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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1914 -1915

LA GRANDE GUERRA - INTERVENTISMO - I FASCI - MUSSOLINI

PROGRESSI DELL' INTERVENTISMO - ASSEMBLEE ED ORDINI DEL GIORNO - IL CONGRESSO NAZIONALE DEI FASCI INTERVENTISTI - IL DISCORSO DI MUSSOLINI - LA CONFEDERAZIONE GENERALE DEL LAVORO E I SOCIALISTI UFFICIALI - L'ATTEGGIAMENTO DEI CATTOLICI - IL TERREMOTO DELLA MARSICA - DIMOSTRAZIONI E CONFLITTI - DIVIETO GOVERNATIVO DEI COMIZI - PROTESTA DEL "POPOLO D'ITALIA" - LE IMPRESE DELLA LEGIONE GARIBALDINA NELLE ARGONNE
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Capitolo: "La Guerra Europea" dal "Memoriale" di Giovanni Giolitti

PROGRESSI DELL'INTERVENTISMO

La parte interventista del Paese progrediva intanto sempre più. Il 15 novembre si riunivano a Milano i rappresentanti delle associazioni radicali, democratiche e massoniche della Lombardia e deliberavano la seguente mozione formulata dall'avvocato RICCARDO LUZZATTO:

"L'assemblea, persuasa che qualunque sia l'esito dell'attuale conflitto fra le Nazioni, non solo per il raggiungimento dell'idealità che fu costante aspirazione d'ogni patriota, e per impedire che sia turbato a tutto suo danno l'equilibrio europeo e compromesso il suo avvenire, ma pur anche per un'efficace difesa di quei supremi principi d'umanità e di nazionalità in nome dei quali la nostra patria è risorta a dignità di nazione, occorre che all'Italia sia senz'altro assicurato quel nuovo assetto sulle alpi e sull'Adriatico, quale ha diritto per ragioni etniche e di sicurezza territoriale e per difesa dei suoi interessi morali ed economici; invita i cittadini a manifestare la loro decisa volontà a che il governo provveda perché si raggiungano tali scopi".
Quello stesso giorno veniva nominato un comitato, in seno all'assemblea, affinché raccogliesse le adesioni degli interventisti degli altri partiti e sostenesse apertamente la partecipazione dell'Italia alla guerra.

Il 20 dicembre si costituiva a Milano, per opera dell'ing. ODOARDO DE MARCHI, degli avvocati ALBASINI-SCROSATI, BARZILAI, BERTRAND-BELTRAMELLI, BIANCHINI e ACETI e del pubblicista OTTONE BRENTARI, una Lega Nazionale che si prefiggeva di riunire gli sforzi dei radicali, dei democratici costituzionali e dei riformisti e di accordarsi con gli altri partiti interventisti per influire sul Governo e sull'opinione pubblica.

Dieci giorni dopo i radicali lombardi pubblicavano il seguente manifesto, che portava fra le altre le firme di RICCARDO LUZZATTO, dei senatori MANGIAGALLI e DE CRISTOFORIS e dell'on. GASPAROTTO:
"La guerra che si è scatenata in Europa nelle sue possibili conseguenze reca, non solo il definitivo tramonto delle speranze italiche, ma grave e forse insanabile offesa a quel principio di nazionalità per cui l'Italia poté risorgere a Nazione, ma ora minaccia la sua stessa esistenza. Non vi può essere sicurezza di esistenza se il principio informativo dell'esistenza è distrutto. Nessuno oserebbe dire che l'Italia debba assistere inerte di fronte a lotta che può produrre simili risultati. Nessuno oserebbe dire che vi assista inerte il Governo italiano. Nessuno oserebbe dire che non spetti al Governo il decidere dell'azione da esplicare e del tempo e del modo dell'esplicazione. Ma nessuno oserà negare che nel mondo moderno l'efficacia dell'azione di un Governo si misuri dal consentire della Nazione. Ogni Governo per poter agire efficacemente ha bisogno di dar prova che esso è l'esponente di una in flessibile volontà nazionale. È necessario dunque che la nazione in presenza dell'attuale conflitto europeo manifesti l'inflessibile volontà di vedere senz'altro assicurato quel nuovo assetto sulle Alpi e nell'Adriatico al quale
ha diritto per ragioni nazionali. E' necessario che dica come essa non possa essere arrestata dalla preoccupazione che per raggiungere lo scopo occorrano sacrifici, perché sa che, esitando al sacrificio momentaneo voterebbe il sacrificio definitivo di se stessa e nel campo economico e nel campo politico. Era naturale che nella Lombardia, ove la visione della necessità dell'ora presente è unita alle memorie del passato, prima che altrove sorgesse un Comitato che ispirandosi ai su esposti concetti si preoccupi dell'azione dell'Italia nelle presenti contingenze, ed il Comitato, sorto per iniziativa e voto di un buon numero di cittadini, dichiara di accingersi ad un'intensa opera di propaganda".

