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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1914 (2)

LA GRANDE GUERRA - ITALIA, IL DILEMMA: "CONTRO CHI?"

L'INIZIO DELLA GRANDE GUERRA - MORTE DI PIO X - ELEZIONE DI BENEDETTO XV - LA TURCHIA CHIUDE I DARDANELLI E PROCLAMA LA GUERRA SANTA - LO SGOMBRO DEL FEZZAN - L'ITALIA DI FRONTE ALLA GUERRA EUROPEA - L'ATTEGGIAMENTO DEI PARTITI POLITICI - ORDINI DEL GIORNO DEI RIFORMISTI, DEI REPUBBLICANI, DEI SINDACALISTI, DEI RADICALI - VOLONTARI ITALIANI IN SERBIA - LA COMPAGNIA MAZZINI - ADESCAMENTI ED OFFERTE DEGLI STATI BELLIGERANTI ALL' ITALIA - I NEUTRALISTI - IL CONVEGNO SOCIALISTA DI BOLOGNA E BENITO MUSSOLINI - FONDAZIONE DEL "POPOLO D' ITALIA" - MORTE DEL MINISTRO DI SAN GIULIANO - LA SITUAZIONE IN ALBANIA - OCCUPAZIONE ITALIANA DI VALONA E DI SASENO - DIMISSIONI DEL MINISTERO - II NUOVO GABINETTO SALANDRA - IL PRINCIPE DI BULOW A ROMA; SUO INCONTRO CON GIOLITTI - LA LETTERA DI GIOLITTI A PEANO - TRATTATIVE TRA L' ITALIA E L'AUSTRIA - DIMISSIONI DEL CONTE BERCHTOLD - IL BARONE BURIAN MINISTRO DEGLI ESTERI
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Capitolo: "La Guerra Europea" dal "Memoriale" di Giovanni Giolitti

L' ITALIA DI FRONTE ALLA GUERRA EUROPEA

L'episodio di Sarajevo rappresentò solo un formale pretesto dell'Austria per scatenare sui Balcani la guerra. Il 29 luglio l'Austria, dopo meno di ventiquattr'ore dalla scadenza dell'ultimatum alla Serbia e dalla proclamazione della mobilitazione generale, un suo contingente dell'esercito regolare in armi aveva già passato il confine e già bombardava Belgrado. Vienna già da tempo aveva predisposto un piano d'invasione in Bosnia e in Serbia; aspettava solo l'ora X del casus belli. E se prestiamo fede a ciò che si è scoperto a distanza di molti anni negli archivi statali austriaci, che sono rimasti immacolati per quasi un secolo, sui rapporti dell'Austria con la Serbia, a Vienna sapevano perfino quando si sarebbe verificato il casus belli.

Infatti, nei mesi precedenti all'assassinio dell'Arciduca Francesco Ferdinando e della Principessa Sofia ad opera dello studente serbo-croato Gavril Princip, facente parte dell'associazione segreta "La mano nera", il primo ministro serbo Nicola Pasic sembra fosse venuto a conoscenza del disegno terroristico previsto dall'associazione anarchica e avesse prontamente informato i servizi segreti austriaci del probabile attentato all'Arciduca...... Ma il 28 giugno 1914, a Sarajevo, i servizi di sicurezza asburgici risultarono decisamente inefficienti. O meglio non fecero nulla. Avevano ignorato l'avviso, non perché fosse infondato, ma perché cinicamente era forse quello che aspettavano da tempo. Un pretesto più che valido per stroncare definitivamente la Serbia, che da qualche tempo era l'unica forza emergente dei Balcani a minacciare l'egemonia austriaca sulla penisola. Se fosse veramente così, fu un pretesto molto cinico; sacrificarono cioè l'Arciduca!

Vero o falso questa tesi, scriveva così Benito Mussolini (sull'Avanti, n 288, 1914) "…non è più lecito dubitare fin dal primo giorno che l'Austria vuole la guerra ad ogni costo, l'attentato di Sarajevo non è che un pretesto senza il quale ne avrebbe cercato un altro non meno ridicolo. Pretesto ridicolo, ma anche ignobile. In sostanza il militarismo austriaco ha iniziato la sua fruttuosa speculazione guerrafondaia su due feretri e, mentre lacrimava su di essi, pensava a come sfruttarli".

Quanto alla Germania (che nel breve termine di due giorni dichiarava guerra alla Francia) anch'essa da tempo aveva elaborato un piano strategico: quello di SCHLIEFFEN, messo in atto dal suo successore von MOLTKE, che prevedeva un fulmineo attacco contro la Francia condotto con una manovra aggirante da nord attraverso l'invasione del neutrale Belgio; manovra che scattò subito dopo la dichiarazione di guerra alla Francia, nello stesso giorno (3 agosto).
(Anticipiamo subito che il previsto annientamento fallì; all'inizio tutto bene, il 2 settembre i tedeschi giunsero a 40 chilometri da Parigi (facendo trattenere il fiato a tutta Europa), ma dal 6 al 12 settembre alla drammatica "Battaglia della Marna", dove si scontrarono 2 milioni di uomini, i tedeschi furono clamorosamente sconfitti dal generale JOFFRE. Il piano strategico tedesco era fallito.

Come abbiamo letto nel precedente capitolo, l'Italia il 2 agosto proclamò formalmente la sua neutralità, dichiarando di non essere obbligata ad intervenire, data la natura difensiva della Triplice Alleanza.
Questo lo diceva saggiamente il Governo, mentre invece l'opinione pubblica si divideva tra interventisti, neutralisti e agnostici. Nei primi c'erano i nazionalisti con gli amici dell'ultima ora (i cattolici), mentre nei secondi c'erano i socialisti sia riformisti che rivoluzionari. Tutti comunque divisi sull'atteggiamento da assumere, o di non assumerne affatto.

Come già detto, gli avvenimenti precipitarono. Il 1° di agosto la Francia decretò la mobilitazione generale, ma la Germania si era già mossa. Quel giorno stesso truppe germaniche occuparono il Lussemburgo. Il giorno dopo, mentre l'Italia stabiliva di rimanere neutrale, il Governo tedesco dichiarò la guerra alla Francia e chiese formalmente al Belgio di attraversarne il territorio, impegnandosi di rispettar l'indipendenza del piccolo Stato e di risarcirne i danni.

