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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNI 1911-1912

LA GUERRA TURCA (di LIBIA) - OPERAZIONI DI TERRA E NAVALI

LE OPERAZIONI NAVALI NEL MAR ROSSO: LA BATTAGLIA DI KUNFUDA - LA REPRESSIONE NEL MEDITERRANEO - TENSIONE DEI RAPPORTI ITALO-FRANCESI - OCCUPAZIONE DI TAJIURA - COMBATTIMENTI DI GARGARESCH E DI AINZARA - SCONTRI A DERNA, A BENGASI E A TOBRUCK - II GENERALE CANEVA A ROMA - CONVERSIONE IN LEGGE DEL DECRETO SALL'ANNESSIONE DELLA LIBIA - AZIONE NAVALE DI BEIRUT - GLI SFORZI DELLE POTENZE PER LA PACE - BATTAGLIA DEL MERGHEB -COMBATTIMENTI DI DERNA - RICOGNIZIONE DI BIREL-TURK - LA BATTAGLIA DELLE DUE PALME - ATTENTATO A VITTORIO EMANUELE III - LO SBARCO A MACABEZ - PRESSIONI DELLE POTENZE A COSTANTINOPOLI - IL BOMBARDAMENTO DEI DARDANELLI - L'OCCUPAZIONE DI RODI - LA MARCIA DELLE TRUPPE ITALIANE DA KALITHEA A RODI - LA BATTAGLIA DI PSITHOS - OCCUPAZIONE ITALIANA DI ALCUNE ISOLE DELL'EGEO - ESPULSIONE DEGLI ITALIANI DALL' IMPERO OTTOMANO
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LA CARTINA DELLE OPERAZIONI IN LIBIA

LE OPERAZIONI DI GUERRA ALL'INIZIO DEL 1912


Le operazioni navali, sospese (su forti pressioni dell'Austria) nel basso Adriatico e nello Ionio, continuarono invece con maggiore intensità nel Mar Rosso. Queste operazioni avevano lo scopo d'impedire che la Turchia riuscisse, attraverso quel mare, il Sudan e l'Egitto, a far passare armi ed armati in Cireniaca e di proteggere l'Eritrea, che i Turchi dicevano di voler molestare.

Giolitti, per accelerare la conclusione della guerra e colpire l'Impero turco nei suoi centri vitali, prospettò la possibilità di estendere le operazioni alle isole dell'Egeo o nei Dardanelli. Ma le altre potenze europee si opposero con forza; e per fortuna che erano quelle "amiche", dell'Alleanza, a cominciare dall'Austria, la quale dichiarò che l'occupazione di isole dell'Egeo da parte italiana era contraria agli accordi della Triplice.
La Germania era contraria anch'essa, ma, come vedremo in queste pagine,
si impegnò poi a fare pressioni sull'Austria per dare via libera all'azione militare italiana nell'Egeo, ma solo perché temeva che una lunga guerra di logoramento avrebbe indebolita troppo l'Italia e messo in pericolo l'esistenza della stessa Triplice.
Ma GUGLIELMO II, non sottovalutava neppure, che l
a presenza italiana nell'Egeo (indebolendo la Turchia oltre misura) costituiva una seria minaccia e un grave pericolo nel momento in cui (e già si preannunciavano) nei Balcani a danno dell'Impero turco ma anche per l'indipendenza di alcue regioni, si sarebbero scatenati dei conflitti tra Austria e Russia e i stati satelliti alleati o meno.

Le operazioni navali italiane, miravano inoltre a rendere insostenibile o per lo meno difficile la situazione dei Turchi nella penisola arabica, fra l'altro disturbata da agenti di Giolitti che, sostenevano, finanziavano e armavano la rivolta di SAID IDRISS, emiro dell'Assir, che combatteva contro l'esercito ottomano comandato da IZZET pascià.

Comandava le forze navali italiane nel Mar Rosso il capitano di vascello GIOVANNI CERRINA-FERONI, che non aveva dato mai tregua ai porti turchi, aveva più volte fatto bombardare accampamenti nemici sulla costa arabica, dato una caccia spietata al naviglio ottomano, che aveva perduto non poche unità.
Le ultime navi turche del Mar Rosso furono annientate il 7 gennaio del 1912 davanti a Kunfuda. Ecco come si svolse la brillante azione
secondo il rapporto del Comandante Cerrina-Feroni:

"Convinto che numerose cannoniere turche erano rifugiate nei canali interni di Farisan, probabilmente verso Kunfuda, e grossi reparti di truppe si trovavano a Loheja, Midy e Kunluda, decisi di operare simultaneamente con tutte le navi disponibili a Massaua, coordinando la loro azione in modo di impedire la sfuggita delle cannoniere. Per nascondere l'intento, feci operare una diversione preliminare dalla Calabria e dalla Puglia con il bombardamento dell'accampamento di Gebaltar. Subito dopo comandai al Piemonte, al Garibaldino ed all'Artigliere di esplorare la costa cominciando da Gidda, poi di imboccare il canale interno di Farsan da Lidh e proseguire verso sud. Contemporaneamente inviai la Calabria e la Puglia, appena reduci da Gebaltar, ad investire Loheja e Afidy, che furono bombardate danneggiando l'accampamento, distruggendo il forte di Midy, battendo afficacemente le colonne di truppe e di cammelli marcianti verso Loheja. Intanto il Piemonte, il Garibaldino e l'Artigliere, proseguendo per il canale Nord, il giorno 7 scorsero a Kunfuda sette cannoniere turche, nonché lo yacht Fouwette, armato da guerra, con tutti i fuochi accesi. Alcune cannoniere salparono, appena avvisato il cacciatorpediniere in avanscoperta. Ad oltre 6000 metri dal canale aprirono il fuoco contro l'Artigliere, che rispose opportunamente non impegnandosi a distanza limitata, durante l'attesa del Piemonte e del Garibaldino sopraggiungenti.

"S'impegnò allora fra le nostre navi e le cannoniere turche appoggiate dalle batterie a terra un violento combattimento durato quasi tre ore e finito nella notte con un completo immobilizzo del nemico, che, demoralizzato, abbandonò le navi, alcune delle quali furono portate prima in secca. Nessun danno da parte italiana. La mattina seguente riconosciuta l'impossibilità di ricuperare alcune cannoniere perché troppo danneggiate, ne completarono l'annientamento con le artiglierie e l'incendio, catturando lo yacht, che fu possibile risparmiare. Fu bombardato poi l'accampamento ed il fabbricato con la bandiera turca. Il nemico ha abbandonato Kunfuda. Durante la notte gli equipaggi abbandonarono le cannoniere, sbarcando sulla spiaggia munizioni, materiale e bandiere, che il mattino seguente le lance armate del Piemonte, approdate a terra, requisirono. Furono raccolti molti trofei di guerra, molte mitragliatrici, strumenti nautici, imbarcazioni e bandiere. Fra le cannoniere distrutte una era di 500 tonnellate circa, armata con cannoni da 76 e mitragliere da 37, una di 350 tonnellate con cannoni da 65 e mitragliere da 35, cinque da 200 tonnellate con cannoni da 47 e mitragliere da 37, tutto sopra coperta, moderne".

Compito delle navi italiane, specie di quelle del Mediterraneo, era anche di reprimere il contrabbando che su larga scala era esercitato dalle frontiere tunisina ed egiziana. Uno dei punti della costa libica, presso il confine tunisino, dove maggiormente era esercitato il contrabbando, era Zuara. La corazzata italiana Iride e la torpediniera Cassiopea vi andarono il 19 dicembre ad eseguire una ricognizione ed operarono uno sbarco a Sidi Said, che poté effettuarsi dopo un vivace combattimento con una schiera araba di 400 uomini, metà dei quali rimasero sul terreno.

Il 22 dicembre 1911, l'incrociatore Puglia catturò il piroscafo Kaiseride, che, camuffato da nave ospedale turca, era forse diretto ad un porto europeo per caricare materiale destinato agli arabi. Il 17 gennaio, nel porto di Sfax fu perquisito il piroscafo Odessa, al quale furono confiscate mille casse di materiale bellico diretto a Zuara.
Il 16 gennaio del 1912, la regia nave Agordat fermò a trenta miglia dal Capo Spartivento il transatlantico francese Charthage, che faceva servizio tra Marsiglia e Tunisi. Essendovi nel piroscafo un aeroplano destinato ai Turchi in Libia e non avendo il comandante voluto consegnarlo, il Chartage fu bloccato e condotto a Cagliari. In seguito, avendo il Governo francese assicurato ufficialmente che l'aeroplano non era destinato ai turchi, il piroscafo fu rilasciato.
Il 18 gennaio, una delle cinque torpediniere che accompagnavano l'Agordat fermò al largo dell'isola di San Pietro di Sardegna un altro piroscafo francese, il Manouba che recava a bordo 29 passeggeri turchi, i quali si dicevano medici e infermieri. Essendosi il comandante rifiutato di consegnare i turchi, anche il Manouba fu bloccato e condotto a Cagliari, da dove due giorni dopo, sbarcati i passeggeri, il piroscafo proseguì la sua rotta.

