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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1915 (2)

GRANDE GUERRA - D'ANNUNZIO - LE CONCESSIONI AUSTRIACHE

LA SAGRA DI QUARTO - IL TELEGRAMMA DEL RE E L'ORAZIONE DI GABRIELE D'ANNUNZIO - L'AZIONE DELLA STAMPA ITALIANA - L'ON. GIOLITTI RICEVUTO DAL RE - SECONDO COLLOQUIO SALANDRA-GIOLITTI - NUOVE CONCESSIONI AUSTRIACHE - LE DIMOSTRAZIONI INTERVENTISTE DELL' 11 MAGGIO - L'ON. GIOLITTI CHIAMATO "NEMICO DELLA PATRIA" - LA LETTERA AL MALAGODI - D'ANNUNZIO A ROMA; IL SUO DISCORSO AI ROMANI - DIMISSIONI DEL GABINETTO SALANDRA
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Capitolo: "La Guerra Europea" dal "Memoriale" di Giovanni Giolitti

LA SAGRA DI QUARTO - IL TELEGRAMMA DEL RE
L'ORAZIONE DI GABRIELE D'ANNUNZIO
L'AZIONE DELLA STAMPA ITALIANA

Il giorno stesso (3 maggio 1915) che l'Italia denunciava il trattato d'alleanza con l'Austria-Ungheria, il Consiglio dei Ministri, riunito a Palazzo Braschi, deliberava che nessun membro del Governo, data la situazione politica, si allontanasse da Roma e si recasse a Quarto il giorno 5 per le celebrazioni garibaldine. In conseguenza di questa deliberazione anche il Re stabiliva di non intervenire all'inaugurazione del monumento ai Mille e ne dava comunicazione al sindaco di Genova generale Massone.

Malgrado l'assenza del Sovrano "presente in spirito" e del Governo, la cerimonia di Quarto fu grandiosa. Su un mare di teste e di bandiere il telegramma del Re, fu letto dal sindaco, e scese come una promessa di guerra:

"Se cure di Stato, mutando il desiderio in rammarico, mi tolgono di partecipare alla cerimonia che si compie costà, non si allontana però oggi dallo Scoglio di Quarto il mio pensiero. A codesta fatale sponda dei Mar Ligure, che vide nascere chi primo vaticinò l'unità della Patria e il Duce dei Mille salpare con immortale ardimento verso le immortali fortune, mando -il mio commosso saluto. E, con lo stesso animoso fervore di affetti che guidò il mio Grande Avo, dalla concorde consacrazione delle memorie traggo la fede nel glorioso avvenire d'Italia".

Poi, dopo brevi parole del sindaco, GABRIELE D'ANNUNZIO rientrato dalla Francia dove si era ritirato nel 1910 per sfuggire al dissesto finanziario, pronunciò la sua enfatica orazione: (qui nella sua originale forma)

Un'esaltazione della guerra e la necessità dell'intervento italiano.

"Maestà del Re d'Italia, assente e presente;
Popolo grande di Genova, Corpo del risorto San Giorgio;
Liguri delle due riviere e d'oltregiogo;
Italiani d'ogni generazione e d' ogni confessione, nati dell'unica madre, gente nostra, sangue nostro, fratelli;
e voi miracolo mostrato dal non cieco destino, ultimi della sacra schiera sopravviventi in terra, o forse riapparsi oggi dalla profondità della gloria per testimoniare agli immemori, agli increduli, agli indegni come veramente un giorno respirasse in bocche mortali e moltiplicasse la forza delle ossa caduche quell'anima stessa che qui gira e solleva il bronzo durevole;
voi anche, discendenza carnale della Libertà e di Colui che nel bronzo torreggia immagini vive della sua giovinezza indefessa, che perpetuate pel mondo il suo amore di terra lontana e la sua ansia di combattere i mostri;
e tra voi, ecco, le due Ombre astanti, simili ai Gemelli di Sparta, con nel mezzo del petto quel fonte di sangue che d'improvviso sparse l'odore della primavera italica sopra la melma guerreggiata dell'Argonna;
perché siete oggi qui convenuti, su questa riva oggi a noi misteriosa come quella che inizia un'altra vita, la vita di là, la vita dell'oltre?
Perché siamo qui raccolti come per fare espiazione, come per celebrare un sacrificio, come per ottenere con la preghiera responso e comandamento?
Ciascuno di noi lo sa nel suo cuore devoto. Ma conviene sia detto, sotto questo cielo, affinché tutti,.dalla maestà del Re all'operaio rude, noi ci sentiamo tremare d'amore come un'anima sola.
Oggi sta su la patria un giorno di porpora; e questo è un ritorno per una nova dipartita, o gente d'Italia.
Se mai le pietre gridarono nei sogni dei profeti, ecco, in verità, nella nostra vigilia questo bronzo comanda.
È un comandamento alzato sul mare.
È una mole di volontà severa, al cui sommo s'aprono due ali e una ghirlanda s'incurva.
È ingente e potente come il flutto decumano, o marinai, come quell'onda che sorge con più d'impeto dopo le nove che son per seguirla: onda maggiore, che porta e chiama il coraggio.
I resuscitanti eroi sollevano con uno sforzo titanico la gravezza della morte perché il loro creatore in piedi li foggi in immortalità.
In piedi è il creatore, fisso a quella bellezza che sola visse nelle pupille dei nostri martiri e restò suggellata sotto le loro palpebre esangui.
Egli la guarda, egli la scopre, egli la rialza. Sta dinanzi a lui come una massa confusa. Egli la considera, non altrimenti che Michelangelo il blocco di marmo avverso.
Braccia d'artiere terribili son le sue braccia. Voi lo vedete. E le sue mani possiedono l'atto come le mani del Dio stringono la folgore. Non si sa se le gonfi di sì grandi vene la possa dell'opera compiuta o di quella ch' è da compiere.
Dov' è, se non in voi, se non nella unanimità vostra improvvisa, o Italiani, la balenante bellezza ch'egli oggi solleva e pone dinanzi a sé per indurla al rilievo sublime
Nessuno più parla basso; ché cessano il danno e la vergogna; l'ignavia di non veder, di non sentire cessano. E i messaggeri aerei ci annunziano che la Notte di Michelangelo s'è desta e che l'Aurora di Michelangelo, portando nel sasso il piede e il cubito, scuote da sé la sua doglia ed ecco già balza in cielo dall'Alpe d'oriente.
Verso quella, verso quella risorgono gli eroi dalle loro tombe, delle loro carni lacerate si rifasciano, dell'armi onde perirono si riarmano, della forza che vinse si ricingono: per quella che subito dai grandi omeri sprigiona le penne della Vittoria.
Delle lor bende funebri noi rifaremo il bianco delle nostre bandiere.
Or, di lungi, l'osso dell'ala non sembra il taglio d'una tavola d'altare, sollevata dall'ebrezza dei martiri? E non v' è, dentro, una cavità, simile alla fossa del sacrificio, pel sangue e per la vampa ?
Ah, se mai le pietre gridarono nei sogni dei profeti, ben questo bronzo oggi grida e comanda.
Se mai a grandezza d'eroi fu dedicata opera di metallo, conflàtile detta dagli antichi nostri, ciò è composta di fuoco e di soffio, ben questa è la suprema, tutta fatta di fuoco e di soffio, di fede infiammata e d'anelito incessante, d'ardor sostenuto e d'ansia creatrice.
È calda ancora. Ancor ritiene il furor della fornace. Il nume igneo l'abita.
Forse la vedreste rosseggiare, se la luce del giorno non la velasse.
Io credo che stanotte apparirà tutta rovente sul fremito del mare, fatta, come questa nova concordia nostra, di fusione che non si fredda.
E gli altri eroi tornanti per Tirreno, dai sepolcreti di Sicilia ove il grano spiga e già pieno di frutto, diranno: "Lode a Dio ! Gli Italiani hanno riacceso il fuoco su l'ara d'Italia" .


