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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1916 (5)

TENSIONI POLITICHE-MILITARI - LA CONTROFFENSIVA

LA COSTITUZIONE DELLA V ARMATA - TENSIONE DEI RAPPORTI TRA IL COMANDO SUPREMO E IL MINISTERO - LA DELEGAZIONE PARLAMENTARE RUSSA IN ITALIA - LA RIAPERTURA DELLA CAMERA - DICHIARAZIONI DELL'ON. SALANDRA - LA DISCUSSIONE SULL'OPERA DEL GOVERNO - IL MINISTERO SALANDRA, NON OTTENUTA LA FIDUCIA DELLA CAMERA, SI DIMETTE - L'EROICA RESISTENZA DELLE TRUPPE ITALIANE SUL FRONTE TRENTINO - LA CONTROFFENSIVA ITALIANA - LA CONQUISTA DEL MONTE CIMONE - I BOLLETTINI DI LUGLIO
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Distruzioni sul Posina nei pressi di Arsiero

LA COSTITUZIONE DELLA V ARMATA
TENSIONE DEI RAPPORTI TRA IL COMANDO SUPREMO E IL MINISTERO
DIMISSIONI DI SALANDRA

Anche se in ritardo, in aprile, dentro l'Alto Comando italiano, fu finalmente capita tutta la gravità della Strafexpedition, e quale pericolo poteva rappresentare uno sfondamento austriaco dal basso trentino, nell'alto vicentino. Per fortuna che, il ritardo di un mese degli austriaci, sulla data-inizio dell'offensiva, permise a Cadorna di prendere alcune tempestive misure; così, invece di sottrarre reparti per l'offensiva sul Carso (come da alcune settimane stava facendo, e come i politici volevano), prelevò reparti dall'Isonzo per destinarli alla difesa dell'alto vicentino. Ma solo a fine maggio, ad offensiva iniziata, costituendo la V Armata, si tenterà di organizzare una resistenza efficace e a frenare l'assalto austriaco. Per fortuna che alcuni eroici reparti, e prima ancora dell'arrivo dei rinforzi, con sommi sacrifici avevano già sconvolto tutti i piani del nemico, anche se erano stati costretti - i vivi che ci riuscirono- ad arretrare di alcuni chilometri.

All'inizio dell'offensiva, il generale CADORNA si era trasferito a Thiene, a pochi chilometri da Schio e Arsiero, dove qui attraverso il Pasubio (provenienti dal Passo Buole e dalla Vallarsa) o dalla Val d'Astico (provenienti da Folgaria-Lavarone-Asiago) la Strafexpedition, puntava, intenzionata a dilagare da ovest nella pianura vicentina per prendere alle spalle le linee di difesa italiane poste a est.
Tornato, il 16 maggio, a Udine, Cadorna vi chiamò, il 17, il generale FRUGONI, comandante la II Armata e il DUCA D'AOSTA, comandante la III Armata, ed espose loro le sue intenzioni che consistevano nel concentrare nella pianura vicentina, a portata degli sbocchi delle due valli, una nuova armata, di forze superiori a quelle nemiche. Ma siccome Cadorna riteneva che gli Austriaci non avrebbero potuto portare in pianura contemporaneamente più di otto divisioni, la forza di questa V Armata doveva mettersi insieme con dieci o dodici divisioni che per la massima parte si sarebbero sottratte dal fronte Giulia. Era del resto impossibile costituire in brevissimo tempo un'armata ex novo. Inoltre l'efficiente ferrovia si prestava benissimo ad un veloce spostamento di uomini e armi.

Quest'Armata doveva avere il compito di fermare il nemico se, vinta la resistenza della I Armata, fosse sboccata al piano (ad Arsiero- Schio), o di ricacciare l'invasore da dove era venuto se le truppe della I Armata fossero riuscite a mantenersi sui monti. Altro suo compito doveva essere quello di coprire l'eventuale ripiegamento delle truppe della Carnia, del Cadore e dell'Isonzo, trattenendo il nemico agli sbocchi, se la I Armata non avesse potuto mantenersi sugli altipiani, e quindi di manovrare nella pianura veneta con le forze ripiegate dagli altri fronti e con quelle ancora in efficienza che difendevano i confini vicentini.

Per il concentramento della V Armata, che comprendeva cinque Corpi, Cadorna scelse la zona a cavallo del Brenta: in prima linea, due Corpi d'Armata, scaglionati in profondità sulle strade Padova-Vicenza e Padova-Cittadella; in seconda linea due Corpi d'Armata, l'uno intorno a Camposampiero, l'altro a Grisignano e Camisano; l'ultimo fra Curtarolo e Limena, a nord di Padova. Affinché l'Armata potesse muoversi liberamente e rapidamente attraverso il Brenta, a nord e a sud della rotabile Vicenza-Cittadella-Castelfranco, il 21 maggio Cadorna dispose che sul Brenta fossero costruiti quattro ponti, uno a Tezze, uno a Giarebassa, uno a Campo S. Martino e uno a Limene. Quel giorno stesso, aggravandosi la minaccia nemica sugli altipiani, tutte le truppe qui operanti furono raggruppate sotto un unico comando, che fu affidato al generale LEQUIO, ma fu sottoposto a quello della I Armata.
Il 22 maggio fu iniziato il movimento di adunata della nuova nascente V Armata, coperta sul fronte Bassano-Breganze dalla 2a divisione di cavalleria. Il 23 fu ordinato il rimpatrio dall'Albania della 43a divisione, che doveva contribuire a formare il V Corpo d'Armata. Il 2 giugno tutta la nuova armata era raccolta nella pianura vicentina, dove ricevette in dotazione 13 batterie di medio calibro. Il comando della Va Armata fu dato al generale FRUGONI, comandante della II Armata, e il fronte, dalla Conca di Plezzo al mare, fu affidato al DUCA D'AOSTA comandante già della III Armata.