La stampa francese, avuta notizia dei fatti, strillò. Alla Camera francese, il 22 gennaio, furono svolte interpellanze da deputati esaltati, che chiedevano una riparazione "eclatante" dall'Italia, come si espresse l'on. LAROCHE, o parole "energiche e rassicuranti" dal presidente del consiglio, come fece l'ammiraglio BIENAIMÉ, il quale disse avere la Marina, Italiana commesso "un vero attentato contro la libertà e l'onore della bandiera francese" e una mancanza di riguardo "premeditata", e dichiarò: "Il paese vuole una soddisfazione e, se occorre andare fino alla riparazione; esso è pronto".

Il presidente del Consiglio e ministro degli Esteri POINCARÉ assicurò che gli incidenti stavano per accomodarsi, che i 29 passeggeri turchi erano stati consegnati al console francese a Cagliari e sarebbero stati rimandati al luogo d'imbarco impegnandosi la Francia ad impedire che raggiungessero Tunisi quelli che non erano né medici o infermieri; si lamentò dell'ingratitudine italiana e si augurò che "le relazioni amichevoli delle due nazioni, riposando sulla comunanza di ricordi, non sarebbero state turbate". Terminò pronunciando la frase celebre: "une muage qui passe n'assombrira pas l'horizon".

Quando però il Manouba e il Chartage giunsero a Tunisi ebbero accoglienze trionfali, che dimostrarono ad usura come la Francia nutrisse sentimenti ostili all'Italia: "Le società sportive -scrive il Curatulo- e le ginnastiche francesi e musulmane erano al completo. Vi erano pure il 4° reggimento dei "chausseurs" con fanfara, un battaglione di zuavi con la propria banda musicale; essi venivano a ricevere il colonnello DE BUVER, che si trovava tra i passeggeri, e poi vi era il delegato della Residenza, i generali, il vice presidente del Municipio, i capi servizio tutti al completo. La gioia e le acclamazioni con cui fu salutato l'approdo del "Chartage furono intense: grida di: "Viva la Francia ! Vita la Patria ! Viva da Repubblica ! Viva l'aeroplano ! Viva il comandante Thémèse ! Abbasso l'Italia! Abbasso la Sicilia ! Viva la Turchia !. Tutti vollero stringere la mano al comandante THÉMÈSE; qualche gentile rappresentante del bel sesso non resisté alla tentazione di abbracciarlo".

L'improvvisa tensione dei rapporti italo-francesi, fu però paradossalmente provvidenziale perché valse a modificare il contegno della Germania e dell'Austria verso l'Italia, i rapporti ridiventarono quasi cordiale. La stessa stampa dei due imperi, che fino allora era stata paladina della Turchia ed aveva perfino caldeggiato l'idea di una nuova Triplice, in cui l'impero ottomano avrebbe sostituito l'Italia, ora, eccettuati pochi giornali, voleva che all'alleanza delle tre nazioni aderisse anche la Turchia, pacificata con l'Italia.

COMBATTIMENTI DI GARGARESCH E DI AIN-ZARA
SCONTRI A DERNA, A BENGASI E A TOBRUCK
IL GENERALE CANEVA A ROMA
CONVERSIONE IN LEGGE DEL "DECRETO ANNESSIONE LIBIA"

 

Dopo qualche settimana di calma, intorno a Tripoli, nel gennaio del 1912, furono riprese le operazioni aeree. Grossa ricognizione, il 10, nella parte orientale dell'oasi con otto battaglioni una batteria da montagna, la terza divisione dei carabinieri, l'11° fanteria e uno squadrone di cavalleria; il 13 occupazione stabile dell'oasi di Tagiura, dove subito s'iniziò la costruzione di ridotte; il 15 ricognizione di uno squadrone di cavalleria verso Bir Akara e di un altro squadrone verso l'uadi Rubka con un cruento scontro con i beduini.

Il 18, a Gargaresch, dove si stavano costruendo dei fortini, ci fu un accanito combattimento. Al mattino, una colonna, composta di tre battaglioni del 52° fanteria, di uno del 1° granatieri, di una batteria da montagna e di due squadroni di guide e comandata dal Colonnello AMARI, fu assalita da nuclei di Arabo-turchi, che furono messi in fuga dall'artiglieria. Ma verso mezzogiorno il nemico tornava con forze maggiori ed attaccava violentemente gli italiani tentando anche di avvolgerli alla destra. Il combattimento durò fin quasi le 17, poi i nemici, respinti, ripiegarono in disordine verso Fonduk el-Toger.

Nella notte dal 27 al 28 gennaio 1912, preceduto da un attacco dimostrativo contro le linee italiane di Gargaresch, fu sferrato dai Turco-arabi, con forze assommanti ai 7000 uomini sostenuti da artiglierie, un energico attacco alle posizioni di Ain-Zara, che durò fino all'alba ma fu nettamente respinto. Il nemico, inseguito fino alle undici dalle colonne italiane, lasciò sul terreno circa mezzo migliaio di morti e un numero doppio di feriti. Anche nelle altre zone libiche la guerriglia riprese violenta. A Homs, nelle notti del 2 e del 3 febbraio, ci furono attacchi nemici però prontamente respinti; un terzo attacco, il 4 febbraio ma fu stroncato dalle artiglierie italiane.

A Derna, nel febbraio, il nemico si accanì contro l'acquedotto nella speranza d'impadronirsene. Assalti sferrò nella notte dal 2 al 3; respinto, tornò all'alba contro le ridotte Lombardia e Piemonte, ma fu ricacciato con perdite. Nella notte dal 10 febbraio all'11 febbraio, ENVER bey assalì con diverse migliaia di uomini e alcuni pezzi d'artiglieria, due punti delle linee italiane e riuscì ad espugnare la ridotta Lombardia, ma dopo un lungo e accanito combattimento il nemico fu dai fanti dell'Aosta e dagli alpini dell'Edolo ricacciato e messo un fuga.
A Bengasi, la notte sul 18 gennaio, mezzo migliaio di beduini assalì il blockhaus n. 3, difeso da 18 uomini del 68° fanteria comandati dal tenente NERI BIANCHINI, ma per ben due volte fu respinto dall'eroico manipolo. Il 19 un altro attacco contro le difese di Bengasi si infranse dopo tre ore di combattimento, e la notte dal 30 al 31, assalendo la ridotta del Foyat, gli Arabo-turchi subirono una sanguinosa disfatta.
Scontri di varia entità si verificarono a Tobruck il 14 e il 16 gennaio e il 3 e il 5 febbraio. Più accanito di tutti fu poi quello avvenuto nella notte del 17 febbraio alla ridotta del Tumulo.
Ai primi di febbraio giunsero a Tripoli un battaglione di ascari eritrei e uno squadrone di meharisti, comandati, l'uno dal maggiore DE MARCHI, l'altro dal capitano POLLERA, che furono immediatamente impiegati in ricognizioni; in quello stesso mese, con elementi libici, fu costituita a Tripoli una compagnia di savari che prese il nome di "banda del Gharian"; altri drappelli di savari furono costituiti a Bengasi.

Il 3 febbraio, chiamato dal Governo a Roma, partì da Tripoli il generale CANEVA, che lasciò temporaneamente il comando supremo e il governatorato al generale FRUGONI. Si disse allora che Caneva non sarebbe tornato più a Tripoli e quella diceria trovò facile credito presso il pubblico italiano, il quale, malcontento perché la guerra durava più del previsto e non accennava a finire, ne dava la colpa all'imperizia dei capi e principalmente al generalissimo.

CANEVA giunse a Roma il 7 febbraio e, in lunghi colloqui con i ministri e con il sovrano, dimostrò come fossero inopportune le impazienze del pubblico e ingiuste le accuse di lentezza che gli muovevano i facili critici. In Libia la guerra andava fatta con criteri diversi da quelli richiesti da una guerra europea. Occorreva sottomettere il paese a poco a poco e non andare a cercare il nemico nell'interno. Quanto alla Turchia, due sole erano le vie per indurla alla pace; l'azione diplomatica e l'azione navale.