Il poeta continuò, cantando la grande impresa, che sembrava una leggenda lontana nei secoli ed era invece impresa di ieri, glorificando il Duce dei Mille, che appariva come mitico eroe ed era invece il guerriero di ieri; infatti così proseguiva:

"Grandi testimoni l'attestano. Il duce nel bronzo, eccolo, ha la statura e la possa di Teseo. Ma voi lo vedeste, santissimi vecchi, voi lo vedeste col suo corpo di uomo, con l'umano suo corpo mortale, col suo passo di uomo sulla terra. Tale egli è nei vostri santi occhi.
Un figliuol suo, una creatura della sua carne, che le sue braccia cullarono, tra noi vive, parla, opera, aspetta di ricombattere. E non riarde al suo più rapido sangue nella giovinezza de' suoi nepoti che vivere senza gloria non sanno ma ben sanno morire?
Uomo egli fu, uomo tra uomini. E voi lo vedeste, santissimi vecchi, lo vedeste da presso come la Veronica vide Cristo in passione. Il suo volto vero è impresso nella vostra anima come nel sudario il volto del Salvatore.
Egli sorride. Voi lo vedeste sorridere! Diteci del suo coraggio. Apritevi il cuore, e mostrateci quel miracolo umano. Ciascuno di voi avrebbe voluto morire nell'attimo di quel baleno.
Questo luogo egli lo traversò, con le sue piante di marinaio lo stampò, bilanciando su la spalla la spada inguainata. Alzò gli occhi a guardare se Arturo, la sua stella, brillasse. Udiste la sua voce fatale, più tardi nel silenzio della bonaccia, su l'acqua piena di cielo.
Taluno di voi lo vide frangere il pane sotto l'olivo di Calatafimi ?
Ma quale di voi gli era vicino quando parve ch'egli volesse morire sopra uno dei sette cerchi disperati? Udiste allora la sua voce d'arcangelo"?
Disse: "Qui si fa l'Italia o si muore".
A lui che sta nel futuro "Qui si rinasce e si fa un' Italia più grande" oggi dice la fede d' Italia".

Poi il poeta accennò ai segni della "grande vigilia":

"O primavera angosciosa di dubbio e di patimento, di speranza e di corruccio !
Voi non udivate se non il romore cittadinesco, se non il clamore delle dissensioni, delle dispute, delle risse. Voi tendevate l'orecchio al richiamo dei corruttori. Consumavate i giorni senza verità e senza silenzio.
Ma i lontani scorgevano, di sotto alle discordie degli uomini, la patria raccolta nelle sue rive, la patria profonda, sola con la sua doglia, sola col suo travaglio, sola col suo destino.
Si struggevano di pietà filiale divinando il suo sforzo spasimoso, conoscendo quanto ella dovesse patire, quanto dovesse essa affaticarsi per generare il suo futuro.
E pensavano in sè: "Come soffri ! Come t'affanni! In quale ambascia tu smanii
T'abbiamo amata nei giorni foschi, t'abbiamo portata nel cuore quando tu pesavi come una sciagura. Chi di noi dirà quanto più, ora, ti amiamo? Tutta la passione delle nostre vite non vale a sollevare il tuo spasimo, o tu che sempre la più bella sei e la più: paziente. Come dunque ti serviremo?
Uomini siamo, piccoli uomini siamo; e tu sei troppo grande. Ma farti sempre più grande è la tua sorte. Per ciò dolora, travaglia, trambascia. Tu avrai i tuoi giorni destinati".