La violazione della neutralità del Belgio provocò l'intervento dell'Inghilterra, che il 3 agosto dichiarò guerra alla Germania, i cui eserciti, quello stesso giorno, invasero il territorio belga marciando su Liegi. Il 5 l'Austria intimò guerra alla Russia e, il Montenegro all'Austria; il 6 la Serbia dichiarò la guerra alla Germania, l'8 il Montenegro alla Germania, il 10 la Francia all'Austria, l'11 l'Egitto alla Germania; il 15 il Giappone intimò alla Germania di ritirar dalle acque dell'Estremo Oriente le navi da guerra e di sgombrare il territorio di Kiao-Ciao, poi il 23 le dichiarò guerra.
Mentre l'incendio cresceva di proporzioni, moriva, il 20 agosto, PIO X, dopo undici anni di pontificato. Il 31 si riuniva il Conclave, presenti 57 cardinali, e il 3 settembre veniva eletto Pontefice il cardinale GIACOMO DELLA CHIESA, arcivescovo di Bologna, che prendeva il nome di BENEDETTO XV.
L'8 settembre il nuovo Pontefice, nel suo primo concistoro, pronunciava parole di pace; ma intanto la guerra infuriava e traeva nel suo vortice altre nazioni. Due giorni dopo del concistoro, la Turchia avvertiva le potenze che col 1° ottobre avrebbe soppresso le "Capitolazioni"; il 27 settembre (timorosa di una espansione russa, chiudeva con i Dardanelli le comunicazioni tra la Russia e i suoi alleati) e il 13 novembre entrava in lizza a fianco degli Imperi centrali e proclamava la "Guerra santa".

Questa naturalmente non poteva non avere serie ripercussioni nella Libia, dove i Sentissi, d'accordo con la Porta, brigavano ai danni dell'Italia occupante e la guerriglia ricominciava con colpi di mano contro tribù già sottomesse e attacchi alle carovane che rifornivano i presidi italiani. Il commissario del Fezzan, colonnello MIANI, che invano aveva chiesto rinforzi, ricevuto l'ordine di raccogliere tutte le forze della regione a Brak, dava le dimissioni; furono sgombrate Nufiliah e Marsa Lurgia nella Sirtica, Semeref e Gheriat, Ghadames e Sinanen; Nalut fu assalita dai ribelli, il 15 dicembre liberata dalle truppe del colonnello ROVERSI, ma Sebha fu persa e da quel momento tutto lo Sciati occidentale entrò in rivolta.
Caduta Sebha, sede del commissariato, fu affrettato il ripiegamento di tutti i presidi del Fezzan. Quello di Murzuk il 12 dicembre giunse a Sokna, dove pervenne il 22 anche il colonnello VIANI con 35 ufficiali, 12 sottufficiali, 35 metropolitani, 700 eritrei, quattrocento meharisti, per ripartire il 26 diretto a Misurata e a Tripoli; il presidio di Ubari, attaccato da forze infinitamente superiori, resisté a lungo, ma non riuscì a salvarsi; quello di Ghat, invece, messosi in marcia a metà dicembre, poté, dopo una lunga marcia attraverso il territorio francese, raggiungere e mettersi in salvo sulla costa.

Ma ormai agli avvenimenti d'Europa più che a quelli di Libia era rivolta l'attenzione degli Italiani. Vario era l'atteggiamento dei partiti, dei quali qualcuno voleva che fosse mantenuta la neutralità, qualche altro che l'Italia intervenisse a fianco dell'Intesa, qualche altro ancora che l'Italia si schierasse con gli austro-tedeschi tenendo fede alla Triplice alleanza; e non mancavano infine coloro che spingevano il Governo a fare i soli interessi della nazione non badando ad amicizie od alleanze.

Sbagliato sarebbe qui pensare che gli industriali italiani della produzione bellica, appoggiassero l'intervento; per loro la neutralità voleva dire fare affari doppi, cioè rifornire entrambi i belligeranti. Inoltre prevedevano che Austria e Germania avrebbero risolto il conflitto in una quindicina di giorni. Non pensarono né che a vittoria ottenuta i due alleati della Triplice avrebbero punito in qualche modo l'Italia, né tanto meno preventivarono una guerra lunga, e né che l'avrebbero persa.

Il 6 settembre i riformisti approvavano a Roma il seguente ordine del giorno:

"La "Direzione Centrale del Partito Socialista" riformista e il Gruppo parlamentare, di fronte alle vicende del conflitto provocato dagli Imperatori di Germania e d'Austria-Ungheria per il predominio austriaco sulla Serbia e per essa sulla penisola balcanica, nonché per il trionfo quasi definitivo dell'egemonia germanica; mentre affermano che la dichiarazione di neutralità dell'Italia fu una doverosa sconfessione dei disegni di violenza e di rapina di cui insidiosamente i due imperi tendevano a farne complice l'Italia; affermano altresì che con questo atto, che deve essere interpretato secondo sincerità politica e in accordo con la coscienza del popolo italiano, il trattato della Triplice ha perduto ogni effettiva consistenza essendo venute a mancare, per fatto dei due contraenti, le ragioni essenziali di esso, e cioè il mantenimento delle pace europea e la garanzia contro le espansioni e il predominio austriaco nella penisola balcanica; ritengono inoltre che con la dichiarazione di neutralità il popolo d'Italia non ha inteso disenteressarsi alle vicende ed ai risultati del conflitto, destinato a ripercuotersi sulla vita politica, morale ed economica di tutte le nazioni; che, al contrario, esso ben avverte quale minaccia porterebbe allo sviluppo democratico il trionfo degli Imperi centrali, mentre la vittoria della Triplice intesa, essendo vittoriosa sulle forze e sulle tendenze più spiccatamente militariste, aprirebbe il varco alla possibilità di un generale disarmo, che permetterebbe all'Europa di rivolgere le sue energie alle grandi opere di pace e di civiltà, e permetterebbe al proletariato di tutti i paesi di svolgere le sue rivendicazioni per la giustizia sociale, onde in definitiva le forze armate della Triplice Intesa operano nel senso di una rivoluzione democratica e socialista; che anche dal punto di vista nazionale, in accordo con gli interessi proletari, la vittoria degli Imperi centrali avendo per conseguenza ineluttabile il prevalere dell'Austria-Ungheria sulla penisola balcanica creerebbe all'Italia il pericolo di vedersi ridotta alle condizioni in cui con la sua nota l'Impero austro-ungarico vuole ridurre la Serbia, donde il perpetuarsi di uno sforzo d'armamento da cui sarebbe paralizzata ad esaurita ogni potenzialità del nostro Paese; che, da ultimo, il popolo d'Italia non può dissimulare per egoistiche considerazioni le proprie solidarietà fraterne col Paese della grande rivoluzione, che invaso oggi dagli eserciti imperiali, attraverso la violata neutralità dell'eroico Belgio, trova la sua difesa nel proletariato socialista che dà il suo sangue sui campi di battaglia, mentre accetta nell'ora della sciagura nazionale la responsabilità del Governo; per queste ragioni fanno voto che il Governo italiano interpreti nei suoi atti la proclamata neutralità, non quale rinuncia preventiva ed assoluta ad ogni intervento nel conflitto e meno come aiuto indiretto agli Imperi coi quali deve intendersi rotta ogni dichiarazione di alleanza, ma la esplichi con rivendicata libertà d'azione da svolgersi secondo i criteri suindicati, nel momento e nelle forme più opportune, previe le deliberazioni dell'assemblea nazionale".