IL CONGRESSO NAZIONALE DEI FASCI INTERVENTISTI
IL DISCORSO DI MUSSOLINI
LA CONFEDERAZIONE GENERALE DEL LAVORO E I SOCIALISTI

In quasi tutte le città d'Italia si andavano costituendo fasci interventisti, che il 23 gennaio tennero a Milano un congresso nazionale.
(di questa ADUNATA, abbiamo l'intervento oratorio di MUSSOLINI. poi scriverà due articoli il 24 gennaio ("l'Adunata"), e il 28 gennaio ("Dopo l'Adunata") sul Popolo d'Italia)
( che riportiamo integralmente nelle pagine a parte QUI > > > )

(ritorna poi con pagina precedente)

Erano presenti, oltre i delegati milanesi, quelli dei "Fasci d'azione rivoluzionaria" di Bologna, Genova, Verona, Venezia, Alessandria, Forlì, Palermo, Garlasco, Sestri Ponente, Parma, Lodi, Firenze, Pavia, Piacenza, Urbino, Catania, Roma, Novara, Ravenna, Mantova, Ferrara, Torino, Perugia., Monza, Gallarate, Chiaravalle, Vigevano, Treviso, Montagnana, Carpi, Lugo, Pistoia, Lucca, Pesaro e di molte altre città ancora.
All'ufficio di presidenza, furono chiamati l'avvocato OLIVETTI, l'internazionalista francese ANTONIETTA SORGUE e l'anarchica MARIA, RIGIER, che, salutati gl'intervenuti, si augurò che i sovversivi avrebbero saputo compiere in questo storico momento il loro dovere contro gl'Imperi Centrali per il trionfo della giustizia. La SORGUE, in nome del proletariato francese, esortò gli operai italiani a scendere in campo a fianco dell'Intesa contro la barbarie e si scagliò con violenza contro i dirigenti del socialismo italiano.
Parlarono OLIVETTI, MICHELE BIANCHI, segretario del Comitato Centrale, e vari delegati; VIDALI fece la relazione dell'opera del Comitato Centrale; BIANCHI lesse l'adesione di due gruppi di sedicenti soldati del 61° e 62° fanteria, destando l'acclamazione dei presenti, che si sgolarono a gridare "Abbasso l'Austria ! Viva la guerra!"

La comparsa di BENITO MUSSOLINI, anima del congresso, provocò nuove e più grandi acclamazioni, che si rinnovarono più fragorose alla fine del suo discorso.

"Sono superbo - egli disse - di assistere a questo Congresso, che rappresenta, nei sei mesi di neutralità mercantile sotto la bandiera monarchico-socialista-papalina, un fatto nuovo e molto significante".