La costituzione della V Armata non fu il solo provvedimento preso da Cadorna per fronteggiare la situazione. Per ostacolare la marcia del nemico, nel caso fosse riuscito a sfondare le difese sugli altipiani, e dar così tempo di ritirarsi alle altre Armate, il generale Cadorna dispose:

l° Di completare la terza linea di difesa sull'altopiano di Asiago, da punta Corbin a Val Frenzela, e fossero organizzate altre tre linee, una sul margine meridionale dell'altopiano, le altre in contropendenza sul suo versante meridionale;
2° Di costruire, allo scopo di accogliere le truppe ripieganti dal fronte Posina-Leogra, una linea sulla destra della Valle dell'Agno e del Leogra;
3° Di allestire un campo trincerato intorno a Treviso con tre successive linee di difesa, che dovevano essere prolungate fino a Bassano del Grappa.

Infine Cadorna, nella fosca eventualità che tutte le Armate non avessero potuto avere ragione del nemico in pianura, dispose che la I Armata si ritirasse verso l'Adige e il Mincio, e le altre, precedentemente raccolte fra Treviso e Montebelluna verso il medio Adige e il Po, dove avrebbero trovato appoggio nell'inondazione del Polesine. Ma anche... l'eventualità di una ritirata italiana sul Piave nel caso, non remoto, che gli austriaci attaccassero anche sull'Isonzo (quest'ultimo ritiro, a Roma -visto politicamente- non piacque proprio per nulla, anzi molti s'indignarono e urlarono).

Mentre il generale Cadorna prendeva tutte le disposizioni da lui credute necessarie per resistere all'invasore e non trascurava di pensare ai più lontani sviluppi dell'offensiva nemica e al modo di fronteggiarli, il Paese viveva giorni di ansia terribile e il Governo, persa la fiducia nel generalissimo, col quale non erano mancati i dissidi, i bronci e i malumori, ritenne che le cose giunte a quel punto (una invasione a ovest e una ritirata a est) era necessario riunire un consiglio di guerra a Padova, per decidere sul da farsi di fronte alla minacciata invasione nemica e a quella -non remota- ritirata sul Piave, paventata da Cadorna.
Informato della decisione per via telegrafica, Cadorna rifiuterà di partecipare alla riunione di Padova.

Citiamo ora il Cadorna, quando poi cercherà di giustificare questo suo rifiuto:
"Era il 24 maggio, e l'on. SALANDRA, allarmato del richiamo dall'Albania della 43a divisione e dalla mia richiesta di fare rimpatriare dalla Libia la 48a divisione, mi scriveva che tutto ciò "…aveva prodotto nel Consiglio dei Ministri seria e cattiva impressione, perché se ne desumeva che io ritenessi le circostanze di quel momento tali che non bastassero alla difesa del Paese le ingenti forze già a disposizione del Comando Supremo. La situazione fattasi improvvisamente tanto grave obbligava il Governo a rendersene pienamente conto nelle sue cause, nei suoi elementi essenziali e nelle sue prospettive. Mi pregava perciò d'intervenire ad una riunione nella quale avrebbero dovuto pure intervenire i quattro comandanti di Armata e il generale PORRO (il vice di Cadorna Ndr).
Sarebbero pure intervenuti, col Presidente del Consiglio, i due ministri militari e due altri delegati del Consiglio dei Ministri. In questa riunione la situazione militare doveva essere esaminata a fondo, sotto ogni aspetto, onde il Governo potesse farne base delle sue ulteriori deliberazioni ed assumere la responsabilità che gli spettava di fronte al Parlamento ed al Paese. Il Presidente proponeva come luogo del convegno Padova .... Risposi, il 25 maggio, che, per quanto riguardava la riunione del consiglio di guerra, ero dolente di non poter aderire. I consigli di guerra - io dicevo - nelle circostanze difficili non servono che a compromettere la situazione con la diversità di pareri che creano le incertezze, dividono le responsabilità e inducono a temporeggiare mentre si richiede fulminea la decisione.
Finché avevo l'onore di godere la fiducia di S. M. il Re e del Governo, la responsabilità era mia e me l'assumevo interamente. Se questa fiducia era venuta meno, pregavo di sostituirmi con la massima urgenza. Potevo dare io stesso al Presidente del Consiglio ed a quei ministri c tutte le informazioni che desideravano, anzi ritenevo questa cosa molto utile. In tal caso il colloquio poteva avvenire a Villa Camerini, presso Vicenza, dove avevo stabilito la mia residenza da qualche giorno".

L'on. SALANDRA lasciò perdere l'idea della riunione di Padova e inviò a Vicenza dal Cadorna il ministro della Guerra MORRONE. Il 1° giugno vi andò lui stesso, e incontrando Cadorna, costui, gli ripeté quanto aveva già detto al gen. Morrone: "...di ritenere che l'offensiva nemica sarebbe stata fermata negli altipiani; e di esser sicuro in ogni modo di fermarla nettamente in pianura.
Inoltre che la predisposta ritirata al Piave e, occorrendo all'Adige era solo una larga misura di prudenza. Tuttavia l'offensiva austriaca, irresistibile all'inizio, perché sostenuta dalle grandi artiglierie, nel procedere e nell'estendersi, l'impeto era scemato; e che proprio per questo motivo lui stava ordinando la controffensiva, che doveva essere sferrata lungo tutto il fronte con grande energia appena ultimati gli spostamenti delle grosse artiglierie e i preparativi logistici".

Il colloquio con il generalissimo riconfortò Salandra, e più del colloquio fu la lettura del
bollettino del 3 giugno, che iniziava così:
"Nella giornata di ieri l'incessante azione offensiva del nemico nel Trentino fu dalle nostre truppe nettamente arrestata lungo tutto il fronte di attacco".
"Ma il 4 giugno - cito ancora il Cadorna - "il Presidente del Consiglio, reduce dalla zona di guerra, dove aveva avuto dal Comando Supremo comunicazione delle misure preventive, concretate nel caso in cui una ritirata dall'Isonzo al Piave s'imponesse, mi scriveva che il Consiglio dei Ministri aveva preso atto del mio formale impegno, nel caso in cui si rendesse probabile tale gravissimo provvedimento, di comunicare senza indugio in tempo utile tale mio modo di vedere, per poterne deliberare senza la coercizione della imprescindibile ed immediata necessità, poiché tale provvedimento implicando conseguenze di più grave portata per la situazione interna ed internazionale del Paese, non potrebbe mai essere riguardato come di esclusiva competenza dell'autorità militare ma dovrebbe essere subordinato alle risoluzioni del Governo".
Se non era una vera e propria esautorazione, poco ci mancava.