Lo stesso giorno il comitato centrale dell'"Associazione Nazionalista" votava all'unanimità il seguente ordine del giorno:
"Il comitato centrale dell' Associazione Nazionalista, ritenendo, per lo svolgimento delle guerra europea, ormai. potenzialmente e continuamente minacciati i nostri interessi nei Balcani e nell'Adriatico, delibera di intensificare nel Paese la propaganda per il conseguimento dei nostri legittimi fini e si augura che il Governo, dimostrandosi pienamente consapevole di tali alti fini, con virile sollecitudine conduca la preparazione militare di terra e di mare a quella forza indispensabile per passare all'azione non appena questa sia necessaria".

Il giorno 7 settembre, la sezione romana del "Partito Repubblicano", dopo un importante discorso di BARZILAI, approvava all'unanimità l'ordine del giorno seguente, presentato dalla Commissione esecutiva del partito:
"La sezione repubblicana romana, di fronte alle vicende del conflitto europeo, mentre si associa alla civile protesta contro l'offesa del diritto delle genti e gli eccessi di ferocia bellica degli eserciti tedeschi culminante nella distruzione della città di Lovanio, constata che la presente situazione internazionale implica il fallimento della politica triplicista seguita all'infuori del sentimento popolare durante trent'anni dal regno d'Italia; afferma che, se la riconquistata libertà d'azione ci ha consentito la neutralità, questa non potrebbe essere mai accolta come sinonimo di oblio delle tradizioni e rinunzia alle aspirazioni nazionali; riconosce pertanto nella parte repubblicana, in coerenza del suo passato storico, il dovere di un'azione diretta a impedire che pavidi opportunismi sorgano a certa ora a sopraffare la corrente dei sentimenti e le rivendicazioni dei diritti italiani".

Propositi interventisti a fianco dell'Intesa, venivano pure espressi dai sindacalisti. L'11 settembre, a Milano, il noto agitatore FILIPPO CORRIDONI, in un suo lungo discorso a sindacalisti, socialisti ed anarchici, accusava la Germania d'imperialismo e il socialismo tedesco di "tradimento" (così lo chiamò Lenin) all'Internazionale (*), elogiava la condotta dei rivoluzionari francesi e belgi e quella dei sindacalisti italiani che intendevano combattere per una guerra di rivoluzione contro una guerra di reazione e affermava che i rivoluzionari italiani dovevano, per il trionfo della libertà, del diritto e della pace, favorire l'intervento dell'Italia contro gl'Imperi centrali.
(*) questo voltafaccia fu proprio imbarazzante, difficile da digerire, per i socialisti italiani. Per quanto lo schieramento socialdemocratico si muovesse sul terreno nazional-patriottico era formalmente in contraddizione con le dichiarazioni e gli atteggiamenti ufficiali sanciti dai congressi della Seconda Internazionale. Ma dobbiamo anche dire che la socialdemocrazia tedesca era più legata di quella italiana alle realtà nazionali; non erano, i socialisti, come dicevano gli ottusi conservatori in Italia dei "corpi estranei" alla nazione; quindi non bisogna meravigliarsi di queste posizioni contraddittorie; fu l'ideologia patriottica che fece scattare una solidarietà interclassista.

Diversamente che in Italia, da qualche tempo i lungimiranti conservatori tedeschi, avevano abbandonato l'idea di annientare con misure repressive le forze social-democratiche; si erano invece impegnati ad integrarle con la strategia della "nazionalizzazione delle masse"; Thomas Mann questa forma di stato (ed era già in corso con qualche successo) lo definiva "Impero sociale". Del resto il credo politico e spirituale delle masse, dai tempi di Federico II il Grande (e ancora di più dopo Sedan 1870) era uno solo: l'idea di una grande nazione tedesca e quindi l'ideologia patriottica era al centro di ogni altro pensiero sia del singolo sia della massa. E se i conservatori e i progressisti avevano ancora qualche dubbio che esisteva in concreto questa salda unione, la conferma solenne ci fu quando in tutta la Germania, e da ogni parte, si sollevarono ondate di entusiasmo indescrivibili il giorno della dichiarazione di guerra.
La conferma fu clamorosa, la socialdemocrazia tedesca, che era considerata il baluardo, un modello, lo specchio da molti anni del socialismo internazionale, scioglieva il patto internazionale in nome di uno nazionale.
"Anche i socialisti tedeschi in uno dei momenti più belli della mia vita, non abbandonarono la Patria", in quel "poderoso agosto" dissero due intellettuali tedeschi tutt'altro che guerrafondai (gli storici F.Meinecke e E.Troeltsch).
Eppure la dichiarazione solenne e inequivoca alla Seconda Internazionale, votata nel congresso di Basilea del 1912, era "guerra alla guerra".
LENIN quando lesse sul "Vorwarts" del 3 agosto, la notizia che il gruppo parlamentare socialista aveva approvato i crediti di guerra, pensò a un falso messo in giro dallo stato maggiore tedesco per far sbandare le file socialiste. Quando invece apprese che era la pura verità, iniziò a chiamare i socialdemocratici tedeschi "traditori".

Ma torniamo in Italia.

In Italia, annotava PREZZOLINI: "Sarebbe vergognoso che l'unico socialismo in Europa a rifiutare le armi fosse quello italiano, quando l'andata al campo di tutti gli altri gli concede il più largo proscioglimento dagli obblighi di fratellanza" ...."credo che finito l'ultimo comizio per la neutralità, i socialisti faranno il loro dovere"
SALVEMINI rifletteva invece così fin dal 1909: “Certo, compiere il nostro dovere di socialisti e insieme di italiani non ci è facile: Noi camminiamo tra i carboni ardenti: dobbiamo protestare contro l’Austria, staccandoci dagli irredentisti; chiedere una politica più dignitosa al nostro Governo, reagendo contro i militaristi; assalire di fronte i nemici e difenderci alle spalle e ai fianchi dagli … amici”
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Il 14 settembre pure quelli del "Partito Radicale", da Roma, facevano sentire la loro voce interventista con il seguente ordine del giorno:
"La Direzione Centrale del Partito Radicale Italiano, dinanzi all'ampiezza e all'intensità assunta dal conflitto europeo dal quale in ogni ipotesi usciranno profondamente alterate le condizioni dell'equilibrio internazionale, considerando che
* nell'Adriatico l'Italia, anche per eliminare possibili elementi di conflitti futuri, debba energicamente tutelare i propri interessi definiti e valutati secondo gli elementi nuovi della situazione e prescindendo dai criteri ai quali si uniformava lo Stato di transizione e di adattamento prima della guerra;

* che, pur non avendo in alcun modo provocato e desiderato lo sconvolgimento, l'Italia ha il dovere di non lasciar trascorrere il momento di rivendicare i confini naturali, compiendo così una lunga aspirazione non mai abbandonata;
* che l'Italia - sia per ben inteso interesse sia per rispetto alle sue tradizioni e ai principi del suo Risorgimento - deve energicamente cooperare od impedire che il conflitto possa risolversi in modo da determinare il predominio di tendenze militari e autoritarie, che avrebbero sinistre ripercussioni su tutta la vita politica europea ostacolando il progresso del principio democratico e delle tendenze pacifiste;

* che l'Italia deve essere posta in condizioni, all'atto della definizione del nuovo assetto internazionale, di far pesare nella maggior misura possibile la propria influenza allo scopo di tutelare le sue supreme esigenze nazionali e al tempo stesso i principi di nazionalità e di ossequio al diritto in nome dei quali l'Italia riconquistò la sua unità di Nazione;
* richiamandosi alla precedente deliberazione del 6 agosto nella quale già si affermava che la proclamata neutralità dovesse essere pronta a tramutarsi in valida tutela delle esigenze italiane;

* si augura che il Governo, nella piena conoscenza degli elementi di fatto interni ed esteri che egli solo possiede, voglia considerare con animo risoluto, con meditato ardimento e con fiducia nelle energie del Paese, la mirabile coincidenza degli interessi economici e politici della Patria con gli interessi ideali della civiltà che gli impongono ormai il gravissimo ma imprescindibile dovere di mutare la neutralità dell'Italia in attiva partecipazione al conflitto".