Dopo un esame delle condizioni di guerra e di quelle politiche e diplomatiche delle Potenze belligeranti, MUSSOLINI accennò al contegno di Giolitti e alla posizione dell'Italia e aggiunse:

"Noi ci troviamo di fronte a quattro probabilità: non è ancora scartata la possibilità di un'azione a fianco degli Imperi centrali: la neutralità assoluta, e quindi il tentativo di rovesciare il Gabinetto Salandra; con un avvento al potere di Giovanni Giolitti e con a fianco i socialisti, i quali, naturalmente, pur di evitare la guerra porteranno volentieri la croce .... del potere. Ma Salandra può intuire il gioco che gli si tende ed ecco la terza probabilità: per consolidarsi il capo del Governo potrebbe mobilitare e limitarsi ad una guerra diplomatica spalleggiato dalla Germania. C'è infine la nostra tesi: guerra, all'Austria, ed alla Germania.
Bisogna però trovare il pretesto e si può trovarlo. Questo Congresso deve tassativamente domandare l'immediata denuncia del Trattato della Triplice alleanza ! Forse questo potrebbe costituire il motivo di guerra. Per noi il casus belli, ed è altamente umano, ci fu all'inizio della guerra, quando fu violato e devastato il Belgio. Ma ora conviene deciderci: o la guerra o scomparire dal ruolo delle grandi Potenze".
L'oratore concluse dicendo che i Fasci dovevano creare lo stato d'animo e preparare le armi di cui disponevano: "Si sappia e si senta questo: l'ambiente e l'ingranaggio sono vecchi le forze sono nuove ed ardenti. Attenti, o governanti; le forze nuove possono infrangere e spezzare le vecchie".
.
Il giorno dopo, su il Popolo d'Italia riportando la cronaca del congresso interventista, BENITO MUSSOLINI scriveva:
"Adunata di uomini che sentono, che vogliono. La prima adunata senza congiure di politicanti, senza bassezze di politicantismo, senza tenori e senza buffoni. Il sorversivismo riabilitato in un purificante bagno di idealismo, in una collettiva volontà d'azione. Voci da tutta Italia, dalla Lombardia fremente di opere, dalla Venezia odiante, dalla Liguria nervosa, dalla Romagna ribelle, dalla Toscana acre, da Roma, da Palermo, da Napoli, dalla Sardegna brulla che vuol essere violenta, dalla Sicilia che vuole ripetuta Marsala sull'Adriatico, da Trieste dolorante, aspettante.
E tutti hanno ripetuto: facciamo qui o andiamo alle Argonne. E faremo ! Vi è una forza, ora, in Italia, che reagisce contro la viltà, che si rivolta contro i "sacri egoismi" della pancia e della greppia. Sì, irridete, o zoccolanti, a chi muore nelle Argonne; i loro compagni si preparano a morire e a "giustiziare qui". I fatti generano le idee: dai fatti balzano gli uomini. Il Fascio è il fatto. L'Adunata, continua la tradizione, da quella del giuramento di Pontida, atttraverso a "Roma o Morte", al grido odierno "Guerra o Rivoluzione!"

Il Congresso approvò per acclamazione il seguente ordine del giorno proposto da Mussolini: "L'adunata nazionale dei Fasci reclama dal Governo l'immediata, pubblica e solenne denuncia del Trattato della Triplice come inizio dell'azione autonoma dell'Italia nel conflitto internazionale".

Un altro ordine del giorno interventista votava all'unanimità il 24 gennaio il partito radicale:
"La Direzione del Partito Radicale Italiano, più che mai persuasa nella presente situazione politica, che la partecipazione dell'Italia al conflitto europeo sia indispensabile per il soddisfacimento delle sue aspirazioni e per la tutela dei suoi interessi, riafferma che in quest'ora, il partito, così nel Paese come nel Parlamento, debba subordinare ogni azione di parte all'esclusivo conseguimento delle supreme finalità nazionali".

A questi ordini del giorno di partiti politici si aggiungeva la voce di MARINETTI che in un manifesto futurista esaltava la guerra "come unica ispirazione dell'arte, unica morale purificatrice, unico lievito della pasta umana" e rivolgendosi agli studenti, diceva: "Oggi più che mai la parola "Italia" deve dominare sulla parola "Libertà". Tutte le libertà, eccettuata quella di essere pacifisti, neutralisti. Tutti i progressi nel cerchio della Nazione. Cancelliamo la gloria romana con una gloria italiana più grande. Combattiamo dunque la cultura germanica, non già per difendere la cultura latina, ma combattiamo tutte e due queste culture ugualmente nocive, per difendere il genio creatore italiano d'oggi .... Abbasso le discussioni ! Tutti d'accordo e in massa contro l'Austria ! La nostra grande guerra igienica non è nelle mani di Salandra, ma nelle vostre. Vogliatela e la faremo ! Cominciate con lo scopare fuori dalle università i vecchi bidelli tedescofili (De Lollis, Barzellotti, Benedetto Croce ecc.) che abbiamo fischiato insieme!".

