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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1915 (8)

GRANDE GUERRA - ISONZO 2 - LA MARINA - D'ANNUNZIO - LA CHIESA

RIASSUNTO UFFICIALE DELLE OPERAZIONI DI GUERRA FINO AL 21 AGOSTO - LE OPERAZIONI NAVALI NELL'ESTATE DEL 1915: IL SILURAMENTO DELL' "AMALFI" E DEL "GARIBALDI". - IL DISCORSO DI D'ANNUNZIO AI SUPERSTITI DELL'"AMALFI" - OCCUPAZIONE DELL'ISOLA DI PELAGOSA - AZIONE CONTRO L'ISOLA DI LAGOSTA - BOMBARDAMENTI AUSTRIACI CONTRO LA COSTA ADRIATICA - ASSALTO AUSTRIACO A PELAGOSA RESPINTO - AFFONDAMENTO DEL SOMMERGIBIIE "NEREIDE" - DUE SOTTOMARINI NEMICI AFFONDATI - PERDITA DEL SOMMERGIBILE "IALEA" - SECONDO ATTACCO AUSTRIACO A PELAGOSA E SUCCESSIVO SGOMBRO DI QUEST'ISOLA - CONSIDERAZIONI SULLE OPERAZIONI NAVALI - L'ATTIVITÀ DELLE FORZE AEREE - II VOLO DI G. D'ANNUNZIO SU TRIESTE - LE RELAZIONI TRA IL GOVERNO ITALIANO E LA SANTA SEDE - IL VESCOVO CASTRENSE - TRATTATIVE TRA IL VATICANO E IL GOVERNO PER UN ACCORDO - L' INCIDENTE PER L' INTERVISTA LATAPIE - IL COMITATO LOMBARDO DI PREPARAZIONE PER LE MUNIZIONI - IL COMITATO SUPREMO DELLE ARMI E DELLE MUNIZIONI - IL SOTTOSEGRETARIO DELLE ARMI E DELLE MUNIZIONI - II PROBLEMA DELLA MANO D'OPERA - IMBOSCATI E PESCECANI
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Nelle retrovia dell'Armata delle Giudicarie

Alla metà d'agosto, la seconda battaglia dell'Isonzo accennava a finire, ma come aveva accennato il bollettino del 12 agosto "le posizioni erano sensibilmente progredite ma senza concludere nulla".
Gli ultimi modesti nostri progressi di questo periodo della seconda offensiva si ebbero sul Carso, il 17, il 18, il 20 e il 21 agosto. Azione più intensa invece fu svolta nell'alto Isonzo. Infatti, il 16, nel settore del M. Nero furono espugnate alcune trincee nemiche presso Vrsic e fu respinto un successivo contrattacco contro questa posizione; nella zona di Tolmino, lo stesso giorno, fu svolta una brillante offensiva contro le colline di S. Maria e S. Lucia, dove le nostre fanterie strapparono al nemico una linea di robusti trinceramenti e presero 17 ufficiali, 547 uomini di truppa, 4 mitragliatrici e numerose munizioni; il 17 un nostro reparto, avanzando per la cresta di Vrsic in direzione del Javorcek, conquistò, dopo una mischia, alcune trincee, ed altre ne furono occupate sull'altura di S. Lucia; nella notte del 18 respingemmo vigorosi contrattacchi stella zona di Tolmino, che, rinnovatisi, il 20, furono egualmente respinti; infine un esteso e forte trinceramento sulle falde settentrionali del costone di Vrsic cadde il 20, dopo aspra lotta in potere dei nostri e furono vani tutti i tentativi avversari per riprenderlo.

Mentre si combatteva in agosto la seconda battaglia dell'Isonzo, su gli altri fronti negli stessi giorni la guerra non riposava. Le artiglierie tenevano sotto il loro efficace tiro gli sbarramenti austriaci dell'Alto Cordevole, dell'alto Boite, di Landro e della Val Sugana, la tagliata di Ruaz presso Livinallongo, e le opere militari di altri punti del fronte trentino-carnico, e le nostre truppe con opportuni attacchi s'impadronivano di trincee nemiche, consolidando così ed estendendo sempre di più alcune posizioni.
Aveva annunciato il bollettino del 30 luglio che era stato conquistato in Carnia il Monte Medetta, a nord-est di Cima Cuestalta e che "...Il nemico si era fortemente annidato e disponeva anche del valido appoggio di vicine batterie; aspro il terreno dell'azione; la via d'accesso alla vetta rappresentata da un solo ed erto canalone. Dopo lungo bombardamento, svoltosi con alterna vicenda, i nostri alpini, appoggiati dai tiri efficaci e precisi di retrostanti artiglierie, riuscirono, con grande valore ed ardimento, a sloggiare dalla posizione l'avversario. Ricevuti i rinforzi, questo pronunciava poi violenti ritorni controffensivi, e solo a sera la contrastata vetta poteva dirsi in nostro saldo possesso".

Il 1° agosto il nemico tentò un nuovo ritorno offensivo contro la Cima di Medetta, ma fu respinto con gravi perdite; il 2, col favore della nebbia, attaccò di sorpresa le nostre posizioni di Scarnitz e Monte Cuestalta, ma anche questo fu respinto.
Il 4, sotto l'intenso fuoco avversario, le nostre fanterie, sostenute efficacemente dalle artiglierie, espugnarono un fortissimo trinceramento che difendeva la parte alta del costone di Col di Lana. Tre giorni dopo, all'alba, avanzando arditamente sulla difficile cresta rocciosa che si erge da sud su Val di Noce, reparti di alpini sorpresero e dispersero truppe austriache trincerate a sud-est di Punta di Ercavallo. Nel giorno stesso nostre artiglierie da montagna, issate a più di 3000 metri d'altezza sulle rocce di Ercavallo, cacciarono con tiri precisi altri nemici trincerati a Malga Paludei, e in Carnia un nostro reparto conquistò e difese da violenti contrattacchi le trincee austriache fronteggianti il Passo del Cavallo tra il Pal Grande e il Freikofel.

Il giorno 8, nell'alto Comelico, Cima Undici cadeva in nostro potere; il 9 le nostre truppe respingevano un attacco in Val di Segten contro la fonte del Rimbianco e un'avanzata in forze dal Seikoff; la notte del 9 veniva respinto un duplice attacco austriaco alle nostre posizioni della testata della Valfurva; la notte del 12 un attacco violento pronunziato contro le nostre nuove posizioni sul costone del Col di Lana s' infrangeva davanti la mirabile resistenza dei nostri: per contro le nostre truppe snidavano il nemico dalle pendici occidentali del Monte Piana e il 13, tornando questo al contrattacco, lo respingevano con gravi perdite, mentre in Val di Segten occupavano e rafforzavano la vetta dell'Oberbacher Kauzel. Il 14, in Val d'Adige, un treno nemico blindato ed ornato con artiglierie di piccolo calibro e con mitragliatrici, tentava un'incursione contro la nostra stazione di Serravalle, ma era respinto. Uguale sorte avevano piccoli attacchi contro le nostre posizioni di Monte Maggio e un attacco in forze contro le posizioni da noi recentemente conquistate in Val Popena.

In Carnia, nella notte del 15 agosto, il nemico sferrava un violento attacco contro le nostre posizioni del Pal Piccolo, del Pal Grande e del Freihofel. Il fermo contegno delle nostre fanterie valeva a respingere su tutto quel tratto di fronte il nemico, infliggendogli gravi perdite. Quella notte stessa gli Austriaci sferravano un furioso contrattacco alle trincee perdute il giorno prima sul Baherbach e sul Bódenbach, ma anche qui furono ricacciati con perdite rilevanti.

