verità dunque è diversa. Non è, dunque, azzardato concludere che la politica di Giovanni Giolitti, fu nei primi quattordici anni del secolo, anche la politica di Vittorio Emanuele III, e che il Re fu il principale ispiratore e collaboratore del suo ministro". (e allora perchè non pensare che fu (dietro le quinte) anche il principale ispiratore e collaboratore del successivo? Lo Statuto non lo usò fino al 25 luglio 1943; solo quel giorno si ricordò che aveva la facoltà di potersi avvalere di quello)
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Ritorniamo al 1911, quando tutti credevano che il Re e Giolitti, da quando insieme fecero i primi passi, erano entrambi deboli, cioè due soggetti che vivevano alla giornata, con tendenze non belliciste, non imperialiste, non nazionaliste. Questo bonario "giolittismo", da alcuni gruppi accusato di essere "privo di ideali e di fede", a lungo andare non poteva non suscitare una viva reazione nell'animo di quei giovani che, aborrendo le livellazioni del socialismo, disprezzando il pacifismo e la politica del piede di casa e quella supina acquiescenza agli imperi centrali, univano al sentimento patrio l'orgoglio nazionale e sognavano per l'Italia un avvenire di prosperità e di grandezza.
E se la reazione della massa non era proprio del tutto spontanea, bastava dare risalto a quelle voci che diffondevano in tutti i modi -la stampa in prima fila- questi "grandi" sentimenti nazionalistici, che mandavano indietro la memoria all'epoca di Scipione.

A questo punto il Re e Giolitti -che da tanto tempo lo aspettavano- giudicarono che il momento propizio era arrivato. E si prepararono bene, loro due, in silenzio.

Propizio anche all'esterno per una serie di motivi: la crisi marocchina che aveva portato la Francia ad un pelo dalla guerra con la Germania, andava placandosi; certo la Francia non poteva essere contenta di vedere l'Italia in Libia, però dopo la questione marocchina, non avrebbe potuto stendere la mano sulle due ultime province africane dell'Impero Ottomano, senza scatenare un conflitto generale. Tanto più che la Germania e l'Austria perseguivano con ogni mezzo la politica del "Drang nach Osten", appoggiando energicamente il regime modernista e nazionalista dei "giovani turchi".
Non poteva essere sfavorevole all'impresa dell'Italia, la Russia, per via delle sue tradizioni antiturche. Né lo era l'Inghilterra, che temeva l'insediamento della Germania nel Mediterraneo. Né a sua volta la Germania che temeva di perdere con l'Italia una preziosa alleata. Infine la stessa Austria non poteva assumere un atteggiamento diverso da quello della Germania.

Ma oltre a questi motivi, le suddette nazioni nemiche o amiche pensavano tutte ad una sola cosa: che l'Italia si sarebbe rotta il muso per la seconda volta in Africa; anche perché l'esercito italiano non riscuoteva tanto credito negli ambienti militari internazionali; inoltre il valore dei Turchi tutti lo avevano sperimentato sulla propria pelle.

Quello che accadde prima, durante e dopo la guerra, fu invece un capolavoro di discrezionalità e d'abilità diplomatica e militare. Ma tutto era già stato deciso da molto tempo nei più minuti particolari. L'ora X la conosceva solo Giolitti e il Re, e nell'ultima fase, quella operativa, solo il capo di stato maggiore e il ministro degli esteri San Giuliano.
Come vedremo in queste e nelle prossime pagine, nell'arco di poco più di un anno, l'Italia dichiarò: all'improvviso guerra alla Turchia; sconfisse le sue forze armate; proclamò unilateralmente la sovranità sulla Libia; costrinse l'impero Ottomano a trattare direttamente con l'Italia senza ingerenza delle altre potenze; e infine indusse la Turchia a riconoscere le sue conquiste. Il tutto mantenendo (ma solo apparentemente) inalterate le buone relazioni con le altre potenze.

Ricordiamo qui, che quando parliamo di Libia, ci riferiamo alla Tripolitania e alla Cirenaica. Solo dopo la conquista fu dato il nome a questo riunito territorio, con l'antico nome romano.

Già all'inizio del 1911 in Italia, messa in giro ad arte e in sordina, l'idea di un'occupazione della Libia incominciava a raccogliere consensi anche in alcuni ambienti socialisti e dei sindacati. Le voci di dissenso furono davvero poche; e tra queste si distinse solo quella di SALVEMINI per la lucidità della sua analisi tesa a dimostrare come la Libia non potesse costituire in effetti la nostra terra promessa ma, molto più modestamente e realisticamente, uno "scatolone di sabbia", come la definì.

Insomma, Liberali, cattolici e nazionalisti erano favorevoli alla conquista della Libia per considerazioni di politica internazionale, per motivi di prestigio nazionale, per interessi economici, per ragioni di politica interna. Anche giornali poco inclini al colonialismo, come il Corriere della Sera di Albertini, diedero il loro contributo alla campagna a favore dell'impresa sostenendo la tesi che il territorio libico era una miniera intatta di grandi ricchezze naturali (e non si parlava allora di petrolio), e che la sua conquista avrebbe risolto il problema principale dell'economia italiana, cioè la mancanza di materie prime e di risorse naturali. La stampa cattolica, per sostenere la penetrazione commerciale e finanziaria del Banco di Roma (tutto cattolico), alimentava la propaganda imperialista presentando la guerra contro la Turchia come una nuova "crociata contro gli infedeli" e l'occupazione della Libia come una conquista di anime alla cristianità, nonostante la dichiarazione ufficiale del Vaticano che la guerra era soltanto un problema politico, col quale la religione nulla aveva a che fare.