I neutralisti-pacifisti naturalmente non mancavano. La Confederazione Generale del Lavoro, il 20 gennaio votava il seguente ordine del giorno
"Il Comitato centrale della Confederazione riconferma, il suo punto di vista contro l'intervento dell'Italia nel conflitto attuale, impegna ed invita le organizzazioni aderenti a fare attiva propaganda per far prevalere nell'opinione pubblica la tesi della neutralità".

Due giorni prima la direzione del Partito Socialista ufficiale e il comitato direttivo del Gruppo socialista parlamentare, riuniti a Firenze approvavano un ordine del giorno TURATI-BACCI in cui fra l'altro era detto:
"Il convegno intende dichiarare subito che la borghesia non potrà esonerarsi dalle tremende responsabilità politiche e storiche cui una mobilitazione non necessaria la esporrebbe, sia di fronte all'immediata incoercibile esplosione dell'esasperazione popolare, sia di fronte alle maggiori conseguenze di miseria e di ribellione organizzata che ne scaturirebbe in avvenire; onde il partito socialista deve sentirsi indotto sia a rafforzare sempre più l'organizzazione proletaria, sia a possibilitare le intese internazionali, sia infine ad organizzare nel proletariato una vasta e intensa propaganda di luce sui grandi problemi e compiti internazionali, economici e politici; dei quali si intesse oggi principalmente la novella istoria: compiti e problemi la cui ignoranza e trascuranza fra i maggiori interessati consente ancora alle classi dirigenti di accaparrare la complicità passiva dei lavoratori alle loro imprese di rapina e di sopraffazione internazionale; riconferma sostanzialmente, pure nel vario
e successivo atteggiare degli avvenimenti, tutti i precedenti deliberati della Direzione e del Gruppo; e, costatato come, nel relativo equilibrio delle volontà e degli interessi esistenti oggi in Italia nella questione della neutralità e dell'intervento, la volontà seriamente affermata del proletariato militante possa avere un'influenza decisiva donde la eccezionale responsabilità del proletariato e del partito socialista; delibera che la continua propaganda del pensiero socialista in favore della neutralità abbia a culminare in una manifestazione nazionale effettuata con comizi in tutta Italia per domenica 21 febbraio 1915, in occasione della riapertura del Parlamento, ai quali tutti i deputati debbono impegnarsi di partecipare".

L'ATTEGGIAMENTO DEI CATTOLICI

Anche i cattolici, in genere erano neutralisti, ma il Partito Cattolico Italiano sentì il bisogno di chiarire la propria condotta e lo fece per bocca del Conte DELLA TORRE a Roma, il 5 gennaio, in un discorso fatto al Circolo Universitario Cattolico. "Se i cattolici - disse Della Torre - sono apertamente favorevoli alla neutralità, non è lecito, senza mentire, affermare che essi non lo sono per interesse patrio; giacché per essi l'amor di patria è sacro, ed è dovere religioso la fedeltà ad ogni costo. Il nostro dovere, in quest'ora suprema, è quel medesimo che con entusiasmo commovente hanno apprezzato i nostri fratelli di fede di tutte le nazioni in guerra, sulle quali è scesa egualmente paterna la benedizione del Santo Padre".

DELLA TORRE però affermava che la neutralità dei cattolici non si poteva confondere con quella del Pontefice e non poteva essere "...che condizionata alla inviolabilità di quei diritti, di quelle aspirazioni, di quegli interessi che costituiscono il patrimonio non soltanto materiale della Nazione, ma sono la vita della sua vita, la speranza di tutto il suo avvenire;... che condizionata nell'integrità di quelle supreme ragioni di giustizia, in ordine al diritto della nostra esistenza e del nostro sviluppo nel mondo, per cui se vilipeso e conculcato, nella legge cristiana della civiltà, eguale per tutti i popoli, è ammessa e accettata la necessità dolorosa della guerra".