Il 23 febbraio 1912, si riaprì il Parlamento. Il presidente della Camera, On. MARCORA, vivamente applaudito, pronunciò un patriottico discorso; egualmente applauditi gli interventi dell'on. LACAVA, del ministro della Guerra SPINGARDI e del ministro della Marina LEONARDI CATTOLICA; approvato all'unanimità fu un ordine del giorno cosi concepito:
"La Camera, con animo riconoscente ed orgoglioso, manda un saluto ed un plauso all'Esercito e alla Marina che, segnalandosi nel mondo, mantengono alto l'onore d'Italia!".

Infine l'on. Giolitti presentò il disegno di legge per l'annessione della Tripolitania e della Cirenaica, proponendo che esso fosse deferito all'esame di una commissione di 21 membri.
A far parte della Commissione furono chiamati gli onorevoli GIULIO ALESSIO, GUIDO BACCELLI, BARZILAI, BERTOLINI, BETTÒLO, BOSELLI, CARCANO, COCCO-ORTU, DANEO, ENRICO FERRI, FUSINATO, GUICCIARDINI, LACAVA, LUIGI LUZZATTI, RICCARDO LUZZATTO, MARTINI, ORLANDO, PANTANO, RONCHETTI, SALANDRA e SONNINO.

Il disegno di legge, che si componeva di un solo articolo, ed era accompagnato dalla seguente relazione:

"Onorevoli deputati, l'Italia ha sempre considerato come suo interesse vitale l'equilibrio delle influenze politiche nel Mediterraneo ed ha costantemente ritenuta condizione essenziale per tale equilibrio la libera e piena esplicazione della sua attività economica e della sua influenza in Tripolitania e in Cirenaica. Da lunghi anni, nonostante i mutamenti di uomini e di vicende, l'Italia ha diretto i suoi sforzi al conseguimento pacifico di questo fine, adoperandosi, con grande perseveranza e nei modi più leali, a conciliarlo col suo desiderio di mantenere amichevoli rapporti con la Turchia. Noi non saremmo ricorsi all'estremo mezzo di una guerra, se ogni altra soluzione non fosse stata resa impossibile, se ogni forma di attività italiana in Libia non avesse incontrato da parte del Governo ottomano una pertinace e sistematica opposizione, talora dissimulata, talora aperta, la quale divenne ancor più intensa e spesso provocante dopo l'instaurazione del regime costituzionale in Turchia, che aveva in principio destato tante speranze e tante simpatie. Nonostante tale contegno del Governo ottomano, l'Italia continuò per lungo tempo ad usare generosità e tolleranza in Tripolitania e in Cirenaica, cercando in tutti i modi di dimostrare che aveva unicamente di mira una pacifica opera di civiltà, e continuò pure a seguire, nella sua politica estera e in tutte le questioni in cui la Turchia era interessata, un indirizzo favorevole ad essa. A questo contegno l'Italia era indotta da considerazioni d'ordine più generale e dalla speranza che agendo in questo modo il Governo ottomano si sarebbe convinto della utilità di cessare dal porre ostacoli allo sviluppo degli interessi italiani in Libia.

"Tutto fu vano: ogni nostro atto, mosso da spirito di conciliazione e da particolare riguardo alle sue difficoltà interne ed esterne, era considerato dal Governo della Turchia come prova di debolezza e, mentre ne profittava per aggravare le sue continue ostilità e insidie contro qualunque nostra azione economica e civilizzatrice, e mentre preparava e compiva armamenti diretti a più aperte ed offensive provocazioni, continuava a mantenere quelle popolazioni nello stato delle più completa barbarie. Grave responsabilità avremmo assunto di fronte al nostro paese ed all'Europa intera, a gravi pericoli avremmo esposto l'avvenire d'Italia e la pace europea, se avessimo lasciato durare a lungo una situazione lesiva del nostro decoro e dei nostri vitali interessi, e cosi tesa da non poter avere altra soluzione che una guerra, e non avessimo tenuto conto del pericolo che questa venisse a scoppiare poi in un momento in cui avesse dato luogo a gravi e pericolose ripercussioni internazionali. D'altra parte era ormai evidente che non poteva durare a lungo la dominazione della Turchia sopra regioni poste a contatto con le Nazioni più civili, e nelle quali essa, che le aveva in tempo relativamente recente conquistate, nulla facendo per migliorarne le condizioni, si ostinava ad impedire che penetrasse per opera di altre Nazioni qualsiasi più elementare principio di vivere civile, tanto da mantenervi sulle sponde del Mediterraneo il commercio degli schiavi. Il contegno del Governo ottomano verso quelle regioni era tale da condurre inevitabilmente alla loro separazione dal resto dell'Impero, e certamente una fatale legge storica avrebbe indotto altri popoli europei ad assumersi quella missione di civiltà, alla quale fosse venuta meno l'Italia di fronte alla quale si stendono a poche ore di navigazione le coste della Tripolitania e della Cirenaica, dove tanti gloriosi ricordi lasciò la civiltà romana, avrebbe commesso il più grave degli errori se avesse rinunciato ad una missione che la sua storia, la sua posizione geografica e le sue condizioni sociali le impongono. La guerra italo-turca, diventata inevitabile scoppiò nel momento in cui era minore la probabilità di pericolose ripercussioni internazionali; essa è stata da noi fino ad ora condotta in modo da allontanarle il più possibile, e proponiamo oggi alla vostra approvazione la sola soluzione atta ad impedire che si presentino in avvenire.

I popoli hanno sovente un intuito meraviglioso di certe verità e di certi grandi interessi generali e nazionali: ne ha dato in questa occasione un esempio luminoso il popolo italiano, che ha chiaramente sentita la necessità di affrontare, senza indugio e senza impazienza, con calma e con perseveranza, tutti i sacrifici necessari per risolvere definitivamente e radicalmente la questione dell'assetto dell'Africa mediterranea, sottoponendo alla piena e completa sovranità dell'Italia la Tripolitania e la Cirenaica.
"Il sentimento popolare si sarebbe ribellato al pensiero di lasciare sotto la dominazione politica della Turchia le terre bagnate col sangue dei nostri eroici soldati. Ma il sentimento popolare era qui in pieno accordo con i più vitali, con i più positivi interessi del paese. Qualsiasi soluzione che non escludesse ogni dominazione politica della Turchia, avrebbe creato uno stato di cose assai pericoloso nei rapporti internazionali, dando origine, tra noi e le Potenze europee, a situazioni giuridiche e diplomatiche incerte; avrebbe tolto all'Italia ogni prestigio di fronte alle popolazioni indigene, avrebbe dato origine a nuovi conflitti con la Turchia, e avrebbe reso quasi impossibile la vera pacificazione, che è indispensabile per condurre quelle regioni al grado di civiltà che costituisce per l'Italia un impegno d'onore.
Questo con il suo fine intuito comprese il popolo italiano, della cui decisa volontà il decreto del 5 novembre 1911 non è stato che la genuina espressione. Gli esempi che una parte della stampa straniera ha citato, per dimostrare che una soluzione meno radicale avrebbe potuto dare buoni risultati, non calzano, perché, o si tratta di paesi, il cui sovrano indigeno risiede nel paese stesso e personalmente interessato al suo benessere ed è assistito dai funzionari della Potenza occupante, o si tratta di condizioni speciali, come quelle di Cipro, o altrimenti si è dovuto riconoscere, come nel caso della Bosnia ed Erzegovina, l'assoluta necessità di cancellare ogni vestigio di dominazione politica della Turchia.
"Nel caso di Cipro, invece, non era da temere che la Turchia volesse e potesse profittare dell'alta sovranità per creare imbarazzi al Governo britannico; infatti la maggioranza della popolazione di Cipro è cristiana e l'occupazione di quell'isola fu consentita dalla Turchia all'Inghilterra come mezzo di facilitarle l'appoggio, anche militare, cui in pari tempo si obbligava, in un momento nel quale grandi erano le simpatie turche per quella Potenza, che aveva salvato l'impero ottomano dalle più gravi conseguenze della guerra perduta con la Russia. Inoltre, assai più facile era regolare e mantenere rapporti continui, delicati e di natura non ben definita ai tempi dell'antico regime ottomano che oggi, e ciò per molte difficoltà d'ordine costituzionale fra le quali soprattutto grave la questione dell'invio di deputati al Parlamento di Costantinopoli. Ciò è tanto vero che, appena proclamata la costituzione in Turchia, l'Austria- Ungheria dovette necessariamente proclamare alla sua volta l'annessione della Bosnia ed Erzegovina, sebbene l'alta sovranità del Sultano presentasse minori pericoli in quelle province, dove solo un terzo della popolazione è mussulmana, mentre in Libia dove lo è quasi per intero.
Da ciò la necessità nell'interesse dell'Italia, dell'Europa intera e della Turchia stessa, del decreto che sottoponiamo oggi alla vostra approvazione e che costituisce il solo modo di eliminare ogni causa di futuri conflitti tra l'Italia e la Turchia..
Il decreto che vi presentiamo per la sua conversione in legge riserva ad una legge speciale il determinare le norme definitive per l'amministrazione della Tripolitania e della Cirenaica. Dal modo col quale sarà organizzata l'amministrazione di quelle regioni dipenderà in gran parte il loro avvenire; è quindi necessario un complesso di studi diligenti affinché l'opera nostra non sia inferiore alla gravità dell'argomento e alle gloriose tradizioni italiche.