Favorevoli all'intervento a fianco dell'Intesa erano anche i Giovani liberali, la Massoneria, la maggior parte degli Israeliti, quasi tutta la gioventù studentesca, molti letterati, il ceto impiegatizio, i futuristi e, naturalmente, tutti quei dalmati, istriani e trentini emigrati da tempo o di recente in Italia, fra cui CESARE BATTISTI, che predicava nei comizi la liberazione delle terre soggette all'Austria.
I più impazienti avevano voluto dare l'esempio: sette, tra anarchici e repubblicani di Roma, già alla fine di luglio, si erano arruolati nell'esercito serbo ed erano caduti per una terra che non era la loro; altri si raccoglievano a Nizza nelle file di una compagnia che prendeva il nome di "Mazzini", mentre un figlio di Ricciotti GARIBALDI, PEPPINO, che aveva combattuto a Domokos, nel Transwal, ed era stato generale al Messico, raccoglieva volontari per costituire una "Legione garibaldina".

Man mano che giungevano notizie dai vari teatri della guerra e particolari sulle atrocità tedesche nel Belgio, crescevano in Italia i fautori dell'intervento con l'Intesa, e a Roma erano quotidiane le dimostrazioni popolari acclamanti all'esercito. E intanto voci autorevoli giungevano dall'estero, che incitavano l'Italia a schierarsi dalla parte dell'Intesa; degne di ricordo fra tutte quella del ministro francese degli Esteri DELCASSÉ, quella del romanziere inglese HALL CAINE e quella del ministro della Marina britannica WINSTON CHURCHILL.

Né mancavano da parte delle Potenze dell'Intesa gli inviti e gli allettamenti ufficiali. La Russia, consapevoli la Francia e l'Inghilterra, prometteva all'Italia in cambio dell'intervento il possesso di Trento, di Trieste e di Valona; Parigi, per mezzo del CLEMENCEAU, offriva all'Italia l'alleanza offensiva e difensiva, il rimborso di spese, il possesso dell'Adriatico e di tutte le terre italiane sottomesse all'Austria, il Dodecanneso, l'estensione della sfera d'influenza nell'Asia Minore, facilitazioni doganali ed economiche, miglioramenti nel trattato di lavoro per gli operai italiani e vantaggi in Africa; l'Inghilterra a sua volta prometteva di appoggiare le richieste italiane per l'assoluto dominio dell'Adriatico, per la rettifica dei confini in Tripolitania e in Abissinia e per ingrandimenti in Somalia.
(Tutte promesse; dimenticate poi a Versailles a conflitto terminato).

Per contro altre voci giungevano in Italia da altre parti, ed altre promesse venivano fatte. In un articolo sulla tedesca "Neue Freie Presse" il conte GIULIO ANDRASSY enumerava i vantaggi che sarebbero venuti all'Italia da un suo intervento a fianco degli Imperi centrali: tutta l'Africa settentrionale, Nizza, Savoia, la Corsica e l'egemonia nel Mediterraneo; e il barone MACCHIO, successo a von Merey come ambasciatore austriaco a Roma, annunciava alla Consulta che il Governo austro-ungarico era pronto a discutere con l'Italia intorno ai compensi nel caso di una occupazione anche temporanea di territori balcanici.
Né le voci provenienti dall'Intesa né quelle provenienti dagli Imperi centrali trovavano, naturalmente eco in quanti in Italia volevano che fosse mantenuta la neutralità. E non erano pochi i neutralisti, specie tra i proprietari terrieri, i socialisti ufficiali che rimanevano insensibili al grido di dolore che veniva dal Belgio, molti sindacalisti ed anarchici e l'Azione Cattolica.
A tutti costoro erano da aggiungersi i deputati del Gruppo liberale, che riunitisi il 30 settembre, votarono quest'ordine del giorno, da tutti interpretato come neutralista:

"Il Gruppo parlamentare liberale, riconoscendo la legittimità e la convenienza della dichiarazione di neutralità del nostro Stato allo scoppio della Guerra, riafferma la propria fiducia nel Governo, che ritiene conscio del suo alto dovere e della sua grave responsabilità verso la Patria e confida che saprà tutelare con meditata preparazione e con energica azione i supremi interessi nazionali
Commentando questo ordine del giorno, il Corriere della Sera scriveva fra l'altro:
"Ciò che non è stato considerato dai deputati di destra, ciò che non viene considerato da coloro che si sono compiaciuti del loro ordine del giorno perché non ha turbato la nostra neutralità, è il nostro isolamento. Nelle mani che ci vengono tese, nelle offerte che ci vengono fatte da tutte le parti noi vediamo non una ragione di compiacenza, ma un monito grave per l'avvenire. La guerra non è finita, né finirà tanto presto. Tocca al Governo decidere come e quando deve l'Italia provvedere ai casi suoi. L'on. Salandra, ne siamo certi, vede tutti i pericoli della neutralità; non se li dissimula, non se li diminuisce per amor di quieto vivere. Ma perché egli trovi la coscienza pubblica preparata ad ogni evento, noi dobbiamo non nascondere, ma porre in luce agli Italiani i termini della situazione in cui la guerra ha posto il nostro Paese. Trema la terra attorno a noi; sussulta anche il Paese nostro. Consideriamo già come una gran fortuna di poter tranquillamente preparare il nostro animo e le nostre forze".

Il 20 ottobre, nella grande assise socialista di Bologna, dalla quale doveva uscire il voto della neutralità assoluta, BENITO MUSSOLINI, direttore dell' AVANTI !, lanciava impetuosamente in faccia ai dirigenti del partito la sua opinione sulla neutralità e sulla guerra che contrastava con quella dei suoi compagni:

"La nostra neutralità assoluta - disse allora il Mussolini - si capirebbe qualora aveste il coraggio di arrivare fino in fondo, e cioè provocare l'insurrezione, ma questa a priori la scartate perché sapete di andare incontro a un insuccesso. E allora dite francamente che siete contrari alla guerra perché avete paura delle baionette. Sarete più sinceri; così no; vi mantenete in un vicolo cieco dal quale uscirete indubbiamente colla testa rotta. Chi domani potrà seguirvi, se con l'intervento dell'Italia si affrettasse la fine di questa carneficina °? Chi fra di voi, fra i socialisti italiani, potrà inscenare uno sciopero generale per impedire la guerra? Riflettete un momento sulla gravità della situazione e vedrete che il vostro cinico atteggiamento non può essere approvato da nessun socialista".