E concludeva: "Noi vogliamo la neutralità condizionata, non già assoluta, e quindi crediamo che il giorno in cui il Governo del nostro Paese non dovrà ricorrere a un pretesto per scendere in campo, il popolo comprenderà che è giunta l'ora del sacrificio e lo affronterà per la Patria con l'invincibile entusiasmo della sua fede .... La neutralità condizionata, la necessità dell'intervento non appena gli interessi e le aspirazioni d'Italia positivamente lo reclamino, per noi rappresentano tutto questo: la conquista cioè di una maggiore potenza all'estero, e di un civile progresso all'interno nella coscienza pubblica; due scopi che non possono essere disgiunti mai in una moderna impresa senza che la loro bontà ed efficacia non vadano fallite".

Tutte queste belle parole, per dire insomma che con l'entusiasmo della fede era "ammessa e accettata la necessità dolorosa della guerra" considerata come inevitabile punizione divina contro le degenarazioni del mondo moderno; ma erano anche favorevoli al neutralismo dato che guardavano con simpatia alla cattolica Austria in pericolo, allo storico baluardo di una concezione gerarchica autoritaria dello stato e della società.

IL TERREMOTO DELLA MARSICA
( vedi pagine a parte )

Mentre duravano le polemiche della stampa, e si succedevano gli uni agli altri gli ordini del giorno dei neutralisti e degli interventisti, una grave sciagura funestava il Paese: il 13 gennaio del 1915 un violentissimo terremoto devastava la Marsica, danneggiando oltre 300 comuni e ripercuotendosi nel Lazio, nell'Abruzzo, e nella Campania. Sora fu quasi distrutta, ad Avezzano degli 11.000 abitanti poco più di 300 si salvarono. Altre scosse seguirono la prima ad intervalli di qualche mese l'una dall'altra e ad accrescere i danni si aggiunsero inondazioni, nubifragi e frane.

Riapertasi la Camera il 18 febbraio, il presidente MARCORA commemorò i 25.000 morti della Marsica, notando che gli Italiani, ascoltando la voce del Governo, non avevano desiderato "che aiuti venissero da altri che non fossero fratelli nostri. E ciò non per sentimento di orgoglio .... ma per sano intuito del momento che tutto il mondo attraversava". Dopo la commemorazione dell'on. Marcora, prese la parola l'on. SALANDRA, che fra l'altro disse:

"Al triste annuncio ha risposto lo slancio della carità di tutta Italia e copiosi sono venuti i soccorsi nelle forme più varie. La capitale del Regno, pari al suo nome e al suo ufficio altissimo, ha con ammirabile sentimento di fraternità italiana accolto feriti e profughi a migliaia. Il Governo ha provveduto con quanta maggiore larghezza ha potuto ai primi bisogni con decreti di urgenza, di cui vi domando l'approvazione e il cui esame chiedo sia deferito ad una Commissione da nominarsi dal presidente della Camera. Ulteriori provvedimenti dovranno senza dubbio essere studiati per instaurare al più presto, nei paesi distrutti e danneggiati, la vita e l'operosità civile .... Con animo commosso, ma non abbattuto né depresso, noi compiangiamo, onorevoli colleghi, i nostri morti e provvediamo ai superstiti. Ma soprattutto, fortificati dal dolore, manteniamo salda e invitta la fede nei destini della Patria, della Patria immortale che oggi più che mai richiede in noi la persuasione profonda che le sue sorti non si chiudono nell'augusta cerchia degli interessi presenti e della vita stessa di una generazione, ma comprendono anche coloro che furono e coloro che saranno, tutte le nostre memorie e le nostre glorie del passato, tutte le nostre speranze e i nostri ideali per l'avvenire".