"E si mostravano i segni. Quando nella selva epica dell'Argonna cadde il più bello tra i sei fratelli della stirpe leonina, furono resi gli onori funebri al suo giovine corpo che fuor della trincea il coraggio aveva fatto numeroso come il numero ostile.
Parve ai poeti che i quattro figli d'Aimone discendessero dalle Ardenne per portar sulle spalle la bara del cavaliere tirreno.
Il primogenito, che ci ode, quegli dalla gran fronte, s'avanzò nel campo quadrato, dove gli altri uccisi dei nostri giacevano in lunga ordinanza; si chinò, smosse la terra, ne prese un pugno e disse: "Rinnovando un costume di nostra antica gente, su questi cari compagni che a Francia la libera hanno dato la vita e l'ultimo desiderio all'Italia, in tormento, spargiamo questa fresca terra perché il seme si appigli". Allora lo spirito di sacrificio apparì alla nazione commossa.

E venne un altro segno. L'estremo dei martiri di Mantova, il solo dei confessori intrepidi sopravvissuti alle torture del carnefice, Luigi Pastro, pieno d'anni e di solitudine, spirò la sua fede che, attanagliata dalle ossa ancor dure, non poté partirsi se non dopo lunga agonia.
Quando i pietosi lavarono la salma quasi centenaria, scoprirono intorno ai fusoli delle gambe i solchi impressi dalle catene. Erano là, indelebili, da sessant'anni; e parve li rivelasse agli Italiani per la prima volta una grafia della morte. Allora lo spirito di sacrificio riapparì alla nazione che si rammemorò di Belfiore.
E venne un altro segno. Un' ira occulta percosse e ruinò una regione nobile tra le nobili, quella dov' è radicata dalle origini la libertà, quella dove il Toro sabellico lottò contro la Lupa romana, dove gli otto popoli si giurarono fede, si votarono al fato tremendo e la lor città forte nomarono Italica.
Quivi la virtù del dolore da tutte le contrade convocò i fratelli. Il lutto fu fermo come un patto. Lagni non s'udirono, lacrime non si videro. I superstiti, esciti dalle macerie, offerirono all'opera le braccia contuse. Nella polvere lugubre le volontà si moltiplicarono, prima fra tutte quella sovrana. L'azione fu unanime e pronta. Una spirituale città fraterna sembrò fondata nelle rovine pel concorso di tutti i sangui; e meglio che quella del giuro, poteva chiamarsi Italica.
I fuorusciti di Trieste e dell'Istria, gli esuli dell'Adriatico e dell'Alpe di Trento, i più fieri allo sforzo e più candidi, diedero alle capanne costrutte i nomi delle terre asservite, come ad augurare e ad annunziare il riscatto.
Il fratello guardava il fratello, talvolta per leggere nel fondo degli occhi la certa risposta alla muta domanda.
Allora lo spirito di sacrificio entrò nella nazione riscossa, precorse la primavera d' Italia.
Ed ecco il segno supremo, ecco il comandamento.
Questo era, questo è nell'ordine segreto del nostro Iddio.
D'angoscia in angoscia, d'errore in errore, di timore in timore, di presagio in presagio, di preghiera in preghiera, egli ci ha sollevati alla santità di questo mattino.
Mentre questo santo bronzo si struggeva nella fornace ruggente e la forma da riempire si taceva nell'ombra della fossa fusoria, una più vasta fornace, una smisurata fornace s'accendeva "di spirital bellezza grande".
E non corbe di metallo bruto v'erano issate in sommo: ma, come i manovali gettano ad uno ad uno nel bacino i masselli, gli spiriti più generosi vi gettavano il meglio della virtù loro e incitavano i tardi e gli inerti con l'esempio.
Or ecco, alla dedicazione e sagra di questo compiuto monumento ci ha chiamati un messaggio d'amore.
E a questa sagra di popolo datore di martiri, per altissimo auspicio, è presente la maestà di Colui che, or è molt'anni, in una notte di lutto commossa da un fremito di speranze, salutammo Re eletto dal destino con segni che anch'essi ci parvero santi
A questa sagra tirrena istituita da marinai è presente la maestà di Colui che chiamato dalla morte venne dal Mare, che assunto dalla Morte fu Re nel Mare.
Risalutiamolo col voto concorde. Fedele è a lui il destino, ed Egli sarà fedele al destino.
Guarda egli la statua che sta, la statua che dura; ma intanto ode il croscio profondo della fusione magnanima.
Accesa è tuttavia l'immensa chiusa fornace, o gente nostra, o fratelli, e che accesa resti vuole il nostro Genio, e che il fuoco ansi e che il fuoco fatichi finché tutto il metallo si strugga, finché la colata sia pronta, finché l'urto del ferro apra il varco al sangue rovente della resurrezione.
Già da tutte le fenditure, già da tutti i forami biancheggia e rosseggia l'ardore. Già il metallo si comincia a muovere. Il fuoco cresce, e non basta. Chiede d'esser nutrito, tutto chiede, tutto vuole.
Voluto aveva il duce di genti un rogo su la sua roccia, che vi si consumasse la sua spoglia d'uomo, che vi si facesse cenere il triste ingombro; e non gli fu acceso.
Non catasta d'acacia né di lentisco né di mirto ma di maschie anime egli oggi dimanda, o Italiani. Non altro più vuole. E lo spirito di sacrificio, che è il suo spirito stesso, che è lo spirito di colui il quale tutto diede e nulla ebbe, domani griderà sul tumulto del sacro incendio: "Tutto ciò che siete, tutto ciò che avete, e voi datelo alla fiammeggiante Italia !".
O beati quelli che più hanno, perché più potranno dare, più potranno ardere.
Beati quelli che hanno venti anni, una mente casta, un corpo temprato, una madre animosa.
Beati quelli che, aspettando e confidando, non dissiparono la loro forza, ma la custodirono nella disciplina del guerriero.
Beati quelli che disdegnarono gli amori sterili per essere vergini a questo primo e ultimo amore.
Beati quelli che, avendo nel petto un odio radicato, se lo strapperanno con le lor proprie mani; e poi offriranno la loro offerta.
Beati quelli che, avendo ieri gridato contro l'evento, accetteranno in silenzio l'alta necessità e non più vorranno essere gli ultimi ma i primi.
Beati i giovani che sono affamati e assetati di gloria, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché avranno da tergere un sangue splendente, da bendare un raggiante dolore.
Beati i puri di cuore, beati i ritornanti con le vittorie, perché vedranno il viso novello di Roma, la fronte ricoronata di Dante, la bellezza trionfale d'Italia".