CADORNA, rispose che, "…pur confermando l'impegno preso, non poteva però tralasciare di far presente ch'esso poteva incontrare spiegabili limitazioni nelle vicende di guerra, in quanto non era da escludersi, in via assoluta, la necessità del ripiegamento dall'Isonzo improvvisamente si manifestasse e s'imponesse; o perché si venisse a conoscenza che avevamo di fronte nel Trentino forze nemiche assai superiori di quelle supposte; o perché si avverassero avvenimenti a noi sfavorevoli, inaspettatamente incalzanti, come quelli cui avevamo assistito fra il 15 e il 21 maggio.
In un simile frangente, quando solo con l'immediatezza delle decisioni è possibile di fronteggiare la gravità degli eventi, il ritardare l'ordine di ripiegamento avrebbe potuto travolgere l'intero esercito in un rovescio irreparabile; e non vi è generale meritevole di questo nome, il quale, essendo il solo responsabile delle sorti dell'esercito, esiterebbe ad assumere l'altissima responsabilità di ordinare l'arretramento".

Il Consiglio dei ministri aveva però già discusso (proponendolo al Re "occorrendo") intorno all'esonero del Cadorna e ne aveva dato, dal 30 maggio, arbitrio a Salandra. Questi era intimamente persuaso dell'ingente necessità di affidare ad un altro uomo il Comando supremo, e a licenziare Cadorna lo spingevano senatori e deputati; ma altri uomini politici e lo stesso Sovrano furono d'avviso che sarebbe stato molto pericoloso in quelle circostanze cambiare il generalissimo, il quale del resto, di fronte alla spedizione nemica, aveva dimostrato senno, calma, energia e prontezza ed aveva saputo arrestare gli Austriaci.

Era giunta nel frattempo in Italia, il 1° giugno, la delegazione parlamentare russa, guidata dal consigliere di Stato LOBANOFF-ROSTOWSCHY e dal vicepresidente della Duma PROTOPOKOFF, la quale, quel giorno stesso, visitò Torino e il 2 Milano. Il 6 giugno giunse a Roma, dove si fermò due giorni, poi partì, per recarsi alla fronte, l'8. Il medesimo giorno 5 si riapriva la Camera e fin dalla prima seduta fu manifesta l'eccitazione degli animi. Difatti, mentre il presidente MARCORA inviava un saluto ai combattenti, il deputato socialista GIACOMO FERRI gridò: "Onore al valoroso popolo nostro, che paga tante negligenze!". Ed era vera l'una e l'altra cosa!

Successe un po' di tumulto, quindi da un cattolico e da due socialisti furono svolte mozioni sulla questione degli internati. La Camera però il giorno 7 approvò l'opera del Governo con 416 voti contro 45.
L'8 giugno la Camera; desiderosa di trattare gli avvenimenti generali e la proposta d'istituire commissioni parlamentari che, durante la guerra, assicurassero la collaborazione del Parlamento con il Governo, approvò i bilanci dell'Interno, delle Finanze, del Tesoro e delle Colonie (194 si 120 no)
Il 9 giugno, un appello nominale, provocato da BISSOLATI, diede una buona maggioranza al Ministero. Il 10 fu presentato dai rappresentanti dell'Alleanza democratica (repubblicani, riformisti, radicali e democratici-costituzionali) un ordine del giorno che affermava la "necessità di raccogliere, per una più grande e vigorosa azione di Governo, tutte le energie intese al conseguimento dei fini superiori della guerra".
Lo stesso giorno 10, prima che iniziasse la discussione dell'esercizio provvisorio, il presidente del Consiglio fece le dichiarazioni seguenti, sottolineate ora da approvazioni, ora da commenti, ora da mormorii, ora da applausi e interrotte qualche volta da voci tumultuose:

"La discussione sul disegno di legge per l'esercizio provvisorio del bilancio 1916-17 involge tutta la politica del Governo e assume una singolare importanza per la gravità del momento storico che attraversiamo. Per ciò che si attiene agli straordinari provvedimenti finanziari per la guerra ed ai provvedimenti tributari, preparati con felice successo allo scopo di tenere alto il nostro credito nel momento in cui il Paese ne ha il maggiore bisogno, dirà il ministro del Tesoro, corrispondendo alle richieste di notizie e di chiarimenti che dalla Camera certamente gli verranno; così sulle altre eventuali questioni economiche ed amministrative che potranno essere sollevate risponderanno i ministri competenti. Ma il Governo, rendendosi conto della legittima aspettativa della Camera, reputa opportuno, in difformità dalla consueta procedura, permettere alla discussione alcune sue dichiarazioni intorno alla situazione internazionale ed intorno alla situazione militare: i due punti sui quali, naturalmente converge l'ansiosa attesa del Paese e del Parlamento.

Due mesi or sono la Camera a grandissima maggioranza dette l'alto e fervido suo consenso alle direttive della nostra politica internazionale esposte dal ministro degli Esteri, on. Sonnino; tali direttive non sono mutate da allora ad oggi, perché nessun fatto nuovo è intervenuto che potesse determinare la mutazione: tuttavia possiamo sicuramente affermare che la leale e fattiva solidarietà con i nostri alleati ha avuto, in questo breve periodo di tempo, ragioni ed occasione di rinsaldarsi in una perfetta comunione di intenti, che si traduce in una continua cooperazione di forze.
La guerra lunga e dura, ma così giusta che nessuno dei combattenti per l'indipendenza delle Nazioni civili può pentirsi di averla accettata con tutte le sue prove, impone, per conseguire la vittoria, l'unione sempre più completa degli spiriti e delle armi. Con i nostri Alleati dobbiamo avere ed abbiamo comunanza di letizie e di dolori; dobbiamo avere ed abbiamo ora, quello che più vale, comuni le immediate e le più lontane finalità concrete, nonché gli strumenti di guerra, il consumo dei quali sorpassa ogni umana previsione; noi offrimmo e ricevemmo, con mutua generosità, ogni possibile sussidio. La poderosa offensiva del nemico contro il nostro fronte, impegnandovi tanta parte delle sue forze, ha dato modo al vittorioso assalto del nostro potente alleato russo contro il nemico comune, ond'è da augurarsi che non gli sia consentito questa volta di sfruttare rapidamente la sua privilegiata posizione centrale.