"Al rispetto più rigoroso della religione mussulmana, dei diritti o dei legittimi interessi delle popolazioni indigene, dovrà corrispondere l'ordinamento di un'imparziale giustizia, l'impianto di servizi civili adatti alle condizioni naturali e sociali, lo studio dei grandi problemi economici, dalla risoluzione dei quali dipenderà ad un tempo la prosperità di quelle ragioni e il benessere e il buon nome d'Italia. Onorevoli deputati, il compito che l'Italia si è assunto è dei più grandi e dei più gravi che un popolo si assume. Il popolo italiano con il suo calmo, fermo e patriottico contegno ha dimostrato di averlo compreso. A questo contegno, comune a tutte le classi sociali, corrispose l'eroica condotta del nostro esercito e della nostra armata, veri e schietti rappresentanti dell'anima nazionale. Noi abbiamo ora la certezza che il fine che si propose l'Italia sarà raggiunto; ma perché esso rappresenti una grande opera di civiltà occorre che l'azione del grande legislatore e del Governo non sia menomata da una dominazione politica straniera, è necessario quindi che la sovranità d'Italia sulla Libia sia piena ed intera".

Nel pomeriggio del 24, l'on. GIOLITTI comunicò di aver partecipato al comando generale delle truppe in Tripolitania e a tutti i comandi dell'esercito e dell'armata il saluto del Parlamento votato nella seduta del giorno precedente, e lesse la risposta del generale CANEVA che fu accolta con fragorosi applausi; quindi l'on. FERDINANDO MARTINI lesse la relazione della Commissione, in cui fra l'altro si affermava:

"II decreto del 5 novembre sussegue all'impresa e ne afferma gli effetti; lo conforta la ragione politica consapevole delle difficoltà e dei pericoli di un duplice dominio, lo conforta il sentimento spesso più d'ogni ragione guida fedele dei popoli. Là dove fu data al vento la nostra bandiera, dove cadde reciso il fiore della balda gioventù nostra, sulla terra che vide le epiche audacie della nostra marina, dove, tra il ridestarsi di sopite energie, noi ritroviamo noi stessi, non può sussistere dominazione che la nostra non sia.
E già la Libia fu nostra, la fatica dello zappatore restituisce alle carezze del sole le vestigia della civiltà latina e l'opera magnifica degli avi lontani; la fa nostra oggi la prodezza dell'esercito; sarà più tranquillamente nostra domani, quando, come avvenne in minori colonie italiane, gl'indigeni tolti alle sobillazioni bugiarde, sicuri nelle inviolate credenze, tra la feconda luce dell'incivilimento che tutto disnebbia, fruiranno di non mai godute né sperate prosperità".

Fra i deputati che parlarono intorno alla relazione fu l'on. ENRICO FERRI, che, tra l'altro, disse:
"Osservatore dei fatti sociali, non posso dimenticare la legge storica per cui una nazione, ottenuto il culmine della pienezza della sua vita, passa inevitabilmente per la fase della espansione coloniale. E questo non poteva non essere il destino d'Italia! L'Italia aveva delle speciali ragioni per la sua speciale fortuna sul mare Mediterraneo ove ogni terra palpita ancora della sovranità romana. Gli Italiani che vivono all'Estero -e che finora erano troppo poco considerati e male trattati- risentiranno ora il prestigio della madre patria che rifulge superbamente luminoso. Le speciali condizioni delle classi lavoratrici meridionali, il cui sviluppo è un problema decisivo della nostra vita economica nazionale, imponevano questa necessità. L'unità morale del paese che ha oggi riaffermata innanzi al mondo civile, che finalmente ha mostrato di accorgersene, non cancellerà le ragioni profonde dei partiti politici che sono basati esclusivamente sulla organizzazione di grandi interessi collettivi materiali e morali".

L'on. GIOLITTI, che prese per ultimo la parola, dichiarò di essere "entrato nel concetto della necessità dell'impresa non per forza d'entusiasmo, ma con freddo ragionamento", e, a proposito del decreto, affermò che era stato fatto "per togliere qualunque illusione, per determinare qual'è la meta cui il paese a qualunque costo vuol giungere, in modo che amici alleati, avversari sappiano quale è il punto oltre il quale l'Italia non potrà andare nelle sue concessioni"

Applausi coronarono le parole del presidente del Consiglio. Posta in votazione la legge sulla sovranità italiana in Libia, fu approvata con 431 voti contro 38 ed 1 astenuto. Con un TURATI molto critico sull'impresa libica e con tutto il gruppo socialista che aveva dichiarato che avrebbe votato contro; però 13 deputati socialisti voteranno a favore ma rimarranno nell'anonimato.
La poca fiducia che già avevano fra di loro, fu così avvelenata dai sospetti, e TURATI inizierà a sostenere che "ormai è inevitabile una scissione"; ma la soluzione a questi contrasti con una mozione a maggioranza fu rimandata al successivo congresso del PSI.

Roma quel giorno pareva in festa; i negozi, durante la seduta alla Camera erano chiusi per festa nazionale; un'enorme folla si stipava in Piazza Montecitorio, sventolando bandiere e cantando inni. Alla fine della seduta, quando i ministri e i sottosegretari si affacciarono al balcone, la folla fece loro una dimostrazione delirante, poi, in corteo, si recò in piazza del Quirinale ad acclamare i sovrani.
Al Senato, il giorno dopo, il disegno di legge fu approvato con 202 voti favorevoli su 202 votanti. Erano presenti alla seduta il duca di Genova e il duca d'Aosta, ai quali l'assemblea e il pubblico che gremiva le tribune fecero un'entusiastica dimostrazione.

 

AZIONE NAVALE DI BEIRUT
GLI SFORZI DELLE POTENZE PER LA PACE
BATTAGLIA DEL MERGHEB - COMBATTIMENTO DI DERNA RICOGNIZIONE DI BIR EL-TURK - LA BATTAGLIA DELLE DUE PALME
ATTENTATO AL RE D'ITALIA
LO SBARCO A MACABEZ

Il giorno stesso che la Camera approvava la conversione in legge del Decreto sulla sovranità italiana in Libia, la Garibaldi e la Ferruccio, che facevano parte della 2a divisione della 25 squadra sotto gli ordini del contrammiraglio THAON DE REVEL, affondavano nel porto di Beirut due navi turche. Lo stesso contrammiraglio ne dava comunicazione all'ammiraglio Faravelli, comandante della 2a squadra con questo telegramma:
"Ho sorpreso all'alba nel porto di Beirut la cannoniera turca Ave-Illak ed una torpediniera tipo Autaldia. Fu intimata la resa concedendo tempo fino alle nove, comunicando questa decisione al governatore ed alle autorità consolari per mezzo di un ufficiale turco venuto a bordo. Alle ore 9 fu ancora alzato il segno di "arrendetevi !" Non essendo stata ricevuta alcuna risposta fu aperto il fuoco d'artiglieria contro la cannoniera che rispose con vivacità. Alle 9.20 la cannoniera fu ridotta al silenzio con un incendio a bordo. Sospeso il fuoco, mi recai con la sola "Garibaldi all'entrata del porto dove fu iniziata l'azione contro la torpediniera danneggiandola seriamente e completandone poi la distruzione con un siluro. È da escludersi in modo assoluto che sia stato effettuato il bombardamento della città di Beirut. La squadra è subito ripartita".

L'azione navale di Beirut suscitò vivo clamore in Europa. L'Inghilterra, temendo che l'estendersi delle operazioni di guerra italo-turche suscitassero in Asia un incendio religioso pericoloso ai suoi domini indiani, verso la fine di febbraio propose alle Potenze di fare un passo collettivo a Roma per impedire che la guerra si allargasse nel Mediterraneo e specialmente nei Dardanelli, ma la Russia si oppose. Dal canto suo l'Italia con una nota alle Potenze in data del 7 marzo dichiarò che avrebbe risparmiato solamente le coste turche dell'Adriatico e dell'Jonio, secondo i patti fatti (voluti dagli austriaci) con l'Austria.