Nelle altissime quote, fra la Lombardia e il Trentino Alto alto Adige, nella zona dell'Ortles-Gran Zebrù (Gruppo del Cevedale) la notte del 16 agosto, un nostro reparto alpino moveva dalla Capanna Milano, traversava, diviso in cordate, il Passo dei Camosci (3084 m.) e la Vedretta di Campo, quindi scalava la cima ghiacciata del Tuckett Spitz (3469 m.) sorprendendovi un drappello nemico. Dopo di ciò si dirigeva sulla Hintere Madastch Spitz (3432 m.) tenuta da un distaccamento nemico, lo assaliva e lo disperdeva occupando saldamente la vetta.
Il 17 agosto, nella zona dolomitica, le nostre fanterie occupavano, nell'alta Rienz, il Settele Berg (m. 2296) e in Valle Bacher una seconda linea di trinceramenti; il 18 veniva espugnata una ridotta sul Monte Paterno e conquistata una linea di trincee presso la Drei Zinnen Hutte (rifugio delle Tre Cime di Lavaredo); mentre il 20, in Val Sugana le nostre truppe avanzavano fino al torrente Maso, appoggiando la sinistra al Monte Civaron e la destra ai monti di Cima e di Cimon Rava; nella zona dell'alto Rienz e del Bodenbach la nostra occupazione raggiungeva le falde degli Innichriedel Knoten; infine, sull'altipiano a nord-est di Arsiero, i nostri con vivi attacchi, si impadronivano di un'importante ridotta austriaca sul costone ad occidente di Monte Maggio.

Cosi, distruggendo metodicamente gli sbarramenti nemici sui passi alpini, impadronendoci con audaci scalate di posizioni credute imprendibili sugli altissimi ghiacciai, occupando ridotte e trincee e respingendo ogni contrattacco degli Austriaci dallo Stelvio alla conca di Plezzo e scardinando con poderose spallate la difesa nemica sulla fronte orientale, dal Monte Nero al mare, l'esercito italiano si avviava fiducioso nelle proprie forze verso il quarto mese di guerra.
Il 22 agosto 1915, il Governo italiano, anche per dare una smentita ai bollettini austro-ungarici e alla stampa austro-germanica, che non facevano altro che parlare delle sconfitte nostre, pubblicava un riassunto ufficiale delle operazioni guerresche, che integralmente e fedelmente qui riportiamo:

"Austriaci sulla difensiva lungo tutto il fronte".
1° L'esercito austro-ungarico combatte in modo assolutamente difensivo lungo tutto il fronte di operazione. I suoi rari atti offensivi sono affatto parziali, oppure tentativi per riprendere posizioni perdute. La frontiera, irta di ostacoli di ogni genere, e notoriamente potentissima per difese naturali, è stata varcata quasi dappertutto dalle truppe italiane. Appena dichiarata la guerra, l'esercito italiano si è impadronito, talora con vittoriosi combattimenti, talora senza colpo ferire, di numerose importanti posizioni oltre confine nel Trentino e nel Cadore, correggendo le infelicissime condizioni di una frontiera creata nel 1886 ad esclusivo beneficio dell'Austria. In alcuni punti l'esercito italiano ha preferito non spingersi oltre la frontiera come avrebbe potuto per usufruire delle migliori condizioni locali; ma gli austro-ungarici non hanno osato penetrare in territorio italiano, mentre tutti i loro forti di sbarramento di prima linea stanno sotto il tiro dei nostri cannoni pesanti, e gran parte del loro territorio è nelle nostre mani. Basta ricordare le alture di riva destra del Chiese (Val Daone), Condino in Val Guidicaria. Tiarno e la Val di Ledro tenute sotto il nostro fuoco, il Monte Altissimo, parte dell'altipiano di Brentonico, Ala e Serravalle in Val d'Adige, buona parte della Vallarsa con le alture laterali fin sopra Rovereto, il Monte Maggio, parte dell'altipiano di Vezzena, la Val Sugana fino ad Ospedaletto, le conche di Bieno e di Pieve di Tesino, le pendici meridionali di Cima d'Asta, Fiera di Primiero con le alture circostanti, il Passo di San Pellegrino, Pieve di Livinallongo, il Colle di Lana, il Passo di Falzarego, le Tofane e Podestagno, con la restrostante conca di Cortina d'Ampezzo.
Sugli alti monti del Comelico e dalla Carnia la nostra occupazione corre presso a poco sulla linea del confine ivi segnata dall'altissima dorsale alpina. Circa la linea dell'Isonzo, ove fino ad ora si sono svolte le nostre principali azioni offensive, è detto diffusamente qui appresso.

"Sull'Isonzo"
2° L'Austria è stata costretta ad abbandonare nel Friuli Orientale una vasta estensione di territorio le cui condizioni naturali sarebbero state molto favorevoli per una difesa e si è limitata ad occupare la linea più potente e preparata di lunga mano dell'Isonzo. Essa otteneva così di porre tra il suo e l'esercito italiano un fiume rapido, non guadabile e soggetto a rapide inondazioni, nonché un sistema di posizioni montane assolutamente formidabili, come dichiarò l'arciduca Eugenio nel suo proclamo alle truppe divulgato dalla stampa. Orbene, le truppe italiane varcarono l'Isonzo in tutte le località militarmente importanti: Caporetto, Plava e tutto il basso corso da Gradisca a valle. Il passaggio del fiume fu compiuto a viva forza gettando e rigettando fino a tre volte i ponti sotto il fuoco dell'avversario e lottando anche contro le piene subitanee note a chiunque non sia affatto ignorante delle condizioni geografiche della regione. Varcato il fiume e rimanendo con questo minaccioso ed infido elemento dietro le spalle, l'esercito italiano ha osato la conquista del terreno ovunque dominante di riva sinistra. Sull'alto Isonzo fu strappata al nemico la più gran parte del poderoso massiccio di Monte Nero. La piazza di Tolmino fu investita da presso ed è battuta dal fuoco della nostra artiglieria. Più a Sud, fra Tolmino e Gorizia, fu creata una forte testa di ponte a Plava, dove le nostre truppe, avanzatesi con ardimento, che ha colpito gli stessi avversari, coprono dalla riva sinistra i nostri ponti e costantemente rigettano i contrattacchi del nemico. Davanti a Gorizia le formidabili posizioni che l'avversario occupa ancora sulla destra del fiume sono strette dai nostri approcci fino a poche centinaia di metri, talora a pochi passi, tanto che per dichiarazioni della stessa stampa nemica il nostro tiro di fucileria giunge fino ai caseggiati di Gorizia.

"Sull'Altipiano del Carso"
Ma dove l'offensiva italiana ebbe anche un più largo successo, fu sull'altipiano del Carso, il quale costituisce il baluardo più potente della piazza di Gorizia. Qui in poche settimane le nostre truppe espugnarono da prima su delle alture da Gradisca a Monfalcone, quindi sfondarono la poderosa linea di difesa nemica sull'altipiano stesso dalla Sella di San Martino a Monte Sei Busi e alle alture della rocca di Monfalcone, indi ancora iniziarono e stanno portando innanzi con lento ma continuo progresso l'attacco delle linee successive di difesa dell'avversario.

"Le perdite italiane e le perdite austriache"
3° Questi risultati che in definitiva non hanno potuto essere negati dai bollettini ufficiali del nemico, furono naturalmente conseguiti a prezzo di sangue, ciò che prova il valore e lo spirito offensivo delle nostre giovani truppe. Ma è folle parlare come fanno gli austriaci di 180.000 e 300.000 italiani messi fuori combattimento. Tali cifre sono assolutamente fantastiche. Le vere perdite non raggiungono la sesta parte delle cifre che la stampa nemica ha inventato (in effetti con la terza battaglia in ottobre, le perdite italiane furono di 62.000 morti e 170.000 feriti. Un quarto del contingente mobilitato. Ndr.). E' invece sicuro che il nemico abbia lasciato nelle nostre mani circa 18.000 prigionieri, nonostante i nostri attacchi abbiano sempre dovuto svolgersi frontalmente, mentre i prigionieri da noi perduti sommano a poche centinaia, tanto che mai se ne trova traccia nei bollettini del nemico. Le perdite degli Austriaci, per concorde dichiarazione dei loro numerosi ufficiali prigionieri, furono straordinariamente gravi.