DIMOSTRAZIONI E CONFLITTI DIVIETO GOVERNATIVO DEI COMIZI
PROTESTA DEL "POPOLO D' ITALIA"


Il terremoto della Marsica non distrasse gran che l'attenzione pubblica dalle questioni capitali dell'ora: neutralità o intervento. Continuarono le polemiche giornalistiche, i voti dei partiti, gli adescamenti dei governi e dei giornali delle nazioni belligeranti, le conferenze e i comizi che sovente degeneravano in tumulti, in baruffe tra forza pubblica e dimostranti, tra neutralisti e interventisti, in tentativi di quest'ultimi contro i consolati austro-ungarici.

Il 17 gennaio del 1915 a Genova, dopo una clamorosa conferenza tenuta nell'Università Popolare, gl'interventisti fecero una violenta dimostrazione davanti i consolati degli imperi centrali; tafferugli ebbero luogo nei successivi giorni a Pisa, Padova, Milano, Parma, e a Milano, la sera del 25 febbraio, dopo un comizio interventista al Teatro Lirico in cui parlarono BISSOLATI, BERTRAND-BELTRAMELLI, TROTTI-MOSTI, INNOCENZO CAPPA, GIOVANNI BORELLI; avvennero colluttazioni tra interventisti e anarchici e socialisti con contusi e feriti; a Reggio Emilia, quella sera stessa del 25, per una conferenza interventista, di CESARE BATTISTI al teatro Ariosto, vennero a conflitto fautori della neutralità e della guerra, durante il quale vi furono un morto e cinque feriti tra i tumultuanti e parecchie guardie e carabinieri feriti e contusi.

I fatti di Reggio indussero il Governo a vietare le riunioni pericolose per l'ordine pubblico, divieto che fu reso noto per mezzo della Stefani e la rese nota SALANDRA nella seduta parlamentare del 26 febbraio:

"Di fronte - egli disse - ad avvenimenti che tutto lascia temere si abbiano a ripetere data l'eccitazione degli animi che cresce in ragione diretta della gravità degli avvenimenti medesimi, il Governo ha preso la risoluzione d'invitare l'autorità di P. S. e i prefetti a dare una più rigorosa interpretazione alla legge, a non consentire cioè né comizi né riunioni così dette private, le quali ultime di fatto diventano poi pubbliche perché vi si accede con tessere distribuite a chi ne fa richiesta, salvo garanzia dei promotori, a non consentire dunque queste riunioni in nessun caso, quando le autorità stesse e i prefetti ritengono che possano derivarne perturbamenti all'ordine pubblico. Il prefetto, in sostanza, potrà, anzi dovrà, secondo mio concetto, proibire ogni comizio privato o altra manifestazione che contenga un pericolo per l'ordine pubblico. Questa la deliberazione, presa dal Consiglio dei Ministri di pieno accordo e pubblicata perché tutti la conoscano, senza nessuna reticenza e nessun'altra interpretazione sottintesa.
Io confido che la Camera voglia approvare questa determinazione, ispirata al solo concetto di evitare che l'antico e funesto fermento della guerra civile che avvelena ancora con i suoi residui l'anima italiana non si propaghi in questo momento".

L'on. SALANDRA chiuse le sue dichiarazioni con parole che provocarono una grande dimostrazione cui soltanto i socialisti ufficiali non parteciparono:
"So che il giorno del pericolo, - disse - il giorno dell'appello, la Nazione marcerà unanime all'ordine della Patria e del Re".

Il provvedimento proibitivo del Governo provocò le proteste alla Camera, del TURATI e le acerbe critiche di MUSSOLINI sul Popolo d' Italia, dove il 28 febbraio il bollente interventista scriveva:

"Noi, fascisti, da appena un mese avevamo conquistato, affrontando il misoneismo, le scassate e le ingiurie delle folle, la possibilità di diffondere le idee interventiste, ed ecco venire un decreto che ci toglie tale possibilità, che ci costringe al silenzio. Noi abbiamo dunque il diritto e il dovere di protestare contro l'"ukase" liberticida. Il quale, d'altronde, non gioverà affatto a realizzare la famosa "concordia nazionale". Se divisioni esistono nel Paese, esse permangono, ci siano o no i comizi. I comizi potevano, anzi, dare modo a noi di illuminare le masse e ritrarle dall'errore funesto in cui sono mantenute da socialisti e da preti .... Le ragioni addotte dall'on. Salandra per giustificare la sua precipitosa misura non reggono.