Sorte migliore della proposta inglese non ebbe quella russa, cioè quella di fare un passo collettivo a Costantinopoli, che fallì per l'opposizione del ministro britannico degli Esteri sir EDWARD GREY, il quale propose che si facesse un passo contemporaneo a Costantinopoli e a Roma. Poiché il 4 marzo il Governo ottomano deliberò di non rinunziare alla sovranità turca sulla Tripolitania e sulla Cirenaica, le Potenze stabilirono d'interrogare soltanto l'Italia, il che fu fatto il 10 marzo.
Rispose cinque giorni dopo Di SAN GIULIANO con un memoriale in cui erano esposte le condizioni che per parte dell'Italia potevano condurre ad un accordo. Esse erano le seguenti:

* Riconoscimento da parte delle Potenze della sovranità italiana in Libia e ritiro delle truppe turche dalla Tripolitania e dalla Cirenaica.
* L'Italia si sarebbe impegnata a riconoscere l'autorità religiosa del califfo in Libia, a rispettare la religione, gli usi e i costumi delle popolazioni musulmane, a non punire coloro che avevano continuato nell'ostilità dopo il decreto d'annessione,
* A garantire ai creditori del Debito Pubblico ottomano la quota rispondente al prodotto che davano le dogane libiche;
* a riscattare i beni posseduti dallo stato ottomano nei due vilayets;
* a togliere l'aumento dei dazi sui prodotti turchi importati in Italia e ad
accordarsi con le grandi potenze per garantire efficacemente l'integrità della Turchia europea.

Pochissimo tempo dopo che Di San Giuliano aveva consegnato il memoriale agli ambasciatori, la Sublime Porta fece sapere ai suoi ministri presso le Potenze europee che "le condizioni di pace formulate dall'Italia erano assolutamente inaccettabili". Cadeva quindi ogni speranza di indurre la Turchia a rinunciare alla Libia e di far cessare una guerra che poteva provocare un conflitto generale.
Nonostante il malumore europeo suscitato dall'affondamento delle due navi turche nel porto di Beirut, l'Italia non sospese le sue operazioni navali né limitò il raggio della sua azione. Neppure la morte del viceammiraglio AUBRY, comandante in capo della flotta italiana (gli successe prima il viceammiraglio FARAVELLI, poi il viceammiraglio LEONE VIALE) avvenuta il 4 marzo del 1912 a Taranto, interruppe o rallentò l'azione italiana sul mare.

Quel giorno stesso un incrociatore italiano bombardò Dubab, sullo stretto di Bab el Maudeb, e una torpediniera i forti di Sceik-Said. Il 10 marzo una nave da guerra con le insegne tricolori, fermò il piroscafo inglese Neghileh e ottenne la consegna di due ufficiali ottomani che erano a bordo; il 29 fu catturata presso Loheia una nave carica di viveri destinati al presidio turco di Hodeida; il 3 aprile fu catturato il piroscafo greco Helpis che portava per conto della Turchia materiale da guerra; il 4 un altro piroscafo greco, il Georges, fu catturato nelle acque di Brindisi.

Mentre le navi italiane facevano buona guardia nel Mediterraneo e nel Mar Rosso, combattimenti di varia importanza avvenivano in Tripolitania e in Cirenaica. Da Homs, il 26 febbraio, il generale REISOLI riusciva a distrarre molte forze nemiche verso Sliten con la minaccia di uno sbarco in questa località, e il 27 lanciava all'assalto delle posizioni del Mergheb tre colonne di 2000 uomini ciascuna, formate dall'89° fanteria, dal battaglione Alpini Mondovì, dal 2° battaglione del 6° Fanteria e dal 1° del 37°, dall'8° reggimento bersaglieri, da mezza compagnia del genio, da parecchie sezioni mitragliatrici e da sei batterie, le quali dopo otto ore di sanguinoso combattimento, contro un nemico che si batté disperatamente e perse più di 1400 uomini, s'impadronivano di tutte le posizioni avversarie.

Il 3 marzo, a Derna, due battaglioni del 35° fanteria e la batteria D'Angelo, che proteggevano i lavori presso la ridotta Lombardia, furono assaliti da forze di molto superiori, ma resistettero benissimo e alla fine, soccorsi dal resto del 35°, da un battaglione del 28°, dal battaglione Alpini Edolo, rinforzato con elementi dei battaglioni Ivrea e Verona, e da una batteria da montagna e sostenuti dalle artiglierie della ridotta, che fecero tacere i pezzi turchi, dopo alcune ore di duro combattimento, riuscirono a respingere, ma non a disperdere il nemico.
Sul tardo pomeriggio il generale CAPELLO con il 22° fanteria, un battaglione del 40° e il battaglione alpini Saluzzo iniziò un'azione offensiva aggirante sulla destra degli Arabo-turchi determinandone la ritirata. In quella furiosa battaglia, alla quale presero parte 11 battaglioni, gli italiani subirono 8 ufficiali e 52 soldati morti, e 13 ufficiali e 164 soldati feriti; il nemico circa 800 uomini, fuori combattimento.

Il 4 marzo 1912, presso Tripoli, il battaglione italo-eritreo, forte di 600 fucili e sostenuto da un plotone di cavalleria e da un gruppo di cammellieri corridori, in ricognizione verso Bir el-Turk, fu assalito e minacciato di avvolgimento da numerose forze nemiche. Dopo cinque ore di accanito combattimento, costrinse gli assalitori a ripiegare e riuscì a fare ritorno a Tripoli.
Il 5, presso Homs, 5000 Arabo-turchi tentarono di riconquistare le colline del Mergheb, ma i loro assalti s'infransero davanti la strenua difesa del 1° battaglione dell'89° fanteria, del battaglione alpini Mondovì, di due battaglioni dell'8° bersaglieri, di due batterie da campagna e di una da montagna. Poche le perdite italiane; quelle del nemico furono di 400 morti e 1000 feriti.

Il 10 marzo, 1500 Arabo-turchi attaccarono le trincee di Ain-Zara, ma furono prontamente respinti. L'11, a Tobruk, due battaglioni del 34° fanteria e una batteria da montagna, usciti a protezione di una compagnia minatori, impegnarono con il nemico un serio combattimento, al quale parteciparono anche due battaglioni e mezzo del 20° fanteria e che finì con la fuga degli Arabo-turchi, le cui perdite furono di 360 morti e 600 feriti.
Una grossa battaglia fu quella combattuta, presso Bengasi il 12 marzo e che fu detta delle "Due Palme" dal nome dell'oasi in cui avvenne. Il nemico che vi si annidava e molestava continuamente le difese italiane avanzate, era forte di parecchie migliaia di uomini; quelle italiane, che, sotto la personale direzione del generale Ameglio, presero parte all'azione formavano due reggimenti misti costituiti da due battaglioni del 57° fanteria, due del 79°, uno del 4° e uno del 63°; inoltre vi erano due batterie da campagna e tre da montagna e, in riserva, il terzo battaglione del 57°, due squadroni dei cavalleggeri Piacenza e due dei cavalleggeri Lucca.
Dopo un'intensa preparazione di artiglieria, verso le 11, le truppe italiane iniziarono l'avanzata verso l'oasi. L'accanita resistenza di un forte nucleo nemico nascosto in una vastissimo fossato arrestò il centro dello schieramento offensivo italiano, ma ben presto fu superata alla baionetta dai fanti che piombati dentro il fossato fecero strage degli Arabi non lasciandone neppure uno vivo.

Contemporaneamente il generale AMEGLIO spiegò le ali, portò in prima fila le batterie leggere e chiuse il nemico in un inesorabile cerchio di ferro e di fuoco. L'impeto degli assalitori fu pari al disperato valore degli Arabo-turchi. Di questi, dopo una mischia furibonda alla quale assistette dalle alture la popolazione, fu fatta un'orrenda strage.
Alle 13.30 dell'12 marzo, la battaglia era finita e i pochi beduini scampati all'eccidio furono abbattuti a fucilate mentre fuggivano. Le perdite italiane furono di 3 ufficiali e ventisei uomini di truppa morti, di 7 ufficiali e 55 soldati feriti; quelle del nemico furono valutate a un migliaio di morti e circa il doppio di feriti.
Il giorno dopo, alla Camera, il ministro della Guerra SPINGARDI comunicò la notizia della brillante vittoria delle Due Palme, "dovuta ad abile preparazione e condotta di capi, all'efficace cooperazione delle varie armi, alla salda disciplina, al valore di tutti", suscitando un indescrivibile entusiasmo; un'entusiastica dimostrazione ebbe luogo al Senato all'annunzio del successo e a Bengasi quel giorno stesso fu inviato per telegrafo il compiacimento del Sovrano, del Governo, e del capo di Stato Maggiore. Qualche giorno dopo GIOVANNI AMEGLIO era promosso per merito di guerra tenente generale e il colonnello MOCCAGATTA maggior generale.