"L'offensiva si sviluppa malgrado le difficoltà"
L'offensiva italiana continua ed il nemico non riesce, malgrado i continui rinforzi ricevuti, ad arginarla. I violenti suoi contrattacchi tentati anche con grandi forze sono stati ovunque respinti. La nostra offensiva si sviluppa costantemente, quantunque urti contro i maggiori mezzi di difesa che la tecnica odierna abbia consentito al nemico di addensare in 10 mesi su di un terreno ripido, intricato, sparso di profonde colline, talora boscoso, talora scoperto e desertico; formidabili ostacoli che le truppe italiane superarono con spirito di sacrificio e magnifico coraggio. Chiunque si sia fatta una lontana nozione di ciò che è la guerra moderna, deve rimanere colpito dinanzi ai risultati fino ad ora ottenuti, poiché deve conoscere che qualunque possa essere la superiorità numerica dell'attaccante straordinariamente potente è la difensiva appoggiata ad una simile organizzazione e ad un tal terreno.
Questi i caratteri generali ed i risultati delle operazioni offensive italiane che non possono essere diminuiti da nessuna campagna di stampa. Essi sono controllabili sul posto. I valorosi avversari che ci fronteggiano li conoscono assai meglio dei gazzettieri e la storia imparziale li dovrà un giorno se non oggi stesso affermare".

LE OPERAZIONI NAVALI NELL'ESTATE DEL 1915:
IL SILURAMENTO DELL' "AMALFI" E DEL "GARIBALDI"
IL DISCORSO DEL D'ANNUNZIO AI SUPERSTITI DELL'"AMALFI"
OCCUPAZIONE DI PELAGOSA -
AZIONE CONTRO L'ISOLA DI LAGOSTA -
BOMBARDAMENTI AUSTRIACI DELLA COSTA ADRIATICA
ATTACCO NEMICO A PELAGOSA RESPINTO
AFFONDAMENTO DEL "NEREIDE" E DEL "IALEA"
DUE SOTTOMARINI NEMICI AFFONDATI - SECONDO ATTACCO AUSTRIACO A PELAGOSA E SGOMBRO DELL'ISOLA
CONSIDERAZIONI SULLE OPERAZIONI NAVALI
ATTIVITÀ DELLE FORZE AEREE
IL VOLO DI G. D'ANNUNZIO SU TRIESTE

Mentre si svolgevano le operazioni terrestri che abbiamo appena accennate, la Marina italiana non stava oziosa, ma si logorava in uno snervante e continuo servizio di vigilanza, d'escursioni, d'agguati, d'attacchi alle coste avversarie, di tentativi di provocare a battaglia la flotta nemica, registrando purtroppo di tanto in tanto, dolorose perdite.
Una di queste fu il siluramento dell'incrociatore "Amalfi". Divenendo sempre più intensa l'attività nostra e del nemico nell'alto Adriatico, si era ritenuto utile inviare a Venezia alcune unità che potevano eventualmente sostenere con efficacia il naviglio leggero qui dislocato e vi si era mandata una divisione composta dei quattro incrociatori corazzati Pisa, San Giorgio, San Marco, e l'Amalfi, che vi era giunta il 19 giugno.

All'alba del 7 luglio alcuni cacciatorpediniere furono mandati in ricognizione verso il golfo di Trieste e per dare a loro un pronto sostegno nel caso di un attacco nemico fu fatto uscire da Venezia l'"Amalfi" (comandante RIANDO), il quale, a poche miglia da Venezia fu silurato dal sommergibile austriaco U26. "Il comandante, - così scriveva il bollettino dello Stato Maggiore della Marina nel dare l'annunzio della sciagura - prima di ordinare alla gente di gettarsi in mare, ha lanciato il grido Viva il Re ! Viva l'Italia !, cui ha fatto eco tutto l'equipaggio allineato a poppa con ordine e con mirabile disciplina. Il comandante ha abbandonato per ultimo la nave scivolando sul fianco ancora emerso dell'incrociatore, che poco dopo è affondato. Con i nostri mezzi fu salvata la quasi totalità dell'equipaggio e degli ufficiali".

L'equipaggio della nave, condotto a Venezia armato di cannoni da sbarco e messo sotto il comando del capitano di corvetta SAVINO, formò il terrestre "Gruppo Amalfi", il quale si distinse poi in molte azioni nel basso Isonzo.
Lo stesso giorno del siluramento dell'Amalfi perdemmo una torpediniera; un'altra l'avevamo persa il 3 luglio. Perdite dolorose per noi erano queste, ma non tali da interrompere le nostre operazioni navali o da menomare l'efficienza della nostra flotta. Questa, coadiuvata dalla scarsa forza aerea di cui si disponeva, continuava a svolgere alacremente la sua attività.
Il 7 luglio, dirigibili e idrovolanti bombardavano uno stabilimento militare presso Trieste, il 14 cacciatorpediniere austriaci nel canale di Fasana, il 16 la stazione di Gragnano e la ferrovia Trieste-Monfalcone, il 22 San Polaj e Nabresina, il 23 la stazione ferroviaria di Riva di Trento.

Il 17 luglio, mentre idrovolanti austriaci bombardavano Bari e Barletta, partiva, da Brindisi una divisione navale, guidata personalmente dal DUCA DEGLI ABRUZZI, e diretta alla costa dalmata. A proposito dell'azione che questo reparto navale doveva svolgere, il capo di Stato Maggiore della Marina dava al Paese, il 19, l'annunzio di una, sciagura con un comunicato, in cui fra l'altro era detto:

"All'alba del 18 corrente la divisione di nostri vecchi incrociatori corazzati Varese, Ferruccio, Garibaldi e Pisani", ha avvicinato le acque di Cattaro, rendendo palese la sua presenza col bombardare e danneggiare seriamente la ferrovia presso quella località. Nello stesso tempo navi sottili agivano contro Gravosa, distruggevano il deposito delle macchine, caserma e vari edifici militari, ed eseguivano mediante sbarchi una ricognizione nell'isola di Giuppana. Le corazzate nemiche, rifugiate nella base di Cattaro - le quali, benché di tipo non moderno, avrebbero potuto affrontare la nostra divisione d'antichi e modesti incrociatori - non sono uscite dal porto, pure possedendo le macchine pronte. Mentre le nostre navi si allontanavano sono state attaccate da sommergibili e il "Garibaldi", dopo aver evitato un primo attacco, è stato colpito da un siluro ed è affondato. L'equipaggio si è comportato con perfetta calma e disciplina, levando più volte il grido di Viva il Re prima di gettarsi in mare, secondo l'ordine ricevuto, ed è stato salvato nella massima parte".

Il sommergibile austriaco che silurò il "Garibaldi" era l'U6. L'incrociatore era stato varato nel 1898 ed era entrato in squadra nel 1901, la sua stazza era di 7350 tonnellate e la sua velocità di 19 nodi e mezzo. Era armato da un cannone da 254 mm, 2 da 203, 14 da 152, 10 da 76, 6 da 47, una mitragliatrice e 4 lanciasiluri. Aveva circa 560 uomini di equipaggio, di cui si salvarono i quattro quinti, compreso il comandante FORTUNATO NUNES FRANCO.
La notizia dell'affondamento del Garibaldi fu serenamente accolta dal Paese e rese più maschia la voce di GABRIELE D'ANNUNZIO quando, il 20 luglio, il poeta parlò ai superstiti dell'"Amalfi", che da equipaggio di una nave si trasformavano in cannonieri di terra.

Lo riportiamo qui fedelmente e integralmente; per testimoniare il clima ancora molto euforico in questi primi tre mesi di guerra. Che nonostante tutto, per l'Italia, non era stato per nulla negativo, anche se poco concludente.