In Arte, la reazione al "giolittismo" diede origine al futurismo, mentre in politica produsse due movimenti: quello dei liberali giovanili e quello dei nazionalisti.

II Partito Liberale Giovanile, capitanato da GIOVANNI BORELLI e sorto intorno al 1899, ebbe nuclei combattivi a Milano, a Mantova, a Bologna, a Firenze, a Ravenna e in altre città e come organi l'"Idea Liberale" di Milano e il "Risorgimento" di Firenze. "Esso - scrive il Gori - "nella sua passeggera esistenza confessò le sue opinioni liberali e monarchiche senza ambagi e senza timori, mostrando, forse per la prima volta, che un manipolo di gente convinta e risoluta poteva tenere la piazza a dispetto delle torme socialiste, le quali se n'erano fatte fin qui un monopolio. E, forse per la prima volta, il pubblico intuiva che i corifei di partiti di massa, di frequente non erano i più coraggiosi ma i più paurosi: i quali, servendo ai capricci delle plebi, stimano scansarne da sé gli eccessi e raccogliere allori, abietti sia pure, ma non sudati. Il pubblico imparò anche un'altra penosa e operosa verità, ossia che non sempre il cittadino, che rispetta le istituzioni e paga le tasse, è certo d'esser protetto nelle sue opinioni e nei suoi averi, se da se medesimo non vi provvede".

I nazionalisti, ancor più combattivi e tenaci del periodo crispino, dopo circa un decennio di propaganda, nel dicembre del 1910, riunitisi in congresso a Firenze, costituirono l'"Associazione Nazionalista" che si disse il partito della nazione, riconobbe come capo ENRICO CORRADINI, assertore del primato italiano nel mondo e glorificatore della grandezza italica, ed ebbe per organo l'"Idea Nazionale" (che abbiamo già citato sopra), che vide la luce a Roma il 1° marzo del 1911, nell'emblematico quindicesimo anniversario di Adua.

Questo giornale cominciò subito un'intensa campagna per la conquista della Tripolitania, integrata dall'azione dei nazionalisti che con conferenze, viaggi in Libia, libri e articoli su altri giornali, riuscirono a creare in Italia un clima favorevole alla nuova impresa africana, guadagnandosi l'adesione di quasi tutta la stampa (ovviamente ufficiale), di molti cattolici, dei giovani liberali, di alcuni socialisti, repubblicani, sindacalisti e anarchici, quali PODRECCA, BARZILAI, LABRIOLA, ORANO, OLIVETTI, MERLINO e MASSIMO ROCCA, e di tutta la Sicilia, che nella Libia vedeva un vicino sbocco della sua popolazione e della sua attività.

Le pressioni a favore vennero dai fronti più disparati: la Banca di Roma che aveva già investito molto denaro in varie imprese in Libia, convinta da anni che sarebbe diventata una colonia italiana; i cattolici moderati che cercavano di conciliare cattolicesimo e bellico patriottismo; il "Corriere della Sera" il quotidiano più rappresentativo della borghesia italiana, che fino allora ostile alla politica di Giolitti si schierò a favore al pari dei sindacalisti rivoluzionari, di vari settori della sinistra; ed infine a dare pure loro il contributo, scesero in campo i poeti come D'Annunzio e Pascoli; si misero a celebrare il primo le "Canzoni delle geste d'oltremare", e il secondo a inneggiare all'impresa dell'Italia con il famoso pezzo, che divenne uno slogan....

"La grande proletaria s'è mossa" - VEDI

Per i nazionalisti, l'imperialismo era una legge invincibile nella vita delle nazioni e l'Italia non poteva sottrarsi ad essa. Dopo le umiliazioni di Dogali e di Adua, bisognava riscattare il prestigio nazionale ed affermare la vocazione italiana all'imperialismo con la guerra contro la Turchia e la conquista della Libia, la "quarta sponda", che i nazionalisti pure loro dipingevano come terra promessa, ricca di risorse agricole e minerarie, terra fertile che aspettava il lavoro fecondatore degli italiani.

Questa campagna nazionalista non trovò impreparato il Governo (anzi molti lo ritengono l'ispiratore). Lo abbiamo già scritto, da molti anni la Libia era oggetto di cure della politica estera italiana; trattati e accordi internazionali che riguardavano quel territorio africano erano stati stipulati e si era iniziata da qualche tempo una penetrazione pacifica in Libia istituendovi consolati, uffici postali, scuole, ambulatori, agenzie di banche molte imprese, incoraggiando l'emigrazione e il commercio; ma la penetrazione pacifica non aveva dato nessun utile risultato, anzi era servito solo a mettere sull'avviso il Governo turco e ad indurlo ad ostacolare ogni altra azione italiana.

In Agosto rapporti con la Turchia intanto diventavano di giorno in giorno più tesi; la stampa turca minacciava l'espulsione di tutti i sudditi italiani dall'impero ottomano e la proclamazione della guerra santa, l'associazione turca Unione e Progresso, promuoveva comizi e dimostrazioni contro l'Italia, nelle città libiche gli "ulema" predicavano lo sterminio degli infedeli e specialmente degli Italiani.
Eppure Camera e Senato erano chiuse, andate in vacanza; Giolitti se ne stava in panciolle a Dronero, San Giuliano era a Fiuggi a fare le cure con le acque, il Re era a San Rossore, tutti i politici al mare e ai monti. Chi era livida di rabbia era la stampa, quella nazionalista infuriata; ma come, là ci buttano fuori a calci e loro sono tranquillamente in vacanza!?