L'ON. GIOLITTI DAL RE SECONDO COLLOQUIO SALANDRA-GIOLITTI
NUOVE CONCESSIONI AUSTRIACHE
LE DIMOSTRAZIONI INTERVENTISTE DELL'11 MAGGIO

Mentre a Quarto si svolgeva la grandiosa cerimonia e la folla coronava l'orazione del Poeta con il grido di "Viva Trento e Trieste! Viva la guerra!", manifestazioni patriottiche avvenivano in tutta Italia e a Roma si riuniva il Consiglio dei Ministri che comunicava di aver denunciato il trattato della Triplice Alleanza. Oramai nessuno dissimulava la gravità del momento e, meno degli altri, BULOW e MACCHIO, dietro il consiglio dei quali famiglie tedesche ed austriache residenti da qualche tempo in Italia si affrettavano a partire.
Un altro segno della gravità del momento era la proroga della riapertura del Parlamento dal 12 al 20 maggio e si annunziava da un momento all'altro un regio decreto.
Il 7 maggio SONNINO informava il consiglio dei ministri che l'Italia si è impegnata ad entrare in guerra a fianco dell'Intesa entro il 25 maggio. Dopo un lungo dibattito il consiglio approvava la scelta dell'intervento e s'impegnava a dimettersi nel caso di un voto contrario della Camera.
L'8 maggio, il Re (che ormai si è già impegnato con Inghilterra, Francia e Russia) si dichiara pronto ad abdicare qualora la Camera bocci l'intervento a fianco dell'Intesa.

Mai, come in questa prima settimana di maggio, fu così attiva la stampa periodica italiana nel difendere il proprio punto di vista. Capitanava lo stuolo non piccolo dei fogli interventisti il battagliero "Popolo d'Italia", cui tenevano dietro l'"Idea Nazionale, il Corriere della Sera, il Secolo, il Mezzogiorno, la riformista Azione socialista, l'Idea democratica, l'Asino del Podrecca e, per non citarne altri, il battagliero "420" del Nerbini di Firenze.
Sosteneva il punto di vista ministeriale il Giornale d'Italia; una politica di vigile attesa caldeggiava la "Nuova Antologia" di MAGGIORINO FERRARIS; portavoce di Giolitti erano, fra gli altri, "La Tribuna e La Stampa; decisamente neutralisti, il "Popolo Romano, l'Avanti !, l'Osservatore romano, la Perseveranza, l'Unità Cattolica, il Mulo, il Bastone, ecc.

Intanto quasi quotidianamente si diffondevano notizie vere o false intorno a visite e colloqui di ministri e diplomatici, di modo che nelle grandi città, specie a Milano, a Genova e a Roma, avvenivano tumultuose dimostrazioni interventiste, antagonistiche a quelle pacifiste.
Una dimostrazione ostile fu fatta la sera del 5 maggio a Giolitti mentre partiva da Torino per raggiungere Roma e non meno ostile fu quella che l'accolse al suo arrivo nella capitale il giorno 6.
Giolitti rientra a Roma dopo un'assenza di tre mesi, e non sa nulla sul patto di Londra firmato pochi giorni prima.

Il giorno 7 l'on. GIOLITTI fu visitato dall'on. CARCANO, mandato da SALANDRA ad esplorare l'animo del deputato di Dronero con l'istruzione però di non rivelargli le stipulazioni del 26 aprile, ma di fargli solo qualche cenno degli impegni personali presi da Salandra e da Sonnino con i Governi dell'Intesa e dei vantaggi che venivano all'Italia da un'azione comune con la Francia, l'Inghilterra e la Russia. L'on. Giolitti deplorò la denunzia della Triplice, ma, poiché CARCANO non gli parlò delle stipulazioni del 26, Giolitti non mostrò di allarmarsi della situazione.