L'ATTENTATO A VITTORIO EMANUELE III

Il 14 marzo 1912, due giorni dopo la battaglia delle Due Palme, Roma fu commossa dalla notizia di un attentato commesso contro VITTORIO EMANUELE III dal muratore anarchico ANTONIO D'ALBA, che sparò tre colpi di rivoltella, fortunatamente andati a vuoto, contro la carrozza del Re, mentre questi si recava al Panteon. L'attentato, ch'era opera di un pazzo, si disse essere stato preparato dai Giovani Turchi; e a Tripoli, in segno di gioia per lo scampato pericolo e di riprovazione del turpe atto, arabi ed ebrei nelle moschee e nelle sinagoghe fecero solenni cerimonie di ringraziamento che assunsero l'aspetto di manifestazione politica.

Nel successivo aprile le operazioni di guerra furono condotte con più energia ed ebbero un maggiore sviluppo. A Suani Osman presso Bengasi, il 3 aprile un violento attacco nemico fu stroncato dal fuoco micidiale delle batterie italiane, il 6, 7 e 8 altri attacchi furono respinti a Tobruck; lo stesso avvenne il 9 a Derna. Fin dagli ultimi di marzo si preparava un'azione importante, che fu portata poi a termine il 10 e l'11 aprile. Il giorno 9, dopo un lungo bombardamento, fu simulato uno sbarco a Zaira; la mattina del 10 gli incrociatori Marco Polo e Carlo Alberto, gl'incrociatori ausiliari Città di Catania e Città di Siracusa, la torpediniera d'altomare Alcione e il cacciatorpediniere Fulmine bombardarono furiosamente Zuara, a scopo dimostrativo, e dalle navi da trasporto Sannio, Toscana ed Hercules fu simulato uno sbarco; l'11 mattina, continuando il bombardamento di Zuara, una divisione di fanteria, comandata dal generale GARIONI, sbarcò nella penisoletta di Macabez ed occupò il territorio presso Sidi-Said, vicino il confine tunisino. Il giorno seguente fu occupato il forte di Forwa; su questo gli Arabo-turchi lanciarono due assalti successivi che gli ascari eritrei e nuclei di marinai, di finanzieri e del genio respinsero.

IL PASSO DELLE POTENZE A COSTANTINOPOLI
IL BOMBARDAMENTO DEI DARDANELLI
L'OCCUPAZIONE DI RODI - LA BATTAGLIA DI PSITHOS - OCCUPAZIONE ITALIANA DI ALCUNE ISOLE DELL'EGEO
ESPULSIONE DEGLI ITALIANI DALL'IMPERO OTTOMANO

Il 16 aprile del 1912, sperando di porre termine alla guerra italo-turca, le grandi potenze europee fecero un passo a Costantinopoli presso il ministro degli Esteri ottomano ASSIM bey, al quale gli ambasciatori dichiararono che, avendo già chiesto all'Italia le condizioni di un loro amichevole intervento per la cessazione delle ostilità, rivolgevano questa stessa richiesta alla Sublime Porta.
Il ministro turco promise di comunicare il passo delle Potenze al Capo del suo Governo. Due giorni dopo si apriva la camera ottomana con il sultano SAID Pascià, presente, che leggeva il discorso del Trono, in cui fra le altre cose, era detto:
"La guerra, iniziata ingiustamente e contrariamente ai trattati dall'Italia, continua, nonostante il desiderio di pace manifestato da ogni parte. Anche noi desideriamo la pace, ma la pace non potrebbe porre fine alla guerra che a condizione del mantenimento effettivo ed integrale dei nostri diritti sovrani".

Nel discorso del Trono c'era già la risposta al passo delle Potenze; tuttavia il 23 aprile ASSIM bey consegnava a ciascun ambasciatore un memoriale in cui il Governo turco si diceva pronto ad entrare in trattative per la pace, ma poneva come condizione sine qua non la sovranità ottomana sulla Tripolitania e sulla Cirenaica.
La risposta turca decise il Governo italiano a intensificare la guerra e ad estenderla nell'Egeo con l'occupazione di alcune isole appartenenti alla Turchia. Le potenze europee, interpellate di buona o di mala voglia acconsentirono, ultima l'Austria, la quale volle che verbalmente l'Italia promettesse di riconsegnare, a guerra finita, le isole occupate ai Turchi.
In verità le operazioni, affidate a THAON DI REVEL, cominciarono prima che la risposta turca alle Potenze fosse data; ma si conosceva già che essa sarebbe stata negativa, date le troppe dichiarazioni ufficiose fatte sull'argomento.

La notte dal 17 al 18 aprile alcune navi italiane tagliarono i cavi sottomarini che univano le isole del basso Egeo con l'Asia Minore. Il 18 la divisione navale di Revel sfilò davanti l'imboccatura dei Dardanelli. Cannoneggiate dalle batterie dei forti di gum-galesch e di Sed-dul-Bahr, le regie navi Varese, Ferruccio e Garibaldi risposero al fuoco smantellando le fortezze.
Lo stesso giorno 18 la corazzata Emanuele Filiberto e la torpediniera Ostro presentatasi nelle acque di Wathy (sola di Samo), in cui la Porta teneva illegittimamente una guarnigione, essendo quell'isola un principato autonomo e neutrale, colarono a picco lo stazionario turco Ixaniè, distrussero una caserma ottomana, smontarono alcuni pezzi d'artiglieria e costrinsero i turchi ad ammainare la bandiera.
Il 19 aprile la Sublime Porta notificò alle ambasciate la chiusura assoluta dei Dardanelli. Intanto navi italiane abbattevano le stazioni radiotelegrafiche di Cesme, Aladiez, Kelemmisch e Cividera. Il 28, la divisione navale dell'ammiraglio PRESBITERO occupò l'isoletta di Stampalia, che doveva costituire la base di future operazioni navali nell'Egeo, fece occupare da due compagnie da sbarco le colline dominanti la città di Livadhia e ottenere la resa del presidio turco.

L'occupazione di Stampalia non era che l'inizio di altre occupazioni, per effettuare le quali si era costituito, sotto gli ordini del generale AMEGLIO, un corpo di spedizione di cui facevano parte il 34° fanteria (col. FERRUCCIO TROMBI), il 43° fanteria (col. RIBOTTI), il 57° fanteria (col. VANZO), il 58° fanteria (col. FABBRI), il 4° bersaglieri (col. MALTINI), il battaglione alpini Fenestrelle, due batterie da campo, due da montagna, un plotone di cavalleggeri Piacenza, una compagnia di zappatori, guardie di Finanza, minatori, telegrafisti, sanità, sussistenza.
Queste truppe, concentrate a Tobruck, presero posto sulle navi trasporti militari Sannio, Yalparaiso, Verona, Re Umberto, Bulgaria, Cavour e Lazio, che furono scortate dalla Saint-Bon, dagli incrociatori ausiliari Duca di Genova e Città di Siracusa e dalla squadriglia delle siluranti comandata dal DUCA degli ABRUZZI, imbarcato sulla Vettor Pisani. Al largo incrociavano le squadre del viceammiraglio VIALE, e del viceammiraglio AMERO D'ASTE che insieme con quella del contrammiraglio PREBISTERO dovevano partecipare alla prima importante azione nell'Egeo, consistente nell'occupazione di Rodi.

Partito da Tobruck il 2 maggio, il convoglio, su due linee, precedute, fiancheggiate e seguite da navi da guerra, giunse il giorno 4 maggio alle ore 2 dinanzi alla baia di Kalithea, a 12 chilometri della città di Rodi. Alle 4 si iniziavano, sotto la protezione della Marina, le operazioni di sbarco e in meno di tre ore 8000 uomini prendevano terra e subito dopo venivano sbarcati i servizi logistici, artiglieria, quadrupedi, viveri, ospedali da campo, ecc.; mentre la divisione Presbitero andava ad incrociare nella baia di Trianda e la divisione Viale davanti a Rodi, rimanendo a proteggere il convoglio dell'Amero d'Aste.

Da Rodi il presidio turco si era ritirato nell'interno, verso l'altipiano di Smith. Il generale AMEGLIO, appena sbarcato, avvertì l'ammiraglio Viale che avrebbe mosso sollecitamente contro il nemico avanzando poi verso la capitale. Dal canto suo l'ammiraglio mandò un ufficiale ad intimare la resa al "valì, il quale dichiarò di non aver modo di opporsi e di abbandonare perciò la direzione degli affari. L'ammiraglio Viale, richiesto di risparmiare la città, promise di non bombardarla, ma fece iniziare subito il fuoco delle navi dalla parte di Kalithea e di Trianda sul campo ottomano di Smith.