Così della solidarietà che si va sempre più perfezionando, gli eventi dimostreranno la suprema e continuativa necessità. Ed essa deve esplicarsi anche nei minori, ma pure importantissimi, provvedimenti di carattere economico e finanziario; perché la resistenza degli eserciti è condizionata dalla resistenza degli organi nazionali.
Alla conferenza che a, tale scopo si radunerà in questi giorni a Parigi, dopo la preparazione di opportuni scambi di vedute, il Governo italiano sarà rappresentato dal ministro delle Finanze. In questa conferenza, come la Camera sa, vi si prenderanno accordi definitivi circa i provvedimenti economici di carattere internazionale d'immediata utilità durante la guerra; vi si studieranno anche i mezzi migliori per una stretta collaborazione economica nel futuro; ma a tale riguardo si tratterà semplicemente di studi e nulla sarà deciso fino a che, i Parlamenti delle singole Nazioni alleate non abbiano discusso e vagliato le proposte che la Conferenza sarà per fare.

Il Governo - che reputa suo primo dovere tener alto lo spirito del Paese e di ispirargli piena fiducia in se stesso e nelle forze di terra e di mare preparate alla sua difesa e all'offesa dei nemici - comprende pure che pessimo metodo sarebbe di illuderlo sulle vicende fatalmente alterne di una così grande guerra e di non prospettargli la situazione militare quale essa è realmente. Così solamente potrà essere sfatata l'opera nefasta, se anche inconsapevole, dei propagatori di immediati allarmi è di scure previsioni, i quali tanto più facilmente sfuggono alle disposizioni preventive e punitive in quanto - è doloroso costatarlo - la loro azione si esplica non solo nel popolo, ma persino nelle più alte sfere sociali e politiche. Quest'opera nefanda dovrebbe essere corretta e soffocata da un'immediata vigorosa azione dell'ambiente.

Mentre il maggiore sforzo bellico si appuntava verso oriente a superare la tenace resistenza che gli ostacoli naturali e le difese preordinate da gran tempo opponevano al conseguimento di obbiettivi territoriali che erano in diretta relazione con gli obiettivi ultimi della guerra, il nemico, avvalendosi di una sosta negli altri fronti, preparava contro di noi un vigoroso movimento offensivo, accumulando nel cuneo del Trentino truppe numerose e scelte e un'enorme quantità di artiglierie. Fu evidentemente prescelta, per l'offensiva nemica, la linea di Val Lagarina e gli altipiani del Brenta, sia perché nel Trentino l'offensiva nemica trovava saldi appoggi nelle fortificazioni preordinate e nel terreno ad esse adiacente, sia per la minore efficienza delle nostre posizioni difensive, sia per la maggiore brevità del percorso montano e l'eventuale minaccia al piano sottostante.
Era il punto più vulnerabile di una frontiera che nel '66 era stata delineata per lasciare al nemico ereditario, sempre che volesse, aperte le porte di casa nostra.
Tali sfavorevoli condizioni resero possibili i primi innegabili successi dell'offensiva nemica. Giova tuttavia virilmente riconoscere che meglio difese e meglio preparate, queste posizioni l'avrebbero, se non altro, arrestata più a lungo e più lungi dai margini della zona montana.

Mi spiego la dolorosa impressione del Paese nell'apprendere che, dopo un anno da che la nostra guerra si combatteva tutta fuori dal confine, il nemico aveva posto piede sopra un lembo della nostra terra, breve sì, ma sacro come ogni lembo del suolo della Patria. Ma volge ormai la quarta settimana dall'inizio della fiera lotta e la fiumana dell'invasione è stata arrestata dalla efficace e pronta raccolta di uomini e di mezzi, sicché ben poco cammino il nemico ha potuto compiere dopo il primo e troppo facile successo.
Allo stato dei fatti sarebbe temerario affermare che il momento critico è superato perché, arrestato da un'eroica resistenza sulle ali, il nemico accumula contro le nostre posizioni centrali un potentissimo sforzo; ma possiamo prospettarci con serena fiducia l'esito finale. L'invasore non potrà prevalere contro le forze numerose e copiosamente fornite che gli abbiamo contrapposte. Alle possibili deficienze naturali delle posizioni, sulle quali la nostra difesa deve spiegarsi, supplisce l'animo invitto dei nostri soldati, la loro resistenza alla fatica, il coraggio contro il pericolo.

Quelli di voi, o signori, che vorranno recarsi nella zona dove si combatte e dove si preparano con esemplare energia i prossimi avvenimenti militari, ne riporteranno sicuramente, come ne ho riportata io stesso, un'impressione di conforto; e ritorneranno con l'animo più alto e più forte, trasfondendo nel Paese una scintilla di quello spirito di risolutezza, di sacrificio, di fede che anima, dai capi ai soldati, i suoi figli migliori, coloro che combattono e coloro che muoiono.
Onorevoli colleghi, se voi chiederete altre informazioni, altri giudizi, altre previsioni, il Governo le darà con piena ed assoluta sincerità, senza mai alterare il vero, ma nella misura in cui il darle non sembri, a suo giudizio, dannoso agli interessi del Paese. Del resto voi non potete volere, nessuno di voi può volere che, dalle nostre discussioni, alcun danno possa venire al Paese, alcuna diminuzione alla forza morale, che ci deve sorreggere, e pertanto alcun vantaggio al nemico. Voi stessi sentirete, non ne dubito, come in altri Parlamenti -non certo più di questa Camera devoti alla Patria furono sempre sentiti i limiti in cui le nostre discussioni debbono essere contenute. Illimitata invece è la vostra facoltà di critica e, se vorrete, di condanna nell'opera del Governo.