"Marinai e soldati d'Italia ! - disse il poeta - Or è troppi anni, quando una squadra italiana non aveva ancora osato entrare neppure per parata in questo nostro mare dopo la sciagura che sempre ci morde, un poeta italiano levò un canto di numero guerresco "A una torpediniera nell'Adriatico" e risuscitò sotto un cielo di nembo e di presagio i sommersi di Lissa.
Fu ieri il giorno anniversario della battaglia trista, e per tutta la notte abbiamo cercato invano il nemico dalle acque di Grado a quelle di Pola e dalla Punta di Salvore alla Punta Maestra.
I padri nostri credevano di riconoscere l'apparizione dei due divini eroi gemelli nei Fuochi di Sant'Elmo fiammeggianti in cima agli alberi delle navi. Noi abbiamo creduto che i due comandanti eroici, il FAÀ DI BRUNO e il CAPPELLINI, ci apparissero e ci segnassero la rotta. Ma ancora una volta il nemico ha evitato di combattere in mare aperto.
Ed ecco che stamani abbiamo il grande onore e il grande orgoglio di salutare i superstiti gloriosi della gloriosa "Amalfi", non meno eroici di quei loro fratelli che, allineati sul ponte della "Palestro", mentre la nave colava a picco, gridarono con un'anima, sola: Viva l'Italia
Oltre questo grido, oggi non v'è se non il silenzio nell'azione. Non è più tempo di parole. La parola era santa quando valeva a propagare quella verità che oggi è il nostro sole spirituale, che oggi è la fede e la luce d'Italia. Mentre voi partite, mentre io vi saluto, il sangue della Patria sgorga, scorre, impregna il suolo liberato. Il sangue fugge e il sangue si rifà, sempre più rosso e più puro. E ciascuno di noi non vale se non per la ricchezza delle sue vene, se non per il vigore della sua volontà, se non per la costanza del suo coraggio.
O marinai, voi non avete più la vostra nave. Come la "Palestro", ella giace nel fondo dell'Adriatico. Era bella e voi l'amavate. Ma, nell'abbandonarla al suo destino, voi sentiste che nulla era perduto; poiché tanto indomito ferro rimaneva in voi, nella vostra intrepidità, nella vostra resistenza più forte della sorte e della morte. Sempre il fermo cuore dell'uomo è l'arma che non vien meno e che non falla.
Voi lo sapete, o marinai. Non avete più la vostra nave; ed ecco vi trasformate in cannonieri di terra. Portate con voi le vostre batterie laggiù, su la linea del fuoco. E l'anima della vostra nave sarà là dove si mostrerà il vostro coraggio. L'anima dell'"Amalfi" vibrerà nel rombo dei vostri cannoni, brillerà nel lampo di ogni colpo mandato a segno. O naufraghi meravigliosi, fu necessità abbandonare il bordo; e forse taluno di voi pensa con alta malinconia a quei compagni che restarono sepolti nella camera delle munizioni, a quei fratelli che la nave amata hanno per sepolcro. Ma per nulla al mondo voi abbandonerete l'affusto. Basta guardarvi, per esserne certi. L'affusto di questi nuovi cannoni aderisce al vostro valore meglio che le vostre ossa alla vostra carne.
Per ciò noi vi salutiamo due volte eroi. Come già foste eroi davanti alla morte, voi sarete domani eroi incontro alla vittoria. Viva l'Italia ! Viva il Re !".

Una settimana dopo, e precisamente il 26 luglio, un comunicato ufficiale divulgava notizia dell'occupazione di Pelagosa, isoletta tra il Gargano e la osta dalmata:

"Le operazioni navali contro la costa nemica - diceva il comunicato - ebbero per obiettivo di togliere al nemico il mezzo di valersi delle isole più avanzate verso la nostra sponda, delle quali più agevolmente potevano essere sorvegliati i movimenti delle nostre navi e rappresentavano stazioni di rifornimento di siluranti o di aeroplani più prossime a noi. Fin dall'inizio delle ostilità l'isola di Pelagosa era stata più volte bombardata, ma ciononostante continuava a rimanere in comunicazione ottica con la costa dalmata; cosicché fu necessario occuparla definitivamente e scovare e fare prigionieri dopo minuziose ricerche gli uomini che la presidiavano e si tenevano nascosti nelle numerose e profonde anfrattuosità di grotte dell'isola. L'occupazione fu compiuta di nottetempo e con gran celerità dai nostri cacciatorpediniere e navi ausiliarie, poiché fu necessario provvedere gli sbarcati non solo di tutto quanto occorreva per una efficace difesa, ma anche per ogni necessità della vita. I tentativi successivamente fatti dal nemico contro la nostra occupazione non hanno sortito effetto e l'isola, importante per la sua posizione strategica, è in nostro potere. Contemporaneamente una squadriglia di cacciatorpediniere francesi, scortata ed assistita da un nostro incrociatore leggero era incaricata di agire contro l'isola di Lagosta, tagliando il cavo subacqueo telegrafico e distruggendo le stazioni di rifornimento per sommergibili ed aeroplani che si sapevano essere in quell'isola. L'operazione, la quale presentava difficoltà non lievi, militari e marinaresche, fu compiuta dai cacciatorpediniere francesi con molta accortezza ed ardimento; specialmente il "Magon" e il "Bisson" si distinsero nel compito di tagliare il cavo e distruggere le stazioni di rifornimento. Un manipolo di marinai di quest'ultimo, sbarcato a terra, fu fatto segno, mentre era sulla via del ritorno, ad intenso fuoco di fucileria del nemico, ma sostenuto e protetto dai tiri del Magon non ebbe a lamentare che la perdita di un uomo".

"Quasi come risposta all'azione nostra e francese su Pelagosa e Lagosta, la mattina del 27 luglio un incrociatore leggero e quattro cacciatorpediniere austriaci bombardarono alcuni punti della ferrovia litoranea adriatica tra Senigallia e Pesaro. Contemporaneamente due idrovolanti nemici lanciarono bombe su Ancona. I bombardamenti navali ed aerei non fecero vittime e produssero danni di lievissima entità. Non contento di questo, il nemico, il 29 luglio, tentò di rioccupare l'isola di Pelagosa, bombardandola con due incrociatori leggeri e sei cacciatorpediniere, mentre reparti di marinai sbarcavano nell'isola. Gli assalitori furono respinti con perdite e alcuni furono costretti a raggiungere a nuoto le torpediniere".

Il 5 agosto un nostro sommergibile, il "Nereide", inviato nelle acque di Pelagosa per contrastare eventuali nuovi attacchi da parte di navi nemiche, sorpreso in emersione da un sottomarino austriaco, fu silurato ed affondato. Il 9 agosto il presidio dell'isola fu rifornito e rinforzato. L'11, cacciatorpediniere austriaci bombardarono Bari, Santo Spirito e Molfetta, uccidendo una persona e ferendone sette. Quello stesso giorno, nell'alto Adriatico, il sommergibile austriaco U12 fu silurato ed affondato da un nostro sottomarino, non salvandosi nessuno dell'equipaggio. La mattina del giorno dopo un nostro incrociatore ausiliario, in crociera nel basso Adriatico, fu attaccato dal sommergibile austriaco U3, che gli lanciò due siluri senza colpirlo e fu investito dalla prua della nostra nave, la quale però non riuscì ad affondarlo. Una squadriglia di nostri cacciatorpediniere di cui faceva parte il caccia francese "Bisson" fu mandata a dar la caccia all'U3.

Nel pomeriggio del 13 il "Bisson" riuscì a rintracciare il sommergibile nemico, che era avariato, e lo affondò a cannonate, salvando e catturando il comandante in seconda ed undici uomini dell'equipaggio.
Il 16 agosto perdemmo il sommergibile "Ialea", affondato per urto di mine al largo della costa d'Istria. Lo comandava GIOVANNETTI, che perì con quasi tutto l'equipaggio.
Il 17 agosto, venti unità navali austriache, tra caccia ed esploratori, oltre un idrovolante, attaccarono l'isola di Pelagosa, distruggendo con furioso bombardamento quasi tutte le sistemazioni logistiche e difensive del presidio. Non fu però tentato alcuno sbarco.
Dopo quest'attacco contro Pelagosa, costando troppo la difesa dell'isola, da cui del resto non era possibile arrecare seri danni al nemico, il Capo di Stato Maggiore della Marina ordinò che fosse sgombrata.