La mattiná del 9 maggio, Giolitti fu ricevuto dal Re, al quale espose le ragioni contrarie alla guerra e gli assicurò essere avversa all'intervento italiano la maggior parte del Paese e del Parlamento. Richiesto dal Sovrano se non credesse opportuno prendere le redini del Governo, rispose esser meglio lasciare SALANDRA purché questi si conformasse alla volontà del Parlamento. Più tardi l'on. BERTOLINI si recò da Giolitti, gli portò uno schema delle ultime concessioni austriache e lo informò che Salandra desiderava parlargli.
Il colloquio tra gli onorevoli GIOLITTI e SALANDRA si svolse nel pomeriggio dello stesso giorno in casa di quest'ultimo. Un amico del primo, richiesto dal "Giornale d'Italia" sul colloquio, così rispose: "Ognuno è rimasto nella sua opinione. L'on. Salandra ha spiegato lungamente, anche efficacemente, il suo punto di vista e il punto di vista del Governo: l'on. Giolitti ha ascoltato con vivo interesse e ha riconosciuto che le ragioni, le argomentazioni e i dati di fatto esposti dall'on. Salandra non erano certamente privi di valore, anzi avevano un valore incontestabile; ma ha concluso che, pur tenendo tutto ciò nel debito conto, egli rimaneva nella sua opinione, cioè non si sentiva di poterla mutare; perché al disopra di ogni argomentazione svolta e illustrata dall'on. Salandra, l'ex presidente del Consiglio ha sempre creduto, e crede tuttavia, che la guerra sia un grave pericolo date le condizioni del Paese e possa trasformarsi in un danno anche riuscendo vittoriosa".

I vantaggi della vittoria non avrebbero potuto né riparare i danni, né ristabilire l'equilibrio. Giolitti credeva che la neutralità italiana, sia pure negoziata contro compensi territoriali (quello che in una lettera chiamò il "parecchio" che si sarebbe potuto ottenere dall'Austria) avrebbe potuto abbreviare la durata del conflitto. Vedeva e fu buon profeta nella prima parte ma cadde in errore nella seconda, non sulle conseguenze della guerra, ma nel credere che queste conseguenze potessero essere evitate prolungando in quel clima la sua felice politica di stare alla finestra a guardare, a fare il consueto gioco riuscito altre volte: lasciare agli altri il "problema" e ritornarsene in campagna.

Giolitti disse inoltre che, prima di ingolfarsi in una guerra, era meglio indagare circa le intenzioni dei neutri e di tentare ancora di accordarsi con l'Austria, le cui ultime concessioni gli sembravano accettabili.
Ma Salandra non si lasciò convincere.
Le concessioni austriache all'Italia rappresentavano l'ultima cartuccia degli Imperi centrali contro gl'interventisti italiani. Furono definitivamente concordate a Roma dal Bulow, da Macchio, da Erzberger e da altri e, con data del 10 maggio, giunsero il mattino dell'11 a Salandra e a Sonnino.

Il testo dello schema delle concessioni era il seguente:
"1°. Tutto il Tirolo che è di nazionalità italiana; -
2°. Tutta la riva occidentale dell'Isonzo, che è di nazionalità italiana, con Gradisca;
3°. Piena autonomia municipale, università italiana e porto-franco per Trieste, che sarà città libera;
4°. La città di Valona in Albania;
5°. Disinteressamento completo dell'Austria in Albania;
6°. Salvaguardia degli interessi nazionali dei sudditi italiani in Austria-Ungheria;
70. Esame benevolo dei voti, che l'Italia mettesse ancora su tutto l'insieme delle questioni, formanti l'oggetto dei negoziati (segnatamente Gorizia e le isole); l'Impero di Germania assume ogni garanzia per l'esecuzione fedele e leale dell'accomodamento da concludersi fra l'Italia e l'Austria-Ungheria. L'ambasciatore d'Austria-Ungheria e l'ambasciatore di Germania garantiscono l'autenticità delle proposte summenzionate".

Poche ore dopo, con una lettera, il principe di BULOW precisava alcuni punti dello schema, dicendo che Trieste avrebbe ricevuto il titolo di libera Città imperiale, che il suo statuto municipale sarebbe stato rivisto, che avrebbe mantenuta la sua autonomia attuale, assicurando il carattere italiano e allargata la zona franca; che sarebbe riconosciuta la piena sovranità italiana su Valona e
suo hinterland; che sarebbero benevolmente esaminati i voti italiani per Gorizia e le isole adriatiche e, infine, che l'Austria Ungheria avrebbe rinunciato a reclamare contro l'occupazione italiana del Dodecaneso.

Ma queste concessioni giunsero tardive e inoltre non erano accompagnate dall'assicurazione dell'immediata esecuzione. I ministri, riunitisi quel giorno stesso, le respinsero e decisero di dimettersi se il neutralismo trionfava. E a farlo trionfare si dava da fare GIOLITTI, sicuro di avere con sé oltre che la maggioranza della Camera anche quella del Paese.
Ma la parte attiva del Paese, quella che in ogni circostanza sa imporre la propria volontà, non era con l'ex-presidente del Consiglio, un po' germanofilo e molto neutralista; il Paese si agitava per far trionfar la sua tesi interventista che non era la tesi della Camera, quasi interamente neutralista. Né poteva essere diversamente; Giolitti aveva dato fisionomia ai singoli deputati, e questi non erano abituati a modificare le loro personali opinioni secondo il giudizio e i sentimenti dei loro elettori che li avevano mandati alla Camera alle elezioni del 1913 che però non si erano fatte sul tema della pace o della guerra. Quindi tra il 1914 e il 1915 era dunque fatale che si determinasse una frattura tra la Camera e l'opinione pubblica e che, inoltre cominciassero a prevalere, in quest'ultima, le simpatie per l'Intesa e sempre più antipatia per la Triplice.