Chi più d'ogni altro, sentiva la necessità e l'urgenza di occupare la Libia era DI SAN GIULIANO, il quale, spronato dai nazionalisti e giustamente temendo che con il differire l'impresa si rischiava di non poterla più compiere e di perdere quell'ultimo lembo di Africa, sul quale anche la Germania pareva che avesse messo gli occhi addosso, convinse (Sic) Giolitti che non c'era tempo da perdere e si accordò con lui sui modi di condurre l'impresa, che doveva farsi improvvisamente e risolutamente (ed era ciò che il Re e Giolitti aspettavano).
Precipitò la situazione quando si seppe che partiva da Costantinopoli il piroscafo turco "Derna" carico di munizioni diretto a Tripoli.

Ma sia Giolitti che il Re (ufficialmente in panciolle) avevano già predisposto tutto. Disinteresse, le vacanze, il panciolle, le pantofole, tutto calcolato; compreso il Parlamento chiuso. Infatti scavalcandolo, brandendo solo lo Statuto il Re e Giolitti, decisero tutto loro. Giolitti aveva poi chiamato il capo di stato maggiore generale Pollio per l'intervento all'ora X. Costui disse che per la spedizione erano sufficienti 20.000 uomini, Giolitti gli rispose, di prepararne il doppio, 40.000 e ottimamente equipaggiati, così vuole il re (diventarono poi 80.000).

Un bel mattino gli italiani appresero dai giornali che l'Italia aveva deciso di sfidare la Turchia, con un buon numero di uomini, buttandosi in un'impresa da grande potenza, contro una Turchia che aveva messo tante volte nel sacco la Russia, l'Inghilterra, la Francia, l'Austria.
Senza tergiversare, senza farsi impressionare da minacce, senza farsi ingannare da lusinghe, Giolitti indubbiamente fu audace, spregiudicato e molto realista. Non ricorse nemmeno alla propaganda, a discorsi "da balcone"; avrebbe potuto annunciare al mondo che l'Impero Romano aveva cominciato il suo Risorgimento e che presto sarebbe "risorto sui colli fatali dell'Urbe". Queste sciocchezze le lasciò dire a Gabriele d'Annunzio e più tardi al suo "successore"; lui guardava al sodo, e si lasciò perfino insultare dalla piazza (soprattutto da quell'anticolonialista e antinterventista, che diventerà fra breve un "imperialista" e un "belligerante" per eccellenza), e con indifferenza accolse le calunnie contro l'Italia (qualcosa del genere accadde poi proprio con Mussolini in Etiopia - spregiudicatezza, audacia e realismo- ma con la differenza nell'aspetto esteriore dell'impresa. Giolitti in questa circostanza veramente "tirò diritto". (anche se sbagliò pure lui, seminando la strada di mine vaganti).

Il 23 settembre 1911, fu pubblicato un decreto reale che richiamava alle armi i militari di prima categoria della classe 1888. Lo stesso giorno il vice ammiraglio AUGUSTO AUBRY ebbe ordine di sorvegliare il naviglio turco con la Prima squadra composta delle navi Vittorio Emanuele, Regina Elena, Napoli, Roma, Pisa, Amalfi, San Marco, San Giorgio, Agordat, Partenope e Tevere"; al contro ammiraglio FARAVELLI fu ordinato d'incrociare nelle acque di Tripoli con la seconda squadra formata dalle navi Benedetto Brin, Regina Margherita, Saint Bon, Emanuele Filiberto, Garibaldi, Varese, Ferruccio, Marco Polo, Coatit, Minerva, Eridano; la terza squadra, di cui facevano parte le navi Re Umberto, Sicilia, Sardegna, Carlo Alberto, Puglia, Iside, Vulcano, Bronte, Sterope, Città di Milano e Garigliano, agli ordini del contrammiraglio BOREA RICCI, costituì la riserva.

Lo stesso 23, per mezzo del commendator DE MARTINO, reggente, nell'assenza dell'ambasciatore GARRONI, l'ambasciata italiana a Costantinopoli, fu consegnata al Governo turco una nota in cui il Governo italiano protestava vivamente per le angherie cui erano soggetti a Tripoli gli Italiani e avvertiva che sarebbe considerato atto gravissimo l'approdo a questa città di trasporti militari.
Alla nota italiana, la Porta rispose che la Turchia era disposta ad accordare all'Italia qualunque concessione economica compatibile con la dignità del Paese, ma intanto il 25 i capi arabi tripolini telegrafavano al Governo inglese pregandolo di intervenire per impedire l'occupazione italiana e il giorno dopo approdava a Tripoli il Derna, facendo precipitare gli eventi.
La Germania nei confronti della Francia -mentre le trattative erano in corso per fare proprio loro due da mediatrici tra Italia e Turchia- inviava nel porto di Agadir il piroscafo Panther, con chiari intenti intimidatori; ai Turchi? No, ai Francesi, qualora dal Marocco avessero qualche brutta intenzione di allungare le mani.

Il 26 settembre l'Italia inviò la seguente nota alle Potenze:

"L'azione alla quale il Governo italiano si è deciso riguardo a Tripoli è da considerarsi come l'ultimo anello di una catena di avvenimenti che hanno spinto il Governo Italiano di fronte all'imprescindibile necessità di un'azione decisiva. Il continuo espandersi del dominio di altre Potenze nel Mediterraneo ha già da qualche tempo sollevato a Roma la preoccupazione che l'Italia, nonostante la sua posizione geografica, che fa di essa una potenza mediterranea per eccellenza, potesse a poco a poco essere esclusa completamente dalla sfera africana di questo mare. Già al primo sorgere di codesta prospettiva l'Italia dovette rivolgere la propria attenzione a Tripoli, l'unico territorio che avrebbe potuto escludere la possibilità di un danno irreparabile per gli interessi italiani. Il Governo italiano, nonostante l'urgenza impellente della questione, ad un'azione rapida e decisiva per raggiungere lo scopo, ha preferito un lavoro moderato e progressivo.
La piega assunta dalla questione marocchina in seguito alle trattative franco-germaniche che hanno dato per risultato l'assoluto dominio della Francia nel Marocco, ora assolutamente non permette più all'Italia di attendere oltre. Le possibilità che un'altra Potenza, con l'andare del tempo, possa desiderare di ampliare ancora di più la sua sfera di dominio nel Mediterraneo, favorita forse da una diversa costellazione politica, fa sì che l'Italia si trovi obbligata, per ragioni di conservazione, ad affrettare il passo ed a rafforzare i mezzi per far valere le sue aspirazioni per ciò che riguarda una posizione privilegiata a Tripoli.
Il desiderio dell'Italia di ottenere da parte della Turchia il riconoscimento dei suoi grandi interessi in Tripolitania, interessi che sono dati dalla sua posizione geografica, ha trovato disgraziatamente a Costantinopoli il più tenace rifiuto. Invece di mostrare accondiscendenza amichevole la Turchia ha rifiutato di trattare gli interessi italiani alla stregua di quelli delle altre Potenze. Davanti a tale palese ingiustizia e di fronte alla situazione creata dall'insediamento definitivo della Francia nel Marocco, la convinzione di tutta Italia è che il Governo commetterebbe una colpa gravissima, ed irreparabile verso gli interessi politici ed economici del paese, se non agisse in modo da risolvere la questione di Tripoli in una maniera consona ai vitali interessi dell'Italia nel Mediterraneo. Alla Turchia rimane aperta la via per un accomodamento pacifico, ed a Roma non si può credere fino a prova contraria che il Governo turco rifiuterà di discutere, respingendo a priori le proposte dell'Italia per un'amichevole discussione delle divergenze".

Nella notte dal 26 al 27 settembre 1911 DI SAN GIULIANO spedì per telegrafo un ultimatum a Costantinopoli, che, per ritardo di trasmissione, fu da De Martino consegnato al Governo turco il giorno 28 alle 14,30. L'ultimatum era concepito nei seguenti termini:

"Prego la S. V. di presentare alla Sublime Porta la nota seguente:
Durante una lunga serie di anni il Governo italiano non hai mai cessato di far constatare alla Sublime Porta la necessità assoluta di mettere fine allo stato di disordine e di abbandono in cui la Tripolitania e la Cirenaica sono state lasciate dalla Turchia e che queste regioni siano ammesse a godere dei medesimi progressi compiuti in altre parti dell'Africa settentrionale. Questa trasformazione imposta dalle esigenze generali della civiltà costituisce per l'Italia un interesse utile di primissimo ordine a cagione della vicinanza di quelle regioni alle coste italiane.

"Malgrado la condotta tenuta dal Governo italiano, che ha sempre lealmente accordato il suo appoggio al Governo imperiale ottomano in diverse questioni politiche, anche in questi ultimi tempi, nonostante la moderazione e la pazienza di cui il Governo italiano ha fornito prova finora, non solamente le sue intenzioni relative alla Tripolitania sono state disconosciute dal Governo imperiale, ma ciò che è ben peggio, ogni iniziativa da parte degli Italiani in quelle regioni ha sempre incontrato la più ostinata ed ingiustificata opposizione sistematica. Il Governo imperiale, che aveva così dimostrato finora la sua costante ostilità contro ogni legittima attività italiana in Tripolitania ed in Cirenaica, ha recentemente, con un passo nell'ultima ora, proposto al regio Governo di giungere ad un'intesa, dichiarandosi disposto ad accordare qualunque concessione economica compatibile con i trattati in vigore, e con la dignità e con gli interessi superiori della Turchia, ma il Governo italiano non si crede ormai più in grado di entrare in simili trattative, di cui l'esperienza del passato ha dimostrato l'inutilità e che, invece di costituire una garanzia per l'avvenire, non potrebbero che determinare una causa permanente d'attriti e di conflitti. D'altra parte le informazioni che il Governo reale riceve dai suoi agenti consolari in Tripolitania ed in Cirenaica rappresentano la locale situazione estremamente pericolosa a causa dell'agitazione che vi regna contro gli Italiani e che è provocata nel modo più evidente da ufficiali e da altri organi dell'autorità. Quest'agitazione costituisce un pericolo imminente non solo per gli italiani, ma anche per gli stranieri d'ogni nazionalità, che, giustamente commossi e preoccupati per la loro sicurezza, hanno cominciato ad imbarcarsi, lasciando senza indugio la Tripolitania.
L'arrivo a Tripoli di trasporti militari ottomani, del cui invio il Governo reale non aveva mancato di fare osservare anticipatamente al Governo ottomano le serie conseguenze, non potrà che aggravare la situazione ed imporre al Governo reale l'obbligo stretto ed assoluto di provvedere ai pericoli che ne risultano.

"Il Governo. italiano, vedendosi in tal modo ormai forzato a pensare alla tutela della sua dignità e dei suoi interessi, ha deciso di procedere all'occupazione militare della Tripolitania e della Cirenaica. Questa soluzione è la sola che l'Italia possa adottare, ed il Governo italiano si aspetta che il Governo imperiale dia gli ordini occorrenti affinché essa non incontri da parte degli attuali rappresentanti ottomani alcuna opposizione ed i provvedimenti che necessariamente ne deriveranno possano effettuarsi senza difficoltà. Accordi ulteriori saranno presi dai due Governi per regolare la situazione definitiva che ne risulterà. La regia ambasciata a Costantinopoli, ha ordine di domandare una risposta perentoria in proposito da parte del Governo ottomano entro un termine di ventiquattro ore dalla presentazione alla Sublime Porta del presente documento. In mancanza di che il Governo italiano sarà nella necessità di procedere all'attuazione immediata dei provvedimenti destinati ad assicurare l'occupazione. La Signoria Vostra aggiunge che la risposta della Sublime Porta entro il predetto termine di ventiquattro ore ci deve essere comunicato anche per il tramite dell'ambasciata di Turchia a Roma".