Mentre a Khalithea venivano sbarcati i servizi logistici, il generale Ameglio faceva avanzare verso il colle di Koskino l'avanguardia del suo corpo, composta di un battaglione alpini, due battaglioni bersaglieri, un plotone di finanzieri, mezza compagnia di minatori, due batterie da montagna, la sezione telefonisti e il plotone di cavalleria. Verso le 12.30 il 57° fanteria e il 1° battaglione del 34° raggiungevano rispettivamente la sinistra e la destra dell'avanguardia.
Poco dopo le 13, le truppe italiane presero contatto col nemico, che, bersagliato dal nitrito fuoco della fucileria e caricato di fianco alla baionetta, si disperse per la campagna, lasciando una cinquantina di prigionieri. Il generale Ameglio li insegui fino alla pianura di Sandrulli, a tre chilometri da Rodi, quindi ordinò alle colonne di fermarsi.

Durante la notte le navi che sostavano nelle acque di Kalithea, di Trianda e Rodi tennero accesi i riflettori. All'alba ricominciò l'inseguimento del nemico, che, demoralizzato, in parte si arrendeva, in parte si nascondeva nelle case di campagna o della città o nei forti, che subito venivano assediati.
Il giorno 5 mattina il generale AMEGLIO, con le sue truppe e i prigionieri, fece l'ingresso a Rodi mentre dalle navi scendevano alcune compagnie. Il valì era fuggito (fu fatto prigioniero due giorni dopo dall'Ostro nella rada di Lindos), ma il reggente interinale fece atto di sottomissione. Nel pomeriggio sul torrione che guarda il golfo fu innalzata la bandiera italiana, accanto alla quale fu fatto sventolare un gonfalone, rosso con un leone alato d'oro, insegna di S. Marco, che alcuni ufficiali del 57° avevano portato seco, poi fu pubblicato un proclama alle popolazioni.
Siccome la notte precedente i turchi avevano aperto le porte delle prigioni liberando circa 300 reclusi, il generale Ameglio dispose affinché questi malfattori fossero catturati e chiusi ancora nelle carceri. Durante le ricerche, che furono fruttuose, furono arrestati numerosi soldati turchi che si tenevano nascosti in abiti borghesi in case ospitali.
Ma il grosso del presidio, ancora in armi, si era ritirato a Psithos, nel centro dell'isola, con il proposito di resistere ed occorreva snidarli da quelle montagne prima che potessero organizzare bande armate con le quali avrebbero dato filo da torcere al corpo di occupazione.
Il generale Ameglio non era uomo da indugiare: il giorno 14 la sistemazione della base era ultimata e i preparativi per l'avanzata verso l'interno erano terminati; poteva quindi attuare il suo piano che era quello di lasciare a Rodi le forze strettamente necessarie per mantenere l'ordine e per presidiare le opere costruite contro eventuali ritorni offensivi del nemico, muovere verso Psithos, accerchiare i Turchi e costringerli ad un combattimento decisivo o alla resa.

Riportiamo fedelmente il rapporto dello stesso generale Ameglio sulle operazioni per il combattimento di Psithos:

"Le truppe vennero ripartite in tre colonne con i seguenti obiettivi:
Colonna A principale, agli ordini diretti del generale AMEGLIO, composta di quasi tutta la fanteria, di tre batterie da montagna, muovendo da Rodi per la via ordinaria e seguendo l'itinerario Asgura, Koscinò, Afando, Stuvurudiù, doveva attaccare decisamente Psithos da sud-est.
Colonna B, al comando del colonnello MALTINI, composta dei bersaglieri, s'imbarcò a Rodi sul piroscafo noleggiato "Sannio, e sbarcando sulla spiaggia di Kalavarda, doveva portarsi presso a Themilvak e di là, tenendosi sempre pronta a sostenere, in condizioni favorevoli di terreno, un eventuale attacco del grosso del nemico, doveva avanzare fino alla forte posizione di Kalopetra, per sbarrare la via di ritirata da Psithos per il versante di Kalemona verso il monte Sant' Elia, e concorrere, appena, le fosse possibile, all'accerchiamento di Psithos da nord ovest e da nord.
Colonna C al comando del maggiore Rho, composta dagli alpini con mitragliatrici, imbarcando a Rodi sul piroscafo noleggiato Bulgaria e sbarcando sulla spiaggia di Malona, doveva portarsi subito a Platania per sbarrare al nemico la via di ritirata da Psithos per Archipoli, verso monte S. Elia, e poi, tenendosi sempre pronta a sostenere in favorevoli condizioni di terreno un eventuale attacco del grosso delle forze nemiche e cercando il collegamento con la nostra colonna principale proveniente da Stusvurudù, doveva avanzare per Archipoli verso Psithos per concorrere all'accerchiamento del nemico da sud ...."
"Nel pomeriggio del 15 si imbarcarono nel porto di Rodi le truppe della colonna B sul "Sannio e quelle della colonna C sul "Bulgaria. Per mantenere il segreto si fece spargere in città la voce che le truppe che stavano imbarcando erano destinate ad occupare un'altra isola dell'Egeo. Per di più, fino dal mattino, fu preclusa la via agli avamposti a chiunque da Rodi volesse recarsi nell'interno dell'isola. Alle ore 19 del detto giorno con un mare eccezionalmente calmo salparono i due piroscafi: il "Sannio con i bersaglieri per Kalavarda ed il "Bulgaria con gli alpini per Malona. Nella stessa ora dai rispettivi campi partivano le truppe della colonna A principale e s'incolonnavano sulle strade di Keschinè e Asgurù.
Alle ore 23 la colonna principale si riunì al sud del colle di Koschinò e qui rimase, all'addiaccio fino alle ore 2 del giorno 16. Già fino dalle ore 24.30, per mezzo della radiotelegrafia delle navi e della linea telefonica che aveva seguito la colonna mantenendosi collegata con Rodi, il comando delle truppe aveva ricevuto avviso che le colonne B e C avevano ultimato lo sbarco senza inconvenienti a Kalavarda e Malori - rispettivamente alle ore 23.30 e 22.30 e che si erano messe subito in marcia fornite muletti requisiti sui luoghi per il trasporto delle mitragliatrici e dei mezzi militari.

"Alle ore 2 del giorno 16 maggio, la colonna principale ripigliò quindi la marcia verso Kalithea e Psithos ed alle ore 5 giungeva ad Afando. Proseguì quindi per altri tre chilometri circa lungo la mulattiera di Archipoli fino a raggiungere il punto in cui da questo si distacca quella che conduce direttamente a Psithos. Si formarono allora due colonne: una proseguì verso Archipoli fino a Stusvurudiù e poi puntò su Psithos per la mulattiera Archipoli-Psithos; l'altra colonna doveva puntare direttamente su Psithos lungo la mulattiera Afando-Psithos. Assunto tale schieramento, le truppe erano in grado di poter prendere al più presto il collegamento con gli alpini provenienti da Archipoli, e alla ricerca di questi furono subito inviati i cavalleggeri. Ma per il terreno difficile e faticoso, l'avanzare non poteva effettuarsi che in modo lento. Alle ore 9 il collegamento tattico fra le tre colonne operanti era perfettamente raggiunto. Gli alpini comparivano sul contrafforti che separa la conca di Psithos da quella di Archipoli, giusto nel momento in cui i bersaglieri spuntavano sulla cresta della dorsale ad ovest di Psithos .... Verso le ore 9 l'accerchiamento della conca di Psithos era perfettamente delineato e, cosa importante, riusciva per il nemico una sorpresa. Lo dichiarò il giorno dopo lo stesso "bimbasci" e lo dimostrò la difesa slegata, quasi disperata, che egli esplicò invano per molte ore senza mai poter sfuggire alla stretta delle truppe italiane.
Alle 9.30 i pezzi turchi, appostati in un avvallamento a nord di Psithos aprivano il fuoco contro i bersaglieri e, poco dopo contro questi che si erano già trincerati sulla forte posizione di Kalopetra, urtava invano una forte colonna di regolari turchi che cercava scampo da quella parte in direzione di Kalemma. Né fu possibile a questa colonna di gettarsi sul versante occidentale verso Maritza, perché tutta quella zona, come da accordi presi con il comando della seconda squadra era dal mare efficacemente battuta dalle artiglierie delle navi.