Ma se condanna deve essere, sia essa pronunciata con dignità e con rapidità di discussione. È tempo questo di opere, non di parole. Il Governo deve operare con ogni vigore, senza tregua, per dare all'esercito ed all'armata gli indispensabili mezzi per guidare e sorreggere il Paese nell'ardua prova. Se oggi voi non lo giudicate, come già più volte lo giudicate, pari al suo compito, dovete porre chi dalla Costituzione ne ha la competenza, in grado di sostituirlo al più presto. Questo solo vanto nessuno potrà negarci e dalla vostra giustizia aspettiamo: di aver dato alla Patria con assoluta dedizione, con perfetta dirittura di coscienza tutto quello ché potevamo di energie mentali e morali e, sopratutto, di inestinguibile amore".

Il discorso dell'on. Salandra, come si è detto, fu spesso interrotto da applausi, approvazioni, commenti, interruzioni. Quando il presidente del Consiglio disse che se meglio difese e preparate, le nostre posizioni del Trentino avrebbero contenuto prima e più a lungo il nemico, si scatenò un vero tumulto; l'accenno al valore dei nostri soldati provocò una dimostrazione delirante alla quale, rimbeccati dagli onorevoli DE FELICE, RAIMONDO e TASCA, si associarono i socialisti ufficiali. Più di una volta risuonò il grido di "Abbasso i generali ! Abbasso Brusati ! e anche Abbasso Cadorna !". Fu pure urlato che la Camera era prigioniera del dilemma: "O fuori Cadorna o fuori Salandra"; ma COLAJANNI rispose: "Ecco la conseguenza nell'aver creduto che non ci fossero se non Gigi e Totonno !".

La discussione che seguì fu breve e nervosa. L'on. GRAZIADEI accusò il Governo di avere mercanteggiato la neutralità, di aver commesso gravissimi errori nel campo diplomatico e nel campo politico ed economico, di essere stato e di continuare ad essere l'espressione dell'arbitrio e della reazione e concluse credendo necessario che il Ministero lasciasse il posto ad altri uomini che non fossero pregiudicati dai loro precedenti e che dessero al Paese affidamento di un'opera ispirata a concordia, a capacità e a saggezza.
II repubblicano PIROLINI dichiarò essere lo stesso Governo che faceva opera del peggiore allarme, invocò dai socialisti il disarmo della loro opposizione alla guerra, e dichiarò:

"Alla presente situazione si è giunti perché la Camera non ha saputo compiere il suo dovere, subordinando sempre il suo giudizio sui più gravi problemi della Nazione a considerazioni parlamentari. Occorre assolutamente far argine al sentimento di preoccupazione che va dilagando nel Paese. Il Paese deve sapere, che la pressione ora esercitata dal nemico sulla frontiera trentina non è un fatto che possa far scemare la fiducia nella finale vittoria. Il Paese deve temprare il suo animo; ma della calma deve dare il primo esempio il Governo, ciò che il presente Ministero non ha fatto, e non fa, da un lato tacendo sistematicamente la verità, dall'altro esagerando nel pessimismo. Così essendo, il presente Governo deve sentire il dovere di lasciare il suo posto ad altri uomini, che siano pari all'altezza della situazione".

L'on. SALANDRA riprese la parola per chiarire una frase che era stata inesattamente interpretata dall'on. Pirolini, il quale aveva detto che Salandra aveva denunciato
alla Camera il Comando Supremo: "Dichiaro - disse il presidente del Consiglio- che io non ho affatto censurato il Comando Supremo, ma ho anzi riferito alla Camera il giudizio che dalla situazione ha dato il Comando stesso".
Parlarono poi gli onorevoli TURATI ed ALESSIO. Il primo, dopo aver dichiarato che "…né lui né il suo gruppo avrebbero votato a favore del Ministero, da loro censurato per aver voluto la guerra, per il momento in cui l'aveva impegnata, per il modo come l'aveva condotta, per l'abuso dei pieni poteri, per la scarsa considerazione in cui aveva tenuta la rappresentanza nazionale e per la politica interna partigiana ed antiliberale, si augurò che salisse al potere un ministero migliore e dichiarò che la linea di condotta sua e dei suoi amici sarebbe contro tutte le improntitudini e tutte le forme di follia".
L'on. ALESSIO, radicale, pur rendendosi ragione delle alterne vicende della guerra, disse di "…non potere ammettere la negligenza e gli errori evidenti in cui in quegli ultimi tempi era incorso il Governo; lamentò l'imprevidenza del Comando Supremo e affermò che in quel momento s'imponeva un Governo che raccogliesse tutte le energie della Nazione, necessità alla quale la Camera doveva informare il suo voto".

L'on. TURATI aveva presentato un ordine del giorno in cui era detto che "…la Camera non consentiva all'attuale Ministero l'esercizio provvisorio dei bilanci", ma fu accettato quello dell'on. LUCIANI, così concepito: "La Camera, fidente nell'opera del Governo, approva il disegno di legge". Il risultato della votazione fu sfavorevole al Governo".
Infatti, su 357 presenti 2 si astennero, 197 votarono contro (composito gruppo d'interventisti e di ex neutralisti) e 158 a favore, in assenza di 98 deputati che si erano allontanati dall'aula prima della votazione.
Il giorno 12 giugno il Ministero SALANDRA annuncia al Parlamento le proprie dimissioni, presentandole al Re, che per l'occasione è tornato dalla zona di guerra.

Ma mentre a Roma si litiga, sul fronte trentino (Asiago e Pasubio) si combatte e, con enormi sacrifici e notevoli perdite umane, non solo fermano "lo straniero" che stava già calpestando il suolo italiano, ma iniziano un'audace controffensiva, sconvolgendo tutti i piani della Strafexpedition.

L'EROICA RESISTENZA DELLE NOSTRE TRUPPE SUL FRONTE TRENTINO
LA EROICA CONTROFFENSIVA ITALIANA
LA CONQUISTA DEL MONTE LIMONE

Fin dal 24 maggio 1916 - lo abbiamo già visto nel precedente capitolo- l'offensiva austriaca era potenzialmente esaurita; il 3 giugno Cadorna annunziava, come abbiamo letto dal suo bollettino, che su tutto il fronte, l'avanzata austriaca era stata nettamente arrestata; per alcuni giorni però i nostri combatterono ancora difensivamente, e qua e là il nemico tentò ancora degli attacchi: a Coni Zugna il 4 giugno; nell'alta Vallarsa e sul Pasubio la notte del 5; ancora a Coni Zugna il 5 e il 6; in Valsugana, ad est del torrente Maso il 12; in direzione di Forni Alti, Campiglia, Monte Giove e Monte Brazome la sera del 12; a monte Giove e a Monte Brazome il 14; a Serravalle e a Coni Zugna il 15; a Monte Giove il 18; a Campiglia e a Monte Spin il 22. Ma sempre tutti questi attacchi furono respinti; solo negli altipiani, costrinsero gli italiani a ripiegare sulla linea Paù-Magnaboschi-Lemerle a sud e sulla Marcesina-Tonderecar-Busa ad est.