Dopo il voto di Bologna il MUSSOLINI si dimise da direttore dell'Avanti ! e fondò un giornale di battaglia, che tanta parte doveva avere nel trascinare la nazione alla guerra. Il "Popolo d'Italia" usciva a Milano il 15 novembre del 1914 e portava un interessantissimo articolo del suo direttore, che era insieme esame di coscienza e programma d'azione:

"All'indomani della famosa riunione ecumenica di Bologna - diceva l'articolo che riportiamo integralmente - nella quale, per dirla con una frase solenne, fui bruciato, ma non "confutato", io posi a me stesso il quesito che oggi ho risolto creando questo giornale di idee e di battaglie. Io mi sono domandato: "Debbo parlare o tacere? Conviene che mi ritiri sotto la tenda come un soldato stanco e deluso, o non è invece necessario che io riprenda, con un'altra arma, il mio posto di combattimento?" Vivere o morire, sia, pure inghirlandato di molti elogi .... postumi, alcuni dei quali avevano la deliziosa insincerità delle epigrafi pei defunti? Sicuro come sono che il tempo mi darà ragione e frantumerà il dogma stolto della neutralità assoluta, come ha spezzato molti altri non meno venerabili dogmi di tutte le chiese e di tutti i partiti, superbo di questa certezza che è in me, io potevo aspettare con coscienza tranquilla. Certo, il tempo è galantuomo, ma qualche volta è necessario andargli incontro. In un'epoca di liquidazione generale come la presente, non solo i morti vanno in fretta come pretendeva il poeta ma i vivi vanno ancor più in fretta dei morti. Attendere può significare giungere in ritardo e trovarsi dinanzi all'inevitabile fatto compiuto, che lamentazioni inutili non valgono a cancellare.

Se si fosse trattato o si trattasse di una questione di secondaria importanza, non avrei sentito il bisogno, meglio, il dovere di creare un giornale: ma, ora, checché si dica dai neutralisti, una questione formidabile sta per essere risolta: i destini dell'Europa sono in relazione strettissima con i possibili risultati di questa guerra; disinteressarsene significa staccarsi dalla storia e dalla vita. Ah ! no ! Noi non siamo, noi non vogliamo essere mummie perennemente immobili con la faccia rivolta allo stesso orizzonte, o rinchiuderci tra le siepi anguste della beghinità sovversiva, dove si biascicano meccanicamente le formule corrispondenti alle preci delle religioni professate; ma siamo uomini, e uomini vivi che vogliamo dare il nostro contributo, sia pure modesto, alla creazione della storia.
Incoerenza ? Apostasia ? Diserzione ? Mai più ! Resta a vedersi da quale parte stiano gli incoerenti, gli apostati, i disertori. Lo dirà la storia domani, ma la previsione rientra nell'ambito delle nostre possibilità divinatorie.
Se domani ci sarà un po' più di libertà in Europa, un ambiente quindi, politicamente più adatto alla formazione delle capacità di classe del proletariato, disertori ed apostati non saranno stati tutti coloro che al momento in cui si trattava di agire, si sono neghittosamente tratti in disparte? Se domani, invece, la reazione prussiana trionferà su l'Europa - dopo la distruzione dal Belgio - con il progettato annientamento della Francia - abbasserà il livello della civiltà umana, disertori ed apostati saranno stati tutti coloro che nulla hanno tentato per impedire la catastrofe.
Da questo ferreo dilemma non si esce, ricorrendo alle sottili elucubrazioni degli avvocati d'ufficio della neutralità assoluta, o ripetendo un grido di abbasso che prima della guerra poteva avere un contenuto e un significato, ma oggi non lo ha più.

Oggi - io lo grido forte - la propaganda antiguerresca è la propaganda della vigliaccheria. Ha fortuna perché vellica l'istinto della conservazione individuale. Ma per ciò stesso è una propaganda antirivoluzionaria. La facciano i preti temporalisti e i gesuiti che hanno un interesse materiale e spirituale alla conservazione dell'impero austriaco; la facciano i borghesi, contrabbandieri o meno, che - specie in Italia - dimostrano la loro pietosa insufficienza politica e morale; la facciano i monarchici, che, specie se insigniti del laticlavio, non sanno rassegnarsi a stracciare il trattato della Triplice che garantiva, oltre alla pace (nel modo che abbiamo visto), l'esistenza dei troni; codesta coalizione di pacifisti sa bene quello che vuole e noi ci spieghiamo ormai facilmente i motivi che inspirano il suo atteggiamento.
Ma noi, socialisti, abbiamo rappresentato - salvo nelle epoche basse del riformismo mercatore e giolittiano - una delle forze vive della nuova Italia: vogliamo ora legare il nostro destino a queste forze morte in nome di una pace che non ci salva oggi nei disastri della guerra e non ci salverà domani da pericoli indubbiamente maggiori e in ogni caso non ci salverà dalla vergogna e dallo scherno dei popoli che hanno vissuto questa grande tragedia della storia ? Vogliamo trascinare la nostra miserabile esistenza alla giornata-beati nello status quo monarchico e borghese - o vogliamo invece spezzare questa compagine sorda e torbida di intrighi e di viltà ? Non potrebbe essere questa la nostra ora ? Invece di prepararci a subire gli avvenimenti preordinando un alibi scandaloso, non è meglio tentare di dominarli ? Il compito di socialisti rivoluzionari non dovrebbe essere quello di svegliare le coscienze addormentate delle moltitudini e di gettare palate di calce viva nella faccia di morti - e sono tanti in Italia! - che si ostinano nella illusione di vivere? Gridare "Noi vogliamo la guerra !" non potrebbe, essere allo stato dei fatti, molto più rivoluzionario che gridare "abbasso" ?

Questi interrogativi inquietanti, ai quali, per mio conto, ho risposto, spiegano l'origine e gli scopi del giornale. Questo che io compio è un atto d'audacia e non mi nascondo le difficoltà dell'impresa. Sono molte e complesse, ma ho la ferma fiducia di superarle. Non sono solo. Non tutti i miei amici di ieri mi seguiranno, ma molti altri spiriti ribelli si raccoglieranno attorno a me. Farò un giornale indipendente, liberissimo, personale, mio. Ne risponderò solo alla mia coscienza e a nessun altro. Non ho intenzioni aggressive contro il Partito Socialista, o contro gli organi del Partito nel quale intendo restare (ma il 25 novembre Benito Mussolini fa espulso - Ndr.); ma sono disposto a battermi contro chiunque tentasse di impedirmi la libera critica di un atteggiamento che ritengo per varie ragioni esiziale agli interessi nazionali e internazionali del proletariato.
Dei malvagi e degli idioti non mi curo. Restino nel loro fango i primi, crepino nella loro nullità intellettuale gli ultimi. Io cammino ! E riprendendo la marcia -dopo la sosta, che fu breve - è a voi, giovani d'Italia; giovani delle officine e degli atenei; giovani d'anni e giovani di spirito; giovani che appartenete alla generazione cui il destino ha commesso di fare la storia: è a voi che io lancio il mio grido augurale, sicuro che avrà nelle vostre file una vasta risonanza di echi e di simpatie.
Il grido è una parola che io non avrei mai pronunciato in tempi normali e che innalzo invece forte, a voce spiegata, senza infingimenti, con sicura fede, oggi: una parola paurosa e fascinatrice: Guerra !".