Allo scadere del termine, giungeva al Governo italiano la risposta della Sublime Porta che era del seguente tenore:

"L'ambasciata conosce le molteplici difficoltà delle circostanze che non hanno permesso alla Tripolitania ed alla Cirenaica di godere nella misura desiderata dei benefici del progresso. Basta invero un'esposizione delle cose per stabilire che il Governo costituzionale ottomano non potrebbe essere chiamato responsabile di una situazione che è opera dell'antico regime. Ciò posto, la Sublime Porta, ricapitolando il corso dei tre ultimi anni cerca invano le circostanze nelle quali essa si sarebbe dimostrata ostile alle imprese italiane interessanti la Tripolitania e la Cirenaica. Al contrario le è sempre parso comprensibile e razionale che l'Italia cooperasse con i suoi capitali e con la sua attività industriale al risorgimento economico di questa parte dell'impero. Il Governo imperiale ha coscienza di aver dimostrato disposizione d'accoglimento ogni volta che si è trovato di fronte a proposte concepite in quest'ordine d'idee. Esso ha pure esaminato e generalmente risolto con lo spirito più amichevole ogni reclamo presentato dalla regia ambasciata. È necessario aggiungere che esso obbediva così alla sua volontà tanto spesso manifestata di coltivare e mantenere rapporti di fiducia e di amicizia con il Governo italiano? Infine, questo solo sentimento l'ispirava quando proponeva recentissimamente alla regia ambasciata un accomodamento basato su concessioni economiche allo scopo di fornire all'attività italiana un vasto campo nelle suddette province. Seguendo come soli limiti per le sue concessioni la dignità e gl'interessi superiori dell'impero, come pure i trattati in vigore, il Governo ottomano dava la misura dei suoi sentimenti di conciliazione senza però perdere di vista i trattati e le convenzioni che lo impegnano di fronte alle altre Potenze ed il cui valore internazionale non potrebbe decadere per volontà di una parte.
Per ciò che concerne l'ordine e la sicurezza tanto nella Tripolitania quanto nella Cirenaica, il Governo ottomano ben situato per apprezzare la situazione, non può che costatare, come già ha avuto occasione di farlo, la mancanza totale di ogni ragione che possa giustificare apprensioni per la sorte dei sudditi italiani e per gli altri stranieri colà stabiliti. Non soltanto non vi sono in questo momento agitazioni in quella regione, ancor meno propaganda eccitatrice, ma gli ufficiali e gli altri organi dell'autorità ottomana hanno per missione di assicurare la tutela dell'ordine, missione che essi compiono con tutta coscienza. Quanto all'arrivo a Tripoli del trasporto militare ottomano, da cui la regia ambasciata prende motivo per trarne conseguenze gravi, la Sublime Porta crede dover far notare che non si tratta effettivamente che di un piccolo trasporto la cui spedizione è anteriore di parecchi giorni alla nota del 23 settembre. E indipendentemente dal fatto che questa spedizione che non comprendeva del resto le truppe, non ha potuto avere sugli animi che un'influenza rassicurante. Ridotto ai suoi termini essenziali, il disaccordo attuale risiede nella mancanza di garanzie atte a rassicurare il Governo italiano circa l'espansione economica dei suoi interessi in Tripolitania e Cirenaica. Il Governo reale non procedendo ad un atto così grave come ad un'occupazione militare, si unirà alla volontà che ha la Sublime Porta di appianare questo disaccordo. Pertanto il Governo imperiale chiede che il Governo reale gli voglia far conoscere la misura di tali garanzie, alle quali esso sottoscriverà volentieri, purché non tocchino la sua integrità territoriale. Esso prende a tale effetto impegno di non modificare affatto in qualsiasi caso durante i negoziati la situazione presente della Tripolitania e della Cirenaica, specialmente dal punto di vista militare, e vuole sperare che il Governo reale, arrendendosi alle sincere disposizioni della Sublime Porta, aderirà a questa proposta".

Quel giorno stesso DE MARTINO presentava al Gran Visir la seguente dichiarazione:

"In obbedienza agli ordini di Sua Maestà il Re, suo Augusto sovrano, il sottoscritto incaricato d'affari d'Italia ha ordine di significare a Vostra Altezza quanto segue: Il termine che il Governo reale aveva ultimamente accordato al Governo imperiale, in vista dell'attuazione delle misure diventate necessarie, è trascorso senza che gli pervenisse una risposta soddisfacente. La mancanza di tale risposta non fa che confermare il malvolere o l'impotenza di cui il Governo e le Autorità imperiali hanno già fornito in numerose prove specialmente per ciò che concerne la tutela degli interessi o dei diritti italiani in Tripolitania e in Cirenaica. Il governo italiano si vede per conseguenza obbligato a provvedere direttamente alla salvaguardia di quei diritti ed interessi come della dignità e dell'onore del Paese con tutti i mezzi di cui dispone. Gli avvenimenti che seguiranno non potrebbero essere considerati altrimenti che come la conseguenza necessaria, per quanto penosa, del contegno adottato da lungo tempo dalle autorità dell'impero di fronte all'Italia. Essendo quindi interrotte le relazioni d'amicizia e di pace fra i due Stati, l'Italia si considera da questo momento in stato di guerra con la Turchia. Il sottoscritto, d'ordine del suo Governo, ha per conseguenza l'onore di far conoscere a Vostra Altezza che i passaporti saranno messi oggi stesso a disposizione dell'incaricato d'affari dell'impero ottomano a Roma e prega Vostra Altezza di voler fargli pervenire senza ritardo i propri passaporti. II Governo reale ha incaricato il sottoscritto di dichiarare nello stesso tempo a Vostra Altezza che i sudditi ottomani potranno continuare a risiedere sul territorio del regno senza che vi sia a temere alcuna offesa alla loro sicurezza personale, alle loro proprietà ed ai loro affari".