Il 2 giugno CADORNA inviò al Comando della I Armata l'ordine della manovra controffensiva. Bisognava, anzitutto, consolidare le posizioni raggiunte, specialmente sull'altopiano d'Asiago, dove il possesso del Monte Cengio doveva ad ogni costo essere assicurato, saldando così la difesa dell'altopiano con quello di Val d'Astico; e a tale scopo era posto a disposizione di PECORI-GIRALDI il XXIV Corpo d'Armata (32a e 33a divisione), per sferrato un vigoroso attacco alle ali, in modo da strozzare il saliente che gli austriaci erano riusciti a formare con la loro manovra di sfondamento sugli altipiani.
All'ala destra il XX Corpo d'Armata doveva puntare sulla Bocchetta di Portule, la cui riconquista, assicurando il dominio della Val d'Assa, avrebbe messo in condizioni estremamente critiche le forze austriache spinte su Asiago, le quali non avevano altre linee di rifornimento e di ritirata che quelle della Val d'Assa e delle Mondriele.
All'ala sinistra, con azione contemporanea e quella del XX Corpo, il generale BERTOTTI con la sua 44a divisione, rinforzata da un'altra, avrebbe iniziato la controffensiva, mirando soprattutto a riconquistare lo strategico Col Santo.

La controffensiva generale fu preceduta da parziali azioni offensive. Così nell'alta Valtellina, il 7, gli alpini ampliarono il possesso del massiccio dell'Ortles, occupandovi i passi dei Camosci (3199 m.), dei Volontari (3042 m.), dell'Ortle (3350 m.) e la capanna dell'Hechjoch (3530 m.); fu compiuto il 9 qualche progresso nell'alta Vallarsa, nel settore del Novegno, nella Val d'Astico, sulle pendici occidentali del Monte Cengio e nelle alte valli di Boite ed Ansici; si avanzò il 10 sui due versanti della Vallarsa, lungo le alture a sud del Posina-Astico, alla testata di Val Frenzela e sulla sinistra del torrente Maso; si progredì l'11 ancora in Vallarsa e inoltre nel settore del Pasubio e sulla linea Posina-Astico, mentre, sull'altipiano dei Sette Comuni, alcuni nuclei, oltrepassata Val Canaglia, si spingevano verso le pendici orientali del Cengio e verso Monte Barco e Monte Busibollo, e in Valsugana si guadagnava altro terreno verso il torrente Maso; il 12 si conquistava in Val Lagarina la forte linea che dall'altura del Parmeson ad est di Cima Mezzana risale lungo il Rio Romini.

La controffensiva all'ala destra cominciò il 16 giugno: le truppe italiane, a nordest di Asiago, riportava il bollettino del 17 giugno "…iniziarono una vigorosa avanzata tra Valle Frenzela e la conca di Marcesina. Superando gli ostacoli combinati del terreno aspro e intricato e del nemico, appoggiato a trinceramenti e sostenuto da numerose artiglierie, riuscirono a progredire alla testata di Valle Franzela, sulle alture di Fior e di Castelgomberto e ad ovest della Marchesina".
Contemporaneamente il gruppo alpino comandato dal tenente colonnello STRINGA e composto di reparti dei battaglioni Saccarello, Monviso, Valmaira, Argentera, Cenischia, Morbegno, Bassano e Sette Comuni" occupavano Malga Fossetta e Monte Magari, facendo 300 prigionieri e impadronendosi di una batteria da montagna su sei pezzi, di dodici mitragliatrici e di molte armi e munizioni".

Cosi il bollettino dal 17 al 23 giugno, "…il 17 tra la Valle Frenzela e la Marcesina continuò l'avanzata delle nostre fanterie, rallentata dall'intenso fuoco delle opposte artiglierie e da forti occupazioni nemiche annidate nell'intricato terreno boscoso e munite di numerose mitragliatrici"; in Valsugana le nostre truppe fecero nuovi progressi alla sinistra del Maso. Il 18, mentre i nostri progredivano lentamente in Val Frenzela, gli alpini che si erano distinti il 16, coadiuvati da reparti del 32° fanteria, prendevano d'assalto la cima di Isidoro, catturando altri 300 prigionieri oltre che impossessarsi di numerose mitragliatrici.
All'ala sinistra, la controffensiva, iniziata il 20 con un attacco degli alpini che, alla testata del Posina, presero d'assalto una forte posizione a sud-ovest del Monte Pruche, si sviluppò il 22. Quel giorno, mentre sull'altopiano di Asiago continuava la nostra pressione contro le posizioni nemiche, in Vallarsa occupammo altre posizioni oltre il Rio Romini e sul costone della Lora. Il 23, nel settore del Pasubio, ampliammo la nostra occupazione fino alla valle di Piazza".

Dopo un'intensa, efficace azione di artiglieria, seguì il 25 giugno
"…l'energica avanzata delle fanterie da Vallarsa all'altopiano dei Sette Comuni. Di fronte a un deciso atteggiamento aggressivo l'avversario ripiegò rapidamente, pur opponendo nei punti più favorevoli successive resistenze, ovunque superate dall'incalzante impeto dei nostri soldati. In Vallarsa conquistammo Raossi e le pendici sud-ovest del Monte Menerle, saldamente rafforzate dall'avversario. Il nemico fece saltare il ponte di Foxi ed incendiò Aste, Sant'Anna e Staineri. Sul fronte del Posina-Astico, respinti piccoli attacchi nemici alla testa dei valloni di Monte Pruche, nostri reparti iniziarono l'avanzata verso il fondo Valle Posina. I maggiori progressi si ebbero all'ala destra ove i nostri occuparono le posizioni di Monte Pria Forà e spinsero nuclei verso le prime case di Arsiero.
Sull'altipiano dei Sette Comuni a sud-ovest della linea Monte Longara-Gallio-Astico-Cesuna, ormai in nostro saldo possesso, occupammo le pendici settentrionali dei monti Busibollo, Belmonte, Panoccio, Barco e Cengio; a nord-est conquistammo Monte
Cimon, Monte Castellaro e Monte delle Contese (ad est di Cima della Caldiera). Lungo tutto il fronte trovammo trinceramenti pieni di cadaveri nemici e una gran quantità di armi, viveri, munizioni e materiali abbandonati dall'avversario in rotta"
(bollettino del 26 giugno).