MORTE DELL'ON. DI SAN GIULIANO
OCCUPAZIONE ITALIANA DI VALONA E DI SASENO
IL NUOVO GABINETTO SALANDRA
IL PRINCIPE DI BULOW A ROMA; INCONTRO COL GIOLITTI
LA LETTERA DELL'ON. GIOLITTI A PEANO
TRATTATIVE TRA L'ITALIA E L'AUSTRIA -
DIMISSIONI DEL CONTE BERCHTOLD - IL BARONE BURIAN MINISTRO AUTRIACO DEGLI ESTERI

Il 16 ottobre 1914 moriva Di SAN GIULIANO, portando nella tomba la neutralità italiana; e il portafoglio degli Esteri era assunto interinalmente dall'on. SALANDRA, il quale insediandosi alla Consulta, diceva ai funzionari del Ministero: "Occorre incrollabile fermezza d'animo, serena visione dei reali interessi del Paese, maturità di riflessione che non escluda al bisogno prontezza d'azione; occorre ardimento non di parole, ma di opere, occorre animo scevro da ogni preconcetto, da ogni pregiudizio, da ogni sentimento, che non sia quello dell'esclusiva ed illimitata devozione alla patria nostra; del sacro egoismo per l'Italia".

Ardimento non di parole, ma di opere; non discussioni inutili, ma azione. E l'azione dell'Italia in quel momento era indispensabile che fosse rivolta alla vicina Albania, che il principe di Wied il 3 settembre aveva dovuto precipitosamente abbandonare per la situazione insostenibile che vi si era creata e che i Serbi dal nord e i Greci dal sud avevano cominciato a mordere.

Vivo il Di San Giuliano, il Governo italiano era venuto nella determinazione di porre fine all'anarchia albanese e aveva avvertito le Potenze che intendeva intervenire sia diplomaticamente, sia occorrendo, militarmente. Ma l'azione non poté essere iniziata che nella seconda quindicina di ottobre. Il 23 di quel mese fu mandata a Valona una missione sanitaria, in soccorso degli Albanesi decimati da epidemia, ma essa fu protetta da uno sbarco di marinai e da una squadra navale (Dandolo, Agordai, Calabria, Etna e un paio di torpediniere) al comando del contrammiraglio PATRIS, che rimase ad incrociare nelle acque albanesi. Più tardi fu occupata l'isola di Saseno e truppe di terra, fra cui il 1° bersaglieri, diedero il cambio a Valona ai marinai (29 dicembre).

Mentre i marinai italiani sbarcavano a Valona, il Governo russo, per mezzo del Krupensky, suo ambasciatore a Roma, proponeva all'Italia di consegnarle alcune migliaia di prigionieri austriaci di nazionalità italiana a patto che non fossero rimandati in Austria. La proposta era insidiosa e contraria alla neutralità e perciò fu respinta da Salandra.
Alcuni giorni dopo (il 29 ottobre) la Turchia entrava in guerra a fianco degli Imperi centrali. L'intervento ottomano rendeva più difficile all'Italia il persistere nella neutralità e imponeva uno stanziamento di nuovi fondi per la preparazione militare. Lo stanziamento di circa 600 milioni per l'Esercito e per la Marina e la richiesta, da parte del ministro del Tesoro RUBINI, di nuove imposte per compensare quello stanziamento, determinava una crisi ministeriale che s'iniziava con le dimissioni, presentate il 30 ottobre, dal Rubini, neutralista.

SALANDRA, volendo costituire un Gabinetto più omogeneo e più disposto alla Guerra, provocò allora le dimissioni dell'intero Ministero, nel quale, negli ultimi tre mesi erano avvenuti dei mutamenti. Infatti, a MILLO, dimessosi per motivo di salute, era stato il 13 agosto sostituito il viceammiraglio VIALE, e a GRANDI, dimessosi l'8 ottobre da ministro della Guerra per disaccordo con il generale LUIGI CADORNA (successo a luglio al generale Pollio nella carica di Capo dello Stato Maggiore) era stato, l'11, sostituito il generale VITTORIO ZUPELLI.
Ricevuto, il 2 novembre, l'incarico di costituire il nuovo Gabinetto, l'on. SALANDRA, lo formò quattro giorni dopo, riassumendo la presidenza del Consiglio e il portafoglio degli Interni, mantenendo alle Colonie, FERDINANDO MARTINI, alla Guerra il generale ZUPELLI, alla Marina il viceammiraglio VIALE, ai Lavori Pubblici AUGUSTO CIUFFELLI, all'Agricoltura, Industria e Commercio il senatore GIANNETTO CAVASOLA, e alle Poste e ai Telegrafi VINCENZO RICCIO, passando EDOARDO DANEO dall'Istruzione alle Finanze e affidando gli Esteri a SIDNEY SONNINO, il Tesoro a PAOLO CARCANO, la Grazia e Giustizia a VITTORIO EMANUELE ORLANDO e l'Istruzione Pubblica a PASQUALE GRIPPO.

Il 3 dicembre, SALANDRA, presentando alla Camera il nuovo Gabinetto, disse, spesso interrotto da applausi:
"Mentre - confortato dalle ripetute attestazioni della vostra fiducia - il Governo si accingeva a preparare utili riforme amministrative, tributarie e sociali, scoppiò senza alcuna nostra partecipazione od intesa, improvviso e rapidissimo il conflitto che invano, per la tutela della pace e della civiltà, ci adoperammo a scongiurare. Dovette il Governo considerare se le clausole dei trattati c'imponessero parteciparvi. Ma lo studio più scrupoloso della lettera e dello spirito degli accordi esistenti, la nozione delle origini e le manifeste finalità del conflitto, c'indussero nel sicuro e leale convincimento che non avevamo obbligo di prendervi parte. Tuttavia la neutralità, liberamente proclamata e lealmente osservata, non basta a garantirci dalle conseguenze dell'immane sconvolgimento, che si fa più ampio ogni giorno e il cui termine non è dato ad alcuno di prevedere.
Nelle terre e nei mari dell'antico continente, la cui configurazione politica si va forse trasformando, l'Italia ha vitali interessi da tutelare, giuste aspirazioni da affermare; una situazione di grande potenza da mantenere intatta non solo, ma che da possibili ingrandimenti di altri Stati non sia relativamente diminuita. Non dunque inerte e neghittosa, ma operosa e guardinga, non dunque impotente, ma poderosamente armata e pronta ad ogni evento doveva e dovrà, essere la neutralità nostra. L'esperienza che ci viene dalla storia e più dai casi presenti, deve ammonirci, che, ove cessi l'opera del diritto, alla salute di un popolo rimane unica garanzia la forza, la forza umana organizzata e munita di tutti i perfezionamenti e costosi strumenti tecnici della difesa.