Contemporaneamente il Governo italiano lo stesso giorno dava comunicazione alle Potenze dell'annuncio della dichiarazione di guerra alla Turchia accompagnandola con una lunga relazione sugli incidenti che l'avevano determinata:
"Il conflitto - così la nota che riportiamo integralmente- che sembra scoppiato improvvisamente fra l'Italia e la Turchia non è che l'epilogo di una lunga serie di vessazioni e di soprusi, ancor più reali che apparenti, fatti all'Italia e agli italiani dai Turchi dell'impero ottomano. Da qualche tempo innumerevoli erano le lagnanze dei nostri connazionali in ogni parte dell'impero al Governo del Re, che reclamavano sollecita opera di giustizia, per lunghe angherie, per la negata giustizia, per vera e propria sopraffazione che essi subivano e la cui soluzione era eternamente dilazionata. In questa categoria di reclami eternamente insoluti che dimostrano il conto che delle premure del regio Governo faceva la Sublime Porta, basta ricordare il reclamo Giustiniani e l'intervento arbitrario dell'autorità ottomana nel corso della giustizia locale, quello di Napoleone Guarnani, di Kuhn e di Cuttoni, di Marcopoli, degli eredi Sola, rispettivamente creditori verso lo Stato o verso personaggi della famiglia imperiale. La ditta Stagni, dalle ostilità dell'autorità locale ottomana, fu costretta ad abbandonare la concessione del taglio del legname nella provincia di Brussa. E così rimasero sempre insoluti tutti i danni d'ordine pubblico subiti dai sudditi italiani nelle varie province dell'impero, come quelli dipendenti dai massacri di Adana nel 1909 e dal saccheggio dell'Agenzia della Società di Navigazione Generale Italiana a Santi Quaranta. E numerosi altri reclami e infinite altre controversie di maggiore o minore gravità esistono - come ad esempio quelle per sfregi e aggressioni compiute contro il personale appartenente ai consolati italiani - tali da dimostrare come da qualche tempo i nazionali fossero circondati da un'atmosfera ostile, non rispondente alle nuove relazioni ufficiali esistenti fra i due Stati.

"Col nuovo regime, che tante speranze destò in Italia, gl'incidenti dolorosi si moltiplicarono e si aggravarono. Un fatto gravissimo avvenne recentemente: il ratto della giovanetta minorenne Giulia Franzoni, d'anni sedici, rapita fraudolentemente alla propria famiglia di onesti operai adibiti ai lavori delle ferrovie ottomane a Adana, sequestrata e convertita a viva forza all'islamismo e maritata con la violenza a un cittadino musulmano, nonostante le proteste dei genitori e degli stranieri di altre nazioni e nonostante l'intervento del regio consolato e della regia ambasciata. Questo incidente, che ha per ogni nazione importanza grave, ne ha più ancora per l'Italia che deve provvedere alla tutela di una numerosa emigrazione italiana, la quale trova lavoro nelle opere ferroviarie dell'Asia Minore. Ora il fatto di non aver trovato una rapida soluzione punitiva per questo barbaro sistema di forzata conversione e di ratto di un'ingenua fanciulla, può essere incentivo ad altri fatti consimili, che siano diretti a colpire tutta la popolazione operaia, che è in gran parte italiana, costretta a vivere con la propria famiglia in tali regioni.

" Ma gli atti più perseveranti d'avversione, di ostilità delle autorità ottomane, furono compiuti in quella parte dell'impero dove maggiori sono gl'interessi degli Italiani, cioè nel Mar Rosso e in Tripolitania. Dai rapporti dei nostri consoli, dalle relazioni di coloro che tornavano da quelle regioni, dai continui incidenti sollevati per colpa dei funzionari turchi, è dimostrato chiaramente come se si volesse creare un ambiente di ostilità agli interessi italiani, quasi diffidandone lo sviluppo sempre crescente. Il contegno dell'autorità ottomana nel Mar Rosso e sulla costa araba prospiciente la colonia Eritrea, è stato sempre violento e continuamente provocante. Troppo lunga sarebbe la serie degli incidenti con i quali fu fatta offesa alla bandiera italiana. Citiamone soltanto alcuni, avvenuti sotto il nuovo regime. Il 5 giugno 1909 la cannoniera Nurahad, a 40 chilometri dalla costa turca, si impossessò con atti di violenza della somma di 2340 talleri a bordo del sambuco italiano Selima, vero atto di pirateria senza nessuna attenuante. Recentemente ha avuto una certa notorietà l'incidente del Genova, sequestrato da una cannoniera turca a Hodeida e sottoposto a iniquo procedimento e a tentativi di appropriazione a mano armata.