"Lo sgombro di Pelagosa - scrive il Ginocchietti - segnò virtualmente l'inizio di un nuovo periodo nella condotta delle nostra guerra in Adriatico. L'attività invero assai notevole da noi dimostrata nei mesi estivi ci aveva costato la perdita di alcune unità senza apportarci in apparenza alcuna contropartita salvo l'affondamento di un paio di sommergibili nemici. Tutta l'importanza delle caratteristiche geografico-strategiche del teatro di operazioni adriatiche ci si era rivelato con i fatti non inferiore a quello che era facilmente prevedibile. Invece di logorare il nemico, ci eravamo logorati noi stessi, non altrimenti di quanto era avvenuto e doveva ancora avvenire sui fronti terrestri, ove gli attaccanti, non ancora provvisti di mezzi idonei, subivano perdite assai più gravi in numero e qualità di quelle da loro causate ai difensori.

" Occorre però mettere in rilievo i vantaggi morali che ci vennero dall'avere adottato all'inizio delle ostilità una condotta decisamente offensiva. In primo luogo nella marina si andò sviluppando e consolidando le spirito offensivo, che è sempre frutto di nobili tradizioni, scritte col sangue. Una marina giovane come l'Italiana, che non possedeva alcuna grande tradizione, non poteva iniziare la sua prima grande guerra assumendo una condotta passiva nella attesa che il nemico si fosse prestato a giocare la partita suprema nel canale di Otranto. Ne sarebbe probabilmente derivato un logorio morale molto più grave di quello materiale che subimmo. Chi ha studiato la storia della marina germanica nel conflitto mondiale ben conosce le conseguenze dell'attitudine passiva assunta dalle sue forze principali fin dall'inizio della guerra e sa che, quando il comando della flotta fu assunto da un abile e valoroso ammiraglio, VON SCHEER, questo cercò di risollevare gli spiriti depressi dei suoi stati maggiori ed equipaggi con frequenti uscite nel mare nel Nord, sfidando la strapotente flotta britannica che profittando di qualche favorevole occasione poteva avvolgerlo in una stretta suprema.

"Questo nostro primo periodo di attività fu quindi senza dubbio grandemente salutare al morale della nostra marina che si mantenne poi altissimo in tutte le alterne vicende del conflitto. Inoltre, pur fornendo al nemico l'occasione di riportare quei suoi pochi successi di qualche importanza, la marina italiana gli mostrò che le sue incursioni nell'Adriatico medio non erano esenti da rischi e lo indusse a diradarle, dando così tempo alla sistemazione difensiva costiera di solidificarsi. Gli mostrò altresì che qualsiasi sua incursione nel basso Adriatico sarebbe stata grandemente ostacolata e pertanto coprì così indirettamente la zona del Canale d'Otranto in cui con mezzi forniti dagli italiani e dagli alleati si andava ogni giorno più intensificando la posa d'ostacoli contro il transito dei sommergibili tedeschi che ormai avevano posto la loro base a Cattaro ed infestavano il Mediterraneo. Il tributo del noviziato pagato dalla nostra marina a quella avversaria, già agguerrita per essere entrata da più tempo in conflitto, non fu dunque del tutto vano. Ma da esso derivarono fra i nostri organi direttivi ed esecutivi del tempo, diversità di concezioni sui nuovi metodi di guerra marittima e tale contrasto indusse il Capo di Stato Maggiore della Marina a chiedere ripetutamente l'esonero dalla sua alta carica: esonero che egli ottenne nell'ottobre 1915.
La carica di Capo dello Stato Maggiore venne fusa con quella di ministro e data al vice ammiraglio CORSI. THAON di REVEL fu nominato comandante del dipartimento di Venezia e delle forze navali del basso Adriatico.

"Se numericamente eravamo superiori agli Austriaci nelle forze navali, eravamo inferiori nelle forze aeree. Il nemico si valse di questa superiorità, oltre che per raggiungere obiettivi militari anche per gettare il panico nelle nostre popolazioni con frequenti barbare incursioni su città indifese. In luglio bombardò: il 2 Castelfranco Veneto, il 5 Cividale, l'8 Venezia e S. Giorgio di Nogaro, il 23 Fossaciesa, Chieti, San Vito Chietino, Cupramarittima, Ortona a Mare; il 24 Grottammare, il 25 Verona, il 27 Fano e Ancona, che ebbe 90 morti e 67 feriti; in agosto bombardò: l'11 Bari, il 15 ancora Venezia e Schio, il 20 e il 21 Udine, il 24 ancora Schio, il 25 Cividale e Brescia, il 27 Sinigallia, Fano e Ancona.
Anche noi esplicammo per via aerea un'encomiabile attività, ma al contrario del nemico, risparmiammo la popolazione civile. In luglio borbardammo: il 5, colonne di truppe e carriaggi presso Oppacchiasella, la stazione ferroviaria di San Daniele e lo Stabilimento Tecnico triestino; il 6 e l'8 il campo d'aviazione austriaca di Aisovizza e la stazione di Nabresina, il 12 un accampamento presso Gorizia, il 14 caccia austriaci raccolti nel canale di Fasan, il 17, con due dirigibili, le opere militari intorno a Gorizia e un accampamento presso il San Michele, il 22, con dirigibili, San Polaj e la ferrovia di Nabresina, il 23 la stazione ferroviaria di Riva di Trento; in agosto bombardammo il 6, con dirigibili, accampamenti nemici presso Doberdò, il nodo ferroviario di Opema e le opere militari di Pola (il dirigibile che volò su Pola cadde in mare e l'equipaggio fu catturato); il 20 e il 21 il campo austriaco di aviazione di Aisovizza".

Gran rumore levò il volo di GABRIELE D'ANNUNZIO su Trieste. Il velivolo, che portava il poeta, pilotato dal comandante MIRAGLIA, si alzò alle 15.30 del 7 agosto e giunse nel cielo di Trieste un'ora dopo salutato da nutrito fuoco di cannoni e mitragliatrici. Fece due lunghi giri sulla città: nel primo furono lanciati bandiere italiane appesantite da piombi e messaggi chiusi in sacchetti impermeabili, alcuni dei quali caddero tra la Piazza Grande e San Giusto, altri fra il Campo Marzio e la caserma nuova, altri ancora fra Scorcola e Rojano; nel secondo furono gettate bombe sull'Arsenale di Artiglieria, sui quattro bacini e su altre opere militari. Due idroplani austriaci si levarono dal vallone di Muggia, per dar la caccia al velivolo italiano, ma furono messi in fuga da altri due apparecchi italiani, volati al soccorso di quello del d'Annunzío, che rientrò alla sua base alle 18.25.
Ecco il testo del messaggio lanciato dal poeta ai Triestini:

"Coraggio, fratelli! Coraggio e costanza ! Per liberarvi più presto, combattiamo senza respiro. Nel Trentino, nel Cadore, nella Carraia, su l'Isonzo, conquistiamo terreno ogni giorno. Non v'è sforzo del nemico che non sia rotto dal valore dei nostri. Non v'è sua menzogna impudente che non sia sgonfiata dalle nostre baionette. Abbiamo già fatto più di 20.000 prigionieri. In breve tutto il Carso sarà espugnato. Io ve lo dico, io ve lo giuro, fratelli: la nostra vittoria è certa. La bandiera d'Italia sarà piantata sul Grande Arsenale e sul colle di San Giusto. Coraggio e costanza. La fine del vostro martirio è prossima. L'alba della nostra allegrezza è imminente. Dall'alto di queste ali italiane, che conduce il prode Miraglia, a voi getto per pegno questo messaggio e il mio cuore, io Gabriele d'Annunzio".