L'Italia, che non ha propositi di sopraffazione, deve tuttavia organizzarsi e munirsi, quanto più le sia consentito e col massimo vigore possibile, per non rimanere essa stessa prima o poi sopraffatta. Così la pace interna dovrà essere a qualunque costo assicurata. Lungi del resto da noi ogni dubbiezza che possa turbare il popolo nostro; il quale sente che oggi la Patria, per la propria salute e grandezza, impone concordia di animi pronti ad ogni sacrificio.
Ad altri tempi le competizioni politiche ed economiche ad altri tempi le gare fra i partiti, i gruppi, le classi. Oggi è necessario che si affermi solennemente, con le parole e con gli atti, la solidarietà di tutti gli Italiani. Il Governo, al quale ogni criterio e intendimento di partito parrebbe oggi un sacrilegio, fa appello alla patriottica cooperazione di tutto intero il Parlamento. Dal Parlamento soltanto potrà attingere la vigoria necessaria ad assolvere l'arduo suo compito. L'ora che corre domanda un Governo forte e sicuro. Se forza e sicurezza avremo dal vostro voto potremo sostenere il grave peso delle nostre responsabilità; potremo proseguire nel lavoro intenso e continuo cui diamo tutte le energie dell'anima nostra, nella efficace difesa degli interessi presenti della Patria e nella vigile cura delle sorti avvenire dell'Italia nel mondo".

Grandi applausi coronarono il discorso dell'on. SALANDRA, che, due giorni dopo, ottenne quel voto di fiducia da lui stimato necessario al suo Governo in quelle difficili circostanze. Infatti, 433 deputati, contro 49, approvarono l'ordine del giorno dell'ammiraglio Bettolo così concepito:
"La Camera, riconoscendo che la neutralità dell'Italia fu proclamata con pieno diritto e ponderato giudizio, confida che il Governo, conscio delle sue gravi responsabilità, saprà spiegare, nei modi e coni mezzi più adatti, un'azione conforme ai supremi interessi nazionali".

La fiducia nel Governo fu approvata, e all'unanimità, anche al Senato il 15 dicembre. Due giorni dopo, a sostituire von FLOTOW, ma specialmente per far concludere un accordo fra l'Italia e l'Austria, fare in modo che fosse mantenuta la neutralità italiana e salvaguardare gl'interessi economici e finanziari tedeschi nella penisola e il rifornimento di generi alimentari e bellici, giungeva a Roma l'ex-cancelliere-germanico BERNARDO von BULOW, ricco di amicizie e di cospicue parentele in Italia (aveva sposato la figlia di Minghetti, ed era un uomo molto amante della cultura italiana e un profondo conoscitore della storia italiana, meglio di tanti politici italiani).

Giungendo a Roma era preceduto da un'intervista concessa allo scrittore norvegese Bjoernson, nella quale, fra l'altro aveva detto:
"Credo che il popolo italiano commetterebbe il più grave errore della sua storia se si lasciasse indurre dalle influenze inglesi, francesi e russe a prendere un'attitudine ostile a riguardo dell'Austria-Ungheria. Io so bene ciò che separa l'Italia dall'Austria: conosco anche i legami che uniscono l'Italia e la Francia. Ma si tratta di sentimenti e di considerazioni che non hanno alcun rapporto col nocciolo della questione, il quale è questo: che tanto la sorte dell'Austria come l'avvenire dell'Italia dipendono dalla vittoria delle nostre armi. Fra lo sviluppo delle condizioni di vita dell'Italia e della Germania esiste omogeneità, e non soltanto di natura apparente, più che con la Francia. Thiers sapeva quello che faceva quando combatté accanitamente gli sforzi unitari degli Italiani e dei Tedeschi. La situazione di grande potenza dell'Italia, la sua indipendenza e la sua unità rimangono intatte. Esse cadranno nello stesso tempo della potenza della Germania. L'indebolimento della Germania avrebbe sulla situazione dell'Italia nel Mediterraneo, e per conseguenza sulla composizione dell'Italia, un'inevitabile profonda reazione. Il trionfo del panslavismo minaccia la civiltà e la nazionalità italiana in ben altro modo che le male accortezze dell'uno o dell'altro funzionario del Trentino o di Trieste. Un'azione dell'Italia contro l'Austria-Ungheria, dopo decine d'anni d'alleanza, sarebbe una violazione del diritto delle genti, quale il mondo non avrebbe mai veduta. Sarebbe il caso di ripetere la frase di Talleyrand dopo l'esecuzione del duca d' Enghien; "Più che un delitto è uno sproposito". Con ciò il vincolo fra l'Italia e la Germania sarebbe infranto, la situazione mondiale avvenire dell'Italia sarebbe sacrificata. con leggerezza a piccoli successi momentanei, a vuote frasi, a promesse mendaci".

Il 29 dicembre BULOW si recava a far visita al ministro SONNINO e il 30 era ricevuto in udienza dal Re, al quale presentava le credenziali. I due colloqui, non essendo stati resi pubblici, diedero motivo alla stampa di sbizzarrirsi in congetture e queste aumentarono quando si seppe che il barone Macchio lasciava l'ambasciata di Roma e ritornava a Vienna.
Altro argomento di cui si alimentarono i giornali fu la visita fatta dall'on. GIOLITTI, il 20 dicembre, al Bulow. Giolitti era notoriamente neutralista ed ammiratore della Germania; aveva votata la fiducia al Governo, ma da poco tempo i suoi rapporti con Salandra erano alquanto tiepidi, avendo il presidente del Consiglio scelto come ministro degli Esteri Sonnino e da non pochi si credeva che il deputato di Dronero aspettasse l'occasione propizia per rovesciare il Gabinetto attuale e formarne uno neutralista e germanofilo.