" Animato da spirito di conciliazione, il Governo italiano accettò di fare un'inchiesta in proposito per comporre l'incidente, inchiesta i cui risultati farebbero onta a qualsiasi Governo civile per quanto riguarda la condotta dei funzionari locali. Ma non basta! Mentre erano in corso le trattative per l'incidente del "Genova, il comandante di una cannoniera turca penetrava a mano armata a bordo del sambuco "Selima il 5 dicembre del 1910, e costringeva il nacuda a consegnare la corrispondenza dei negozianti di Massaua. Prepotenze di altra natura e di non minore gravità furono commesse a danno dei sambuchi eritrei appartenenti a Ali Kozem e a Kalid Kamed. Mentre le autorità turche perpetravano altre molestie di minore gravità verso altri sambuchi, esse, sempre felici di cogliere qualsiasi circostanza per danneggiare il commercio eritreo, si sfogavano il 31 agosto 1911, sperando l'impunità, sulla merce eritrea caricata a bordo del sambuco ottomano Fath Es-Salam, ne bastonavano il nacuda, lo buttavano a mare e lasciavano il veliero in avaria, dopo aver preso a bordo tutta la merce, compresi i viveri dell'equipaggio. I sambuchi dei negozianti eritrei, terrorizzati dalle continue minacce loro sovrastanti per parte delle autorità turche sulla costa araba, hanno perciò, in gran parte, rinunciato a trafficarvi, con gravissime danno del commercio della nostra colonia.
"In Tripolitania l'ostilità sistematica delle autorità ottomane, ora aperta e violenta, ora subdola e maligna, assume proporzioni ancor maggiori. Uno solo è il proposito loro; muovere guerra agli interessi economici e commerciali dell'Italia, impedire in tutti i modi lo sviluppo dell'influenza italiana. Citiamo pochi esempi, prescegliendoli dalla lunga serie che potremmo riferire anche a persuasione del più indulgente lettore. Il banco di Roma inizia in Tripolitania con capitale italiano una vera e benefica opera di progresso economico e di incivilimento del paese. Le autorità vietano agli indigeni di avere relazioni con quell'istituto e li puniscono per reati immaginari se vi ricorrono; si impedisce al banco di ottenere il riconoscimento giuridico dinanzi ai tribunali locali e quando dopo due anni di laboriose trattative il riconoscimento non si può negare, le angherie ricominciano sotto altra forma. I "valì" si susseguono rapidamente nel governo del "vilayet", ma la politica è sempre la medesima; finché nel 1910 il nuovo valì IBRAHIM pascià dichiara apertamente al Consiglio d'amministrazione che egli farà opposizione sistematica e irresistibile ad ogni iniziativa italiana, lasciando comprendere chiaramente che tali erano le istruzioni del proprio Governo. E così tutte le proposte, tutte le domande di concessioni e imprese fatte da italiani, quali d'acqua, impianti rediotelegrafici, lavori stradali ecc., sono sempre respinti. Contro i trattati s'impediscono ai regi sudditi sia l'acquisto di terreni, sia le volture catastali; a Homs, a Bengasi, gl'indigeni che vogliono vendere sono minacciati, e la vendetta si esplica con pretesti estranei alla vera causa. Contro gl'impegni assunti, si oppone l'ostruzionismo alla missione archeologica e mineralogica italiana.

"Tutti gli ostacoli e le difficoltà si accumulano contro gli impianti italiani - molini, oleifici - e contro la nostra navigazione. Gli indigeni, terrorizzati, non osano valersi di tali benefiche istituzioni e impianti per timore di proditorie vendette.
In mezzo a questi impedimenti e difficoltà accadono gravissimi fatti delittuosi, quali l'assassinio di padre GIUSTINO e DERNA e l'altro di GASTONE TIRRENI, avvenuto a breve distanza fra Tripoli e Hons, assassinio che si volle coprire con l'apparenza di un suicidio, smentito dai testimoni e dalle posteriori rivelazioni; barbaro delitto per il quale non si poté mai ottenere una qualsiasi soddisfazione, neppure una seria istruttoria né criminale né civile, invocata dai parenti dell'ucciso e insistentemente richiesta dalle autorità diplomatiche e consolari. Una dichiarazione "di non luogo a procedere e d'estinzione dell'azione penale per intervenuta amnistia" fu tutto quanto si degnarono di concederci le autorità del luogo. Tali due luttuosi fatti notoriamente cagionati dall'odio dei Turchi contro gli Italiani, gettarono la costernazione e lo scoraggiamento nella colonia italiana, che divenne forzatamente timida davanti a qualsiasi utile iniziativa. Ogni intervento delle regie autorità consolari nel vilayet è contrastato apertamente o di nascosto dalle autorità ottomane, come lo dimostra l'incidente del giornalista ARBIB, bastonato dalla polizia, contro la quale l'intervento del regio drogomanno Samaz non ebbe altro effetto se non quello di provocare una nuova e più flagrante violazione delle capitolazioni. Tutta questa ininterrotta serie di soprusi, violenze, intimidazioni e sopraffazioni è apertamente incoraggiata e sostenuta dal giornale "Marasd, organo ufficiale del valì del vilayet, stampato nella sua tipografia e ispirato dallo stesso valì, giornale largamente diffuso tra gli arabi e che non risparmia in nessuna occasione oltraggi e insulti verso l'Italia.
Da tutto quanto procede, chiaramente emerge che il Governo italiano si è trovato di fronte a un sistema o programma di avversione preconcetta contro i sudditi e contro le iniziative italiane in genere, in Tripolitania in modo speciale. La calda e quasi universale simpatia con la quale l'Italia aveva salutato l'avvento al potere della giovane Turchia, il proposito di dar tempo al nuovo regime di consolidarsi, di non creare difficoltà o imbarazzi all'impero ottomano o all'Europa, consigliarono al Governo d'Italia una pazienza e condiscendenza che non aveva avuto esempio nella storia dei popoli. Si sperava sempre nel consolidamento del nuovo Governo, nell'accoglimento dei buoni consigli, nella condiscendenza, nel ricambio di una buona amicizia che da parte nostra si era spinta fino al sacrificio dei propri interessi. Ma tutto fu vano. Ogni giorno la situazione peggiorava. Di fronte al nostro così paziente, si ergeva a Costantinopoli alternativamente o un Governo che dava melliflue parole è promesse alle quali mancava poi ogni corrispondenza nei fatti, ovvero un Governo senza autorità che non era capace d'imporre l'obbedienza alle dipendenti autorità locali, un Governo cui mancava la forza di far rispettare ed osservare i trattati, le capitolazioni, gl'impegni contratti, un Governo insomma che ha mancato nei riguardi dell'Italia ai propri doveri internazionali.
La misura era ormai colma. Gli attacchi violenti ed oltre ogni limite ingiuriosi della stampa ottomana, l'ostruzionismo sistematico e la malafede delle autorità in sott'ordine, la straordinaria serie di incidenti e reclami d'ogni genere ogni giorno in aumento, hanno finito per scuotere e stancare l'opinione pubblica, la stampa, il parlamento il Governo d'Italia. Ormai l'Italia non ha più alcuna fiducia di risolvere amichevolmente le proprie questioni con la Turchia; e disillusa di tante buone parole e promesse mendaci, datele in questi ultimi anni, perduta la pazienza, e decisa ad uscire da una tolleranza che potrebbe essere rimproverata quale debolezza e riconoscimento d'inferiorità, ha stabilito di ottenere con la più grande energia il rispetto dei propri diritti e la tutela dei propri interessi. La colpa ricade su coloro che da tre anni sono venuti ogni giorno provocandoci e creandoci con dei piccoli e grandi incidenti un ambiente di ostilità nelle varie province dell'impero, e specialmente in Tripolitania, sì da rendere malsicura l'incolumità dei sudditi italiani e pericoloso il pacifico svolgimento del commercio eritreo nel Mar Rosso".