I "fermenti della guerra civile" non si sopprimono con il vietare i comizi .... Il maggiore, se non l'unico responsabile di questi fermenti di guerra civile serpeggiante nell'organismo nazionale è il governo dell'on. Salandra. L'inquietudine, il disagio, l'esasperazione diffusasi ovunque sono il risultato di una politica di cui non si scorgono ancora le grandi linee direttive. L'on. Salandra vi ha gettato di quando in quando delle vuote frasi più o meno indovinate, ma queste non bastano a tranquillizzare il Paese. La neutralità dell'on. Salandra è "vigile e armata" ma è soprattutto "triplicista", legata quindi agli Imperi centrali. Il Paese ha atteso durante questi lunghi mesi con gesto di fierezza e di autonomia nella nostra politica estera e si è trovato dinanzi un Governo sempre incerto, che buttava là delle frasi a doppio e a triplo senso che accontentavano tutti e nessuno. Qui, e non altrove, sono i germi della "guerra civile". E la guerra civile scoppierà inevitabile e travolgente, malgrado il divieto dei comizi, se questa neutralità nasconderà nelle sue mene troppo lunghe il mercato o il tradimento".

Nonostante il divieto dei comizi, le agitazioni degli interventisti e dei neutralisti continuarono, avendo sulle piazze il sopravvento i primi, sebbene meno numerosi, che, guidati da capi risoluti ed energici come BENITO MUSSOLINI e FILIPPO CORRIDONI, con azione tenace e continua andavano imponendo alla Nazione la propria volontà.


LE IMPRESE DELLA LEGIONE GARIBALDI NELLE ARGONNE

I fasci interventisti mentre lavoravano assiduamente a richiamare l'Italia alla coscienza nazionale- e si sforzavano di spingere il paese a scendere in lotta a fianco dell'Intesa, si addestravano quasi giornalmente alla milizia per esser preparati quando immancabilmente l'Italia fosse intervenuta nella guerra
Ma già i più impazienti erano corsi alle armi ed avevano arrossato di sangue italiano le terre di Serbia e di Francia.
Qui, per opera di PEPPINO GARIBALDI e dei suoi cinque fratelli, si era. costituito nell'autunno del 1914 un corpo di volontari italiani col nome di "4° reggimento di marcia del 1° straniero" vestiti dell'uniforme di legionari che copriva la camicia rossa. I garibaldini, cinquemila circa, ebbero una sommaria istruzione a Montelimar, a Nimes, e a Mòntboucher, poi si trasferirono al campo di Mailly, dove l'11 novembre andò a comandarli Peppino Garibaldi che aveva avuto dal governo francese il grado di tenente colonnello.
Nella seconda quindicina di dicembre i garibaldini furono mandati nelle Argonne, vicino a truppe coloniali, e furono impiegati con molta generosità, in imprese arrischiate, in assalti alla baionetta, a cui questi volontari si lanciavano con entusiasmo facendo prodigi di valore. Fu tanta la bravura dimostrata da questi italiani al fronte delle Argonne che un prigioniero tedesco ebbe a dire a un gruppo di ufficiali francesi: "Ci vogliono gl'italiani; voi non sareste capaci di prenderci così".