Volendo troncare le dicerie che la stampa spargeva sul suo conto, GIOLITTI indirizzava da Cavour, il 24 gennaio del 1915, all'on. PEANO, già suo capo di gabinetto, la lettera seguente, che fu pubblicata dalla "Tribuna":
"E' stranissima la facilità con la quale, parte in buona e parte in mala fede, si formano le leggende. Ora due tendono a formarsi: una di pretesi miei rapporti col principe di Bulow, l'altra l'opinione che mi si attribuisce che si debba mantenere in modo assoluto la neutralità in qualunque caso. Conosco il principe di Bulow da molti anni, ho grande stima del suo ingegno e del suo carattere, l'ho sempre trovato amico dell'Italia, ben inteso mettendo sempre in prima linea il suo Paese, come è suo dovere. Egli, quando era a Roma come semplice privato, veniva spesso a visitarmi. Ora che venne a Roma come ambasciatore, lo incontrai per caso in piazza del Tritone; mi disse che voleva venirmi a trovare. Gli risposi che essendo io un disoccupato, sarei andato io da lui, e così feci l'indomani. Si parlò in modo affatto accademico dei grandi avvenimenti; ma mi guardai bene dall'entrare nell'argomento del contegno che debba tenere l'Italia. Avrei mancato al mio dovere; né egli entrò in tale argomento, perché è uomo che non viene mai meno alle convenienze. Alcuni giorni dopo venne a restituirmi la visita. Io non ero in casa. Mi lasciò una carta da visita. E non lo vidi più, essendo io partito da Roma.
La mia adesione al partito della neutralità assoluta: l'altra leggenda. Certo io considero la guerra non come una fortuna, ma come una disgrazia, la quale si deve affrontare solo quando sia necessario per l'onore e per i grandi interessi del Paese. Non credo sia lecito portare il Paese alla guerra per un sentimentalismo verso altri popoli. Per sentimento ognuno può gettare la propria vita, non quella del proprio Paese. Ma, quando necessario, non esiterei ad affrontare la guerra; e l'ho provato. Potrebbe essere, e non apparirebbe improbabile, che, nelle attuali condizioni dell'Europa, parecchio possa ottenersi senza una guerra; ma su questo, chi non è al Governo, non ha elementi per un giudizio completo. Quanto alle voci di cospirazioni e di crisi, non le credo possibili. Ho appoggiato e appoggio il Governo, nulla importandomi delle insolenze di chi gli si professa amico e invece è forse il suo peggiore nemico".

Mentre erano vive le polemiche sull'atteggiamento dell'on. Giolitti, laboriose pratiche correvano tra i Governi italiano ed austro-ungarico. Esse erano cominciate l'11 dicembre del 1914. Quel giorno, l'ambasciatore italiano a Vienna duca D'AVARNA per incarico del Governo italiano aveva fatto presente al conte BERCHTOLD che l'occupazione della Serbia alterava l'equilibrio balcanico a danno dell'Italia e dava al nostro paese diritto a compensi secondo i patti della Triplice, e aveva chiesto che si venisse a un sollecito scambio d'idee prima e a negoziati poi per gli affari balcanici e i compensi italiani.
BERCHTOLD aveva risposto che i movimenti dell'esercito austriaco in Serbia non significavano occupazione e che se l'Austria fosse stata in seguito costretta dalle circostanze ad occupazioni territoriali allora avrebbe accettato lo scambio d'idee e i negoziati.
La risposta del ministro degli Esteri austro-ungarico era ispirata dall'atteggiamento di FRANCESCO GIUSEPPE, il quale non voleva sentir parlare di negoziati con la fedifraga alleata; ma, insistendo energicamente il Governo di Berlino che l'Austria trattasse con l'Italia, il conte BERCHTOLD, il 20 dicembre, dichiarò a l' AVARNA di esser disposto ad entrar subito in scambi d' idee per stabilire i compensi italiani in caso di occupazione austriaca di territori balcanici. Secondo il Berchtold questi compensi dovevano ricercarsi nella Serbia o in Albania, ma l'on. Sonnino, il 7 gennaio, dichiarò all'ambasciatore Macchio che non sarebbero stati accettati territori che non appartenessero all'Austria.
Era questo anche il parere del Bulow, il quale sapeva che niente si sarebbe ottenuto dall'Italia senza il soddisfacimento di alcune ispirazioni nazionali. Gli Italiani aspiravano a Trento e Trieste e non si potevano trascurare queste aspirazioni se si voleva che i negoziati italo-austriaci fossero coronati dal successo.
Ma nello stesso tempo il Bulow non poteva danneggiare gl'interessi germanici con la cessione all'Italia di Trieste, sbocco di primaria importanza della Germania nel Mediterraneo. Egli cercava pertanto di convincere l'on. Sonnino che l'Italia doveva accontentarsi del Trentino, italiano di razza e di interessi, e abbandonare l'idea di venire in possesso di Trieste per le speciali condizioni del suo porto e del suo commercio. In quanto a Trieste, era meglio "procurarle una certa autonomia e l'incremento del suo carattere nazionale, cominciando a farle ottenere la tanto contesa Università italiana".

Erano a questo punto gli scambi d'idee tra Roma e Vienna e tra SONNINO e BULOW, quando, il 13 gennaio 1915, il conte BERCHTOLD si dimetteva da ministro degli Esteri e gli succedeva l'ungherese barone STEFANO BURIAN. Il principe di Bulow rassicurò la Consulta che con il mutamento del ministro non sarebbe mutata la politica della Ballplatx nei riguardi dell'Italia. In verità il 12 febbraio ricominciarono le trattative tra Roma e Vienna, ma queste non progredirono di un passo, anzi tornarono al punto di partenza, perché il nuovo ministro BURIAN risollevò tutto le obiezioni pregiudiziali che nel dicembre aveva sollevate il suo predecessore e inoltre fece riserve sull'occupazione italiana del Dodecanneso e di Valona in Albania.

Tutto questo servì solo a far ampliare in Italia i movimenti a favore dell'intervento
e fra questi, improvvisamente fare emergere uno dei più accesi interventisti: Benito Mussolini.

Tuttavia il problema intervenire-non intervenire, non era così semplice.
"Che l'Italia non potesse, per il raggiungimento dei suoi fini nazionali, rimanere neutrale indefinitivamente, era chiaro a molti ma non a tutti gli italiani. Però era altrettanto chiaro che, trattandosi di impegnare la nazione a fondo in una lotta per la vita o per la morte, l'Italia doveva essere lasciata giudice della scelta del momento, in cui entrare in azione; questo momento avrebbe dovuto logicamente essere quello, nel quale le sue forze militari fossero pronte. L'Italia invece, venne stretta da un duplice assedio diplomatico da parte dell'Intesa e soprattutto da parte della Alleanza, spinta ad entrare in azione quando l'esercito non era ancora pronto e quando la situazione strategica era in entrambe tutt'altro che favorevole". (Tittoni - Nuovi scritti di politica interna ed estera - in "Fatti e cifre inconfutabili" del generale Marietti - Ediz Ist. Nastro Azzurro, Torino, pag.14).

... ASSEMBLEE E DISCORSI INTERVENTISTI
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Fonti, citazioni, e testi
Prof. PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - (i 5 vol.) Nerbini 1930
A.TAMARO - Il trattato di Londra e le rivendicazioni italiane, Treves, 1918
TREVES - La guerra d'Italia nel 1915-1918 - Treves. Milano 1932
A. TOSTI - La guerra Italo-Austriaca, sommario storico, Alpes 1925
COMANDINI - L'Italia nei cento anni - Milano
STORIA D'ITALIA Cronologica 1815-1990 -De Agostini

CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA D'ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi

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