LE RELAZIONI TRA IL GOVERNO ITALIANO E LA SANTA SEDE
IL VESCOVO CASTRENSE - TRATTATIVE SEGRETE TRA IL VATICANO E IL GOVERNO PER UN ACCORDO
L'INTERVISTA LATAPIE
IL COMITATO LOMBARDO DI PREPARAZIONE PER LE MUNIZIONI
IL COMITATO SUPREMO DELLE ARMI E DELLE MUNIZIONI
IL SOTTOSEGRETARIO DELLE ARMI E DELLE MUNIZIONI
IL PROBLEMA DELLA MANO D'OPERA
GLI IMBOSCATI E I PESCICANI

L'intervento dell'Italia nella grande guerra compromise in un primo tempo le relazioni tra il Governo italiano e la Santa Sede. Il Governo italiano dichiarò al Vaticano che avrebbe rispettato le guarentigie papali e specialmente la piena libertà e il segreto epistolare dei rappresentanti diplomatici presso la Santa Sede purché questa facesse sì che quelli non abusassero né della libertà né del segreto; ma il Vaticano non ritenne di impegnarsi ad esercitare vigilanza sui rappresentanti diplomatici dell'Austria, della Prussia e della Baviera e questi lasciarono Roma protestando e giustificando di andarsene per non menomare la loro dignità.
Dopo la dichiarazione di guerra all'Austria gl'imperi centrali tentarono di metter contro il Governo italiano e la Santa Sede e di riaprire la mai risolta "questione romana", facendo gridare dalla loro stampa che l'intervento italiano aveva dimostrato come la famosa legge delle guarentigie non assicurasse in alcun modo al Pontefice il libero esercizio della sovranità spirituale; e sulla "questione romana" "...solo una vittoria degli Imperi centrali avrebbe potuto riaprirla e risolverla, ripristinando il potere temporale".

Intanto la Santa Sede cercava di rimanersene neutrale e, poiché le sue invocazioni di pace non avevano prodotto nessun effetto, cercava di moderare le attività della guerra sollecitando dalle nazioni belligeranti provvedimenti a favore dei prigionieri e degli invalidi.
In verità il Pontefice, pur volendo considerare come suoi figli, eguali nel suo cuore, i cattolici tutti delle potenze in conflitto, non nascondeva una certa simpatia per gl'Italiani. Il 25 maggio, in una lettera al cardinal decano, aveva chiamato diletta l'Italia e aveva annunciato di aver "fornito i cappellani militari di amplissime facoltà, autorizzandoli a avvalersi per la celebrazione della Messa e dell'assistenza ai moribondi dei privilegi che solo in circostanze eccezionalissime possono essere concesse".

Il 4 giugno, con decreto della Sacra Congregazione Concistoriale, fece istituire la carica di Ordinario Castrense, vale a dire del vescovo di campo e a tale carica chiamò monsignor ANGELO BARTOLOMASI, ausiliario dell'Arcivescovo di Torino. Richiesto però di interessarsi per imboscare i giovani della nobiltà clericale, si rifiutò affermando che "...anch'essi, come italiani, dovevano immolare la vita in difesa della patria".
Inoltre il Vaticano collaborava col Governo per rendere più agevoli l'opera degli "Uffici per notizie alle famiglie dei militari", e per alleviare le condizioni dei prigionieri e degli ammalati. Infine la Santa Sede fece dai vescovi raccomandare al clero e al popolo di sostenere la giusta causa dell'Italia.
Dal canto suo il Governo italiano non mancò di ricambiare il contegno amichevole del Vaticano, spalleggiato dal generale Cadorna e dal generale Porro, cattolici osservantissimi. Infatti esentò i parroci dal servizio militare, pose nella sanità o in altri corpi non combattenti gli ecclesiastici chiamati alle armi, trattò bene i cappellani e, a monsignor BARTOLOMASI riconobbe il grado di maggior generale. Padre SEMERIA fu chiamato alle funzioni di Cappellano maggiore, con il Padre GEMELLI, presso il Comando Supremo.

A nessuno sfuggiva la cordialità delle relazioni tra il Governo italiano e la Santa Sede, ma pochissimi sapevano di segreti approcci che avvenivano tra fiduciari dell'uno e dell'altra per un accordo. Da parte del Vaticano si chiedeva una legge, riconosciuta da tutte le potenze, che gli concedesse la "sovranità indipendente" della città leonina e di una striscia di terra al mar Tirreno con un proprio porto.

Da parte del Governo si offrivano modifiche alla legge delle guarentigie, abolizioni d'ogni traccia di giudizio giurisdizionale, ricostituzione autonoma delle proprietà ecclesiastiche, istituendo in enti morali le congregazioni religiose, sistemazione e consolidamento della finanza pontificia e riconoscimento di Stato indipendente ai presenti possessi papali; infine l'accordo avrebbe dovuto concludersi direttamente tra la Santa Sede e il Governo italiano.
Ai negoziati prese parte TITTONI il quale riuscì a concordare il punto essenziale, che cioè la legge delle guarentigie rimarrebbe una legge interna italiana, alla quale accederebbe più tardi con un atto proprio la Santa Sede. Il Governo italiano desiderava che la Santa Sede dichiarasse pubblicamente, quasi a smentire le contrarie asserzioni della stampa austro-tedesca, che la legge delle guarentigie aveva dato buona prova ed era suscettibile di miglioramenti, ma il Vaticano stranamente non volle fare una dichiarazione simile specie quando il ministro belga gli propose di schierarsi in favore dell'Intesa.

L'intervento dell'Intesa nei negoziati tra Santa Sede e Governo italiano minacciò di turbare le buone relazioni; ma ancora di più minacciò di turbare i buoni rapporti una intervista concessa dal Pontefice ad un giornalista francese, LUIGI LATAPIE, pubblicata dal giornale "La Liberté" il 21 giugno del 1915. Secondo questa intervista, a Latapie che aveva detto al Santo Padre essersi la Francia penosamente turbata nel sapere che la Santa Sede si adoperava per mantenere l'Italia nella neutralità, BENEDETTO XV avrebbe risposto: "Riconosco nettamente che eravamo neutralisti; abbiamo dato istruzioni in questo senso ai nostri amici e ai nostri giornali. Volevamo la pace per tre ragioni: anzitutto perché sono rappresentante di Dio sulla terra. Dio vuole che la pace regni tra gli uomini; il Papa non può volere, non può predicare che la pace. Secondariamente siamo in Italia: volevamo risparmiare a questo paese che amiamo le sofferenze della guerra. Infine non possiamo nascondere che abbiamo pensato anche agli interessi della Santa Sede. Lo Stato di guerra mette tali interessi in pericolo. Siamo attualmente in una situazione incerta"

E alla domanda se il Papa non poteva forse sotto la legge delle guarentigie esercitare la sua missione, il Pontefice avrebbe dichiarato:
"Debbo riconoscere che il Governo italiano ci fornisce prova di buona volontà. I nostri rapporti sono migliorati, ma le cose non procedono ancora con nostra piena soddisfazione. Non si poteva per esempio lasciare intatta la mia guardia? Ho bisogno di garantire la sicurezza materiale della mia persona, delle ricchezze che mi circondano, e mi sono state prese venti guardie, parecchi ufficiali, impiegati che non posso facilmente sostituire e sono state mobilitate delle guardie nobili. Ma questo è poco accanto al grave inconveniente di non poter comunicare con i miei fedeli. Il Governo aveva offerto la libertà del cifrario segreto ai rappresentanti delle Potenze accreditate presso di noi, ma sotto il controllo e la responsabilità della Santa Sede. Era troppo pericoloso: ci sarebbero state attribuite indiscrezioni relative a cose di guerra. Ho rifiutato quel nodo e mi è stata promessa libertà di corrispondere fuori il controllo della censura, ma al mio segretario di Stato hanno portato stamattina una lettera del patriarca di Venezia i cui suggelli erano stati spezzati. Il Tribunale della Penitenzeria, che si occupa di affari privati concernenti i fedeli che sottomettono casi individuali di coscienza, ricevette parecchie lettere aperte. Udiamo un solo suono di campana. I rapporti con le Nazioni nemiche dell'Italia sono praticamente soppressi. I rappresentanti di esso accreditati presso di noi hanno dovuto lasciare l'Italia. Le nostre garanzie, i nostri mezzi sono indeboliti. Abbiamo fiducia nel Governo attuale, ma paventiamo di vederci esposti alle incertezze della vita pubblica italiana. Roma è un focolare in perpetuo fermento. Direte forse che sarebbe stato assurdo temere ultimamente una giornata rivoluzionaria. Che accadrà domani ? Come accoglierebbe il popolo una sconfitta? Come si comporterà nella vittoria? Tutti i movimenti di questo popolo che è il più mobile della terra hanno qui il loro contraccolpo e noi oggi ci sentiamo meno protetti. Comprenderete ora perché ci opponevamo con tutte le nostre forze alla rottura della neutralità italiana: l'avvenire è oscuro".