La sera dell'11 maggio gl'interventisti milanesi inscenavano una violenta dimostrazione e andavano a fischiare sotto il consolato germanico, facevano abbassare le insegne di negozi tedeschi, fra cui una birreria di via Dogana, dalla cui soglia FILIPPO CORRIDONI arringava i dimostranti; poi si recarono sotto le finestre del "Corriere della Sera" ad applaudirlo e lì pronunciarono brevi discorsi GASPAROTTO, AGNELLI, GUGLIELMO FERRERO e LUZZATTO, poi si diressero sotto quelle del "Popolo d' Italia", il cui direttore BENITO MUSSOLINI non si fece proprio pregare per arringare la folla:
"Io condivido pienamente la vostra indignazione profonda per le notizie pervenute da Roma. Sembra che, complice Giovanni Giolitti, si mercanteggi nel modo più abbietto l'avvenire d'Italia. Cittadini! Permetteremo noi che il turpe mercato si compia?... Permetteremo che -secondo le notizie che giungono da Roma, -si riesca a rovesciare il ministero Salandra ed evitare l'intervento, che solo può compiere i destini d'Italia? Cittadini!... Se l'Italia non avrà la guerra alla frontiera, essa avrà fatalmente, inevitabilmente la guerra interna! E la guerra civile vuol dire la rivoluzione. Cittadini ! Gridiamo ancora una volta qui: Viva la guerra liberatrice !".

Nel tardo pomeriggio, migliaia di persone con bandiera, dopo un'arringa di ARTURO LABRIOLA, dal corso Umberto si recavano in via del Tritone elevando grida ostili all'indirizzo di negozi tedeschi e giornali neutralisti, quindi andavano a fare un'entusiastica dimostrazione sotto la casa dell'on. SALANDRA, tentavano di recarsi sotto l'abitazione dell'on. GIOLITTI e, dopo avere applaudito sotto le finestre di SONNINO e fischiato sotto l'ambasciata d'Austria, si scioglievano.

GIOLITTI CHIAMATO "NEMICO DELLA PATRIA"
LA LETTERA A MALAGODI

Quella sera stessa, i rappresentanti di tutte le associazioni politiche di Roma sostenitrici dell'intervento, riunitisi in assemblea, deliberavano di costituirsi in Comitato di azione ed approvavano il seguente ordine del giorno:

"I rappresentanti di tutti i partiti interventisti romani e dei profughi irredenti, riconfermando il proposito di ispirarsi ad un'azione concorde in difesa dei supremi interessi délla Nazione, plaudono all'energico contegno tenuto dal Governo responsabile di fronte alle insidiose trattative con gli ambasciatori austro-tedeschi, aiutati da una fazione di politicanti che sacrificano a miserabili tornaconti di clientele le stesse ragioni di esistenza del proprio Paese; additano al risentimento di tutti gli italiani l'uomo che tali clientele impersona e protegge, responsabile ieri della disorganizzazione dell'esercito nazionale, colpevole oggi di illecite inframmettenze e di perfide pressioni sui poteri responsabili; dichiarano Giovanni Giolitti complice dello straniero e nemico della Patria; e, fidando che il governo ed il popolo sapranno "con ogni mezzo" tutelare l'onore e assicurare le fortune d' Italia, invitano i cittadini di Roma a riconsacrare davanti al Poeta dei Mille la passione dei padri con la nuova guerra liberatrice e redentrice dei figli".

Contro quest'ordine del giorno, protestava il giorno dopo Giolitti con una lettera "al caro MALAGODI", direttore della "Tribuna:
"Leggo in un giornale di Roma che in una riunione tenuta nella sede del Partito socialista riformista sono stato dichiarato nemico della Patria, perché colpevole di illecite ingerenze e di perfide pressioni sui poteri responsabili, tutto ciò perché - "neppure, di mia iniziativa, ma chiamato" - ho espresso, come era mio stretto dovere, un'opinione conforme alle mie convinzioni e coerente con le opinioni già manifestate e in un discorso parlamentare e nella pubblica stampa. È inesplicabile come partiti che professano principi di ampia libertà abbiamo così poco rispetto per le opinioni altrui".

Con le parole "neppure di mia iniziativa, ma chiamato" Giolitti alludeva al Re, che, infatti, l'aveva invitato a Roma il 5 maggio, in seguito ad una grave comunicazione fatta dall'on. FERRI, al suo aiutante di campo generale, BRUSATI.

G. D'ANNUNZIO A ROMA - IL SUO DISCORSO AI ROMANI

La sera dello stesso 12 maggio giungeva a Roma GABRIELE D'ANNUNZIO, accolto da molte migliaia di persone, alle quali dal balcone dell'Hotel Regina così arringava la folla:

"Romani, Italiani, fratelli di fede e d'ansia, amici miei nuovi e compagni miei d'un tempo, non a me questo saluto d'ardente gentilezza, di generoso riconoscimento. Non me che ritorno voi salutate, io lo so, ma lo spirito che mi conduce, ma l'amore che mi possiede, ma l'idea che io servo. Il vostro grido mi sorpassa, va più alto. Io vi porto il messaggio di Quarto, che non è se non un messaggio romano alla Roma di Villa Spada e del Vascello.
Dalle mura Aureliane stasera la luce non s' è partita, non si parte. Il chiarore s'indugia a San Pancrazio. Or è sessantasei anni (contrapponiamo la gloria all'onta) in questo giorno, il Duce di uomini riconduceva da Palestrina in Roma la sua Legione predestinata ai miracoli di giugno. Or è cinquantacinque anni (contrapponiamo l'eroismo alla pusillanimità), in questa sera, in quest'ora stessa, i Mille, in marcia da Marsala verso Salemi, sostavano; e a pie' dei lor fasci d'armi mangiavano il loro pane e in silenzio s'addormentavano.
Avevano in cuore le stelle e la parola del Duce, che è pur viva e imperiosa oggi a noi: "Se saremo tutti uniti, sarà facile il nostro assunto. Dunque all'armi !".
Era il proclama di Marsala; e diceva ancora, con rude minaccia: " "Chi non s'arma è un vile o un traditore".
Non stamperebbe dell'uno e dell'altro marchio, Egli il Liberatore, se discendere potesse dal Gianicolo alla bassura, non infamerebbe Egli così quanti oggi in palese o in segreto lavorano a disarmare l'Italia, a svergognare la Patria, a ricacciarla nella condizione servile, a rinchiodarla su la sua croce, o a lasciarla agonizzare in quel suo letto che già talvolta ci parve una sepoltura senza coperchio
C' è chi mette cinquant'anni a morire nel suo letto. C' è chi mette cinquant'anni a compiere nel suo letto il suo disfacimento. È possibile che noi lasciamo imporre dagli stranieri di dentro e di fuori, dai nemici domestici e intrusi, questo genere di morte alla nazione che ieri, con un fremito di potenza, sollevò sopra il suo mare il simulacro del suo più fiero mito, la statua della sua volontà romana, o cittadini?
Come ieri l'orgoglio d'Italia era tutto volto a Roma, così oggi a Roma è volta l'angoscia d'Italia, che da tre giorni non so che odore di tradimento ricomincia a soffocarci.
No, noi non siamo, noi non vogliamo essere un museo, un albergo, una villeggiatura, un orizzonte ridipinto col blu di Prussia per le lune di miele internazionali, un mercato dilettoso ove si compra e si vende, si froda e si baratta.
Il nostro Genio ci chiama a porre la nostra impronta su la materia rifusa e confusa del nuovo mondo. Ripassa nel nostro cielo quel soffio che spira nelle terzine prodigiose in cui Dante rappresenta il volo dell'aquila romana, o cittadini, il volo dell'aquila vostra.
Che la forza e lo sdegno di Roma rovescino alfine i banchi dei barattieri e dei falsari. Che Roma ritrovi nel Foro l'ardimento cesariano. "II dado è tratto". Gettato è il dado su la rossa tavola della terra.
Il fuoco di Vesta, o Romani, io lo vidi ieri ardere nelle grandi acciaierie liguri,
nelle fucine che vampeggiano di giorno e di notte, senza tregua. L'acqua di Giuturna, o Romani, io la vidi ieri colare a temprar piastre, a raffreddar le frese che lavorano l'anima dei cannoni.
L'Italia s'arma, e non per la parata burlesca ma pel combattimento severo. Ode da troppo tempo il lagno di chi laggiù oggi soffre la fame del corpo, la fame dell'anima, lo stupro obbrobrioso, tutti gli strazi.
Calpesta dal barbaro atroce,
o madre che dormi, ti chiama
una figlia che gronda di sangue.
Or è cinquantacinque anni, in questa sera, in quest'ora stessa, i Mille s'addormentavano per risvegliarsi all'alba e per andare avanti, sempre avanti, non contro il destino, ma verso il destino, che ai puri occhi loro faceva con la luce una sola bellezza.

Si risvegli Roma domani nel sole della sua necessità, e getti il grido del suo diritto, il grido della sua giustizia, il grido della sua rivendicazione, che tutta la terra attende, collegata contro la barbarie.
Dov' è la Vittoria ? chiedeva il poeta giovinetto caduto sotto le vostre mura, mentre anelava di poter morire su l'alpe orientale, in faccia all'Austriaco.
O giovinezza di Roma, credi in ciò che ei credette; credi, sopra tutto e sopra tutti, contro tutti e contro tutto, che veramente Iddio creò schiava di Roma la Vittoria.
Com' è romano forti cose operare e patire, così è romano vincere e vivere nella vita eterna della Patria.
Spazzate dunque, spazzate tutte le lordure, ricacciate nella Cloaca tutte le putredini !
Viva Roma senza onta! Viva la grande e pura Italia!".

Il giorno 13 getta altra benzina sul latente fuoco delle frustrazioni, dell'impotenza sociale e politica, affidando agli ascoltatori un ruolo di potere, di giustizieri, di salvatori della patria, di eroi, eroi che debbono scagliarsi contro il "mestatore" Giolitti, colui che vuol venderli all'Austria "come greggia infetta": "Non ossi, non tozzi, non cenci, non baratti, non truffe. Basta! Rovesciate i banchi, spezzate le false bilance! Stanotte pesa su noi il fato romano; stanotte su noi pesa la legge romana... Le nostre sorti non si misurano con la spanna del merciaio, ma con la spada lunga. Però col bastone e col ceffone, con la pedata e col pugno si misurano i manutengoli e i mezzani, i leccapiatti e i leccazampe dell'ex-cancelliere tedesco che sopra un colle quirite fa il grosso Giove trasformandosi a volta a volta in bue terreno e in pioggia d'oro. Codesto servidorame di bassa mano teme i colpi, ha paura delle busse, ha spavento del castigo corporale. Io ve li raccomando. Vorrei poter dire: io ve li consegno. I più maneschi di voi saranno della città e della salute pubblica i benemeritissimi. Formatevi in drappelli, formatevi in pattuglie civiche; e fate la ronda, ponetevi alla posta, per pigliarli, per catturarli. Non una folla urlante, ma siate una milizia vigilante".