"Fallito questo tentativo, alcuni reparti di regolari turchi rimasero di fronte ai bersaglieri per contrastare, da buone posizioni l'avanzata verso M. Leucopoda; gli altri discesero a Psithos con l'evidente scopo di assicurare l'immediata difesa dell'abitato e di rinforzare gli altri reparti che si erano trincerati sulle alture ad est del paese, mentre i pezzi turchi dirigevano il loro tiro, mal regolato e senza effetti, contro la fanteria. Tutti questi sforzi dovevano però riuscire vani. Fino dalle ore 9.30 una delle batteria da montagna italiane aveva aperto il fuoco contro - non riuscendo bene ad individuare l'appostamento- la probabile posizione dell'artiglieria nemica.

"Un'altra batteria bombardava nel contempo Psithos, demolendo in pochi minuti la caserma; infine una terza batteria batteva efficacemente con tiri a zone tutto il terreno attorno al villaggio ed i trinceramenti nemici sulle alture ad est del villaggio medesimo. Frattanto l'avanzata della fanteria proseguiva ininterrotta e l'accerchiamento delle truppe si andava man mano restringendo sull'avversario. Alle ore 10.45, poiché gli alpini per le difficoltà del terreno erano rimasti un poco indietro e ne risultava una lacuna troppo forte tra i bersaglieri che procedevano in cresta verso M. Leucopada e le truppe della colonna principale che puntavano da sud-est verso Psithos, il comandante del 57° fanteria ricevette l'ordine di attraversare con due battaglioni ed una batteria da montagna il vallone di Psithos per portarsi sul contrafforte di destra del detto vallone e puntare là, cioè da sud-ovest, su Psithos, collegandosi a sinistra con i bersaglieri.
Era questo uno sforzo grave il quale richiedeva alle truppe del 57° ed alla batteria, ormai stanche, ancora una prova. Ma la situazione lo esigeva, d'altra parte, conoscendo il valore delle truppe e quello del loro comandante, colonnello VANZO, si poteva essere sicuri che avrebbero fatto anche questo sforzo con slancio e sicurezza. Infatti, in poco più di un'ora, la colonna giunse sulla cresta del contrafforte e di là poté aprire un efficace fuoco di artiglieria contro i reparti nemici che ripiegavano da Psithos verso Maritza, lungo valloni invisibili da qualunque altra direzione. La sorpresa e l'effetto di questi tiri fu grande per il nemico il quale non poté più arrestarsi in forze, come era sua intenzione, sui contrafforti ad est di M. Leucopoda, e dovette ripiegare in gran fretta verso Maritza, come dichiarò il comandante turco, il quale nella precipitazione del momento abbandonò perfino il suo Corano, rinvenuto poi il mattino dopo, quando si presentò agli italiani per arrendersi.

"Tuttavia l'avversario riuscì ancora a collocare una sezione d'artiglieria in una posizione coperta dietro un piccolo contrafforte a sud-est di M. Leucopoda, donde sparò una ventina di colpi contro le truppe italiane, però senza effetto. Verso le ore 15 un vero cerchio di ferro e fuoco chiudeva da vicino il villaggio di Psithos, dove i reparti di retroguardia turchi e dove le munizioni, le buffetterie, il bagaglio e le vettovaglie rinvenute ed il loro stato di abbandono chiaramente indicavano che la sorpresa aveva avuto pieno effetto. I primi prigionieri confermavano che il loro comandante, con il grosso e due cannoni da montagna, si erano ritirati verso Maritza; e poiché premeva di non dar loro tregua si ordinò l'inseguimento per le ali, da effettuarsi con un reggimento di fanteria lungo le alture a nord-est di Psithos e con i bersaglieri lungo la cresta di Leucopoda fino a raggiungere, se possibile, e sbarrare la strada che scende a Maritza. Al calare della notte le truppe dormirono all'addiaccio sulle rispettive posizioni.
Il grosso del nemico era tuttavia riuscito a rifugiarsi nel vallone di Maritza; ma la sua sorte ormai era decisa. Per il mattino dopo era stato stabilito di spingere un reggimento di fanteria ed una batteria dal colle di Psithos verso capo Calamina, e le rimanenti truppe dall'alto per M. Leucopoda su Marita; a quel punto forzatamente, il nemico già esausto e privo di viveri avrebbe dovuto o perire in massa o cedere le armi.
Le sue condizioni erano però così critiche, che decise di arrendersi. La stessa sera alle ore 23 mi si presentò d'ordine del comandante delle truppe turche, quale parlamentare, il maggiore comandante della gendarmeria di Rodi per offrire la resa delle truppe medesime. Questa fu accettata alle seguenti condizioni. Resa completa di tutte le truppe da effettuarsi il mattino dopo a Psithos, alle ore 8; consegna delle armi, delle munizioni e dei materiali da guerra lasciando soltanto la sciabola agli ufficiali come dimostrazione di riguardo per chi aveva combattuto con onore.
Il parlamentare si dichiarò autorizzato ad accettare la resa alle condizioni imposte, e prese impegno che il comandante e le truppe turche si sarebbero presentati il mattino dopo all'ora e con le modalità prescritte. Subito ne furono informati i nostri reparti in avamposti, ma, ad ogni buon fine, tutto fu disposto affinché le truppe si mantenessero pronte ad avanzare secondo quanto predisposto non appena fosse scaduto il termine stabilito per la resa.

Il giorno 17 maggio alle ore 7.30 giunse a Psithos il "bimbasci, comandante delle truppe nemiche accompagnato dal "miralai, capo della gendarmeria dell'Egeo e, poco dopo, giungevano anche le loro truppe.
Il bimbasci e il miralai vennero da me ricevuti in una casa di Psithos e la truppa turca già disarmata, mi rese gli onori nei pressi del villaggio. Con la truppa furono consegnati i fucili, una sezione completa d'artiglieria da montagna con materiale e quadrupedi, molte munizioni per fucileria ed artiglieria. Molti altri fucili e materiali, tra cui un ottimo apparato eliografico di grande portata, abbandonati sui monti e gettati in fondo ai burroni, furono poi ricuperati. I soldati turchi che mancavano all'appello si erano sbandati il giorno prima durante il combattimento, e molti di essi direttamente si costituirono a Rodi. Complessivamente la giornata del 17 maggio fruttò circa 1300 prigionieri, fra cui 38 ufficiali. Alle ore 9.30 lasciai Psithos e, con il mio stato maggiore, il bimbasci e il miralai, giunsi verso le ore 15 a Rodi .... alle ore 19 giungevano tutti i prigionieri turchi .... Durante i combattimenti del giorno 17 le nostre perdite furono: 5 soldati morti, un ufficiale e 28 militari di truppa feriti. Di questi l'ufficiale e due soldati morirono in seguito alle ferite riportate. Non fu possibile precisare le perdite subite dal nemico, ma sembra che esse siano state gravi e non inferiori ad ogni modo ai 200 uomini tra morti e feriti".

L'azione italiana nell'Egeo non si fermò a Rodi. Lo stesso giorno dello sbarco a Kalithea, i cacciatorpediniere Nembo ed Aquilone occuparono l'isola di Lipsos. Dal 4 al 20 maggio, una dopo l'altra, furono occupate le isole di Kalkia, Calimmo, Piscopi Loro, Patmos, Scarpanto, Cago, Nisiro, Simi e Kos. Per rappresaglia all'occupazione di Rodi il giorno 8 maggio il Governo turco decretò l'espulsione degli italiani dalle province dell'Asia Minore eccettuati i preti, le monache, gli operai e le vedove, e per il giorno 20 che gli Italiani fossero espulsi da tutto il territorio dell'impero concedendo loro quindici giorni per regolare i propri affari e dando loro la facoltà di prendere la cittadinanza ottomana. Nessuno, tranne gli israeliti, approfittò di questa concessione e la patria, grata per il contegno di questi suoi figli, promise assistenza e lavoro, e costituendo comitati di soccorso, raccogliendo somme, e apprestando aiuti d'ogni sorta, mostrò quanto fosse grande il suo cuore di madre.
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Ma mentre venivano occupate dalla flotta italiana le isole nell'Egeo, nello stesso mese di maggio non conoscevano soste le altre azioni di guerra in Libia.

E in Africa ritorniamo con il prossimo capitolo...FINO ALLA PACE


... sempre di quest'anno (seconda metà) 1912 > > >

 

Fonti, citazioni, e testi
Prof. PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - (i 5 vol.) Nerbini 1930
ALBERTO CONSIGLIO - V.E. III, il Re silenzioso. (8 puntate su Oggi, 1950)
COMANDINI - L'Italia nei cento anni - Milano
MACK SMITH, Storia del Mondo Moderno - Storia Cambridge X vol.
MONDADORI . Le grandi famiglie d'Europa - I Savoia. 1972
O' CLERY - The making of Italy - Kegan&Trubner, Londra 1892
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (i 33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (i 20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi
STORIA D'ITALIA Cronologica 1815-1990 -De Agostini
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