L'intervista che esprimeva anche sentimenti poco benevoli per l'Intesa, produsse naturalmente enorme impressione e suscitò vivace discussione nella stampa e proteste da parte dei Governi dell'Intesa.
Il Governo italiano, il 23 giugno, dall'ufficiosa Agenzia Stefani fece diramare il seguente comunicato a rettifica di alcune dichiarazioni pontificie:

"E' stato pubblicato da un giornale francese il resoconto di una intervista che viene attribuita a S.S. BENEDETTO XV e in essa si fa dire al Pontefice che, per effetto della guerra, i rapporti della Santa Sede con le nazioni nemiche dell'Italia sono in realtà soppressi. Ora, per quanto ci riguarda, fino dalla dichiarazione della guerra si ebbe cura di applicare scrupolosamente e con larghezza di criteri la legge delle Guarentigie, la quale vuole che il sommo Pontefice corrisponda liberamente con l'Episcopato e con tutto il mondo cattolico. Perciò furono date precise istruzioni all'Ufficio di censura della Posta estera che tutte le lettere da e per Sua Santità e il Segretario di Stato fossero senz'altro trasmesse all'indirizzo. Queste disposizioni si estesero anche alla corrispondenza diretta alle varie Congregazioni, come la Penitenzeria, la Concistoriale, il Santo Ufficio ecc. Fra tutte le centinaia di lettere che quotidianamente arrivano alla Santa Sede e da questa partono, due sole furono, per errore, aperte: una diretta alla Segreteria di Stato; l'altra alla Penitenzeria. Ambedue provenivano, non dall'estero, ma dalla zona italiana di guerra. Anche agli Uffici di censura di colà venne quindi dato ordine di far passare liberamente le corrispondenze dirette dalla Santa Sede all'Austria-Ungheria ed esse furono puntualmente spedite per la via della Svizzera. Ma fu l'Austria che non volle riceverle. Due lettere col bollo della Segreteria di Stato - di cui una diretta a monsignor Scapinelli, nunzio a Vienna - che erano state puntualmente spedite in Austria, via Svizzera, furono restituite con dichiarazione scritta sulle rispettive buste che dall'Austria si respingevano perché "provenienti da Paese in guerra". Né vi può essere dubbio intorno al cammino di queste lettere perché avevano impresso il bollo dell'Ufficio postale di Zurigo, il che mostra che l'Italia le mandò in Austria, via Svizzera. Se, dunque, i rapporti fra la Santa Sede e l'Austria sono soppressi o resi difficili, la colpa deve unicamente attribuirsi all'Austria-Ungheria".

Come c'era da aspettarsi non mancarono le attenuazioni e le smentite. Lo stesso 23 giugno la Corrispondenza, di ispirazione vaticana, scriveva che, se il colloquio era vero nella sostanza di alcune affermazioni era inesatto nella forma e nei dettagli; e l'"Osservatore Romano" dichiarava che "il pensiero del Santo Padre intorno al conflitto era stato espresso nei documenti ufficiali (encicliche, allocuzioni concistoriali, e lettere a cardinali e prelati), di cui la Santa Sede assumeva intera responsabilità, e non in private pubblicazioni, che potevano contenere e contenevano inesattezze".
Non bastando queste attenuazioni e parziali smentite a troncare le polemiche e a calmare gli animi, il 28 giugno, il cardinale GASPARRI, segretario di Stato, si lasciava intervistare da un redattore del cattolico "Corriere d'Italia", al quale dichiarava che il Latapie aveva inventato di sana pianta non poche e assai gravi asserzioni, smentiva categoricamente alcuni punti dell'intervista, dei quali faceva rilevare l'illogicità, e a proposito dei rapporti tra la santa Sede e il Governo italiano precisava nel modo seguente il pensiero del Santo Padre:
"E' ben vero che la Santa Sede desiderava che l'Italia rimanesse estranea al conflitto europeo, fatte però dall'Austria opportune concessioni che rimovessero ogni motivo di attrito fra le due Nazioni, e ciò sia perché il Santo Padre, invocando il ristabilimento della pace, non poteva, naturalmente, desiderare che l'incendio invece si estendesse sia perché desiderava che alla diletta Italia nella quale vive, venissero risparmiati i disagi e gli orrori della guerra, sia finalmente perché era preoccupato della situazione delicata in cui si sarebbe trovata o poteva trovarsi la Santa Sede se l'Italia fosse entrata nel conflitto. L'espressione di "popolo più mobile della terra" applicata al popolo italiano è di creazione del signor Latapie. Quando la storia pubblicherà ciò che in proposito ha fatto la Santa Sede, la Nazione italiana ne avrà, non un sentimento di rancore, ma piuttosto un sentimento di amore e di riconoscenza. La guerra, invece, fu dichiarata; e da allora Sua Santità si è stretto, anche per il conflitto italo-austriaco, nella più assoluta neutralità, non dimenticando nel dolore che i combattenti delle due parti sono suoi figli. Allo stesso tempo, però, non solo ha ostacolato in modo alcuno ai cattolici italiani di comportatisi come i migliori fra i cittadini, ma ha provveduto all'assistenza morale e religiosa dei soldati e ha consentito caritatevolmente che in locali dipendenti dalla Santa Sede i soldati malati o feriti potessero trovare cura e assistenza. Riconosciamo che il Governo ha posto buona volontà nell'attenuare non poche difficoltà che la Santa Sede prevedeva inevitabili in tempo di guerra per la forza stessa dell'attuale sua situazione. Così, per restringerci alla corrispondenza, esso ha dato ordine affinché fosse esente da censura la corrispondenza col Santo Padre, con la Segreteria di Stato e con alcuni altri dicasteri pontifici; e noi non facciamo alcun caso di alcune lettere, non molte in verità, che, nonostante l'ordine del Governo e senza sua colpa, sono giunte aperte dalla censura.
Ma dovrà dedursi da ciò che l'attuale situazione della Santa Sede sia normale e che il Papa debba definitivamente accettarla ? No certo, perché Sua Santità, per rispetto alla neutralità, non intende punto creare imbarazzi al Governo e mette la sua fiducia in Dio, aspettando la sistemazione conveniente della sua situazione, non dalle armi straniere, ma dal trionfo di quei sentimenti di giustizia, che auguro si diffondano sempre più nel popolo italiano in conformità del verace suo interesse".

Con queste dichiarazioni e, più tardi, con una lettera dello stesso BENEDETTO XV al cardinale AMETTE, che fu pubblicata il 29 luglio, si chiudeva l'incidente provocato dal Latapie. Il giorno prima della pubblicazione della sua lettera, nell'anniversario dello scoppio del conflitto, il Pontefice rivolse un appello ai popoli belligeranti e ai loro capi, esortando questi ultimi a iniziare uno scambio di vedute allo scopo di giungere alla pace; ma l'appello non sortì l'effetto desiderato e allora il Santo Padre, afflitto ma rassegnato all'insuccesso della propria iniziativa, scrisse al presidente degli Stati Uniti pregandolo di farsi mediatore fra le potenze di quella pace che la Santa Sede e il mondo desideravano.
La pace però sembrava che volesse allontanarsi sempre di più e, dovunque, era un fervore straordinario di opere intese ad alimentare il mostro voracissimo che era la guerra e che ben presto, anche e specialmente in Italia, faceva quel mostro drammaticamente crescere: creando il problema della produzione bellica e delle munizioni, il problema scientifico, quello tecnico, quello economico e quello sociale. Per quello politico, il problema era ancora più drammatico e continuò e diventò ancora più grave a guerra finita e nei tre anni che seguirono.