"Il 26, tra Adige e il Brenta proseguì incalzante la nostra avanzata che il nemico tentò di rallentare con concentramenti di fuoco di lontane artiglierie e con tenaci resistenze di retroguardie annidate nei punti più difficili dell'intricato terreno e provviste di numerose mitragliatrici. In Vallarsa le nostre truppe superarono i forti trinceramenti del Matassone e di Anghebeni e completarono la conquista del Menerle. Lungo il fronte del Posina, spazzati gli ultimi nuclei nemici dalle alture del versante meridionale e da Monte Aralta, i nostri valicarono il torrente ed occuparono Posina ed Arsiero, iniziando l'avanzata sulle pendici del versante settentrionale della valle.
Sull'altopiano dei Sette Comuni le nostre fanterie precedute da ardite punte di cavallerie, raggiunsero la linea di Punta Corbin, Treschè Conca, Pondi, Cesuna a sud-ovest di Asiago; a nord-est oltrepassarono la Valle di Nos ed occuparono Monte Fiara, Monte Taverle, Spitz Keserle e Cima delle Saette. Alla destra i valorosi alpini conquistarono dopo accanito combattimento Cima della Caldiera e quella della Campanella. Lungo tutto il fronte occupato accertammo prove numerose della innata barbarie del nemico: Arsiero era devastata dagli incendi, Asiago ed altre ridenti località ridotte a fumanti rovine. Nei pressi del Monte Magnaboschi rinvenimmo dentro pozzanghere un centinaio di cadaveri di nostri soldati denudati"
(bollettino del 27 giugno).

"La resistenza nemica si andava facendo intanto più viva e tenace, appoggiata a posizioni dominanti, fortemente organizzate a difesa. Tuttavia anche il 27 le nostre truppe compirono sensibili progressi. In Valle Lagarina e in Vallarsa azioni intense delle artiglierie. Le nostre bersagliarono posizioni nemiche di Monte Trappola, Monte Testo e Col Santo. Ci impadronimmo di un trincerone nei pressi di Malga Zugna. Lungo il fronte Posina-Astico le nostre truppe conquistarono le posizioni nemiche di Monte Gainonda, a nord di Fusine, e di Monte Caviojo, che domina da nord Arsiero. Arditi nuclei di cavalleria si spinsero sulla rotabile della Val d'Astico fino a Pederscala. Sull'altipiano di Asiago occupammo il margine meridionale della Valle d'Assa e raggiungemmo le pendici dei monti Rasta, Interrotto e Mosciagh, tenuti da forti retroguardie nemiche. Più a nord conquistata la posizione di Monte Colombara, le nostre truppe si avvicinarono al vallone di Galmanara " (bollettino del 28 giugno).

Cresceva la resistenza nemica, ma i nostri avanzavano sempre, come informava il bollettino del 29 giugno: "In Vallarsa i nostri alpini presero d'assalto e conquistarono dopo accanita lotta il forte Matassone a sud-ovest di quella località, mentre reparti di fanteria occupavano il costone di Monte Trappola. A trattenere la nostra avanzata il nemico lanciava nella serata un violento attacco nella zona di Zugna, che fu respinto con gravissime perdite.
Sul Pasubio furono conquistati trinceramenti nemici presso Malga Cosmagnon. Lungo il fronte del Posina difficoltà di terreno ed il tiro di grosse artiglierie dalla Borcola rallentarono la nostra azione offensiva. Tuttavia, snidando il nemico di roccia in roccia, le nostre truppe si spinsero su Griso e conquistarono le forti posizioni di Colle Betta, sulle pendici di Monte Majo.
In Val d'Astico occupammo Pedescala. Nell'altopiano dei Sette Comuni l'avversario ha saldamente rafforzato il margine settentrionale della Valle d'Assa e le alture sulla riva sinistra di Valle Galmarara e sul prolungamento di questa fino al Passo dell'Agnella. Il terreno intricato e boscoso favorisce gli appostamenti di mitragliatrici, mentre da posizioni più arretrate i grossi e medi calibri del nemico battono incessantemente gli accessi alle posizioni. Nella giornata di ieri completammo l'occupazione del margine meridionale della Valle d'Assa e c'impadronimmo di forti trinceramenti nei pressi di Colle Zebio e di Colle Zingarella".

"…in Vallarsa raggiungemmo la linea di Valmorbia e le pendici meridionali del Monte Spil. Sul Pasubio durò lotta intensa contro la difesa nemica nella zona di Cosmagnon. Lungo il fronte del Posina occupammo Griso e il versante meridionale del Monte Majo, la valletta di Zara fra Costana e Laghi, le forti posizioni di Monte dei Calgari e di Sogli Bianchi, a mezzodì di Monte Seluggio .... In Val Sugana occupammo le pendici del Monte Civaron " (bollettino del 30 giugno).