Ma ormai era tardi. L'azione della diplomazia era terminata e la parola era già al cannone.
Il 29 settembre il Re come consentiva l'art. 5 dello Statuto, dichiarava guerra alla Turchia, senza approvazione né ratifica da parte del Parlamento, il quale, in vacanza da fine luglio, riaprirà solo il 22 febbraio 1912.
Nel frattempo in Italia, fin dal giorno dell'ultimatum (del 26 set.) la direzione del partito socialista congiunta a quella della CGdL proclamava uno sciopero generale contro la guerra, che ottiene però solo un parziale successo anche a causa di lacerazioni interne al PSI e alla CGdL. Più violente invece le agitazioni in Romagna guidate da due giovani, il rivoluzionario BENITO MUSSOLINI, e il repubblicano PIETRO NENNI.
Altre difficoltà interne poi sorsero pochi giorni dopo (il 15-18 ottobre a Modena) al XII congresso socialista. Spaccatura irreversibile dentro i riformisti di sinistra con TURATI e MODIGLIANI che passano all'opposizione per protestare contro la guerra; mentre la corrente di BISSOLATI in contrasto con le direttive del partito continuerà a sostenere le scelte di Giolitti; la corrente rivoluzionarie è invece intransigente e ottiene la sua vittoria morale, ottenendo la maggioranza relativa dei voti. Ma nessuna delle mozioni ottiene la maggioranza assoluta, e quindi rimase in carica la direzione riformista.

Dopo la dichiarazione di guerra, la Turchia inviava, in data del 30 settembre, alle Potenze la seguente nota:
"Malgrado il termine di ventiquattro ore, termine estremamente breve, che ci è stato fissato dall'Italia nel suo ultimatum, ci siamo affrettati a rispondere assai prima dello scadere del termine, affinché il governo italiano non avesse bisogno di procedere ad un'occupazione militare per ottenere da noi in Tripolitania e in Cirenaica garanzie di espansione economica. Ci dichiarammo pronti a tali garanzie in quanto non toccassero la nostra integrità territoriale. Ed a tale scopo prendemmo l'impegno di non modificare durante le trattative la nostra situazione militare in dette province.
Senza neppure rispondere a queste offerte concilianti, il Governo italiano, nello stesso tempo e prima dello spirare del termine invia la sua flotta a far attaccare una nostra torpediniera nelle acque del Mare Adriatico, e poi ci invia una dichiarazione di guerra in regola.
Penosamente sorpresi da questa ostilità inattesa che non è affatto giustificata dalla nostra attitudine verso l'Italia, noi vogliamo credere che - date le intenzioni concilianti, dalle quali siamo animati- vi sia ancora il tempo di arrestare gli effetti nefasti di una guerra che non ha cause reali. E' perciò che ci rivolgiamo ai sentimenti pacifici ed umanitari, come all'amicizia del vostro Governo, perché intervenga presso l'Italia e la persuada del nostro sincero desiderio di negoziare con essa per prevenire un'inutile effusione di sangue".

Fu tutto inutile. La guerra era ormai "voluta" e ormai iniziata! La Flotta era già sul posto e all'opera, il Corpo di spedizione già in partenza.

...non ci resta ora che seguire gli eventi di questa guerra...

....periodo della seconda metà anno del 1911 > > >


Fonti, citazioni, e testi

Prof. PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - (i 5 vol.) Nerbini 1930
ALBERTO CONSIGLIO - V.E. III, il Re silenzioso. (8 puntate su Oggi, 1950)
COMANDINI - L'Italia nei cento anni - Milano
MACK SMITH, Storia del Mondo Moderno - Storia Cambridge X vol.
MONDADORI . Le grandi famiglie d'Europa - I Savoia. 1972
O' CLERY - The making of Italy - Kegan&Trubner, Londra 1892
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (i 33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (i 20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi
STORIA D'ITALIA Cronologica 1815-1990 -De Agostini
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