La legione garibaldina ebbe il battesimo del fuoco alla Belle Etoile, il 26 dicembre, in un combattimento accanitissimo iniziato al suono della fanfara. Le posizioni nemiche furono conquistate con coraggiosi attacchi alla baionetta, ma purtroppo quell'azione costò agli italiani molte perdite. Fra i morti ci fu Bruno Garibaldi; caduto mentre guidava i suoi all'assalto sotto un fuoco infernale di mitragliatrici.
La salma di Bruno, inviata in Italia, giunse in Roma la mattina del 6 gennaio 1915, accompagnata da Ezio e Sante Garibaldi, si svolsero i funerali commoventi. Al cimitero, una scena indimenticabile: Ricciotti Garibaldi, dopo avere baciato il figlio morto, disse " Bruno !... mentre tua madre ti da l'ultimo bacio, io, anche a nome di tuo nonno, ti dico Bravo, hai fatto il tuo dovere ! Un altro tuo fratello, fra breve, verrà a raggiungerti. Sia di conforto in quest'ora di dolore il pensiero che l'Italia vi vendicherà".
L'altro fratello era Costante Garibaldi, caduto 9 giorni dopo Bruno, il 3 gennaio a Courte-Chausse in un'azione sanguinosa in cui i garibaldini si batterono eroicamente, destando l'ammirazione dei soldati francesi. Mentre la salma di Bruno si avviava all'estremo riposo, quella di Costante veniva deposta provvisoriamente nel cimitero di La Claon, donde il giorno 7 doveva essere trasportata a Sainte-Illenehould e di là in Italia.

L'8 gennaio un terzo, durissimo combattimento fu ingaggiato dalla legione garibaldina. I tedeschi avevano sfondato un tratto di fronte presso la Maison Forestière, mettendo in fuga i Francesi che lo presidiavano. A riconquistare le posizioni perdute corsero i garibaldini che, attaccato il nemico dieci volte più numeroso, lo ricacciarono con audacia, inseguendolo per oltre un chilometro con le baionette alle reni.
Il 28 gennaio, a La Grange le Comte, il generale SERRAIL decorò i più meritevoli della legione. PEPPINO GARIBALDI si ebbe la Legione d'onore. Gli altri decorati furono il maggiore CAMILLO LONGO, RICCIOTTI GARIBALDI, il capitano CAPPABIANCA, il capitano EVANGELISTI, il capitano ANGELOZZI, i tenenti BOUSQUET, MARABINI e OGGERO, i sottotenenti ZAMBINI e THOMAS, il maresciallo FURRI, il furiere CASCARINI, il caporale MADDARD e il soldato GARDA.

I garibaldini avrebbero voluto partecipare ad altri combattimenti; ma le perdite loro erano state gravi: circa 300 morti e 400 feriti: per di più mezzo migliaio di volontari erano ammalati e in queste condizioni la legione non poteva essere impiegata. Improvvisamente il 6 marzo la "Legione Garibaldina" fu sciolta e quattro giorni dopo il Governo francese diede spiegazioni del provvedimento con il seguente comunicato: "Avendo il Governo italiano chiamato alcune classi di riserva sotto le armi, il ministro della Guerra francese ha deciso di ridare la loro libertà ai volontari italiani del 4° reggimento.E' stato quindi ricondotto al deposito di Avignone per facilitare le operazioni a cui darà luogo lo scioglimento degli impegni assunti da quei volontari.
Formato dal tenente colonnello Garibaldi, il 4° reggimento straniero di marcia ha preso parte attiva alle operazioni che si stanno tuttora svolgendo nelle Argonne e vi ha tenuto un contegno brillante scrivendo un nuova pagina gloriosa nella storia della Legione straniera".

Nello stesso giorno (6 marzo 1915), mentre Peppino Garibaldi e i suoi fratelli si mettevano a disposizione degli interventisti italiani per dare il loro contributo, a Roma si prendeva la grande decisione se intervenire o no alla guerra; ma contro chi? nessuno ancora lo sapeva.

anno 1915 - l' Italia e i primi mesi di neutralità > > >

 

Fonti, citazioni, e testi
Prof. PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - (i 5 vol.) Nerbini 1930
A.TAMARO - Il trattato di Londra e le rivendicazioni italiane, Treves, 1918
TREVES - La guerra d'Italia nel 1915-1918 - Treves. Milano 1932
A. TOSTI - La guerra Italo-Austriaca, sommario storico, Alpes 1925
COMANDINI - L'Italia nei cento anni - Milano
STORIA D'ITALIA Cronologica 1815-1990 -De Agostini

CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA D'ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi

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