Nell'edizione del giorno dopo "L'Idea Nazionale" (quotidiano romano portavoce degli interessi che puntavano al protezionismo industriale e al nazionalismo economico, contrapponendosi al sistema liberistico) spara un violento articolo di fondo, titolando "Il Parlamento contro l'Italia". Eccone uno stralcio: "II Parlamento è Giolitti; Giolitti è il Parlamento: il binomio della nostra vergogna. Questa è la vecchia Italia, la vecchia Italia che ignora la nuova, la vera, la sacra Italia risorgente nella storia e nell'avvenire... L'ignora appunto perché è il Parlamento. Parlamento, cioè la falsificazione della nazione... L'urto è rnortale. 0 il Parlamento abbatterà la Nazione e riprenderà sul santo corpo palpitante di Lei il suo mestiere di lenone per prostituirla ancora allo straniero, o la Nazione rovescerà il Parlamento, spezzerà i banchi dei barattieri, purificherà col ferro e col fuoco le alcove dei ruffiani; e in faccia al mondo che aspetta proclamerà la volontà della sua vita, la moralità della sua vita, la bellezza augusta della sua vita immortale".

DIMISSIONI DEL GABINETTO SALANDRA

Il giorno dopo la minacciosa manifestazione ostile a GIOLITTI, più di 320 deputati e circa 100 senatori, lasciarono il loro biglietto da visita nella portineria della casa di Giolitti, per sottolineare pubblicamente la loro adesione alla linea neutralista, e a testimoniare il loro dissenso dalla politica regia.
Che significato bisognava darle? SALANDRA interpretò quella manifestazione come una indicazione degli umori della maggioranza, Ma non dimentichiamo che quei "trecento" formavano la stessa maggioranza sulla quale si fondava il ministero Salandra, e lui stesso era di origine giolittiana. Oltre la sua onestà ed eleganza (ma disse anche che il problema era superiore alle sue forze) , siamo più che certi che tutti i parlamentari si associarono a Salandra, quando lui volle mettersi da parte e indicò GIOLITTI come l'uomo adatto a risolvere la crisi.

Il giorno dopo, il 13 maggio, un comunicato ufficiale della Stefani gettava nella costernazione gli interventisti e faceva gioire i sostenitori della neutralità: il Gabinetto Salandra si era dimesso. Il comunicato diceva:
"Il Consiglio dei ministri, considerando che intorno alle direttive del Governo nella politica internazionale manca il concorde consenso dei partiti costituzionali che sarebbe richiesto dalla gravità della situazione, ha deliberato di presentare a S. M. il Re le proprie dimissioni. S. M. il Re si è riservato di deliberare".

Vittorio Emanuele III, questa volta aveva un grosso problema: chiamare Giolitti, l'abilissimo manovratore che sapeva sempre rivestire di consenso parlamentare la sua politica personale, oppure respingere le dimissioni di Salandra?
E se Giolitti era abile nella strategia parlamentare, il Re non era da meno e poteva anzi dagli dei punti. Infatti, il Re non perse tempo. La crisi era extraparlamentare. E poiché Giolitti rifiutava l'incarico, suggerendo però MARCORA o CARCANO, ed era una soluzione che mancava di chiarezza e, diciamolo pure, di onestà politica, il sovrano -come vedremo nel prossimo capitolo- respinse le dimissioni di Salandra, rimandandolo alle Camere.
E… - colpo di scena- i 300 e più di Giolitti che dovevano assumersi la responsabilità di liquidare la politica interventista, votarono poi tutto quello che il Ministero Salandra chiese. E la Guerra fu dichiarata (però alla sola Austria, il che dispiacque ai nuovi alleati) nell'entusiasmo (*) generale del Paese e nella costernazione della classe dirigente, che aveva votato bianco pensando a nero e che con questa menzogna aveva firmato la propria condanna a morte.
(*) Su questo "entusiasmo", nel dopoguerra lo stesso Salandra ammise che la maggioranza degli italiani, nel 1915, era contraria all'intervento).

Giolitti insomma non assunse un atteggiamento politico coraggioso. Eppure - se fosse stato convinto della necessità di mantenere l'Italia al di fuori del conflitto- controllando i suoi "trecento e più" della maggioranza, poteva in qualsiasi momento riprendere il potere, e opporre in sede opportuna il suo giudizio a quello del Re; anche se ormai la corona si era impegnata a Londra; ma del patto segretissimo Giolitti non sapeva ancora nulla, nè fu informato cosa conteneva.

Coraggioso o no, la non belligeranza proposta dall'Austria e sostenuta fino all'ultimo dal Giolitti, sarebbe stata la soluzione più saggia; a guerra finita (vittoriosa ma con uno spaventoso bilancio fallimentare) l'Italia ottenne poco più di quanto non avesse già offerto l'Austria in questi ultimi mesi della neutralità italiana. Con la differenza che furono chiamati alle armi 5 milioni di uomini, che sul campo ne rimasero morti 600.000, che costò fra spese e... debiti (per 60 anni, fino al 1978) 148 miliardi di lire, pari al doppio di tutta la spesa pubblica del Regno Unito d'Italia... dal 1861 al 1913 ! !

Questa catastrofe sta per cominciare proprio ora, nelle "radiose giornate di maggio"....
"Anziché rifiutare la guerra -sosteneva Amendola - è necessario ricondurla alla sua matrice spirituale, che è la stessa delle più alte manifestazioni dell'intelletto umano".
(da notare che il 70% degli uomini mandati al massacro erano "fanti contadini", analfabeti)


…1915 "maggio radioso", verso la fine della neutralità dell'Italia > > >

Fonti, citazioni, testi, bibliografia
Prof. PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - (i 5 vol.) Nerbini 1930
A.TAMARO - Il trattato di Londra e le rivendicazioni italiane, Treves, 1918
TREVES - La guerra d'Italia nel 1915-1918 - Treves. Milano 1932
A. TOSTI - La guerra Italo-Austriaca, sommario storico, Alpes 1925
COMANDINI - L'Italia nei cento anni - Milano
STORIA D'ITALIA Cronologica 1815-1990 -De Agostini

CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA D'ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi

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