"Il 31 giugno occupammo Zanolli, in Vallarsa, scalammo la vetta del Monte Maio, mentre sull'Altipiano dei Sette Comuni la lotta si svolgeva con bombe a mano e violenti corpo a corpo. Il l° luglio iniziammo l'attacco della linea fra lo Zugna Torta e Foppiano e conquistammo le pendici meridionali di Monte Seluggio. Il 2, in Val Posina, occupammo lo sperone nord-ovest del Monte Pruche, Molino in Valle Zara, Scatolari, in Valle Rio Freddo e continuammo ad attaccare con estrema violenza il nemico sulle pendici settentrionali del Pasubio. Il 3 luglio fu completata l'occupazione di Monte Calgari, distaccamenti avanzati si affermarono sul margine settentrionale della Val d'Assa e si progredì tra Prima Lunetta e Cengello in Val Campelle, da cui fu respinto, il 4, un contrattacco austriaco. Un altro attacco nemico contro il trincerone di Malga Zugna sferrato nella notte del 4 fu anch'esso respinto. I nostri alpini invece, il 4, conquistarono la cima di Monte Corno e le fanterie la vetta del Monte Seluggio, proseguendo l'avanzata lungo le direttrici del Rio Freddo e dell'Astico". (Bollettino del 5 luglio)

"Vivaci attacchi delle nostre fanterie ci procurarono, il 6 luglio, presso Casera Zebio e Malga Pozze alcuni capisaldi di cui invano il nemico tentò di scovarci; l'8 progredimmo nella conca di Molino e verso Forni, lungo la direttrice della Val d'Astico, prendemmo d'assalto trinceramenti nemici a nord di Monte Chiesa, ci impadronimmo del Passo dell'Agnella ed occupammo, nell'alta Val Campelle, il Col di San Giovanni, a nord del quale, il giorno dopo, conquistammo il Col degli Uccelli.
Altri progressi l'11 in Val d'Adige e nella zona del Pasubio. Il nemico cercò di arrestarci contrattaccando il 12 a nord di Malga Zugna e il 13 sul Monte Majo e a sud di Corno del Coston e ad est del Passo della Borcola, dove avevano occupato fortissime posizioni; ma noi continuammo a progredire: il 15 sulle pendici meridionali di Sogli Bianchi e di Corno del Coston, sul pendio settentrionale di Monte Selvaggio e in Valle Dritta, dove occupammo Vanzi; il 17 sulle pendici del Pasubio; il 18 ancora sul Corno del Coston; il 19 nella zona della Borcola; il 20 sul versante settentrionale di Monte Majo; il 22 sulle pendici di monte Zebio, dove si distinsero i bersaglieri del 14° reggimento, che occuparono un importante trinceramento e con gravi perdite lo difesero il 24 respingendo per due volte il nemico e conquistando altre posizioni. Quel giorno stesso gli alpini attaccarono la linea nemica tra Monte Chiesa e Monte Campigoletti e, sfondati tre ordini di reticolati, giunsero fin sotto la cresta"
(bollettino del 24 luglio)

Ma la conquista più importante del giorno 24 luglio fu la conquista del Monte Cimone, caposaldo della difesa nemica nella Val d'Astico. "Le operazioni per la conquista del monte -informava il Comando Supremo in una sua relazione - consistettero in un attacco frontale, muovendo dalle balze di Monte Caviojo, e in un duplice aggiramento lungo le direttrici del Rio Freddo e dell'Astico. Enormi furono le difficoltà, tattiche e di terreno, che si dovettero superare: per la rapidità dei fianchi dell'altopiano; per l'asprezza delle Valli dell'Astico e del Rio Freddo, battute d'infilata dai tiri delle artiglierie avversarie; per l'efficacia degli ostacoli difensivi preparati dal nemico; infine per la inevitabile lentezza nei rifornimenti.
Tuttavia la costanza -e il valore delle nostre infaticabili truppe poterono essere coronati da pieno successo. Mentre le colonne aggiranti raggiungevano, per la Valle del Rio Freddo, lo sbocco sull'altopiano di Tonezza della mulattiera che conduce a Valla, e, per quella dell'Astico, la località di Osteria sulla strada che sale a Tonezza, l'attacco frontale, condotto con grande valore e tenacia dal battaglione alpini "Valle Leogra" e da reparti della brigata "Novara", riusciva il mattino del 24 luglio, dopo circa 30 ore di accanito combattimento ad espugnare la fortissima vetta del monte. Successivi violenti contrattacchi nemici, di cui particolarmente intenso quello lanciato nella sera del 31 luglio, furono costantemente respinti dai nostri, che inflissero all'avversario delle gravissime perdite".

La conquista del Monte Cimone fu l'ultima importante azione della controffensiva italiana nel Trentino, che già da una quindicina di giorni languiva, di fronte alle posizioni dominanti, fortemente sistemate a difesa dal nemico, che si era fermato ma non per questo rinunciava a sferrare furiosi e disperati contrattacchi, violentissimi fra tutti quelli contro il Cimone la notte del 25 e la notte del 28, quelli sul Monte Seluggio e sul Monte Zebio la notte del 27 e quelli del 29 luglio sul Seluggio e sul pianoro di Castelletto.

I risultati territoriali della controffensiva italiana non furono vistosi, né, del resto, furono conseguiti gli obiettivi del Comando supremo, ma grande fu l'effetto morale dell'avanzata e importantissimo il risultato conseguito di respingere dal Vicentino e trattenere nel Trentino le truppe nemiche, costrette a chiamarvi quelle che erano state avviate verso il fronte russo, come informava il bollettino dell'11 luglio del Comando Supremo:

"Di contro alla persistente nostra pressione in Trentino e ai vigorosi atti controffensivi nelle alte valli del Boite e del But e sul Basso Isonzo, l'avversario ha dovuto richiamare sul nostro fronte truppe già sottratte e avviate verso il fronte orientale. Così è accaduto per il III Corpo (6a, 22- e 28a divisione) già sottratte dalle prime linee e in procinto di partire, e per la 9a divisione e 187a brigata di Landsturm, già in viaggio, ma che poi ne accertammo nuovamente la presenza".

Spostiamoci ora su altri fronti. Facciamo un bilancio delle intere operazioni fino a luglio.
e parliamo di alcuni eroi e martiri di questi mesi.


... altri fronti, bilancio di due mesi, gli eroi e i martiri > > >

Fonti, citazioni, testi, bibliografia
Prof. PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - (i 5 vol.) Nerbini 1930
TREVES - La guerra d'Italia nel 1915-1918 - Treves. Milano 1932
A. TOSTI - La guerra Italo-Austriaca, sommario storico, Alpes 1925
COMANDINI - L'Italia nei cento anni - Milano
STORIA D'ITALIA Cronologica 1815-1990 -De Agostini

CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA D'ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi

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