Allo scopo di studiare e di risolvere i problemi accennati sopra, per iniziativa del Collegio degli Ingegneri ed Architetti di Milano e della sezione milanese dell'Associazione Elettrotecnica Italiana, si costituiva il Comitato Lombardo di preparazione per le munizioni, il quale si proponeva "di svolgere, in collaborazione ed in subordine con l'autorità militare, un'azione intesa a promuovere e coordinare la capacità produttiva delle officine meccaniche della regione lombarda e limitrofe, con particolare riguardo alle officine minori, in modo da assicurare regolarità e continuità nella produzione delle munizioni in genere e dei proiettili d'artiglieria in specie".

Ma non soltanto dall'iniziativa privata poteva essere risolto un così grave problema. Non poteva disinteressarsi il Governo, che infatti, il 5 luglio, pubblicava un decreto, firmato dal Re al Quartier Generale il 26 giugno, il quale disponeva quanto segue:

Art. 1 - Durante la guerra, per assicurare gli approvvigionamenti resi dalla guerra necessari, saranno applicate le disposizioni contenute negli articoli seguenti:
Art. 2 - Per le provviste delle munizioni e di tutti gli altri materiali da guerra il Governo ha facoltà di imporre o far eseguire le opere occorrenti per aumentare la potenzialità di quegli stabilimenti dell'industria privata la cui produzione sia, in tutto o in parte, ritenuta necessaria per gli acquisti e i rifornimenti riguardanti le amministrazioni della Guerra e della Marina.
Art. 3 - Per l'applicazione del disposto dell'art. precedente saranno presi, con chi di ragione, gli opportuni accordi d'indole tecnica e finanziaria. Mancando l'accordo, la decisione sarà deferita al Collegio arbitrale di cui all'art. 10.
Art. 4 - Allo scopo di accertare il grado di potenzialità degli stabilimenti di cui all'art. 2, è fatto obbligo al personale comunque addetto, o che vi abbia interesse, di fornire ogni e qualsiasi informazione fosse ad esso richiesta. I colpevoli di rifiuto, reticenza o falsità saranno puniti con la reclusione fino a tre mesi o con la multa da lire 50 a lire 1000.Le informazioni per tal modo assunte sono coperte dal segreto d'ufficio.
Art. 5 - L'autorità militare può ordinare a qualsiasi stabilimento la costruzione di macchine e di oggetti su disegni di un'altra ditta alla quale sarà dato, volta per volta, conforme avviso. Tali disegni rivestiranno i caratteri di documenti segreti d'ufficio e alla ditta cui esse appartengono spetterà un'indennità da stabilirsi in equa misura con le norme previste dal regio decreto 29 gennaio 1915 n. 49 per l'espropriazione dei diritti di privati.
Art. 6 - Restano ferme, per quanto riguarda le requisizioni, tutte le disposizioni del regio decreto 22 aprile 1915 n. 506, salvo quella per la determinazione dell'indennità per le prestazioni personali, che saranno stabilito senz'altro dalle autorità militari competenti.
Art. 7 - Gli industriali non si possono rifiutare alla fabbricazione e fornitura del materiale necessario agli usi di guerra. Nel caso che essi richiedessero prezzi eccessivamente elevati dovranno accettare i corrispettivi che saranno dall'Amministrazione stabiliti per ciascuna fornitura o prestazione, salvo diritto a reclami che saranno giudicati dal Collegio arbitrale composto come all'art. 10.
Art. 8 - E' data facoltà al Governo di dichiarare soggetto alla giurisdizione militare, in tutto o in parte, il personale degli stabilimenti che producono materiale per l'esercito o per l'armata ogni qualvolta ciò occorra per assicurare la continuità e lo sviluppo della produzione richiesta dalle esigenze della guerra.
Art. 9 - I nostri ministri della Guerra, della Marina e del Tesoro emaneranno, di concerto fra loro, gli opportuni provvedimenti per l'attuazione delle disposizioni del presente decreto.
Art. 10 - Ogni controversia, che fosse per derivare dall'applicazione del presente decreto, è demandata al giudizio di un Collegio di tre arbitri, uno designato dall'Amministrazione, un altro dall'industriale e il terzo nominato con decreto, su proposta del Presidente del consiglio dei Ministri. Le discussioni del Collegio arbitrale non sono soggette ad appello né a ricorso né a qualsivoglia altro gravame".

Con decreto regio del 9 luglio fu pure istituito un "Comitato Supremo delle Armi e Munizioni", formato dal presidente del Consiglio e dai Ministri degli Esteri, del Tesoro della Guerra e della Marina. Vi potevano far parte altri ministri quando il Comitato avrebbe dovuto deliberare sopra argomenti attinenti alle loro rispettive competenze e potevano esservi chiamati, senza diritto di voto, funzionari civili e militari o persone di alta e riconosciuta competenza militare, industriale e commerciale.
Ne faceva parte altresì, con voto consultivo, il Sottosegretario di Stato per le Armi e Munizioni, istituito con lo stesso decreto presso il ministero della guerra. Questa carica, con decreto regio di pari data, veniva conferita al ten. gen. ALFREDO DALLOLIO.
Contemporaneamente veniva costituito a Roma sotto la presidenza del senatore generale ROBERTO MORRA di Lavriano, un "Comitato nazionale per il munizionamento", che si metteva in relazione con il già accennato Comitato lombardo, il quale intanto svolgeva un'attività encomiabile mandando ingegneri nei centri industriali della Lombardia e delle province vicine per costituirvi nuclei di costruttori.

Il problema delle munizioni e delle armi portava con sé un altro problema, quello della mano d'opera. Per risolvere questo secondo problema era necessario rimandare dall'esercito alle officine gli operai meccanici mobilitati; ma questa operazione richiedeva un certo tempo per esser compiuta; e intanto si verificavano due deplorevoli inconvenienti: gli stabilimenti industriali si contendevano gli operai offrendo condizioni inverosimilmente ottime, e molti millantati meccanici improvvisati si imboscavano nelle officine per non andare al fronte. Vi era anche di più: si aprivano e si improvvisavano perfino delle officine di munizionamento per dare rifugio a chi aveva poca o nessuna voglia di lavorare e di combattere.

Questa degli imboscati fu una tristissima e vergognosissima piaga della guerra, che non poté mai essere sanata, che fu causa di rovinosi malcontenti fra i combattenti, indusse moltissimi, andati in licenza, a disertare, e costituì una classe di "sovversivi" la quale riceveva altissime paghe e, non contenta di salvare la pelle, imprecava e nutriva un profondo disprezzo nei confronti dell'esercito e della guerra.

Più tardi, "disboscato" il Paese in parte, porterà in zona di guerra, fra i soldati stanchi, i tristi germi del dissolvimento e del disfattismo che, fortunatamente, non diedero frutti copiosi.
Né fu, del resto, la sola piaga. Un'altra piaga non meno vergognosa fu quella dei pescecani, grossi e piccoli, gente senza scrupoli e senza patria, che con le industrie di guerra, con le forniture allo Stato, con le mediazioni d'ogni specie, arricchì in poco tempo e durante e dopo la guerra diede non solo di sé uno spettacolo ripugnante a quanti in trincea rischiavano o avevano rischiato la vita per la redenzione della Patria, ma crearono forti tensioni sociali.
Ma di questo parleremo molto più avanti, negli anni del dopoguerra.

Dobbiamo ora in questo 1915, mentre in Italia si combatte, fare una parentesi (la cronaca la riprenderemo dopo) ed occuparci, delle conquiste fatte in precedenza in Africa, in Libia, e della impossibilità di occuparsi il Governo della salvaguardia della colonia; fronteggerà in qualche modo la nuova situazione, ma alla fine fu costretto a dichiarare guerra alla Turchia.

E' il capitolo..... "Intanto in Libia".> > >

Fonti, citazioni, testi, bibliografia
Prof. PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - (i 5 vol.) Nerbini 1930
TREVES - La guerra d'Italia nel 1915-1918 - Treves. Milano 1932
A. TOSTI - La guerra Italo-Austriaca, sommario storico, Alpes 1925
COMANDINI - L'Italia nei cento anni - Milano
STORIA D'ITALIA Cronologica 1815-1990 -De Agostini

CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA D'ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi

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